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A Gaza pochi pacifisti molti fiancheggiatori del terrorismo

Martedì, 1 Giugno 2010

MIDEAST-CONFLICT-GAZA-DEMO-AIDCantavano musiche dell’Intifada palestinese e inneggiavano al “martirio” i militanti turchi in partenza dall’isola di Cipro alla volta delle spiagge di Gaza. Lo dimostra un video diffuso ieri dal sito di informazione Memri dopo il grave incidente con le forze di difesa israeliane, costato la vita a numerosi attivisti per la pace a bordo delle navi. All’arrivo delle imbarcazioni di fronte a Gaza, i militanti turchi hanno inneggiato al “jihad”: “Khaybar Khaybar ya yahud, jaish Mohammed saya’ud”, gridavano dalle navi. In arabo significa:, “Ebrei, ricordate Khaybar, l’esercito di Maometto è tornato”. Il riferimento è alla città saudita dove l’armata del Profeta annientò una tribù ebraica avversa. Su quelle navi c’erano due tipi di “pacifisti”. I militanti occidentali della critica militante a Israele, che facevano capo al pacifico “Free Gaza Movement” dell’ex deputato inglese George Galloway e della cognata di Tony Blair, Laureen Booth. E’ una iniziativa sostenuta anche dal premio Nobel per la pace, l’irlandese Mairead Maguire, dal linguista americano Noam Chomsky, oltre che da molte altre personalità internazionali. Ma soprattutto la flottiglia era guidata e finanziata dall’Ihh. Si tratta di uno dei più potenti, estesi e influenti movimenti islamisti presenti in Turchia e che operano nell’ambito delle organizzazioni non governative umanitarie. Il viceministro degli Esteri israeliano, Danny Ayalon, ieri mattina ha denunciato i “legami con al Qaida” degli organizzatori della flotta della pace. Il loro scopo esplicito era quello di portare illegalmente aiuto e conforto ad Hamas, un’organizzazione terroristica fuori legge che persegue la distruzione d’Israele e che è nella lista nera dell’Unione europea. In turco si dice “Insan Haklary Ve Hurriyetleri Vakfi” (Ihh). E’ questo il nome dell’organizzazione radicale islamica fondata nel 1992. Un dossier dell’Intelligence and Terrorism Information Center israeliano ne ha delineato l’ideologia e le attività prima che partissero da Cipro alla volta del territorio sotto il controllo di Hamas. Come il movimento palestinese, l’Ihh è parte integrante del network dei Fratelli musulmani, la più vasta e influente organizzazione islamista del mondo che non riconosce legittimità all’esistenza d’Israele. Dopo il golpe a Gaza che ha estromesso i rivali di Fatah, l’Ihh ha appoggiato Hamas, invitandone i suoi leader a tenere un fitto tour di conferenze in Turchia. Israele ha risposto mettendo al bando l’Ihh due anni fa dopo aver dimostrato che i suoi aiuti umanitari finivano anche in armi e in materiale bellico (poi usato nella guerra del gennaio 2009). Il leader e ispiratore del gruppo, Bulent Yildirim, è persino accusato di legami con al Qaida e di aver inviato veterani jihadisti nei campi di battaglia, dall’Afghanistan all’Iraq. L’organizzazione turca appare nella lista nera delle formazioni terroristiche stilata dalla Cia. L’Ihh agisce anche come parte della nota Benevolence International Foundation, un ente di beneficenza islamico con sede in Illinois e che negli anni è stato al centro di numerose inchieste antiterrorismo che hanno portato all’arresto dei suoi leader e membri. L’ufficio dell’allora ministro della Giustizia americano, John Ashcroft, stabilì che membri di questa ong stavano cercando di ottenere armi chimiche per conto di Osama bin Laden. Tutt’oggi, l’Ihh figura tra i membri della stessa Union of Good, la multinazionale della carità islamica composta da cinquanta organizzazioni e fondata nel 2000, dopo l’inizio della seconda Intifada, per aiutare l’infrastruttura sociale di Hamas (scuole, strade, trasporti pubblici, aziende agricole e ospedali), ma non solo ovviamente. Nel 2003 gli Stati Uniti hanno messo fuori legge il gruppo. Persino la Turchia ha aperto una inchiesta sull’organizzazione Ihh che ieri ha cercato di sfondare il blocco navale di Gaza. Nel 1997 la magistratura di Ankara scoprì che il movimento aveva acquisito una grossa partita di armi semiautomatiche. Nel loro quartier generale a Istanbul, la polizia turca rinvenne “armi da fuoco, esplosivi e una bandiera del jihad”. Numerosi attivisti dell’Ihh avevano già preso la strada dell’Afghanistan, della Bosnia e della Cecenia, dove si erano uniti a gruppi terroristici. Durante lo spaventoso terremoto che devastò la Turchia nel 1999, il governo turco bandì l’Ihh dall’aiutare la popolazione civile colpita in quanto “organizzazione fondamentalista” che non poteva fornire garanzie sulla trasparenza dei propri conti bancari e suoi movimenti di denaro. Oggi c’è un altro governo in Turchia, molto più vicino alle idee dell’Ihh. Un rapporto del Danish Institute for International Studies ha rivelato che il movimento turco Ihh ha anche finanziato la guerriglia sunnita in Iraq attraverso donazioni e uomini, e che l’attuale leader del gruppo, Bulent Yildrim, è stato uno dei promotori in Turchia del sostegno alla “resistenza” antiamericana a Fallujah nelle piazze e nelle moschee. Il noto magistrato francese che si occupa di network terroristici, Jean-Louis Bruguière, ha testimoniato in una corte federale degli Stati Uniti che l’Ihh ha avuto un “ruolo centrale” nel tentativo di colpire con un grande attentato dinamitardo l’aeroporto internazionale di Los Angeles. “L’Ihh è una ong, ma si tratta di una facciata per falsificare documenti, infiltrare terroristi e trafficare in armi”, ha detto Bruguière, il più potente giudice dell’antiterrorismo europeo degli ultimi anni e già coordinatore per la Francia dell’insieme dei dossier sulla lotta al terrorismo jihadi. L’Ihh vanta oggi legami molto stretti con il regime di Teheran, da cui riceve fondi e assistenza. A dicembre, quando l’organizzazione non governativa turca ha avviato la campagna su Gaza, il governo iraniano elogiò e sostenne il “più grande convoglio umanitario della storia”. Quanto all’ideologia antisemita di cui questa Ong turca si macchia, qui è stata forte l’influenza dell’ex premier turco Necmettin Erbakan, il “padre spirituale” dell’alveo dei movimenti caritatevoli turchi. Erbakan è celebre per aver detto che “il batterio ebraico deve essere diagnosticato e bisogna trovare una cura”.

Giulio Meotti per “il Foglio

Stupri e pedofilia alle Nazioni Unite

Giovedì, 25 Marzo 2010

La violenza sessuale dentro alle Nazioni Unite continua a essere un problema talmente serio che il presidente Barack Obama gli ha dedicato un incontro ristretto con alcuni rappresentanti dei paesi coinvolti nello scandalo. Sulle 85.000 truppe dell’Onu dispiegate in oltre sedici operazioni di peacekeeping pesa l’onta più grave: l’abuso sessuale su donne e bambini. Non poco, soprattutto per chi ha vinto il premio Nobel per la Pace. Un’inchiesta del Wall Street Journal rivela che, da quando nel 2003 il Palazzo di vetro ha riconosciuto il problema, nulla o troppo poco è stato fatto per punire, scovare e processare i colpevoli. Anzi, c’è stata una certa opera di copertura degli abusi sessuali da parte dell’Onu. Il quotidiano americano ha studiato tre recenti casi: Sri Lanka, Marocco e India. Nel novembre del 2007 cento peacekeepers dello Sri Lanka furono accusati di aver abusato di bambini haitiani dai dieci ai sedici anni, nelle docce, nelle torrette di guardia, persino nei camion dell’Onu. Abusi sono stati commessi ancora da truppe marocchine impegnate nella Costa d’Avorio e truppe indiane sono state incriminate in Congo due anni fa.

E’ una storia che ha ricoperto di vergogna
anche i segretari generali dell’Onu. Ruud Lubbers in qualità di Alto commissario per i rifugiati è stato accusato di aver molestato una sottoposta. L’inchiesta interna fece emergere le prove dell’abuso, eppure l’allora segretario dell’Onu Kofi Annan chiuse la vicenda. Furono le pressioni pubbliche, un anno dopo, a costringere Lubbers a dimettersi. L’inchiesta guidata dal principe giordano Zeid Raad al Hussein, citata anche dal Wall Street Journal, rivela che gli abusi sessuali “sembrano essere significativi, molto diffusi e ancora in corso”. I Caschi blu dell’Onu hanno commesso stupri e sono stati coinvolti in scandali sessuali anche in Bosnia, in Kosovo, in Cambogia, a Timor Est, in Burundi e nell’Africa occidentale. In Africa si parla ormai di “peacekeepers babies”, sono i bambini illegittimi dei soldati umanitari. Visto che l’Onu non è autorizzato a perseguire i colpevoli, il segretario generale Ban ki-Moon ha chiesto che i governi consentano che i Caschi blu accusati di abusi vengano sottoposti a giudizio. Ovviamente quasi nessuno lo ha fatto e il ciclo di violenze e impunità continua come prima.

Di tutte le missioni Onu, quella congolese – nota come “Monuc” – ha accumulato più denunce relative ad atti di corruzione e a violazioni dei diritti umani commessi dal suo personale. La missione in Congo è stata stabilita con l’obiettivo di pacificare il paese alla fine della guerra civile. E’ stata la seconda più grande missione di pace dell’Onu. Stupro, pedofilia e sfruttamento della prostituzione sono le accuse principali contro l’Onu. Un civile francese che lavorava all’aeroporto di Goma per le Nazioni Unite era solito filmare giovani ragazze congolesi, e commerciava in videocassette e fotografie pornografiche. La sua stanza era attrezzata con specchi sui tre lati del letto, mentre sul quarto lato c’era una videocamera azionabile con un telecomando. La polizia lo ha arrestato mentre stava per stuprare una bambina di dodici anni. Due peacekeepers russi hanno pagato due ragazzine di Mbandaka, le hanno cosparse di marmellata e poi hanno filmato l’orgia. A Bunia, una dodicenne di nome Helen è stata stuprata da un peacekeeper dell’Onu che l’aveva attirata offrendole una tazza di latte. Il soldato, dopo aver abusato della bambina, le ha dato un dollaro. Queste bambine sono conosciute come “one dollar baby”. Nella stessa base una tredicenne di nome Solange che cercava di vendere frutta è stata adescata con un biscotto, e poi stuprata. Dagli stessi inviati dell’Onu, che ha condannato lo stupro come “arma di guerra”.

© 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

di Giulio Meotti

I minareti svizzeri secondo Ayaan Hirsi Ali

Giovedì, 10 Dicembre 2009

"Il minareto rappresenta la supremazia Islamica, un segno di dominazione che è diventato il simbolo della conquista Islamica. E’ stato introdotto alcuni decenni dopo la fondazione dell’Islam. In Europa, come in altre zone del mondo dove i musulmani si stabiliscono, i luoghi di culto, all’inizio, sono semplici. Tutto ciò di cui un musulmano ha bisogno per adempiere all’obbligo della preghiera è una bussola che indichi la direzione della Mecca, acqua per le abluzioni, un tappetino da preghiera pulito, e un modo per indicare l’ora così da pregare cinque volte al giorno nel periodo assegnato. La costruzione di moschee di grandi dimensioni, con torri molto alte che costano milioni di dollari da erigere, è presa in considerazione soltanto dopo che la demografia dei Musulmani diventa significativa. La moschea si evolve da una casa di preghiera ad un centro politico. Gli Imam possono quindi predicare un messaggio di auto-segregazione e un rifiuto audace degli stili di vita di chi non è Musulmano. Gli uomini e le donne sono separati; i gay, gli apostati e gli Ebrei sono apertamente condannati; e i credenti si organizzano intorno a obiettivi politici che richiedono l’introduzione di forme del diritto della sharia, a cominciare dal diritto di famiglia. Questa è la tendenza che abbiamo visto in Europa, e anche in altri paesi dove i Musulmani si sono stabiliti. Non quella indicata dagli accademici occidentali, diplomatici e politici che condannano il voto della Svizzera che vieta i minareti, questi sono i fatti". (Ayaan Hirsi Ali, ex parlamentare olandese e dissidente islamica)
 

zakor foglio di Giulio Meotti

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Siamo i soli a ridere – parla Roger Scruton

Lunedì, 1 Settembre 2008

Ludwig Wittgenstein il 19 settembre 1916 scriveva nel suo diario: «L’umanità ha sempre mirato a una scienza nella quale simplex è sigillum veri». L’aspirazione alla semplificazione è una delle energie intellettuali che hanno fatto progredire la scienza. Ma il tentativo di trovare simmetria e semplicità nel tessuto vivente ha anche prodotto una minaccia dirompente quanto l’islamismo: il biologismo. La realtà serve a confermare previsioni e, se non è in grado di farlo, viene sostituita da una nuova realtà. Si parla di «informazione biologica», maestosa ipostasi di biologi diventati meccanici delle cellule. La biologia si accontenta di essere «una nota in calce alla teoria dell’evoluzione», come vorrebbe il fanatico Richard Dawkins, restando muta sull’«inaudito e inspiegabile miracolo della bellezza» di cui parlava nel 1967 il cardinale Joseph Ratzinger. Ciò che in materia si considera profondo ci conduce sempre più all’odio verso ciò che è vivente. E la nostra epoca finisce per aderire a un celebre motto faustiano: «Eritis sicut diaboli, scientes bonum, facientes malum».

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Lo sterminio rosa in India

Lunedì, 3 Marzo 2008

I demografi hanno analizzato gli aborti in uno dei più grandi distretti indiani, Salem. Il risultato è questo: "Il sessanta per cento delle bambine viene abortito o ucciso entro il terzo giorno dalla nascita". Ne ha parlato il quotidiano americano Christian Science Monitor, fra i più quotati nel racconto delle "missing girls" del Nobel Amartya Sen, denunciate pochi giorni fa dal Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. "La violenza contro le donne è una questione che non può attendere" ha detto Ban Ki-moon alla Commissione sullo status della donna. "Attraverso la pratica della selezione sessuale prenatale, un numero imprecisato non ha neppure diritto alla vita".
La tecnologia neonatale in India è talmente finalizzata all’identificazione sessuale e all’aborto che la dottoressa Puneet Bedi, ginecologa dell’Apollo Hospitals di Nuova Delhi, ha spiegato che "nessuna donna incinta ne soffrirebbe se il test degli ultrasuoni venisse bandito. Oggi è usato per salvare un bambino su 20 mila e per ucciderne 20 su 100 se sono del sesso sbagliato". "Paga 500 rupie oggi per risparmiarne 50 mila in futuro" è uno degli slogan più diffusi nello stato di Salem, dove il 60 per cento delle bambine è sistematicamente eliminato. Cinquecento rupie, nove euro, è il costo di un’ecografia oggi in India. The Hindu, grande quotidiano in lingua inglese, ha spiegato che si può acquistare on line un kit (formalmente illegale) che consente di determinare il sesso a casa propria dopo sei settimane con la semplice analisi di poche gocce di sangue.
Il governo ha avviato il programma "Girl Protection", con il quale alla nascita di una bambina si apre un conto a suo nome dove vengono immediatamente depositati 20 mila rupie. "Ogni tipo di carestia, epidemia e guerra è niente in confronto a questo" ha detto la dottoressa Bedi. "In alcune parti dell’India, una bambina su cinque viene eliminata nella fase fetale. E’ una situazione da genocidio". Quando nel Punjab venne introdotta la prima macchina per il test, nel 1979, c’erano 925 femmine ogni 1.000 maschi. Nel 1991 erano scese a 875 e nel 2001 a 793. La situazione va ogni giorno peggiorando. Times of India ha scritto più volte che "la Cina elimina ogni anno un milione di bambine, ma il trend attuale vede l’India in testa". Renuka Chowdhury, ministro per lo Sviluppo delle donne e del bambino, si batte da anni contro l’aborto selettivo. "E’ una questione internazionale di vergogna, la maggior parte delle bambine viene uccisa prima della nascita, non dopo" dice il professor Sabu George, che studia il fenomeno da vent’anni al Center for Women’s Development Studies di New Delhi.

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“Perchè amo Ratzinger” – parla il più celebre ateo del mondo

Giovedì, 8 Novembre 2007

"Come il più celebre ateo del mondo ha cambiato idea". E’ questo il titolo del nuovo libro del momento recensito dal New York Times con un’inchiesta spalmata su trentamila battute. L’autore del saggio, Roy Abraham Varghese, racconta l’apostasia di Anthony Flew, il padrino del moderno ateismo che cinque anni fa annunciò la propria "conversione" a una forma di razionalismo di matrice religiosa. Amico e allievo di Bertrand Russell, "leggenda dell’ateismo filosofico" secondo Time Magazine, il professor Flew ha trascorso sessant’anni a dimostrare l’impossibilità e inutilità della fede. Il caso di Anthony Flew, che due anni fa al Foglio raccontò la propria parabola intellettuale, ha riacceso la polemica, da mesi trascinante nella stampa anglosassone, sulla nuova ondata di letteratura ateistica, i cui capofila si chiamano Richard Dawkins e Daniel Dennett, Christopher Hitchens e Martin Amis.

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