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I pizzini di Geronzi (by Palombelli)

Mercoledì, 5 Dicembre 2012
Il libro-intervista di Massimo Mucchetti a Cesare Geronzi (“Confiteor”, Feltrinelli) è una miniera di racconti, allusioni, retroscena. Si discute di simboli massonici su una scrivania in Vaticano, di intrighi e intrecci che vengono riepilogati senza svelarli mai del tutto. Ci vorranno molti sforzi e molta fatica per mettere in fila personaggi e interpreti. Cosa ha unito per decenni fra loro i grandi uomini della finanza nazionale?Che legame aveva stretto un massone di rito inglese come il ministro tecnico di Mussolini, il siciliano ebreo Guido Jung, con i suoi collaboratori? E come si conciliavano le sante messe mattutine del cattolico Enrico Cuccia, aiutato da Jung e genero del socialista massone Alberto Beneduce, con il mito della finanza laica? Gli esegeti si stanno interrogando – in particolare – su una frase sibillina che allude alla divisione fra le varie tribù bancarie italiane.
Il messaggio è in codice: “Non sono mai andato alle commemorazioni di Raffaele Mattioli a Chiaravalle” . E come mai Geronzi, cattolico praticante di rito andreottiano, vuole prendere le distanze dal mitico banchiere della Comit e dai suoi eredi? La storia dell’Abbazia di Chiaravalle – e qui ci vorrebbe un Dan Brown, non un’umile cronista – inizia nel 1100. E’ lì che, alla fine del 1200, riparerà la regina Guglielmina di Boemia – figura molto studiata dalle femministe, in quanto eretica poi santificata e infine rinnegata – le cui ossa furono poi bruciate vent’anni dopo la sua morte. Nella sua vita, Guglielmina aveva mandato messaggi di pace, di unificazione fra ebrei, musulmani e cristiani, delegittimando il potere temporale dei pontefici del suo tempo. Torniamo alle banche e al gioiello del Novecento, la Comit, banca commerciale italiana, e al suo leader Raffaele Mattioli.Alla fine di una lunga vita in cui riuscì a costruire l’architrave bancario del regime fascista, fondare il Partito d’Azione, essere il primo banchiere a sostenere l’Agip di Enrico Mattei, diventare consigliere di Togliatti e maestro-padrino di personaggi come Ugo La Malfa e Giovanni Malagodi, Mattioli – secondo la leggenda – volle fare una donazione straordinaria a Chiaravalle ed essere seppellito proprio là. Qualcuno dice che comprò il sepolcro della santa eretica (vuotato dall’Inquisizione, che aveva messo al rogo lo scheletro di Guglielmina) come sua ultima dimora.

Dunque, Geronzi non andava alle messe in suffragio dell’anima di Don Raffaele. Non faceva parte del gruppo nutrito di allievi ed eredi, piuttosto in odore di massoneria. In altre parti del suo libro li accusa di molte complicità oscure nelle gestioni delle ex Bin, le banche pubbliche che diedero vita a Mediobanca, e delle Generali. Ma Chiaravalle diventa simbolo anche di un messaggio contemporaneo.Furono i gesuiti a benedire la salma di Mattioli, nello spirito della chiesa di frontiera che si occupa della salvezza dell’anima, fondamento della loro pratica religiosa. Perfino gli storici contemporanei allievi di Gabriele de Rosa rivendicano le molteplicità delle appartenenze come una peculiarità delle classi dirigenti negli anni del fascismo. Lo stesso Mussolini si circondò di socialisti massoni per organizzare lo stato, e fu davvero la sua carta vincente.Le due tribù, con la doppia tessera, una volta caduto il regime, lavorarono assieme e in accordo per la ricostruzione. L’Iri, creatura fascio-massonica, fu nutrita e occupata dalla Dc. E così le partecipazioni statali, l’Eni, l’Enel, la società autostrade, la Banca d’Italia… Poi, probabilmente con il caso Sindona, con la rottura del gold standard americano, la crisi energetica e le conseguenze monetarie, l’intesa è saltata.

Le liste dei clienti eccellenti costano la vita a Giorgio Ambrosoli, la guerra armata fra le due finanze inizia a contare i cadaveri, le vittime, i suicidi veri o presunti. Si scoprono gli elenchi – parziali – della P2, muore Roberto Calvi. Vaticano e massoneria continuano a incontrarsi, ma alcuni esponenti piuttosto spregiudicati usano anche la criminalità comune (la banda della Magliana) per gli affari correnti e la politica.Nei siti che si occupano di controinformazione ci si muove sempre fra verità e fantasia e si favoleggia di un superpotere oscuro che tirerebbe le fila del denaro mondiale. Quando è diventato premier Mario Monti (si sposò a Chiaravalle con la sua Elsa) nasce la leggenda che egli sia nipote di Mattioli, e si narra la dynasty bancaria un po’ come la saga del “Signore degli anelli”. Il nipote vero del banchiere di Vasto, il mio amico Luca – identico al nonno – smentisce ogni legame famigliare con l’attuale capo del governo. E allora? Chi voleva davvero colpire Cesare Geronzi, citando l’abbazia cistercense? b. palombelli ilfoglio

Luciano Pavarotti è diventato un marchio registrato dalla moglie Nicoletta

Giovedì, 13 Marzo 2008

E alla fine spuntò anche il marchio. Si chiama «Luciano Pavarotti» e l’Ufficio per l’Armonizzazione nel Mercato Interno dell’Unione Europea gli ha assegnato il numero 006176515. Ne ha richiesto la registrazione la titolare Nicoletta Mantovani, che ha depositato la domanda il 7 agosto 2007, un mese meno un giorno prima della morte di Pavarotti. A Bruxelles hanno terminato le verifiche il 7 settembre, il giorno dopo la scomparsa del tenore.

L’«elenco dei prodotti e dei servizi» per i quali non si potrà usare il nome Pavarotti se non con l’assenso della vedova, qualora il lungo iter della pratica approdi alla registrazione definitiva, è barocco nella sua puntigliosità burocratica: si va dai «preparati per la sbianca e altre sostanze per il bucato» agli estintori, dagli strumenti musicali al «materiale per l’istruzione o l’insegnamento», dallo «sciroppo di melassa» (e ogni altro possibile genere mangereccio) agli «articoli per fumatori», agli «alloggi temporanei». Insomma, non ci sarà un hotel Pavarotti. Mentre c’è già, depositata nel ‘96 e registrata due anni dopo, la «pizza Pavarotti», proprietà dei grandissimi magazzini Harrod’s di Londra.

È l’ultima puntata nella storia infinita dell’eredità Pavarotti. Il 29 febbraio, compleanno di Rossini, guarda le coincidenza, era stato pubblicato l’inventario dei beni del tenore, cento pagine nelle quali avevano colpito soprattutto due circostanze.

La prima, che il tenorissimo non era solo pieno di soldi, ma anche di debiti: al Monte dei Paschi di Siena, proprio la banca per la quale fu protagonista di una riuscita campagna pubblicitaria, ci sono circa 11 milioni di euro di scoperto, più un mutuo fondiario di quasi 2 e uno edilizio di 4 e mezzo. Totale: circa 17 milioni di euro, mentre le partecipazioni azionarie sono di società quasi tutte in liquidazione e gli immobili, tutto sommato, meno numerosi e meno prestigiosi di quel che si pensava.

L’altro aspetto è che nell’inventario sono elencati anche alcuni costumi di scena, autentici pezzi di gloria melodrammatica: la giacca in velluto marrone del cavalier Cavaradossi, il panciotto a quadretti marrone di Rodolfo il poeta, la giacca di velluto nero «con 14 bottoni», chiosa diligente il notaio dell’inventario, che tutti i giornali hanno attribuito all’Edgar di Puccini che Pavarotti mai cantò e che invece è probabilmente quella di Edgardo in Lucia di Lammermoor di Donizetti. Malinconie.

Resta da stabilire che fine faranno questi e gli altri più sostanziosi beni, dopo che l’ultimo dei tre testamenti del tenorissimo li ha attribuiti per metà alle quattro figlie (le tre del primo matrimonio e la piccola Alice, figlia di Nicoletta) e per metà alla vedova. Soprattutto, si tratta di capire se le tre figlie siano soddisfatte dello stato nel quale hanno trovato un patrimonio che forse non è più tale, dopo i vorticosi giri di partecipazioni e liquidazioni negli ultimi mesi del maestro.

Il tosto legale delle figlie, Fabrizio Corsini, aveva subito avvertito: «Per noi, il patrimonio va considerato nella sua interezza, ricomprendendovi anche tutto ciò che, in un modo o nell’altro, ne è uscito». Quindi anche i beni americani, oggetto del controverso trust per la vedova? Pare di sì. E comunque tutti i diritti d’autore, compresi quelli, «pesantissimi», sui dischi.

Dall’altra parte, l’altrettanto tosta avvocatessa Anna Maria Bernini, legale di Nicoletta, ripete che fra la sua cliente e le tre figlie i rapporti sono idilliaci. E si occupa della sua campagna elettorale, che la vede decima nella lista del Pdl per la Camera in Emilia. Suo padre, Giorgio Bernini, fu ministro nel Berlusconi I e l’amica Nicoletta si è recentemente fatta fotografare con Gianfranco Fini a Bologna.

Infine, una notizia curiosa. Uno dei compagni di briscola di Pavarotti, Luciano Ghelfi, è stato citato come teste nella causa, civile e non penale, che Nicoletta ha intentato alle due amiche che avevano parlato di rapporti tesi fra lei e il marito. Bene: sua figlia Annalisa ha scritto alla Mantovani una strana lettera aperta, chiedendole «di non costringere mio padre a testimoniare contro di te».

(continua…)

Imminente la resa dei conti tra le due vedove – Pavarotti voleva divorziare da Nicoletta

Lunedì, 10 Settembre 2007

"Luciano Pavarotti amava tanto la famiglia da averne due. Fino all’ultimo, l’uomo è rimasto lacerato fra passato e presente. Da una parte, la prima moglie, Adua Veroni, le tre figlie grandi e gli amici di sempre, con cui giocare a briscola sorseggiando lambrusco e chiacchierando in dialetto, quelli per cui era, ancora e sempre, soprattutto un tenore.

Dall’altra, la seconda moglie, Nicoletta Mantovani, i suoi giovani amici, l’ambiente scintillante e cosmopolita del pop. In mezzo, lui. Fra questi suoi due piccoli mondi, quello antico e quello nuovo, un punto d’incontro non c’era. Come si è visto ieri ai funerali, dove Adua e Nicoletta non si sono scambiate neanche uno sguardo davanti al feretro dell’uomo che le aveva sposate entrambe. Ma ambiente vecchio e nuovo non continueranno a ignorarsi a lungo.

Si taceva perché c’era Luciano e perché Luciano era molto malato. «Ora le tensioni esploderanno», assicurano gli intimi. Sono voci, certo: ma una voce è un pettegolezzo, due un indizio e tre una prova. Ai pavarottiani della prima ora Nicoletta non è mai piaciuta. Prima la accusavano di aver cercato di allontanarli dal tenore. Poi, di essersi allontanata lei: quando Pavarotti venne dimesso dall’ospedale di New York dove gli avevano asportato il cancro al pancreas, Nicoletta non era con lui, ma in Italia.

Sabato scorso, dicono, è andata elegantissima al matrimonio della figlia di un amico di Luciano mentre il marito affrontava l’ultima stazione di una lunghissima via crucis. E un’amica di vecchia data che aveva protestato è stata buttata fuori di casa. Di più: un anno fa, prima di scoprire di essere malato senza speranza, Pavarotti ha confidato a un’amica: «Nicoletta e io stiamo considerando la separazione. Sto pensando di andare da un avvocato». Sostiene un altro intimo che solamente la malattia ha evitato che la coppia scoppiasse. Ma Luciano era legatissimo alla piccola Alice, nata quattro anni fa dal nuovo matrimonio.

L’atmosfera è questa, da imminente resa dei conti. E come in ogni feuilleton che si rispetti, non manca il mistero del testamento. All’inizio della fine, quindici giorni fa, si è lasciato scappare qualcuno, Luciano ne ha scritto uno nuovo, dopo quello americano dell’anno scorso. Sul contenuto, le ipotesi divergono: c’è chi dice che, dopo molte vivaci richieste, l’abbia fatto per lasciare da subito a Nicoletta il bellissimo appartamento di Hampshire House, nell’Upper East Side di New York, esattamente sotto quello di Carlo Ponti, il signor Loren, con una vista spettacolare su Central Park e un valore stimato (al ribasso) in 11 milioni di dollari.

E c’è invece chi dice che queste ultimissime volontà rimetterebbero in gioco le tre figlie di Adua. Di certo, con loro e con Adua, negli ultimi mesi, c’è stato un riavvicinamento. Quasi per ricucire un rapporto che non aveva fatto che guastarsi da quella incredibile notte del 1993, quando a tarda ora suonò il telefono a casa di Andrea Strata, il dietologo modenese amicissimo del tenorissimo. Era Luciano. «Dove sei, a Honolulu? – chiese Strata -. No, davanti al tuo cancello. Posso dormire da te, Adua mi ha buttato fuori di casa?». (da Strata avrebbe poi vissuto per nove anni).

Seguirono il divorzio con tutto il suo strascico di liti a mezzo stampa e risse sulla spartizione del patrimonio, e il nuovo matrimonio con la giovane Nico. Le figlie non avevano gradito né l’uno né l’altro, ma quando il padre si è ammalato davvero sono tornate da lui e con lui sono rimaste fino a quelle maledette cinque del mattino di giovedì. Anche con Adua l’ascia di guerra era stata seppellita: Luciano le telefonava regolarmente e in primavera si è presentato alla festa di compleanno dell’unica nipotina, Caterina, tornando così per la prima volta nella casa dove aveva vissuto con Adua e dov’erano rimasti, anche dopo la separazione, i suoi genitori. Adua, riuscendo nella doppia impresa di dimenticare vecchi risentimenti e le imboscate della stampa, è andata a trovarlo in ospedale. E sul Resto del Carlino ha fatto pubblicare il necrologio nel quale «si associava» al dolore delle figlie.

Le tensioni sono diventate più forti, man mano che Pavarotti peggiorava era perfettamente al corrente del suo stato. In luglio, andò a trovare Franca Maria Corfini, la moglie di Strata. Non riuscì nemmeno a scendere dalla macchina. Al di là del finestrino, glielo disse lui stesso: «Amore, muoio!». Una frase disperata, dove l’ironia dell’appellativo (per lui le donne, anche e soprattutto le amiche, erano «amore», «tesoro» o «bella») non nasconde la tragedia del verbo. Poi aveva sussurrato: «Sai, questa volta non ce la farò».

Il resto è la cronaca di ieri: Adua e Nicoletta in Duomo, alle due estremità dello stesso banco. Ma nessuno di quelli che hanno parlato delle «due donne della sua vita» si è accorto che al funerale c’era anche Madelyn Renée, la sua allieva-segretaria con la quale per sette anni, dal ’79 all’86, quest’uomo innamorato dell’amore visse una delle sue storie più appassionate."

(continua…)