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Forse Dio è morto, ma i miti gli sopravvivono: primo fra tutti il mercato (by Leozappa)

Venerdì, 28 Giugno 2013

Forse Dio è morto, ma i miti certamente gli sopravvivono. Primo fra questi, l’ordine naturale della libera economia. L’approvazione del decreto per il pagamento dei debiti dello Stato ha fatto gridare allo scandalo Piero Ostellino che, nella sua rubrica sul Corriere della Sera, denuncia come “senza manco che ce ne accorgiamo, stiamo passando dall’economia libera a una ‘economia amministrata’, come quelle dei totalitarismi novecenteschi”. Gli strali sono diretti contro il decreto dell’Unione europea che ha imposto all’Italia il pagamento dei debiti e il conseguente provvedimento attuativo. Scrive Ostellino: “l’economia libera si fonda su due presupposti: 1) la divisione del lavoro; ciò che non so fare da solo lo fa per me qualunque altro dietro corrispettivo concordato; 2) è inteso che il ‘contratto’, formale o tacito, che regola prestazione e compenso sia rispettato. Con la trafila dei decreti, si tende ad eliminare entrambi i presupposti e fondare l’economia del futuro sulla (doppia) decretazione amministrativa”. Per l’opinionista: “che coloro i quali abbiano goduto di un servizio debbano retribuire chi lo ha prestato dovrebbe essere nell’ordine delle cose”. L’ordine delle cose: questo è il punto. I neoliberali disconoscono l’esistenza di un “ordine delle cose”. Per la legge di Hume le proposizioni descrittive vanno separate da quelle prescrittive, con la conseguenza che dai fatti non possono essere dedotti i valori. Che un soggetto abbia goduto dei servizi di un altro non comporta, di per sé, l’obbligo di retribuire la prestazione. Se si disconosce la legge naturale, un tale obbligo sussiste solo ove previsto da una norma di diritto positivo. Ma, così ragionando, la stessa norma può escludere o sospendere o condizionare l’assolvimento dell’obbligo di corrispondere il dovuto per la prestazione di cui si è beneficiato. E’ l’aporia dell’ideologia della sovranità del mercato. Da un canto si pretende il rispetto del libero mercato quale ordine naturale dell’economia e, dall’altro, si nega l’esistenza della legge naturale. Anche il contratto che, come rileva Ostellino, costituisce uno dei presupposti dell’economia libera è un atto giuridico. Non esiste in natura il contratto di scambio e gli studi di Marcel Mauss hanno dimostrato che nelle comunità primitive l’economia era regolata non già sul baratto ma sul dono. D’altro canto, nella sua stessa etimologia l’eco-nomia implica un ordine, una legge che la trascende. Illibero mercato non è altro che un sistema di scambi regolato da leggi che riconoscono il principio dell’autonomia negoziale. Né in natura né nella storia esiste un mercato radicalmente libero. Ostellino può denunciare il rischio del passaggio ad una economia amministrata solo sulla finzione che quella attuale sia una economia libera. Ma basta seguire la sua rubrica per rendersi conto di quante volte abbia contestato i lacci e lacciuoli che la avviluppano. Confessareil mito dell’ordine naturale del mercato è il primo passo per affrontare risolutivamente l’odierna crisi, economica e sociale, del sistema capitalistico. Non si tratta di negare la validità del mercato come modello di regolazione delle pratiche commerciali. L’indubbia prosperità che, negli ultimi decenni, ha prodotto dimostra tutto il suo valore. Piuttosto si richiede un atto di onestà intellettuale: riconoscere l’intrinseca politicità del modello (e, quindi, la sua disponibilità/regolabilità da parte del pubblico decisore). Solo così – senza pregiudiziali prese di posizione – sarà possibile procedere a riconsiderane il ruolo in funzione del ben-essere sociale. “Viviamo in un’epoca in cui quasi ogni cosa può essere comprata e venduta”, osserva nel suo ultimo saggio Michael Sandell, “negli ultimi tre decenni i mercati – e i valori di mercato – sono arrivati a governare le nostre vite come non era mai accaduto prima”. Ad esserne travolte sono l’equità, l’eguaglianza e la stessa coesione sociale. Occorre emanciparsi dal mito della naturalità del mercato per ripensare un modello di sviluppo nel quale la libertà non vada a scapito della equità. Il mercato è un eccezionale strumento per la crescita economica, ma quest’ultima è solo una delle componenti del ben-essere della comunità.   a.m.leozappa formiche 5/2013

Siamo uno Stato di mercato?

Sabato, 13 Aprile 2013

La liberalizzazione del mercato del lavoro è stata una delle grandi scommesse del governo tecnico, presieduto da Mario Monti. E’ presto per dire se si sia trattato di una scommessa vincente. Quello, però, che stupisce è come il dibattito, che ha sollevato, abbia stentato ad andare oltre la dimensione economica. Le ore che quotidianamente dedichiamo all’attività, fisica o mentale, che ci consente di vivere assorbono gran parte della nostra giornata e, certamente, sono in grado di condizionarla, nel bene o nel male. E’, pertanto, vana finzione continuare a identificare il lavoro con il mero facere. Il lavoro segna l’esistenza: determina il contesto in cui viviamo, qualifica (quantomeno pubblicamente) la nostra identità, incide sullo sviluppo della personalità. Il lavoro è una sineddoche, che sta per la vita. E’ significativo che l’art. 1 della Costituzione reciti che l’Italia è una “Repubblica democratica fondata sul lavoro”. E, pertanto, singolare che si possa parlare di “mercato del lavoro”, quasi fosse una merce come tutte le altre. Quando si parla di liberalizzazione del mercato del lavoro l’attenzione viene attratta dal primo termine della locuzione. Grazie alle suggestioni che il valore della libertà evoca, rimane sottotraccia la seconda parte dell’espressione che, invece, svela e rileva la prospettiva e l’effettiva portata della liberalizzazione. Quest’ultima non realizza uno spazio vuoto di diritto nel quale si espande un sessantottino spirito di libertà, ma piuttosto la sostituzione di un regime con un altro. Rendere libero il mercato del lavoro significa liberare le regole del mercato dai vincoli che ne hanno condizionato o compresso il funzionamento. L’espansione di dette regole avrà anche giustificazione sul piano economico, ma è certamente rivoluzionaria su quello culturale. Le regole di mercato vogliono che sia il prezzo, al quale si chiude l’accordo, a segnare il valore della merce e non quest’ultimo quello. Il lavoro cessa, pertanto, di avere e di essere, di per sé, un valore. Lo viene, piuttosto, ad assumere solo nella misura della sua commerciabilità. Secondo l’ordine del mercato, il giusto salario non è quello corrispondente alla quantità di lavoro prestato, secondo l’insegnamento degli antichi liberali. Né quello che, secondo la dottrina sociale della Chiesa, corrisponde al bisogno del lavoratore, misurato dalla legge morale. Secondo l’ordine di mercato, il giusto salario è quello del prezzo risultante dall’incontro tra domanda e offerta: anche se non è in grado di dar conto della quantità dell’impegno; anche se non è in grado di soddisfare le esigenze vitali del lavoratore. Ma se il lavoro ha cessato di avere un valore autonomo, di valere di per sé, c’è da chiedersi come o in che termini possa continuare a fondare l’assetto istituzionale, secondo quanto proclamato dall’art. 1 della Costituzione. Solo una persistente cecità o una volontà dissimulatrice può portare a negare che il suo posto sia stato assunto – anche sotto la spinta degli apparati comunitari – dal mercato. Il mercato non è più uno tra gli ordini nei quali si articola la comunità: è divenuto sovrano, piegando o dominando principi, valori e interessi che avevano trovato riconoscimento e tutela nella Costituzione del 1948. La Carta non è mutata nella lettera ma nello spirito: anche le più alte cariche istituzionali non esitano a condizionare al giudizio del Mercato -  nuova ipostasi stirneriana del XXI secolo – le scelte circa gli uomini e le azioni per le politiche di governo. Non è, forse, troppo avventuroso ritenere che siamo ad un punto di svolta. Dopo la “società di mercato” – a cui Karl Polany aveva dedicato un affresco attuale più che mai – sembra profilarsi il tempo dello “Stato di mercato”, ossia dello Stato nel quale le regole del diritto tendono sempre più a risolversi in quelle del mercato e nel quale, conseguentemente, le forze del mercato assurgono a protagonisti della scena politica. Si tratta di un mutamento che (attualmente) opera sul piano della realtà effettuale ma che, prima o poi, dovrà accettare di sottoporsi ad pubblico dibattito, pena l’implosione del sistema democratico. a.m.leozappa formiche

Le fragili fondamenta della sovranità del mercato (by Leozappa)

Venerdì, 29 Marzo 2013

“Caduti gli dei, non sono però cadute le ipostasi” – ammonisce Roberto Calasso – “allora il mondo finisce per darsi a quel goffo, sinistro corteo che Stirner aveva descritto: alla Ragione, alla Libertà, all’Umanità, alla Causa”. Aggiunge la Rubrica: al Mercato. “Ma il risveglio da quelle ipostasi è amaro, più che da qualsiasi altra superstizione”. Non sappiamo se Calasso conosce Roger Gifford, banchiere e Lord Mayor della corporation che amministra la City di Londra. Ma l’intervista che quest’ultimo ha rilasciato al Corriere della sera, lo scorso 10 febbraio, ha suonato un brusco risveglio per coloro – in Italia, tanti, tantissimi – che pretendono di programmare la politica nazionale secondo il giudizio del Mercato. Nell’intervista – che trae spunto dall’annunciato referendum di David Cameron sulla adesione della Gran Bretagna alla Unione europea –  l’uomo che governa “il Miglio Quadrato, dove si concentra la più grande ricchezza finanziaria al mondo” ha dichiarato che il sogno della City è “un grande mercato senza politica comune”. Il de profundis dell’unione politica europea. Non si dica che il Mercato è una ipostasi; in tanti si ergono ad interpreti del Mercato e il giudizio del Mercato è stato invocato anche dalle più alte cariche dello Stato. Adesso, il Mercato fa sentire la sua voce: è quella del rappresentante della City, una delle maggiori piazze finanziarie del mondo, certamente la più grande in Europa. Ed è una voce che ha clamorosamente smentito coloro che, in questi mesi, in suo nome hanno accelerato l’integrazione europea comprimendo le sovranità nazionali. L’intervista smaschera anche il refrain dell’incertezza politica come causa di quella dei mercati. Dinanzi all’osservazione per la quale “l’uscita di Londra dall’Unione significa creare l’incertezza nei mercati”, Gifford è lapidario: “I mercati non ragionano così. Ai mercati l’incertezza e la volatilità piacciono quanto si accompagnano a dibattiti seri e approfonditi. Che paura si può avere se si discute di Europa sì o Europa no? Guardi il referendum sull’indipendenza scozzese. Per il Regno Unito è una pagina di storia. E i mercati stanno soffrendo? No, perché si ragiona. Il dibattito è positivo e fa bene ai mercati. Noi, servizi finanziari, siamo ben contenti perché in definitiva di che cosa si parla? Si parla di ottimizzare il mercato”.  Come si vede, il Lord Mayor non ha pudore a rivendicare che l’unico interesse del Mercato è il mercato stesso. La considerazione (che tante volte abbiamo sentito in questi anni) per la quale “Se l’Europa collassa, sulla City rischia di abbattersi uno tsunami” è liquidata, con sufficienza, da Gifford: “Primo: l’Europa non collassa. Ci saranno litigi ma non divorzi. Secondo: se anche dovesse accadere, sa che cosa dico? Che è molto difficile distruggere il denaro. Il denaro può scappare ma non può essere distrutto. Londra e la City sono l’hub dell’Europa e lo resteranno. E in ogni caso è qui che arrivano i capitali cinesi, asiatici, arabi, americani. La City è solidissima”. E’ un vero peccato che il Corriere abbia relegato l’intervista a pagina 12, taglio basso. E’ una vera lezione di politica economica: il Mercato ha come fine il Mercato. Essenzialmente: guarda alla politica come strumento per la sua espansione e consolidamento e ne giudica le scelte solo in questa prospettiva. L’Unione europea non è un obiettivo del Mercato, ma può esserlo qualora utile al suo potenziamento. “La City è pronta a scommettere sulla crescita dell’Europa?” chiede il Corriere. “Noi siamo pronti”, replica il capo della City, ma quella a cui il Mercato è, dichiaratamente, interessato è solo “l’Europa che discute senza paura su come oliare il suo mercato, su come accendere il motore e su come abbattere le barriere burocratiche”. Sono caduti gli dei e il loro posto è stato preso dal “sinistro corteo” delle ipostasi stirneriane. Ma, come avvertito da Calasso, il risveglio è amaro, amarissimo dopo l’intervista di Roger Gifford che ha svelato le fragili fondamenta dell’ideologia della sovranità del mercato che, in questi anni, ha plasmato le politiche di governo in Italia e in Europa.  a.m. leozappa formiche

L’ideologia del lavoro (by de Benoist)

Lunedì, 30 Luglio 2012

L’ideologia del lavoro sembra avere origine nella Bibbia, dove l’uomo è definito, sin dal momento della creazione, dall’azione che esercita sulla natura: «Fruttificate, moltiplicatevi, riempite la terra, sottomettetela’) (Gen., 1, 28). Dio ha collocato l’uomo nel giardino dell’Eden ut operatur, “perché lavori» (Gen., 2, 15). Questo brano precede il racconto del peccato originale; il risultato di quel peccato non è quindi il lavoro, come troppo spesso si dice, ma solamente la condizione più penosa in cui esso dovrà da quel momento in poi essere svolto. Dopo il peccato, l’uomo si guadagnerà il pane “con il sudore della fronte”.Con la missione assegnata all’uomo di “sottomettere” la terra si inaugura già il dispiegamento planetario e incondizionato dell’essenza della tecnica moderna, come punto d’arrivo di una metafisica che instaura tra l’uomo e la natura un rapporto puramente strumentale. L’uomo ha la vocazione al lavoro, e il lavoro ha la vocazione a trasformare il mondo; esso rappresenta pertanto una rottura con l’essere, un dominio su un mondo fatto oggetto della signoria umana. Come l’uomo è l’oggetto di Dio, così la terra diventa l’oggetto dell’uomo, che la trasforma assoggettandola alla ragione tecnica. Nel contempo, il lavoro assume un valore eminentemente morale. Dirà san Paolo: “Se qualcuno non vuole assolutamente lavorare, non mangi», frase originariamente enunciata sotto forma di constatazione (“chi non lavora non mangia») ma che ben presto diventa una formula prescrittiva: “Chi non lavora non ha il diritto di mangiare».

liberarsi dalla necessità Questa visione del mondo, che oggi ci appare cosi familiare, è segnata da una rottura totale con la concezione prevalente nella quasi totalità delle società tradizionali, dove non solo la necessità non detta legge. ma l’ambito di ciò che è specificamente umano si situa viceversa nel rifiuto di assoggettarsi al regno della necessità materiale. Marshall Sahlins, ad esempio, ha mostrato in maniera convincente che le società “primitive,) sono società nelle quali non si lavora mai più di tre o quattro ore al giorno, perché i bisogni vengono volontariamente limitati e al “tempo liberoo, viene assegnata la priorità rispetto all’accumulazione dei beni1.Nell’Antichità europea, il lavoro viene disprezzato proprio perché è considerato il luogo per eccellenza dell’assoggettamento alla necessità. Questo disprezzo lo troviamo tanto nei greci e nei romani quanto nei traci, nei lidii, nei persiani e negli indiani. I’idea più comune è che, essendo per definizione deperibile tutto ciò che l’economia produce, il lavoro, motore dell’economia, non è adatto a rappresentare quel che va oltre la semplice naturalità dell’esistenza umana. In Grecia, soprattutto, il lavoro è percepito come un’attività servile che, in quanto tale, è in antagonismo con la libertà, e quindi anche con la cittadinanza2. “Un pastore ateniese”, nota a questo proposito Alain Caillé, “è un cittadino, a differenza dei ricchi artigiani, non perché è un lavoratore, come penserebbero i moderni, ma al contrario perché è un ozioso, perché dispone di quel tempo libero (skholè) che è la sola prerogativa in grado di rendere gli uomini pienamente umanio,3. “Non è possibile esercitare la virtù quando si fa la vita di un artigiano O” scrive Aristotele4.Sarebbe sbagliato vedere in questa svalutazione del lavoro semplicemente il riflesso di una visione gerarchica della società e la conseguenza della (‘comoditào, rappresentata dall’esistenza di schiavi. Essa esprime in realtà un’idea molto più importante: l’idea che la libertà (come del resto anche l’eguaglianza) non può risiedere nella sfera della necessità, e che vi è autentica libertà solo nell’affrancamento da tale sfera, Qvverosia nell’al di là dell’economico. AI limite, come spiega Hannah Arendt, lo schiavo non lavora perché è schiavo, ma è schiavo perché lavora. «Il lavoro era indegno del cittadino”, aggiunge André Gorz, “non in quanto era riservato alle donne e agli schiavi; anzi, era riservato alle donne e agli schiavi perché “lavorare significava asservirsi alla necessità”. E poteva accettare quell’asservimento soltanto chi, alla maniera degli schiavi, aveva preferito la vita alla libertà e dunque dato prova di spirito servi le. I’uomo libero, invece, rifiuta di sottomettersi alla necessità; padroneggia il proprio corpo onde non essere schiavo dei suoi bisogni e, se lavora, lo fa solo per non dipendere da ciò che non controlla, cioè per assicurare o accrescere la propria indipendenza». Per questo motivo, «l’idea stessa di “lavorare” era inconcepibile in quel contesto: il “lavoro”, votato alla servitù e alla reclusione nella domesticità, lungi dal conferire un’”identità sociale”, definiva l’esistenza privata ed escludeva dall’ambito pubblico quelle e quelli che gli erano asserviti»5.Il fatto che questa contrapposizione tra regime della necessità e ambito della libertà si sovrapponga, nell’ideale antico, alla contrapposizione tra sfera privata e sfera pubblica è rivelatore. Secondo Aristotele, l’economia ha a che vedere con l’ambito “familiare”. Essa si definisce, in senso proprio, come un insieme di regole di amministrazione domestica (oikos-nomos) , che Aristotele distingue del resto nettamente dalla produzione di beni in vista di uno scambio mercantile, cioè dalla crematistica.ln quanto tale, essa si contrappone alla sfera pubblica, ambito della libertà, il cui godimento e la partecipazione alla quale presuppongono l’«oziosità». La libertà è una faccenda pubblica; non può essere ottenuta nel privato o attraverso di esso.Non esiste d’altronde all’epoca nessuna parola generica per designare il lavoro. I termini più correntemente utilizzati dai greci (ponos, ergon, poiesis) testimoniano un apprezzamento qualitativamente differenziato delle attività umane, giudicate secondo la conformità alla natura o in base al valore d’uso e alla qualità del prodotto. “Nel contesto della tecnica e dell’economia antica”, sottolinea Jean-Pierre Vernant, “il lavoro appare solo [...] nel suo aspetto concreto. Ogni compito viene definito in funzione del prodotto che punta a fabbricare [...] Non si considera il lavoro nella prospettiva del produttore, come espressione di un unico sforzo umano creatore di valore sociale. Non troviamo quindi, nell’antica Grecia, una grande funzione umana, il lavoro, che copre tutti i mestieri, bensì una pluralità di mestieri diversi, ciascuno dei quali costituisce un tipo particolare di azione che produce la propria opera”6.Lo stesso stato d’animo vige a Roma. A proposito del lavoro manuale, Seneca dice che è “privo d’onore e non potrebbe rivestire neppure la semplice apparenza dell’onestà”. Cicerone aggiunge che ,cil salario è il prezzo di una servitù,’, che «niente di nobile potrà mai uscire da un negozio», che «il posto di un uomo libero non è in una fabbrica»7. La lingua latina distingue nettamente il labor, che evoca il lavoro penoso ed oppressivo, e l’opus, l’attività creativa. «Lavorare» (laborare) ha spesso il significato di «soffrire»; laborare ex capite, “soffrire di mal di testa”, Viceversa, la parola otium non designa affatto la pigrizia o il fatto di “non fare niente”, bensì l’attività superiore orientata verso la creazione, di cui il commercio rappresenta la negazione (negotium, “negozio”)’ Quanto alla parola moderna francese “travail”, essa viene, come è noto, da tripalium, che in origine era uno strumento di tortura…Sin dai primi secoli della nostra era, il cristianesimo si è sforzato di lottare contro il disprezzo del lavoro.Gesù e i suoi apostoli erano dei lavoratori manuali. In breve tempo non si conteranno più i santi patroni dei diversi mestieri. Ciononostante, per Secoli sopravviverà l’idea che l’uomo non è fondamentalmente fatto per lavorare, che il lavoro non è altro i che una triste necessità e non qualcosa da nobilitare o lodare, e che talune attività sono incompatibili con la qualità di uomo libero. Per reagire a questa idea fortemente radicata, la borghesia, soprattutto a partire dal XVII secolo, moltiplicherà le critiche contro il carattere «improduttivo», e quindi «parassitario», del modo di vita aristocratico.André Gorz è uno di coloro che hanno colto meglio in che misura ciò che noi oggi chiamiamo lavoro è, nella sua stessa generosità, un’invenzione della modernità. L’idea contemporanea del lavoro”, scrive, «appare in effetti solo con il capitalismo manifatturiero. Sino a quel momento, cioè sino al XVIII secolo, il termine «lavoro” (Iaboul; Arbeit, travai) designava la pena dei servi e dei giornalieri che producevano beni di consumo o servizi necessari alla vita che dovevano essere rinnovati giorno dopo giorno, senza che nulla potesse essere dato per acquisito. Gli artigiani, invece, che fabbricavano oggetti durevoli, accumulabili, che gli acquirenti di regola trasmettevano ai posteri, non “lavoravano”, “operavano”, e nella loro “opera” potevano utilizzare i “lavoro” di uomini di fatica chiamati a svolgere i compiti grossolani, poco qualificati. Soltanto i giornalieri e i manovali erano pagati per il loro “lavoro”; gli artigiani facevano pagare la propria “opera” in base a un tariffario fissato da quei sindacati professionali che erano le corporazioni e le gilde, le quali proibivano severamente qualsiasi innovazione ed ogni forma di concorrenza. [...] La “produzione materiale” non era dunque, nell’insieme, retta dalla razionalità economica»9.Per molto tempo infatti il lavoro, benché riabilitato, è rimasto in una certa misura al riparo da considerazioni puramente utilitarie o mercantili. Nel Medioevo, in particolare, il mestiere ha un valore li integrazione sociale. E innanzitutto un modo di vita, una maniera di stare al mondo, e, in quanto tale, rimane dipendente da un certo numero di atteggiamenti etici, che vanno al di là della sfera della sola materialità ed impregnano nel suo insieme una società nella quale si giustappongono e si incrociano modi di vita organica differenti. I mestieri hanno le proprie regole, le proprie tradizioni. Alloro esercizio sono associate abitudini festive e credenze p0polari che contribuiscono a limitare gli effetti della sola ragione economica.Il lavoro speso nella costruzione delle cattedrali è tutto salvo che un lavoro che miri all’utilità, come ha rimarcato, in una pagina molto nota, Georges Bataille: «L’espressione dell’intimità nella chiesa [...] risponde al vano consumo del lavoro: sin dall’inizio la destinazione sottrae l’edificio all’utilità fisica, e questo primo movimento si esprime in una profusione di vani ornamenti. Perché la costruzione di una chiesa non è l’impiego vantaggioso del lavoro disponibile, ma il suo consumo, la distruzione della sua utilità. L’intimità è espressa in modo condizionato da una cosa: purché questa cosa sia in fondo il contrario di una cosa, il contrario di un prodotto, di una merce: un consumo e un sacrificio» 10.È a questa forma di lavoro che Péguy allude quando evoca la pietà dell’«opera ben fatta», il tempo in cui si cantava mentre si lavorava e si dava nellavoro il meglio di sé perché in quel lavoro ne andava della realizzazione di se stessi: «Abbiamo conosciuto operai che avevano voglia di lavorare [...] Lavorare era la gioia stessa, la radice profonda del loro essere [...] Esisteva un onore incredibile del lavoro [...] Bisognava che un bastone di sedia fosse ben fatto [...] Non doveva essere fatto bene per il salario o a causa del salario [...] per il padrone o per i conoscitori [...] Bisognava che fosse fatto bene in sé [...] E lo stesso principio delle cattedrali…». Péguy, tuttavia, respinge sia la concezione calvinista, in cui la coazione al lavoro trova la propria legittimità nell’ordine della fede (il lavoro come sottomissione necessaria all’esigenza di salvezza), sia la concezione borghese, che considera lavoro autentico solo quello che non procura alcun divertimento. Egli non fa del lavoro lo scopo supremo dell’esistenza. Pone al di sopra dei compiti necessari alla sussistenza le attività dello spirito che permettono alla personalità di fiorire. Sa che i valori etici e culturali sono superiori alla semplice produzione deg!i oggetti. Ed è il primo a convenire che il lavoro è radicalmente cambiato da quando è governato solamente dalle leggi economiche dell’offerta e della domanda, della produzione e del mercato.Con la Riforma, e poi con l’emergere delle teorie liberali, il «valore-lavoro) diventa infatti nel contempo valore dominante e valore in sé. In Locke, ad esempio, la proprietà si fonda sul lavoro e non più sui bisogni, atteggiamento che già giustifica l’appropriazione illimitata (e che Louis Dumont giustamente definisce tipicamente moderna). Nel contempo, la giustizia viene fondata su un diritto di proprietà posto come assoluto, agli antipodi del pensiero tradizionale che rapporta la giustizia all’equità e a relazioni ordinate all’interno di un tutto. La proprietà risalirebbe allo «stato di natura» e sarebbe il frutto del lavoro individuale, cioè dell’appropriazione da parte dell’individuo di tutto ciq che egli sottrae alla natura e prende alla terra. E la nascita di quello che Macpherson chiama l’«individualismo Possessivo».Il lavoro è non meno fondamentale in Adam Smith. L:introduzione de La ricchezza delle nazioni si apre su queste parole: «Il lavoro annuo di una nazione è il fondo primitivo che fornisce al suo consumo annuale tutte le cose necessarie e comode della vita; e queste cose sono sempre o il prodotto immediato del lavoro, o acquistate dalle altre nazioni assieme a quel prodotto)»11 Smith aggiunge immediatamente l’idea concomitante che la ricchezza prodotta dal lavoro (le «cose necessarie e comode della vita”) può essere accresciuta dal progresso costante dei metodi di rendimento. E sostiene inoltre che lo scambio fra le ricchezze in tal modo prodotte, scambio il cui unico motore è l’esclusiva ricerca dell’interesse egoistico, consente la diffusione ottimale di tutti i benefici risultanti dalla divisione del lavoro. Il valore si identifica quindi essenzialmente con il lavoro, che ne costituisce in un certo senso la sostanza e ne è l’unico metro di misura, ed è nello scambio mercantile che questo valore si cristallizza. «Il lavoro», scrive Adam Smith, «è la misura reale del valore scambiabile di ogni merce»12.Per Smith, il giusto prezzo è dunque quello del mercato: la merce che viene scambiata sul mercato è venduta esattamente per ciò che vale («prezzo naturale»), e il suo valore espresso in denaro rimanda al lavoro che essa rappresenta: «Il lavoro misura il valore, non soltanto di quella parte del prezzo che si risolve in lavoro, ma anche di quella che si risolve in rendita, e di quella che si risolve in profitto13. E ancora: «Non è con l’oro o con l’argento, ma con il lavoro che tutte le ricchezze del mondo sono state acquistate originariamente; e il loro valore per coloro che le possiedono e che cercano di scambiarle con nuove produzioni è esattamente uguale alla quantità di lavoro che esse li mettono in condizione di acquistare o di ordinare” 14. L’intera opera di Smith si fonda su questo legame fra lo scambio e il lavoro, in cui il primo ingloba il secondo nelle condizioni moderne dell’attività economica ma il secondo forma la pietra angolare dell’intero edificio.Luomo pertanto è così «naturalmente» commerciante che è «lavoratore»: «ln tal modo, ogni uomo vive di scambi e diventa una sorta di mercante, e la società stessa è propriamente una società commerciante»15. Come scrive Louis Dumont, «insomma, ogni cosa è lavoro e il lavoro è ogni cosa, cosicché noi lavoriamo persino quando non lavoriamo e ci accontentiamo di scambiare» 16.In effetti, in Smith troviamo due definizioni del valore-lavoro. Nella prima, che è implicita, il valore consiste nella quantità di lavoro necessaria alla produzione di un bene. Nella seconda, che ne deriva ed è altresì la principale, il valore di un bene consiste nella quantità di lavoro che è possibile ottenere in cambio di quel bene (giacché lo scambio consente in un certo senso di “verificare” il valore-lavoro connesso alla sola produzione). In entrambi i casi, ci si trova di fronte ad un’affermazione (o ad un argomento di diritto naturale) priva di ogni valore empirico od operativo. La teoria si limita semplicemente a postulare che l’uomo crea il valore per i) tramite del proprio lavoro, che lo fa padrone e sovrano trasformatore della natura. «Questa relazione naturale dell’uomo individuale con le cose», nota Louis Dumont, «si riflette in qualche modo nello scambio egoistico tra uomini che, pur essendo un succedaneo del lavoro, impone ad esso la propria legge e ne consente il progresso. Come nella proprietà di Locke, è il soggetto individuale ad essere esaltato, l’uomo egoista che scambia o lavora, che, nella pena, nell’interesse e nel profitto, lavora [...] al bene comune, alla ricchezza delle nazioni»17.Adam Smith tuttavia devia quando, basandosi sulla teoria del valore-lavoro, si sforza di giustificare il sistema dei salari e il gioco del capitale. Egli afferma infatti che il lavoratore deve condividere con il datore di lavoro il prodotto del capitale. Questa affermazione sembra smentire la convinzione secondo cui il valore del prodotto si ricollega alla quantità di lavoro necessaria alla produzione, dal momento che tale quantità è stato solo il lavoratore a produrla. Consapevole della difficoltà, Smith scrive: «La quantità di lavoro comunemente spesa per acquistare o produrre una merce non è più dunque l’unica circostanza sulla quale si deve regolare la quantità di lavoro che quella merce potrà comunemente acquistare, ordinare od ottenere in scambio. E chiaro che sarà dovuta ancora una quantità addizionale per il profitto del capitale che ha anticipato i salari di tale lavoro e ne ha fornito i materiali»18. Questa «quantità addizionale» rimane però misteriosa. Smith tenta in effetti di assimilare il valore-lavoro inerente ad un prodotto al salario che il lavoratore riceve per quel prodotto, come se il valore del lavoro pagato dal salario fosse identico al valore reale creato da quel lavoro: “Quel che costituisce la ricompensa naturale o il salario del lavoro, è il prodotto del lavoro»19. Ma questa assimilazione è arbitraria, cosa che Marx non mancherà di rilevare. L’approccio di Smith trova il suo fondamento nell’idea che la djversità delle attività umane possa essere interamente ricondotta a un’unica sostanza, e che sia tale sostanza, nella fattispecie il lavoro, a permettere di trasformare l’eterogeneo in omogeneo, la qualità in quantità. Nel contempo, Smith afferma che ogni lavoro deve essere (‘produttivo”, cioè diretto verso la produzione di merci utili il cui consumo c0nsentirà a sua volta di produrre nuove cose consumabili. Ne consegue che l’attività non «produttiva» è un non-senso rispetto alla vita delle società.Questa idea di un lavoro che sarebbe alla base dell’esistenza umana la si ritrova in Ricardo, per il quale “il valore di una merce dipende della quantità relativa di lavoro necessaria alla sua produzione”20. I successori di Smith si divideranno in seguito sull’importanza relativa da attribuire rispettivamente al lavoro e allo scambio.La teoria neoclassica, particolarmente in Walras, cercherà di assimilare valore di scambio e valore d’uso spiegando il primo attraverso la limitazione di una quantità utile, cioè attraverso la rarità. I’idea che il valore debba essere indicizzato esclusivamente sull’utilità non è infatti sostenibile: l’acqua è più utile del diamante ma infinitamente meno costosa; il piano del prezzo e quello dell’utilità sono irriducibili l’uno all’altro. Gli economisti liberali si sforzeranno quindi di prendere contemporaneamente in considerazione l’utilità e la rarità, e i marginalisti svilupperanno un punto di vista che consisterà nel valutare non più la quantità globale di beni, bensì il valore «marginale», assunto dall’ultimo di essi, ma “senza riuscire a operare la sintesi utilità-rarità in “una spiegazione coerente”21. Questa teoria finisce infatti con il rendere insolubile il problema della trasformazione del valore in prezzo di produzione.Il modo in cui ai nostri giorni la parola (,lavoro” viene indistintamente applicata a qualunque forma di attività o di occupazione regolare, in diretta contrapposizione con l’ideale ereditato dall’Antichità, riflette piuttosto bene le teorie di cui abbiamo or ora sinteticamente accennato. Operai, dirigenti, artisti, ricercatori, intellettuali, creatori: ormai tutti “lavorano”. Anche i contadini si sono trasformati in “produttori agricoli,), il che dimostra che i loro compiti quotidiani non definiscono più un modo di vita incomparabile rispetto a tutti gli altri. Nondimeno, questo onnipresente lavoro esige di essere colto e definito con precisione. “Il “lavoro”, nel senso contemporaneo”, scrive André Gorz, “non si confonde né con i bisogni, ripetuti giorno dopo giorno, che sono indispensabili al mantenimento e alla riproduzione della vita di ciascuno; né con la fatica, per quanto impegnativa possa essere, che un individuo fa per realizzare un compito di cui lui stesso o i suoi sono i destinatari e i beneficiari; né con quel che noi decidiamo di fare di testa nostra, senza tener conto del tempo e della fatica, per uno scopo che ha importanza soltanto ai nostri occhi e che nessuno potrebbe raggiungere al posto nostro. Se ci ca. pita di parlare di “lavoro” a proposito di queste attività del “lavoro domestico”, del “lavoro artistico del ‘avoro’ di autoproduzione, lo facciamo assegnando all’espressione un significato fondamentalmente diverso da quello che ha il lavoro posto dalla metà alla base della propria esistenza, strumenti cardinale e nel contempo obiettivo supremo… La caratteristica essenziale di quel tipo di lavoro quello che noi “abbiamo”, “cerchiamo”, “offriamo” consiste infatti nell’essere un’attività nella sfera publlica, richiesta, definita, riconosciuta utile da altri e, a questo titolo, da essi remunerata. Grazie al lavoro remunerato (e più in particolare attraverso il lavoro salariato) apparteniamo alla sfera pubblica, acquisiamo un’esistenza e un’identità sociali (vale a dire una “professione»), siamo inseriti in una rete di relazioni e di scambi nella quale ci misuriamo con gli altri e ci vediamo conferire dei diritti su di loro in cambio dei nostri doveri verso di loro. La società industriale viene intesa come “una società di lavoratori” e, a questo titolo, si distingue da tutte Quelle che l’hanno preceduta, perché il lavoro socialmente remunerato e determinato è anche per quelle e quelli che ne cercano, vi si preparano o ne mancano il fattore di gran lunga più importante di socializzazione»22.Perciò, prosegue André Gorz, “la razionalizzazione economica del lavoro non è consistita semplicemente nel rendere più metodiche e meglio adattate allo scopo delle attività produttive preesistenti. Fu una rivoluzione, una sovversione del modo di vita, dei valori, dei rapporti sociali e con la natura, l’invenzione nel senso pieno del termine di qualcosa che non era ancora mai esistito. L’attività produttiva veniva privata del suo senso, delle sue motivazioni e del suo oggetto per diventare il semplice mezzo per guadagnarsi un salario. Smetteva di far parte della vita per diventare il mezzo per “guadagnarsi da vivere”. Il tempo di lavoro e il tempo di vivere venivano staccati; il lavoro, i suoi strumenti, i suoi prodotti acquistavano una realtà separata da quella del lavoratore e dipendevano da decisioni estranee. La “soddisfazione di operare” in comune e il piacere di “fare” venivano soppressi a vantaggio esclusivo delle soddisfazioni che il denaro può acquistare [...] La razionalizzazione economica del lavoro avrà pertanto ragione dell’antica idea di libertà e di autonomia esistenziale. Essa dà vita a un individuo che, alienato nel lavoro, lo sarà anche, per forza, nei consumi ed, infine, nei bisogni»23. Alain de Benoist via ariannaeditrice

NOTE

1 Cfr. Marshall Sahlins, Age de pierre, age d’abondance. L’économie des soclétés primltlves, Gallimard, Parls 1976 (tr. It. Economia dell’età della pietra, Bompiani, Milano 1980).

2 A queslo proposito si veda sopraltutto Hannah Arendt, La condition de l’homme moderne, Calmann-Lévy, Parls 1961 (tr. it. Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 1993),

3 Alain Caillé, Vers de nouveaux fondements symboliques. Pour une création mondiale de revenus de citoyenneté nationaux, in «Dossier n. 3, Transversales science/culture», pag. 28.

4 Aristotele, Politica, 111, 2, 8. Si sa anche che uno dei motivi del. rostilità di Platone nei confronti dei sofisti (Protagora, Gorgia, Prodico) stava nel fatto che costoro accettavano di farsi pagare per il loro insegnamento filosofico.

5 André Gorz. Métamorphoses du travail. Quete du senso Critique de la raison économique, Galilée, Paris 1991, pagg. 26-28 ttrad. it. Metamorfosi del lavoro, Bollati Boringhieri, Torino 1992).

6 Jean-Pierre Vernant, Mythe et pensée chez les Grecs, La Découverte, Paris. Pag. 296 (tr. il. Mito e pensiero presso i greci, Eiraudi. Torino 1981).

7 Seneca, Ce Officiis I, 42.

8 Questo significato è sopravvissuto in francese e in italiano nell’espressione che evoca il ..travaglio» (travai/) della donna partoriente e i dolori che lo accompagnano.

9 André Gorz. op. cit., pagg. 28-29.

10 Georges Bataille, La part maudite. Précédé de: La notion de dépense, Minuit, Paris 1990. pago 168 (tr. it. La parte maledetta, Bertani. Verona 1972).

11 Adam Smith, Recherches sur la nature et les causes de la richesse des nations. vol. I, Flammarion, Paris. p. 65 (ed. il. Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Mondadori. Milano 1977).

12 Ibidem. libro I, capitolo S, pag, 100.

13 Ibidem, libro I. capitolo 6, pago 120,

14 Ibidem. libro I, capitolo S, pag.101.

15 Ibidem. libro I, capitolo 4, pago 91.

16 Louis Dumont, Homo Aequalls. Genèse et épanouissement de l’idéologie économique, Gallimard, Paris 1977, pago 225 (tr. il. Homo Aequalis, Adelphi, Milano 1984),

17 Ibidem, pag, 122.

18 Adam Smith. op. cit., libro I, capitolo 6, pago 119. Ibidem, libro I, capitolo 8, pago 135,

19 David Ricardo, Sui principii dell’economia politica e della tassazione, Mondadori, Milano 1979. capitolo I.

20 André Piettre, Pensée économique et théories contemporaines, Sa ed., Dalloz, Paris, pag, 93. La nozione di rarità tende inoltre a fare della relazione economica un gioco a somma zero (cosa che essa non è). da! momento che, in un universo interamente assoggettato alla rarità, non si potrebbe dare all’uno senza prendere all’altro. Simmel ha fatto osservare che. dal punto di vista economico, il momento dell’utilità corrisponde alla domanda, quello della rarità all’offerta. Thorstein Veblen (Teoria della classe agiata, Einaudi, Torino 1971) mostra inoltre che il prezzo e l’utilità di un bene non ne esauriscono il significato. nella misura in cui quel bene è anché l’esponente di uno status sociale. I’oggetto economico diventa perciò il referente dell’oggetto-segno. Cfr. anche Jean Baugrillard, Le système des objets, Gallimard, Paris 1968.

21 André Gorz, op. cit., pagg. 25-26.

22 Ibidem, pagg. 36-37.

Market & Love (by Leozappa)

Mercoledì, 6 Giugno 2012
Libero amore e libero mercato. Sono i due slogan, o meglio le due parole d´ordine che hanno segnato le più radicali trasformazioni sociali degli ultimi cinquanta anni. Libero amore: attraverso la sessualità sono state abbattute convenzioni, si è portata avanti l´emancipazione della donna e, con essa, le rivendicazioni dei diritti civili delle minoranze. Libero mercato: attraverso l´economia sono stati sradicati vincoli comunitari, è stato ridotto il welfare state ed è stato dato un determinante impulso ai trasferimenti di sovranità a favore della Unione europea. Dal libero amore al libero mercato: la parabola descrive la società italiana, che non scende più in piazza per gestire il proprio utero perché, anche durante le festività, passeggia o lavora nei megastore. Non occorre necessariamente riconoscersi nelle idee di Jean-Claude Michéa per convenire sul nesso tra libertarismo dei costumi e l´economia liberistica, che costituisce una sorta di compimento degli assiomi ideologici del primo. Ho qualche dubbio, però, che a trionfare sia stata la libertà (almeno nella accezione, politico-culturale, di chi si riconosce nelle premesse ideologiche dell´individualismo metodologico, che non tollera limiti verticali all´interesse egoistico). Di recente, il presidente Barack Obama, riconsiderando le proprie posizioni, si è dichiarato favorevole al matrimonio degli omosessuali. Quella che lui stesso ha definito una “evoluzione” ha meritato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, destando grande emozione e una impennata dei finanziamenti della campagna per la rielezione. Eppure, l´istituzionalizzazione del matrimonio degli omosessuali segna la sconfitta del libertarismo. Non è stato abbattuto l´ordine. Come spesso accade nella storia, una regola ha sostituito (o, più precisamente, sostituirà) un´altra ma, sempre, secondo la medesima logica funzionale di quello specifico sociale che è l´ordinamento. Il regno dell´anomia è ancora di là da venire. Una maggiore onestà intellettuale porterebbe a riconoscere che, sotto la bandiera della libertà, una visione della vita, una politica ha prevalso (peraltro, del tutto legittimamente e democraticamente) su un´altra. L´istituto del matrimonio non è stato soppresso, ma potenziato (e, secondo alcuni, snaturato) in quanto esteso alle coppie omosessuali. Alla libertà si richiamano simboli e denominazioni sia delle forze di sinistra sia di quelle di destra (per non dire del partito più longevo della Repubblica, la Democrazia cristiana, di ispirazione cattolica, il cui simbolo era uno scudo crociato con la parola: libertas). Non c´è, quindi, da sorprendersi che del concetto si faccia un uso demagogico. Temo che ciò accada anche con riferimento al libero mercato. È vero che con l´abrogazione dell´una o dell´altra misura cessano restrizioni e vincoli alla concorrenzialità del mercato, ma non è vero che ciò determini la liberalizzazione del mercato e il trionfo del libero mercato. Sino a quando ci saranno regole che difendono i diritti dei lavoratori, che riservano l´attività bancaria a operatori qualificati, che determinano i requisiti dei prodotti, il mercato non sarà mai (e per fortuna) libero. Il libero mercato non esiste né in natura (Marcel Mauss ha dimostrato che il dono, e non il baratto, regolava la quotidianità delle prime popolazioni) né nella storia. Il traffico economico incide anche su altri beni della convivenza civile e la loro tutela o realizzazione richiede misure di protezione che concorrono a regolare lo spazio proprio del mercato. Anche le liberalizzazioni pertanto, ben lungi dall´instaurare il regno del possibile, si risolvono nella sostituzione di una regola con un´altra, ossia nell´affermazione di una visione politica. Nel nostro sistema, il lavoro dei minori è consentito solo in rigorosi limiti. In via eccezionale è permesso quello dei quattordicenni, con maggiore flessibilità quello dei sedicenni. La riforma del mercato del lavoro mantiene (grazie a Dio) questi limiti. Ne consegue che, del tutto impropriamente, si parla di liberalizzazione, soprattutto se si considera che, ancora ai primi del secolo scorso, i minori lavoravano e che i successivi divieti costituiscono una conquista di civiltà. a.m.leozappa formiche

 

Il capitalismo di Stato sostituirà quello del libero mercato (by Hobsbawm)

Sabato, 12 Maggio 2012

La notizia della morte del capitalismo è per lo meno prematura, il sistema economico sociale che da alcune centinaia di anni regge il mondo non è neanche malato, e basta guardare la Cina per convincersene e per leggere il futuro. In Oriente masse di contadini entrano nell’universo del lavoro salariato, lasciano il mondo rurale e diventano proletari. È nato un fenomeno nuovo, inedito nella storia: il capitalismo di Stato, dove alla vecchia borghesia illuminata, creativa, anche se rapace – come la descriveva Marx nel “Manifesto comunista” – sono subentrate istituzioni pubbliche. Insomma, non siamo all’apocalisse e nessuna rivoluzione è dietro la porta, semplicemente il capitalismo sta cambiando pelle. Eric Hobsbawm scende con una specie di montacarichi dalla ripida scala della sua casa di Highgate a Londra, non lontano dal luogo in cui riposa il suo grande maestro e ispiratore Karl Marx, appunto. Ha subito un’operazione per cui cammina male. Ha 95 anni, ma mentre il corpo mostra i segni dell’età, la testa di questo signore considerato il massimo storico contemporaneo, è quella di un giovane. Sta scrivendo un saggio su Tony Judt, un intellettuale britannico morto prematuramente, due anni fa. Parla alla Bbc, è attivo più che mai. E non ha mai smesso di essere marxista.E se per questa intervista con “l’Espresso”, una delle rarissime che rilascia, si è fatto mandare le domande via mail, e se comincia seguendo il canovaccio concordato, dopo pochi minuti passa a un serrato e spontaneo dialogo con l’interlocutore. “Mi ha chiesto se sia possibile il capitalismo senza le crisi”, inizia: “No. A partire da Marx sappiamo che il capitalismo opera attraverso crisi appunto, e ristrutturazioni. Il problema è che non possiamo sapere quanto sia grave quella attuale, perché ci siamo ancora in mezzo”.La crisi in corso è differente da quelle precedenti?
“Sì. Perché è legata a uno spostamento del centro di gravità del Pianeta: dai vecchi Paesi capitalisti verso nazioni emergenti. Dall’Atlantico verso l’Oceano Indiano e il Pacifico. Se negli anni Trenta tutto il mondo era in crisi, ad eccezione dell’Urss, oggi la situazione è diversa. L’impatto è differente in Europa rispetto ai Paesi del Bric: Brasile, Russia, Cina, India. Altra differenza, rispetto al passato: nonostante la gravità della crisi, l’economia mondiale continua a crescere. Però solo nelle aree fuori dall’Occidente”.Cambieranno i rapporti di forza, anche militari e politici?
“Intanto stanno cambiando quelli economici. Le grandi accumulazioni dei capitali da investire sono oggi quelle dello Stato e delle imprese pubbliche in Cina. E così mentre nei Paesi del vecchio capitalismo la sfida è mantenere gli standard del benessere esistenti – ma io credo che queste nazioni siano in un rapido declino – per i nuovi Paesi, quelli emergenti, il problema è come mantenere il ritmo di crescita senza creare problemi sociali giganteschi. È chiaro, ad esempio, che la Cina si è data a una specie di capitalismo in cui l’insistenza di stampo occidentale sul Welfare è completamente assente: sostituita invece dall’ingresso velocissimo di masse di contadini nel mondo del lavoro salariato. È un fenomeno che ha avuto effetti positivi. Rimane la questione, se questo sia un meccanismo che possa operare a lungo”.Quello che sta dicendo porta alla questione del capitalismo di Stato. Il capitalismo come l’abbiamo conosciuto significava scommessa personale, creatività, individualismo, capacità di invenzione da parte dei borghesi. Può lo Stato essere altrettanto creativo?
“L’”Economist” alcune settimane fa si è occupato del capitalismo di Stato. La loro tesi è che potrebbe essere ottimo nella creazione delle infrastrutture e per quanto riguarda gli investimenti massicci, ma meno buono nella sfera della creatività. Ma c’è dell’altro: non è scontato che il capitalismo possa funzionare senza istituzioni come il Welfare. E il Welfare è di regola gestito dallo Stato. Penso quindi che il capitalismo di Stato ha un grande futuro”.E l’innovazione?
“L’innovazione è orientata verso il consumatore. Ma il capitalismo del Ventunesimo secolo non deve pensare necessariamente al consumatore. E poi: lo Stato funziona bene quando si tratta dell’innovazione nell’ambito militare. Infine: il capitalismo di Stato non è legato al dovere di una crescita senza limiti, e questo è un vantaggio. Detto questo, il capitalismo di Stato significa la fine dell’economia liberale come l’abbiamo conosciuta negli ultimi quattro decenni. Ma è la conseguenza della sconfitta storica di quello che io chiamo “la teologia del libero mercato”, la credenza, davvero religiosa, per cui il mercato appunto si regola da sé e non ha bisogno di alcun intervento esterno”.Per generazioni la parola capitalismo faceva rima con libertà, democrazia, con l’idea che le persone forgiano il proprio destino.
“Ne siamo sicuri? Secondo me non è affatto evidente associare i valori che lei ha menzionato con determinate politiche. Il capitalismo di mercato puro non è obbligatoriamente legato alla democrazia. Il mercato non funziona nel modo in cui lo teorizzavano i liberisti: da Hayek a Friedmann. Abbiamo semplificato troppo”.Cosa vuol dire?
“Ho scritto tempo fa che abbiamo vissuto con l’idea di due vie alternative: il capitalismo di qua il socialismo di là. Ma è un’idea stramba. Marx non l’ha mai avuta. Spiegava invece che questo sistema, il capitalismo, un giorno sarebbe stato superato. Se guardiamo la realtà: gli Usa, l’Olanda, la Gran Bretagna, la Svizzera, il Giappone, possiamo arrivare alla conclusione che non si tratta di un sistema unico e coerente. Ci sono tante varianti del capitalismo”.Intanto la finanza prevale. C’è chi dice che il capitalismo potrebbe fare a meno della borghesia. È un’intuizione giusta?
“È emersa con forza un’élite globale composta di persone che decidono tutto nel campo dell’economia, e che si conoscono tra di loro e lavorano insieme. Ma la borghesia non è scomparsa: esiste in Germania, forse in Italia, meno negli Usa e in Gran Bretagna. È cambiato invece il modo in cui si accede a farne parte”.Vale a dire?
“L’informazione è oggi un fattore di produzione”.Non è una novità. Già i Rothschild diventarono ricchi perché per primi seppero della sconfitta di Napoleone a Waterloo, cosa che ha permesso loro di sbancare la Borsa…
“Intendo una cosa diversa. Oggi fai soldi perché controlli l’informazione. E questo è un argomento forte nelle mani dei reazionari che dicono di combattere le élites colte. Sono le persone che leggono i libri e che hanno vari gradi di istruzone universitaria, a trovare gli impieghi redditizi. Gli istruiti sono identificati ormai con i ricchi, con gli sfruttatori, e questo è un problema politico vero”.Oggi si fanno soldi senza produrre beni materiali, con derivati, con speculazioni in Borsa.
“Però si continua a fare denaro anche, e soprattutto, producendo beni materiali. È cambiato solo il modo con cui viene prodotto quello che Marx chiamava il valore aggiunto (la parte del lavoro dell’operaio di cui si appropria il padrone, ndr.) Oggi lo producono non più gli operai ma i consumatori. Quando lei compra un biglietto aereo on line, lei con il suo lavoro gratuito paga per l’automazione del servizio. È quindi lei a creare il plusvalore che fa il profitto dei padroni. È uno sviluppo caratteristico della società digitalizzata”.Chi è oggi il padrone? Una volta c’era la lotta di classe.
“Il vecchio proletariato ha subito un processo di outsourcing; dagli antichi Paesi verso i nuovi. È là che dovrebbe esserci la lotta di classe. Però i cinesi non sanno cosa sia. Seriamente: forse invece ce l’hanno la lotta di classe, ma non la vediamo ancora. Aggiungo: la finanza è una condizione necessaria perché il capitalismo vada avanti, ma non è indispensabile. Non si può dire che il motore che muove la Cina sia solo la voglia di profitto”.È una tesi sorprendente, la può spiegare?
“Il meccanismo che sta dietro all’economia cinese è il desiderio di restaurare l’importanza di una cultura e di una civiltà. È l’opposto di ciò che succede in Francia. Il più grande successo francese degli ultimi decenni è stato Asterix. E non è un caso. Asterix è il ritorno al villaggio celtico isolato che resiste all’urto del resto del mondo, un villaggio che perde ma sopravvive. I francesi stanno perdendo, e lo sanno”.Intanto in Occidente abbiamo i banchieri centrali che ci dicono cosa fare. Si parla di conti, numeri, ma non dei desideri degli umani e del loro futuro. Si può andare avanti così?
“A lungo termine, no. Ma sono convinto che il vero problema sia un altro: l’asimmetria della globalizzazione. Certe cose sono globalizzate, altre super-globalizzate, altre non sono state globalizzate. E una delle cose che non lo sono state è la politica. Le istituzioni che decidono di politica sono gli Stati territoriali. Rimane quindi aperta la questione come trattare problemi globali, senza uno Stato globale, senza un’unità globale. E questo riguarda non solo l’economia, ma anche la più grande sfida dell’esistente, quella ambientale. Uno degli aspetti della nostra vita che Marx non ha visto è l’esaurimento delle risorse naturali. E non intendo l’oro o il petrolio. Prendiamo l’acqua. Se i cinesi dovessero usare la metà dell’acqua pro capite utilizzata dagli americani non ce ne sarebbe abbastanza nel mondo. Sono sfide dove le soluzioni locali sono inutili, se non a livello simbolico”.C’è un rimedio?
“Sì, a patto che si capisca che l’economia non è fine a se stessa, ma riguarda gli esseri umani. Lo si vede osservando l’andamento della crisi in atto. Secondo le antiquate credenze della sinistra la crisi dovrebbe produrre rivoluzioni. Che non si vedono (se non qualche protesta degli indignati). E siccome non sappiamo neanche quali sono i problemi che stanno per sorgere, non possiamo nemmeno sapere quali saranno le soluzioni”.Può fare qualche previsione comunque?
“È estremamente poco probabile che la Cina diventi una democrazia parlamentare. È poco probabile che i militari perdano tutto il loro potere nella maggior parte degli Stati islamici”.Lei ha sostenuto la necessità di arrivare a una specie di economia mista, tra pubblico e privato.
“Guardi la storia. L’Urss ha tentato di eliminare il settore privato: ed è stata una sonora sconfitta. Dall’altro lato, il tentativo ultraliberista è pure miseramente fallito. La questione non è quindi come sarà il mix del pubblico con il privato, ma quale è l’oggetto di questo mix. O meglio qual è lo scopo di tutto ciò. E lo scopo non può essere la crescita dell’economia e basta. Non è vero che il benessere è legato all’aumento del prodotto totale mondiale”.Lo scopo dell’economia è la felicità?
“Certo”.Intanto crescono le diseguaglianze.
“E sono destinate ad aumentare ancora: sicuramente all’interno dei singoli Stati, probabilmente tra alcuni Paesi e altri. Noi abbiamo un obbligo morale nel cercare di costruire una società con più uguaglianza. Un Paese dove c’è più equità è probabilmente un Paese migliore, ma quale sia il grado di uguaglianza che una nazione può reggere non è affatto chiaro”.Cosa rimane di Marx? Lei, in tutta questa conversazione non ha mai parlato né di socialismo né di comunismo…
“Il fatto è che neanche Marx ha parlato molto né di socialismo né di comunismo, ma neanche di capitalismo. Scriveva della società borghese. Rimane la visione, la sua analisi della società. Resta la comprensione del fatto che il capitalismo opera generando le crisi. E poi, Marx ha fatto alcune previsioni giuste a medio termine. La principale: che i lavoratori devono organizzarsi in quanto partito di classe”.In Occidente si parla sempre meno di politica e sempre più di tecnica. Perché?
“Perché la sinistra non ha più niente da dire, non ha un programma da proporre. Quel che ne rimane rappresenta gli interessi della classe media istruita, e non sono certo centrali nella società”. colloquio con Eric Hobsbawm di Wlodek Goldkorn, da L’Espresso via micromega

Fatto quotidiano e PIL (by Temis)

Venerdì, 25 Febbraio 2011

“Disturbi mentali prevenire conviene (anche al PIL)”. è il titolo di un articolo del fatto quotidiano in rete. sconvolge il riferimento al PIL. i disturbi mentali sono una malattia che andrebbe curata solo in quanto tale. nulla incide l’eventualità di una utilità economica. leggere simili titoli anche su un quotidiano della snistra culturale dimostra il livello di penetrazione del pensiero unico economicista. temis

Le finte privatizzazioni dei falsi liberali

Mercoledì, 20 Ottobre 2010

Ci sono libri che fanno male. O forse fanno bene. Dipende da come ci si pone di fronte alla vita e alle proprie convinzioni. Il vero liberale è colui che, pur avendo una forte identità ideologica e radicate convinzioni, si sforza di verificarle nella realtà, anche a costo di dover ammettere verità scomode. Pochi ci riescono. La maggior parte dei giornalisti e degli intellettuali è mainstream e gregaria, ovvero preferisce leggere il mondo applicando parametri e dogmi consolidati, dunque rafforzando visioni già acquisite. Janine R. Wedel, docente della George Mason University, appartiene senza dubbio al club, ristrettissimo, dei veri liberali. Ha scritto un libro che dovrebbe essere al centro della riflessione pubblica, ma che, al contrario, è schivato sia dalla destra conservatrice e liberista, sia dalla sinistra liberal in quanto scalfisce la visione sia dell’una sia dell’altra. S’intitola Shadow Elite, ovvero L’élite nell’ombra ed è pubblicato in lingua inglese da Basic Group, ma non è un pamphlet cospirazionista, né scandalistico. È un saggio. Autentico, preciso, documentatissimo. Frutto delle intuizioni di una politologa che però di formazione è antropologa e che in quanto tale, come scrive nella prefazione, è abituata ad «andare dietro le quinte e oltre quel che la gente o i governi o le organizzazioni internazionali dicono di fare». Una studiosa che scava e verifica, senza pregiudizi.
Il risultato è eccellente, benché molto amaro. L’élite nell’ombra è composta da gruppi di potere che la Wedel definisce i flexians, i flessibili, e che operano attraverso le flex net, ovvero le reti elastiche. Perché i loro membri assumono simultaneamente più identità, ricoprono più ruoli, operano a più livelli. Esistono ma non si vedono, occupano la scena pubblica ma non si dichiarano, essendo per loro natura ambigui e sfuggenti. Sono di destra o di sinistra a seconda delle convenienze. Esaltano il capitalismo e la libera concorrenza, ma tendono a essere monopolisti e ad arricchirsi a spese dello Stato. Sono imprenditori e al contempo politici o alti funzionari o studiosi. Si dicono patriottici, ma favoriscono la globalizzazione e i poteri transnazionali poiché indeboliscono regole, controlli o semplicemente la verifica delle responsabilità. Sono fedeli esclusivamente al proprio gruppo di riferimento e perseguono un solo obiettivo: l’accumulazione di potere e l’arricchimento personale. Shadow Elite non è un saggio astratto e teorico. La Wedel esemplifica con tanto di nomi e cognomi. La sua tesi, ampiamente comprovata, è che la fine della Guerra fredda, l’avvento di nuove tecnologie soprattutto nel campo dell’informazione e della comunicazione, la diffusione della retorica di un finto neo liberismo, che solo in apparenza porta alla deregolamentazione e alla riduzione del ruolo dello Stato, abbiano permesso l’affermazione di queste nuove reti di potere. Le quali si distinguono dalle vecchie proprio per la loro flessibilità, non essendo partitiche né meramente lobbistiche, né nazionalistiche. Il nuovo potere è transnazionale, non ideologico e svincolato dal territorio.
Perché apparente liberismo? Perché buona parte delle privatizzazioni sono finte. Non portano a una vera concorrenza per abbattere i costi e migliorare i servizi, ma a incredibili regalìe monopolistiche. Oggi, a esempio, negli Stati Uniti grazie a una legge approvata non da Bush, ma da Clinton a metà degli anni Novanta, un ente statale può dare in appalto a società esterne servizi di propria competenza, senza pubblico concorso. Sono mandati discrezionali, spesso di lungo periodo, monopolistici, di cui il pubblico non è consapevole e che si risolvono in colossali sprechi con un’esplosione di costi. A carico del contribuente. Perché alla fine paga sempre lui, come dimostra l’esplosione del deficit Usa.
Il fenomeno è così diffuso che oggi addirittura alcune funzioni vitali delle istituzioni statunitensi sono affidate a privati. A esempio, il 50 per cento dei servizi di intelligence Cia e addirittura il 90 per cento del segretissimo National Reconnaissance Office, la gestione del Database per la Sicurezza nazionale. Tutto questo mentre i controlli sono di fatto inesistenti. Aumentano le privatizzazioni, diminuiscono i funzionari pubblici, a fronte di leggi obsolete e della cecità dei media, che di questi temi non parlano mai. Le flex net approfittano delle zone grigie. I loro membri sono dentro e fuori le istituzioni. I primi operano sul versante legislativo e decisionale, i secondi beneficiano delle loro decisioni, mentre altri creano gli adeguati supporti nei think tank, nelle fondazioni, nei giornali, nelle istituzioni internazionali, negli altri governi. Così il problema non è più il conflitto di interessi, ma, paradossalmente, la coincidenza di interessi, che non essendo dichiarata sfugge al radar dell’opinione pubblica. Nomi e cognomi, dicevamo. Quelli di Bill Clinton, finto eroe della sinistra, quello della rete Neocon che ruota attorno a Richard Perle, quella di personaggi sconosciuti come Bruce P. Jackson, fra gli artefici dell’allargamento a est della Nato, pur essendo stato un semplice consulente informale del governo, fondatore di una Ong, uomo d’affari, lobbista.
Leggendo Shadow Elite si apprende con sconcerto del ruolo giocato dalla Harvard University nella più grande truffa degli ultimi vent’anni, la finta liberalizzazione della Russia che, come sappiamo, anziché introdurre una vera economia di mercato si è risolta in un gigantesco trasferimento di ricchezze nelle mani di pochi oligarchi. Una flex net russo-americana che ruotava attorno ad Anatoly Chiubais, ma anche a Larry Summers, all’epoca numero due del Tesoro Usa, ma anche docente ad Harvard, di cui poi è diventato rettore. Tra l’altro: il governo Usa, dopo anni, ha comminato a Harvard una megamulta da 26 milioni di dollari. Di cui nessuno, naturalmente, ha parlato. Trattasi dello stesso Summers che poi è stato nominato da Obama superconsigliere economico. Il suo è un tipico esempio di flexian: traffica, si arricchisce, entra ed esce dalle istituzioni, premia i sodali, riuscendo sempre a non assumersi responsabilità. A pagare è stata Harvard, non Summers. Le flex net, secondo Janine Wedel, sono molto più diffuse di quanto immaginiamo. Così radicate e influenti da minare la democrazia, i governi e persino, paradossalmente, il libero mercato. m. foa giornale

Liberisti di tutto il mondo uniti

Lunedì, 4 Ottobre 2010

La crisi non è una colpa da addebitare al mercato, ma tutt’al più “la reazione naturale della mano invisibile”, troppo a lungo bacchettata maldestramente dalla politica. E ribadire tale tesi, sia chiaro, non serve soltanto per confutare “la narrativa dominante” sullo stato del capitalismo. Così almeno la pensano decine di autorevoli economisti e giuristi, europei ed americani, da ieri riuniti a Washington per il “Trasatlantic Law Forum”. Il simposio internazionale, cui partecipano esponenti del mondo conservatore e liberale, è ospitato dall’American Enterprise Institute e durerà fino a stasera, prima di spostarsi a Berlino per un secondo appuntamento. “Non si tratta di scrivere la storia. Questo è il momento, piuttosto, di fare un bilancio su come le istituzioni, sulle due sponde dell’Atlantico, hanno reagito alla recessione”, dice al Foglio Michael Greve, membro dell’Aei e professore alla Johns Hopkins University: “Sia negli Stati Uniti che in Europa abbiamo assistito a un ricorso massiccio a procedure emergenziali”. Esempi non ne mancano: “La settimana scorsa – nota Greve – la stampa ha portato alla luce l’operato di un ‘comitato segreto’ organizzato da alcuni burocrati e ministeri europei per gestire, all’insaputa dei più, un ipotetico salvataggio dell’euro. Anche negli Stati Uniti, d’altronde, i salvataggi finanziari sono stati realizzati con una discrezionalità assoluta e a tratti incomprensibile ai più”. Così però cresce il rischio di ulteriori errori politici, con annesse ricadute sui mercati. Al seminario di Washington ricorre spesso l’esempio di Fannie Mae e Freddie Mac, i colossi semistatali delle ipoteche immobiliari: “Le politiche governative di garanzia dei mutui, assieme a una politica monetaria estremamente espansiva – dice al Foglio Enrico Colombatto, economista dell’Università di Torino e unico invitato italiano assieme ad Antonio Martino – hanno indotto all’indebitamento tante persone che non potevano permetterselo”. Come dire che alla radice della bolla dei mutui subprime c’era un movente politico – “creare una società fondata sulla proprietà della casa”, era lo slogan – e per di più bipartisan, condiviso da Bill Clinton come anche da George W. Bush. Lo sa bene Peter Wallison, anche lui presente al Forum: oggi avvocato settantenne, negli anni Ottanta fu chiamato da Ronald Reagan alla guida dell’ufficio legale del dipartimento del Tesoro. Uno spregiudicato liberista, dunque? Forse. Fatto sta che già nel 2004 Wallison, in un libro, provò a mettere in guardia dai rischi di una crisi sistemica che sarebbe potuta nascere dai comportamenti irresponsabili di Fannie e Freddie. Ma schierarsi contro la commistione tra pubblico e privato evidentemente costa: Wallison ha raccontato infatti di essere stato costretto alle dimissioni dall’impresa finanziaria per cui lavorava – un gruppo in affari con Fannie Mae – dopo che il presidente dell’agenzia parastatale fece sapere di non sopportare più la presenza di quell’avvocato. Non è un caso, osserva qualcuno, che mentre la stampa segue attentamente la vicenda di Aig – che ieri ha annunciato di avere raggiunto un accordo con il Tesoro per restituire i soldi ricevuti durante la crisi –, poca attenzione è stata riservata al fatto che proprio questa settimana Congresso e Senato hanno approvato in poche ore un ulteriore innalzamento della soglia dei prestiti che possono essere assicurati da Fannie e Freddie. Ancora una volta: tutto il potere ai politici. “La crisi è stata una reazione del mercato ad anni di scelte sbagliate, ma i veri vincitori oggi sono proprio i regolatori, che hanno poteri mai visti prima; i politici, ai quali ci si rivolge per chiedere sicurezza e garanzie; i manager, che hanno addossato le colpe al mercato invece che a se stessi”, dice Colombatto. La nuova enfasi sulla regolamentazione, sostengono però in molti, serve a metterci al riparo da eventuali crisi che verranno: “In realtà siamo già in una fase due: le regole frettolose ed errate di un tempo, una volta fallite, ora inducono l’opinione pubblica a chiedere ancora più regole – spiega al Foglio il professore Michael Zöller, presidente del Council on Public Policy della tedesca Bayreuth University che assieme all’Aei cura l’evento – Per questo, paradossalmente, l’Europa si trova adesso in una situazione un po’ migliore. Il Vecchio continente non è caduto vittima della frenesia legislativa, non foss’altro perché a Bruxelles gli stati membri faticano a mettersi d’accordo su qualsiasi cosa”. Ma a poco più di due anni dal fallimento di Lehman Brothers, le istituzioni americane ed europee saranno valutate soprattutto alla luce della ripresa economica che riusciranno ad assicurare. Ieri gli Stati Uniti hanno rivisto al rialzo il tasso di crescita del pil del secondo trimestre (più 1,7 per cento da più 1,6), mentre le richieste di sussidio per la disoccupazione sono tornate a scendere. Sufficiente? Non proprio. Tra gli analisti americani circola un po’ di sfiducia per il mancato “rimbalzo” dell’economia, al quale invece si erano abituati in altre fasi delicate della storia recente del paese. Il timore – come emerso in particolare dai lavori di un panel su “Bailouts, competition and moral hazard” – è che nel rispondere alla crisi si sia consentita la nascita di un sistema di “capitalismo di stato” o “economia mista” che d’ora in poi frenerà il normale processo capitalista di “distruzione creatrice”. E’ anche un problema culturale: “Fasi di interventismo statale prolungato, l’abitudine alla presenza del welfare, sono fattori che contribuiscono a spegnere lo spirito imprenditoriale – dice Colombatto – e ora ciò accade anche negli Stati Uniti. Non è un processo irreversibile, ma certo anche l’attuale sistema educativo, con il suo sistema di incentivi tutt’altro che meritocratico, non aiuta a ribaltare la situazione”. Da dove ripartire, dunque, è evidente: “Per alimentare questo spirito imprenditoriale, serve facilitare la nascita delle imprese. Le crisi del capitalismo ci sono sempre state e ci saranno sempre – dice Colombatto – ma agendo su imposte e regolamentazioni, queste fasi critiche possono essere abbreviate, riducendone anche i costi sociali”. Musica per le orecchie degli organizzatori statunitensi. I quali, senza bisogno di farsi influenzare dalla polemica anti Obama dei Tea Party, notano come anche in America, secondo gli ultimi dati della Banca mondiale rielaborati dal Cato Institute, l’imposta effettiva sul reddito delle imprese sia lievitata negli anni al 35 per cento. A fronte di una media dei paesi Ocse che è al 19,5 per cento. di Marco Valerio Lo Prete ilfoglio

Perchè Friedman libererà il mondo

Mercoledì, 15 Settembre 2010

Ha quasi cinquant’anni, ma li porta benissimo. Capitalismo e libertà di Milton Friedman torna in libreria in una nuova edizione (IBL Libri, pagg. 296, euro 24), a riprova del fatto che il volume è ormai un classico del liberalismo contemporaneo: vitale come quando apparve, nel 1962. E questo in primo luogo perché le sue tesi continuano a essere in qualche modo «controcorrente» in moltissimi Paesi, a partire dal nostro. L’origine di questa opera è interessante, perché alcune sue parti erano state esposte e discusse fin dal 1956 all’interno dei seminari del «William Volker Fund» da cui emersero – oltre al libro di Friedman – anche La società libera di Friedrich von Hayek e La libertà e la legge di Bruno Leoni. In questo piccolo gruppo di capolavori, il lavoro di Friedman si caratterizza per essere un’opera di alta divulgazione dei maggiori argomenti liberali e, al tempo stesso, perché rappresenta un formidabile tentativo di sviluppare una riflessione teorica sulla società di mercato e sui suoi presupposti. L’economista non ci offre qui le sue ricerche più accademiche in ambito macroeconomico, ma suggerisce invece quelle riforme politiche – dall’istruzione alla sanità, dal fisco all’assistenza – che possono permettere a una società di crescere in libertà e prosperità. L’impatto fu straordinario. Non soltanto perché in America il volume riuscì a vendere ben 400mila copie già nei primi vent’anni di vita, ma anche perché la chiarezza espositiva e il rigore della riflessione l’hanno presto trasformato in una «piccola Bibbia», in grado di offrire un’agenda per gli anni a venire a larga parte del mondo culturale e politico variamente liberale, conservatore e libertario: oltre Atlantico e non solo. Quando il crollo del muro di Berlino portò lo storico Mart Laar alla guida dell’Estonia e questi avviò riforme economiche orientate verso il mercato, molti si stupirono di tanto coraggio e si domandarono come fosse possibile che un’idea come quella della flat-tax, ad esempio, potesse essere nota a un intellettuale uscito dal mondo sovietico. La risposta fu semplice: «Ho letto Friedman».
L’economista americano, insignito del premio Nobel nel 1976, percepì chiaramente l’influenza a largo raggio esercitata dalle sue idee. E così, quando i semi piantati con Capitalismo e libertà iniziarono a produrre frutti significativi (negli anni del thatcherismo e del reaganismo), egli decise di prolungare quel primo volume scrivendo altre due testi di analogo tenore: Liberi di scegliere, del 1980, e La tirannia dello status quo, del 1984. In Italia Capitalismo e libertà arrivò abbastanza presto grazie a Renato Mieli. Dopo aver lavorato a l’Unità ed essere stato uno stretto collaboratore di Palmiro Togliatti, Mieli aveva lasciato il Pci a causa dei fatti di Ungheria e negli anni Sessanta era divenuto l’animatore del Ceses, un istituto liberale che sviluppava ricerche sull’Europa centro-orientale. Oltre a ciò, egli curava presso Vallecchi una collana, intitolata «Cultura libera», che presentò ai lettori italiani fondamentali testi di Hayek, de Jouvenel e altri, tra cui appunto Friedman. In quegli anni il clima culturale era tale, però, che nel 1967 a nessuno parve opportuno usare la parola capitalismo nell’accezione elogiativa adottata dall’autore. Per questa ragione il libro apparve come Efficienza economica e libertà e solo nel 1987 – grazie a una riedizione curata da Antonio Martino e dal Crea presso l’editore Studio Tesi – riottenne il suo titolo più appropriato.  La versione che giunge ora sugli scaffali si avvale di una nuova traduzione di David Perazzoni ed è impreziosita da un’introduzione dello stesso Martino, che sottolinea il radicalismo di quella proposta culturale ed enfatizza l’utilità di quella lezione anche ai fini di comprendere l’ultima crisi finanziaria: assai più correlata a una politica monetaria espansiva e lassista – del tutto anti-friedmaniana – che non a quel libero mercato messo sul banco degli imputati da tanta pubblicistica. Le tesi teoriche formulate dall’economista di Chicago sono oggi, ovviamente, al centro di aspre discussioni. Gli autori liberali della cosiddetta Scuola austriaca, ad esempio, hanno espresso critiche piuttosto nette alla sua metodologia positivista e alle sue idee in materia monetaria. Ancor più negativi verso Friedman, ovviamente, sono i post-keynesiani, che giudicano irragionevole ogni proposta di tenere sotto rigoroso controllo l’espansione monetaria: magari anche grazie a vincoli costituzionali. Tornando oggi a sfogliare il volume scritto quasi mezzo secolo fa da Friedman salta però subito agli occhi come su molti temi il suo successo sia stato impressionante. Quelle pagine uscirono entro un mondo occidentale che era largamente dominato dalla psicanalisi, dal marxismo, dallo strutturalismo. Oggi quell’universo si è in larga misura inabissato, mentre le questioni su cui Friedman invitava a dibattere rimangono più vive che mai. In particolare, è evidente ai più che non vi può essere alcuna società libera se le fondamentali libertà economiche vengono negate, e che è sempre più cruciale affrancare l’educazione dai poteri pubblici e dai programmi ministeriali: come attestano pure le polemiche di queste settimane che scuotono il Regno Unito. La persistente attualità di Capitalismo e libertà è dettata, in linea generale, dall’intrinseca vitalità degli ideali libertari propugnati dal libro, ma è pure rafforzata dal fatto che, almeno nel lungo periodo, il tempo si rivela galantuomo. L’intero Occidente si trova infatti alle prese con la crisi strutturale di un welfare statale – dalle pensioni alla sanità, per citare due voci cruciali – da cui si potrà uscire soltanto grazie a quel drastico ridimensionamento del settore pubblico che Friedman suggeriva. Anche chi in passato non ha condiviso la passione friedmaniana per la libertà, ora è chiamato a fare i conti con la dura legge dei fatti. E a trarne tutte le conseguenze. c.lottieri giornale