Articolo taggato ‘micromega’

La macchina cieca dei mercati (by Gallino)

Giovedì, 27 Giugno 2013

Uscito di prigione dov’era finito per aver esagerato con i suoi traffici, il finanziere Gordon Gekko dice al pubblico stipato in sala che, guardando il mondo da dietro le sbarre, ha fatto delle profonde riflessioni. E le condensa in una domanda: «Stiamo diventando tutti pazzi?» La scena fa parte di un film su Wall Street, ma la stessa domanda uno poteva porsela giovedì 20 giugno mentre gli schermi tv e tutti i notiziari online sparavano ancora una volta notizie del tipo: “I mercati prendono male le dichiarazioni del governatore della Fed”; “crollo delle borse europee”; “bruciati centinaia di miliardi”; “preoccupati per il futuro, i mercati affondano le borse”. E, manco a dirlo, “risale lo spread”.

Esistono due ordini di motivi che giustificano il chiedersi se – cominciando dai media e dai politici – non stiamo sbagliando tutto preoccupandoci dinanzi a simili notizie di superficie in cambio di ciò che realmente significano. In primo luogo ci sono dei motivi, per così dire, tecnici. Nel mondo circolano oltre 700 trilioni di dollari (in valore nominale) di derivati, di cui soltanto il dieci per cento, e forse meno, passa attraverso le borse. Il resto è scambiato tra privati, come si dice “al banco”, per cui nessun indice può rilevarne il valore. Ma anche per i titoli quotati in borsa le cose non vanno meglio. Infatti si stima che le transazioni che vanno a comporre gli indici resi pubblici riguardino appena il 40 per cento dei titoli scambiati; gli altri si negoziano su piattaforme private (soprannominate dark pools, ossia “bacini opachi” o “stagni scuri”) cui hanno accesso soltanto grandi investitori. Di quel 40 per cento, almeno quattro quinti hanno finalità puramente speculative a breve termine – niente a che vedere con investimenti “pazienti” a lungo termine nell’economia reale.

Non basta. Di tali transazioni a breve, circa il 35-40 per cento nell’eurozona, e il 75-80 per cento nel Regno Unito e in Usa, si svolgono mediante computer governati da algoritmi che esplorano su quale piazza del mondo il tale titolo (o divisa, o tasso di interesse o altro) vale meno e su quale vale di più, per avviare istantaneamente una transazione. L’ultimo primato noto di velocità dei computer finanziari è di 22.000 (ventiduemila) operazioni al secondo, ma è probabile sia già stato battuto. Ne segue che chi parla di “giudizio dei mercati” dovrebbe piuttosto parlare di “giudizio dei computer”. Con il relativo corredo di ingorghi informatici, processi imprevisti di retroazione, episodi d’imitazione coatta, idonei a produrre in pochi minuti aumenti o cadute eccessive dei titoli, del tutto disconnessi da fattori reali.

In sostanza, i mercati finanziari presentati al pubblico come fossero divinità scese in terra, alla cui volontà e giudizio bisogna obbedire se no arrivano i guai, sono in realtà macchine cieche e irresponsabili, in gran parte opachi agli stessi operatori e ancor più ai regolatori. E, per di più, pateticamente inefficienti. Soltanto dal 2007 in poi la loro inefficienza è costata a Usa e Ue tra i 15 e i 30 trilioni di dollari. Emergono qui i motivi politici per guardare ai mercati in modo diverso da quello che ci chiedono. Cominciando, ad esempio, a rivolgere ai governanti e alle istituzioni Ue una domanda (un po’ diversa da quella di Gekko, ma nello stesso spirito): se in effetti sono i mercati ad essere dissennatamente indisciplinati, perché mai continuate a raccontarci che se noi cittadini non ci assoggettiamo a una severa disciplina in tema di pensioni, condizioni di lavoro, sanità, istruzione, i mercati ci puniranno?

In verità una domanda del genere governi e istituzioni Ue se la sono posta da tempo, pur senza smettere di bacchettarci perché saremmo noi gli indisciplinati. Fin dal 2007 la Ue aveva introdotto una prima Direttiva sui mercati degli strumenti finanziari (acronimo internazionale Mifid). Non è servita praticamente a nulla, meno che mai a temperare la crisi. Ma governi e istituzioni Ue non si sono arresi. Prendendosi non più di cinque o sei anni di tempo, intanto che i mercati finanziari contribuivano a devastare l’esistenza di milioni di persone, si sono messi alacremente al lavoro per elaborare una Mifid II. E poche settimane fa l’hanno sfornata – in ben tre versioni differenti. Esiste infatti una versione del Consiglio dell’Unione, una del Parlamento europeo e una della Commissione europea. Gli esperti assicurano che nel volgere di un anno avremo finalmente una versione definitiva, che emergerà dal “trialogo” fra le tre istituzioni. Quando entrerà pienamente in vigore, nel volgere di un biennio o due dopo l’approvazione come si usa, anche i mercati finanziari saranno finalmente assoggettati a una robusta disciplina, non soltanto i cittadini che han dovuto sopportare, a colpi di austerità, il costo delle loro sregolatezze. Saranno trascorsi non più di otto o dieci anni dall’inizio della crisi.

È tuttavia probabile che di una vera e propria azione disciplinare i mercati finanziari non ne subiranno molta, e di certo non tanto presto. In effetti, il meno che si possa dire della tripla Mifid è che le divergenze fra le tre versioni sono altrettanto numerose e consistenti delle convergenze, mentre in tutte quante sono pure numerose e vaste le lacune. Da un lato ci sono notevoli distanze nei modi proposti per regolare le piattaforme di scambio private (i dark pools), le transazioni computerizzate ad alta frequenza, l’accesso degli operatori alle stanze di compensazione. Dall’altro lato, non si prevede alcun dispositivo per regolare i mercati ombra; vietare la creazione e la diffusione di derivati pericolosi perché fanno salire i prezzi degli alimenti di base; limitare l’entità delle operazioni meramente speculative. Ovviamente, tra divergenze e assenze le potenti lobbies dell’industria finanziaria ci guazzano. Sono già riuscite a ritardare l’introduzione di qualsiasi riforma di una decina d’anni dopo gli esordi della crisi, una riforma che sia una di qualche incisività a riguardo sia dei mercati sia del sistema bancario; se insistono, magari riescono pure a raddoppiare questi tempi. I governi e le istituzioni Ue hanno dunque larghi spazi e tempi lunghi davanti, per insistere nel disciplinare i cittadini invece dei mercati finanziari. di Luciano Gallino, da Repubblica, 26 giugno 2013 via micromega

Thatcher, la donna che sfasciò una civilità

Giovedì, 11 Aprile 2013
«Sai come finiscono le civiltà? Quandol’idiozia dilaga con moto naturalmente accelerato»
Antoine Monier, Il diavolo probabilmente[1]
«Oh,mia cara, mi dispiace, ma al confrontodella tua, la pelle di un rinoceronte sembradi velluto»
Rosalind Russell, Donne[2]


«Questo è un periodo – scrive su la Repubblica dell’8 febbraio 2012 Alessandro De Nicola – in cui si riparla di Margaret Thatcher. Il motivo principale è l’uscita nelle sale cinematografiche italiane di “The Iron Lady”. Film interpretato da una bravissima Maryl Streep»[3]. Che il mio critico cinematografico di fiducia – Federico Pontiggia – liquida nei blog con il sarcastico «più di una signora di ferro, un ferro da stiro».

“La donna che ha cambiato il mondo”, strombazza ad abundantiam il sottotitolo della pellicola. In effetti ha fatto di peggio; e molto: ha minato le fondamenta di una civiltà. Sono reduce anch’io dalla visione dell’operina, in cui il premio Oscar femminile Streep ripropone, impersonando la controversa premier inglese (1979-1990), tutta la gamma di espressioni – dal protervo al mellifluo – che già aveva sciorinato nei panni della guru del look Miranda Priesty, in Il diavolo veste Prada(2006, regia di David Frankel). Non trascurando il lato demenziale del personaggio. E non solo senile. Tanto che l’alzheimer precoce risulta l’effettivo protagonista della ricostruzione di intrattenimento.

Ma non di questo vale la pena parlare. Piuttosto merita attenta esplorazione il significato implicito del revival; visto che gli sceneggiatori di Hollywood rappresentano ormai le più formidabili (se non le uniche realmente attendibili) “antenne” a nostra disposizione per captare le variazioni nello spirito del tempo.

Difatti, sempre il De Nicola ci informa che «per noi italiani interrogarsi sulla rivoluzione thatcheriana non è un lezioso esercizio intellettuale». Poi precisa: «siamo in una fase di passaggio… L’Italia è una grande malata almeno quanto lo era – per motivi diversi – la Gran Bretagna di fine Anni 70 e si dibatte su quali siano i rimedi per fare uscire il nostro paese da un declino che appare inarrestabile».

Dato che di “ passaggio” si discute, il vero mutamento epocale sarebbe la presa di coscienza generale dei guai procurati alle nostre società dal thatcherismo; in sintonia (o meglio, combutta) con il reaganismo: la devastante ondata di idiozia prodotta dalla presa del potere da parte di mezze calzette politiche con le loro ideologie da quattro soldi. Rese – però – irresistibili dalla formidabile cassa di risonanza dei canali mediatici utilizzati dai loro spregiudicati spin-doctors e da una barbarica strategia di conquista di ogni centrale delegata alla produzione dei modelli di rappresentazione, facendo leva su notevoli disponibilità di quattrini e sul carrierismo degli adepti.

Quattrini e potere, messi a disposizione da confraternite di plutocrati che nel lungo regno del NeoLib si sono arricchiti in maniera impensabile, a spesa di masse umane relegate in una crescente condizione di miseria. Tanto che ormai siamo giunti ai limiti di sostenibilità civile e materiale del modello impostoci. Di cui i politici convertiti al thatcher-reaganismo fungevano da ausiliari, visto che per il loro individualismo possessivo di stampo piccolo borghese (e relative rivalse sociali) il binomio denaro&potere risulta(va) irresistibile.

Sarebbe interessante approfondire le ragioni del mancato contrasto – a suo tempo – di tale “resistibile ascesa”. Resta il fatto che dalla dittatura in proprio (ma anche per conto dei plutocrati che li utilizzarono come massa di manovra) dei borghesucci arrampicatori sociali si sta – fortunatamente – svoltando. Eppure gli “spiriti animali” scatenati in questi decenni restano ancora fortissimi. E i colpi di coda inevitabili. Particolarmente pericolosi se partono dalle pagine de la Repubblica. Colpi di coda che investono l’immaginario politico collettivo, proponendo in termini celebrativi l’icona dell’orribile Dama di Ferro

L’egemonia anarcoide

Tornando al Thatcher-pensiero, vale al riguardo quanto ne disse lo storico Eric Hobsbawm: «anarchismo della piccola borghesia». La battuta ci è stata riferita da Tony Judt, grande intellettuale anglo-americano recentemente scomparso, con una chiosa particolarmente illuminante; sia per comprendere le ragioni del critico come per penetrare l’intima natura dei criticati: «quando Hobsbawm descrive con disprezzo il thacherismo, sta combinando due anatemi: la vecchia avversione marxista per la sregolata e disordinata autoindulgenza e l’ancora più antico disprezzo dell’élite amministrativa inglese per la classe incolta degli impiegati e dei venditori»[4].

Magari particolarmente molesta e sgradevole quando ha fatto finanza. Al modo dei sordidi personaggi letterari immortalati dai romanzi di Honoré de Balzac. Come nel capolavoro Eugénie Grandet, in cui campeggia sinistramente quel padre Felice, ex bottaio di Saumur ed esponente della nuova borghesia orleanista, arricchitosi con le speculazioni, eppure spasmodicamente intento ad accumulare ulteriore ricchezza con feroce avarizia.

Sta di fatto che negli anni a cui ci riferiamo – a partire dalla Gran Bretagna – nel ventre delle società occidentali era avvenuto un fatto inaudito, impensabile: la presa del potere – sotto il vessillo sbandierato dalla Thatcher – di un ceto in passato relegato nella più totale marginalità, quale la piccola borghesia subalterna e bottegaia. La conquista del protagonismo da parte di tale “tipo umano”, compiuta portandosi appresso un’ideologia minimale carica di risentimenti e paure: contro i fannulloni che succhiano grazie ai sussidi pubblici il frutto delle proprie fatiche sequestrate dal Fisco, contro gli esperti acchiappanuvole e gli snob acculturati che irridono le ricette semplificatorie da saggezza popolare da cui trae orientamento e conforto, contro le mediazioni di una politica molle quando bisognerebbe usare il bastone… Insomma, il ciarpame di luoghi comuni degli avventori al pub, asceso a pensiero egemone, spirito del tempo. Quel populismomiddle class fino ad allora tenuto a bada dalla cultura operaia (solidarietà e diritti collettivi) come dalle pratiche regolative di gruppi dirigenti selezionati attraverso processi cooptativi basati sulla distinzione, l’esclusività e la meritocrazia intellettuale. Nella catastrofe delle gerarchie precedenti, veniva imponendosi il sistema di valori poveri, insito nell’abito mentale delle nuove entrate sulla scena: l’egoismo sociale, l’avidità accaparrativa, il possesso come unico determinante dell’apprezzabilità, l’insofferenza nei confronti delle regole svilite a ingiusti vincoli imposti all’autorealizzazione.

Ciò accadde in quanto l’equilibrio realizzato nella fase industriale del capitalismo andava liquefacendosi. Insieme ai protagonisti del vecchio Ordine: il lavoro organizzato, le élites imprenditoriali e di governo del Capitalismo amministrato. Arrivavano i giorni del disordine, con il loro carico da novanta di irresponsabilità. L’epoca irresponsabile della desertificazione di ogni attitudine mediatoria in senso pattizio, il cui paradigma più alto era rappresentato dal cosiddetto “Compromesso storico keynesiano-fordista”. E – di conseguenza – veniva accantonata come improponibile ogni ricerca del consenso per la realizzazione di nuovi equilibri di stampo inclusivo. Non la pace sociale, bensì il regolamento di conti diventa il filo conduttore di scelte che si tradussero nel forsennato attacco di Margaret Thatcher e dei suoi epigoni contro i sindacati operai, a partire da quello dei minatori. Non la razionalizzazione della presenza pubblica in economia e nei servizi, quanto – piuttosto – la svendita del patrimonio collettivo per consentire a torme di speculatori, supporter della Lady, di realizzare superprofitti a danno della popolazione. Una follia; non solo per i disastri prodotti, ma anche (soprattutto) per la denuncia unilaterale del contratto sociale su cui si era basata la convivenza pacificata del dopoguerra e la conseguente creazione di ricettacoli in espansione del disagio e dell’emarginazione. Un numero crescente di potenziali focolai di ribellione contro l’insensibilità dei nuovi pervenuti ai vertici del Potere.

A posteriori è possibile osservare come l’ascesa del thatcherismo piccoloborghese non abbia comportato l’emergere di una nuova “classe generale”, incarnazione e motore di un modello alternativo universale, quanto lo scatenamento del peggiore darwinismo sociale; che ha minato le stesse fondamenta della civiltà occidentale. Una controrivoluzione distruttiva che amava presentarsi come rivoluzione costituente; ovviamente “liberale”. In cui la pulsione bassamente economicistica fungeva da priorità assoluta.

Fuga dai laboratori del pensiero unico

«Noi siamo gli eredi involontari di un dibattito di cui la maggior parte della gente è completamente all’oscuro. Se ci chiedessero che cosa ci sia dietro il nuovo (vecchio) pensiero economico, forse risponderemmo che è opera di una serie di economisti angloamericani riconducibili in larghissima maggioranza all’Università di Chicago. Ma se ci chiedessero da dove i Chicago boys abbiano preso le loro idee, scopriremmo che l’influenza più grande è stata esercitata da un gruppetto di stranieri, tutti immigrati dall’Europa centrale: Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek, Joseph Shumpeter, Karl Popper e Peter Drucker»[5].

Qualcuno ha parlato di “rivincita degli austriaci”, ovviamente contro John M. Keynes; al cui nome è legato il più grande esperimento di ingegneria costruttivistica coronato da successo della storia umana. In effetti, la vera rivincita conseguita da questi signori è quella contro il pensiero fondativo della saggezza dell’Occidente: l’Illuminismo, nelle sue varie riproposizioni storiche, inteso come governo del “ramo storto dell’umanità” secondo kantiano “uso pubblico della ragione”. Di fatto la (contro)rivoluzione (neo)liberista ha spalancato il vaso di Pandora del nuovo Oscurantismo, con il seguito delle disuguaglianze, fanatismi bellicisti e xenofobie varie che, mentre prospettavano “scontri di civiltà”, hanno determinato la crisi della (nostra) Civiltà. Hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato “globalizzazione”, ovviamente finanziaria. E mentre si pretendeva di americanizzare il mondo, il “sogno americano” andava a picco. Di questo dobbiamo essere grati anche alla Lady di Ferro, madrina degli schiacciasassi venuti dopo di lei; grazie a lei.

Tra i tanti effetti sistemici della deregulation thacheriana, uno dei più inquietanti è la messa in crisi di ogni ambito istituzionale di governance. Certo lo Stato, ma anche – per noi cittadini del Vecchio Continente – il grande e generoso progetto dell’integrazione europea; il diffondersi di un euroscetticismo che sovente sfocia nell’eurofobia.

Dopo oltre un trentennio siamo giunti alla fine della stagione neoLib. Il muro di Wall Street, tempio laico della superstizione monetaria, è crollato; seppellendo sotto le macerie gli strumentari di latta con cui si pretendeva di manomettere la Storia. Scocca l’ora dei curatori fallimentari. Del resto, che altro è il presidente americano Barak Obama, chiamato alla missione impossibile di rimediare alle mattane del suo predecessore? Che altro è il premier italiano Mario Monti, incaricato di aggiustare l’immagine italiana precipitata oltre le soglie del ridicolo per merito del barzellettiere corruttore ed erotomane di Arcore?

Anche se – in effetti – il mandato di SuperMario è un po’ più complicato: certo fungere da liquidatore del recente passato nella dimensione interna; ma anche quello di annodare reti di relazione con i consessi informali che si riuniscono a porte chiuse e dove si prendono quelle decisioni che travalicano Stati-nazione ormai depotenziati. Milieux in cui il professore bocconiano – il quale ha trascorso più tempo nei consigli d’amministrazione e nei meeting internazionali che non nelle aule universitarie – è il connazionale meglio posizionato per avervi accesso. Fermo restando che il compito primario dei “riparatori” risulta quello di rabberciare in qualche modo un po’ di ordine.

Per questo i liberisti hanno subito drizzato il pelo. Negli Stati Uniti ben ottocento docenti di materie economiche firmano un appello contro il presunto “statalismo/socialismo” di Obama. Qui da noi i correligionari preferiscono mettere sotto tiro la nuova compagine governativa presieduta da Monti, sospetta di essere liberisticamente tiepida, conquistando manu militari i principali quotidiani nazionali; trasformati in madrasse dei loro fondamentalismi: Francesco Giavazzi ilCorriere della Sera, Alberto Bisin e il già menzionato De Nicola le pagine de la Repubblica; poi ci sono Luigi Zingales, firma di punta de Il Sole 24Ore, e Alberto Alesina, ospite fisso su l’EspressoLa Stampa pubblica gli editoriali di Irene Tignali (economista del network NoisefromAmerika, il sito arcipolemico degli ultraliberisti emigrati in America). Persino Il Fatto Quotidiano concede spazio a un altro dell’allegra combriccola: Michele Boldrin.

Le “ultime raffiche” thatcheriane

Colpi di coda, già lo si diceva. Perché ormai fuori tempo massimo. E spesso coinvolgendo nell’opera da guastatori personaggi screditati. Spesso veri e propri reperti da museo.

Operazione messa in atto non solo tramite la carta stampata, ma anche navigando nel web e creando istituzioni dedicate. Per lo più sulla direttrice Mi–To. Visto che si è parlato di De Nicola, partiamo dall’organizzazione di cui è presidente: la Adam Smith Society fondata a Milano nel 1995, propugnatrice di un’operazione eclettica volta a ibridare il pensiero del moralista scozzese, teorico della “simpatia” nella morale e nel diritto, con quello dell’anaffettivo austriaco Friederich Hayek (che però simpatizzava dichiaratamente per i bons vivants sfaccendati, specie se giocatori di golf[6]; in quanto – a suo dire – dimostrazione filosofica vivente dei vantaggi dell’ingiustizia sociale). Sotto l’effigie dell’autore de La ricchezza delle Nazioni, si può leggere le finalità di questi adepti della “strana coppia” (facendo rivoltare nella tomba il partner più anziano), il cui interesse prevalente si concentra sulla «privatizzazione e deregulation di attività economiche ora in mano pubblica»; tra cui sono indicate le carceri. I costruttori che si sbellicavano dalle risa alla notizia del terremoto all’Aquila sorridono all’idea di qualche appalto carcerario. Ma questo non turba il Comitato scientifico della Società, che offre un pregiato campionario di adoratori della Mano Invisibile (Alberto Alesina, Michele Boldrin e Luigi Zingales), qualche vecchia gloria appassita (Dario Antiseri, Salvatore Carrubba, Antonio grembiulino Maccanico, Piero Ostellino insieme al Pera nomen omen) e un noto confusionista tra destra e sinistra chiamato Franco Debenedetti. Ma nel mazzo spicca pure un fiorellino: quell’Alessandro Penati, ex presidente della Provincia meneghina, che lo avresti detto più a suo agio nel sovrastimare le azioni dell’autostrada Serravalle-Milano.

Passando a Torino il quadro tende all’austero, secondo inveterata tradizione sabauda. Qui si segnala l’Istituto Bruno Leoni; fondato nel 2003 e dedicato al segretario del solito Hayek in un’associazione semiclandestina, nata nel 1948 dall’indefessa tessitura di manovre anticomuniste e anti Keynes del filosofo austriaco, che riuniva una pattuglia di liberali da Guerra Fredda (gli immancabili Karl Popper, Ludwig Von Mises, Wilhelm Röpke, Milton Friedman, Bertrand de Jouvenel e pochi altri) autonominatisi “bolscevichi della libertà”: La società del Monte Pellegrinothink tank che fungerà da modello per quelli a venire, soprattutto sull’altra sponda dell’Atlantico. Consesso in cui il Leoni Bruno trescava per pugnalare alle spalle i soci refrattari all’egemonia hayekiana, a seconda dei desiderata del Capo[7]. Per inciso, la Lady di Ferro Margaret Thatcher «non cesserà mai di sbandierare l’influenza esercitata da Hayek sulla sua filosofia politica»[8].

A tale Istituto garantisce una giusta condizione termico/bellica tendente al gelo la presenza del Presidente onorario Sergio Ricossa, reduce da quella Guerra Fredda finita da decenni. Mentre da presidente effettivo funge attualmente l’ex dalemiano iperliberista Nicola Rossi.

In tanto grigiore l’unica nota colorata e pittoresca è garantita dalla presenza nell’executive team di Oscar Giannino, il feticista del pelo che si fa notare per le tenute da frequentatore del Casino dei nobili di Casale Monferrato negli anni Cinquanta.

E Roma? Qui il consustanziale scetticismo disincantato dell’ambiente non si presta molto per fare attecchire fanatismi vari. Semmai è terreno di coltura ideale per le facce di bronzo. Sicché vi troviamo la sede del Movimento Società Aperta, fondato nel 1993 da Enrico Cisnetto, l’ex bancario e giovane repubblicano nella nidiata di Davide Giacalone (sì, il faccendiere della legge Mammì, istitutiva del duopolio RAI-MEDIASET. Pare non gratuitamente…).

Sedicente esperto economico de Il Foglio di Giuliano Ferrara, costui ha trovato la propria giusta collocazione professionale quale promoter di località turistiche e – al tempo stesso – di faune da regime, organizzando dal 2002 parate di VIP a Cortina d’Ampezzo sotto il logo Cortina InContra. L’anno scorso provò a bissare la formula nella capitale, con Roma InContra. Coadiuva tanto attivismo la moglie Iole, socia al cinquanta per cento della “ditta Cisnetto” e segnalata – a far buon peso (non soltanto metaforico; e vale per entrambi) – pure consulente del sindaco non propriamente liberal Gianni Alemanno.

Roma, Torino, Milano. Ambienti diversi, eppure uniti da un filo invisibile che talora si materializza nelle relazioni interpersonali. Come in quell’associazioneSocietà Libera, creata nella metà degli anni Novanta dal manager Franco Tatò e con sede sia a Roma che a Milano, promotrice della mostra itinerante intitolata “Il cammino della Libertà”. Fu probabilmente la prima uscita allo scoperto di fondamentalisti thatcheriani/hayekiani. Quasi una prova generale, visto che – se ricordo bene – nessuno (a parte il sottoscritto) ebbe a ridire sul cloudell’esposizione: lo stand in cui si equiparava Franklin D. Roosevelt a Giuseppe Stalin, il New Deal ai Piani Quinquennali: «con il New Deal venne assegnata una funzione sempre più interventista al governo americano. La vecchia America liberale, che aveva sempre difeso l’autonomia dell’economia dall’azione dei politici, lasciava il posto a un regime di economia mista e ad un Welfare State di anno in anno più costoso e invadente»[9].

Ebbene, nel comitato scientifico dell’associazione apparivano “i soliti noti”, che ritroveremo altrove: oltre al Cisnetto, Salvatore Carrubba e Piero Ostellino. Questo il quadro a sommi capi.

In sostanza: una pattuglia sparsa per la penisola che ormai sta sparando la sua “ultima raffica”, aggrappandosi all’icona thatcheriana come boa di salvataggio per il proprio essere “borghese piccolo, piccolo” con pretesa di piantare le tende sul tetto del mondo. E da cui ora ne viene fatta definitivamente precipitare in caduta libera, nell’accelerazione dei moti rotatori del tempo e del pianeta.

P.S. sullo stato dell’arte della carta stampata. Che il thatcherismo un tanto al chilola faccia da padrone nelle testate dei boss della finanza non stupisce. Spiace – piuttosto – constatare lo spazio che la Repubblica concede all’attivismo polemico di questi fanatici banditori. Su cui lo stesso Eugenio Scalfari, proprio nella sua rubrica su l’Espresso, esprimeva perplessità[10]. Testuale: «De Nicola è un liberista fndamentalista, ma possono stare insieme questi due termini?».

NOTE

[1] Film del 1977, regia di Robert Bresson [2] Film del 1939, regia di George Cukor[3] A. De Nicola, “la lezione di Iron Lady”, la Repubblica 9 febbraio 2012 [4] T. Judt, L’età dell’oblio, Laterza, Bari 2011 pag. 121 [5] T. Judt, Guasto è il mondo, Laterza, Bari 2011 pag. 73 [6] F. Hayek, La società libera, Vallecchi, Firenze 1969 pag. 155 [7] S.Ricossa, prefazione a La sovranità del consumatore di Bruno Leoni, Ideazione Editrice, Roma 1997 [8] S. Halimi, Il grande balzo all’indietro, Fazi, Roma 2006 pag. 208 [9] C. Lottieri e L. M. Bassani, Il cammino della libertà,catalogo della mostra 1999 [10] E. Scalfari, “Il vetro soffiato”, l’Espresso 19 gennaio 2012 di Pierfranco Pellizzetti, da MicroMega 2/2012

Perchè il Fiscal compact sprofonderà l’Europa nel baratro

Lunedì, 25 Febbraio 2013

La ratifica del Trattato di stabilità fiscale condurrà a una forma di austerità perpetua e a un restringimento mortale della democrazia in Europa. Proponiamo un capitolo da “Cosa salverà l’Europa. Critiche e proposte per un’economia diversa” a cura di B. Coriat, T. Coutrot, D. Lang e H. Sterdyniak, in questi giorni in libreria per Minimum Fax.

Un patto per l’austerità perpetua

«Più va a rotoli, più ci sono possibilità che funzioni» [1]

La crisi attuale, iniziata nel 2007, ha messo in evidenza i pericoli della costruzione europea attuale dominata dal neoliberismo. Nei primi mesi del 2012, le classi dirigenti così come la tecnocrazia europea sono state incapaci di superare la crisi. Ancora peggio, oggi utilizzano la crisi per raggiungere il loro principale e costante obiettivo: ridurre la spesa pubblica, indebolire il modello sociale europeo, il diritto al lavoro, e impedire ai cittadini di avere una qualsiasi voce in capitolo.

La situazione diventa così catastrofica. Per ammissione stessa della Commissione, la zona euro prevede un calo del Pil nel 2012 (-0,3%). Nel marzo 2012, il tasso di disoccupazione della zona euro ha raggiunto il 10,9%. La crisi si è tradotta nella perdita di circa il 9% del Pil. Tuttavia, la Commissione continua a imporre politiche di austerity, che spingono l’Europa verso una recessione senza fine. Sebbene siano la cecità e l’avidità dei mercati finanziari ad aver causato la crisi, sono la spesa pubblica e la protezione sociale a essere colpite.

La Commissione, la Bce e gli stati membri consentono ai mercati finanziari di speculare contro i debiti pubblici. Hanno permesso ai creditori di imporre tassi d’interesse esorbitanti all’Italia e alla Spagna. Tre dei paesi membri – Grecia, Portogallo e Irlanda – hanno visto direttamente la Troika (Commissione, Bce e Fmi) decidere le loro politiche economiche.

L’azione che ha intrapreso oggi la Commissione insieme ai leader degli stati membri consiste nel tentare di imporre alla popolazione, senza consultarla, un trattato che scolpirà nella pietra politiche economicamente suicide. Queste politiche sono realmente volte a salvare l’euro, o piuttosto dietro di esse si cela «un’agenda nascosta»? Si tratta solo di «rassicurare i mercati», o piuttosto di imporre ad ogni modo alla popolazione europea un adeguamento strutturale di grandi dimensioni al fine di ridare competitività all’Europa nella guerra economica globale, con la Cina e gli altri paesi emergenti che competono con bassi salari? Queste sono le domande che il patto solleva, cui noi tentiamo di rispondere in questo libro.
Per fare ciò, dobbiamo iniziare da un’affermazione essenziale: il patto si basa su una diagnosi errata – o dovremmo dire falsa, considerata la difficoltà nel credere alla cecità dei nostri governanti.

Infatti la diagnosi implicita che sta alla base consiste nel ritenere che la mancanza di una disciplina fiscale sia la causa delle difficoltà della zona euro. Gli stati membri sono stati troppo «lassisti» e hanno lasciato gonfiare la spesa pubblica per finanziare un modello sociale obeso e obsoleto. Tuttavia i dati negano fortemente questa tesi: prima della crisi i paesi europei non si caratterizzavano per livelli di deficit pubblico particolarmente elevati: durante il periodo 2004-2007 gli Stati Uniti avevano un deficit medio del 2,8% del Pil, il Regno Unito del 2,9% e il Giappone del 3,6%, mentre quello della zona euro era solo dell’1,5%. Il debito pubblico della zona euro non è aumentato in percentuale più del Pil. Solo la Grecia presentava un disavanzo eccessivo. Mentre paesi come l’Irlanda e la Spagna, oggi in difficoltà, non presentavano alcun disavanzo pubblico.

Il Patto di stabilità e crescita è un fallimento…

Gli organismi europei sono stati a lungo concentrati sul rispetto di norme arbitrarie definite dal Trattato di Maastricht (1991) e dal Patto di stabilità e crescita (1999). Essi hanno lasciato crescere gli squilibri in Europa tra i paesi del Nord, che guadagnavano in termini di competitività ed eccedenze commerciali, e i paesi del Sud, travolti da una bolla immobiliare e dall’aumento del debito privato.
Non si sono accorti dei pericoli che possono derivare tanto dagli squilibri delle economie reali quanto dalla deregolamentazione finanziaria.

Invece di prendere atto di questa cecità, e di porvi rimedio, la filosofia fondamentale del Fiscal Compact è quella di proseguire allo stesso modo, attraverso un’ancora maggiore rigidità, portando all’estremo il Patto di stabilità e crescita in vigore dal 1999, seguendo quel comportamento che ha portato alla situazione catastrofica attuale. Questo patto, ricordiamo, si componeva di tre voci principali:
1. Divieto di disavanzi pubblici superiori al 3% del Pil. Questo limite si applicava ai saldi correnti (non corretto per le fluttuazioni cicliche). Questo limite risultava l’unico soggetto a sanzioni in caso di mancato rispetto: la Procedura per deficit eccessivi (Pde) obbligava il paese «in difetto» a intraprendere una politica di restrizione fiscale e a rendere conto delle sue decisioni in materia di spesa alla Commissione e al Consiglio e infine, eventualmente, a pagare una sanzione.
2. Divieto di un debito pubblico superiore al 60% del Pil. Superato questo limite, i paesi «in difetto» dovevano avviare delle politiche correttive. Ma questo vincolo non prevedeva procedimenti sanzionatori.
3. Ciascun paese doveva presentare, alla fine dell’anno, un programma di stabilità (il bilancio approvato per l’anno n+1 e una proiezione per gli anni da n+2 a n+4), con l’obiettivo di raggiungere una posizione fiscale «strutturale» [2] in modo da chiudere in equilibrio nel medio termine. Se il saldo strutturale risultava in disavanzo, esso doveva essere ridotto di almeno lo 0,5% del Pil all’anno. Una volta raggiunto l’equilibrio, i paesi dovevano impegnarsi a mantenerlo. Era prevista la possibilità che lasciassero fluttuare i loro saldi in funzione della congiuntura (cosiddetti stabilizzatori automatici), ma non potevano adottare misure discrezionali per sostenere l’attività economica.

Il Patto di stabilità e crescita così definito si è tradotto in continue tensioni e, in ultima analisi, è stato solo raramente rispettato. Nel 2005, cinque dei dodici paesi della zona avevano un deficit superiore al 3% del Pil. I paesi non hanno mai rispettato i loro programmi quadriennali di stabilità, poiché non hanno potuto impegnarsi a seguire una politica fiscale predefinita per quattro anni, senza tener conto della congiuntura. Con la crisi, queste regole sono state buttate fuori dalla finestra dai governi.
Tutti i paesi (esclusa la Finlandia) hanno infatti superato nel 2009 i tetti del 3% del deficit e del 60% del debito pubblico.
Malgrado ciò, la Commissione ha voluto «rafforzare il Patto di stabilità e crescita» piuttosto che ripensare l’organizzazione della politica fiscale della zona. Il nuovo trattato riprende un insieme di disposizioni proposte dalla Commissione nel periodo 2010-2011 e, per la maggior parte, già adottate dal Consiglio e dal Parlamento europeo, come il Patto per l’euro e i Six+Two-pack (vedi l’Appendice 3).

…Il Fiscal Compact lo radicalizza

Le principali disposizioni del nuovo trattato estendono e radicalizzano i trattati precedenti, in particolare il Patto di stabilità e crescita.
Nell’articolo 1, il trattato riprende infatti le affermazioni abituali degli organismi europei. Le regole sono «volte a rafforzare il coordinamento delle politiche economiche». Ma vincoli numerici sui debiti e sui deficit pubblici, che non tengono conto delle differenti situazioni economiche, non possono di certo favorire un reale coordinamento di politiche economiche.
Allo stesso modo, il trattato afferma di rafforzare «il pilastro economico dell’Unione Europea al fine di realizzare gli obiettivi in materia di crescita duratura, occupazione, competitività e coesione sociale», ma al di là delle parole, niente di concreto viene previsto per facilitare la realizzazione di tali obiettivi, anzi si favorisce il contrario.

L’articolo 3.1, che rappresenta il cuore del Fiscal Compact, soffoca definitivamente le politiche economiche. Esso afferma che «il bilancio delle amministrazioni pubbliche deve essere in equilibrio o in avanzo; questa regola si considera soddisfatta se il deficit strutturale annuale delle amministrazioni pubbliche risulta inferiore allo 0,5% del Pil. I paesi devono garantire una convergenza rapida verso questo obiettivo. I tempi di questa convergenza verranno definiti dalla Commissione. I paesi non possono discostarsi da questi obiettivi o dal loro percorso di aggiustamento se non in circostanze eccezionali. Un meccanismo di correzione è avviato automaticamente se si individuano forti divergenze; ciò comporta l’obbligo di adottare misure volte a correggere queste deviazioni in un periodo determinato».

Così, il quasi-equilibrio delle finanze pubbliche è sancito dal trattato, pur non avendo alcuna giustificazione economica. Al contrario la vera «regola d’oro delle finanze pubbliche», insegnata in ogni testo di economia (si veda l’Appendice 4), giustifica che «gli investimenti pubblici possano essere finanziati attraverso il debito pubblico, nella misura in cui essi vengano utilizzati per molti anni»: il deficit finanzia degli investimenti capaci di creare ricchezza che permetterà di stabilizzare o rimborsare il debito stesso. Nel caso della Francia, ciò permetterebbe un deficit permanente dell’ordine del 2,4% del Pil.
Infatti, il livello del deficit pubblico dovrebbe essere considerato come legittimo non in base a una regola quantitativa immutabile fissata in anticipo, ma perché permette di raggiungere un livello di domanda soddisfacente determinando un livello di produzione che non causi disoccupazione di massa, né un aumento dell’inflazione. Non vi è alcuna garanzia che il saldo di bilancio desiderato garantisca l’equilibrio. In particolare all’interno della zona euro, in cui i paesi non hanno più alcun controllo sul tasso d’interesse, né sul tasso di cambio (che dipendono dalla politica della Bce e dai mercati finanziari), essi hanno ancor più bisogno di avere dei margini di manovra in termini di politica fiscale per affrontare situazioni difficili. Inserire il pareggio di bilancio nella Costituzione equivale a prescrivere per gli uomini calzature numero
42 e per le donne 40.

Questo equilibrio non ha senso sul piano empirico. Se consideriamo, per esempio, i dieci anni prima della crisi, dal 1998 al 2007, e prendiamo i dati dell’Ocse, la Germania, l’Italia, la Francia e il Giappone hanno sempre avuto un deficit strutturale superiore allo 0,5% del Pil; mentre il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno superato il limite sette anni su dieci. Per cui, il tetto imposto non è mai stato rispettato in maniera duratura.

Il Fiscal Compact richiede ai paesi di seguire un sentiero di convergenza rapida verso l’equilibrio di bilancio, definito dalla Commissione, senza tener conto della situazione congiunturale. I paesi perderanno dunque ogni possibile libertà d’azione.
Come precauzione supplementare, un meccanismo «automatico» dovrà essere messo in pratica per ridurre il deficit. Se la Commissione stabilisce che un paese ha raggiunto per esempio un «deficit strutturale» pari a tre punti percentuali del Pil, questo dovrà mantenere un «deficit strutturale» limitato a 2% l’anno successivo, amputando in tal modo la domanda (attraverso una riduzione delle spese e un aumento delle imposte) di un punto del Pil, indipendentemente dal livello di disoccupazione. Un paese colpito da una recessione economica non avrebbe così il diritto di attuare una politica a sostegno dell’economia. Tuttavia, nel 2008-2009, la Commissione stessa aveva richiesto a tutti i paesi di adottare politiche di sostegno.

Certamente, come per il Patto di stabilità e crescita, sarebbe comunque possibile prevedere uno scarto temporaneo in caso di circostanze eccezionali, come in caso di un «tasso di crescita negativo o un declino cumulativo della produzione per un periodo prolungato», ma le misure correttive dovrebbero essere sempre pianificate e adottate rapidamente.
Quando un paese ha superato i limiti prescritti ed è soggetto a una Procedura per deficit eccessivi (Pde), deve presentare un Programma di riforme strutturali alla Commissione e al Consiglio, i quali dovranno approvarlo e monitorarne l’attuazione (articolo 5).

Quest’articolo non è nient’altro che un’arma ulteriore per imporre alla popolazione europea riforme liberiste. Oggi, la quasi totalità dei paesi dell’Unione Europea (23 su 27) è soggetta a una Pde. Oltre ai piani di riforma delle pensioni (aumento dell’età pensionabile), si vogliono imporre un abbassamento del salario minimo, minori prestazioni sociali (Irlanda, Grecia, Portogallo), la riduzione delle protezioni contro il licenziamento (Grecia, Spagna, Portogallo), la sospensione della contrattazione collettiva a favore della contrattazione d’impresa, più favorevole ai datori di lavoro (Italia, Spagna, etc.), la deregolamentazione delle professioni chiuse (tassisti, notai, architetti, etc.).

L’atto di fede dei neoliberisti è la convinzione che queste «riforme strutturali» creeranno un nuovo potenziale di crescita economica nel lungo periodo. Niente assicura che sarà così. Ciò che è certo invece è che nella situazione attuale queste riforme determineranno un aumento delle disuguaglianze, della precarietà e della disoccupazione.
In nessun passaggio, purtroppo, l’espressione «riforma strutturale» riguarda l’adozione di misure volte a rompere il dominio dei mercati finanziari, ad aumentare l’imposizione fiscale sui più ricchi e sulle grandi imprese, a organizzare e finanziare la transizione ecologica.

L’obiettivo del trattato è piuttosto quello di realizzare il sogno di sempre dei neoliberisti: paralizzare completamente le politiche fiscali, privare le politiche economiche di qualsiasi potere discrezionale.

Una macchina taglia debiti… che il debito lo fa aumentare

L’articolo 4 del Fiscal Compact rafforza la regola per cui il debito di ogni paese deve rimanere o ritornare al di sotto del 60% del Pil. Questa regola era già presente nel Patto di stabilità e crescita, ma la Commissione non aveva alcun mezzo per assicurarne il rispetto. Ora, le sanzioni diventano le stesse di quelle previste in caso di disavanzi eccessivi: un paese il cui rapporto debito/Pil supera il 60% del Pil, dovrà obbligatoriamente ridurre tale rapporto di almeno un ventesimo della differenza con il 60% ogni anno, in caso contrario dovrà in un primo momento effettuare presso la Bce un deposito che potrà poi essere trasformato in una sanzione variabile tra lo 0,2% e lo 0,5% del Pil dello stato in questione.

Questa regola pone tre problemi:
1. Presuppone che un rapporto del 60% sia un valore ottimale realizzabile da tutti i paesi. Però, in Europa, paesi come l’Italia o il Belgio hanno avuto a lungo un debito pubblico pari al 100% del Pil (per non parlare del Giappone che raggiunge il 200%) senza squilibri, dal momento che questi debiti corrispondono a elevati livelli di risparmio delle famiglie abitanti nei paesi considerati.
2. Obbliga i paesi a frenare in maniera ancora più forte l’attività che risulta già rallentata: si parla di una politica «prociclica». Per ridurre di un punto il rapporto del debito pubblico è necessario uno sforzo tanto più intenso quanto più debole risulta la crescita economica. Peggio ancora, tale sforzo di riduzione del debito peserà a sua volta sulle attività, aggravando ulteriormente il quadro generale.
3. In realtà, la regola dell’equilibrio di bilancio ignora completamente i suoi effetti sull’attività economica, effetti che possono portare a conseguenze assurde. Supponiamo per esempio un paese con un Pil pari a 100, un debito pari al 100% del Pil, un tasso di crescita del 4% e un deficit uguale al 4% del Pil. In queste condizioni il rapporto del debito rimane stabile al 100%. Ma se il paese viene obbligato, al fine di rispettare la regola della riduzione del suo rapporto di debito, a ridurre del 2% la spesa pubblica, l’attività si riduce a 98, le entrate fiscali si riducono di 1. Di conseguenza il deficit e così il debito si riducono di 1%. Il Pil sarà pari a 98 e il debito a 100; il rapporto del debito, invece di diminuire, è aumentato a 101%.

L’attuazione delle politiche di austerità, piuttosto che ridurre il rapporto debito/Pil, ne ha determinato l’aumento! Gli esempi attuali della Grecia e della Spagna mostrano bene ciò che noi stiamo provando a evidenziare. L’adozione di politiche di austerità non ha contribuito a ridurre il tasso di indebitamento pubblico, ma lo ha aumentato.

Un «coordinamento» che fa sprofondare l’Europa nel baratro

Vignetta di Matteo BertelliIl coordinamento delle politiche economiche evocato negli articoli 9-10-11 non comporta alcun impegno in materia di disoccupazione o saldo con l’estero. Non è previsto in alcun modo che i paesi in surplus, come la Germania con la sua politica di iper-competitività, che rappresentano di fatto una delle cause principali della crisi attuale, si impegnino ad aumentare i loro salari, il livello di spesa sociale e gli investimenti pubblici utili per favorire un riequilibrio.

Non vi è riferimento a un reale coordinamento di politiche economiche, ovvero a una strategia economica comune che si serva della politica monetaria, di bilancio, fiscale, sociale e che si occupi dei salari nazionali al fine di avvicinare i diversi paesi a una condizione di piena occupazione e promuoverne la transizione ecologica. Il Fiscal Compact non obbliga alla creazione di un vero e proprio bilancio europeo, con una reale fiscalità europea, che consentirebbe invece la ricostruzione di un meccanismo di solidarietà e convergenza verso l’alto delle economie.

Il trattato non ha alcun altro obiettivo se non quello di ostacolare le politiche di bilancio nazionali. Ciascun paese deve adottare misure restrittive: ridurre le pensioni, ridurre le prestazioni sociali e il numero dei funzionari, abbassare i loro salari, aumentare le imposte (principalmente l’Iva, che pesa sulle famiglie più povere). Non si prende minimamente in considerazione la situazione congiunturale specifica di ciascun paese, né i bisogni sociali in termini d’investimenti e occupazione, né le politiche degli altri paesi. Ciò implica che, oggi, tutti i paesi stanno adottando di fatto politiche di austerità, mentre i deficit sono dovuti alla recessione che ha avuto origine con lo scoppio della bolla finanziaria e all’aumento degli squilibri causati dall’errata architettura della zona euro. [3]

Uno studio recente di tre istituti economici indipendenti, Imk (Germania), Ofce (Francia) e Wifo (Austria), ha calcolato l’impatto delle politiche di austerità determinate dal Fiscal Compact. [4] Tra il 2010 e il 2013 queste misure avranno l’effetto di ridurre di circa 7 punti il Pil della zona euro. Nei paesi in crisi come l’Irlanda, la Spagna, il Portogallo e la Grecia, l’impatto depressivo sarà ancora più forte, variando da 10 punti di Pil (Irlanda) a 25 punti (Grecia).
«Questo determinerà il crollo totale dell’economia greca», scrivono i ricercatori.

Ma anche in Italia, Francia e Paesi Bassi l’economia rallenterà a causa delle misure di austerità. Le misure di austerità, decise in Germania, qui sono meno dannose che altrove (1,5% del Pil), ma a causa degli stretti legami economici con i paesi in crisi, la crescita tedesca nel periodo 2010-2013 si abbasserà del 2,7% rispetto a uno scenario senza austerità.
«Nell’insieme», scrivono gli istituti, «l’attuazione delle politiche di austerità definite nel Fiscal Compact amplierà all’interno della zona euro il divario tra i paesi del Sud d’Europa e la Germania e altri paesi del Centro e Nord Europa. Attraverso queste scelte, la crisi non viene di certo risolta, ma è piuttosto destinata a peggiorare».

Gli inquietanti e insondabili misteri del «deficit strutturale»

Il Fiscal Compact introduce all’interno di un trattato europeo un concetto economico fortemente controverso. Il saldo di bilancio strutturale delle amministrazioni pubbliche viene di fatto definito come il «saldo annuo corretto per il ciclo, al netto di misure una tantum e temporanee» (articolo 3). Ma questa definizione pone un problema tanto sul piano teorico quanto su quello empirico. Può allora essere introdotto in un trattato un concetto economico così controverso?

Per spiegare in un linguaggio accessibile, ci limiteremo qui al caso in cui il saldo del bilancio pubblico sia in disavanzo. Il «saldo di bilancio strutturale» diventa allora un «deficit strutturale». Perché introdurre questo concetto? Si tratta di costruire un indicatore che permetta di giudicare se la politica di bilancio di un paese sia davvero adeguata o piuttosto «lassista». Ciò richiede di valutare se il deficit pubblico – la differenza tra uscite ed entrate nel corso di un anno – risulti «normale» tenuto conto della congiuntura economica, o se invece sia «eccessivo».

Come giudicare allora se un deficit è «normale» o «eccessivo»? Se non ci fossero le fluttuazioni economiche, un deficit verrebbe considerato «normale», secondo il Fiscal Compact, se non superasse lo 0,5% del Pil. Il deficit corrente dovrebbe rispettare questo limite ogni anno. Questa idea riflette la visione della politica di bilancio come di una politica «neutrale» secondo la Commissione, né espansiva (attraverso un’iniezione di reddito all’interno del circuito economico) né recessiva (mediante un aumento del risparmio pubblico).

Ma, nella realtà, esiste un ciclo economico, con anni caratterizzati da boom e anni negativi con recessioni. Attraverso una politica di bilancio «neutrale» e immutata, il deficit del bilancio corrente si riduce o scompare durante gli anni di espansione: si registra un «surplus economico congiunturale» grazie all’aumento dei ricavi (maggiore crescita implica aumento dei redditi distribuiti, da cui aumento del gettito fiscale e maggiori entrate nelle casse pubbliche) e alla riduzione delle spese (sussidi di disoccupazione per esempio). Al contrario, durante gli anni recessivi il deficit corrente si gonfia meccanicamente, aumentando il «deficit congiunturale».

Supponiamo che il calcolo di un istituto economico indipendente stabilisca che nel 2009 l’impatto della recessione sul deficit è stato pari al 4% del Pil («deficit congiunturale/ciclico»). Se il deficit pubblico corrente (il solo realmente osservato) si stabilizza attorno al 5%, il deficit strutturale è a sua volta stimato al 5% 4% = 1%. Il paese è in una situazione critica.
Il suo deficit strutturale pari all’1% è superiore al famoso 0,5% e risulta così eccessivo rispetto a quanto previsto dal Fiscal Compact. Dovrebbe prevedere un aggiustamento (attraverso riduzione delle spese e/o aumento delle imposte) di circa lo 0,5% del Pil. Ciò è possibile senza troppi danni.

Supponiamo ora che gli esperti della Commissione, utilizzando il loro metodo di calcolo, valutino il deficit ciclico non al 4% ma all’1% nel 2009. In questo caso il deficit strutturale non è più dell’1% ma del 5% 1%, ovvero del 4%. Non si tratta più di ridurlo dello 0,5% del Pil, bensì di un valore pari al 3,5%. È tutta un’altra storia!

Ricordiamo inoltre che questo limite dello 0,5% è del tutto arbitrario; un deficit inferiore al 2,5% del Pil sarebbe sufficiente per stabilizzare il rapporto debito/Pil. Ricordiamo ancora che un paese può avere un deficit strutturale durante un periodo di recessione, se questo deficit corrisponde proprio a delle misure prese specificamente per sostenere l’attività economica.
La situazione che abbiamo descritto non è certo fantapolitica, ma possiamo osservarne le premesse.
Così, oggi per esempio, il governo danese si trova a smentire formalmente il calcolo della Commissione secondo il quale il deficit strutturale della Danimarca è stato nel 2011 pari al 3%. Gli esperti danesi hanno stimato un valore pari all’1%. Con il valore calcolato dalla Commissione – che il Fiscal Compact impone – il paese dovrebbe avviare una riforma delle pensioni ancora più dura di quella effettivamente realizzata, già di per sé draconiana.

Perché queste differenze nella stima?
Perché, per valutare quale sarebbe il deficit in assenza di una recessione o di un boom, abbiamo bisogno di una teoria. Quale sarebbe il livello della produzione – gli economisti la chiamano la «produzione potenziale» – se la situazione fosse «normale»? Più la differenza tra la produzione reale – che viene esattamente misurata – e la produzione potenziale è significativa, più la parte considerata congiunturale del deficit risulterà rilevante, e più il deficit strutturale verrà considerato basso. Ma, contrariamente a ciò che vogliono far credere i neoliberisti, non esiste in merito a ciò una teoria economica indiscutibile e consensuale.

Per comprendere meglio, proviamo a opporre un approccio liberista a un approccio keynesiano.
Secondo l’approccio liberista, il mercato ha sempre ragione. Se la produzione ha subìto un calo, ciò dipende da problemi di offerta (produttività o competitività insufficiente, salari troppo elevati, mercato del lavoro troppo rigido, ecc.). Non è possibile avere una produzione molto maggiore nello stato attuale dell’economia: occorrono «riforme strutturali». La produzione potenziale è prossima alla produzione effettiva. La componente ciclica del deficit è dunque minima: la maggior parte del deficit è invece strutturale.

Secondo l’approccio keynesiano, al contrario, la recessione dipende spesso da un’insufficienza della domanda effettiva. A seguito di un crollo del mercato ad esempio, le imprese investono di meno e iniziano a licenziare; i salari crescono poco, le famiglie, i disoccupati o coloro che rischiano di diventarlo riducono i loro consumi. Nessun meccanismo di stabilizzazione supporta spontaneamente l’attività. La produzione può scendere bruscamente al di sotto del suo valore potenziale. La componente ciclica del deficit diventa così la più importante.

Il Fiscal Compact precisa bene quale sia il metodo che la Commissione dovrà adottare. Tuttavia questo, di ispirazione liberista, tende a sottovalutare il divario tra la produzione reale e la produzione potenziale, particolarmente nei periodi di recessione. Così lo stock di capitale utilizzato per calcolare la produzione potenziale è lo stock effettivo, senza tener conto della possibilità che esso risulti indebolito a causa della caduta dell’attività; il progresso tecnico tendenziale si basa sul tasso osservato, che potrebbe però essere più veloce se ci fossero più investimenti; la popolazione attiva che si suppone disponibile a lavorare corrisponde alla popolazione osservata, sebbene per esempio molti giovani abbiano invece deciso di proseguire gli studi piuttosto che buttarsi in un «mercato del lavoro» depresso. Tutte queste ipotesi portano in ogni circostanza a un tasso di crescita potenziale appena superiore al tasso di crescita reale. Secondo la stima della Commissione, per il 2012, il deficit strutturale della Francia sarà del 2,4% del Pil, cifra considerevole. Secondo la nostra stima, il deficit strutturale sarà invece dello 0,3%, quindi al di sotto della soglia dello 0,5%: non c’è bisogno di austerità per rispettare il tetto dello 0,5%. Malauguratamente, il Fiscal Compact prevede che nelle costituzioni si riconosca che la Commissione europea possiede l’unica valida teoria economica e bandisce ogni possibile discussione.

Il risultato del progetto neoliberista

Il Fiscal Compact segna una nuova tappa di una doppia offensiva, contro l’autonomia delle politiche di bilancio nazionali e contro la prassi della politica economica, largamente ispirata alle teorie keynesiane, che è diffusa un po’ ovunque nel mondo.

Dopo il 1936, infatti, la teoria keynesiana aveva imposto una nuova concezione di politica economica. Il messaggio centrale di Keynes è che, tenuto conto dell’instabilità propria delle economie capitalistiche, i governi devono attuare una politica economica attiva, volta a garantire una crescita sostenuta, il raggiungimento della piena occupazione, utilizzando la politica fiscale, la politica monetaria, come anche la politica salariale, sociale e industriale. In particolare, la politica fiscale dovrebbe sostenere l’attività economica attraverso un aumento del deficit nei periodi di caduta della domanda, aumento indotto automaticamente a causa della riduzione delle entrate fiscali, ed eventualmente accresciuto da misure discrezionali di stimolo.

Questa pratica keynesiana ha sostenuto l’attività dei paesi sviluppati durante ilTrentennio glorioso. Ma durante gli anni Ottanta le classi dirigenti hanno deciso di mettervi fine, poiché queste politiche, determinate da un rapporto di forza fino a quel momento favorevole ai lavoratori, si erano tradotte in un sempre maggiore intervento dello stato, con un incremento della quota ricoperta dal settore pubblico all’interno dell’economia e della società.

La controrivoluzione liberista si propone di invertire questa tendenza, cominciando con il limitare – o eliminare – gli interventi anticiclici dello stato. L’obiettivo è di mettere fine alle politiche economiche definite dalla teoria keynesiana, ritenute responsabili dell’inflazione e soprattutto della riduzione della quota dei profitti sul reddito nazionale; si vuole convincere i cittadini a rinunciare definitivamente all’obiettivo di piena occupazione, considerato causa di un aumento dell’inflazione.

La politica economica deve ora essere pensata e progettata come lotta all’inflazione, volta a ridurre drasticamente i costi (e specialmente il famoso «costo salariale»), e a ripristinare e mantenere la quota dei profitti. Essa deve essere attuata in questo modo al fine di garantire un funzionamento «libero» del mercato. Libero soprattutto dalle regolamentazioni e dalle controversie politiche e sociali che si ritiene abbiano ostacolato dopo la seconda guerra mondiale gli investitori e i capitalisti.

Ecco perché il pensiero neoliberista intende strappare le politiche economiche dalle mani dei governi democraticamente eletti. Devono invece essere affidate a organismi indipendenti composti da esperti e tecnocrati, che non sono responsabili di fronte al popolo e ai cittadini. La politica economica deve essere paralizzata con regole vincolanti. [5] Pertanto, la Banca centrale, dichiarata «indipendente», ha il principale obiettivo di mantenere l’inflazione al di sotto del 2% ogni anno. E in futuro la politica di bilancio sarà affidata a Commissioni indipendenti, sotto l’egida del patto e della Commissione, con il solo obiettivo di garantire il mantenimento dell’equilibrio di bilancio.

Questo progetto ideologico è in gran parte impraticabile.
L’instabilità dell’economia capitalista rende necessaria una politica attiva. Per questo, negli Stati Uniti, la Federal Reserve ha abbassato praticamente a zero il tasso di interesse e ha comprato massicciamente titoli privati e pubblici, in totale contrasto con tutto il pensiero ortodosso: il deficit pubblico ha superato il 10% del Pil nel periodo tra il 2009 e il 2011 senza sollevare alcun allarme. All’interno dell’Ue, nel periodo 2008-2009, i governi hanno dovuto adottare misure fiscali sostanziose per evitare il crollo economico.

Nonostante tutto ciò, l’obiettivo delle autorità europee viene continuamente riaffermato e il loro credo ricordato e perseguito costantemente. Si impongono all’Europa grandi «riforme strutturali» e la fine del modello sociale dichiarato ormai obsoleto. [6] Poiché queste riforme sono chiaramente molto impopolari, la manovra, di cui il nuovo trattato è uno strumento essenziale, consiste nel far applicare e nell’imporre politiche «automatiche», attraverso delle soglie che determinano l’applicazione di misure ingiuste.
Con questo trattato, l’Europa fa un nuovo passo verso l’obiettivo neoliberista di «de-democratizzazione» della politica economica.

NOTE

[1] Celebre proverbio degli Shadok, protagonisti di un popolare cartone animato francese. [n.d.t.]
[2] Ritorneremo su questa definizione. Si veda anche l’Appendice 1 riguardo la nozione di «equilibrio strutturale» che occupa un grande spazio nel nuovo trattato.
[3] 20 ans d’aveuglement, cit.
[4] www.ofce.sciences-po.fr/blog/?p=1671.
[5] La seconda parte di questo libro, «Un patto contro la democrazia», analizza nel dettaglio questo aspetto, mostrando come il patto introduca una serie di meccanismi «automatici» e di sanzioni al posto di procedure decisionali concertate e di una deliberazione tra gli attori responsabili davanti ai loro elettori.
[6] Si vedano le dichiarazioni del presidente della Bce Mario Draghi in tal senso.

(20 febbraio 2013) via micromegaonline

Le fragili basi teoriche dell’austerità (by Forges Davanzati)

Mercoledì, 31 Ottobre 2012

I sacrifici chiesti agli italiani dal governo dei tecnici non sono un “male necessario”: aggravano l’indebitamento pubblico, riducono la domanda interna, incentivano processi di ‘finanziarizzazione’. Insomma, allontanano quella ripresa economica in nome della quale sono portati avanti.

di Guglielmo Forges Davanzati

La manovra fiscale contenuta nella Legge di Stabilità, considerata nel suo complesso, costituisce un ulteriore segnale rilevante della volontà – da parte del Governo – di perseguire lungo la linea delle politiche di austerità. L’Ufficio Studi della CGIL stima, a riguardo, un incremento della tassazione a carico di un contribuente medio di circa 125 euro annui, con significativi effetti redistributivi a danno delle famiglie più povere, soprattutto a ragione dell’aumento dell’IVA. In quanto imposta diretta, l’IVA viene, infatti, pagata nello stesso ammontare da percettori di redditi elevati e da percettori di redditi bassi, ovvero è un’imposta “regressiva”. Al di là degli interessi materiali che sono alla base di queste scelte, occorre chiedersi se esse trovano una motivazione razionale (o quantomeno ragionevole) sul piano teorico. Giacché, se così fosse, e se ne dimostrasse la piena validità, i sacrifici che queste scelte comportano sarebbero legittimati sul piano scientifico e giustificati sul piano politico. Le politiche di austerità vengono motivate fondamentalmente con due argomenti.

a) E’ necessario ridurre la spesa pubblica e aumentare l’imposizione fiscale dal momento che, solo così facendo, si riduce il rapporto debito pubblico/PIL. Si tratta di un argomento falso, sia sul piano propriamente teorico, sia sul piano empirico. La riduzione della spesa pubblica (e/o l’aumento della tassazione), riducendo la domanda, riduce l’occupazione e, per conseguenza, il PIL, potendo determinare un aumento del rapporto debito pubblico/PIL. In più, soprattutto per le imprese di piccole dimensioni che vendono su mercati locali (è il caso della gran parte delle imprese meridionali), la contrazione dei consumi derivante dalla minore spesa pubblica e dalla maggiore tassazione può determinarne il fallimento, con conseguente aumento della disoccupazione, conseguente calo della produzione e della base imponibile. L’evidenza disponibile mostra infatti che il rapporto debito pubblico/PIL, in Italia, è aumentato dal 107% del 2007 a oltre il 120% della prima metà del 2012. In altri termini, quanto meno lo Stato spende, tanto più si indebita. Vi è di più. Probabilmente anche in virtù dell’annuncio del Governatore della Banca Centrale Europea di intervenire in misura “illimitata” sui mercati finanziari (e dell’effettivo intervento della BCE sui ‘mercati secondari’), la speculazione sui titoli del debito pubblico si è considerevolmente ridotta, così che si può legittimamente affermare che non vi è nessuna ragione per la quale reiterare politiche di rigore finanziario.

b) Si ritiene che l’aumento della spesa pubblica, e ancor più un significativo intervento diretto dello Stato nella produzione di beni e servizi, agisce negativamente sulle aspettative imprenditoriali e conseguentemente sugli investimenti privati. Le aspettative imprenditoriali sarebbero influenzate negativamente dall’intervento pubblico, dal momento che l’operatore pubblico – in questa visione – sottrae quote di mercato alle imprese private. A ciò si aggiunge che l’aumento della spesa pubblica oggi comporta minori consumi oggi, dal momento che – in condizioni di perfetta capacità previsionale – i consumatori sanno che subiranno domani un aumento della tassazione. Da queste considerazioni, si fa discendere l’idea che quanto maggiore è la spesa pubblica tanto minore è il tasso di crescita. Ciò anche a ragione del fatto che si ritiene assiomaticamente che l’operatore privato è sempre più efficiente dell’operatore pubblico.

Si tratta di una tesi – quest’ultima – che si presta a numerose obiezioni.

1) Non è sempre e necessariamente vero che le imprese private sono più efficienti delle imprese pubbliche. L’esperienza delle privatizzazioni, almeno con riferimento al caso italiano, mostra inequivocabilmente che il solo effetto che si è registrato è stato un aumento delle tariffe, a parità di qualità del servizio offerto (o spesso con qualità peggiore).

2) E’ molto opinabile l’idea secondo la quale le decisioni di investimento, da parte delle imprese private, dipendono esclusivamente dall’ammontare (e dalla dinamica) della spesa pubblica. Si può argomentare, per contro, che le decisioni di investimento sono assunte sulla base ciò che Keynes definiva gli ‘spiriti animali’ degli imprenditori, e, dunque, da aspettative che maturano in condizioni di incertezza e che non rispondono a criteri di pura razionalità economica. Vi è di più. Per almeno due ragioni, il nesso di causalità fra spesa pubblica e investimenti privati può viaggiare semmai nella direzione opposta rispetto a quella suggerita dai teorici dell’austerità. In primo luogo, la riduzione della spesa pubblica, in quanto riduce i mercati di sbocco interni, riduce i profitti monetari. La riduzione dei profitti riduce gli investimenti e il tasso di crescita. In secondo luogo, la riduzione dei profitti, conseguente alla riduzione della spesa pubblica, influisce negativamente sulle scelte del sistema bancario in ordine al finanziamento degli investimenti. Si genera, in tal modo, una spirale viziosa per la quale tanto meno lo Stato spende, tanto minori sono i profitti e gli investimenti e tanto più le banche sono indotte a reagire restringendo l’erogazione di credito. A ciò fa seguito minore crescita economica e, per le ragioni individuate sopra, maggiore indebitamento pubblico in rapporto al PIL. Si badi che, dopo oltre due anni di misure di contenimento della spesa e di aumento della pressione fiscale, il loro palese fallimento è decretato non solo da un numero crescente di autorevoli commentatori, ma anche, dai maggiori centri di ricerca internazionali.

In più, come messo in rilievo dall’Ufficio Studi di Mediobanca, la riduzione della domanda e il contestuale aumento dei rendimenti dei titoli del debito pubblico costituiscono un potente incentivo al disinvestimento e, per converso, un potente incentivo alla ‘finanziarizzazione’. Si consideri, infatti, che, nel 2011, il costo del debito a carico delle imprese è aumentato dal 5,6% al 6% mentre i tassi sui BTP decennali sono passati dal 3,4% al 4,9% e che il rendimento netto del capitale realizzato dalle imprese italiane (pari al 5,8% del capitale investito) è risultato insufficiente a remunerare il capitale proprio e di terzi.

In quest’ottica, i sacrifici chiesti agli italiani (o, meglio, ai lavoratori, ai pensionati e al ‘ceto medio’) non solo non trovano alcuna giustificazione, ma sono controproducenti ai fini della ripresa della crescita economica del Paese, sia perché non contribuiscono a ridurre l’indebitamento pubblico, sia perché riducono la domanda interna accrescendo la disoccupazione e riducendo i salari, sia perché incentivano processi di ‘finanziarizzazione’. Il fatto che queste misure ci vengono chieste “dall’Europa” – come viene spesso puntualizzato da esponenti del Governo – non contribuisce a motivarne la necessità: contribuisce semmai a diffondere la convinzione che l’impoverimento di gran parte del Paese dipenda proprio dall’essere parte dell’Unione Monetaria Europea. micromega online (29 ottobre 2012)

Il pensiero unico uccide la democrazia – Appello

Venerdì, 27 Luglio 2012

La politica è scontro d’interessi, e la gestione di questa crisi economica e sociale non fa eccezione. Ma una particolarità c’è, e configura, a nostro avviso, una grave lesione della democrazia. Il modo in cui si parla della crisi costituisce una sistematica deformazione della realtà e una intollerabile sottrazione di informazioni a danno dell’opinione pubblica.  Le scelte delle autorità comunitarie e dei governi europei, all’origine di un attacco alle condizioni di vita e di lavoro e ai diritti sociali delle popolazioni che non ha precedenti nel secondo dopoguerra, vengono rappresentate, non soltanto dalle forze politiche che le condividono (e ciò è comprensibile), ma anche dai maggiori mezzi d’informazione (ivi compreso il servizio pubblico), come comportamenti obbligati («non-scelte»), immediatamente determinati da una crisi a sua volta raffigurata come conseguenza dell’eccessiva generosità dei livelli retributivi e dei sistemi pubblici di welfare».  Viene nascosto all’opinione pubblica che, lungi dall’essere un’evidenza, tale rappresentazione riflette un punto di vista ben definito (quello della teoria economica neoliberale), oggetto di severe critiche da parte di economisti non meno autorevoli dei suoi sostenitori. Così, una teoria controversa, da molti ritenuta corresponsabile della crisi (perché concausa degli eccessi speculativi e degli squilibri strutturali nella divisione internazionale del lavoro e nella distribuzione della ricchezza sociale), è assunta e presentata come auto-evidente, sottraendo a milioni di cittadini la nozione della sua opinabilità e impedendo la formazione di un consenso informato, presupposto della sovranità democratica. Non possiamo sottacere che a rendere, a nostro giudizio, particolarmente grave tale stato di cose è il fatto che la sottrazione di informazione che riteniamo necessario denunciare coinvolge l’operato delle stesse più alte cariche dello Stato, alle quali la Costituzione attribuisce precise funzioni di garanzia e vincoli d’imparzialità.
Tutto ciò costituisce ai nostri occhi un attacco alla democrazia repubblicana di inaudita gravità, che ai pesantissimi effetti materiali della crisi e di una sua gestione politica volta a determinare una redistribuzione del potere e della ricchezza a beneficio della speculazione finanziaria e dei ceti più abbienti assomma un furto di informazione e di conoscenza gravido di devastanti conseguenze per la democrazia.

Alberto Burgio, Mario Dogliani, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Giorgio Lunghini, Alfio Mastropaolo, Guido Rossi e Valentino Parlato – via micromega

Il capitalismo di Stato sostituirà quello del libero mercato (by Hobsbawm)

Sabato, 12 Maggio 2012

La notizia della morte del capitalismo è per lo meno prematura, il sistema economico sociale che da alcune centinaia di anni regge il mondo non è neanche malato, e basta guardare la Cina per convincersene e per leggere il futuro. In Oriente masse di contadini entrano nell’universo del lavoro salariato, lasciano il mondo rurale e diventano proletari. È nato un fenomeno nuovo, inedito nella storia: il capitalismo di Stato, dove alla vecchia borghesia illuminata, creativa, anche se rapace – come la descriveva Marx nel “Manifesto comunista” – sono subentrate istituzioni pubbliche. Insomma, non siamo all’apocalisse e nessuna rivoluzione è dietro la porta, semplicemente il capitalismo sta cambiando pelle. Eric Hobsbawm scende con una specie di montacarichi dalla ripida scala della sua casa di Highgate a Londra, non lontano dal luogo in cui riposa il suo grande maestro e ispiratore Karl Marx, appunto. Ha subito un’operazione per cui cammina male. Ha 95 anni, ma mentre il corpo mostra i segni dell’età, la testa di questo signore considerato il massimo storico contemporaneo, è quella di un giovane. Sta scrivendo un saggio su Tony Judt, un intellettuale britannico morto prematuramente, due anni fa. Parla alla Bbc, è attivo più che mai. E non ha mai smesso di essere marxista.E se per questa intervista con “l’Espresso”, una delle rarissime che rilascia, si è fatto mandare le domande via mail, e se comincia seguendo il canovaccio concordato, dopo pochi minuti passa a un serrato e spontaneo dialogo con l’interlocutore. “Mi ha chiesto se sia possibile il capitalismo senza le crisi”, inizia: “No. A partire da Marx sappiamo che il capitalismo opera attraverso crisi appunto, e ristrutturazioni. Il problema è che non possiamo sapere quanto sia grave quella attuale, perché ci siamo ancora in mezzo”.La crisi in corso è differente da quelle precedenti?
“Sì. Perché è legata a uno spostamento del centro di gravità del Pianeta: dai vecchi Paesi capitalisti verso nazioni emergenti. Dall’Atlantico verso l’Oceano Indiano e il Pacifico. Se negli anni Trenta tutto il mondo era in crisi, ad eccezione dell’Urss, oggi la situazione è diversa. L’impatto è differente in Europa rispetto ai Paesi del Bric: Brasile, Russia, Cina, India. Altra differenza, rispetto al passato: nonostante la gravità della crisi, l’economia mondiale continua a crescere. Però solo nelle aree fuori dall’Occidente”.Cambieranno i rapporti di forza, anche militari e politici?
“Intanto stanno cambiando quelli economici. Le grandi accumulazioni dei capitali da investire sono oggi quelle dello Stato e delle imprese pubbliche in Cina. E così mentre nei Paesi del vecchio capitalismo la sfida è mantenere gli standard del benessere esistenti – ma io credo che queste nazioni siano in un rapido declino – per i nuovi Paesi, quelli emergenti, il problema è come mantenere il ritmo di crescita senza creare problemi sociali giganteschi. È chiaro, ad esempio, che la Cina si è data a una specie di capitalismo in cui l’insistenza di stampo occidentale sul Welfare è completamente assente: sostituita invece dall’ingresso velocissimo di masse di contadini nel mondo del lavoro salariato. È un fenomeno che ha avuto effetti positivi. Rimane la questione, se questo sia un meccanismo che possa operare a lungo”.Quello che sta dicendo porta alla questione del capitalismo di Stato. Il capitalismo come l’abbiamo conosciuto significava scommessa personale, creatività, individualismo, capacità di invenzione da parte dei borghesi. Può lo Stato essere altrettanto creativo?
“L’”Economist” alcune settimane fa si è occupato del capitalismo di Stato. La loro tesi è che potrebbe essere ottimo nella creazione delle infrastrutture e per quanto riguarda gli investimenti massicci, ma meno buono nella sfera della creatività. Ma c’è dell’altro: non è scontato che il capitalismo possa funzionare senza istituzioni come il Welfare. E il Welfare è di regola gestito dallo Stato. Penso quindi che il capitalismo di Stato ha un grande futuro”.E l’innovazione?
“L’innovazione è orientata verso il consumatore. Ma il capitalismo del Ventunesimo secolo non deve pensare necessariamente al consumatore. E poi: lo Stato funziona bene quando si tratta dell’innovazione nell’ambito militare. Infine: il capitalismo di Stato non è legato al dovere di una crescita senza limiti, e questo è un vantaggio. Detto questo, il capitalismo di Stato significa la fine dell’economia liberale come l’abbiamo conosciuta negli ultimi quattro decenni. Ma è la conseguenza della sconfitta storica di quello che io chiamo “la teologia del libero mercato”, la credenza, davvero religiosa, per cui il mercato appunto si regola da sé e non ha bisogno di alcun intervento esterno”.Per generazioni la parola capitalismo faceva rima con libertà, democrazia, con l’idea che le persone forgiano il proprio destino.
“Ne siamo sicuri? Secondo me non è affatto evidente associare i valori che lei ha menzionato con determinate politiche. Il capitalismo di mercato puro non è obbligatoriamente legato alla democrazia. Il mercato non funziona nel modo in cui lo teorizzavano i liberisti: da Hayek a Friedmann. Abbiamo semplificato troppo”.Cosa vuol dire?
“Ho scritto tempo fa che abbiamo vissuto con l’idea di due vie alternative: il capitalismo di qua il socialismo di là. Ma è un’idea stramba. Marx non l’ha mai avuta. Spiegava invece che questo sistema, il capitalismo, un giorno sarebbe stato superato. Se guardiamo la realtà: gli Usa, l’Olanda, la Gran Bretagna, la Svizzera, il Giappone, possiamo arrivare alla conclusione che non si tratta di un sistema unico e coerente. Ci sono tante varianti del capitalismo”.Intanto la finanza prevale. C’è chi dice che il capitalismo potrebbe fare a meno della borghesia. È un’intuizione giusta?
“È emersa con forza un’élite globale composta di persone che decidono tutto nel campo dell’economia, e che si conoscono tra di loro e lavorano insieme. Ma la borghesia non è scomparsa: esiste in Germania, forse in Italia, meno negli Usa e in Gran Bretagna. È cambiato invece il modo in cui si accede a farne parte”.Vale a dire?
“L’informazione è oggi un fattore di produzione”.Non è una novità. Già i Rothschild diventarono ricchi perché per primi seppero della sconfitta di Napoleone a Waterloo, cosa che ha permesso loro di sbancare la Borsa…
“Intendo una cosa diversa. Oggi fai soldi perché controlli l’informazione. E questo è un argomento forte nelle mani dei reazionari che dicono di combattere le élites colte. Sono le persone che leggono i libri e che hanno vari gradi di istruzone universitaria, a trovare gli impieghi redditizi. Gli istruiti sono identificati ormai con i ricchi, con gli sfruttatori, e questo è un problema politico vero”.Oggi si fanno soldi senza produrre beni materiali, con derivati, con speculazioni in Borsa.
“Però si continua a fare denaro anche, e soprattutto, producendo beni materiali. È cambiato solo il modo con cui viene prodotto quello che Marx chiamava il valore aggiunto (la parte del lavoro dell’operaio di cui si appropria il padrone, ndr.) Oggi lo producono non più gli operai ma i consumatori. Quando lei compra un biglietto aereo on line, lei con il suo lavoro gratuito paga per l’automazione del servizio. È quindi lei a creare il plusvalore che fa il profitto dei padroni. È uno sviluppo caratteristico della società digitalizzata”.Chi è oggi il padrone? Una volta c’era la lotta di classe.
“Il vecchio proletariato ha subito un processo di outsourcing; dagli antichi Paesi verso i nuovi. È là che dovrebbe esserci la lotta di classe. Però i cinesi non sanno cosa sia. Seriamente: forse invece ce l’hanno la lotta di classe, ma non la vediamo ancora. Aggiungo: la finanza è una condizione necessaria perché il capitalismo vada avanti, ma non è indispensabile. Non si può dire che il motore che muove la Cina sia solo la voglia di profitto”.È una tesi sorprendente, la può spiegare?
“Il meccanismo che sta dietro all’economia cinese è il desiderio di restaurare l’importanza di una cultura e di una civiltà. È l’opposto di ciò che succede in Francia. Il più grande successo francese degli ultimi decenni è stato Asterix. E non è un caso. Asterix è il ritorno al villaggio celtico isolato che resiste all’urto del resto del mondo, un villaggio che perde ma sopravvive. I francesi stanno perdendo, e lo sanno”.Intanto in Occidente abbiamo i banchieri centrali che ci dicono cosa fare. Si parla di conti, numeri, ma non dei desideri degli umani e del loro futuro. Si può andare avanti così?
“A lungo termine, no. Ma sono convinto che il vero problema sia un altro: l’asimmetria della globalizzazione. Certe cose sono globalizzate, altre super-globalizzate, altre non sono state globalizzate. E una delle cose che non lo sono state è la politica. Le istituzioni che decidono di politica sono gli Stati territoriali. Rimane quindi aperta la questione come trattare problemi globali, senza uno Stato globale, senza un’unità globale. E questo riguarda non solo l’economia, ma anche la più grande sfida dell’esistente, quella ambientale. Uno degli aspetti della nostra vita che Marx non ha visto è l’esaurimento delle risorse naturali. E non intendo l’oro o il petrolio. Prendiamo l’acqua. Se i cinesi dovessero usare la metà dell’acqua pro capite utilizzata dagli americani non ce ne sarebbe abbastanza nel mondo. Sono sfide dove le soluzioni locali sono inutili, se non a livello simbolico”.C’è un rimedio?
“Sì, a patto che si capisca che l’economia non è fine a se stessa, ma riguarda gli esseri umani. Lo si vede osservando l’andamento della crisi in atto. Secondo le antiquate credenze della sinistra la crisi dovrebbe produrre rivoluzioni. Che non si vedono (se non qualche protesta degli indignati). E siccome non sappiamo neanche quali sono i problemi che stanno per sorgere, non possiamo nemmeno sapere quali saranno le soluzioni”.Può fare qualche previsione comunque?
“È estremamente poco probabile che la Cina diventi una democrazia parlamentare. È poco probabile che i militari perdano tutto il loro potere nella maggior parte degli Stati islamici”.Lei ha sostenuto la necessità di arrivare a una specie di economia mista, tra pubblico e privato.
“Guardi la storia. L’Urss ha tentato di eliminare il settore privato: ed è stata una sonora sconfitta. Dall’altro lato, il tentativo ultraliberista è pure miseramente fallito. La questione non è quindi come sarà il mix del pubblico con il privato, ma quale è l’oggetto di questo mix. O meglio qual è lo scopo di tutto ciò. E lo scopo non può essere la crescita dell’economia e basta. Non è vero che il benessere è legato all’aumento del prodotto totale mondiale”.Lo scopo dell’economia è la felicità?
“Certo”.Intanto crescono le diseguaglianze.
“E sono destinate ad aumentare ancora: sicuramente all’interno dei singoli Stati, probabilmente tra alcuni Paesi e altri. Noi abbiamo un obbligo morale nel cercare di costruire una società con più uguaglianza. Un Paese dove c’è più equità è probabilmente un Paese migliore, ma quale sia il grado di uguaglianza che una nazione può reggere non è affatto chiaro”.Cosa rimane di Marx? Lei, in tutta questa conversazione non ha mai parlato né di socialismo né di comunismo…
“Il fatto è che neanche Marx ha parlato molto né di socialismo né di comunismo, ma neanche di capitalismo. Scriveva della società borghese. Rimane la visione, la sua analisi della società. Resta la comprensione del fatto che il capitalismo opera generando le crisi. E poi, Marx ha fatto alcune previsioni giuste a medio termine. La principale: che i lavoratori devono organizzarsi in quanto partito di classe”.In Occidente si parla sempre meno di politica e sempre più di tecnica. Perché?
“Perché la sinistra non ha più niente da dire, non ha un programma da proporre. Quel che ne rimane rappresenta gli interessi della classe media istruita, e non sono certo centrali nella società”. colloquio con Eric Hobsbawm di Wlodek Goldkorn, da L’Espresso via micromega

La vera storia della crisi greca

Sabato, 5 Maggio 2012

Durante la recente discussione svoltasi nei Parlamenti di numerosi stati-membri dell’area dell’Euro circa l’approvazione del nuovo piano di aiuti di 130 miliardi di Euro alla Grecia, alcuni deputati si sono chiesti se la Grecia fosse pronta a partecipare al progetto della moneta unica, l’euro. Dalla metà degli anni Novanta, la Grecia ha fatto degli sforzi formidabili per riuscire a soddisfare i criteri della convergenza. Ha utilizzato tutti i mezzi disponibili: politica fiscale, politica monetaria, politica dei redditi, vaste privatizzazioni di banche ed imprese pubbliche. Qualunque sia il modo con cui si misura la performance fiscale (a livello del saldo di cassa o della contabilità nazionale), il deficit pubblico è calato di dieci punti percentuali, dal 12,5% del Pil nel 1993, al 2,5% nel 1999, l’anno dei dati economici con i quali si è decisa l’ammissione della Grecia nella zona dell’Euro, in occasione del Consiglio Europeo di Santa Maria da Feira, tenutosi nel mese di giugno del 2000. Simili sviluppi positivi, si sono osservati anche per gli altri criteri di convergenza nominale richiesti (inflazione, tassi di interesse a lungo termine, debito pubblico, tasso di cambio). È opportuno ricordare a questo punto, che la decisione di ammissione è stata presa in seguito ad un accuratissimo controllo delle performances dell’economia greca da parte della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Comitato Economico e Finanziario, con i loro relativi pareri. Anzi, è degno di nota il fatto che, malgrado la restrittiva politica fiscale e monetaria di quel periodo, indispensabili per ridurre il disavanzo pubblico e l’inflazione, il ritmo di crescita del Pil era iniziato a migliorare. Da negativo nel 1993, era salito al 4%, alla fine degli anni Novanta, per mantenersi a questi livelli fino al 2007. Si è osservato un aumento degli investimenti privati e del flusso di capitali dall’estero verso la Grecia, grazie al calo dell’inflazione e degli interessi, che avevano raggiunto percentuali al di sotto del 10%, dopo venti anni in cui superavano questa cifra.Due sono i motivi addotti da quanti sostengono che la Grecia non doveva far parte dell’Unione Economica e Monetaria d’Europa. Il primo motivo, che è anche quello maggiormente noto, è che la Grecia ha contraffatto i dati economici per riuscire ad accedere all’Uem.Il governo neo-eletto di Nuova Democrazia nelle elezioni del 2004, quattro anni dopo l’approvazione dei dati relativi all’adesione della Grecia, ha avuto un’ispirazione politica estremamente infelice, cambiando il modo con cui venivano iscritte le spese per la difesa, allo scopo di alleggerire il loro peso nel bilancio, durante il suo mandato. Tuttavia, il cambiamento ha avuto l’effetto di aumentare i deficit pubblici negli anni precedenti al 2004, con un conseguente periodo di intensa contestazione e diffamazione della Grecia. L’asserzione che la Grecia fosse entrata a far parte dell’area dell’Euro con dati falsificati, si leggeva sulle prime pagine di numerose testate giornalistiche in tutto il mondo. Purtroppo, questa asserzione è stata adottata anche da molti uomini politici dell’area dell’euro ed è ripetuta ancora oggi. Questa accusa, tuttavia, dimostra quanta disinformazione ed eventualmente quanta ipocrisia ci sia in queste dichiarazioni. Anche con il cambiamento della metodologia, e secondo i dati revisionati, il disavanzo pubblico in quell’anno cruciale (1999), aveva raggiunto il 3.1% del Pil, contro il precedente 2.5%. Più precisamente, aveva raggiunto il 3.07%, secondo Eurostat.Questo deficit resta inferiore al corrispondente deficit revisionato di altri stati membri, la cui valutazione è stata effettuata con i dati statistici relativi all’anno 1997, affinché costituissero la «prima ondata» degli stati-membri, creatori dell’Euro nel 1999. Dal sito web di Eurostat, risulta che molti altri stati-membri erano stati ammessi nell’area dell’euro con un deficit pubblico superiore al 3.1% del Pil, senza che ciò fosse oggetto di continui riferimenti, anche se questi paesi presentano oggi problemi simili a quelli della Grecia.La responsabilità di quanto su esposto, certamente pesa sul governo dell’epoca in Grecia, di Nuova Democrazia. Tuttavia, è una responsabilità che pesa anche sull’amministrazione di Eurostat e sulla Commissione Europea, che hanno adottato i dati fiscali inviati dall’allora governo greco e non hanno convocato ufficialmente la Banca di Grecia e neanche il governo precedente per esprimere il loro parere. Anzi, è del tutto incoerente quanto avvenuto successivamente, il 2006: Eurostat ha ritenuto che il metodo corretto di iscrizione delle spese sulla difesa fosse quello di iscriverle in base alla consegna del materiale, cioè quello applicato dalla Grecia prima del 2004. Tuttavia, Eurostat, pur dovendo, non ha provveduto alla correzione retrospettiva di questi dati: il 3,07% del Pil quale disavanzo pubblico per la Grecia nel 1999 si è mantenuto, mentre invece si sarebbe dovuta applicare la nuova decisione. Questa irrilevante discrepanza di 0.07% del Pil, rispetto ai limiti posti dal Trattato, adottato senza molta riflessione dalle amministrazioni dell’area dell’Euro, non consente di apprezzare l’enorme sforzo di adeguamento economico.Ricordiamo a questo proposito che anche recentemente si è diffusa una campagna di diffamazione contro la Grecia, per un’abituale operazione di swap valutario avvenuta tra il Ministero greco delle Finanze e la banca Goldman Sachs, alla fine del 2001, di quelle che in quel periodo erano fatte a centinaia da tutti gli stati-membri, come semplici operazioni di gestione del disavanzo pubblico. Ancora una volta, si è detto che la Grecia aveva contraffatto i dati per accedere all’euro: il nuovo titolo a caratteri cubitali sulla prima pagina dei giornali, adottato però anche da numerosi politici. Ma hanno tutti dimenticato che questa operazione finanziaria ha avuto luogo ben due anni dopo il 1999, anno i cui dati sono stati valutati per decidere l’adesione della Grecia all’Euro, e un anno intero dopo l’ammissione della Grecia nell’Euro, approvata dal Consiglio Europeo di Santa Maria da Feira!Il secondo motivo addotto a giustificazione dell’errore commesso di aver accettato il paese nell’Unione economica e monetaria europea, è costituito dagli sprechi statali ed i suoi eccessivi deficit. Le performances economiche della Grecia dopo il 2003, in particolare durante la seconda metà del decennio del 2000, purtroppo non hanno seguito quelle degli otto anni precedenti. Nel 2006, il governo dell’epoca ha iniziato a perdere il controllo delle spese e delle entrate pubbliche, per raggiungere il culmine, negli anni 2008 e 2009, quando il deficit pubblico è salito vertiginosamente, superando il 10% del Pil.Il crollo della Lehman Brothers e la rivalutazione dei rischi finanziari da parte dei mercati, ha comportato l’aumento degli interessi sui prestiti della Grecia, che costituiva l’anello debole dell’area Euro. Così è scoppiata la crisi greca del deficit pubblico. La mancata adozione di misure urgenti e severe di stabilizzazione da parte di due governi greci consecutivi e l’esitazione della zona Euro ad intervenire, hanno provocato la chiusura dei mercati finanziari per la Grecia, per poi arrivare al suo salvataggio, dopo numerosi tentennamenti, con l’intervento della “troika” (Fmi, Ue, Bce), un salvataggio soggetto ad una severa applicazione delle misure di risanamento dell’equilibrio finanziario e della competitività.Gli effettivi sprechi rappresentano il motivo esclusivo di questi sviluppi? La principale causa della crisi, in Grecia come negli altri stati-membri periferici dell’area dell’Euro, è stata principalmente provocata dagli enormi disavanzi in continua crescita delle partite correnti di questi paesi, dalla perdita di competitività e, soprattutto, dai differenti livelli di sviluppo tra Nord e Sud, e non tanto dall’incapacità gestionale dei loro leaders. Il Sud acquista dal Nord prodotti industriali di alta qualità ed elevato livello tecnologico. Il Nord, invece, acquista dal Sud una quantità molto minore di prodotti. In media, nel periodo tra il 2000 ed il 2007, il disavanzo delle partite correnti della Grecia era pari al 8,4% del Pil, e del Portogallo del 9,4%, mentre le eccedenze della Germania erano del 3,2% del Pil, e dell’Olanda 5,4%. Per coprire questi disavanzi delle partite correnti in continua crescita, i Paesi periferici sono stati costretti ad indebitarsi sempre più. Il risultato è stato l’aumento del loro debito.Il ritardo nel funzionamento dell’amministrazione statale e delle istituzioni ancora una volta ha costituito il pretesto, per ribadire che la Grecia, e forse anche altri stati-membri periferici, non avrebbero dovuto diventare membri dell’Unione economica e monetaria. Questa Uem, tuttavia, non è un club di Paesi evoluti con interessi comuni, contrapposti a quelli dei Paesi in ritardo. Si tratta di una fase evolutiva dell’Unione, per facilitare la cooperazione economica tra i suoi membri, per creare rapporti che possano rafforzare gli sforzi comuni volti allo sviluppo, per ottenere la graduale convergenza delle loro economie e per sfruttare nel modo migliore le opportunità fornite dall’abolizione dei confini e dagli obiettivi condivisi. È un piano comune per raggiungere il progresso che quindi, deve includere nella sua pianificazione, i più potenti con le loro capacità, ma anche i più deboli, con le loro debolezze; deve prendere in considerazione gli squilibri e valutare il fatto che i paesi evoluti non sono solo soggetti ad oneri, anzi, ne traggono notevoli benefici, grazie ai loro servizi finanziari e le loro esportazioni.L’implementazione delle misure di stabilizzazione in Grecia, a maggio del 2010, ha comportato un miglioramento significativo dei risultati finanziari e della competitività, ma ha contribuito anche a creare una recessione economica profonda e di lunga durata, ad aumentare vertiginosamente la disoccupazione che ha raggiunto il 20%, incrementando la povertà e la miseria di parte del popolo greco. Non è solo la Grecia responsabile di questo risultato. La combinazione della politica economica imposta dal primo piano di aiuti non era la più adeguata e quindi le performances attese non sono realistiche, finanche per quei paesi dotati di economie molto più potenti di quella greca. Si ha la sensazione che le condizioni imposte dovessero costituire un esempio da evitare per gli altri Paesi, punendo in modo esemplare la Grecia. La recessione, inizialmente prevista dal Fme per il periodo 2009-2012 al -7,5%, attualmente si calcola sia a -18%, fatto questo che non consente il raggiungimento degli altri obiettivi, generando anche intense agitazioni sociali.La Grecia ha costituito il pretesto della crisi dell’Euro, non ne è stata, tuttavia, la causa. La sua causa va ricercata nel fatto che la zona dell’euro è un’unione monetaria a tutti gli effetti, ma non è una vera e propria unione economica e fiscale di stati-membri con differenti caratteristiche strutturali: quelle dei Paesi maturi dell’Europa del Nord, e quelle delle economie meno mature del Sud europeo. La crisi attuale è solo in parte crisi di debito pubblico, e ciò interessa principalmente la Grecia ed il Portogallo. Per il resto, si tratta di crisi del settore privato e del sistema bancario di numerosi stati-membri, e anche crisi del controllo e della sorveglianza da parte delle autorità monetarie dell’area euro. L’Unione europea non ha ancora ideato un contesto complessivo di governance economica, un nuovo modo per affrontare gli squilibri tra il nucleo centrale sviluppato e la sua periferia meno evoluta; non si è occupata sistematicamente di promuovere realmente la crescita economica. Se ciò non avrà luogo, allora ci saranno nuove crisi in futuro.Il fiscal compact che, secondo le leaderships dei paesi dell’euro, sarà in grado di assicurare la stabilità delle loro economie, non riuscirà a raggiungere questo risultato, senza altre misure che favoriscano la crescita e la convergenza effettiva e per finire, senza un progresso adeguato verso l’integrazione economica e politica dell’Unione.
di Kostas Simitis e Yannis Stournaras*, da il Sole 24 ore * Kostas Simitis è stato primo ministro greco e leader del partito socialista (Pasok) dal 1996 al 2004, Yannis Stournaras è direttore della Fondazione per la ricerca economica e industriale di Atene via micromega (2 maggio 2012)

Il minotauro finanziario

Giovedì, 3 Maggio 2012

Il Minotauro era un essere mostruoso, metà toro e metà uomo che si celava minaccioso in un enorme labirinto costruito dagli uomini dove divorava giovani vittime sacrificali offerte per placare il suo istinto bestiale.Il mito greco racconta il terrore dell’incognito contrapposto alla sete di conoscenza, la bestialità contro l’intelligenza, il sacrificio di vittime umane contro l’anelito di libertà dai servaggi.
Anche la finanza moderna è di costruzione umana come il labirinto di Creta realizzato da Dedalo. Essa ha preso le sembianze del labirinto in cui circolano numerosi Minotauri mostruosi. Si celano e si proteggono all’interno di quella vasta ed impenetrabile costruzione umana che è l’economia finanziaria. Branca che, invece, fu inizialmente creata come strumento per favorire lo sviluppo economico.
La finanza moderna da ancella è diventata tiranna.L’originale costruzione si è rinchiusa in un labirinto di parole, di prassi, norme e oscuri rituali officiati dai soggetti – nuovi sacerdoti del labirinto – che costituiscono i moderni mercati finanziari, con il loro linguaggio, le loro regole, la loro organizzazione.Le banche MinotauroQuesta finanza trasformatasi in Minotauro si è sviluppata grandemente sul solco del processo di sviluppo del sistema bancario che man mano ha teso a tradire o a latitare alla sua funzione originaria di propulsore dell’economia.Il sistema bancario è un istituto prezioso per lo sviluppo economico e sociale, tanto da meritare una speciale tutela pubblica. Raccoglie il risparmio e fornisce credito, tutela e dà fiducia ai risparmiatori, incentiva e finanzia lo sviluppo delle imprese.
Ma il mondo delle banche è bicefalo, vi è la testa della banca vera – quella detta commerciale – e quella della banca falsa, la banca d’affari.Le banche commerciali raccolgono il risparmio e concedono prestiti oltre tutta una serie di servizi utili, mentre le banche di affari sono società che fanno affari finanziari, creano prodotti finanziari e speculano.La visione liberistica ha spazzato via le regole che separavano questi due diversi mestieri, la banca vera e quella d’affari, dunque consentendo la creazione di conglomerati che facendo insieme sia il mestiere della banca commerciale che quella d’affari, hanno creato un permanete conflitto di interesse in seno a queste nuove banche tuttofare.
Questo conflitto non risolto ha innescato una degenerazione inarrestabile e pericolosa di cui sopportiamo tutt’ora le conseguenze, ad esempio, con il proliferare inarrestabile della finanza derivata.
Con una mano le banche emettono titoli derivati, che poi collocano tra gli investitori con l’altra mano. Titoli che spesso si sono rivelati di dubbia qualità.Occorre oggi un serio e generale dibattito se esiste o meno di una commistione, incestuosa e parassitaria del sistema bancario e come poterla risolvere.
E’ importante considerare ciò per comprendere razionalmente l’urlo del “Minotauro finanziario-bancario”, come mai ha prodotto molte vittime, come mai gli è stata data la possibilità mostruosa, favorita e supportata dalla normativa, di creare cartolarizzazioni e prodotti finanziari derivati à gogo.
Cartolarizzazioni costruite su un debito alimentato e concesso dapprima senza alcun ritegno né raziocinio di prudenza.Ed occorre anche domandarsi perché si son lasciate non sorvegliate o si sono eliminate le regole, tanto da poter collocare questi prodotti finanziari con bei voti di rating nei portafogli dei risparmiatori di tutto il mondo.
Allora, il Minotauro, l’uomo-toro, la bestia umanoide della banca e della finanza moderna, viene o no di fatto protetta e fatta crescere in un crescente labirinto normativo che, lungi dal disinnescarne le sue pretese ed i suoi danni sociali, lo protegge e ne consente e favorisce la perpetuazione del rito di immolazione di vittime?
Le urla del Minotauro suonano anche con le parole e le frasi “spread”, “i mercati apprezzano, penalizzano, pretendono, vogliono, sanzionano”, “contagio”.La finanza derivataE’ percezione diffusa che gli argini tra l’economia reale e la finanza si sono rotti, poiché la nuova finanza derivata ha potuto infestare come una gramigna il campo di grano del mercato reale, di chi lavora, suda e produce beni e servizi, la vera ricchezza.
Ma se questa è cosa se non compresa almeno sentita dai più, se dunque il killer dell’economia è stato identificato, perché si continua a stare alla finestra lasciandolo operare sostanzialmente indisturbato?
Perchè, sotto la spinta della “deregolamentazione” che ha annullato le barriere che salvaguardavano la finanza buona da quella cattiva ed infestante, è man mano cresciuta una pseudo-regolamentazione assai più complessa, leguleia e palesemente inefficace a controllare e sanzionare i fenomeni degenerativi ma presentata come salvifica?
E’ come se le norme che sono state realizzate con lo scopo apparente di porre rimedi alla crisi in realtà stiano di fatto favorendo la stessa logica che ha sospinto alla deregolamentazione del sistema finanziario, ovvero la complessità protegge i minotauri quasi alla stessa stregua della deregulation.Così, alternando la “tabula rasa” della deregolamentazione con una successiva voluminosa e farraginosa costruzione di norme complesse che dovrebbero, ma non sono affatto efficaci a rimediare ai guasti finanziari, si continua ancora comunque a fertilizzare il terreno della finanza spregiudicata.Solo a titolo di esempio, la legge di riforma dei mercati finanziari americana fatta approvare dal Presidente Obama è di “sole”, si fa per dire, 2300 pagine, la dimensione di una sorta di enciclopedia che solo descrive la strada di futuro cambiamento, tutta ancora da realizzare, in uno scenario di molti anni. Quando invece si è trattato di soccorrere le banche, con appena tre paginette si sono messi sul piatto delle banche 700 miliardi di dollari di soldi pubblici, quelli del piano di salvataggio straordinario di Bush junior denominato Tarp – Troubled asset relief program, ovvero un miliardo a parola. Nuove norme e nuove autorità ed organizzazioni anch’esse intrecciate labirinticamente lasciano ancora quasi onnipotenti alcuni oligopoli privati come quelli delle agenzie di rating, come pure lasciano che si sviluppino i nuovi oligopoli delle Borse Valori come nuove società marcato, e lasciano anche svilupparsi nuovi soggetti speculatori tendenzialmente oligopolisti che operano sui mercati con le tecniche del trading ad alta frequenza (HFT).
Gli HFT sono pochi operatori borsistici al mondo che possiedono e sviluppano tecnologie che consentono di inondare il mercato di ordini di acquisto e di vendita con i loro computer e software super-potenti, alla velocità del millisecondo (il tempo di click di un mouse di computer è in media di 80 millisecondi). Tali operatori movimentano fin’oltre la metà delle operazioni di borsa (oltre il 70’% negli USA) suscitando preoccupazioni circa il buon ordine dei mercati in numerosi analisti.
Eppur si muovono sostanzialmente indisturbati.E che dire quando, durante una crisi finanziaria ma soprattutto economica di attuali ed epocali dimensioni, lo “spread” fra titoli di debito sovrano viene declinato come la temperatura altalenante, ma sempre elevatissima, che rappresenterebbe lo stato di febbre del paese oggetto delle attenzioni della finanza speculativa, come quasi fosse un moribondo?
Non è anche questo un urlo del Minotauro bancario-finanziario moderno? Il riecheggiare e l’amplificarsi dell’urlo “spread” in formato pillola mass-mediatica, può rendere una intera società ansiogena ed atterrita.
Oppure l’urlo del “credit crunch”, la rarefazione del credito che costringe recentemente la Banca Centrale Europea – BCE a foraggiare le banche di ben 1 trilione di euro al tasso assai basso dell’1% di interesse e che di questa gran massa di soldi pochissimo arrivi all’economia reale delle imprese e delle famiglie Comunicazione parziale e analfabetismo finanziario diffuso Gravissimo è l’analfabetismo finanziario oggi diffuso, ma ancor più grave è lasciare che questo analfabetismo si perpetui. Come una volta l’analfabeta era chi non sapeva né leggere né scrivere ed era un cittadino debole, manipolabile e sfruttabile, oggi è altrettanto debole, manipolabile e sfruttabile chi è un analfabeta finanziario.
L’analfabetismo finanziario consente ai guru, alla moderna casta sacerdotale dei banchieri e professoroni che veglia e vaticina sui mercati finanziari moderni, di lanciare affermazioni che suonano apodittiche e che rimbalzano e si esaltano e si moltiplicano sui media.
L’alimentazione della paura del deficit e dello “spread” alla stregua delle mitiche urla furiose del Minotauro, rendono la più parte della società che rimane analfabeta di economia e finanza, atterrita ed allucinata, ed in un certo senso anche disponibile al tributo umano di lacrime e sangue ed anche alla insensibile rinuncia di pezzi di quelli che una volta erano diritti inviolabili della democrazia, pena l’altro tradimento verso lo Stato. I CDS I mercati dei CDS sono una sorta di mercato di derivati finanziario pseudo-assicurativi e sono prodotti tutt’altro che trasparenti. Chi sta indagando analiticamente quale effetto provocano i Credit default-swap, i CDS, sui titoli che dovrebbero assicurare?
Perché un mercato così importante rimane oscuro e non regolamentato, dominato da pochi soggetti, dove le contrattazioni sono Out The Counter – OTC?
I mercati OTC sono, appunto, mercati non regolamentati dove gli operatori si scambiano direttamente e bilateralmente tra loro molteplici tipologie di strumenti finanziari senza che operi un controllore che sovraintenda. Oltre al mercato dei CDS, un altro mercato OTC di primaria importanza è il mercato interbancario che è una sorta di iper-mercato della liquidità, dove le banche si prestano vicendevolmente denaro. Proprio il mercato interbancario fu al centro della crisi della liquidità delle banche e della loro reputazione di solvibilità nell’agosto 2007, data di inizio della crisi finanziaria ed economica nella quale ancora siamo immersi.  Un prodotto pseudo-assicurativo particolare il CDS, perché – esemplificando – è come se un vicino di casa potesse – acquistando un CDS-casa-incendio – assicurare la vostra casa contro il rischio di incendio e beneficiare del rimborso nel caso la casa andasse a fuoco. Ma non viene il sospetto che, di fatto, si crea – in assenza di regolamentazione – il rischio di proliferazione di vicini di casa piromani?
Un mercato, quello dei CDS, ad alta volatilità e ad alta leva speculativa. Nel caso della Grecia perfino gli speculatori hanno mostrato preoccupazione per l’enorme dimensione dei contratti CDS costruiti sul debito.
L’innesco mediatico rinforzato dalla leva speculativa dei CDS sulla crisi di altri debito sovrani non viene affatto risolta con il semplice annuncio di una loro possibile regolamentazione. Ovvero, nel concreto, la dinamite finanziaria dei CDS non viene disinnescata se non da normative cogenti e non da fumosi annunci di regole che ancora non trovano concretizzazione.
Chi ignora cosa sia un CDS come può valutare la situazione della moderna finanza che pur ha impatto sociale generalizzato, impattando sui bilanci degli Stati?  Come accettare questo analfabetismo finanziario dato che l’influenza della finanza è arrivata ad esigere anche i suoi tributi di pezzi di democrazia. L’incidenza sulle basi democratiche diventa sfacciata osservando il caso di sviluppo della crisi in Grecia, dove Stato Greco e la società civile greca viene impattata da regole e vincoli direttamente dettati dall’Europa. Ed anche l’Italia ha ricevuto i suoi “compitini” da svolgere a casa, quando si è vista destinataria di una lettera di raccomandazioni europee da osservare. Lascia anche perplessi l’imposizione subitanea e sotto l’incudine della grande paura dello “spread” con il varo del Governo tecnico di emergenza presieduto da Monti. Mifid
 La Mifid – Markets in Financial Instruments Directive – è una normativa europea di regolamentazione finanziaria e viene presentata come una utile risposta all’esigenza di creare un terreno competitivo uniforme tra tutti gli intermediari finanziari europei, e che tuteli gli investitori.
La realtà è, invece, che in base a questa normativa fortemente promossa dal sistema bancario, le banche stesse è come se si fossero costrette da sole a misurare secondo scale di propensione al rischio, qualunque risparmiatore-investitore loro cliente. Ciascun cliente-investitore deve avere – secondo Mifid – un associato profilo di rischio. Basta che un prodotto finanziario sia qualificato come rischioso ad un certo livello – e tale livello viene calcolato dal giudizio di rating – che allora possa essere consigliato dalle banche e dunque acquistato da chi viene misurato adatto a quel rischio. Nella logica maggior rischio maggior rendimento associato. Ma non è affatto detto! Non viene neppure il dubbio che le misure sono opinabili o solo delle stime – il rating è un giudizio che non ha valore se non quella di una opinione – che può creare le condizioni di nuovi inciampi. Lo ricordano dolorosamente coloro che hanno investito in Parmalat, Cirio, Argentina e che erano tutti titoli che avevano avuto valutazioni di rating a basso rischio. Non fu certo sufficiente la tutela che ci fosse supposto “il bollino blu” di un rating di investment grade, ovvero di una valutazione a basso rischio. Oggi la banca è legittimata dalla Mifid a consigliare prodotti pur che abbiano rating compatibili al profilo di rischio degli investitori.
Ma il rating è un indicatore sufficiente? Pare di no, per quanto accaduto ed allora quel sistema basato sul rating eppur rimane. Via di uscita Per affrontare il Minotauro del sistema bancario e finanziario moderno ed il suo labirinto di parole e concetti non intuitivi, occorre procedere alla identificazione del loro linguaggio e delle logiche che seguono. Sarebbe necessaria un’opera vasta di confronto dialettico e di individuazione e trasmissione dell’esperienza, predisponendo nuovo fili rossi di Arianna, stesi per dare soluzione ragionevole e razionale all’involucro labirintico dove ci cela, e viene protetto, i novelli Minotauri bancari e finanziari.
Un indice di questo percorso deve dare innanzitutto e presto trovare soluzioni:

- alla deregolamentazione bancaria, che ha portato all’odierno sistema delle banche polipo-morfe tuttofare;
al sistema delle cartolarizzazioni, che ha costruito le montagne di prodotti finanziari derivati, inquinatori di tutti i portafogli del mondo;
- alla privatizzazione delle borse in aziende mercato, che hanno logiche e funzionamenti privatistici di massimizzazione dei profitti e che invece storicamente sono state meri luoghi di scambio sotto una tutela paritaria di tutti i partecipanti e non luogo di oligopolio tecnologico di pochissimi attraverso le tecniche del trading HFT;
- a Basilea 2 e Basilea 3, normative nata nel più blasonato e privatissimo salotto della più antica organizzazione bancaria mondiale, la Banca dei regolamenti internazionali – BIS che ha, appunto, sede a Basilea – e successivamente recepita dal sistema bancario mondiale e quindi penetrato nelle normative dei vari paesi;
- alla Mifid, normativa europea che viene presentata al “popolo bruto” come sistema di protezione dei consumatori di prodotti finanziari, ma che si viene manifestando come importante sistema di protezione della responsabilità delle stesse banche rispetto alle responsabilità di una consulenza agli investitori;
- al sistema oligopolistico del rating, un sistema di valutazione del merito creditizio da parte di un oligopolio di tre agenzie private – standard and Poor’s, Moody’s, Fitch che valutano ed assegnano rating su tutto quanto possa essere compra/venduto sui mercati finanziari;
- al sistema degli strumenti finanziari OTC e ai mercati non regolamentati dove questi strumenti vengono scambiati, vista la loro scarsissima trasparenza e il loro dinamitardo effetto leva;
- ai credit default swap – CDS che vengono creati e compravenduti su mercati OTC fuori da opportune regole e controlli e che influenzano fortissimamente la percezione di rischio dei titoli che assicurano.

Vi sono numerosi altri punti che rendono il labirinto moderno della finanza una trappola. Ma se il labirinto è stata una costruzione umana, c’è da sperare ora che si moltiplichino ed emergano, come nel mito greco, nuovi Tesei concordi nel debellare l’analfabetismo finanziario, l’ignoranza ed il servaggio che ne deriva.
E’ buona e sana responsabilità dei singoli, di ogni uomo pensante e raziocinante, non lasciarsi andare allo sbigottimento, ma che ciascuno possa credere nelle proprie capacità di imparare il nuovo linguaggio e di riconoscere in se stesso l’anelito di libertà e coraggio che furono le qualità del mitico Teseo. Superando le proprie paure, ma anche aiutato da un filo di Arianna che consenta di entrare e poi uscire dal labirinto complicato dei tecnicismi e della cultura e del gergo bancario-finanziario per costruirsi una idea personale, razionale ed indipendente dell’effettivo pericolo sociale del mostro bancario-finanziario, che pur camminando da umano ha testa e ferocia di un toro impazzito.  Ed il toro è effettivamente nella simbologia borsistica quello di un listino di titoli in crescita, mentre a contrario l’orso che si accolla l’iconografia dei titoli che calano di valore. Comunque, entrambi animali noti per la loro forza bestiale e distruttiva non per la loro intelligenza creatrice. Son sempre più numerosi i cittadini che osservano che il sistema attuale che sopporta il gran peso della finaziarizzazione bancaria, stia scontando tutti i vizi di una precedente crescita drogata e di uno scenario infausto di sacrifici lacrime e sangue che comunque non risolvono gli appetiti finanziari. La missione del cittadino, uomo razionale e moderno, è quella di sconfiggere le sue ignoranze e paure, e nel contempo quella di comprendere verità sgradevoli: ciò fa la differenza tra moderni uomini liberi e moderni schiavi. a. scarano micromega

Sono i comici, come Grillo e la Guzzanti, i nuovi politici?

Venerdì, 14 Settembre 2007

Sono i comici come Grillo e la Guzzanti i nuovi politici: ne discute "MicroMega" Sabina Guzzanti
«Quando è uscito il mio precedente film – Viva Zapatero – ho fatto moltissimi dibatti in giro per l’Italia e per il mondo. Le domande che il pubblico mi poneva erano sempre le stesse: "Cosa possiamo fare?"; "Come possiamo organizzarci?"; "In che modo si possono cambiare le cose?". Mi ha colpito molto l’angoscia che le accompagnava, il sentimento di impotenza che rivelavano. E così ho pensato che questo doveva essere il tema da affrontare nel mio successivo lavoro: il senso profondo della politica, in un tempo in cui i cittadini non si sentono più rappresentati dai partiti, dalle organizzazioni sindacali, in una fase storica in cui sembrano scomparse le occasioni di incontro e i luoghi di aggregazione.
Per questo motivo il mio ultimo film, Le ragioni dell’aragosta, comincia con una serie di domande che attengono alla ricerca di senso in ciò che si fa: come riuscire a ritrovare la fiducia nel proprio lavoro? A stare uniti recuperando il piacere di farlo? Da qui anche la scelta di una forma "iper-realista": il pubblico pensa che sia un documentario, pensa che siano immagini rubate. Confesso che forse l’idea non mi sarebbe mai venuta in mente senza l’avvento dei reality, che sono ormai entrati nell’immaginario collettivo, con l’illusione che si possa mettere una telecamera, riprendere quello che succede e automaticamente far venir fuori una storia. Come se il filo rosso che collega gli avvenimenti e dà loro un senso non fosse un’operazione umana, ma si trovasse già in natura. Questo induce a pensare che quello che si vede sui media sia la realtà oggettiva e non una scelta politica di chi li gestisce. In un certo senso, ho sfruttato questa illusione, per quanto proprio di un’illusione si tratta: le storie non vengono fuori naturalmente perché c’è bisogno di un lavoro umano dietro, di un lavoro critico, insomma, di un "pensiero".
Allo scopo di creare il senso di questa illusione il punto della macchina da presa è quasi sempre fisso, così che lo spettatore ha la sensazione di essere seduto lì insieme agli attori. Il pubblico non è più abituato a quello che una volta si chiamava il pensiero della differenza: non vuole più che chi sta in televisione o fa spettacolo si metta al di sopra dello spettatore, vuole avere la sensazione che siamo tutti allo stesso livello. Questa esigenza può avere anche una valenza positiva; ma certamente porta con sé l’idea deteriore che sia possibile espungere il momento della riflessione, del pensiero, all’insegna di una visione pseudo-democratica secondo la quale basta aprire bocca e dargli fiato, che porta tutti, politici e persone comuni, a mendicare un po’ di visibilità invece di prendersi la responsabilità della propria vita e dell’ambiente.
Lo stesso titolo - Le ragioni dell’aragosta – rimanda alla necessità di tornare al ragionamento, all’elaborazione razionale di argomenti. Questo è lo spirito profondo del film. Non tanto dire che adesso sono i comici che devono fare politica perché i politici non fanno più il loro lavoro, quanto piuttosto richiamare tutti alla consapevolezza della propria responsabilità. Una cosa che mi intristisce molto quando incontro il pubblico è avvertire una sorta di attesa del miracolo, dell’arrivo di un leader che ci viene a salvare, o di un governo improvvisamente onesto che possa cambiare le cose. Sono pochi quelli che si chiedono: "Cosa posso fare io?", "In che modo posso contribuire io?"».

Ascanio Celestini
«Accade molto spesso a noi artisti di essere contattati da associazioni, cooperative, gruppi di cittadini che stanno portando avanti un progetto o che rivendicano dei diritti: i comitati NoTav, piuttosto che quelli contro l’allargamento della base militare di Vicenza, o ancora coordinamenti di lavoratori precari e via discorrendo. Queste persone ci chiamano e ci dicono: "Sappiamo che è strano chiamare voi, però sinceramente non sappiamo più a chi rivolgerci". Di solito hanno già tentato di presentare le proprie ragioni ai vari livelli istituzionali, ma nella maggior parte dei casi questi tentativi sono stati vani e per ottenere un po’ di attenzione non resta che rivolgersi a un artista. Per anni siamo stati convinti che votare i nostri rappresentanti fosse già sufficiente per poter cambiare in meglio le nostre vite, il nostro Paese, che quel tipo di partecipazione tutto sommato bastasse. E invece probabilmente non è così. Oggi votare una persona e delegarla per governare significa, da una parte, scrollarsi di dosso una responsabilità, dall’altra attribuirgli un privilegio.
In questi anni ho avuto modo di seguire da vicino alcune realtà di impegno civile e politico "dal basso", in particolare su questioni legate al lavoro precario. Questi cittadini non chiedono agli artisti e agli intellettuali di risolvere i loro problemi e di sostituirsi ai politici e ai sindacati. Chiedono loro due cose: per un verso, di aiutarli a far emergere il loro lavoro, di dar loro visibilità; per l’altro, di contribuire a "interpretare" il loro lavoro, di aiutarli a farne una storia, a elaborare ciò che fanno, a scavarvi dentro e provare a tirare fuori il senso delle loro azioni. A rifletterci, insomma».

Goffredo Bettini
«Stiamo vivendo, forse, il momento di massima crisi della democrazia italiana, del rapporto tra i cittadini e le istituzioni, tra i cittadini e i partiti, anche quelli della sinistra. Però io vorrei partire dal film, che ho trovato molto bello. Nel film si sente poi questa voglia di scuotere le coscienze, di riaprire un discorso, di muovere qualche cosa. Ma è come se tale sforzo si producesse nel vuoto, in una atmosfera dominata dall’"assenza". Questo viene fuori dalla crisi di alcuni personaggi, dai loro dubbi, dalla sensazione – condivisa oggi da moltissime persone – di fare una cosa che forse non ha più senso».

Luciano Canfora
«Il tema del film di Sabina Guzzanti è proprio la disillusione verso la politica e il desiderio di prospettare concretamente qualche alternativa. È un film serio, coraggioso, autoironico, con qualche tratto direi anche majakovskiano, come, per esempio, quella scena finale in cui tutti gli attori che avevano lavorato, provato, recitato per giorni e giorni scattano di corsa per entrare finalmente in scena.
Mi rallegro, quindi, per la serietà dello stile elevato e anche per la rinuncia a fare la predica al prossimo. Questo film non vuole fare la predica a nessuno, descrive una situazione concreta, prospetta una piccola via d’uscita in un caso particolare e segnala un fenomeno generale: una diffusa disillusione – direi quasi una disperazione – verso la politica».

Oggi in edicola
Walter Veltroni apre il nuovo numero di MicroMega oggi in uscita. Rispondendo a quattordici domande di Paolo Flores D’Arcais, direttore della rivista, Veltroni espone il suo programma come futuro leader del Partito democratico. Lo scollamento fra i politici di professione e la società è arrivato a un punto di guardia, ormai i comici e gli attori sono diventati i nuovi punti di riferimento sull’impegno civile. Di questo discutono in una tavola rotonda (prende spunto dal nuovo film Le ragioni dell’aragosta) Sabina Guzzanti – interprete e regista del film -, l’attore Ascanio Celestini, lo storico Luciano Canfora e Goffredo Bettini, presidente del Festival del cinema di Roma. Ne pubblichiamo uno stralcio.

Travaglio : l’ex chirichetto di destra convertito da Micromega – i ritratti al vetriolo di Perna

Lunedì, 23 Luglio 2007

"Contrariamente al suo cognome che evoca le lacerazioni del dubbio, Marco Travaglio è un giornalista di granitiche certezze. Ne ha diverse che si riducono a una sola: i mali del mondo si sanano con la carcerazione che, in sciagurata assenza dei lavori forzati, si spera sia definitiva, ma è benvenuta anche se preventiva, successiva, accessoria o speciale. Il corollario è che Silvio Berlusconi, essendo il peggiore dei mali, sarà alla fine acciuffato dai giudici e terminerà al fresco i suoi giorni. Travaglio – pensa Travaglio – ha consacrato gli ultimi 15 anni e consacrerà i venturi per aiutare le toghe a conseguire l’obiettivo facendo da diligente ruota di scorta alle Eccellenze con articoli, libri, sermoni televisivi. Ora, si è dato perfino al cinematografo. Il giornalista compare infatti in Shooting Silvio, un cordiale film, attualmente nelle sale, in cui il protagonista, tale Kurtz, con l’ossessione del Cav, prima scrive un libro contro il tiranno, poi decide di ucciderlo. Nonostante le evidenti affinità – sia nell’odio cieco, sia nel mezzo usato per esprimerlo: il libro -, Travaglio non è Kurtz, ma solo una comparsa. Ruolo da quattro palanche, riscattato però dall’onore di rappresentare il simbolo vivente dell’antiberlusconismo militante.
Marco è un aitante giovanotto di 42 anni con un viso spiritualmente affilato e l’aspetto generale del cherubino. Quest’anno è apparso in Rai come compare del collega Michele Santoro nella trasmissione Anno Zero. Con tono gelido e sorriso di sufficienza, apriva la puntata declamando pensierini in forma di lettera, col piglio di un appello a reti unificate del presidente Putin, cui vagamente somiglia. In sala silenzio di tomba, sul video un trepidante Santoro ossigenato in attesa di chissà quali rivelazioni. Marco apriva le labbra ben disegnate e dava sfogo alle proprie idiosincrasie sull’Italia con l’aria dell’alieno capitato nel Paese sbagliato. Ha raggiunto il culmine con una lettera a Indro Montanelli nell’Aldilà. «Caro direttore… ora che sei in Paradiso, immagino che tu…» e così via, chiamando il defunto a testimone delle brutture di quaggiù: Berlusconi, Andreotti, Giuliano Ferrara, Papa Ratzinger, i preti pedofili, l’opposizione ai matrimoni gay. Montanelli ha taciuto come l’Apollo delfico e la Pizia-Travaglio gli ha messo in bocca quello che pareva a lui.

(continua…)