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Il presidente Napolitano, massone?

Venerdì, 29 Novembre 2013

«Il presidente Napolitano è stato sempre garante dei poteri forti a livello nazionale e degli equilibri internazionali sull’asse inclinato dal peso degli Stati Uniti» scrivono i giornalisti di inchiesta Ferruccio Pinotti (del Corriere della sera) e Stefano Santachiara (Il Fatto) in I panni sporchi della sinistra (ed. Chiarelettere).

Il primo ritratto, di 60 pagine, è dedicato proprio al presidente della Repubblica («I segreti di Napolitano»), «l’ex ministro degli esteri del Pci» come lo definì Bettino Craxi interrogato dal pm Di Pietro nel processo Enimont. I rapporti con Mosca, quelli controversi con Berlusconi (il mensile della corrente migliorista del Pci, Il Moderno, finanziato da Fininvest, ma anche dai costruttori Ligresti e Gavio), e le relazioni oltreoceano, con Washington.

Una storia complessa, dalla diffidenza iniziale del Dipartimento di Stato Usa e dell’intelligence americana («nel 1975 a Napolitano gli fu negato il visto, come avveniva per tutti i dirigenti comunisti»), alle aperture dell’ambasciata Usa a Roma, al «misterioso viaggio» di Napolitano negli Stati uniti nel ’78, nei giorni del sequestro Moro, l’altro viaggio insieme a Occhetto nel 1989, fino «all’incontro festoso, molti anni dopo, nel 2001, a Cernobbio, con Henry Kissinger, ex braccio destro di Nixon, che lo saluta calorosamente: “My favourite communist”, il mio comunista preferito. Ma Napolitano lo corregge ridendo: “Il mio ex comunista preferito!”».

Il credito di Napolitano presso il mondo anglosassone si dipana nel libro-inchiesta anche su un fronte diverso, che Pinotti segue da anni, la massoneria, e che si intreccia con la storia più recente, in particolare con le dimissioni forzate di Berlusconi nel 2011, a colpi di spread e pressioni delle diplomazie internazionali. Su questo terreno gli autori fanno parlare diverse fonti, tra cui una, di cui non rivela il nome ma l’identikit: «Avvocato di altissimo livello, cassazionista, consulente delle più alte cariche istituzionali, massone con solidissimi agganci internazionali in Israele e negli Stati Uniti, figlio di un dirigente del Pci, massone, e lui stesso molto vicino al Pd».

Il quale racconta: «Già il padre di Giorgio Napolitano è stato un importante massone, una delle figure più in vista della massoneria partenopea» (proprio nei giorni successivi all’uscita del libro sarebbe spuntata, dagli archivi di un’associazione massonica di primo piano, la tessera numerata del padre di Napolitano, ndr). Tutta la storia familiare di Napolitano è riconducibile all’esperienza massonica partenopea, che ha radici antiche e si inquadra nell’alveo di quella francese…».

Avvocato liberale, poeta e saggista, Giovanni Napolitano avrebbe trasmesso al figlio Giorgio (legatissimo al padre) non solo l’amore per i codici «ma anche quello per la “fratellanza”» si legge. E poi: «Per quanto riguarda l’attuale presidente, negli ambienti massonici si sussurra da tempo di simpatie della massoneria internazionale nei confronti dell’unico dirigente comunista che a metà anni Settanta, all’epoca della Guerra fredda, sia stato invitato negli Stati Uniti a tenere un ciclo di lectures presso prestigiosi atenei. Napolitano sarebbe stato iniziato, in tempi lontani, direttamente alla «fratellanza» anglosassone (inglese o statunitense)».

Da lì il passo ad accreditare la tesi, molto battuta in ambienti complottisti, di un assist guidato a Mario Monti, è breve, e viene illustrata da un’altra fonte, l’ex Gran maestro Giuliano Di Bernardo («criteri massonici nella scelta di Mario Monti») e da uno 007 italiano.

L’asse di Berlusconi con Putin – specie sul dossier energia – poco gradito in certi ambienti, entra in questo quadro (fantapolitica?). Con un giallo finale nelle pagine del libro, raccontato dalla autorevole fonte (senza nome): Putin avrebbe dato a Berlusconi delle carte su Napolitano. Se queste carte esistono, riguardano più i rapporti americani di Napolitano che quelli con i russi». Materiale per una avvicente spy story su Berlusconi, Napolitano, Monti, Putin, la Cia, il Bilderberg… Paolo Bracalini per “Il Giornale

 

L’”anello” di Gelli (by Salvini)

Giovedì, 17 Febbraio 2011

È forse la struttura riservata della quale si conosce meno. Si tratta del Noto Servizio, conosciuto anche come Anello della Repubblica, una sorta di servizio segreto parallelo della cui esistenza si venne a conoscenza quando Aldo Giannuli, su incarico del giudice Guido Salvini che indagava sulla strage di piazza Fontana, e della procura di Brescia al lavoro sulla bomba di piazza della Loggia, scovò alcuni documenti nell’archivio di via Appia del Viminale nel quale si faceva riferimento a questa entità. Dopo di allora, un libro di Stefania Limiti e poco altro. Ora, all’improvviso e in un momento di grave crisi della politica, se ne torna a parlare. Lo ha fatto Licio Gelli, parlando di Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi. Già, Licio Gelli, il quale con una intervista pubblicata da Oggi, nella quale è piuttosto duro con Berlusconi, conferma l’esistenza dell’Anello e lo lega a Giulio Andreotti. «Io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l’Anello». Non può sfuggire, però, una circostanza del tutto inconsueta per chi ha fatto della riservatezza una ragione di vita, ovvero che quella ad Oggi è la seconda intervista che il Venerabile rilascia nell’arco di un paio di settimane. Il 28 gennaio scorso, infatti, sul quotidiano il Tempo compariva un’altra intervista a Gelli. Al centro, sempre la figura di Berlusconi e ancora giudizi poco lusinghieri sull’attuale premier. E c’è una frase – «Se è vero ciò che gli viene attribuito (e credo che almeno in parte sia vero), allora sì: non avrebbe dovuto farlo, o, quantomeno, avrebbe dovuto utilizzare sistemi più riservati» – la quale, messa in relazione con la rivelazione sull’Anello e sul ruolo di Andreotti, sembra assumere un tono di rimprovero. «Se Licio Gelli intende davvero parlare dell’Anello – nota Salvini – lo può fare da posizione davvero privilegiata».
Giudice Salvini, cosa intende dire? Questa organizzazione è nata sul finire della guerra su iniziativa del generale Mario Roatta, ex capo del servizio militare che allora si chiamava Sim, e capo di stato maggiore dell’esercito. Ebbene, Gelli tra il 1940 e il 1942 lavorò come informatore del Sim. Il suo è il tono di chi parla avendo vissuto da vicino certe vicende, e questo anche se quella non era la “sua” organizzazione. Ma, d’altra parte, la P2, Gladio e le altre organizzazioni in attività si possono considerare come cerchi concentrici o foglie di carciofo le quali, pur avendo ciascuna un proprio ruolo, hanno comunque dei punti di collegamento. Quale è stato il ruolo dell’Anello? A differenza delle altre organizzazioni parallele che poi sono emerse a partire dagli anni Novanta come Gladio e i Nuclei di Difesa dello Stato, il Noto Servizio non era una organizzazione militare ma civile e non aveva compiti che fossero legati a progetti golpisti o di controinsorgenza. Era formata da imprenditori, ex repubblichini, giornalisti. Lo sappiamo dalle carte rinvenute presso gli archivi del ministero dell’Interno e dalle testimonianze di due persone che hanno raccontato la loro militanza nella organizzazione, permettendoci di rileggere anche alcuni accenni fatti da Mino Pecorelli al Noto Servizio prima della scoperta dei documenti da parte di Giannuli che all’epoca non era stato possibile decifrare. Che genere di operazioni ha svolto? In generale possiamo dire che fu coinvolta in operazioni che lo Stato non poteva fare direttamente e per le quali non poteva rivolgersi ad altre entità costituite per altri scopi. Per ciò che ne sappiamo, si tratta di operazioni politiche finalizzate al mantenimento di interessi interni e internazionali in chiave anticomunista. Insomma, erano operazioni portate a termine con mezzi illeciti per tenere in piedi un determinato quadro.
Come mai è rimasta così segreta tanto a lungo? Proprio perché non è stata coinvolta nei progetti di golpe degli anni Settanta. E anche perché era una organizzazione dormiente che veniva attivata all’occasione. In quali occasioni è stata attivata? Su alcune operazioni abbiamo delle certezze, su altre molto meno. Mi fermerei alle prime: la fuga di Kappler, il rapimento di Ciro Cirillo e l’acquisto di petrolio dalla Libia. Partiamo da Kappler. Partiamo invece dalla fuga di Roatta che avviene trent’anni prima e sembra del tutto sovrapponibile a quella di Kappler. Roatta fu fatto fuggire dall’ospedale militare durante il processo per l’assassinio dei fratelli Rosselli nel 1945, poco prima di essere accusato per i crimini dell’esercito nei Balcani. L’aereo che portò Roatta in Spagna sarebbe stato guidato da Adalberto Titta, elemento centrale dell’Anello. E lo stesso Titta avrebbe guidato l’auto che portò Kappler, fuggito dall’ospedale militare del Celio, verso il nord Italia dove fu consegnato ai servizi tedeschi nel quadro di una operazione che doveva sbloccare alcuni prestiti tra Germania Federale e Italia. Tra l’altro, numerose testimonianze dicono che una parte delle carte di Moro avrebbero avuto ad oggetto proprio la fuga di Kappler, indicata come operazione di Stato. Non sono mai emerse, come se fossero state potate perché troppo imbarazzanti. E la Libia? Negli anni Settanta alcuni petrolieri italiani con la complicità di ufficiali della Finanza, avrebbero dovuto acquistare petrolio dalla Libia a prezzo più basso di quello fissato dall’Opec in cambio di armi risalenti alla Seconda Guerra Mondiale. Moro era contrario. Secondo Pecorelli l’Anello intervenne su indicazione di Andreotti per portare a termine l’operazione. L’Anello intervenne anche nel caso Cirillo? Titta avrebbe trattato personalmente con Cutolo nel carcere di Ascoli Piceno il pagamento del riscatto che sarebbe stato diviso con le Brigate Rosse per rilasciarlo. Anche in questo caso sarebbero sparite le cassette registrate degli interrogatori di Cirillo in cui ci sarebbero state delle confessioni su alcune malefatte della Dc in Campania. Gelli ora dice che l’Anello era cosa di Andreotti. Si aggiungerebbe così ai testimoni che hanno ammesso di aver partecipato all’Anello e avevano detto la stessa cosa.
Perché secondo lei Gelli parla proprio adesso dell’Anello e perché parla di Berlusconi?
Direi che il tono sembra quello di un rimprovero, come di non aver avuto l’accortezza di dotarsi di un “anello” di sicurezza. Per capire di più, aspettiamo ciò che dirà nella seconda puntata che ha promesso. a. calvi il riformista

Il bunga bunga dei Massoni francesi (by Introvigne)

Venerdì, 28 Gennaio 2011

Paese che vai, scandalo che trovi. Un documentario di un’ora dell’emittente televisiva Canal+ e un dossier di diciotto pagine del settimanale Le Point, che annuncia in copertina le sue scoperte su «I massoni: la mano invisibile», fanno tremare la politica francese. Anzitutto, una parola di cautela. « Le Point è molto letto ma non è certo un settimanale cattolico, e in passato ha cercato scandali – con qualche esagerazione – anche in ambienti piuttosto lontani dalla massoneria. In secondo luogo la massoneria francese – sia del Grande Oriente, sia della Gran Loggia, le due principali «obbedienze» transalpine – è considerata «irregolare» dalla casa madre britannica fin dal secolo XIX perché ammette gli atei e permette le discussioni di politica pratica ed elettorale nelle logge, cose entrambe vietate dagli statuti originali inglesi. La Gran Loggia da anni e il Grande Oriente, che è maggioritario, dal 2010 hanno poi deciso di ammettere a pieno titolo nella massoneria le donne, che rimangono invece escluse dalle logge «regolari» riconosciute da Londra. La massoneria francese ha dunque le sue specificità. Ma una di queste è l’essere riuscita a conservare un’egemonia politica e parlamentare che altrove, Italia compresa, c’era certamente cento anni fa ma oggi non esiste più o traballa. Le Point riferisce che i deputati neo-eletti in Parlamento si vedono chiedere dai veterani della vita parlamentare «E tu dove sei?», e qualche volta ci mettono un po’ a capire che il «dove» si riferisce all’obbedienza massonica dove ogni uomo politico – e donna – che si rispetti si suppone frequenti la sua loggia. Un altro episodio riguarda l’unico dirigente non massone di una grande multinazionale francese che alla fine si è deciso a confessare ai suoi capi di non essere iniziato in nessuna massoneria. «Sono stati molto comprensivi - racconta - ma mi hanno consigliato di affiliarmi rapidamente per instaurare un vero clima di fiducia con i grandi clienti e anche con i colleghi». Il documentario e il dossier fanno l’elenco dei massoni noti – ma c’è certamente anche chi riesce a nascondersi – nell’attuale governo francese: il ministro dell’Interno, dell’Economia, delle Finanze, degli Affari Sociali, della Cooperazione con il Parlamento, della Cooperazione internazionale… E il vero punto di riferimento della massoneria francese, l’ex Gran Maestro del Grande Oriente Alain Bauer, occupa il posto delicatissimo di consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Nicolas Sarkozy, oltre a presiedere un numero impressionante di enti e comitati. Per non parlare della magistratura, dove i massoni sono così onnipresenti che gli specialisti ricostruiscono anche le polemiche interne ai giudici come scontri fra Grande Oriente e Gran Loggia. E anche qualche «bunga bunga» che ha coinvolto magistrati massoni, sempre a credere ai maligni, sarebbe stato insabbiato grazie alla rete di protezione delle logge. Molto spazio è giustamente dedicato al Ministero dell’Educazione, feudo massonico  fin dall’Ottocento, cogestito da sempre con i grandi sindacati degli insegnanti che si considerano depositari della sacra fiaccola del laicismo e del dovere di strappare i giovani fin dalla più tenera età al «potere clericale». Un ministro non massone, capitato lì quasi per caso, ha dovuto rapidamente togliere il disturbo. Il dossier ricostruisce in modo quasi esatto la posizione della Chiesa Cattolica, che con la «Dichiarazione sulla massoneria» del 1983, firmata dall’allora cardinale Ratzinger come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e controfirmata dal venerabile Giovanni Paolo II (1920-2005), tuttora vigente, ha confermato il divieto assoluto per i cattolici di aderire a qualunque massoneria, senza possibilità di deroghe da parte di sacerdoti, vescovi o conferenze episcopali, affermando che i massoni sono sempre da considerarsi «in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione». Naturalmente, non manca neppure il consueto frate francese che contesta il Magistero e si mostra tollerante con chi non obbedisce, ma almeno quello che il Papa insegna in tema di massoneria è presentato per una volta correttamente. I massoni, inoltre, non vincono sempre. Neppure in Francia. La madre di tutte le battaglie politiche per la massoneria francese, a credere a queste fonti, sarebbe stato il tentativo di far cadere il primo ministro non massone François Fillon sostituendolo con il massonissimo Jean-Louis Borloo, un anticlericale fanatico, in vista tra l’altro del dibattito parlamentare sull’eutanasia. Battaglia persa. Sarkozy ha sostenuto Fillon, che si è prontamente schierato contro l’eutanasia. m. introvigne bussola quotodiana

Dietro Berlusconi? la massoneria (contro Fini)

Martedì, 25 Gennaio 2011

Tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, con chi sta la massoneria? Bruno Rozera, 92 anni, il massone più anziano d’Italia, ha la risposta pronta: “La massoneria è schierata con Berlusconi”. Per questo giornali storicamente amici del Grande Oriente come “l’Avanti”, ora di Aldo Chiarle e Valter Lavitola, ci avrebbero dato dentro con l’inchiesta sul presidente della Camera e la famosa casa a Monte Carlo di suo cognato, Giancarlo Tulliani. Ma anche sui misteri che hanno accompagnato la prima e questa morente seconda Repubblica, non è ancora detta l’ultima parola. A cominciare dai capi occulti della P2: secondo Rozera, la storia non finisce con le indagini della commissione parlamentare di Tina Anselmi. Prefetto in pensione e fratello di 33 grado in sonno per ragioni di età, Bruno Rozera può parlarne in prima persona. La sua testimonianza è un’enciclopedia. Vissuta in diretta. Dalle trincee in Libia come ufficiale di artiglieria alle cronache sul bunga-bunga nelle notti calde di Arcore, non si è perso nulla. Ha partecipato alla difesa di Roma dopo l’8 settembre. Ha combattuto con gli inglesi a Montecassino. È sopravvissuto allo sbarco ad Anzio. Ha operato come agente dell’Office of strategic services nella guerra di Liberazione. È diventato ispettore generale nel ministero dell’Interno dell’Italia repubblicana e sovrano ispettore del Grande Oriente d’Italia. Amico di Licio Gelli e degli italo-americani che per decenni hanno giocato al colpo di Stato sulla pelle degli italiani. Antifascista dichiarato, ha avuto il tempo di prenderne le distanze. Privilegio di chi, nato il 15 luglio 1918, mantiene la lucidità di un ragazzino. Prefetto Rozera, alla fine chi ha beneficiato di trame e complotti? “Servivano a stabilizzare la Dc. Il colpo di Stato credo che sia stato fatto in epoche successive. Con l’appoggio di certe persone. Anche con forze che vorrei dire mafiose, ma non certo statali”. Veniamo allora all’attualità. I massoni italiani stanno sostenendo Berlusconi?
“Posso rispondere che c’è massone e massone. Come c’è uomo e uomo”. E tra Berlusconi e Fini, la massoneria con chi si è schierata? “La massoneria è con Berlusconi”.
 Per questo “l’Avanti” avrebbe indagato sul presidente della Camera?  “Non conosco personalmente Valter Lavitola. Ma Chiarle è un caro amico. Ha amicizie nella massoneria”. Perché sostenere Berlusconi? “Perché Berlusconi qualche aiuto lo dà. Io non vedrei misteri dove non stanno”. Rozera e Berlusconi hanno almeno una cosa in comune: l’elenco della P2. “Zero porta a zero. Con me niente”. Il suo nome c’è, numero 76. “Certo, l’elenco lo conosco. Ho chiesto a Giuseppe Telaro di togliere il mio nome immediatamente”.Chi? “Telaro. Si occupava della segreteria dell’ordine massonico. Curava i fascicoli e così tanta gente si è trovata iscritta alla P2. Il professor Telaro era un dipendente del ministero della Pubblica istruzione. Aveva rapporti con la Sicilia. Grazie ai suoi contatti incontrai un giorno il boss Frank Tre dita Coppola, al confino in provincia di Roma. Costruiva palazzi. A quel pranzo c’era un sindaco di allora della capitale. Telaro aveva amicizie ben qualificate. Anche con Franco Restivo, ministro dell’Interno nel 1970″. Torniamo a Gelli. “Gelli mi ha stimato. E gli devo chiedere scusa perché un giorno, interrogato da un magistrato, risposi che era un arteriosclerotico. Gelli voleva affidarmi la Lega italiana. E forse ho fatto male a non prenderla, con le mie modeste capacità sarebbe diventato un partito”.La Lega italiana, il 1991, i misteri tra la prima e la seconda Repubblica e anche un’indagine, poi archiviata, della Procura di Palermo. Chi ne era l’ispiratore? “L’ispiratore è stato Gelli”. Qual era lo scopo della Lega italiana? “Quello che avrei scelto io. Antitesi alla Lega Nord, un partito patriottico. Con gente che capisse di economia politica. Con gente per bene. Gelli mi disse: arriveranno pure i finanziamenti. Me ne sono andato perché mi sono scocciato. L’ambiente era un po’ ridicolo. E poi c’era un senatore socialista che era stato condannato. Stare con lui non mi piaceva. Gelli era rimasto dispiaciuto”. Nata Forza Italia, della Lega italiana non se ne fece più nulla. Che rapporti aveva con Gelli? “Per la verità non l’ho mai frequentato assiduamente. Gelli è finito quando l’ambasciata americana l’ha mollato. Punto e basta. Un giorno eravamo io e lui e un esponente dell’Ordine dei giornalisti in via Veneto. E Gelli, indicando l’ambasciata, dice: “M’hanno mollato”. Era a Roma per fare la tessera da pubblicista”.  Non è mai stato informato di essere iscritto alla P2. Dicono tutti così, no?
“Della mia iscrizione sono venuto a saperlo dai documenti delle indagini”. Dunque Telaro avrebbe passato gli elenchi anagrafici della massoneria a Gelli. “È logico. A quell’epoca c’era molta gente della massoneria che, per avere un incarico, passava da Gelli”. Perché la massoneria comincia a frequentare i servizi segreti?
“Erano i servizi segreti a frequentare la massoneria. Chiamavano al telefono il dottor Firenze, il gran maestro Lino Salvini. Cercavano informazioni per fare carriera, avere raccomandazioni e compagnia bella. I militari si iscrivevano alla P2 per fare carriera”.Gelli negli anni dello scandalo parlò di una loggia P2 composta da 2.400 persone. L’elenco scoperto però si ferma a meno di mille. Esiste un elenco segreto della massoneria? “No”. Ma c’è qualcuno, iscritto alla P2, più potente di Gelli? “Ovvio che al di sopra di Gelli ci fossero altri livelli. I livelli si trovavano sia nel partito politico, la Dc, sia nei servizi segreti. Tanti personaggi che ora stanno per andarsene al Creatore queste cose le sanno. L’opera monumentale della commissione Anselmi serve come prefazione. Ma bisogna studiare i personaggi uno per uno”. Quindi esiste un livello superiore?
“C’è sempre stato un livello superiore a Gelli”. Lei indica un grand commis degli affari, ex democristiano ed ex piduista, intervenuto anche nell’inchiesta su Guido Bertolaso e i grandi appalti, promettendo protezione ad Angelo Balducci, il presidente del Consiglio dei lavori pubblici prima del suo arresto. Fa parte del Grande Oriente d’Italia? “Nella maniera più categorica, no”. Senza documenti di prova non ne pubblicheremo il nome. “Basta chiedere in giro. Si può sapere chi è più potente di questi? Gelli certo no. Anzi Gelli lo temeva”.  Lei è stato viceprefetto a Frosinone, il collegio elettorale di Giulio Andreotti… “Per i ciociari Andreotti era tutto. Facevo una bella figura pure io quando arrivava lui. Era una cosa… altro che Mussolini”. C’è un altro nome che in quegli anni si è mosso tra massoneria e trame italiane: Elvio Sciubba, l’ha conosciuto? “È morto purtroppo. Sono stato molto amico di Sciubba. Fino a che non c’è stata una rottura, per il suo punto di vista ideologico. Sciubba era amico del generale dei carabinieri Giuseppe Pièche che credo l’abbia istigato. Pièche andava dal ministro Scelba ogni mattina a rompergli i medesimi: parlava sempre di colpi di Stato, degli jugoslavi che avrebbero occupato l’Italia. E Scelba l’ha chiamato come direttore generale dell’antincendi dove lavoravo io. Arrivato Pièche sono dovuto uscire. Mi mandarono a dirigere il fondo per il culto. Distribuivo il dovuto a vescovi e prelati”. Niente male per un massone. E Sciubba? “Aveva i suoi amici fascisti. Gli americani più deleteri, non quelli che hanno combattuto la guerra. Li ha portati Sciubba a Roma. Qualche generale gli fece credere al colpo di Stato. Gli fece anche credere che in caso di vittoria sarebbe stato nominato ministro del Tesoro. Penso che Andreotti conoscesse tutto. Ma questa cosa qui non l’ha fatta passare. L’amico Sciubba, che era un funzionario del ministero del Tesoro, venne trasferito a Parigi. Ma su Sciubba c’è un fatto molto più importante”. Quale? “Ha portato Frank Gigliotti in Italia”. Un altro massone, italo-americano, reverendo metodista, membro di una rete di italo-americani fascisti e anticomunisti, artefice delle reti clandestine che porteranno alla struttura di Gladio… “Proprio lui. Credo sia venuto a Roma a spese del generale Pièche, o di Sciubba o della massoneria stessa. E Gigliotti ha preso contatto con Malfatti, Francesco Malfatti, consigliere diplomatico del presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat”. I massoni non badano mai alla reputazione dei confratelli? “Qua le porcherie più grosse sono state fatte contro il comunismo. Questa è stata una specie di scudo per fare le più grandi porcherie in Italia”. Da quando è nella massoneria? “5 dicembre 1944, loggia Cola di Rienzo, Roma. Avevo 26 anni. Sono stato anche nella Colosseum. Mio padre, avvocato e antifascista, era massone”. La pagina più bella nella guerra di Liberazione? “Lo sbarco ad Anzio. Veramente mi ha fatto tremare i polsi. Combattevo tra il fiume Garigliano e Montecassino con gli inglesi della 56ma divisione. Una notte ci hanno caricati su un autocarro, non sapevamo dove andavamo. Verso le undici di sera siamo arrivati a Pozzuoli. Ci hanno imbarcato e il giorno dopo, poco dopo l’alba, siamo sbarcati ad Anzio. Ci siamo incamminati. Da lì è cominciata una gragnuola di colpi. Questo obice sparava continuamente e siamo rimasti inchiodati in piccole fosse per un mese, un mese e mezzo. I tedeschi stavano in alto e sparavano a noi che stavamo in basso”.  Come ha raggiunto gli inglesi, dopo l’8 settembre? “L’8 ottobre del 1943 ho ascoltato l’inno reale su radio Bari e mi sono sentito un verme. Il giorno dopo ho salutato mia sorella a Roma, ho attraversato le linee tedesche. Le ho passate a Garigliano. C’era una piccola zattera, una signora la mattina mi ha fatto passare. Ci ha portato un fiasco di vino a me e a un soldato tedesco in servizio. Quella sera con questo soldato mi sono ubriacato. Abbiamo cantato l’Internazionale”. Questi sono anni di revisionismo storico. Che effetto le fa? “Voglio cominciare dalla nomina di Ignazio La Russa a ministro della Difesa: con la sua storia personale, secondo me è la più grave offesa che si potesse fare ai caduti della guerra di Liberazione e soprattutto al personale in servizio nell’esercito. L’Italia l’abbiamo liberata noi, non so se è chiaro? Il più grande amico mio, uno dei più grandi italiani, Giuliano Vassalli, diceva che non ci può essere un parallelismo fra quelli di Salò e quelli che non stavano a Salò”. Il sindaco della sua città, Gianni Alemanno, la sera della sua elezione è stato accolto da saluti fascisti. Che cosa ha provato? “Schifo”. S. gatti l’espresso

Il Fratello Berlusconi sfiduciato da Italia, Europa e Usa (by Magaldi)

Lunedì, 13 Dicembre 2010

Facciamo un po’ di chiarezza. In queste ultime ore tragicomiche, tutti noi cittadini assistiamo al grottesco spettacolo di una società politica italiota che urla cacofonica, poi squittisce, corrompe, denuncia la corruzione, lancia proclami, tira il sasso, ritira la mano, e infine ciancia inutilmente, come spesso si è abituata a fare. Rimando i tantissimi osservatori delle iniziative di Grande Oriente Democratico (e di Democrazia Radical Popolare, Movimento distinto dal primo) alla visione, stasera in prima serata (21.10) su CURRENT TV, CANALE N.130 di SKY di un ampio servizio su la Lettera Aperta N°2 al Fratello Silvio Berlusconi del 9 dicembre 2010, con intervista al sottoscritto (peraltro già andata in onda ieri sera alle 19.30). Chissà se, alla luce dei riflettori di CURRENT, i tanti pesci in barile del giornalismo nostrano (dalle agenzie di stampa ai quotidiani e agli altri nicodemici attori del settore radio-televisivo) si sveglieranno dal proprio sospetto torpore e inizieranno a dedicare qualche commento a chi ha delle cose sensate da dire. Chissà. O forse continueranno a occuparsi di “Razzi che confonde Micca con Toti” e dell’onorevole Domenico Scilipoti e della sua “nobile” lotta in favore dell’Agopuntura, tra una compravendita di voti e l’altra.
Notiamo, in mezzo a tanta malafede e/o mediocrità elusiva, l’attento sguardo dell’ottimo Fabrizio D’Esposito de “IL RIFORMISTA”. Il quale, tuttavia, nel suo articolo di oggi (per leggerlo, clicca su: Il RIFORMISTA del 12 dicembre 2010 by Fabrizio D’Esposito: “I grembiulini votano per Silvio. Ma rivelano un nuovo sexgate.DUE NOTTI ALL’APOCALISSE. Secondo il God di Gioele Magaldi la Sanjust pronta a parlare” ), fra le tante analisi pertinenti, dice un paio di inesattezze. La prima è quella che attribuisce al Sito Dagospia la primogenitura sulle intenzioni “rivelative” della sunnominata Virginia Sanjust. Piuttosto, proprio il sottoscritto, con l’ Editoriale del 3 novembre 2010: “La7 tra Exit e l’Infedele, Licio Gelli tra P2, P3 e Prosseneti del Fratello Silvio Berlusconi, Ruby e l’elisir di Bunga Vita, Grande Oriente Democratico e un Vaso di Pandora che nessuno vuole aprire…”, aveva suggerito che qualche giornalista si occupasse di contattare/intervistare l’ex presentatrice RAI, ex residente in Campo de’ Fiori in appartamento gentilmente offerto dal Fratello Silvio. Questo Editoriale fu immediatamente ripreso e pubblicato da Dagospia (www.dagospia.com ). Forse è in questo senso che D’Esposito, nel suo pezzo di oggi, dice che: “…la dritta è arrivata alcuni giorni fa dal solito Dagospia, il sito di Roberto D’Agostino. Un’altra ragazza in grado di spargere nuovo terrore nell’harem del Sultano di Palazzo Grazioli, Villa la Certosa, eccetera. Chi? Il nome adesso lo fa un altro sito informato, quello del Grande Oriente Democratico di Gioele Magaldi, frangia progressista del Goi di Gustavo Raffi…”. Bene. Il nome lo avevamo già fatto noi ufficialmente il 3 novembre e ufficiosamente molto prima, a chi di dovere. Dagospia ha soltanto riportato la cosa. La novità è che, proprio negli ultimi giorni, Virginia Sanjust è stata finalmente contattata, tra gli altri, da alcuni importanti inviati della televisione pubblica. Ma, secondo delle voci incontrollabili (alle quali mi rifiuto di credere), qualcuno potrebbe voler chiudere per sempre la bocca a questa povera ragazza. Ecco perché, nella mia Lettera Aperta N°2 al Fratello Silvio Berlusconi del 9 dicembre 2010 e anche nell’ intervista a CURRENT di queste ore, ho inteso “ammonire” eventuali malintenzionati a desistere da qualsiasi proposito criminale e/o ostile nei confronti della Sanjust. Costei è una persona che ha già sofferto molto: non permetteremo a nessuno di torcerle nemmeno un capello. La seconda inesattezza contenuta nell’articolo odierno di Fabrizio D’Esposito (per il resto eccellente indagatore sia del front che del back-office della politica, come di consueto) è la frase un po’ tranchante del titolo: “I grembiulini votano per Silvio”. Eh, no! Un momento.
La questione è molto diversa e assai più complessa. Com’è ormai noto a tutti i giornalisti (parlamentari e non), salvo i più “distratti”, tra Camera dei Deputati e Senato si è costituito un riservato Movimento d’opinione che si è dato nome “Cerchio bicamerale Bruto e Cassio” (ne abbiamo parlato noi, poi Dagospia e Il RIFORMISTA, ma la cosa è più o meno nota e percepibile a tutti gli addetti ai lavori). Non è composto soltanto da “grembiulini” (cioè massoni), ma anche da simpatizzanti di varia estrazione e storia, per quanto ci è dato saperne. A quelli, tra costoro, che ci hanno chiesto un parere sulla crisi (e che tornassero a chiedercelo tra oggi e domani), noi di GOD e/o di DRP ci siamo limitati a fare (e tuttora facciamo) le seguenti considerazioni:

  1. Votate sempre secondo coscienza e in rappresentanza del Popolo italiano e mai secondo impropri vincoli di mandato verso questo o quel capo carismatico o capogruppo “caporalesco”.
  2. Il Fratello Massone Silvio Berlusconi, contingente e pessimo Presidente del Consiglio dei Ministri è certamente l’uomo più ricco d’Italia (ecco perché i soliti maligni suggeriscono che possa corrompere i rappresentanti del popolo sovrano eletti nel centro-sinistra, oppure coloro che sostenevano fino a poche ore fa la coraggiosa iniziativa di FLI, nella prospettiva di un centro-destra più onesto, operoso, concreto, laico, legalitario, limpido e de-berlusconizzato). Fratello Silvio, grazie anche alle “distrazioni” del centro-sinistra e ai favoritismi delle maggiori banche, è riuscito anni fa a quotare Fininvest/Mediaset in Borsa (in spregio alle regole contabili che valgono per i comuni mortali e guadagnando grazie a ciò somme stellari), è riuscito a mantenere il semi-monopolio dei Media televisivi privati e a rafforzare il proprio impero editoriale in spregio a qualsiasi controllo anti-trust; quando anche perdesse future elezioni o passasse a miglior vita (fra cent’anni, gli auguriamo), il suo Gruppo e i suoi rampolli (Marina in testa) resteranno-in assenza di sapienti legiferazioni di stampo liberal-democratico e pluralista sul punto- una lobby politico-affaristica tanto potente e pervasiva da condizionare in modo improprio tutta la vita civile italiana dei prossimi decenni.
  3. Il Fratello Massone Silvio Berlusconi va “calmierato e contenuto”,  eliminando tutti i tratti anomali-per una democrazia occidentale- del suo macro-conflitto di interessi e della sua capacità “corruttiva” e  impropriamente intimidatoria nei confronti di quelle oasi di giornalismo libero che l’Italia è riuscita in questi anni (con grande fatica) a conservare. Esemplari, in questo caso, le vicende passate di Indro Montanelli, Enzo Biagi, Sabina Guzzanti, Michele Santoro e persino quella di Ferruccio De Bortoli direttore “dimissionato” del Corriere della Sera, durante il pessimo governo Berlusconi del 2001-2006. Esemplare l’accanimento odierno verso Santoro/Annozero e il tentativo di zittire la Gabanelli, Fazio e Saviano e il coraggioso capo-struttura di RAI 3 Loris Mazzetti.
  4. Poiché voi deputati e senatori del “Cerchio bicamerale Bruto e Cassio” siete quel che rimane (o quel che si è aggiunto…) di un’area semi-liberal ex Forza Italia (ora Pdl) e finalmente avete aperto gli occhi sul “Tiranno Cesare/Silvio”, occorre “cucinarsi” il Grande Manipolatore di Arcore a fuoco lento, con il candore di chi opera per il bene della Nazione e l’accortezza di chi deve sconfiggere un Drago-Biscione di infinita scaltrezza.
  5. Allora la vera questione è: Silvio Berlusconi si sconfigge e si ridimensiona dandogli la sfiducia o la fiducia, il 14 dicembre 2010? Facciamo l’ipotesi della sfiducia. Berlusconi è costretto a dimettersi. A questo punto, nella peggiore delle ipotesi, non si trovano governi (ampi) alternativi e si va presto a votare, magari anche senza cambiare l’attuale, “truffaldina” legge elettorale. Cioè si consente a Berlusconi di giocare sul suo terreno, quello elettorale (che è diverso da quello del “ben governare”, rispetto al quale Fratello Silvio si è dimostrato assolutamente inetto) e di comparire in modo massiccio sulle sue televisioni e giornali, invocando una maggioranza ancora più ampia del 2008, per poter finalmente “cambiare” il Paese (sic!). Tutte frottole manipolatorie, certo. E probabilmente l’esito elettorale darebbe due maggioranze diverse alla Camera e al Senato. Ma vale la pena rischiare? Vale la pena rigenerare Berlusconi (grazie alla campagna elettorale, che è la cosa che sa fare meglio), proprio nel momento in cui gli italiani si stanno accorgendo di quanto sia incapace di gestire il governo? E il centro-sinistra? E’ pronto ad affrontare le elezioni forte di un progetto alternativo di governo chiaro, condiviso dalle sue eterogenee componenti, lungimirante, convincente e ricco di appeal? Il “terzo polo”è già pronto a contrapporsi come centro-destra moderno, liberale e democratico in una competizione con il Pdl berlusconizzato? Già risolte le contraddizioni programmatiche tra la destra laica di Fini, Bocchino, Granata & Company e il centro clericale di Buttiglione, Binetti, Volonté etc? Facciamo poi la migliore delle ipotesi. Viene costituito un grande governo di unità istituzionale che comprende tutti: opposizioni di sinistra, UDC, FLI e anche voi, senatori e deputati del “Cerchio Bruto e Cassio”, magari aumentati da altri parlamentari “peones” del PDL che non hanno interesse a vedere sciolte le Camere. Bene, non sarebbe una prospettiva malvagia, se questo governo fosse in grado di riscrivere presto la legge elettorale, di fare una sana e incisiva legge sui conflitti di interesse italici (non c’è solo Berlusconi), di ridare slancio all’economia italiana (non bastano i tagli e il rigore sulle spalle dei soliti bischeri che, unici, “pagano” la crisi: servono nuove idee per rilanciare il sistema complessivo del Paese). Ma, visto che all’orizzonte si profila una crisi simile a quella che nel 1992 mise sotto attacco la lira, alla fine chi beneficerà delle politiche di rigore (in parte, comunque necessarie) messe in opera da un ipotetico governo di unità nazionale? Cosa accadde dopo il governo rigoroso di Carlo Azeglio Ciampi del 1993?  In quel caso, fu il PDS di Achille Occhetto a determinare la crisi di governo e a far marciare (anzitempo) verso le urne. Chi vinse le elezioni del 1994? Sua Emittenza il Fratello Silvio Berlusconi. Il quale, anche adesso, sciolto da responsabilità di governo (grazie alle quali, invece, dimostra sempre più di essere un governante incapace), potrebbe collocarsi nella comoda posizione di chi lascia fare il “lavoro sporco” al centro-sinistra all’UDC e a FLI e poi si presenta come uno che promette altri 10 milioni di posti di lavoro…Così, ammettiamo pure che, nel futuro della presente legislatura, un eccellente governo guidato da una grossa e capace personalità “istituzionale” faccia una serie di pregevoli atti governativi e legislativi. La cosa sarebbe ottima, se ciò avvenisse dopo la crisi economico-finanziaria imminente. Oppure dopo aver appurato che essa non avverrà, grazie ad uno sforzo politico coeso e strutturato dell’Unione Europea (allo stato delle cose, ci crediamo poco). In ogni caso, la probabile e imminente crisi, cari signori tutti delle opposizioni e del Cerchio di “congiurati carbonari Bruto e Cassio”, lasciatela gestire (si fa per dire) al grande statista (sempre per celiare) Berlusconi. Date modo anche a coloro che ancora gli credono e lo votano (sempre meno, comunque) di vedere sino in fondo quanto sia incapace come Capo del governo. Fategli assaporare fino alla feccia l’amaro calice del suo fallimento governativo. Rendetelo impossibilitato ad avere la fiducia sulle sue famigerate leggi ad personam e costringetelo alle forche caudine quotidianamente, nelle aule parlamentari.
  6. In sintesi. Se Il Fratello Silvio prende anche un solo voto in più per la fiducia, è costretto a rimanere al governo. E per lui sono c…Perché non sa più da dove ri-cominciare, dove andare, che fare. Non lo sapeva neanche a inizio legislatura (2008), ma almeno, per il suo “non fare” disponeva di un’ampia maggioranza. Perciò, amici parlamentari tutti di Camera e Senato, se chiedete un consiglio al sottoscritto e agli altri amici di Grande Oriente Democratico, noi ribadiamo: fate in modo che Berlusconi sia costretto a sopravvivere come Capo del governo, mostrando sino in fondo la sua inadeguatezza dinanzi al corpo elettorale che presto o tardi sarà chiamato a giudicarlo. Poi, fra qualche tempo, quando sarà ormai chiaro che gli italiani, da 17 anni, si sono ingannati sulle qualità governative del Grande Fratello di Arcore, dategli una bella sfiducia non annunciata, secca e perentoria come una bastonata tra capo e collo. Queste mozioni di sfiducia con il Parlamento chiuso per 10 giorni sono state una solenne minchiata, che ha favorito maneggi, corruzioni e compravendite improprie. Prendiamoci tutti qualche mese, affinché Fratello Silvio si mostri definitivamente per quell’inetto che è (verso il bene pubblico, perché verso i suoi interessi ha skills insuperabili); FLI, UDC e API chiariscano cosa vogliono fare da grandi e il centro-sinistra si dia un’identità, dei confini programmatici, un’articolazione plurale di leaders, ciascuno al posto giusto della corale cabina di comando. Poi, lesta come un ladro di notte, fate arrivare a Berlusconi una sfiducia di quelle che ti lasciano senza fiato, inaspettata e micidiale. Non come questa, troppo annunciata, cianciata e depotenziata dalla lunga attesa. D’altra parte, se in queste ore si verificassero una serie di cose tali da rassicurarci tutti sulla stabilità dell’euro e sul mancato pericolo speculativo…e se il bacino dei sostenitori di un governo di unità istituzionale post-Berlusconi si allargasse rapidissimamente, bè, allora le cose cambierebbero prospettiva. In sostanza, se quel processo che noi riteniamo abbia ancora bisogno di qualche mese si realizzasse in poche ore, allora si potrà votare una sonora sfiducia da subito e mandare immediatamente in panchina (a restarci) il Grande Illusionista di Villa La Certosa. Ci crediamo poco in queste accelerazioni miracolose, ma, mai dire mai…

Per semi-concludere questo Editoriale, vorrei brevemente spiegarne il titolo. Il Fratello Berlusconi non gode più della fiducia dei principali statisti e notabili dell’Unione Europea (magari, prossimamente, Wikileaks o qualche altro attore mediatico avrà qualcosa di clamoroso da dirci in proposito…) Non ha più da tempo, non solo la fiducia, ma nemmeno il rispetto e la stima, del principale e tradizionale alleato occidentale dell’Italia: gli USA. A dispetto dei suoi fantomatici sondaggi “fai da te” ad usum delphini (sempre usati per condizionare l’opinione pubblica, ma spesso anche clamorosamente mistificatori a proprio vantaggio), il Gran Sultano di Arcore gode oggi di un consenso fra i suoi connazionali inferiore al circa 27% di voti che prenderebbe il suo Pdl (che non è il 27% degli italiani né degli aventi diritto al voto, bensì il 27% di coloro che effettivamente vanno a votare). Alla luce di queste incontrovertibili nozioni, quando lo sfiduciatissimo (dall’ecumene planetaria di coloro che hanno sale in zucca) Cavaliere reazionario dice di godere della fiducia della maggioranza degli italiani, la spara grossa, come al solito, e mente sapendo di mentire!Gianfranco Fini è stato precipitoso? Probabilmente, da un certo punto in poi, si. La sfiducia non si annuncia con tanto preavviso, se c’è, c’è ! La si dà, si verifica tutte le volte che deve verificarsi, magari fa molto male, specie se si applica a singoli ministri incapaci…e poi, quella definitiva, deve giungere rapida e secca, con in tasca già il nome dei componenti del nuovo esecutivo post-berlusconiano… Il Centro-Sinistra. Ma dov’è? Che cosa propone? Quali sono i suoi confini programmatici, a sinistra e verso il centro? Chi è il leader della coalizione? Quando si celebrano le primarie? Con quale faccia di bronzo e cattiva fede anti-democratica si tenta di evitarle o posticiparle? Sapete, cari compagni, che quello che serve è il lavoro di squadra, con ciascuno nel giusto ruolo? I centravanti e le mezze punte a segnare, i difensori a difendere, i centrocampisti a contenere e a rilanciare? Lo sai, caro compagno Bersani, che se sei tu a incoronare Vendola come candidato specifico del PD alle primarie di coalizione, rafforzi innanzitutto la tua posizione di Segretario PD (cioè di quello che potrebbe diventare il primo partito di governo, nel prossimo futuro)? Lo sai che, se ti contrapponi nelle primarie a Vendola, indebolisci la tua posizione e quella del Partito, rispetto a Sinistra e Libertà? E che se perdi alla primarie, polverizzi la credibilità del gruppo dirigente che ti ha sostenuto? Mentre, se vinci (magari “barando” un pochino…), candidi il Centro-Sinistra tutto alla sconfitta, perché non sei il candidato giusto per battere alle urne Berlusconi, mentre (come Segretario PD) potresti essere un eccellente regista della vittoria di tutta la coalizione prima e del governo del Paese dopo? Te lo vuoi mettere in testa, poi (tu e tutti gli altri dirigenti del partito) che, in una democrazia avanzata, il leader di coalizione deve essere diverso dal leader del principale partito di essa?
Ovviamente, queste ultime considerazioni, ad uso e consumo della dirigenza e dell’elettorato del Centro-Sinistra, le faccio come leader di Democrazia Radical Popolare (www.democraziaradicalpopolare.it ), un Movimento (di liberi muratori e cittadine/i non massoni, uniti insieme) che nelle prossime ore lancerà le proprie precise e concrete proposte per la rigenerazione dell’area politica che comprende SEL, PD, IDV e tutti coloro che vogliono una riscossa del riformismo progressista, socialista e liberal-socialista. Contro i conservatori e i tradizionalisti di sempre, dentro le logge e soprattutto fuori, in questa martoriata società italiana, lacerata da revisionismi neo-borbonici, leghisti e clerico-fascisti. Una società a cui il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Giuseppe Garibaldi seppe dare l’Unità e l’idea di una prospettiva laica e democratica, al prezzo di molto sangue, lacrime e battaglie durissime contro le forze reazionarie dell’epoca. Una società a cui noi di G.O.D e di D.R.P. vogliamo restituire orgoglio delle proprie origini e della propria storia, rilancio economico e culturale, un posto di primo piano in Europa e nel Mondo. Come? Continuate a seguirci e le risposte arriveranno presto. Saranno nette, chiare, perentorie e incisive. Come una lama ben affilata. Come una sfiducia data a tempo debito e senza preavviso… Nel frattempo, se si contenta, il Gran Sultano di Arcore si prenda (forse) l’ultima fiducia loffia al suo traballante e decadente esecutivo. Una Vittoria di Pirro che, a ben vedere, somiglia di più a una Sconfitta. Se poi, nelle prossime ore, maturano certi eventi (e solo in questo caso), allora sarà sfiducia, nonostante tutte le compravendite vergognose di queste ore. Vi immaginate che figura di m…per Fratello Silvio? GIOELE MAGALDI. P.S. In APPENDICE, riporto un’ icastica e attualissima citazione dal bel libro di Alexander Stille, Citizen Berlusconi. IL CAVALIERE MIRACOLO. La vita, le imprese, la politica, Garzanti, Milano 2006-2010, pp.240-242 : “ ‘Berlusconi invece di governare tenta di far uscire di galera i suoi amici, parenti e dipendenti’, dice Bossi a luglio (NDR: del 1994), all’epoca del decreto ‘salvaladri’. Nei mesi successivi Bossi iniziò a chiamare il presidente del consiglio ‘Berluskaiser’e a paragonarlo al dittatore argentino Juan Peròn. ‘Ma vi pare che uno che possiede 140 aziende possa fare gli interessi dei cittadini? Quando quello piange, fatevi una risata, vuol dire che va tutto bene, che non ha ancora trovato la combinazione della cassaforte […] Ogni tanto io a questo Berluscosa gli afferro il polso: pum! Fermo li! Perché sta per mettere le mani sulla cassaforte. Ci prova in continuazione: la Rai, la magistratura, il condono per i suoi amici palazzinari, il decreto sui copyright per la sua Mondadori, le pensioni…’ A metà dicembre (NDR: del 1994) Bossi ruppe formalmente con Berlusconi, ritirò il suo sostegno al governo e accettò di formare un nuovo governo con i partiti dell’opposizione. Berlusconi provò a reagire cercando di convincere un numero sostanzioso di parlamentari della Lega a disobbedire a Bossi e a mantenere l’alleanza con Forza Italia. Bossi iniziò a denunciare il fatto che Berlusconi stesse ‘comprando’ i suoi uomini con promesse di denaro e cariche future. ‘Offrono ai nostri 25 milioni al mese per tutta la durata della Legislatura, in cambio del tradimento di Bossi!’, annunciò pubblicamente un senatore leghista. ‘Qui a Palazzo Madama circolano assegni in bianco!’ Queste accuse non furono mai provate ma la scoperta di centinaia di miliardi di lire in conti Fininvest off-shore, ricevute false e falsi in bilancio pensati per generare grandi quantità di denaro contante ha fatto ben poco per smorzare i sospetti. Ma anche senza tangenti, la capacità di Berlusconi di dispensare legalmente denaro e favori-contratti di consulenza, onorari legali, contratti editoriali, rubriche su quotidiani e riviste, spazi televisivi- gli ha conferito lo straordinario potere di conquistarsi la fedeltà dei membri di altri partiti e di creare una disciplina ferrea nei ranghi di Forza Italia. Bossi, che in passato era oggetto di incessanti lodi sulle reti berlusconiane, provò ora gli effetti del ‘fuoco concentrato’ di un assalto mediatico a tutto campo in cui veniva regolarmente denunciato come ‘Giuda’, ‘traditore’, ‘pazzo’ e ‘venduto ai comunisti’. Secondo un ex deputato di Forza Italia (NDR: Michele Caccavale), i suoi colleghi parlamentari che provenivano dai ranghi della Fininvest erano estremamente chiari riguardo all’utilizzo del potere della televisione per intimidire gli ex compagni di coalizione. ‘Le nostre televisioni sono in grado di distruggere la Lega, e i parlamentari leghisti è ora che se ne rendano conto […] Se faranno cadere il nostro governo andremo a elezioni anticipate, e il loro seggio i parlamentari della Lega se lo possono scordare!’ Nel giro di poco tempo Bossi sparì praticamente dalle reti Fininvest e dai due canali pubblici gestiti da ex dipendenti di Berlusconi, mentre personalità minori della Lega nord che avevano espresso il proprio dissenso rispetto a Bossi e avevano accettato di seguire Berlusconi divennero dalla sera alla mattina delle vere e proprie celebrità. Bossi conservò un numero di deputati sufficiente a far cadere il governo e a formarne uno nuovo, mettendo così fine ai brevi e ingloriosi sette mesi e mezzo della prima amministrazione Berlusconi. Le forze di centrosinistra iniziarono a festeggiare la caduta del ‘piccolo dittatore’, come lo chiamava Bossi. Ma i festeggiamenti erano prematuri. Tra chi si oppose alla fine improvvisa del governo Berlusconi, nonostante fosse su posizioni estremamente conflittuali con l’ex premier, vi fu Indro Montanelli, che, dopo il fallimento del battagliero (e ferocemente antiberlusconiano) quotidiano che aveva fondato, ‘La Voce’, era tornato al proprio vecchio posto al ‘Corriere della Sera’. ‘Berlusconi è una di quelle malattie che si curano con il vaccino. E per guarire da Berlusconi ci vuole una bella dose di vaccino Berlusconi. Bisogna vederlo al potere’.” La storia, a quanto pare, si ripete. Stavolta però, ci siamo noi di G.O.D. e di Democrazia Radical Popolare a vigilare e a dare una mano. www.grandeorientedemocratico.it

Meglio Gramsci che Dan Brown

Lunedì, 14 Giugno 2010

Problema: è possibile oppure no essere democratici e pure massoni? A questa piccola domanda, che per due settimane ha catturato l’attenzione dell’intero gruppo dirigente del Pd, sembra esserci finalmente una timida risposta. Una risposta che, con tanti se, con tanti ma e con tantissimi periodi ipotetici del terzo tipo, pare comunque essere qualcosa di simile a un bel “sì”. Dopo una lunghissima fase istruttoria che ha tenuto impegnato a lungo la più importante tra le commissioni del Pd (quella di garanzia) lunedì sera Luigi Berlinguer ha spiegato che sì, si può essere allo stesso tempo massoni e iscritti al Pd: a patto che al momento di aderire al partito si dimostri che l’appartenenza a una qualsiasi associazione (vale per la massoneria ma vale anche per l’Opus dei, per gli scout o, per dire, per l’Aspen Institute) non è incompatibile con la vita del partito.
Dietro la vivace disputa sulla compatibilità della massoneria non vi sono però soltanto oscure evocazioni di grembiulini o misteriose riunioni danbrowniane convocate da loschi figuri incappucciati. Il dibattito sul massone democratico sfiora infatti una delle questioni più delicate nella vita del Pd e riguarda la sua identità. Qualcuno sostiene che la formula elaborata dalla commissione contenga comunque l’intenzione di voler far scontare una pena a chiunque appartenga a una qualsiasi lobby o associazione. Ma, come ogni sforzo che viene fatto nel Pd per tentare di mettere insieme sensibilità diverse, la decisione dei garanti andrebbe in realtà letta in modo positivo.
E nel suo piccolo – per citare il Gramsci che nel 1925 intervenne su questo tema alla Camera (“Chi è contro la massoneria è contro il liberalismo”) – quella fatta dal Pd potrebbe persino suonare come una scelta liberale. Sarebbe bello che i democratici capissero che il Pd dà il suo meglio quando esercita con intelligenza la sua forza centripeta e non quando tende a coltivare con miopia le sue elitarie vocazioni minoritarie. Ma intanto non può che far piacere sapere che nel Pd c’è ancora qualcuno che preferisce ripassarsi il vecchio Gramsci piuttosto che lasciarsi incantare dalle complottistiche e sconclusionate teorie alla Dan Brown. (ilfoglio)

Ordini cavallereschi all’assalto del Potere

Lunedì, 17 Maggio 2010

«Ma soprattutto – ricostruisce Kocci (Luca Kocci, giornalista di Adista, ndr) – Camaldo è stato il “regista” della visita dei Savoia in Vaticano, il 23 dicembre 2002, appena decaduto il divieto di ingresso in Italia per i “reali”; ha aiutato Emanuele Filiberto ad organizzare il suo matrimonio con Clotilde Courau, celebrato dal cardinale Pio Laghi nella basilica di Santa Maria degli Angeli, a Roma, nel settembre 2003; ha concelebrato il battesimo della figlia di Emanuele Filiberto, Vittoria Chiara, nella basilica inferiore di san Francesco, ad Assisi, a maggio 2004; ed e’ grande amico di Vittorio Emanuele, come ha spiegato Pizza ai magistrati di Potenza: l’erede al trono “e’ stato ospite a casa sua nell’appartamento di San Giovanni Laterano”». Trait d’union fra le due alte sfere – il Vaticano e Casa Savoia – potrebbero essere i due ordini religiosi che vedono rispettivamente in campo monsignor Camaldo e Vittorio Emanuele.
La Gran Cancelleria dell’Ordine al Merito di San Giuseppe, che vede tra gli affiliati monsignor Francesco Camaldo nel ruolo di “cavaliere ufficiale”, vanta ascendenti nel granducato di Lorena Asburgo: Gran Maestro e’ infatti «S. A. I. e R. (sua altezza imperiale e reale, ndr) Arciduca Sigismondo d’Asburgo Lorena Toscana, Gran duca titolare di Toscana, Arciduca d’Austria, Principe reale di Ungheria e di Boemia».

Poi, subito, la prima scoperta. Chi troviamo nella pomposa lista dei “commendatori”? Nientemeno che il «Gen. Dott. Amos Spiazzi di Corte Regia», al secolo, quello stesso neofascista definito dal giudice Felice Casson «un convinto e irriducibile cospiratore» ed arrestato nel 1974 per il golpe della “Rosa dei venti”, organizzato in ambienti militari di estrema destra, compresi Ordine Nuovo e i servizi segreti sia italiani che di alcuni paesi della Nato. Condannato a 5 anni di reclusione, nel 1984 fu assolto in appello. Analogo esito aveva subito la condanna all’ergastolo per la strage della questura di Milano.

Non appena riabilitato, il camerata Spiazzi, che si proclama “vittima” della malagiustizia italiana, nel 2002 ha fondato i “Fasci del lavoro” in provincia di Mantova. E si da’ da fare, oltre che nell’Ordine di San Giuseppe, anche nell’altra corazzata dai contorni massonici, le Guardie d’onore di Napoleone: un consesso “nobiliare” che rilascia titoli accademici, baronie e marchesati compresi, a coloro che si iscrivono ai corsi per body guard e mercenari.

Ma ben altri vip popolano le auguste stanze dell’Ordine di San Giuseppe. Gran Cancelliere (praticamente il numero 2, dopo il sovrano d’Asburgo) e’ «Marchese Cav. Gr. Cr. Vittorio Pancrazi», ex vertice del Banco Ambrosiano (poi capo dell’ufficio fidi alla Comit di Firenze), da qualche anno riconvertito al ruolo di vinicultore nella sua tenuta di Bagnolo a Montemurlo, vicino Prato.

Eccoci al notabile numero 3, il vice gran cancelliere «Marchese Gr. Cr. Dott. Don Domenico Serlupi Crescenzi Ottoboni», formidabile trait d’union fra l’Ordine di San Giuseppe e i confratelli del Sacro Militare Costantiniano Ordine di San Giorgio, armati di cappa e spada per difendere i “valori” delle crociate attraverso il loro Gran Maestro Carlo di Borbone.

Ai valori terreni provvedono altri confratelli di monsignor Camaldo, come il membro delle commissioni tributarie Francesco d’Ayala Valva, o il presidente della Cassa di Risparmio di Firenze Aureliano Benedetti, in questi giorni impegnato nella contrastata fusione del suo istituto di credito con Banca Intesa; si divide invece fra onorificenze e business umanitario il «Grande Ufficiale Comm. Cav. Lav. Flaminio Farnesi», governatore di quella Arciconfraternita della Misericordia e del Crocione di Pisa titolare di una convenzione con la locale Asl per il servizio di ambulanze.

Non mancano, nell’Ordine di San Giuseppe, nomi di spicco della politica (i presidenti della Regione Toscana Claudio Martini e del consiglio regionale Riccardo Nencini), e della cultura. Se nel primo caso potrebbe trattarsi d’una iscrizione rituale e, in qualche modo, dovuta, niente permette di escludere che sia piu’ che convinta l’adesione di due intellettuali come il filosofo siciliano Francesco Adorno e soprattutto il medievalista Franco Cardini, ex membro del consiglio d’amministrazione Rai, entrambi nominati “Cavalieri” dell’Ordine.

Un passato in politica vanta invece l’ex duro e puro della Lega Nord Alberto Lembo, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Giuseppe, eletto la prima volta al senato con la casacca di Umberto Bossi, poi un passaggio in An e infine, dopo lo schiaffo dell’esclusione dalle candidature 2006, fondatore di una sigla monarchica fai da te. Altri confratelli “eccellenti” di monsignor Camaldo nell’Ordine di San Giuseppe sono poi un prelato del calibro del cardinale tedesco Augusto Meyer, a lungo presidente del Pontificio Consiglio “Ecclesia Dei”, e monsignor Alberto Vallini, assistente ecclesiastico della “Primaria Associazione Cattolica”.

Tra i civili di sangue blu, anche il cavaliere Giuseppe Pucci Cipriani, artefice ogni anno di un raduno a Civitella del Tronto durante il quale, vagheggiando il ritorno del papa re, si fa in quattro per favorire le nozze fra i leghisti di Mario Borghezio e i ruspanti
neoborbonici partenopei. Ma di Pucci Cipriani si ricordano soprattutto l’amicizia con il commissario Luigi Calabresi, ucciso dalle Br, e le successive frequentazioni con l’omicida pentito Leonardo Marino.

Dulcis in fundo, fra cavalieri, croci e gran maestri dell’Ordine di San Giuseppe, fino a poco tempo fa si aggirava anche il massone conclamato Luciano Pelliccioni, il cui nome risulta ora scomparso dalle liste. Di Pelliccioni si era occupato per la prima volta a fine anni ottanta il magistrato torinese Lorenzo Poggi nell’ambito di un procedimento penale per associazione a delinquere finalizzata «alla confezione e distribuzione di diplomi di laurea privi di valore legale recanti timbri Cee contraffatti», che vedeva fra gli indagati anche il fondatore del Parlamento Mondiale di Palermo, “Sua Beatitudine Viktor Busa’”, descritto come personaggio «in rapporti col massone di spicco della circoscrizione Sud Usa, il principe Alliata di Monreale».

«Busa’ – si legge in una consulenza resa all’epoca da esperti della Procura piemontese – risulta essere collegato anche al Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di San Giorgio in Carinzia attraverso il suo Gran Maestro, Luciano Pelliccioni. Di quest’ordine si era interessato il giudice Giovanni Tamburino all’epoca dell’inchiesta padovana sull’organizzazione eversiva “Rosa dei Venti”».

Brani tratti dall’articolo “Massoni da Dio” uscito su La Voce delle Voci di giugno 2007 e ripubblicato sul sito www.lavocedellevoci.it.

La “giudeo-massoneria”: esiste?

Lunedì, 9 Marzo 2009

A) La tesi di «Massimo Introvigne» (1)?

Massimo Introvigne e J. Gordon Melton, hanno scritto un libretto suggestivo (2) in cui cercano di sostenere che, in senso stretto, non esiste un giudaismo ma vi sono diversi giudaismi (come non esiste una massoneria ma diverse massonerie).
Quindi «ipotizzare una… unità d’intenti… [del giudaismo, o della massoneria] appare, più che ‘complottistico’, ridicolo» (3).
Infatti – secondo i due autori – vi sono tre possibili identità dell’ebraismo:

1) «identità religiosa»: fondata sulla religione ebraica, ma essa presenta molte varianti teologiche e dottrinali, dunque non si può parlare di un ebraismo religione;
2) «identità nazionale»: in quanto parte di una nazione con un patrimonio comune di tradizione e di cultura, ma la grande varietà di «ebraismi» mostra che si tratta di una «unità immaginata»;
3) «identità sionista»: legata a uno Stato specifico (Israele), ma i padri fondatori del sionismo (Ben Gurion e Vladimir Jabotinsky) erano molto divisi tra loro, e addirittura oggi (con Benny Morris, Tom Segev e i nuovi storici israeliani, per non parlare di Ariel Toaff) ci si trova in una fase di «post-sionismo» che rimette in questione la stessa essenza del sionismo (4).

A queste tre diverse identità, corrispondono – sempre secondo Introvigne e Gordon – tre diverse forme di anti-ebraismo:
a) L’«anti-giudaismo» (5): che si oppone teologicamente alla religione giudaica, ma siccome non esiste – in senso stretto – una religione ebraica, così l’anti-giudaismo teologico, esiste solo nell’intelletto ed è un’allucinazione senza fondamento nella realtà;
b) L’«anti-semitismo»: che si oppone al popolo o nazione ebraica, spesso nella sua variante biologica, facendone una «razza», però siccome il popolo ebraico non ha unità di cultura e di tradizione (e tanto meno è una razza), l’anti-semitismo non ha fondamento nella realtà è solo un ente logico «deviato»;
c) L’«anti-sionismo»: che considera illegittimo e colonialista lo Stato d’Israele; tuttavia siccome oggi siamo in fase post-sionista, anche l’anti-sionismo non ha fondamento nella realtà, ma solo nell’intelligenza malata d’alcuni ridicoli complottisti (6).
Nonostante tutto, seguitano i due studiosi, «continuano a circolare teorie del complotto [antisemitismo e antimassonismo] in parte fondate sui Protocolli dei Savi di Sion» (7).
Esse si ostinano a riproporre lo stereotipo di una grande congiura ebraico-massonica.
Però, innanzitutto non vi è una massoneria, ma vi sono diverse massonerie, quella anglo-americana (religiosa e non anticlericale) e quella francese o latina (irreligiosa e anticlericale) (8).
In secondo luogo, gli ebrei che – secondo il complottismo – sarebbero all’origine della massoneria, non sono stati sempre ammessi nella massoneria, quindi non ne possono essere la fonte.
Ma, quello che è più grave «le ‘teorie del complotto’ cadono sempre nello stesso errore: si riferiscono a ‘gli’ ebrei – e anche a ‘la’ massoneria – come se si trattasse di realtà unitarie» (9).

B) La tesi cattolica

α) La sana ragione e il buon senso

Il fatto che vi siano varie correnti (teologiche o filosofiche) nell’ebraismo è pacifico, ma ciò non vuol dire che la diversità accidentale di scuole, distrugga l’unità sostanziale dell’ebraismo come religione o tradizione, (popolo, e dopo il 1948, nazione).
Altrimenti anche il cristianesimo non esisterebbe più come una religione o tradizione; infatti, vi sono state varie eresie (ad esempio il protestantesimo), diversi scismi (per esempio, l’ortodossia), che si sono separate dal corpo della Chiesa romana, fondata da Cristo su Pietro.
Ma la Chiesa continua ad essere Una («Unam»), come recitiamo nel Credo; è un articolo di fede, oltre che di buon senso.
Inoltre nella Chiesa cattolica stessa, vi sono delle scuole teologiche assai diverse e in alcuni casi contrapposte (si pensi alla controversia tra gesuiti e domenicani sul problema della conciliabilità tra «volontà salvifica universale di Dio» e il «libero arbitrio dell’uomo».
La Chiesa ha dovuto proibire le dispute su tale argomento, nel 1681, poiché fioccavano accuse reciproche d’eresia, tra i due ordini riconosciuti dalla Chiesa stessa.
Il Papa ha lasciato libertà d’opinione, ed entrambi gli ordini o le scuole teologiche, erano approvati dalla Santa Sede, come cattolici a pieno titolo, con divieto assoluto di considerarne uno o l’altro fuori dell’ortodossia).
Ora secondo il modo di procedere d’Introvigne e Gordon, non vi sarebbe più un cristianesimo ed un cattolicesimo, ma vari cristianismi e cattolicismi.

Inoltre, monsignor Henri Delassus, spiega che con la Rivoluzione francese e l’Illuminismo, «dopo diciotto secoli di rigidità monolitica nelle proprie teorie e pratiche religiose, Israele si divide, sostanzialmente, in due tronconi: il giudaismo liberale e quello ortodosso-tradizionalista. (…) Tuttavia non bisogna pensare – erroneamente – che il primo, rinunciando alle credenze e pratiche religiose dei suoi avi, rinneghi la propria razza ed abbandoni le pretese di dominio su tutti i popoli della terra. Esso sostiene che la trasformazione liberale del giudaismo è necessaria al compimento del suo destino di dominatore (…). Quindi se gli ebrei talmudisti (ortodossi-tradizionalisti) differiscono dai liberali, è soltanto sul punto di sapere quale sia il miglior mezzo da impiegare, per conseguire lo scopo di dominare il mondo. Il fine resta lo stesso per il giudaismo liberale come per quello tradizionalista; cambiano solo i mezzi o la tattica (…). I talmudisti continuano ad attendere un ‘messia-persona’, in carne ed ossa, che li renderà padroni dell’universo. I liberali, invece, asseriscono che il ‘messia’ è la Rivoluzione (…), la quale distruggerà le patrie e le religioni; soprattutto quella cattolica, per far regnare sul mondo l’israelitismo liberale ed umanitario (…). Infiltrandosi nella Chiesa di Cristo, e facendovi penetrare l’idea che tutte le religioni si equivalgono, sono sorelle ed amiche, fondate su un’unica base ‘etica’ o ‘morale’ soggettiva che accomuna, lasciando da parte i dogmi che dividono» (10).

Il prelato francese, spiega anche che il giudaismo liberale «conta molto sull’istinto della razza, stimato indistruttibile, per il compimento del destino d’Israele. (…) Esso quindi, oltrepassa l’ortodossia religiosa, per lanciarsi nell’interconfessionalità, vista come mezzo per ‘confondere’ tutte le religioni e preparare la via alla Nuova Gerusalemme che rimpiazzerà le patrie e la Roma dei Papi» (11).
Come si vede, il giudaismo mantiene l’unità di fine, varia solo quanto ai mezzi.
Anzi proprio l’ebraismo liberale, che sembrerebbe – a prima vista – «dal volto» più «umano», è quello più fortemente razziale e razzista, facendo della stirpe la sostanza immutabile del giudaismo e della religione soltanto un accidente, che può evolvere (liberamente e liberalmente) per ottenere il fine prefisso.
Quindi, le distinzioni che Introvigne e Gordon, rilevano – giustamente – nel giudaismo odierno, (come del resto ai tempi di Gesù, vi erano due fazioni principali del giudaismo, quella dei farisei e quella dei sadducei, che miravano entrambi alla di Lui distruzione fisica e morale, pur essendo assai diverse tra sé), lungi dal dimostrare la sua non-esitenza, ne provano la sua unità d’intenti, sotto numerosi strumenti che concorrono (strategicamente e tatticamente) assieme, e perciò più pericolosamente, proprio perché molteplici e apparentemente diversi, alla guerra per il dominio universale, che oramai (vedi Palestina, Iraq e Iran) – a prescindere dai «Protocolli» veri o falsi che siano – è sotto gli occhi di tutti («contra factum non valet argumentum»).

β) L’argomento d’autorità

Secondo Leone XIII, il genere umano si divide (misticamente o spiritualmente) in due campi opposti e nemici.
«Sin dal momento del peccato d’Adamo…, il mondo si è diviso in due campi nemici, i quali non cessano di combattersi, l’uno per la verità e la virtù, l’altro per i loro contrari» («Humanum Genus», 1884).
Il Papa, continua e spiega che il primo accampamento è la Chiesa, mentre il secondo è «il regno di satana, nel quale si trovano tutti coloro che seguono gli esempi del diavolo e dei nostri progenitori» («ivi»).
Tale distinzione è classica (non è manichea dacché il male non è assoluto o infinito, ma rappresenta una deficienza finita e limitata di bene) e fa parte della tradizione cattolica; infatti già nel 354-430, Sant’ Agostino ( «La Città di Dio», XIV, 28) – citato da Leone XIII – parlava di «due amori, che hanno dato luogo a due città: quella terrena che nasce dall’amor di sé spinto sino all’odio di Dio, e quella celeste che nasce dal disprezzo di sé sino all’amor di Dio».
San Tommaso d’Aquino, nella Somma Teologica, spiega che «chi governa deve condurre i suoi sudditi al proprio fine. Ora il fine del diavolo è quello d’allontanare la creatura da Dio…, presentato sotto forma di libertà» (S.T., III, q.8, a.7).
Ossia la tattica infernale e peccaminosa di satana è quella adottata dal liberalismo, porre la libertà come assoluto e come fine ultimo dell’uomo e non come mezzo utile per cogliere il fine che è il bene (buon uso della libertà) e non il male (cattivo uso di essa).
Sempre secondo l’Aquinate, come i buoni formano il corpo mistico della Chiesa, sotto il comando di Gesù; così i malvagi formano una «sorta» di corpo mistico dell’inferno, sotto l’imperio di satana.
Tuttavia non vi è una somiglianza perfetta, tra queste due realtà, ma solo un’analogia (poiché Cristo governa direttamente l’animo umano, mentre il diavolo e l’Anticristo solo indirettamente), come quella che vi è tra Papa e re (in quanto il Papa governa spiritualmente, infallibilmente e divinamente assistito, mentre il re solo temporalmente); infatti mentre Cristo influisce direttamente sull’intelletto e la volontà dell’uomo, il diavolo non può agire direttamente su queste facoltà spirituali, quindi governa i suoi solo estrinsecamente o dall’esterno, tentandoli e portandoli al peccato sotto apparenza di libertà (S.T., articolo citato).

Nell’articolo 8 della stessa parte e questione della Somma Teologica l’Angelico specifica che «l‘anticristo può essere chiamato il capo dei malvagi, a causa della pienezza della sua malvagità, poiché sarà più di tutti sotto l’influenza del diavolo e toccherà l’apice della malizia e della rivolta contro Dio».
«Nell’Anticristo, sarà presente il capo di tutti i cattivi (il diavolo), non per unione personale, né per in abitazione intima, perché solo Dio Trino penetra l’anima (…), ma solamente per gli effetti della sua malizia» (ad 1um).
Inoltre, «come il capo di Cristo è Dio e Cristo è egualmente capo della Chiesa, (…) così l’Anticristo è membro del diavolo e tuttavia egli stesso è capo dei cattivi [secondo una certa analogia]» (ad 2um).
Poiché «nell’Anticristo, il diavolo porterà a capo la propria malizia, raggiungendo in lui (Anticristo) il perfetto compimento dei suoi sforzi» (ad 3um).

Quindi, l’anticristo finale (diversamente dagli anticristi iniziali), per San Tommaso che segue l’opinione comune dei Padri della Chiesa, come poi anche per i Dottori ecclesiastici, è una persona fisica e non un’epoca o un’istituzione, come ritengono alcuni esegeti modernizzanti o liberali i quali si discostano – così – dalla Tradizione divina e divino-apostolica della Chiesa; proprio come per il rabbinismo talmudico (che si è allontanato dalla Chiesa di Dio nell’Antico e poi anche nel Nuovo Testamento) il messia non è una persona ma un’idea o una realtà morale.
Molto prima di San Tommaso e di Sant’Agostino i primi Padri apostolici hanno insegnato – con buona pace d’Introvigne e Gordon – la stessa dottrina.
La «Didachè» (90 dopo Cristo) parla di «due vie», ‘«Epistola di Barnaba» (98 dopo Cristo) racconta della «via della luce e di quella delle tenebre, degli angeli e di satana», seguono
Sant’ Ippolito, nel III secolo («Sull’Anticristo», VI) e nel VI secolo San Gregorio Magno («Moralia», XXXIV, 4).
Anzi si può risalire al Nuovo Testamento; nel Vangelo, Gesù ci parla di «due padroni: o Dio o Mammona» (Matteo VI, 24), «la luce e le tenebre» le incontriamo quasi ovunque nel Vangelo di Giovanni, le «porte dell’inferno», contro la «Chiesa [di Cristo]  fondata su Pietro»
(Matteo XVI, 18).
San Paolo oppone «Cristo a Belial», il «tempio di Dio e quello degli idoli» (2^ Corinti VI, 14-18).

Addirittura tale opposizione la si trova all’inizio dell’Antico Testamento; nella Genesi (III, 15) Dio rivela di aver posto «delle inimicizie tra il serpente e La Madre di Gesù Cristo, tra la razza del diavolo e quella di Cristo. Essa schiaccerà il capo del diavolo che, a sua volta, tenterà di morsicare il suo tallone».
Come pure l’ultimo libro della Bibbia (riprendendo e ultimando proprio il «proto-vangelo» della Genesi), l’Apocalisse conclude narrando la lotta tra Dio e il maligno, i buoni e i malvagi, dall’inizio del mondo «sino alla sua fine», dando un messaggio di speranza (come insegnano unanimemente i Padri della Chiesa): in mezzo alle persecuzioni non bisogna mai disanimarsi, Dio «alla fine» vince col bene il male, Cristo vince l’Anticristo (12).
Molto bello è il commento che ne fanno Sant’ Ignazio da Loiola nella contemplazione dei «Due stendardi» dei suoi «Esercizi spirituali», San Louis-Marie Grignion de Montfort («Trattato della vera devozione alla Vergine Maria», § 51, seguenti), Pio IX, nella definizione del Dogma dell’Immacolata Concezione («Ineffabilis Deus», 1854).
Ma la tesi d’Introvigne e Gordon, si fonda direttamente e principalmente sul fatto che non esiste «un» giudaismo (come religione, popolo o Stato) e neppure «una» massoneria, ma diversi giudaismi e diverse massonerie.

Cerco di rispondere direttamente a tale tesi, fondandomi ancora sulla Tradizione cattolica.

Genericamente:
E’ vero che «l’esercito del male» (in generale) è diviso, o che vi sono molte forze, apparentemente, in opposizione tra loro, ma esse sono realmente unite:
1) Quanto alla causa finale; infatti vi è un unico fine che perseguono, non sempre scientemente,
i suppositi di satana (giudaismo, massoneria, islamismo, comunismo, liberalismo, gnosticismo, esoterismo…): l’odio verso il vero Dio (Padre, Figlio e Spirito Santo) e la sua Chiesa (cattolica, apostolica e romana), ossia l’anti cattolicesimo (cospirazione contro la Chiesa o contro-chiesa e complotto anti-cristiano).
2) Quanto alla causa efficiente del «regno di questo mondo» essa è Lucifero o il diavolo che si rivoltò contro Dio gridando «non serviam» e fu precipitato in inferno ove cospira «alla perdizione delle anime».
Egli è una specie di capo di un perverso corpo mistico che l’Apocalisse (II, 9) chiama «sinagoga di satana».
Monsignor Pier Carlo Landucci nel suo Commento all’Apocalisse, scrive: «Avendo respinto il Messia, (…) avevano perduto tutte le promesse [dell'Antico Testamento], e la loro eredità era passata all’‘Israele di Dio’ (Galati VI, 16), ossia al vero popolo di Dio che è la cristianità (…) venendo ad essere ‘figli del diavolo’ (Giovanni VIII, 44), così da costituire la ‘sinagoga di satana’ Apparisce netta la contrapposizione  tra la ‘sinagoga’, come espressione del giudaismo nemico di Cristo, e la ‘Chiesa’, come espressione del cristianesimo (…). Alla ‘sinagoga di satana’ si contrappone la ‘Chiesa’, ossia il popolo di Dio che è la cristianità» (13).
3) Tale corpo di malvagi, i mondani o «i figli di questo secolo», formano la causa materiale del «regno di questo mondo» in opposizione al «regno dei cieli».
4) L’essenza o causa formale dello «stendardo di Lucifero» è l’orgoglio, ossia voler essere fine di se stesso, è l’essenza del peccato di Lucifero e d’Adamo («eritis sicut dii»), non voler o dover dipendere da Dio, l’auto-sufficienza naturalistica l’auto-divinazione esoteristica.

Specificatamente:

Rispondo all’obiezione secondo cui non esiste un ebraismo e una massoneria, ma solo diversi ebraismi e massonerie.

ά) Il giudaismo (da parte ebraica)

Il professor Riccardo Calimani scrive che «Ebreo…, nella Bibbia è [una parola] legata alla radice ‘avar’ che significa ‘passare’. Ebreo è quindi colui che passa, che erra, che va da un Paese all’altro. La definizione, però, può essere intesa anche in senso metaforico: (…) un pensiero nomade che non si rassegna alla staticità, ma preferisce essere dinamico, critico, senza fossilizzarsi. (…) Israelita significa… membro del popolo che ha tenuto testa a Dio» (14).
Come si vede per il professor Calimani, esiste l’ebraismo (basti veder il sottotitolo del suo libro: «L’ebraismo spiegato ai non ebrei»), esiste un popolo ebraico, un pensiero ebraico. Eppure, egli è un israelita e non un allucinato antisemita e complottista.
Anzi, l’insigne studioso d’ebraismo, continua: «Privi di una vera gerarchia per oltre venti secoli, gli ebrei in genere hanno sviluppato una mentalità aperta, antidogmatica, che si nutre di una critica radicale e continua» (15).
Ecco definita l’unità (sostanziale sotto diversità accidentali) di pensiero e tradizione culturale dell’ebraismo.
Il Calimani distingue, poi, accuratamente ebreo da non-ebreo «I rabbini, nel Talmùd, arrivarono alla conclusione che non si era avuta una sola Rivelazione di Dio, bensì due: la prima era stata fatta a favore di tutta l’umanità, la seconda, destinata a Mosè sul Sinai, era riservata al popolo di Israele» (16).
Come il giudaismo talmudico ritiene che vi siano due messia, uno per gli ebrei e l’altro per i «gojim» (17).
Ecco la teoria della legge noachide, d’origine rabbinico-talmudica (tanto cara anche alla massoneria che, almeno in questo, dovranno concedere Introvigne e Gordon, dipende dal giudaismo talmudico), riservata al solo popolo ebreo.

Quindi geneticamente o etnicamente vi è l’ebreo [figlio di una madre e nipote di una nonna ebrea, «mater semper certa, pater numquam»] e gli altri che sono «non-ebrei».
Inoltre Dio «piuttosto che come creatore del cielo e della terra,… viene visto soprattutto come liberatore del suo popolo» (18).
Quindi Israele non solo è un popolo ma è il popolo di Dio e ciò che caratterizza la Deità non è il fatto di essere l’Essere perfettissimo creatore del mondo, personale e trascendente; ma il suo rapporto con il popolo ebraico che «ha saputo tenere testa a Dio» (come ci ricordava il Calimani, pagina 25), vale a dire che è un rapporto paritetico e non di priorità e sudditanza.
Per quanto riguarda il Messia, «Il giudaismo – spiega il Calimani – ha sempre considerato la redenzione come un evento che doveva prodursi nella storia e realizzarsi in modo palese per il popolo ebraico. L’arrivo del messia è il risultato di un processo di liberazione… terrena» (19). Quindi, solo il popolo ebraico è redento, vale a dire liberato e arricchito terrenamente, gli altri (i non ebrei) sono relativi (e sudditi) ad Israele.
Il messia non è Cristo; infatti «in questo mondo flagellato dalle guerre, dalle malattie e dalla fame, il messia non è sicuramente arrivato» (20), il giudaismo rabbinico-talmudico d’oggi, la pensa esattamente come quello che disputava, duemila anni fa, con Gesù e che lo ha respinto proprio perché egli parlava del regno dei cieli mentre esso voleva un regno temporale che gli avrebbe dato la libertà dai romani e il dominio di questo mondo.

Il millenarismo medievale gioachimita, rientra perfettamente nei parametri del pensiero talmudico di ieri come d’oggi.
Infatti, «l’aldilà è una questione secondaria, … non fondante» (21).
Inoltre la fonte d’ogni rivoluzione – spiega il Calimani e non «i fanatici dell’Apocalisse» – è il giudaismo; infatti «il pluralismo delle idee, ritenuto una conquista del mondo contemporaneo, per gli ebrei, cacciati in esilio…, è stato una vera manna (…) per descrivere la sana anarchia degli odierni mondi (…) [c'è] il giudaismo [che è] una sorta di jazz. Il giudaismo è per il significato quello che il jazz è per il suono: c’è dentro spontaneità, ribellione, anarchia, capacità d’interpretazione libera e individuale (…) [il giudaismo] è improvvisazione, contraddizione, affrancamento, desiderio di forzare gli schemi… di raggiungere i limiti, energia creatrice in grado di irradiare vitalità (…), ‘il giudaismo non si è mai nutrito di metafisica’» (22).
Egli ammette apertamente che ciò che si reputa essere una conquista della modernità, il pluralismo, è invece un retaggio del pensiero «nomade» e irrequieto del giudaismo, il pensiero giudaico è
anti-metafisico, poiché privilegia il divenire e misconosce l’essere (ecco la grande differenza tra Antico Testamento (o giudaismo mosaico) e il talmudismo (o giudaismo post-biblico); nel primo troneggia la metafisica dell’Essere [Es. III, 14: «Ego sum qui sum»], Dio è l’Essere stesso sussistente.
Mentre nel secondo primeggia il divenire, la contraddizione, la dialettica, la rivolta, l’anarchia,
il libero esame, l’evoluzionismo creatore e vitalistico, ossia il nichilismo o il nulla come lotta contro l’Essere o Dio.
«Il cristianesimo [secondo il Calimani] è una setta ebraica» (23); tale opinione è stata ribadita recentemente dal rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni: «Il rapporto che [noi ebrei] abbiamo con la Chiesa cattolica non è un rapporto tra pari, un cristiano cosciente (…) non può fare a meno d’Israele. Per noi [ebrei], loro [i cristiani] sono una deviazione… Per loro, l’incontro con l’ebraismo è fondamentale (…) per noi [l'incontro con il cristianesimo] può essere deviante» (24).
Per esser ebreo cosa occorre?

Il Calimani risponde candidamente: «E’ ebreo chi è figlio di madre ebrea» (25).
Ecco cos’è l’ebraismo: «Il culto del sangue e del suolo», ossia un popolo che ha una comunanza etnica (l’elemento necessario ed essenziale), dalla quale deriva un modo di pensare e di vivere, ossia una filosofia che può essere religiosa o meno (l’elemento secondario e accidentale).
Quest’opinione, che potrebbe sembrare un po’ razzista, è confermata dall’autorevole insegnamento di Elio Toaff rabbino capo (quando scriveva) di Roma: «Gli ebrei – domanda Alain Elkann – sono un popolo o una religione? Sono un popolo – risponde Toaff – che ha una religione» (26).
Gli ebrei sono uniti non tanto dalla lingua e neppure dalla religione poiché «non tutti gli ebrei sono religiosi…, ma il legame esiste in quanto appartenenti al popolo ebraico» (27).
Per quanto riguarda Cristo e il cristianesimo Toaff continua: «L’epoca messianica è proprio il contrario di quello che vuole il cristianesimo: noi vogliamo riportare Dio in terra, e non l’uomo in cielo. Noi non diamo il regno dei cieli agli uomini, ma vogliamo che Dio torni a regnare in terra (…) La speranza dell’ebraismo è di arrivare a questa grande religione universale, [tuttavia] la religione ebraica è per il popolo ebraico e ‘basta’» (28).
La legge ebraica, secondo Toaff, «non parla mai dell’aldilà. (…) gli atti, le opere hanno maggior valore della fede (…) se non c’è la fede e l’individuo si comporta bene si salva ugualmente» (29).

Così pure il messia non è una persona ma un’idea o una forza.
La tesi del fariseismo che contraddiceva Gesù è ancora la base portante del giudaismo odierno, basta esser figlio di madre ebrea (è una questione di sangue, di razza o d’etnia «ad intra» o esotericamente; mentre «ad extra» o essotericamente è meglio parlare di popolo) ed agire esteriormente in conformità al pensiero talmudico o alle «tradizioni giudaiche», il resto è secondario, ci si può credere o no tutto va bene.
Infine Robert M. Seltzer scrive, nella prestigiosa «Enciclopedia delle religioni» diretta da Mircea Eliade che «gli ebrei sono, a buon diritto, un popolo storico e un corpo sociale fondato e stabilito dalla tradizione religiosa ebraica. (…) Che gli ebrei siano, nello stesso tempo, un popolo e una comunità religiosa è documentato dal complesso intrecciarsi di nazionalità e religione nel corso della storia ebraica. (…) Il popolo ebraico era già una nazione prima che la sua religione raggiungesse la sua forma matura, e la tradizione religiosa mantenne integra l’identità del popolo, quando gli ebrei divennero una minoranza in tutte le terre dove ebbero a risiedere (…) Secondo il giudaismo rabbinico, gli ebrei sono i discendenti diretti,  fisici, del resto d’Israele pre-esilico (…) Secondo la legge rabbinica,  fin dal II secolo dopo Cristo, il figlio di una madre ebrea e di un padre gentile è ebreo, ma il figliuolo di una madre gentile e di un padre ebreo è gentile» (30).
Perciò, le autorità scientifiche e religiose del giudaismo attestano inequivocabilmente che c’è un giudaismo religione, un giudaismo popolo e una nazione finalmente ebraica.

β) Il complotto giudaico (da parte cattolica)

E’ divinamente rivelato – con buona pace d’Introvigne e Gordon – nel Vangelo di Giovanni (IX, 22): «I giudei ‘cospiravano’ di espellere dalla Sinagoga chiunque riconoscesse che Gesù era il Cristo».
Negli Atti (XXIII, 12-15) leggiamo che «alcuni giudei si riunirono e ‘congiurarono’ di non toccare cibo né bevande, sino a che non avessero ucciso Paolo».
Il magistero autentico della Chiesa ha precisato che vi è «una vasta cospirazione, tramata contro i re e gli imperi» (Pio VI, «Allocuzione al Concistoro», 17 giugno 1753).
Inoltre, Pio VII insegna che «si è formata una congiura («conjuratio») contro il deposito della dottrina cristiana» («Diu satis», 15 maggio 1800).
Ancora Pio VII scrive che «nella folle speranza di distruggere la Chiesa, la maggior parte dei nemici di Cristo si sono uniti in società segrete e sette occulte, per aggregare, in tal modo, un maggior numero d’adepti al loro ‘complotto’ » («Ecclesiam a Jesu Christo», 13 settembre 1821).
Infine Pio IX parla dei «figli di questo mondo che si sforzano… di combattere, accanitamente, la Chiesa di Cristo… con criminali ‘complotti’…, in cui si riuniscono tutte le società segrete, uscite dall’inferno per distruggere il regno di Dio dappertutto» («Qui pluribus», 9 novembre 1846).

Quanto alla massoneria

La Chiesa nel Codice di Diritto canonico del 1917 (canone 2.335) parla, in senso stretto, di «macchinazioni», e insegna che chi si iscrive a «la setta massonica» incorre «ipso facto» nella scomunica riservata «simpliciter» alla Santa Sede, senza far distinzioni di «massonerie» (anglo-americane o franco-latine), anzi tale teoria di varie massonerie, alle quali (se meno anticlericali) sarebbe stato lecito iscriversi è stata esplicitamente respinta e condannata ufficialmente.
Infatti, il 20 aprile del 1949 il Sant’ Uffizio emanò una Dichiarazione in cui si rispondeva ad un quesito del vescovo di Trento (che domandava se fosse vero che un certo ramo della massoneria, non solo permetterebbe ai suoi adepti di praticare liberamente la religione cattolica, ma inculcherebbe la fedeltà ad essa), insegnando che «nulla è avvenuto da poter far cambiare, in questa materia, le decisioni della Santa Sede che perciò permangono sempre, nel loro valore, per qualsiasi forma di massoneria».
Il Maestro dei Sacri Palazzi, padre Mariano Cordovani O.P., sull’Osservatore Romano (19 marzo 1950) scrisse un articolo («La Chiesa e la Massoneria», pagina 1) in cui spiegava che «fra le cose che risorgono e riprendono vigore…, c’è la massoneria con la sua ostilità sempre rinnovata contro la Chiesa cattolica» smentendo la novità secondo cui «la massoneria di un certo tipo non sia più in contrasto con la Chiesa».
Anche la Conferenza Episcopale Tedesca, il 28 aprile del 1980 ha promulgato una Dichiarazione circa l’appartenenza di cattolici alla massoneria, in cui insegnava che essa «non è mutata nella sua essenza».
Per quanto riguarda le diverse correnti all’interno della massoneria, si parla di una corrente di massoneria favorevole ad una «soggettiva» visione e del cristianesimo, ma si ribadisce che essa non si colloca fuori dall’ordinamento massonico fondamentale.
Anche se, il Codice di Diritto Canonico del 1983 (canone 1.374), non nomina espressamente la massoneria e non rinnova la scomunica «ipso facto» e riservata alla Santa Sede.

L’Osservatore Romano il 25 febbraio 1985 illustra il significato del «Quesitum» della Congregazione per la dottrina della Fede del 26 novembre 1983 (in cui si riaffermava «il giudizio negativo immutato della Chiesa nei riguardi d’associazioni massoniche»), asserendo che «il cristianesimo e la massoneria sono essenzialmente inconciliabili».
Quindi, anche se non vi è più la scomunica, e se il «Quesitum» del 1983 parla di «associazioni massoniche» al plurale, nel 1985 si precisa che la massoneria (al singolare) è inconciliabile con il cristianesimo.
Dunque, anche nell’attuale legislazione, addolcita, nei confronti della setta segreta, si parla di una massoneria, e pur ammettendo l’esistenza di «rami» in essa, si specifica che essi fanno parte della sostanza (o dell’«albero») di un’unica massoneria, e perciò anche se non esplicitamente anticristiani, il relativismo o soggettivismo loro soggiacenti, si rendono anch’essi inconciliabili col cristianesimo.
Non voglio qui discutere sull’edulcorazione della scomunica, ma voglio solo far notare che anche oggi si parla ufficialmente di massoneria al singolare e se si ammette l’esistenza di varie correnti in essa, le si vedono come vari rami di uno stesso albero.
Quindi, la tesi d’Introvigne e Gordon, cade (31).
D’altronde lo stesso Massimo Introvigne nel 1997 ha pubblicato per la casa editrice Elledici (Leumann-Torino) un libretto intitolato «La Massoneria» in cui parla de «la massoneria» come di «un metodo» (pagina 45), «de ore tuo te judico» [«serve nequam»(?)], dice Gesù nel Vangelo.

La massoneria anglo-americana è diversa da quella latina?

Per terminare, il professor Plinio Correa De Oliveira in «Rivoluzione e controrivoluzione», il testo base di formazione dei militanti di «Alleanza Cattolica», di cui Introvigne fa parte, scritta in portoghese nel 1959, tradotta da Giovanni Cantoni (reggente nazionale di «Alleanza Cattolica») nel 1963, 1ª edizione Dell’Albero di Torino, seconda e terza edizione nel 1972 e nel 1976, pubblicate da Cristianità di Piacenza (che è la casa editrice di «Alleanza Cattolica»), scrive che la Rivoluzione (con la «erre» maiuscola) è causata da «un’esplosione d’orgoglio e di sensualità che ha ispirato, non diciamo un sistema, ma tutta una catena di sistemi ideologici (…) la pseudo-riforma, la rivoluzione francese e il comunismo» (pagina 25).
Inoltre la crisi dell’uomo contemporaneo oltre ad essere universale, totale, dominante «è una. Non si tratta di un insieme di crisi» (pagina 32).
Gli agenti della Rivoluzione sono «la massoneria e le altre forze segrete (…) la setta madre, attorno alla quale si articolano tutte le altre come semplici forze ausiliarie (…) è la massoneria»
(pagine 55-56) (32).
Introvigne, quindi, si trova in disaccordo con i suoi maestri e forse anche con se stesso?
Mi sembra di poter concludere tranquillamente che la tesi del complotto giudaico-massonico (del deicidio e dell’omicidio rituale) non è «ridicola» (come asseriscono Introvigne e Gordon), ma divinamente rivelata, insegnata dal magistero ecclesiastico, dai Padri e Dottori della Chiesa, dai grandi autori controrivoluzionari del XVIII-XX secolo e confermata storicamente.
Mentre la tesi d’Introvigne mi sembra non ridicola ma da far piangere, come Gesù pianse su Gerusalemme, prevedendone l’apostasia e il castigo.
Tale tesi, infatti, nega – oggettivamente – ciò che Gesù ha rivelato e la Chiesa ha insegnato (nel suo magistero, nei Padri e nei Dottori); essa imbocca la stessa strada che presero i sadducei e i farisei al tempo del Messia, essa è «la via larga e spaziosa» della gloria di questo mondo, ma che «mena alla perdizione eterna».

Don Curzio Nitoglia

(articolo pubblicato il 6 settembre 2008)

(continua…)

Papi massoni: Giovanni XIII e Paolo VI

Sabato, 8 Dicembre 2007

Nell’interessantissimo libro di F.Pinotti "Fratelli d’Italia" si accredita la voce – che gira da qualche decennio – che vuole Giovanni XXIII e Paolo VI massoni. Su Giovanni XXIII vengono citate espresse dichiarazioni del gran maestro Virglio Gaito e del giornalista massone Pier Carpi (p. 638): Roncalli sarebbe entrato nellla massoneria negli anni in cui fu diplomatico. Il sacerdote bresciano don Luigi Villa sul punto non fa sconti. Per Paolo VI cita le dichiarazioni dell’ex presidente della corte di appello di Brescia, Salvatore Macca, (p. 641 e fornisce altre "prove", tra cui la pietra tombale della madre di Paolo VI, disegnata dallo stesso papa: "sul tombale in pietra vi sono i simboli massonici: la squadra e il compasso, sovrastati dal triangolo". In ogni caso e diversamente da quanto accade per altri illustri esponenti della finanza non sono indicati nè numeri di tessera nè altri elementi storici (anche se capiamo che trattandosi di papi procurarsi questi dati non debba essere agevole)

(continua…)

Quando Carlo De Benedetti era massone

Venerdì, 30 Novembre 2007

Ricostruire il lungo e complesso «filo rosso» della finanza massonica significa occuparsi anche della figura dell’ingegner Carlo De Benedetti. Una figura la cui storia imprenditoriale è intrecciata con quella di altri uomini della finanza ritenuti vicini alla finanza «laica» e alla massoneria: Roberto Calvi in primis, Enrico Cuccia e soprattutto Silvio Berlusconi, un massone «dormiente» con il quale De Benedetti si è più volte incontrato e scontrato.

De Benedetti risulta essere entrato nella massoneria a Torino, nella loggia Cavour del Grande Oriente d’Italia, «regolarizzato nel grado di Maestro il 18 marzo 1975 con brevetto n. 21272» (Ansa, 5 novembre 1993). L’informazione è accertata, in quanto proviene direttamente dal Gran Maestro del Goi Gustavo Raffi, che lo ha dichiarato pubblicamente nel novembre 1993. La documentazione relativa è stata poi pubblicata sui giornali senza ricevere smentite dall’interessato.

Ma già riguardo all’ingresso dell’industriale nella loggia Cavour esiste un piccolo «giallo»: il Gran Maestro Raffi ha affermato che De Benedetti era «proveniente dalla massoneria di piazza del Gesù». Quindi la sua affiliazione dovrebbe essere anteriore: a quale anno risale? Ancor più interessante sarebbe capire a quale loggia di piazza del Gesù appartenesse l’imprenditore. E noto infatti che la massoneria di piazza del Gesù – molto forte in Piemonte – aveva al pari del Goi delle logge coperte, la più celebre delle quali è stata la Giustizia e libertà, cui sarebbero appartenuti Cuccia, Merzagora, Carli e altre figure della finanza laica.

Sembra inoltre che la Giustizia e libertà sia confluita nel Grande Oriente nel 1973. Ma De Benedetti non è entrato nel Goi col grado di Apprendista: era già maestro all’interno di una non meglio precisata loggia di piazza del Gesù. Quale? Impossibile stabilirlo, certo è curioso che molti anni dopo De Benedetti lanci una iniziativa politica chiamata Libertà e Giustizia: sicuramente un riferimento ai valori dell’azionismo cari a De Benedetti, ma anche un curioso anagramma del nome della loggia coperta.

All’epoca in cui De Benedetti viene «regolarizzato» come maestro alla loggia Cavour, l’imprenditore è alla guida della Gilardini, una società quotata in Borsa che fino ad allora si era occupata di affari immobiliari e che i due fratelli Carlo e Franco De Benedetti trasformeranno in una holding di successo, impegnata soprattutto nell’industria metalmeccanica. Nel 1974 era stato nominato presidente dell’Unione Industriali di Torino, una realtà che ha sempre vantato una forte presenza massonica, a partire dallo storico «fratello» Gino Olivetti, una dei massoni più rappresentativi del mondo economico torinese negli anni Venti.

«Quando divenni presidente degli industriali di Torino, fui invitato ad iscrivermi alla massoneria perché era una tradizione. Partecipai per due volte a delle riunioni, ma in seguito non ci andai più», ha raccontato De Benedetti, quando nel novembre 1993 ha avuto una polemica a mezzo stampa con Gustavo Raffi, che dichiarava che l’ingegnere «si è scatenato contro le logge che a suo dire lo perseguitano. Viste le vicende che lo travagliano, il Goi-Palazzo Giustiniani non può che rallegrarsi di tale accanimento. Può così evitare interessate generalizzazioni che lo possono accomunare alle azioni dell’Ingegnere». Carlo De Benedetti rispose tramite il portavoce dell’Olivetti: «Sempre e solo nel 1975 l’Ingegnere partecipò a due riunioni e poi a nessun’altra non avendo riscontrato motivazioni tali da giustificare un ulteriore impegno di tempo» (Ansa, 5 novembre 1993).

Sta di fatto che, secondo Raffi, De Benedetti resta nel Grande Oriente, come maestro, dal marzo 1975 al dicembre1982. Un periodo estremamente significativo, in cui accadono molti eventi forti legati alla massoneria.

Un anno dopo l’ammissione al Grande Oriente, nel 1976, a De Benedetti viene affidata la carica di amministratore delegato della Fiat. Come «dote» porta con sé il 60 per cento del capitale della Gilardini, che cedette alla società degli Agnelli, in cambio di una quota azionaria della stessa Fiat (il 5 per cento). De Benedetti cercò di rinnovare la dirigenza della società torinese, nominando manager a lui fedeli (a cominciare dal fratello Franco) alla guida di importanti unità operative del Gruppo. Ma dopo un breve periodo, quattro mesi – a causa, si disse, di «divergenze strategiche» – abbandonò la carica in Fiat. Per alcuni, ma il condizionale è più che d’obbligo, i due fratelli avrebbero trovato un ostacolo insormontabile nella parte di dirigenza Fiat più legata alla famiglia Agnelli, che avrebbe scoperto un loro tentativo di scalata della società, appoggiata da gruppi finanziari elvetici.

Con il denaro ottenuto dalla cessione delle sue azioni Fiat, De Benedetti rilevò le Compagnie industriali riunite (Cir), a cui in seguito garantirà il controllo azionario del quotidiano «la Repubblica» e del settimanale «L’espresso». Successivamente vedrà la luce anche Sogefi, operante sulla scena mondiale nei componenti autoveicolistici di cui De Benedetti è stato presidente per venticinque anni consecutivi, prima di cedere il posto al figlio Rodolfo, conservando però la carica di presidente onorario. Nel 1978 entrò in Olivetti, di cui divenne presidente. In questa azienda, dal nome glorioso, ma molto indebitata e dal futuro incerto, porrà le basi per un nuovo periodo di sviluppo, basato sulla produzione di personal computer e sull’ampliamento ulteriore dei prodotti, che vide aggiungersi stampanti, telefax, fotocopiatrici e registratori di cassa.

Nel 1981 il primo incontro-scontro con un potente «fratello»: Roberto Calvi, membro della P2 e della massoneria d’oltralpe, ma anche uomo di riferimento della finanza vaticana. Il 19 novembre 1981, dopo una serie di contatti avviati in ottobre, Carlo De Benedetti acquista il 2 per cento delle azioni del Banco (tramite due società, Cir e Finco). L’imprenditore entra nel consiglio di amministrazione dell’Ambrosiano e viene nominato vicepresidente. Vi rimarrà per sessantacinque giorni, sino al 25 gennaio 1982 quando, a seguito di contrasti sulla gestione e sulla reale situazione finanziaria dell’istituto, rassegna le dimissioni e viene liquidato con oltre 80 miliardi di lire.

Cos’era successo in quel lasso di tempo? Le interpretazioni si dividono. Uno scontro tra De Benedetti e Calvi sui conti reali del Banco Ambrosiano e sulle gestione della rete estera è fuor di dubbio. Ma c’è un versante che è stato meno analizzato. Dal luglio del 1981 Calvi aveva iniziato un processo di rottura con gli ambienti della P2 e durante la detenzione a Lodi aveva manifestato la disponibilità a collaborare con i giudici, parlando dei rapporti tra la P2 e la politica (in particolare con i socialisti). Far entrare nel capitale dell’Ambrosiano un imprenditore che godeva di un’ottima immagine (De Benedetti era stato nominato da poco «imprenditore dell’anno» e controllava «la Repubblica» e «L’espresso») poteva essere un’opzione vincente. Qualcuno, però – forse la componente piduista della massoneria – gli aveva detto che avrebbe dovuto ripensare a quella scelta.

Già durante un incontro del 21 novembre 1981 (due giorni dopo l’accordo) nella villa di Calvi, a Drezzo, il banchiere inizia a lanciare messaggi ambigui all’ingegnere.
«Sembrava un animale impaurito che cercasse di sfuggire alla luce. Ovviamente qualcuno o qualcosa gli aveva suggerito di abbandonare l’associazione con De Benedetti», osserva un fine analista, Rupert Cornwell. Così, dopo l’incontro del 21 novembre, la situazione tra Calvi e De Benedetti si deteriora rapidamente.

«Poco prima della riunione del consiglio di amministrazione [del Banco, Nda] del 6 dicembre 1981 Calvi aveva preso da parte De Benedetti in un corridoio: "Stia attento, la P2 sta raccogliendo informazioni su di lei. Le consiglio di fare attenzione, perché io so"», racconta Cornwell. Era una minaccia o una disperata richiesta di aiuto?

Emilio Pellicani, 82 nel suo memoriale, rivela un dettaglio interessante: «L’onorevole Armando Corona [che sarebbe diventato Gran Maestro del Goi pochi mesi dopo i fatti di cui si narra, nel marzo 1982, Nda] doveva intervenire con il vicepresidente del Banco, De Benedetti, il quale stava procurando qualche fastidio a Calvi. A tale proposito Carboni mi riferì che lo stesso Corona effettuò un viaggio in Israele, affinché fosse richiamato il De Benedetti dai fratelli massonici; tale richiamo sfociò, sempre a detta del Carboni, nell’uscita del De Benedetti, clamorosa, dal Consiglio del Banco Ambrosiano».
Pellicani aggiunge un altro dettaglio rivelatore: «Mazzotta [Maurizio Mazzotta, l'assistente di Francesco Pazienza, Nda] disse al Carboni che doveva preoccuparsi anche del fatto che non accadesse nulla al De Benedetti».

Questo aspetto delle possibili «minacce» a De Benedetti è stato spesso letto come un «avviso» da parte di Calvi. C’è un passo della requisitoria del processo Calvi in cui figura una deposizione di Francesco Pazienza: «Francesco Pazienza ha dichiarato che i rapporti tra Calvi e Rosone erano di odio/amore. Quando Calvi era stato arrestato per la violazione della legge valutaria Rosone aveva tentato "un colpo di mano" alleandosi con Carlo De Benedetti. Dopodiché i rapporti erano diventati piuttosto tesi e Calvi non si fidava più di Rosone. Rosone osteggiava tutto quello che faceva Roberto Calvi».
Ma esiste un’altra chiave di lettura, secondo la quale gli ambienti della mafia e del riciclaggio – che si erano già avvicinati al Banco Ambrosiano e a Roberto Calvi, costringendolo a «collaborare» – non gradissero una «presenza estranea» come quella di De Benedetti.

Calvi avrebbe corteggiato il finanziere proprio per sottrarsi a quell’«abbraccio mortale» con forze contigue alla mafia, ben documentato dalla requisitoria del pm Tescaroli. Diversamente, non si comprende perché Calvi avrebbe dovuto cedere la vicepresidenza del Banco Ambrosiano per un modesto 2 per cento del capitale. Il banchiere, in realtà, già nel 1981 temeva per la propria vita. Non a caso già nell’autunno di quell’anno, quando la sua presidenza non era ancora in discussione, aveva elaborato un piano di fuga in caso di emergenza. Segno che Calvi temeva, più che di perdere la sua leadership, di perdere la vita. E che già nel 1981 il presidente dell’Ambrosiano era al corrente dell’esistenza di un piano per eliminarlo, qualora avesse rivelato il coinvolgimento in attività di riciclaggio (i pm parlano dei proventi di ben tre sequestri) e di investimento per conto della mafia e di imprenditori a essa vicini. Ma c’era anche un’opposizione politica all’acc

(continua…)