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La Melandrina (ritratti al vetriolo di G. Perna)

Martedì, 23 Ottobre 2012

Come titolare delle Politiche giovanili e Attività sportive, la ds Giovanna Melandri è un ministro senza portafoglio. Poco male, dicono a Montecitorio, «carina com’è, troverà sempre qualcuno che aprirà il suo (portafoglio, ndr) per lei».A queste battute maschiliste, Giovanna rabbrividisce. Detesta essere giudicata per il sex appeal. Quando fu eletta miss Montecitorio, rifiutò sdegnosamente il titolo. «Montecitorio non è il nome di un concorso di bellezza», disse con un broncetto così affascinante da confermare in pieno l’elezione. Di seguito, fece circolare il curriculum su cui spicca la laurea in Economia con 110 e lode. Non cambiò nulla. Fu soprannominata Giovanna Settebellezze e ha continuato a colpire per i boccoli biondi, i fianchi rotondi e due gambe da domatrice col frustino. Del suo cervello invece non si occupa nessuno. Anche l’ultima notizia giornalistica che la riguarda è un omaggio alla sua venustà.Un esperto di madame del calibro di Franco Califano, l’ultrasettantenne autore di «Calisutra», aureo libretto sulle sue imprese d’alcova, ha detto: «Quella che mi ispira più carica erotica è Giovanna Melandri. Per lei farei pazzie. Mi eccita in maniera mostruosa». È assodato: Settebellezze colpisce più per la grazia che per lo spirito. Ne sia lieta. Se no, faccia l’esame di coscienza e veda di capire il perché.Coi suoi 44 anni, Giovanna è il ministro più giovane del governo. Ha assunto l’incarico di titolare dello Sport in concomitanza con Calciopoli e i Mondiali di calcio. Si è distribuita con sapienza tra le due vicende in modo da apparire tre volte il giorno in tv per tutta l’estate. O era con Guido Rossi, allora commissario straordinario di Federcalcio, o con F.S. Borrelli, il super ispettore. Ma il più delle volte, stava con la squadra di calcio. E qui, non ha avuto che l’imbarazzo della scelta per variare le inquadrature.La si è vista con Lippi, con Totti, con Gattuso, e l’intero periplo dei calciatori. In ogni circostanza, con nuovi tailleur, sciarpette diverse, acconciature inedite, sbarazzine, matronali, boccolute, frangettate. Solo le dichiarazioni si ripetevano. Alternava i «grazie» a Rossi, Borrelli, Lippi, ai «ho piena fiducia» in Lippi, Borrelli, Rossi. Tale fu la sua simbiosi col mondo del pallone che si guadagnò un secondo soprannome, Fatina azzurra.La fatina ha fatto la sua prima visita alla squadra nell’allenamento di Coverciano col Mondiale alle porte. L’indomani è entrata al Consiglio dei ministri euforica. Non riusciva a contenere l’entusiasmo per gli aitanti ragazzoni in pantaloncini corti. «…ma voi – ha detto in estasi – non avete visto Luca Toni…». Era con la squadra anche alla finale di Berlino. La affiancavano sugli spalti, Guido Rossi e il capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Rossi, vittima dei ricordi liceali, indossava una pashmina bianca, memore della Germania nevosa descritta da Tacito.C’erano invece 40 gradi e il commissario usava la vezzosa sciarpina etnica come tampone contro la liquefazione del faccione. Settebellezze cercava intanto di coinvolgere il presidente. «Siamo campioni del Mondo», gli urlava in viso sperando di indurlo a sbracciarsi come Pertini ai Mondiali di Madrid dell’82. Ma l’austero Napolitano aveva lo sguardo fisso nel vuoto e la testa in un lontano altrove.Allora la ministra lo ha trascinato negli spogliatoi. Quando sono entrati, Materazzi reduce dalla testata di Zidane, era in mutande. Il presidente ha percepito che non era quello il suo ambiente e si è esiliato in un angolo. La biondina è rimasta al centro della scena e la squadra non ha avuto occhi che per lei. Perdendo ogni ritegno, i calciatori hanno intonato un coretto: «Faccela vedè… faccela toccà».La fatina ha riso lusingata, saltellato, ha abbracciato, bevuto spumante, mangiato crostate, sotto l’occhio delle telecamere e i flash dei paparazzi dell’universo mondo. Passata la festa, ha smentito che quei «vedè» e quei «toccà» fossero riferiti a lei. «Non ce l’avevano con me. Volevano la coppa», ha detto ridendo all’Unità il giornale del partito.La fatina non capisce nulla di sport. Ha molti altri talenti. È un’economista, un’ecologista impegnata, è forte in filosofia e conosce le arti femminili. Ma sul calcio e le altre discipline, zero. In settembre, illustrando alla stampa l’impatto della Finanziaria sullo Sport, ha inanellato strafalcioni ameni, diventati poi gag popolari tra i cronisti. «Dobbiamo ringraziare – ha detto giuliva – gli atleti della bicicletta…». «Si chiamano ciclisti», le hanno urlato insieme due, tre cronisti. Cinque minuti dopo ha detto: «Ringraziamo i pallacanestristi…». «Si chiamano cestisti», ha corretto la platea. E così via. Per non sbandare, Settebellezze ha bisogno di collaboratori in gamba. Da ministro della Cultura e dello Sport nel ’98, a condurla per mano era il capogabinetto Oberdan Forlenza, che fece per lei la riforma del Coni. Oggi, il pesce pilota è il sottosegretario ds Giovanni Lolli, un abruzzese esperto di diritti tv e altri tecnicismi calcistici. Lolli è stimato per l’equilibrio anche dalla Cdl. In particolare, dal conterraneo Gianni Letta che lo considera un antidoto all’antiberlusconismo pasionario della ministra. La fatina è indifferente alle sue lacune e comanda il ministero col piglio di un tigrotto. La settimana scorsa ha proibito ai suoi due sottosegretari, Lolli e Elidio De Paoli (Lega autonomia lombarda) di fare dichiarazioni senza il suo placet. De Paoli ha replicato: «Ho 58 anni, figuriamoci se mi faccio intimidire. Melandri si rassegni: leggerà le mie dichiarazioni il giorno dopo sui giornali». Il pennacchio di Settebellezze è la nascita a New York. Le dà un alone di internazionalità che le piace da morire. Ma negli Usa è stata solo fino a quando il babbo, Franco, ha avuto l’incarico di direttore di Rai Corporation. A tre anni, la bimbetta era già a Roma e qui è vissuta. La mamma, Cesarina Minoli, è una traduttrice dall’inglese. Per questa via, la fatina è cugina di Gianni Minoli, noto volto notturno della Rai-tv. Rientrata dagli States, la famiglia si insediò alla Balduina, quartiere borghese della Capitale. Giovanna frequentò lo Scientifico dalle suore del Santa Giuliana Falconieri. «Non mi trovavo bene. Ero allergica al contesto», dichiarerà in seguito per sottolineare il suo laicismo. Per sottolineare invece la sua intelligenza confiderà: «La filosofia era la mia materia preferita. Facevo accese discussioni su Feuerbach e Schopenhauer». Presa la licenza, si iscrisse alla Facoltà di Economia e si laureò con una tesi sulla riforma fiscale dell’aborrito Ronald Reagan. «Abbiamo studiato economia – ha dichiarato affranta, parlando in nome di un’intera generazione – in quei brutti anni ’80 in cui il mondo accademico accoglieva il vento gelido che veniva da Reagan e dalla Thatcher e si convertiva al neoliberismo. Ci siamo stretti tra noi e ai nostri maestri» e cita i due preferiti: Federico Caffè e Ezio Tarantelli, entrambi tragicamente scomparsi. Un modo per dire che anche lei, nonostante i boccoli e i tailleur pastello, conosce i dolori del mondo. Dopo un tirocinio alla Montedison e una militanza in Legambiente, la ritroviamo a 29 anni nella direzione del neonato Pds. Deputata nel ’94, è ministro del Beni Culturali nel ’98, designata dal predecessore Walter Veltroni, amico d’infanzia. Il ’98 è il suo grande anno. A ridosso della nomina a ministro, la fatina aveva messo al mondo Maddalena con la collaborazione di un simpatico avvocato, Marco Morielli, suo compagno. Tra maternità e politica, Giovanna non ha dubbi: sceglie entrambe. Attrezzò le stanze del ministero per lavorare e insieme allattare la bimba. Ad aiutarla nello svezzamento, la fida Lucia Urcioli, allora segretario particolare, oggi capo della segreteria. Urcioli è la pietra angolare di Giovanna. È la confidente, la consigliera, l’alter ego. Con un simile appoggio, la fatina poteva lasciare a balia il bebè e concedersi pause di libertà. Correva dal suo parrucchiere, Angelo dei Sargassi in via Frattina, e si lasciava agghindare per i party serali. Poco dopo, era raggiunta da un ministerial commesso con diversi abiti. Settebellezze li provava uno a uno per scegliere il più adatto all’acconciatura del giorno. L’avvocato Morielli è parte della sua vita da alcuni lustri. È un benestante, calmo e riflessivo. Con queste doti ha reagito alla sbandata della fatina per il musicista Nicola Piovani. Nel 2001, Chi pubblicò una foto dei due che si baciavano furtivi sul Lungotevere. Altre apparvero su Novella 2000 col titolo «La passione è melandrina» e Melandrina divenne un ennesimo soprannome di Settebellezze. La storia durò qualche tempo, senza che Morielli battesse pubblicamente ciglio. Con la stampa, la sua stoica reazione minimizzatrice fu: «Tranquilli. Tutto è sotto controllo. Siamo giovani, siamo aperti. E io sono uomo di sinistra», cioè uomo di mondo. Tornata tra le sue braccia, Melandrina commentò: «Nelle lunghe relazioni è possibile incagliarsi in qualche secca. Ma Marco è un fuoriclasse e l’uomo della mia vita». Per mettere una pietra sopra la faccenda, cambiarono casa. Lasciarono quella in affitto sul Gianicolo.Giovanna rifiutò l’appartamento di Marco ai Parioli, considerando un insulto per una donna di sinistra acqua e sapone come lei, diventare una snob pariolina. Così, hanno preso un attico vista Tevere al Testaccio, quartiere popolarissimo. Il palazzo è il cosiddetto Cremlino, per la mole da edificio staliniano e storica sede di una sezione dell’ex Pci. Nello stabile abitano anche Giuliano Ferrara e Enrico Letta. Con simili inquilini, il Cremlino è diventato uno status symbol proletario a 20mila euro il metro quadro. Pare che negli anni ’50, l’appartamento ora della coppia appartenesse a un originale che ci abitava con una tigre, la quale lo sbranò. I nostri auguri all’avvocato Morielli. G. Perna il giornale

La cultura malata di “melandrite”

Sabato, 20 Ottobre 2012

La melandrite non arriva mai per caso. Era un ve­nerdì 13, di aprile. La no­tizia che il Maxxi è stato commissariato non è più un segre­to.

 

Giovanna Melandri scrive su Twitter: «Mi dispiace molto per il Maxxi ma confido che il ministro Ornaghi sappia trovare una solu­zione ». Veggente. Non dite adesso che è solo questione di fortuna. Queste cose le melandrine le stu­diano fin da piccole. Sono strategi­che. Sanno sentire il vento. Non sbagliano mai una scia. Sanno quando è il momento di arricciare il naso, muovere lentamente i ca­pelli biondini dolcemente ondula­ti e dire la frase giusta quando ser­ve. Sentono che non verranno ri­candidate, si dimettono da deputa­te si riciclano in un museo. Sono na­te con il paracadute incorporato. Le melandrine scrivono su Twit­ter per testimoniare al mondo: io ci sono. È così che Ornaghi l’ha vista. È stata la prima ad alzare la mano. Nella vita in fondo è questo ciò che conta. Il resto è noia. Le melandri­ne le trovi sempre negli incroci giu­sti. C’è un teatro occupato? Ci so­no. C’è una manifestazione al Co­losseo dove si può gridare «abbrac­ciamo la cultura »?Subito l’abbrac­ciano. C’è un aperitivo all’Audito­rium? Cin Cin. Hanno cominciato a leggere Franzen quando hanno scoperto che tifava Obama e han­no provato anche a buttarsi nel bird watching , ma non fa per loro. L’ambientalismo è bello in città,do­ve ti vedono tutti. Le melandrine so­spirano per la sorte di Wallace, ma di lui hanno letto solo le cose brevi.Infinite Jest no, quello si può legge­re solo quando uno ha molto tem­po e rigorosamente in lingua origi­nale. Capita poi che le melandrine cadano nella loro parte oscura. Fanno cose trasgressive di cui ci si deve vergognare. Tipo ballare sui tavoli in un locale di Briatore con la scusa del mal d’Africa, che fa tanto Karen Blixen. Le melandrine han­no occhiali viola e le ballerine per­ché sono giovani dentro, sono gio­vani sempre. Lo capisci da quello che scrivono. I loro tweet sono una litania infinita di wow, grande, me­raviglioso, stupefacente, dairagaz­ze che siamo le migliori! Sono le ve­stali della religione esclamativa. Leggono tutto, proprio tutto. Basta che stia negli scaffali dei libri da au­togrill o nei mercatini certificati dal­la sinistra veltroniana. Va bene Ascanio Celestini ora che non puz­za più di periferia. Vanno bene i rea­ding su Gadda ma solo se c’è Fabri­zio Gifuni. Va bene il Valle ma se è occupato e la Guzzanti che però ogni tanto fa la pazza. Il calcio è bel­lo quando parla Zeman. Sono così tenere che hanno perdonato a Elio Germano di aver fatto un film con Carlo Vanzina. Poi lui si è riscattato e lo invitano in tutti i luoghi e in tutti i laghi dove la cultura è social. Tutto quello che passa da Fazio è da non perdere. Non perdono Sa­viano. Non perdono un Toni Servil­lo, uno Stefano Benni, un Roberto Cotroneo conosciuto da giovane quando sul Sole 24Ore stroncava tutti e si firmava Lancillotto e si commuovono quando Renzo Pia­no ricorda la sua amicizia con De André. Un tempo amavano Baric­co, ora lo trovano troppo leggero. I romanzi sono come la moda, pas­sa. Adesso hanno scoperto Walter Siti e se a cena le insulta, ridono. In certi momenti di malinconia dico­no di sentirsi come in certi quadri di Hopper, scoperto una mattina d’inverno in via del Corso a Roma. Hanno perdonato a Ferdinando Adornato ogni cambio di casacca, tranne quello di essere stato berlu­sconiano.La solidarietà femminile vale per tutti tranne che per la Minet­ti. Forse perché hanno paura di trovare qualco­sa di loro in lei o di lei in loro. Poi si rassicurano a vicenda dicen­do che non han­no mai fatto l’igienista den­tale. Arrivate a una certa età si svelano filantro­piche e lancia­no fondazioni che pubblicizza­no con concetti di alta filosofia. Tipo questo, scritto dall’ono­revole Melan­dri in persona il 27 agosto: «Quantoèuma­na la filantro­pia ». C’è del ge­nio, alla Fantoz­zi. Un mese pri­ma, giorno di inaugurazione delle Olimpia­di, un’altra illu­minazione: «An­che la Namibia come il Kenya ha portabandie­ra bianco… Glo­bal melting pot… Mica ma­le… ». Notare i puntini. Li ado­rano. Per giusti­fi­carli sostengo­no che sono co­melepauseedo­ardiane. In real­tà è che pensa­no che così si crei un’emozio­ne. Quando poi si sentono metafisiche li mettono per sottolineare il mistero e l’incan­to dell’universo. Una volta sono an­date tutte a sentire Margherita Hack e tornando a casa, sbadiglian­do, continuavano a ripetere: che donna! Tanto che Giovanna non è riuscita a resistere e ha abbracciato la cultura (scientifica), scrivendo: «Questa cosa che l’universo potreb­be espa­ndersi all’infinito o contrar­si in un puntino… grande Margheri­ta Hack su cosa scommetti?». Sul pareggio.Ecco perché Ornaghi ha fatto la scelta giusta. Giovanna Melandri è perfetta per il Maxxi perché il Ma­xxi è una scatola vuota. È perfetta perché, come ricorda lei stessa, è «la madre del Maxxi». Ed è un nor­male che un ministro battezzi un museo per poi andarlo a dirigere. È perfetta perché ora che l’hanno li­cenziata da parlamentare del Pd non aveva nient’altro da fare. Ma soprattutto se l’è meritato. Come a scuola. È stata la più veloce ad alza­re la mano. v. macioce ilgiornale

Le disavventure della Melandri alla campagna elettorale di Obama

Mercoledì, 22 Ottobre 2008

Giovanna Melandri ha raccontato la sua esperienza di campagna elettorale per Barack Obama in America con un paio di articoli sull’Unità. Porta a porta, incontri, dibattiti con la comunità italoamericana, l’ex ministro con la doppia cittadinanza e un ottimo inglese s’è data molto da fare per il candidato democratico, anche se il medesimo candidato democratico e nessuno del suo staff ne è venuto a conoscenza. Giovedì scorso, a South Philly, nella zona sud di Filadelfia, non è andato tutto benissimo, come sembra dai racconti letti sull’Unità. La Melandri ha parlato in un circolo sociale siciliano, durante l’ora di cena. Quando l’ex ministro ha cominciato il suo discorso, una quindicina di persone ha preso a rumoreggiare e ha lasciato la sala. Fuori, però, la protesta s’è fatta più viva. "Comunista", hanno cominciato a urlarle. "Che ci vieni a fare qui, torna in Italia", ha detto qualcun altro. "Non puoi parlare di Obama", "non ce ne frega niente di Obama", hanno detto in molti. Metà dei contestatori erano repubblicani, uno dei quali un barbiere molto favorevole a Sarah Palin, l’altra metà era democratica, seguaci di Hillary che non voteranno Obama. Le urla sono arrivate dentro la sala e a un certo punto i contestatori sono rientrati per parlare direttamente e più pacatamente con la Melandri. "Sei italiana, che cosa ne vuoi sapere di America?". "Sono anche americana", ha risposto lei, riuscendo a zittire i suoi critici. Il porta a porta è andato meglio e la Melandri non s’è fermata nemmeno di fronte a donne in bigodini e marine in mutande. Ma in un bar italoamericano s’è riscatenata la discussione. Un tizio le ha detto che non voterà mai Obama perché è un "mulignano", una melanzana, epiteto italoamericano per descrivere i neri (molto usato nella serie televisiva "I Soprano"). Un calabrese le ha anche fatto vedere la foto di Mussolini sul telefonino. E lei: "Annamo bene…".

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Un giorno nel Parlamento della Repubblica italiana – foto

Mercoledì, 16 Luglio 2008

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Melandri gambe al vento a Montecitorio

Sabato, 12 Luglio 2008

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I volti terrei della sinistra a Montecitorio – foto

Mercoledì, 30 Aprile 2008

Marianna Madia l’erede di Giovanna Melandri nel cuore di Veltroni

Lunedì, 25 Febbraio 2008

All’addio di Veltroni e Roma c’erano tutte e due. Schiacciata tra Veltroni e il mastodontico Bettini, la Madia ieri ha avuto il posto d’onore: la prima fila, un atto dovuto per la capolista del pd a Roma. Più in là, Giovanna Melandri, da sempre nel cuore dell’ex sindaco di Roma, non ha mancato all’evento, anche se è rimasta in posizione pià defilata. Tutte due belle, tutte e due bionde, tra la Madia e la Melandri c’è stato un silenzioso passaggio di consegne (il vero passaggio di consegne!)  

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Veltroni decapita Melandri, Amato, Bersani, Padoa Schioppa

Martedì, 5 Febbraio 2008

Un anno di gloria e dieci di solitudine, potrebbe essere la Spoon River per tutti quelli che scelgono di dedicare la vita alla politica. Li critichiamo spesso, i politici, ma quasi mai pensiamo al lato oscuro della loro esistenza: l’altalena fra certezza e incertezza. A fine legislatura, o a metà, l’odore amaro della sconfitta è sempre lo stesso.

Fuori il mondo ti colpisce con il rumore delle strade e l’indifferenza dei comuni mortali. Ma mai più crudele è questo passaggio se alla fine di una legislatura si sovrappone una crisi di sistema e di fiducia pubblica che rende più incerto il futuro. Nelle versioni più ufficiali il quadro è uno sfoggio di fortitudine e consenso: «Ma se questo è un partito che non fa altro che consultarsi!», dicono dal Pd. «Non c’è dubbio che molti saranno i nuovi, che Walter vorrà dare il suo volto e le sue scelte a questa campagna elettorale, ma il resto non può scomparire».

Tuttavia, un rapido giro di telefonate più informali rivela una sospensione ribollente di giudizio, e anche molto malanimo. C’è intanto la sfida al voto. L’Ulivo si appresta a combattere fino all’ultimo respiro, ma dal fondo tutti vedono salire un denso sedimento di pessimismo.

Chi fa i conti con il proprio futuro pensa dunque a lungo termine. Il primo cambio che questa crisi di governo si porta dietro è intanto quello generazionale. E’ probabile che la prossima legislatura porterà a una riduzione dell’età media del Parlamento. Si intravede lo svanire anche di un ruolo tradizionalissimo e nobilissimo: il ruolo del padre della patria, della riserva della Repubblica, o, se volete, del grande vecchio.

Osservate del resto come escono logorati da queste ultima esperienza i senatori a vita, usati, di volta in volta, come stampelle, attaccapanni, o colonna. Cade un plotone di illustrissime teste pensanti, davanti a cui svanisce la tradizione italiana che non negava un ritorno al potere praticamente a nessuno.

Due uomini in particolare meditano oggi su questa prospettiva, due professori: il ministro del Tesoro, Tommaso Padoa-Schioppa, e il ministro dell’Interno più intellettuale che il Viminale abbia avuto, Giuliano Amato. Il primo aveva già fatto un anno di pensionamento, prima di tornare a Roma nel governo Prodi: la pensione non gli fa paura, e la ripresa di una routine europea, densa di libri e riflessione, non gli è sgradita.

Nel futuro Pd gli economisti in salita, i consiglieri del Principe sono altri, Salvati, Morando, Boeri, differenti dall’attuale ministro non solo per età, ma anche perché il primo si è formato nel mondo delle ferree regole, i secondi nel mondo della deregulation. Vivrà sereno, dunque, ma – dicono coloro che gli sono vicini – soprattutto si atterrà alle regole, appunto: «Prima di un anno, come vuole l’etica e il protocollo, il ministro non penserà a nessun altro lavoro nel settore privato». Tuttavia, per lui come per altri, è difficile che sparirà dal nostro orizzonte, specie se l’uomo con cui ha tanto lavorato, Prodi, avrà un ruolo ancora. Amato resterà sempre Amato, invece, un intellettuale bifronte o caleidoscopico, come preferite. Tornerà ai giri anglo-americani che tanto ama, dicono i suoi amici. Ma avrà sempre influenza, aggiungiamo noi.

Complessa è invece la situazione della generazione di mezzo, i cinquantenni-sessantenni che oltre ad uscire da questo governo sono (stati messi) in uscita anche dai loro partiti. Per questa generazione l’arrivo anticipato del voto avviene prima che dentro il Pd si chiarisse l’equilibrio di potere. Per cui, fin da queste liste elettorali – che dipendono dal porcellum e dunque trattabili centralmente – avrà inizio il gioco del riequilibrio di potere.

Corrosive battute scappano, in merito, ai veltroniani: «Le aziendine devono rassegnarsi a restringersi». Per aziendine si intendono i gruppi amicali di potere, i fassiniani ma, ben di più, i dalemiani. Attraverso le liste elettorali si gioca il futuro di molti degli attuali ministri, come Turco, Pollastrini, Bersani, e di altri esponenti ex Ds come Bassolino («Farà il deputato europeo, e gli è andata anche bene», feroce realismo veltroniano), o Cuperlo, o i fassiniani Morri e Sereni. Mentre Anna Serafini ragiona su nuove strade.

La scure sembra pendere sulla testa anche di altri, come la Melandri «che per un po’ sarà necessario far riposare». Salvo invece il futuro della Finocchiaro, «che Walter stima e che potrebbe restare come capogruppo di qualche commissione». Buono è visto lo sviluppo anche di un’altra donna, Linda Lanzillotta, «che ha un giusto profilo tecnico ed è donna, e dunque perfetta per le esperienze alla Attali… anche se deve ridurre un po’ la sua spocchia di signorina so tutto io».

Di Fassino si pensa che resterà sugli esteri, invece che sindaco di Torino, «perché lui stesso non lo vuole», e che D’Alema «farà di sicuro sempre qualcosa, ma come un’eminenza del partito». Un dalemiano ironizza: «Sì. Farà qualcosa. Navigherà come Micheli sullo Shenandoah». Massimo non si ritirerà certo, e non starà fuori, ma i suoi amici dicono che davvero al momento sente un forte distacco da tutto.

Rimane Prodi, l’uomo meno leggibile di questa e altre legislature: «Tenace, di passo lungo, e vendicativo», sono gli aggettivi per lui. «Farà qualcosa, sempre», dicono i dalemiani che certo ben conoscono questo leader. «Presenta sempre i conti, e nel partito ci sarà sempre posto per lui». Ma prima di ogni altra considerazione c’è, come si diceva, la campagna elettorale. «Alla fine Walter avrà bisogno di tutti, e tutti finiremo dietro di lui».

(continua…)

Il bello della crisi: il lato B della Melandri – foto

Mercoledì, 30 Gennaio 2008

La Melandri ieri sera a Ballarò era proprio bellina ….

Mercoledì, 21 Novembre 2007

Come era bellina la Melandri ieri sera in Tv. PUNTO