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Si va verso il trans-umano

Venerdì, 12 Aprile 2013

«Quello che sta succedendo in Francia in questo momento è una grazia». Tenendo conto che il filosofo francese Fabrice Hadjadj sta parlando dell’approvazione da parte del governo socialista in Francia del matrimonio gay e della quasi totale censura di un milione di persone che scendono in piazza per protestare, si potrebbe pensare che è impazzito. Ma il direttore dell’Istituto europeo di studi antropologici Philanthropos di Friburgo (Svizzera), che ha rilasciato un’intervista a tempi.it a margine del convegno che si è tenuto ieri all’Università Cattolica di Milano dal titolo “È ancora tempo di credere”, ha buone ragioni per usare la parola “grazia”, pur affermando che la Francia è nel bel mezzo di una «crisi antropologica» dominata da una «tecnocrazia che vuole trasformare l’umano».

Professore Hadjadj, partiamo dal principio. Il governo socialista di Francois Hollande vuole legalizzare matrimonio e adozione gay. E, a meno di svolte imprevedibili, ce la farà.
In Francia c’è un governo di sinistra che non può condurre una politica di sinistra, perché la crisi economica gli impedisce di mantenere le promesse di ordine sociale fatte in campagna elettorale. Quindi la sola cosa che gli resta è cambiare la legge. Ma legalizzando il matrimonio gay questo governo di sinistra tradisce la sua natura. Il vero socialismo infatti non tocca la famiglia, che è il pilastro della società, ma cerca di provvedere a una migliore distribuzione delle ricchezze. Questo è un grosso problema e il governo di Hollande cerca di nascondere la sua impotenza dietro questa legge.

Come si è arrivati in Francia a proporre la legalizzazione del matrimonio gay?
Malgrado tutto, e indipendentemente da questa circostanza, in Francia c’è una crisi antropologica. Questa crisi antropologica fa sì che noi non crediamo più davvero all’umano e stiamo andando verso qualcosa che rientra nell’ordine del transumano. Tutto questo grazie al regno della tecnica. Infatti, quello che non si dice normalmente è che affinché ci sia uguaglianza tra un matrimonio fra un uomo e una donna e uno fra due uomini o due donne ci vuole la tecnica. Una coppia dello stesso sesso per procreare deve ricorrere a qualcosa che riguarda più la fabbricazione che la nascita. Dietro a tutto ciò c’è una tecnocrazia che vuole trasformare l’umano.

 

La manifestazione parigina contro il matrimonio gay
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Le immagini della manifestazione che si è svolta ieri a Parigi contro il matrimonio e l'adozione gay sono tratte dal sito de La Manif Pour Tous.

 

 

Sembra che la Francia abbia anche reagito. Per due volte, contro questo progetto di legge, sono scese in piazza un milione di persone.
Sì, c’è stata una grande manifestazione contro il matrimonio gay ma i media francesi non ne hanno quasi parlato. Questo fa capire quanto sia grande la censura su quello che sta succedendo. È noto il caso dell’uomo arrestato perché indossava la maglia della Manif Pour Tous, una cosa che in Francia non si era mai vista prima. Ma resta il fatto che quello che sta avvenendo in questo momento è una grazia.

Una grazia?
Sì, perché non si era mai presa una coscienza tale del mistero dell’Incarnazione. Siamo in una situazione in cui sono la Chiesa e i cristiani che si trovano a difendere la carne e il sesso. Siamo completamente usciti dal puritanesimo per prendere coscienza che la sessualità così come ci è donata viene da Dio ed è spirituale. E questo è un passo avanti straordinario che è stato fortemente preparato da Giovanni Paolo II. La difesa del corpo e della carne, infatti, è una peculiarità del cristianesimo. Durante la Manif Pour Tous, dei cristiani portavano cartelli con questo slogan: “Vogliamo il sesso, non il genere”. È una grande novità questa affermazione del sesso, contro l’ideologia del gender, e quelle persone lo dicevano in quanto cristiani.

Dal punto di vista politico non si può dire che la manifestazione sia stata un successo.
Non era una manifestazione politica ma antropologica. I cristiani si sono resi conto che la posta in gioco non è dominare in un rapporto di forza, non è ristabilire la cristianità ma testimoniare la verità. Ed è per questo che sulla strada c’erano anche grandi filosofi come Rémi Brague, che non aveva mai partecipato a una manifestazione. È una bella novità che i cristiani si mobilitino non tanto per la difesa della cristianità ma perché bisogna testimoniare la verità. Grazie a questa situazione inedita si avrà una ricomposizione totale dell’azione dei cristiani nella società.

manifestazione-per-tutti-parigiIntanto però la legge sul matrimonio gay sarà approvata dal Senato.
Il matrimonio civile era già un falso matrimonio, lo definirei un divorzio rimandato. Non a caso i gay stanno già chiedendo il divorzio, ancora prima di avere il matrimonio. Se lo scopo fosse stato salvare il matrimonio civile, allora non sarebbe valsa la pena di fare manifestazioni. Siamo allo stadio ultimo di una distruzione che risale al 19esimo secolo. La posta in gioco non è impedire la legge ma dire: ecco la verità del matrimonio. In questi giorni si è visto che i cristiani non hanno bisogno dello Stato, dei giornali, della televisione per comunicarlo. La via da percorrere non è più conquistare un potere che sta affondando ma rifondare la dimensione politica dal basso, attraverso l’evangelizzazione.

La sconfitta nasconde una vittoria?
Sì, è l’inizio di qualcosa di nuovo: i cristiani si sono ritrovati e tutti hanno sentito di esistere davvero come comunità. Il cristianesimo francese era segnato dall’individualismo e improvvisamente, in questa situazione, si è visto che non solo si esisteva insieme ma che la piazza era nostra. Le manifestazioni dei cristiani e delle comunità ebraiche contro il matrimonio gay sono state molto più numerose delle altre. Hanno sempre detto che la piazza era della sinistra, degli artisti e anche degli omofili, ma non è così. E mi raccomando di scrivere omofili, non omosessuali, perché il termine omosessualità costituisce il rifiuto della sessualità, quindi non è giusto usare questa parola, non descrive bene la natura della questione. Insisto: questa è una situazione molto gioiosa, molto bella.

Eppure i cristiani non sono mai stati così poco ascoltati.
Se uno ha la nostalgia della cristianità, del tempo in cui lo Stato era cristiano e le leggi erano cristiane, allora può considerare tutto un disastro già da diverso tempo. Se invece uno ha il desiderio non della cristianità ma del cristianesimo, allora questo momento è molto interessante e molto bello. l. grotti tempi.it

Matrimonio gay? ecco cosa è accaduto in Canada

Giovedì, 22 Novembre 2012

Cosa vuoi che cambi?»; «vogliono vivere così? Sia pure, non mi tocca». Sono alcune delle risposte, più o meno istintive, di fronte alla possibile introduzione del matrimonio omosessuale nelle democrazie occidentali. A spiegare perché, prima di giungere a conclusioni affrettate, sarebbe meglio approfondire l’argomento è Bradley Miller, professore alla Princeton University e alla Western University dell’Ontario.

DISCRIMINAZIONE AL CONTRARIO. Con un articolo pubblicato sul sito dell’istituto di ricerca Witherspoon di Princeton, il professore prende ad esempio il Canada, dove il matrimonio omosessuale è stato accettato dieci anni fa, per descrivere l’impatto che ha sui diritti umani, sulla libertà di educazione, sulla libertà religiosa, sull’opinione pubblica e sul matrimonio tra uomo e donna. Fatte salve le differenze fra i paesi, «l’esperienza canadese rende evidente l’impatto di breve periodo del matrimonio omosessuale in una società simile a quella americana», afferma Miller. Il professore, spiegando che in Canada il matrimonio omosessuale è considerato dalla legge alla pari di quello naturale, racconta che ora «chiunque si discosta dalla nuova ortodossia è considerato persona animata da fanatismo e ostilità nei confronti di chi ha tendenze omosessuali». Insomma, in nome dell’uguaglianza si è giunti all’opposto: «Chi pensa che una cosa vale l’altra è accettato, chi solo crede diversamente è discriminato».

MULTE E PROCESSI. Miller esemplifica parlando dei ministri civili e di quando alcune istituzioni provinciali hanno negato il diritto all’obiezione di coscienza a molti di loro, chiedendone le dimissioni perché non volevano celebrare matrimoni omosessuali. Violando la loro libertà di coscienza il governo ha multato anche i Cavalieri di Colombo, la più grande organizzazione cattolica di volontariato, quando non ha affittato la propria struttura per il ricevimento di nozze di due omosessuali. Violando sia la libertà religiosa sia quella di espressione, la commissione dei diritti umani ha poi indagato e processato diverse persone, inclusi i sacerdoti, solo per aver spiegato come mai il matrimonio eterosessuale fosse da loro ritenuto alla base dello sviluppo della società. «Alcuni – continua Miller – hanno dovuto pagare multe profumate, hanno dovuto scusarsi e promettere di non parlare più di questo tema». Oltre ai cittadini normali, «perseguiti anche solo per aver espresso perplessità inviando lettere ai giornali, sono stati presi di mira anche i ministri di piccole congregazioni cristiane». Mentre «un vescovo cattolico è stato denunciato due volte per alcune opinioni espresse in una lettera pastorale sulla famiglia».
Il professore fa notare i costi finanziari di chi ha potuto rispondere alle querele. Si tratta di «centinaia di migliaia di dollari di spese legali non rimborsabili, in casi che richiedono anni per essere risolti. Mentre una persona con poche risorse economiche, che ha destato l’attenzione della commissione dei diritti umani, non ha speranze di difendersi: questa non può fare altro che accettare il richiamo della commissione, pagare la multa e poi osservare la direttiva per rimanere per sempre in silenzio».

CONTRO INSEGNANTI E GENITORI. Ad essere particolarmente a rischio di provvedimenti disciplinari sono gli insegnanti, «i quali se solo pronunciano una frase sul matrimonio omosessuale, anche fuori dalle ore di lezione, sono accusati di contribuire a formare un ambiente ostile agli alunni con tendenze omosessuali». Peggiore la situazione dei genitori: «La riforma dei curriculum nega ai genitori di esercitare il loro storico diritto di veto su processi educativi discutibili. I nuovi curriculum sono permeati da riferimenti positivi al matrimonio omosessuale, non solo in una disciplina ma in tutte. Di fronte a questa strategia di diffusione, l’unica difesa dei genitori è quella di rimuovere i propri bambini dal sistema della scuola pubblica», perché «i tribunali sono ostili alle obiezioni delle famiglie».
Il professore sottolinea come tutto sia partito da misure anti-bullismo e anti-discriminatorie, per sfociare «in una lesione delle famiglie che non ha nulla di diverso dall’indottrinamento dei bambini, dando un significato al matrimonio che è fondamentalmente diverso da quello che i genitori pensano sia il migliore per il bene dei loro figli (…) sin da piccoli si insegna loro che la logica fondamentale del matrimonio non è altro che la soddisfazione del desiderio mutevole di compagnia di un adulto».

LO STATO ENTRA IN CASA. Peggio, perché lo Stato è arrivato a dettare legge anche in casa altrui, negando di fatto uno spazio di libertà anche fuori dalla scuola pubblica. Miller prende ad esempio quel tipo di leggi che usano due pesi e due misure, obbligando le scuole cattoliche ad accettare al loro interno club per i diritti omosessuali, «mentre proibisce alle scuole pubbliche di affittare spazi a organizzazioni che non concordano sul codice di comportamento richiesto dalla nuova ortodossia».
Ora, poi, i sostenitori della poligamia in Canada esultano, perché con l’introduzione del matrimonio omosessuale «non ci sono più le basi giuridiche per negare la poligamia», che «non è ancora legale, ma è tollerata senza che siano stati avanzati impedimenti legali ad essa». Infine, i dati sui matrimoni in calo dicono che quello omosessuale, al contrario di quanto si argomentava per introdurlo, non ha rinforzato la cultura matrimoniale.
Miller conclude quindi che, anche se non ci sono dati sui divorzi, si «è allargata l’accettazione di un modello di unione instabile, basata sul desiderio mutevole di compagnia». Se questi sono gli effetti di breve periodo della legalizzazione del matrimonio omosessuale, si può solo immaginare quali siano i costi antropologici di più lungo raggio purtroppo solo in parte visibili. (di B.frigerio tempi.it)

Il mio casto etero matrimonio greco

Martedì, 6 Novembre 2012

«È incredibile quanto sia diventato difficile spiegare che il matrimonio non è una creazione del cristianesimo, e che quindi quando la Chiesa lo difende non difende qualcosa di suo. E quanto sia faticoso chiarire che l’etica sessuale degli antichi greci non è la stessa del marchese de Sade o di un Cecchi Paone qualsiasi». Così parla a Tempi Francesco Colafemmina, filologo e grecista, autore del saggio Il matrimonio nella Grecia classica. Il libro – «formidabile, ricco di citazioni sorprendenti e di brillante scrittura» secondo lo scrittore e giornalista Antonio Socci – fa a pezzi la vulgata tradizionale inneggiante a una Grecia classica libera e gaia, la cui felicità sarebbe stata soffocata dall’avvento della buia morale cristiana. Ha contro non pochi accademici, Francesco Colafemmina, ma dalla sua ha una documentazione che grida vendetta, e citazioni schiaccianti dei suoi amati autori greci. «Per cui – dice – se il fine recondito di certa propaganda era quello di sovvertire l’ordine fondato sul matrimonio tra uomo e donna, è arrivato il momento di un surplus di efficacia, chiarezza e coraggio».

Colafemmina, studiosi di fama come Michel Foucault (Storia della sessualità, Feltrinelli), il celebrato professore oxoniense Kenneth Dover (L’omosessualità nella Grecia antica, Harvard University Press), fino a Eva Cantarella (Secondo natura. La bisessualità nel mondo antico, Rizzoli) hanno scritto libri con tesi chiarissime fin dai loro titoli. La conseguenza è che negli ultimi cinquant’anni tutto il sistema accademico – tanti giovani in primis – è stato bombardato da questa teoria: le donne greche avevano mariti perlopiù bisessuali e/o pedofili. Quanto c’è di vero?
Più che una teoria questo oramai è un “dogma di fede”. Si può rispondere almeno in due modi: c’è una “via biografica”, alquanto rivelatrice ma che nel saggio non ho percorso, e c’è una via basata invece sugli scritti autentici, direi sui virgolettati degli autori greci.

Se è rivelatrice e inedita, inizi senz’altro dalla “via biografica”.
Be’, sarà un caso che molti degli accademici che hanno messo in giro queste idee siano omosessuali? Il filosofo Michel Foucault, professore al Collège de France, la più prestigiosa istituzione culturale francese, morì di Aids nel 1984. Anche John Boswell, docente all’Università di Yale e attivista gay (a Yale organizzò il Centro di studi lesbici e gay), colui che per tutta la vita tentò di far convivere morale cattolica e condotte gay (vedi il suo Cristianesimo, tolleranza, omosessualità. La Chiesa e gli omosessuali dalle origini al XIV secolo), morì di Aids a 47 anni, alla vigilia del Natale del 1994. E l’elenco degli studiosi con biografie “interessate” sarebbe ancora lungo. Per la cronaca, Boswell è l’autore a cui si rifà Umberto Galimberti (senza ovviamente citarlo, com’è suo costume) per affermare che sant’Anselmo d’Aosta, canonizzato nel 1494 e proclamato Dottore della Chiesa nel 1720, fosse omosessuale. Galimberti lo scrive in una risposta a un lettore apparsa su D, il magazine femminile di Repubblica, il 28 luglio scorso. Purtroppo siamo a questo punto.

A grattare queste biografie si materializza il verso che Dante dedica a Semiramide, colei che «libido fé licito in sua legge». Ma veniamo ai testi. Cosa scrivono, davvero, gli autori greci sull’omosessualità?
In effetti è quello il punto nodale. È fondamentale però fare prima un passo indietro. Secondo il dogma ormai imperante, nell’antica Grecia la pedofilia (o efebofilia) sarebbe stata al centro di un vero e proprio rito di iniziazione: l’uomo adulto, l’erastés, aveva rapporti sessuali con l’adolescente, l’eròmenos, e così facendo lo formava anche spiritualmente. Capiamo bene che nella prospettiva di una formazione spirituale dell’adolescente avere rapporti pedofili diventava un merito! Di qui si è poi passati a definire il dogma dell’assenza di una “morale sessuale” nell’antichità classica attraverso la proclamazione dell’omosessualità come qualcosa di naturale.

Scusi Colafemmina, è un caso che l’oncologo Umberto Veronesi tempo fa affermò che gli omosessuali, a differenza degli eterosessuali, vivono un “amore puro” perché non volto alla procreazione, quindi un amore spirituale?
Non è affatto un caso, è esattamente la stessa folle visione. Attenzione però: quello dell’amore puro e spirituale non è altro che ciò che anche i gay del tempo affermavano per giustificare le loro pratiche, in un contesto sociale che invece le condannava risolutamente. L’errore madornale è che chi ripete oggi queste tesi non fa altro che ripetere ciò che dicevano gli autori omosessuali della Grecia classica. Oppure non fa altro che ridire ciò che Platone fa dichiarare ad alcuni suoi personaggi già noti come omosessuali nell’antichità (come Pausania nel Simposio) per arrivare però a smontare le loro tesi e a sostenere l’esatto contrario. È qui che è caduto Galimberti nell’articolo citato, scambiando Pausania, voce che Platone fa parlare ma non approva, per Platone.

Come dire che Manzoni la pensa come don Rodrigo… Ci spiega allora come mai nell’immaginario collettivo Platone passa per un autentico guru dell’omosessualità?
La promiscuità sessuale è tipica di taluni ambienti aristocratici ateniesi e Platone ci racconta anche questo. Eppure più che il soddisfacimento delle nostre pruderie storiche dovrebbe interessarci ciò che Platone ha davvero scritto sull’omosessualità: quattrocento anni prima di Cristo e duemilaquattrocento anni prima del Catechismo della Chiesa cattolica, Platone scrive che l’omosessualità è «contro natura». Nelle Leggi (636, c), ad esempio, si legge testualmente: «Il piacere di uomini con uomini e donne con donne è contro natura e tale atto temerario nasce dall’incapacità di dominare il piacere». Più chiaro di così! La verità è che nella Grecia classica l’omosessualità non era affatto così diffusa come si crede, e soprattutto, cosa che conta ancora di più, non era istituzionalizzata. Eschine, politico e oratore ateniese del IV secolo avanti Cristo, nell’orazione Contro Timarco scrive che ad Atene era vietato aprire scuole e palestre col buio affinché i ragazzi fossero sempre sorvegliati; e che, anche se col consenso del familiare, era vietato dare un giovane a un amante omosessuale per ottenerne in cambio denaro o altri benefici. Eschine scrive che era addirittura vietato agli adulti essere apertamente omosessuali praticanti. È interessante notare che gli omosessuali erano chiamati con un appellativo decisamente forte: cinedi (kinaidos al singolare), etimologicamente “colui che smuove la vergogna” o, per altri, e in un senso ancor più realistico, “le vergogne”.

Vuole dire che nella Grecia del IV e V secolo a.C. a uno come Cassano nessuno avrebbe intimato di scusarsi in ginocchio sui ceci?
Guardi, basterebbe leggere Aristofane per fare di Cassano un chierichetto. Celebre è il repertorio, che oggi si direbbe omofobico, che il commediografo greco dedica ad gay del suo tempo. Parliamo di epiteti come lakkoproktos, katapygon, euryproktos, parole assolutamente intraducibili. Altro che cassanate.

Gentilmente, traduca. Gli accademici potrebbero rimproverarla di non essere un filologo rigoroso.
Confidando nella libertà di tono di questo giornale posso dire che euryproktos, per esempio, può tranquillamente tradursi con “culaperto”. Espressione tipica della sospensione delle regole operata dalla commedia, ma certamente poco gay-friendly. L’omosessuale era un tipo comico e se volessimo seguire la teoria di Henri Bergson potremmo affermare che il riso della commedia è un cementante sociale.

Ma allora dove nasce il mito dell’ordinaria omosessualità del mondo greco?
I molti che erano in malafede (spesso perché gay) ci hanno marciato, e lo abbiamo detto; chi era in buona fede, invece, ha commesso lo sbaglio tipico della nostra epoca di “sessualizzare” tutto e troppo. I “ti amo” trovati nelle lettere di Leopardi a Ranieri o in quelle di Frontone a Marc’Aurelio, l’amicizia di Patroclo e Achille o di Eurialo e Niso, sono diventati immediatamente “chiari indici di omosessualità”. Semplicemente leggiamo quegli scambi di amichevole e profonda affettuosità con gli occhi malati di oggi, interpretando male amicizie autentiche, sane e purissime. È un errore e, insieme, una grande perdita. Non è un caso che oggi sviliamo l’amicizia e il suo valore a una richiesta di un contatto su Facebook.

Che ci dice invece della figura della donna nella Grecia classica? Davvero il suo ruolo era nettamente inferiore a quello di una donna contemporanea o anche qui c’è qualche mito da sfatare?
Segregata, la donna, non direi proprio. Pensiamo solo alle feste religiose dell’Atene del V e VI secolo: si è calcolato che fossero addirittura 150 l’anno, se solo i tribunali pubblici restavano chiusi per le feste religiose per 54 giorni. Tra queste e un po’ di shopping, alle ragazze ateniesi non mancava certo la possibilità di adocchiare e sorridere a potenziali pretendenti. E poi avevano stratagemmi privati anche per contribuire alla scelta del marito.

Si riferisce al “caffè della consolazione” raccontato nel suo saggio?
Sì, per esempio. È stata una tradizione viva fino a qualche decennio fa in Grecia. Il pretendente, il gambròs, si recava nella casa della ragazza per incontrare il padre e magari concordare i termini della dote. La particolarità era tutta nel salotto in cui il giovane veniva accolto (nel museo di Kastorià, nel nord della Grecia, se ne conserva uno bellissimo). Nascosto da un quadro, un buco sulla parete permetteva alla figlia di osservare chi era arrivato fin lì per chiedere la sua mano. Se il giovane non le andava a genio veniva servito un caffè molto zuccherato, il caffè della consolazione, appunto. Il giovane non avrebbe avuto la mano della ragazza ma sarebbe tornato a casa con la bocca dolce.

Eppure si insiste sull’idea che la donna non fosse pari all’uomo.
Era l’ordine della società tradizionale, non si può e non si deve parlare di arretratezza, di discriminazione. È ridicolo guardare con cipiglio femminista e postmoderno alla condizione della donna nell’antica Grecia: quel ruolo e quell’ordine familiare sono il fondamento della società che ci ha trasmesso le opere di genio più importanti della storia. Di più: sono il fondamento della società che ha fondato la civiltà occidentale. La categoria di emancipazione è anacronistica e noi non abbiamo alcun diritto di giudicare. Tra l’altro quella società e quel ruolo della donna non sono che quelli della nostra società contadina fino al secondo dopoguerra, da cui noi discendiamo direttamente. Solo oggi molte ex femministe, specie negli Stati Uniti, dove sul tema c’è una pubblicistica molto interessante ancora poco nota in Italia, cominciano a rendersi conto di come il movimento femminista sia stato un’arma utile al capitalismo per asservire la donna, più che per offrirle una piena realizzazione.

Quali sono le assonanze tra matrimonio cristiano e matrimonio greco?
Sono fortissime. Guardi, possiamo essere precisi perché in questo ci aiuta molto l’Economico di Senofonte. Come per il cattolicesimo, anche per la Grecia classica il fine principale del matrimonio era la procreazione. L’ateniese del IV secolo avanti Cristo considerava i figli “una grazia di Dio”. Sempre da Senofonte sappiamo che l’altro fine del matrimonio era l’educazione della prole. Per cui quanto a scopi principali siamo perfettamente in linea con quanto insegna la dottrina cattolica nella Gaudium et Spes. Non solo, nel matrimonio greco c’è anche la meta della castità coniugale. Oltre che in Senofonte, la sophrosyne, un concetto assolutamente analogo a quello di castità, lo troviamo in Plutarco e in autori come Carìtone d’Afrodisia.

Dov’è allora la differenza?
Per certi versi si può trovare nell’indissolubilità, elemento che il cristianesimo ha portato a pienezza e purificato. Le nozze per gli antichi greci non erano legalmente indissolubili come per i cristiani. Eppure anche su questo tema quello che solitamente non si legge è che il rapporto monogamico è in qualche modo insito nella cultura greca. Basterebbe leggere l’Andromaca (vv. 11-179), in cui Euripide si lancia in un nobilissimo elogio della fedeltà monogamica, come del resto fa anche nell’Alcesti. È però forse di Plutarco la più bella celebrazione del vincolo sacro: nell’Amatorius (767 D-E) si arriva ad affermare che l’affetto per le proprie mogli è «simile alla partecipazione ai grandi riti sacri».

Infatti leggendo Plutarco di Cheronea sembra di avere davanti un autore cristiano, non siamo lontani dallo zelo e dal pathos delle lettere paoline. I Precetti coniugali – opera plutarchea che lei riporta integralmente in appendice al saggio – possono essere considerati una sintesi della visione che la Grecia classica aveva dell’etica matrimoniale?
I Precetti coniugali (Gamikà Paranghélmata) sono in effetti una lettura strabiliante se pensiamo che provengono da una fonte pagana. Furono composti da Plutarco in occasione del matrimonio di due suoi allievi, Polliano ed Euridice, nel I secolo dopo Cristo. È un’opera agile e godibilissima, un trattatello sulla vita coniugale ricco di massime, amorevoli consigli pratici e racconti esemplari, quasi un libro sapienziale se non fosse per l’allegria che lo pervade. Un’opera che personalmente farei leggere nei corsi prematrimoniali, spesso così scialbi. Di certo i Precetti coniugali rappresentano bene quella che era l’etica matrimoniale per gli antichi greci, nutrita da valori saldi, da rapporti fondamentalmente monogamici propri di una solida civiltà contadina, valori poi trasferitisi nella società cristiana e nobilitati dalla sua etica. Non è certo un caso se l’opera plutarchea sarà poi ripresa da autori cristiani come Ugo da San Vittore (De amore sponsi ad sponsam) e san Girolamo (Adversus Iovinianum).

Colafemmina, qual è lo scopo ultimo del suo saggio?
In realtà è un augurio. Che una sintesi alta tra una ritrovata morale ellenica e l’etica cattolica possa offrire uno specchio in cui riflettere l’eredità inestimabile che abbiamo ricevuto dal mondo classico. E in cui vedere anche il rischio che comporta l’incamminarsi a passo svelto nella direzione opposta, quella del baratro. v.pece tempi.it

La “moglie” di Gesù

Mercoledì, 19 Settembre 2012

“E Gesù disse loro: ‘mia moglie…’”. Sono le inaspettate parole scritte in lingua copta su un frammento di papiro del IV secolo d. C. reso pubblico per la prima volta ieri a Roma al decimo Congresso internazionale di studi copti (ancora in corso) da Karen King, studiosa del primo Cristianesimo e docente presso la Harvard Divinity School. È la prima (e unica) volta, come sottolinea lo Smithsonian Magazine, che si viene a conoscenza di un testo antico in cui si accenna a una moglie di Gesù, identificabile con Maria Maddalena.Il frammento, vergato con inchiostro su papiro, è molto piccolo, appena 4×8 centimetri, circa le dimensioni di una carta di credito, e quasi completamente illeggibile: otto frasi sono intellegibili su uno dei due lati e appena poche parole sull’altro nel quale l’inchiostro è quasi completamente sbiadito. Trentatré parole in tutto.Il testo è un dialogo tra Gesù e i suoi discepoli e apparterrebbe a quello che King ha battezzato Gospel of Jesus’ wife, ovverosia il Vangelo della moglie di Gesù, scritto originariamente in greco. A causa della sua somiglianza con altri testi come il Vangelo di Tommaso e il Vangelo di Filippo, viene fatto risalire alla seconda metà del II secolo d.C.”Non è certo una prova del fatto che Gesù avesse una moglie”, specifica subito Karen King: “quanto di quello che nel II secolo d.C. qualcuno aveva la certezza che fosse sposato. Del resto – continua la storica statunitense – non vi sono neanche prove certe del fatto che Gesù non fosse sposato anche se la tradizione cristiana ha sostenuto questa posizione”.È interessante, fa notare la studiosa, che è sempre nel II secolo d.C. che compaiono i primi testi che raffigurano Gesù come uomo celibe. Un periodo troppo lontano da quello in cui Gesù ha vissuto perché qualunque testo possa essere come una definitiva prova storica, in un senso o nell’altro. ” Tuttavia, questa è la prova che l’intera questione sullo stato civile di Gesù è nata in quel periodo, più di un secolo dopo la sua morte, come parte del dibattito tra i primi cristiani sulla condotta più idonea in termini di sessualità e matrimonio”.Ma come fare a dire che questo frammento, che getta acqua su un fuoco antico quasi 2.000 anni, non è un falso? La stessa King era molto scettica riguardo l’originalità del frammento quando per la prima volta, nel 2010, venne contattata dal suo proprietario, un collezionista rimasto anonimo, perché lo studiasse: ” Non credevo che si trattasse di un pezzo autentico e ho detto che non ero interessata a vederlo”. Il proprietario però insistette e ottenne un colloquio nel marzo di quest’anno, durante il quale lasciò alla storica di Harvard il prezioso frammento.Vederlo non bastò alla ricercatrice per convincerla a occuparsene sul serio, tuttavia fu sufficiente per chiedere l’intervento di due esperti. I primi a essere contattati, come racconta il New York Times, sono stati Roger Bagnall, papirologo e direttore dell’ Institute for the Study of the Ancient World della New York University e AnneMarie Luijendijk docente di un corso sul Nuovo testamento e il primo Cristianesimo alla Princeton University.I due hanno esaminato attentamente il frammento non trovando nessun buon motivo per metterne in dubbio l’autenticità. Al contrario ne trovarono diversi a favore come l’assorbimento dell’inchiostro da parte delle fibre di papiro, tale da rendere il testo quasi illeggibile. ” Sarebbe stato impossibile da falsificare”, ha dichiarato Luijendijk. Anche l’analisi grammaticale e ortografica condotto da Ariel Shisha-Halevy, docente di linguistica ed esperto di lingua copta della Hebrew University di Gerusalemme, ha ottenuto lo stesso verdetto. ” Sono convinto – sulla base dello studio del linguaggio e della grammatica adoperati – che il testo sia autentico”.Ovviamente queste analisi non sono sufficienti per dichiarare con certezza che si tratti di un pezzo autentico, e ne saranno necessarie altre, come quelle sulla composizione chimica dell’inchiostro. Tuttavia hanno dato a Karen King un buon motivo per cominciare a lavorare sul serio alla traduzione e interpretazione del testo. Un lavoro di mesi che ha portato alla scoperta della testimonianza di un possibile matrimonio di Gesù e Maria Maddalena e alla scrittura di un paper che sarà pubblicato il prossimo gennaio sulla Harvard Technological Review.Quale sarà l’effetto di questa scoperta sull’infinito dibattito cristiano a proposito di matrimonio e sessualità non si può ancora prevedere, tuttavia il testo del frammento solleva questioni che non possono rimanere irrisolte, come sottolinea la storica di Harvard: ” Come mai sono sopravvissuti fino a oggi solo testi scritti a favore del celibato di Gesù? E come mai tutti quelli che mostravano una relazione intima con Maddalena o un eventuale matrimonio sono andati perduti? È stato solo un caso? O è stato perché quella del celibato era divenuta l’opzione più conveniente per il Cristianesimo?”. E, aggiungiamo noi: che Dan Brown ci avesse azzeccato col Codice da Vinci? Caterina Visco per “Wired.it”

Figli incestuosi, perchè vogliono riconoscerli

Giovedì, 19 Luglio 2012

Occorre sgombrare qualche dubbio sulla questione del riconoscimento dei figli incestuosi.Cominciamo illustrando quale sia il vero background culturale dell’iniziativa, e con qualche dato parlamentare a pochi noto. Paladini della legalizzazione dell’incesto sono da sempre i radicali. Questi non sono per nulla sprovveduti e le loro battaglie ubbidiscono sempre ad una ferrea logica, secondo una strategia che nasce da un’intelligenza luciferina. Perciò hanno compreso subito che il cavallo di Troia per eliminare il tabù dell’incesto avrebbe dovuto necessariamente passare per il riconoscimento dei figli incestuosi, sulla base del ragionamento capzioso per cui «le colpe dei genitori non devono ricadere sui figli». Così il 24 ottobre 2008 la Senatrice radicale Donatella Poretti ha presentato il Disegno di Legge S.1154, avente per oggetto, appunto, il riconoscimento dei figli incestuosi, attualmente assegnato alla 2° Commissione permanente (Giustizia) del Senato. La prova di questa fine strategia appare evidente dalla lettura del successivo Disegno di Legge della stessa senatrice radicale, S.1155, quello relativo alla «depenalizzazione dei delitti contro la morale della famiglia», con cui si chiede, tra l’altro, anche l’abrogazione del reato di incesto, e quindi la sua legalizzazione di fatto.Alcuni passaggi della relazione introduttiva a quel Disegno di Legge appaiono emblematici:
«I due articoli che si intende abrogare, articolo 564 (Incesto) e articolo 565 (Attentati alla morale familiare commessi col mezzo della stampa periodica), marchiano il nostro codice penale di un reato contro la morale di cui non si capisce l’utilità, se non per creare confusione tra peccato e reato, tipica di leggi di Stati confessionali e non laici come il nostro. (…) Il rigetto sociale di un comportamento come quello in esame, e la sua previsione di reato contro la morale, ha comportato come altra terribile conseguenza il fatto che le colpe dei genitori ricadessero sui figli. (…) La conferma che più che un reato deve intendersi come un peccato per alcune confessioni religiose, è nelle parole del presidente della Cei, monsignor Angelo Bagnasco, quando nell’ambito di un dibattito su una legge per le coppie di fatto (i cosiddetti Pacs in Francia), ebbe a mettere sullo stesso piano le richieste di legalizzazione delle forme di convivenza, delle relazioni incestuose e della pedofilia: “Oggi ci scandalizziamo, ma se viene a cadere il criterio dell’etica che riguarda la natura umana, che è anzitutto un dato di natura e non di cultura, è difficile dire no. Se il criterio sommo del bene e del male è la libertà di ciascuno, come autodeterminazione, come scelta, allora se uno, due o più sono consenzienti, fanno quello che vogliono perché non esiste più un criterio oggettivo sul piano morale e questo criterio riguarda non più l’uomo nella sua libertà di scelta, ma nel suo dato di natura”. Per i credenti cattolici siamo certi che queste parole saranno da guida per i loro comportamenti personali, ma come cittadini di uno Stato laico vorremmo porre alla base di ogni legge il principio che “la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri” (Martin Luther King)».Anche il Disegno di Legge n.1155 giace dal 2008 presso la 2° Commissione permanente (Giustizia) del Senato, in attesa di essere, un giorno, discusso e votato. 
Nel frattempo, il riconoscimento dei figli incestuosi è riuscito a passare il 30 maggio 2011 alla Camera e lo scorso 16 maggio al Senato, trovando ospitalità nel Disegno di Legge in materia di riconoscimento di figli naturali d’iniziativa dei deputati Mussolini, Carlucci, Bindi, Ferranti ed altri, con cui si intendono parificare i figli legittimi a quelli naturali (compresi gli incestuosi). Una parificazione assai pericolosa sotto il profilo antropologico, culturale e sociale. Ora, per opporsi al tentativo surrettizio di sdoganare il tabù dell’incesto attraverso il riconoscimento dei figli incestuosi, soprattutto alla luce dell’insidiosa questione delle colpe dei genitori che ricadrebbero sui figli innocenti, occorre fare tre considerazioni.
1) Il divieto di riconoscimento dei figli illegittimi non opera in due casi, relativi a situazioni ed eventi che riguardano i rapporti tra genitori, sui quali comunque il figlio nulla può: l’ignoranza in cui gli stessi genitori, al momento del concepimento, versassero circa il vincolo esistente tra loro (nel caso in cui uno solo dei genitori fosse in buona fede, solo questi può effettuare il riconoscimento; ipotesi cui è assimilato il caso di chi ha subito violenza sessuale) e, ovviamente, la dichiarata nullità del matrimonio da cui il rapporto di affinità sarebbe derivato.
2) I figli incestuosi non riconoscibili oggi godono di una certa tutela, essendo loro riconosciuta l’azione nei confronti dei genitori naturali per ottenere il mantenimento, l’istruzione e l’educazione o, se maggiorenni in stato di bisogno, per ottenere gli alimenti, e alla morte dei genitori hanno diritto ad un assegno vitalizio pari alla rendita della quota che sarebbe spettata loro se fossero stati riconosciuti. A causa del divieto di riconoscimento, però, questi figli non possono assumere il cognome del genitore, non possono essere sottoposti alla potestà di tale genitore, e non hanno i diritti successori spettanti ai figli naturali, ma, come abbiamo visto, un assegno vitalizio. Attribuire questi ultimi diritti (cognome, potestà genitoriale, e successione), infatti, significherebbe riconoscere indirettamente un contesto familiare illegittimo per il nostro ordinamento giuridico e in contrasto con i principi costituzionali. Una famiglia incestuosa di fatto. 
Secondo la dottrina giuridica «l’ampliamento dei diritti di figli di genitori incestuosi rischia di comportare una lettura diversa della famiglia che elimini del tutto il rilievo atavico dell’incesto», ed il «desiderio di offrire a tutti i figli, senza esclusione alcuna, la tutela massima prevista dall’ordinamento presta il fianco ad una possibile interpretazione estensiva, così da considerare “famiglia” anche quella nascente dal rapporto incestuoso, perché ciò che notoriamente e comunemente è considerato diritto fondamentale del fanciullo è il crescere in una famiglia» (PAOLO CENDON, RITA ROSSI, Famiglia e Persone, UTET 2008, volume I, p.371) 
3) Come ha giustamente evidenziato il Forum delle Associazioni Familiari, non può considerasi un interesse dei figli il fatto di vedere certificata e pubblicamente conclamata la propria origine incestuosa. A meno che – e qui sta il punto – non si voglia far considerare “normale” tale condizione, una normalità riconosciuta e tutelata dallo Stato, attraverso una totale parificazione coi figli legittimi. Sempre secondo la dottrina, «l’ordinamento giustamente presuppone che il mantenimento di significativi rapporti affettivi con i genitori incestuosi costituisca un pregiudizio per i minori» (ALESSIO ANCESCHI, Rapporti tra genitori e figli – profili di responsabilità, GIUFFRE’ 2007, p.15). E ancora la dottrina pone l’accento sugli «effetti di natura psicologica e di integrazione sociale» che possono derivare al riconoscimento pubblico di «figli che, ufficialmente e nei confronti della collettività, saranno figli del fratello o della sorella o del nonno”, evidenziando che “tale realtà potrebbe avere conseguenze devastanti» (PAOLO CENDON, RITA ROSSI, Famiglia e Persone, UTET 2008, volume I, p. 371). Ricordiamo, poi, che se passasse alla Camera il riconoscimento dei figli incestuosi, questo potrebbe comportare anche la possibilità, seppure filtrata dal vaglio del giudice, dell’inserimento di tali figli nella famiglia dell’uno o dell’altro genitore, con tutte le implicazioni ben immaginabili.

Se lo Stato arrivasse a riconoscere e tutelare il frutto dell’unione di due adulti consanguinei, prima o poi finirebbe inevitabilmente per riconoscere la legittimità di tale unione. I figli incestuosi, come abbiamo visto, godono già di tutele e di diritti sotto il profilo economico, ma non possono essere riconosciuti, perché questo significherebbe inserirli anche idealmente in un contesto familiare fatto di due genitori biologici consanguinei. I figli incestuosi non possono far parte, neppure idealmente, di un quadro e di un progetto familiare, per questo si può e si deve negare loro, ad esempio, il diritto ad ottenere il cognome, il diritto ad una successione piena e la possibilità che i genitori incestuosi esercitino su di loro la potestà genitoriale. Non si tratta di una cattiveria nei confronti di soggetti innocenti, ma di salvaguardare il concetto di famiglia ed arrestare il processo culturale che tende alla liberalizzazione dell’incesto, ovvero alla regressione dei rapporti familiari allo stato animale.Di ciò ne erano pienamente consci, peraltro, gli stessi Padri Costituenti. Il 16 gennaio 1947, infatti, la Commissione per la Costituzione in seduta plenaria discusse sulla condizione dei figli nati fuori del matrimonio, e in quella sede, proprio a proposito dei figli incestuosi, il costituente Senatore Umberto Merlin fu estremamente lucido: «Dire che non è logico far ricadere sui figli innocenti la colpa dei padri, è tesi bellissima, da romanzo, ma non è argomento persuasivo per il legislatore e soprattutto per il legislatore costituente, il quale deve formulare gli articoli con il cuore, sì, ma soprattutto con la ragione». Il cuore può arrivare a comprendere il desiderio di un figlio di entrare a far parte della comunione familiare con i genitori incestuosi che lo hanno generato, ma la ragione ha bene chiari i motivi per cui quel desiderio non si può realizzare, nell’interesse dello stesso figlio e della comunità sociale. Quelle parole pronunciate nel 1947 sono ancora più vere oggi che è in atto un’evidente operazione culturale finalizzata a sovvertire la visione antropologica dell’uomo ereditata in Occidente dalla civiltà greco-romana e da quella giudaico-cristiana. I disegni di legge radicali ne sono una conferma. E, del resto, la stessa cosa è avvenuta in passato, ad esempio, con i transessuali. Un lento e ponderato processo che, passo dopo passo e attraverso una sapiente propaganda massmediatica, ha portato a rendere normale e accettabile, nell’opinione pubblica, la figura dei transessuali. Gli ingegneri insegnano che le grandi dighe non crollano all’improvviso e di colpo, ma collassano per l’azione di piccole crepe. Il riconoscimento dei figli incestuosi, in questo senso, rappresenta una pericolosissima ed insidiosa crepa. g. amato riscossa cristiana

Genitori di gay, no alle coppie di fatto

Giovedì, 19 Luglio 2012

Lunedì il consiglio comuna­le affronterà il dibattito e il voto sulla proposta di delibe­ra per l’istituzione del regi­stro per le coppie di fatto, un provvedimento fortemente voluto dal sindaco. Sono atte­si per oggi i pareri dei 9 consi­gli di zona, passaggio fonda­me­ntale perché il documen­to approdi in aula. Sull’argo­mento pubblichiamo il pare­re di un’associazione di pa­renti e amici di gay contrari all’iniziativa comunale.

Egregio Sindaco, memori della sua genti­le visita al nostro stand in occasione dei Giorni del Volontariato al Palazzo delle Stelline, desideriamo, come geni­tori di figli omosessuali, esprime­re il nostro apprezzamento per la sua Amministrazione che intende adoperarsi a favore di una maggio­re inclusione delle persone omo­sessuali nella società civile e per la rimozione di ogni forma di loro di­scriminazione.In particolare ap­prezziamo il progetto di istituire un osservatorio delle discrimina­zioni che dovrebbe monitorare gli atti ostili nei confronti delle perso­ne omosessuali, così come i casi di mancato rispetto dei diritti dei conviventi già oggi previsti dalla legge, tra cui la visita al convivente all’ospedale,la successione al con­tratto di locazione, la co-intesta­zione delle polizze vita e altri. Tut­tavia restiamo molto perplessi di fronte all’intenzione della sua am­ministrazione di applicare, in tema di politiche sociali e a livello simbolico, un trattamento uniforme a realtà sociali profondamente diverse tra di loro, sia sotto il profilo della rilevanza so­ciale ed economica sia per la natura della re­lazione stessa. Non crediamo cioè che una politica di equi­parazione della famiglia comune, aperta ai figli, definita negli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione italiana, alle convivenze omo­se­ssuali sia di aiuto per i nostri figli omoses­suali. Il messaggio che ne deriva infatti è quello secondo cui «la relazione tra due uguali è uguale a quella tra due differenti», vale come a dire che A + A = A + B. Ciò non è veritiero e ciò che non è vero non può esse­re buono. Equiparare due realtà relazionali differenti tra di loro significa negare la rile­vanza della differenza sessuale tra uomo e donna ma, come dice L. Irigary, filosofa, grande rappresentante del femminismo europeo, «la natura è due: uomo e donna». La differenza dei sessi non è soltanto un va­lore per la società, ma anche elemento fon­damentale per la vita di coppia. Far credere che questa differenza sia irrilevante crea confusione e rischia di spingere i nostri figli verso grandi delusioni e comportamenti spesso autolesionisti. Crediamo che non si ot­terrà il superamento del­l’omofobia attraverso gli omissis o la banalizza­zione della stessa omo­sessualità all’insegna del «tutto uguale». Infat­ti, in nessuna delle socie­tà del mondo occidenta­le che ha promosso unioni civili e matrimo­ni gay, la condizione di vita degli omoses­suali è divenuta migliore. Questo lo si può facilmente appurare sul campo o leggen­do, ad esempio, i dati sanitari disponibili. L’omosessualità non è certamente da con­siderarsi una patologia, tuttavia in nessuna fase della storia e in nessuna civiltà, è mai esistita la famiglia gay, neanche in epoche in cui la pratica omosessuale godeva di alto prestigio sociale, come quella tardo romana. Equiparare ora la relazio­ne omosessuale alla fa­miglia comune rischia di far apparire l’intera storia umana come gran­de complotto contro l’omosessualità e, peg­gio, contro le persone omosessuali stesse, creando con questa distorsione della realtà ulteriore disagio nei nostri figli.I 10 – 15 an­ni di esperienza con i registri delle unioni ci­vili in 80 Comuni italiani, là dove sono stati istituti, hanno dimostrato che questi non ri­spondono a nessun reale bisogno sociale. Di fatto il numero delle convivenze iscritte nei relativi registri è irrisorio. Sarebbe paradossale se ora il Comune di Milano intendesse operare una scelta basa­ta su un concetto di Equality, di uguaglian­za che confonde la giustizia sociale con la negazione della valenza della differenza sessuale – negazione che trae in inganno e penalizza, ancora una volta, in particolare i nostri figli omosessuali.

La presente lettera è stata condivisa nel­l’ambito dell’ultima assemblea generale del Forum Milanese delle Associazioni Fa­miliare, di cui AGAPO fa parte. giornale.it

Il matrimonio gay mette in pericolo la salute mentale della società

Lunedì, 19 Marzo 2012

La corte di Cassazione ha stabilito che le coppie omosessuali devono avere «diritto a un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata». Ma l’affermazione più rischiosa, non riportata a mezzo stampa, è quella per cui è «stata radicalmente superata la concezione secondo cui la diversità di sesso dei nubendi è presupposto indispensabile, per così dire naturalistico, della stessa esistenza del matrimonio». «Questo è l’aspetto più grave di tutta la vicenda - spiega a tempi.it Italo Carta, rinomato psichiatra, già ordinario di psichiatria all’Università di Milano. «Ho curato e curo molti omosessuali e ritengo che, se proprio vogliono mantenersi in questa condizione di coppia, possano ricevere certe tutele. Ma che il matrimonio naturale sia così minacciato è una violenza distruttiva per la mentale della società intera». Cosa può accadere se la legge, come fa la sentenza della Cassazione, va contro il diritto naturale praticamente annullandolo? Succede il caos. Se si tolgono le evidenze che accomunano qualsiasi uomo, a prescindere dal contesto e dalla tradizione da cui proviene, si cade nell’arbitrarietà: significa che prevale il diritto del più forte, di chi urla di più. In questo caso quello dei promotori di questi diritti. Siamo in un momento storico in cui la volontà è così tracotante da voler prendere il sopravvento sulla conoscenza delle cose e così le violenta: io voglio fare una famiglia con una persona del mio stesso sesso, non solo chiedo di non essere discriminato ma pretendo di generare, con tecniche violente e artificiali, e poi pure di allevare, un innocente in un contesto che non gli farà sicuramente del bene. Se si salta il fondamento del diritto che è nella legge naturale, e nella ragione umana che la riconosce, la giustizia muore. Non possiamo neppure parlare più di diritti universali. Cosa si perdono la società e la persona in quanto tali se va in crisi l’istituzione del matrimonio basata sulla natura eterosessuale dei coniugi? La generatività e l’educazione sana delle persone. Non basta l’amore per crescere dei bambini, servono due personalità differenti dal punto di vista psichico. I promotori dei diritti gay sostengono che questa condizione è naturale e che la differenza tra sessi è una costruzione sociale.
Nei miei 50 anni di lavoro ho seguito tanti omosessuali. Sono aumentati moltissimo negli ultimi anni. La scienza e l’esperienza dicono che non c’è alcun difetto di natura in loro. Non esiste l’omosessualità naturale, non è iscritta nel Dna. L’omosessualità è un’elaborazione della psiche di modelli affettivi diversi da quelli verso cui la natura normalmente orienta. Questa tendenza è del tutto reversibile. Io mi sono scervellato per anni, ho letto molto su come si può correggere questa tendenza, il problema è che spesso, pur vivendo un disagio, molti di loro non vogliono correggersi.  Secondo lei non dovrebbero avere dei diritti come le coppie eterosessuali? Bisogna fare dei distinguo: ci sono moltissimi soggetti promiscui e con vite sessuali instabili. Ma ci sono anche alcuni di loro che vivono in coppia per molto tempo. Non mi darebbe fastidio se il legislatore desse loro qualche diritto, come già di fatto avviene, con la possibilità di succedere nel contratto di locazione, di ricevere prestazioni assistenziali dai consultori familiari, di astenersi dal testimoniare in processi che vedono coinvolto il partner etc. Ma non si può andare oltre a concessioni di questo tipo. Pena la salute mentale di terzi. Si riferisce ai figli? Anche alla stabilità della società intera. Questa sentenza abolisce l’evidenza e quando si abolisce il principio di evidenza naturale la mente compensa con squilibri psicotici gravissimi. Per questo pensare di introdurre l’uguaglianza dei sessi come normale significa attentare alla psiche di tutti. Penso poi ai più deboli: i bambini. Se gli si insegna sin da piccoli che quel che vedono non è come appare, li si rovina. Ripeto, pur non essendo solito fare affermazioni dure, dato che gli omosessuali sono persone spesso duramente discriminate, non posso non dire che introdurre l’idea che la differenza sessuale non esiste, e che quindi non ha rilevanza, è da criminali. Ha parlato dei bambini. Che conseguenze può avere dare a queste coppie la possibilità di educarli?
La natura ha fatto l’uomo maschio e femmina e la differenza non è solo fisica ma psicologica. La psiche dell’uomo è diversa da quella della donna: la donna protegge, dà la vita per il figlio, si sobbarca le sue fatiche. Il padre è quello che recide questo legame affinché il bambino cresca e cammini con le sue gambe. Il bambino da quando è nato il mondo per crescere forte e sano, per affrontare la vita e i problemi, ha bisogno di entrambe queste figure. Senza di esse salta in aria tutto il dispositivo edipico su cui si fonda da sempre ogni società. Non mi parlino dei genitori morti perché la loro presenza evocata è utile comunque a questo processo. E comunque la morte non crea disordini affettivi come la sostituzione di un genitore con una figura di un altro sesso. Non conosciamo ancora gli scenari di un mondo disposto a stravolgere la normalità ma li prevedo terribili: l’uomo che obbedisce alla sua volontà e non alla norma si distrugge. E questo non dobbiamo permetterlo per il bene di tutti. L’uomo per sua natura è un essere giuridico che per crescere ha bisogno di seguire delle norme date a lui come pilasti di suporto per camminare certo nella vita. Ma perché gli omosessuali non si accontentano dei diritti che già hanno e nutrono tanto livore nei confronti di chi asseconda le norme naturali? Il loro livore è reale. Sono arrabbiati e frustrati. Spesso proprio per delle ferite che si portano addosso scaricano la sofferenza su un punto che individuano come la causa di essa. Anche se di fatto non lo è. Così, però, loro continuano a soffrire e fanno soffrire anche altri imponendo loro la menzogna pur di ottenere quello che pensano gli risolverà la vita. Io lavoro per attenuare il loro disagio che è reale, ma non posso in alcun modo giustificare la violenza distruttiva dell’ideologia che nega l’evidenza e violenta i più deboli. b. frigerio tempi.it

 

Perché ogni bimbo esige un papà e una mamma

Sabato, 28 Gennaio 2012

Perché oggi parlare di madri e padri rappresenta un argomento sfidante? L’essere genitori parrebbe di primo acchito una delle esperienze esistenziali più note e condivise, una sorta di “universale” indiscusso e indiscutibile dell’umano. Eppure, attualmente, in un clima di individualismo e di relativismo, anche tale tema è ampiamente messo in questione. L’incremento dell’instabilità coniugale con la diffusione di famiglie monogenitoriali, l’esperienza della genitorialità sempre più vissuta come una scelta e un diritto individuale, la diffusione di forme familiari alternative e il dibattito sui diritti delle coppie omosessuali mettono in discussione l’affermazione da sempre condivisa secondo la quale «un bambino per crescere ha bisogno di un papà e di una mamma». Potremmo riassumere la sfida a cui maternità e paternità sono attualmente sottoposti in un paio di domande che paiono serpeggiare nel dibattito culturale odierno. Perché due genitori? E perché diversi? In prima battuta sarebbe già possibile rispondere a queste domande semplicemente osservando, dal punto di vista fenomenologico, come tutta la letteratura psicologica metta da sempre in evidenza il ruolo differenziale delle due figure genitoriali, mostrando come madri e padri giochino ruoli e funzioni diversi e complementari nell’educazione dei figli e nella trasmissione di competenze e valori. Se è vero – come è vero – che, per crescere, un individuo ha bisogno di fare esperienza della differenza, ossia di essere in grado di mettersi in rapporto, confrontarsi e imparare dall’altro, la non omologabilità delle funzioni del maschile e del femminile appare decisiva. Molte ricerche di psicologia dimostrano come, lungo il percorso di crescita dei figli, la compresenza di un “codice affettivo materno”, improntato alla cura, alla protezione e all’accoglienza incondizionata e di un “codice etico paterno”, espresso dalla responsabilità, dalla norma, dalla spinta emancipativa, siano fondamentali per garantire un’equilibrata evoluzione dell’identità personale. In particolare, è stata da sempre ampiamente sottolineata l’importanza di instaurare un buon legame di attaccamento con la madre, così come, soprattutto negli studi più recenti, è stata enfatizzata la centralità della funzione paterna man mano che il figlio cresce, a motivo della necessità di regole e di orientamento verso l’autonomia che, specie dall’adolescenza in poi, divengono fondamentali. Numerosi studi, inoltre, hanno mostrato in più occasioni come, in situazioni familiari peculiari caratterizzate dall’assenza di un genitore, o dalla carenza di una delle due funzioni genitoriali (specie con l’impallidimento della figura paterna, tipico del nostro contesto fondamentalmente “matrifocale”) si possano riscontrare non poche difficoltà, anche a lungo termine, per i figli. Eppure, qualcuno potrebbe obiettare, è possibile crescere senza un genitore: l’esperienza positiva di numerose famiglie in cui anche non per scelta, ma per un’avversità del destino, una figura genitoriale è venuta a mancare, testimonia che, pur nella fatica della perdita e dell’assenza, i figli possono crescere sani e sereni anche con la sola madre o il solo padre. La funzione “differenziante” può essere assunta anche da altre figure di riferimento, nonni, amici, reti di sostegno esterne, così come l’esercizio delle funzioni educative può essere condiviso con altri che non siano l’altro genitore. Le funzioni materna e paterna sono inoltre per alcuni aspetti interscambiabili: sempre più frequentemente si incontrano madri che esercitano alcuni aspetti della funzione paterna e viceversa padri che svolgono parte della funzione materna (per esempio aspetti legati all’accudimento), soprattutto oggi dove il rifiuto dei modelli normativi del passato conduce i padri ad allinearsi maggiormente alle modalità di relazione tipicamente femminili-materne (si parla a tal proposito di new nurturant fathers). LA CENTRALITA’ DELL’ORIGINE La questione va dunque posta a un altro livello. Il tema della “necessità” per l’umano di un paterno e di un materno, o meglio proprio di “quel padre” e di “quella madre”, implica uno spostamento di attenzione dal piano materiale-fenomenologico a un piano simbolico-antropologico e soprattutto impone un capovolgimento della prospettiva dal punto di vista dei genitori a quello del figlio.  Se c’è un dato indiscutibile, su cui non si può obiettare, è che per nascere “quel figlio” ha bisogno di “quel padre” e di “quella madre”. Le differenze di genere e di generazione sono inscritte nella procreazione e sono metafora della vita psichica: è importante dunque partire non dalla coppia, ma dal figlio. Il figlio è sempre generato da due, e da due “diversi”, da un maschile e da un femminile, da due stirpi familiari, da due storie intergenerazionali e sociali. La differenza (di genere, di stirpe, di storia) non solo consente la procreazione, ma permette anche che nel tempo il figlio diventi a propria volta generativo da più punti di vista. L’incontro con l’altro da sé evidenzia il limite (tu sei quello che io non sono) e al tempo stesso la potenzialità dell’umano (solo insieme a te posso andare oltre me stesso), quindi aiuta a riconoscere ciò che si è e l’obiettivo per cui si è nati. Centrali diventano dunque i temi dell’origine, dell’identità e della generatività. Il figlio, per strutturare la propria identità personale, ha bisogno di riconoscersi nel suo punto di origine che è sempre frutto di uno scambio tra quel materno e quel paterno che lo hanno generato e che consentirà di inserirsi in una storia intergenerazionale e sociale, che lo renderà a propria volta generativo a livello biologico, psicologico e simbolico-culturale, ossia gli permetterà di realizzare pienamente se stesso e la sua umanità. Senza un’origine non c’è identità. Alla domanda «chi sono io?» non riusciamo a rispondere esaurientemente senza far riferimento alla nostra origine. Solo il semplice fatto di pronunciare il nostro nome e cognome ci fa risalire a chi il nome l’ha scelto per noi e ci ha inserito in un’appartenenza familiare. Ripartendo dal tema dell’origine, si capisce così che questo processo non può che riguardare sia una madre sia un padre. Se il parto è affidato interamente alle donne (per questo mater semper certa est), la nascita è rappresentata dal riconoscimento del padre, dalla nominazione (in nomine patris), dall’ingresso del nuovo nato nella famiglia come persona unica e irripetibile proprio perche “distinta”, “separata” e per questo “nominata”. Françoise Dolto afferma che è il padre a infondere a un atto biologico come la nascita un carattere propriamente “umano”; attraverso l’adozione simbolica del nuovo nato, il padre riconosce e umanizza la nuova vita nascente. La donna, dunque, mette al mondo, ma non genera da sola. Perché il processo della nascita sia compiuto occorre spostarsi da un piano puramente biologico a uno simbolico-sociale che il riconoscimento paterno e l’assegnazione del “nome del padre” consente di introdurre. È la madre che ospita la funzione paterna e ne consente l’esercizio. È fondamentale che nella relazione madre-figlio/a ci sia il riferimento a un terzo, il padre appunto. È il padre che istituisce la differenza/ differenziazione dall’originaria simbiosi con la madre (come ha sempre affermato la psicoanalisi) e, nominandolo, “taglia”, “separa” “de-finisce” il figlio sottraendolo dallo stato di onnipotenza e introducendo il senso del limite e contemporaneamente il senso e la direzione della sua crescita, favorendo così la sua piena umanizzazione. PROVOCAZIONI DELLA CULTURA CONTEMPORANEA In questa prospettiva concettuale e considerando le dimensioni essenziali della paternità e della maternità, la sfida e gli interrogativi che la società e la cultura contemporanea pongono alla genitorialità assumono un aspetto più radicale e complesso. A ben vedere, infatti, la messa in questione del senso della genitorialità non riguarda soltanto le nuove forme di vita familiare. Queste ultime rappresentano piuttosto la condizione empirico-fenomenologica che rende esplicito il tema, ma l’interrogativo circa la necessità per un figlio di accedere e di trattare mentalmente il rapporto con le proprie origini riguarda allo stesso modo le situazioni familiari più comuni o tradizionali. E anche all’interno di queste situazioni familiari ordinarie, dove cioè un figlio sperimenta in modo del tutto aproblematico la presenza di un padre e di una madre, diventa necessario riflettere su quanto le forme contemporanee della paternità e della maternità possano essere sfidate circa la loro funzione essenziale e messe alla prova dai modelli socioculturali emergenti. La riflessione e le ricerche sociologiche e psicosociali hanno da tempo, a questo proposito, messo in evidenza alcuni caratteri tipici della genitorialità contemporanea. Essi si inscrivono in un più complessivo e generalizzato processo di trasformazione sociale e culturale che ha prodotto un significativo cambiamento del modo stesso con cui sembra strutturarsi la mente e l’identità personale, segnata da un’accresciuta e ormai prevalente centratura sulla ricerca dell’affermazione individualistica del Sé e sulla prevalenza di istanze narcisistiche che inducono a una ricerca immediata e superficiale della soddisfazione personale. Tale assetto ha, ovviamente, delle ripercussioni sulle forme della genitorialità, principalmente in due sensi. In primo luogo, e questo è un cambiamento assai rilevante, l’accesso alla genitorialità risulta essere percepito come l’esito di uno specifico e deliberato atto di volontà, contrassegnato da tratti di intensa idealizzazione e da elevatissime aspettative di conferma del proprio valore personale, tanto da rendere poco tollerabile e riconoscibile l’irriducibile scarto che l’unicità della realtà personale del figlio porta con sé. Nell’esperienza genitoriale appare, in altre parole, sempre più diffuso il bisogno che il figlio sia conforme non solo all’immagine del “figlio desiderato”, ma che esso sostenga e confermi il senso che il diventare genitori assume nell’economia psichica del padre e della madre. Da qui, del resto, deriva la crescente legittimazione del “diritto alla genitorialità”, inteso non più come possibilità o disponibilità dell’adulto ad accogliere un figlio, ma come opzione del tutto incondizionata e soggetta unicamente alla libera scelta dell’adulto. Tale assetto psichico e culturale che, a prima vista, sembrerebbe produrre un rafforzamento della posizione del genitore rispetto al figlio, comporta in realtà anche un suo indebolimento, nel senso che amplifica gli aspetti di dipendenza del genitore nei confronti del figlio e riduce la sua capacità di porsi come guida autorevole, capace di tollerare le inevitabili frustrazioni e i conflitti che l’emergere dell’autentica e originaria realtà del figlio produce. Un secondo carattere dei processi più complessivi di trasformazione sociale e culturale che pare essere strettamente connesso alle forme contemporanee della genitorialità riguarda la difficoltà a riconoscere e tener conto del rilievo, tutt’affatto che semplice e lineare, ma piuttosto contrastato se non addirittura contraddittorio, che gli elementi di legame (e di vincolo) assumono nel determinare l’identità personale. Essi sono assai ricercati nella loro valenza funzionale e strumentale, sia sul piano interpersonale, sia sul piano sociale, ma assai meno riconosciuti nella loro valenza di significazione e di vincolo, poiché ciò è avvertito come un ostacolo o un limite all’affermazione delle proprie istanze individuali. In tal modo, però, si rischia di misconoscere l’essenza stessa della realtà genitoriale, che al contrario non può essere che strutturalmente relazionale, cioè fatta – come allude la sua etimologia – di vincolo (re-ligo) e di senso (re-fero). A questo proposito anche il pensiero psicologico, nonostante da molto tempo siano disponibili evidenze empiriche più che ragionevoli, contribuisce in molti casi a legittimare e rafforzare una visione sostanzialmente riduzionistica della realtà genitoriale, laddove continua ad attribuire un rilievo pressoché esclusivo al determinismo intrapsichico o, al più, al “modellamento” determinatosi nell’originaria interazione diadica con le figure di attaccamento. Al contrario, il fondamento dell’identità personale, a partire dal suo substrato genetico-biologico, non può che essere ricondotto a una struttura triadico-relazionale che, a sua volta, si inscrive in una più ampia concatenazione transgenerazionale. La genitorialità, in altre parole, non può che dispiegarsi in un “gioco a tre” e il fondamento dell’identità del figlio, in quanto figlio, non può che risolversi in un’unica e specifica collocazione spazio-temporale, cioè in un posto specifico all’interno della storia e della geografia familiare. E non si tratta, ovviamente, di una questione puramente materiale, ma prima di tutto mentale, dal momento che ogni posizione all’interno del “corpo familiare” è unica e raccoglie l’insieme dei significati, delle aspettative e dei desideri che, anche inconsapevolmente, si trasmettono e depositano attraverso le generazioni. Potersi misurare mentalmente con due genitori, nella loro essenziale unicità, e soprattutto potersi identificare e riconoscere nel legame, come elemento “terzo”, eccedente gli individui, è una condizione necessaria per parametrarsi in modo congruo e realistico con le proprie coordinate di origine o, detto diversamente, per dare un fondamento reale e non immaginario alla propria identità. A fronte di una cultura spesso spaventata dai limiti e dalla differenza – se non addirittura violenta – nei confronti di essi, avversa ai legami, centrata su valori individualistici e poco interessata a dare senso e a indicare obiettivi alle esperienze di vita delle persone, la famiglia, con le sue categorie di paternità, maternità, filiazione, propone dunque la sua sfida presentandosi – come affermano Eugenia Scabini e Vittorio Cigoli nei loro numerosi scritti sull’approccio relazionale simbolico – come il luogo per eccellenza dell’incontro-relazione tra le differenze fondative dell’umano (quelle tra genere, generazione e stirpi) e dunque orientato a un fine generativo, com’è propria dell’incontro tra differenze, sia sul piano biologico, sia su quello culturale. Per questola necessità di riconoscersi in un padre e in una madre è un’istanza originaria dell’umano e, al di là della presenza/assenza fisica delle due figure, il diritto inalienabile di chi è figlio, ciò che non può essere censurato e che pretende di essere rispettato è l’accessibilità almeno simbolica alla propria origine, il potersi riconoscere in un’appartenenza che da sempre e per sempre lo definirà come persona pienamente umana. di R. Iafrate e G. Tamanza «Vita e Pensiero» via bussolaquotidiana

Il tradimento coniugale come business

Domenica, 4 Dicembre 2011

Tutti i giorni se ne sente una, o più d’una… di quelle cose che suscitano immediatamente sconcerto e smarrimento… Ma quella reclamizzata dal “Corriere della Sera” il 17 novembre è di quelle che non possono lasciare indifferenti.Si viene così informati che un signore, tal Noel Biderman, è in Italia per lanciare un “portale di incontri extraconiugali”. La cosa ovviamente viene presentata come un “servizio”, addirittura come un modo per ravvivare, col ‘pepe’ della “scappatella”, matrimoni logoratisi col tempo dal punto di vista dell’attrazione sessuale.Per chiunque ha capito in quale abisso d’inciviltà veniamo oramai sprofondati a forza, non dovrebbe essere troppo sorprendente sapere che il portale appena sbarcato in Italia solo il primo giorno ha avuto già 200.000 accessi. Abbiamo avuto per anni un Presidente del Consiglio di cui, alla fine, resterà forse solo il ricordo del “bunga bunga”… Ma come dice il proverbio, riadattato per l’occasione, “chi di gnocca ferisce, di gnocca perisce”, ed è così che Berlusconi, che credeva d’attirare consensi sfruttando le sue “performance”, alla fine è stato bombardato sempre più pesantemente da quella “stampa internazionale” basata in paesi puritani ed ipocriti, posseduta da chi aveva l’urgenza di toglierlo di mezzo per meglio rapinare l’Italia con la scusa del “debito”.Non sorprende dunque che la notizia data dal “Corriere” riferisca di contatti tra Berlusconi e Biderman, vien da dire all’insegna del motto ‘più scappatelle per tutti’.Oltretutto, i recenti pronunciamenti della Cassazione in materia d’infedeltà coniugale delineano una situazione a dir poco grottesca. Al che si capisce bene dove ci hanno portato il “Sessantotto”, “le battaglie per il divorzio e l’aborto” eccetera, coi Radicali sempre in prima fila e “la sinistra” col suo “popolo bue” al seguito, e una “destra” che non ha la minima idea di che cosa sia la “tradizione”, tutta presa com’è ad “adeguarsi ai tempi” spacciando per buono un “conservatorismo” da museo delle cere; e dove ci porteranno tutti questi “progressi”, queste “conquiste civili”, se si pensa che in un futuro neanche troppo lontano le “coppie gay” saranno equiparate (nella migliore delle ipotesi!) a quelle normali.Già, normali. Che cos’è “normale”? Per fortuna che esiste l’etimologia, così si può ancora sapere che “normale” è in relazione con l’idea di “misura” – quindi con la geometria – e di “conoscenza” (gr. gnorízein), pertanto “norma” ha come sinonimi “regola”, “modello” e “ordine”.E qual è “l’Ordine” per eccellenza, l’unico “ordine” effettivamente degno d’esser chiamato tale? No di certo “l’ordine dei giornalisti”, o “l’ordine dei notai” eccetera (che ancora nella denominazione riecheggiano una società meno anarcoide), né “l’ordine” evocato, in taluni frangenti, dai summenzionati “conservatori”, che riducono il concetto a quello di “assenza di delinquenza o di degrado”, del resto impossibile stante la china “moderna” che essi stessi han scelto di percorrere…L’Ordine è uno solo, quello decretato dal Creatore di tutte le cose, il Principio da cui tutto origina, il quale, in tutte le tradizioni regolari – da quelle “semitiche” a quelle “indoeuropee”, si pensi agli studi di G. Dumézil – ha “trasmesso” tramite le “rivelazioni” che vi è un solo istituto, quello del matrimonio, affinché gli esseri umani conducano una vita sociale ordinata, e sottolineo ordinata.Tra l’altro, la parola “matrimonio”, ricordando esplicitamente la “madre”, ci segnala che lo scopo è quello di sancire un’unione legittima, e sottolineo legittima, allo scopo di procreare figli.Nella tradizione islamica, la più vituperata in questo “mondo moderno” in completa putrescenza, vien detto che “il matrimonio è metà dell’Islam”. Se si è capito che “islâm” significa la profonda presa d’atto che il visibile e l’invisibile, gli astri e le galassie, il tempo… che tutto insomma dipende dal Creatore di tutte le cose, dalla sua volontà, mentre noialtri che ci crediamo il “centro del mondo” siamo come delle pagliuzze che se ne vanno al primo spirare di vento… Che la “sottomissione” che deriva da tale presa d’atto implica un’ascesi, uno sforzo (jihâd) per realizzare in noi stessi i “nomi di divini”, gli “attributi” del divino, che è Uno ed Unico, ecco che si capisce l’affermazione del Profeta dell’Islam: “Il matrimonio è metà dell’Islâm”. Se l’Islâm è un obiettivo, un ‘tendere verso’, e giammai una condizione acquisita per il semplice fatto di affermarla, la vita coniugale addomestica e ridimensiona l’ego, il “piccolo sé” (nafs), il nemico principale di ciascun essere umano…Nel Corano è scritto più volte “Voi avete in Satana un nemico manifesto”: come per dire che il nemico è in noi stessi (non negli altri!), e su questa contraffazione, questa maschera dell’uomo che è l’ego, i demoni al servizio del loro capo lavorano per avvelenare e corrompere noi stessi e la società, affinché singolarmente facciamo la fine del carbone per l’Inferno e collettivamente edifichiamo l’esatto contrario di quella “città di Dio” alla quale si è sempre teso fintanto che han governato sovrani che non a caso derivavano la loro funzione da una “investitura divina”. Per questo fa sorridere chi crede ancora che “il problema” sia un “deficit di democrazia”, “la difesa della Costituzione”… il problema è che “tagliando la testa” ai sovrani l’uomo ha come reciso ulteriormente il legame col Cielo… Dopo di che, “uomini del popolo”, “uomini-massa”, messi a governare per conto di un’élite del denaro i quali li han circondati di una “mistica democratica”, non hanno saputo altro che tirare giù nel baratro l’intera società.La prima cosa che un Maestro vuol sapere da un discepolo è: sei sposato? E se non è sposato lo esorta a sposarsi. Qualcosa vorrà dire o no? Invece in questo mondo in dissoluzione, in specie sul piano psichico non più domato da una spiritualità attiva ed operante, la voce di chi invita alla “buona riuscita” in questa vita e nell’altra sembra come essere sommersa da messaggi sempre più assordanti che incitano alla soddisfazione di tutte le pulsioni ed i più bassi istinti, naturalmente presentati come “marachelle” o addirittura “toccasana”!Allâh nel Suo Messaggio (Risâla, da cui Rasûl, l’Inviato, latore del Messaggio) non ha detto agli uomini “fate come vi pare, accoppiatevi come nemmeno fanno le bestie”. Allâh vuole il bene per noi, il bene in questa vita e nell’altra, affinché possiamo fare ritorno a Lui (l’unico compito di ogni “cammino spirituale”). Mâ shâ’ Llâh, “ciò che Dio vuole”, per il musulmano è sempre un bene, e se ha ordinato di sposarsi e di non tradire, significa che così va fatto e non si discute.Per agevolare l’imprescindibile compito del “ritorno a Lui” contro il quale remano illusoriamente tutte le schiere sataniche – con sempre maggior ‘fretta’ da quando “i tempi” volgono al termine – bisogna che l’attività dell’uomo sia orientata verso la Conoscenza: non la conoscenza enciclopedica degli eruditi, ma la conoscenza di sé (il “Conosci te stesso”…) che affiancata alla conoscenza del mondo (al-‘âlam, dalla stessa radice di ‘alima, “sapere, conoscere”), un mondo che propone continuamente “segni” (âyât)  da meditare per chi sa vederli, è la base per conoscerLo e conoscersi; la base di una vita “ordinata”, perché conforme all’Ordine.Una vita, se è ancora lecito dirlo, “normale”. e, galoppini europeanphonix via arianna.it

 

Il tradimento, adesso, non vale più il divorzio

Lunedì, 5 Settembre 2011

Dicono che sia più facile. Proprio quella che sarebbe la cosa più difficile, il perdono. E invece i numeri, quelli raccolti fra gli avvocati inglesi, provano qualcosa che il cuore e lo stomaco non vorrebbero accettare: che il tradimento finisce in archivio, scivola via come l’acqua in certi canali di scolo ben puliti, viene chiuso in un cassetto come una vecchia fotografia da dimenticare e via, si ricomincia. Le corna non sono più motivo di divorzio, non il principale almeno. È la prima volta da anni. Al primo posto una ragione ovvia, ma impalpabile: non ci amiamo più; anzi ci amiamo, ma non siamo più innamorati; siamo cresciuti, siamo diversi, ci siamo allontanati. Ma l’affair, come lo chiamano gli inglesi, quello no, non è più tanto grave: soltanto il venticinque per cento delle coppie lo indica come motivo di separazione, mai così poche.Gli avvocati (l’indagine è condotta da Grant Thornton ed è stata riportata dal Daily Telegraph) dicono anche che siano state le star, coi loro comportamenti così sfacciatamente infedeli, a influenzare la mentalità comune: tanto da rendere le corna non proprio normali, ma comunque accettabili (l’ipotesi che i fedifraghi siano diminuiti, ovviamente, non è nemmeno presa in considerazione). Per esempio, un paio di mesi fa la ex supermodella Linda Evangelista ha fatto sapere al mondo intero che il padre di suo figlio è Francois-Henri Pinault, il miliardario francese sposato con Salma Hayek. L’attrice ha per caso battuto ciglio? Ma no, scomporsi per le corna non fa diva.Ma neanche maschio: sono tanti e tante quelli che dichiarano, almeno a parole, che perdonerebbero, o lo hanno fatto, così, come si potrebbe raccontare che sì, quel paio di jeans me lo comprerei. E poi, passiamo pure alla domanda successiva.Ma è possibile che all’improvviso qualcuno sia indifferente al tradimento, quando da sempre non si parla d’altro? Certo i numeri non dicono della sofferenza, dei ripensamenti, delle decisioni prese e cancellate e poi ribaltate di nuovo, delle notti insonni, i litigi, le lacrime, i sospetti, le insinuazioni, gli incubi che il perdono sia peggio del male, e il calvario non finirà mai. Però le percentuali sono chiare: il motivo più forte per dividersi è l’infelicità, ventisette per cento dei casi, l’amore che non c’è più, e forse c’entra sempre col tradimento, ma più alla lontana, si potrebbe quasi dire che quella sia la teoria, e le scappatelle la pratica. Ma colpisce ancora una volta una specie di spirito hollywoodiano, quello che mette in mostra soltanto gli amori grandi, plateali, drammatici, e poi se magari c’è qualche mese di difficoltà allora tutto pare grigio, inutile, da buttare. Nessuno elogia l’ipocrisia, è che anche dire «non siamo più innamorati» può suonare a volte così leggero, così facile, così da film: solo che poi in tribunale finisci davvero, e scopri che non c’è glamour, c’è solo la tristezza, con il suo strascico di infinità burocratiche e meschinità personali.
Per esempio: l’ottantadue per cento degli avvocati ha raccontato che i loro clienti hanno rimandato il divorzio per via della crisi, nella speranza di accordi migliori con le tasche piene. Perché va bene l’amore, va bene la passione, ma c’è pure il portafoglio, e a quello non si comanda. Le star insegnano, pure qui, ma forse la loro vita è soltanto più visibile, più spiata, non bisogna attribuire loro poteri che non hanno: semplicemente, si notano di più, parlano più spesso e magari le loro parole sono come i numeri dei sondaggi, da prendere con le pinze. E allora forse la gelosia è fuori moda, o forse le coppie cercano di restare più solide, qualcuno perdona davvero, qualcuno finge, magari è soltanto più facile parlare di grandi sentimenti, ineffabili, che di corna, così prosaiche, così banali. Anzi poi capita pure che siano loro, le celebrità, a fare la predica, come Gwyneth Paltrow che a Venezia ha bacchettato gli italiani, popolo di infedeli, ma pensa, allora tutta Hollywood è paese, alla fine. e. barbieri ilgiornale.it

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