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Intellettuali di destra, è il momento di riscendere in campo

Martedì, 3 Luglio 2012

Quell’estate del 1992 l’Italia era in ginocchio. Crollava pezzo su pezzo la prima Repubblica, finivano in galera i cassieri dei grandi partiti, si sgretolavano la Dc e i suoi alleati, sopravviveva il Pci sotto altro nome, montava l’antipolitica, s’invocavano i tecnici all’orizzonte, veniva svenduto il patrimonio pubblico del Paese, l’industria veniva coinvolta nell’onda nera della crisi e della corruzione che porterà poi ai sinistri suicidi di Gabriele Cagliari e di Raul Gardini, la mafia uccideva Falcone e poi Borsellino.Cresceva a nord la Lega mentre l’Msi vivacchiava ai suoi minimi storici e i referendum di Segni e la Rete di Orlando scuotevano la vecchia Dc già picconata da Cossiga, uscito da poco dal Quirinale. C’era poco da sperare che nascesse qualcosa sul versante opposto alla sinistra. E nessuno avrebbe allora immaginato che due anni dopo Berlusconi avrebbe vinto sulle ali della Lega nord e della Destra nazionale.Ma nel frattempo, la cultura non allineata a sinistra cosa faceva? No, non dormiva né si defilava, e il suo ruolo in quell’interregno non era poi del tutto irrilevante, anzi. Io vorrei ricordare che a quella strana alleanza si arrivò anche per opera di non pochi vituperati professori e non solo loro. Vi dice nulla Gianfranco Miglio nella Lega? E Domenico Fisichella nella nascita di Alleanza Nazionale? E Giuliano Urbani ma poi anche don Baget Bozzo, Marcello Pera, Lucio Colletti, Antonio Martino, Vittorio Mathieu, Saverio Vertone, Piero Melograni, Giorgio Rebuffa in Forza Italia, nella destra Paolo Armaroli, con la Lega Marcello Staglieno? Non tutti furono ornamentali, soprammobili decorativi, anzi. E vorrei ricordare che nell’estate del ’92 prendeva corpo una voce che avrebbe avuto un ruolo di battistrada nella nascita del centro-destra. Dico l’Italia settimanale che poi debuttò nell’autunno di vent’anni fa. La fondai in quell’estate del ’92, dopo aver coagulato un piccolo mondo di lettori e di firme con Pagine Libere.L’Italia settimanale ebbe un triplice ruolo. Risvegliò la destra prepolitica dal sonno nostalgico e dal destino di scomparsa a cui si sentiva votata, attraverso un linguaggio spigliato e un’impronta giovanile e interventista. Fu trasgressiva sia nei recuperi proibiti che nelle contaminazioni, negli incroci. In secondo luogo, cercò di mettere insieme mondi e personaggi diversi, da Giorgio Albertazzi a Vittorio Sgarbi, da Gustavo Selva allo stesso Fisichella, da ex democristiani a neoleghisti (scriveva pure la giovane Irene Pivetti), da firme storiche della destra, come Accame, Cardini, Gianfranceschi, Cattabiani, Quarantotto, De Turris, Besana, Garibaldi, Mazza, Del Ninno, Malgieri, Nistri, Solinas, Cabona, Buttafuoco a battitori liberi come Massimo Fini, Oliviero Beha e Vittorio Messori, poi Guerri, Squitieri, più vari giovani redattori.In terzo luogo l’Italia settimanale si prefisse anche tramite la Fondazione Italia di far nascere in una prospettiva bipolare quell’ibrida alleanza tra il versante non travolto da tangentopoli della Dc e del craxismo, il vecchio Msi e quei pezzi di società civile che si affacciavano alla politica. Invocando la discesa in campo di qualche imprenditore libero, invogliando personaggi come Berlusconi, e chiedendo al picconatore Cossiga di farsi capofila di una riforma presidenziale che coronasse la riforma di Segni (vista con scetticismo) e coalizzasse quel fronte politico. L’impresa dette i suoi frutti anche perché ci fu un segmento di cultura recettivo, ibridato a un segmento di giornalismo. In quella fase fu decisiva la direzione de l’Indipendente di Vittorio Feltri, che raccolse magari con minore peso culturale ma con maggiore efficacia giornalistica e diffusionale, quel discorso, aprendo alla Lega, alla destra missina e ai segmenti cattolici e liberali. Il Foglio sorse alcuni anni dopo e Giuliano Ferrara si accingeva alla sua traversata dal craxismo al centro-destra. Quanto contò quella discesa in campo della cultura e del giornalismo nella nascita e nello sviluppo del centro-destra? Credo non poco: dette un’impronta di credibilità, le ragioni di una coalizione, lo smalto di un consenso giovanile (molti lettori di quei giornali furono poi i ranghi e i dirigenti locali di An, e in parte di Forza Italia e della Lega).All’epoca iniziative editoriali come l’Italia settimanale ebbero anche una vasta risonanza in tv e sui giornali, a partire da Il Corriere della sera di Paolo Mieli; persino La Repubblica di Eugenio Scalfari fu attenta a seguire la nascita della destra agli albori dalla seconda Repubblica. Poi qualcosa rimase, qualcosa fu soppresso con l’ingerenza politica (l’Italia settimanale), qualcosa si disperse via via fino a divenire sempre più marginale.Il primo brutto segnale fu quando le riforme istituzionali non furono affidate a Miglio, che aveva teorizzato e proposto la Repubblica presidenziale o a Fisichella, Armaroli, Urbani ma al leghista Speroni. La cultura andò via via sparendo e defilandosi. Alla fine il bilancio fu deludente. Di quel patrimonio non era rimasto più nulla nei tempi ultimi del centro-destra, della Lega «introtata», del Fini deviato e del Pdl spaesato.Certo la politica non si nutre di cultura e letture; ma è una coincidenza che deve far riflettere se la vigorosa presenza di una cultura coincide con fasi di crescita politica e la sua scomparsa coincide con fasi di declino politico. Che sia il tempo di abbracciare la prepolitica, per uscire dalla deriva antipolitica e rifondare le basi della politica? Lo dico non certo pensando a gramscismi di destra, impraticabili e non auspicabili. E lo dico scendendo da un consolidato e assai motivato scetticismo, convinto che in momenti brutti e privi di riferimenti come questo, la cultura civile debba esercitare un ruolo, assumersi una responsabilità e perfino una provvisoria supplenza d’iniziativa, salvo ritirarsi quando è maturo il tempo della politica.La cultura che si riversa nella politica muore e l’intellettuale-militante è una figura malriuscita e di solito estranea a questo versante, ma la cultura che si nega sempre a ogni possibile e temporaneo compito civile, pur restando libera e radicata nel suo humus, patisce d’accidia e si vota per idealismo al cinismo. E smentisce una sua nobile indole e radice: l’interventismo.
Anche allora, vent’anni va, vagavamo nel buio di una crisi feroce, senza sbocchi, senza leader, senza partiti… m. veneziani ilgiornale

 

Miglio, anti-italiano senza eredi

Mercoledì, 28 Settembre 2011

Roberto Saviano ha attaccato da TeleFazio il professor Gianfranco Miglio, che, essendo morto da dieci anni, non può più difendersi. Saviano ha riesumato un’intervista di Miglio del 1999, impiccandolo a un’affermazione lapidaria a proposito della costituzionalizzazione delle mafie. Si trattava di una delle provocazioni intellettuali alle quali il giacobino nordista, che ha tenuto a battesimo la Seconda Repubblica, ci aveva abituato. Come l’esaltazione del linciaggio come forma di giustizia politica «nel senso più alto della parola», ai tempi in cui Gabriele Cagliari, il socialista Moroni e altri si suicidavano travolti dall’onda di Tangentopoli e Miglio esortava a non provare pietà.Il paradosso della mafia-Stato andrebbe meglio contestualizzato, anzitutto per aiutare a comprendere il personaggio. Che cosa disse, in quella famosa intervista? Il Professore prese le mosse da una rivendicazione orgogliosa della “diversità” padana.«Noi abbiamo nelle vene sangue barbaro, siamo legati al negotium, al lavoro. I meridionali invece vivono per l’otium, il dolce far nulla, i sollazzi, un totale disprezzo per la fatica. Questa è la storia dei due popoli. Una differenza antropologica, inutile star lì». Miglio riconobbe che il Sud fosse stato danneggiato dal processo di unificazione nazionale. Poi l’affondo: «Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate».Si può, anzi si deve dissentire da una provocazione così luciferina. Ma essa prese le mosse dallo studioso e dallo storico delle dottrine politiche, più che dall’uomo politico. Miglio, poi, quando pronunciò quella dichiarazione, aveva già rotto da un pezzo con Bossi, quindi l’affermazione non può essere usata oggi come arma contundente contro la Lega. Ma, al di là della sostanza, ci preme cogliere la radice della provocazione. Le mafie non si sconfiggono con i balli in piazza. Le mafie, oltre che essere imprenditrici, sono istituzioni politiche parallele: offrono protezione a tutti gli italiani che non vogliono diventare cittadini e inchinarsi alla legalità repubblicana, ma si accontentano di restare sudditi. È questa “statualità” delle camorre che va spezzata, altrimenti dobbiamo dare ragione a Miglio. Il quale già molto prima, nel 1992, all’epoca delle stragi, aveva seminato scandalo dichiarando che in fondo Cosa Nostra era un affare dei siciliani. Del resto, l’isola raffigurata da Forattini come la testa di un coccodrillo rappresentava, per il Prufesùr, un modello ideale di repubblica indipendente centro-mediterranea, per sua natura estranea alla Penisola che egli immaginava “elvetizzata”, cioè divisa in Cantoni.
Il problema riguardante Miglio, però, è un altro. Come mai, a parte la “sparata” di Saviano, attorno a questo figlio di Radetzky è calato un assordante silenzio? Per quale ragione nessuna cultura politica, nemmeno quella leghista di cui pure fu profeta, vuole associare al proprio Pantheon questo visionario antiitaliano rimasto senza eredi?Oggi, un giovane di vent’anni forse non sa neppure chi era Gianfranco Miglio. E a penetrarne i segreti non ci hanno certo aiutato i “chierici” della cultura, vecchi e nuovi, che non l’hanno mai amato e non aiuteranno certo a riscoprirne la personalità eclettica e pirotecnica. Intestarsi Miglio non conviene a nessuno, tanto il personaggio – il cui pensiero e la cui profondità restano in gran parte inesplorati – è complesso e non riconducibile a una univoca matrice culturale e politica. Nell’era post-ideologica, il Professor Sottile va stretto a tutti, nel senso che la sua produzione dottrinale è per definizione ridondante in un Paese asfittico e allergico alle contaminazioni come il nostro.Nemico giurato delle etichette, Miglio non potrebbe stare oggi in nessuna “casa” politica: non certo nella famiglia socialista, o democratica che sia, perché l’uomo ha combattuto tutta la vita le posizioni di sinistra, tenendosi stretta la definizione di “reazionario” che gli veniva rovesciata addosso a ogni piè sospinto. Diffidente di Berlusconi, tanto da aver inutilmente tentato di dissuaderlo dallo scendere in campo, Miglio non starebbe comodo nel centrodestra convenzionale, né si farebbe “parcheggiare” nella variamente composta galassia di partitini e sigle di centro, Fini compreso, anche se fin dal 1994 vaticinò per l’attuale leader di Futuro e libertà un avvenire al Quirinale. Infine, la “sua” Lega, che oggi non lo ricorda, non lo pensa, non lo ama, così come nessun altro nutre affetto per questo padre putativo della Seconda Repubblica. E, del resto, come si può conciliare il patrimonio ideale di Miglio – in un anticipo di un secolo sulla storia – con gli intrighi, i maneggi e il piccolo cabotaggio dell’era delle escort?Purtroppo, duole ammetterlo, è l’anoressia mentale del presente ad aver sfrattato Miglio dal nostro panorama culturale. Il politologo del Gruppo di Milano, già negli anni Settanta-Ottanta, aveva previsto il tramonto dello Stato moderno, l’estensione dell’area del contratto-scambio, cioè del mercato, a spese della sfera dell’obbligazione politica. Miglio prevedeva addirittura il lento tramonto della democrazia elettivo-parlamentare, a vantaggio della promozione di nuove (ma, in realtà, antiche) forme di “delega”, legate alla organizzazione della rappresentanza per ceti, per strati sociali, con il progressivo abbandono della formula “una testa, un voto”. Miglio era un federalista e neocorporativista che giudicava con favore il rafforzamento dei poteri dell’esecutivo nell’ambito di una radicale ridefinizione degli istituti della cittadinanza contemporanea. Perciò, fanno molto male tutti coloro che ne hanno dimenticato la grande lezione, per difetto di cultura. Ci sia consentito di ricordare Miglio, ma a modo nostro. Il principe dei politologi italiani, il secondo Machiavelli, non fu soltanto un uomo di dottrina, ma anche un insigne enogastronomo, di gusti sofisticati nella scelta della varietà del suo abbigliamento, tanto che si può forse parlare di un Miglio’s style, che vale la pena di raccontare.Cominciamo dagli abiti. Si narra che, il sontuoso guardaroba del Professore, nella casa comasca di Salita dei Cappuccini (biblioteca di trentamila volumi, in stile “gotico”, con tanto di pulpito e confessionale adibito ad appendiabiti), fosse fornito di non meno d’un centinaio di camicie d’ogni foggia. Le preferite erano quelle a righine, che Miglio portava con il papillon alle sessioni d’esame in Università Cattolica.Durante il quotidiano rito della vestizione, assistito dalla moglie Myriam, il Professore indossava giacche impeccabili che lo hanno consacrato nell’Olimpo dei gentiluomini mitteleuropei. Ricca la varietà di cappotti invernali, con pelliccia o senza, in pellame, e dei beretti, molto curiosi, con pon pon, alla scozzese, e così via.
Noi studenti, nelle giornate corte e nebbiose, a Milano lo vedevamo salire e scendere dal convoglio delle Ferrovie Nord, a Piazza Cadorna, oppure lo incrociavamo lungo il suo abituale tragitto da e verso la Cattolica, che sembrava Amundsen, l’esploratore dei ghiacci. Sul cranio calvo calava una coltre di pelo tipo colbacco. Leggenda vuole che il Professore calzasse, nei rigidi climi invernali, mutandoni di lana, un genere di capo praticamente estinto. E, con i pochi fidati che aveva intorno, se ne lamentava: «Ormai non si trovano più. Li ha in dotazione soltanto l’esercito».Il treno era un must, nella vita di Miglio. Saliva alla stazione di Como Borghi e viaggiava, sempre e rigorosamente in prima classe, nelle vecchie carrozze della Nord, residuati svizzeri dell’anteguerra, con i sedili foderati di velluto rosso. Imprecava anche lui, come noi comuni mortali, per i ritardi e per il maltempo.
Anche a Roma, nell’ultimo decennio della sua vita, quando fu senatore della Lega e poi del Polo, si recava sempre in treno letto. L’aula di Palazzo Madama lo imbaldanziva: «Sembra un club inglese», diceva con una punta di civetteria, lui allergico da sempre al clima romano. Appena passata la linea gotica avvertiva il disagio. E si sentiva a casa soltanto quando, dal finestrino del suo scompartimento, poteva finalmente intravedere la cupola del Duomo di Como.Le sue radici, cattoliche con una punta di luteranesimo, erano infatti ben piantate nell’alto Lario, a Domaso, dove da sempre la famiglia coltiva la vigna e produce il mitico Domasino, un vinello a bassa gradazione. La nonna materna era teutonica e lo fu anche la sua trisavola paterna, che contava le galline in tedesco: ein, zwei, drei. La sua patria era a Settentrione, il suo zenit puntato costantemente a Nord.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, Miglio si dedicò a una delle sue più ciclopiche imprese, la realizzazione della Treccani padana, l’enciclopedia Larius in sei volumi, opera interamente dedicata al territorio e alla cultura del lago di Como, indivisibile patrimonio di memoria e di identità. La sua forza di volontà fu granitica e il parto prodigioso. Uno dei supplementi riguardava le varietà di pesci lacustri e il loro modo di cucinarli. Le ricette erano riprese da un testo cinquecentesco di un grande ittiologo italiano, Ippolito Salviano. Un autentico distillato di scienza allo stato puro, che culminava con la regina delle preparazioni culinarie: la carpionatura.Prima di morire, il 10 agosto 2001, a 83 anni, il Professore volle lasciare un’ultima lezione di stile, recandosi personalmente nel Vercellese, accompagnato dal figlio Leo, a scegliere il marmo per la sua tomba. Alla morte di Carl Schmitt, da lui definito «il grande vegliardo della politologia europea», Miglio, il 17 aprile 1985, aveva scritto, sul Sole 24 Ore, un articolo che fu poi intitolato “Sulla bara di Carl Schmitt”. Celebrandone la scienza, aveva sentenziato: «Come tutti i predecessori, egli ha visto legata la sua grandezza alla contemporaneità con una fase drammatica dell’evoluzione delle istituzioni e del sistema politico». Lo stesso si potrebbe dire per Gianfranco Miglio. f. festorazzi riformista

Gianfranco Miglio, schmittiano più che leghista

Mercoledì, 10 Agosto 2011

È scomparso ormai da dieci anni (il 10 agosto 2001), ma intorno alla vicenda intellettuale e politica del Professore comasco resta ancora molto da dire che non sia soltanto l’umana memoria. Non è un caso infatti che tra pochi giorni escano per i tipi de “Il Mulino” due volumi della sua esperienza accademica. Introdotti dagli allievi Lorenzo Ornaghi e Pierangelo Schiera (e curati da Davide Gianluca Bianchi e Alessandro Vitale) riportano fedelmente i suoi corsi universitari di “Storia delle Dottrine Politiche” e di “Scienza della Politica” tenuti con rigore e passione per oltre trent’anni all’università Cattolica di Milano, dove Gianfranco Miglio restò sempre il preside della facoltà di Scienze Politiche.Certo l’immagine pubblica è rimasta condizionata dal diretto impegno politico degli anni Novanta, vicino alla Lega e a Bossi, con il quale vi furono alternativamente consenso di idee e litigate furibonde, in particolare nel 1994, quando il Profesùr eletto in Senato fu all’improvviso “tagliato” dalla diffidenza dell’Umberto dalla nomina a ministro per le Riforme, incarico al quale appariva logicamente destinato per indiscussa autorevolezza scientifica e per indubbia capacità progettuale. I cronisti del Palazzo rimpiangono ancora gli incontri sul marciapiede, quando, con il capo protetto da un berretto di lana tirolese con al centro un pon-pon rosso, il Professore si divertiva, luciferino, a forzare il quadro politico con affermazioni al limite dello scandalo, tali da sconvolgere il linguaggio dominante del “politically correct”. Eppure sotto l’ostentato cinismo dei ragionamenti sul potere traspariva comunque un amore sincero per il suo Paese al quale aveva dedicato un’intera esistenza di studioso e di ricercatore.Perché, pur spesso solitario nella comunità scientifica dei costituzionalisti troppo spesso ammalata dalle ideologie, Gianfranco Miglio aveva condotto per mezzo secolo una inesausta indagine sui misteri e i poteri della politica. Con la spoglia consapevolezza del “realismo” (ovvero scegliendo di studiare i meccanismi dell’arte di governo per come si manifestavano nella concretezza e non per come si sognava che fossero) e quindi con l’importazione dei lavori del tedesco Carl Schmitt e soprattutto con l’incrocio del diritto istituzionale con la corposa esperienza che veniva dalla Storia. Di qui la sensibilità al tema della “forza” (che ricavava fin dai racconti antichi del greco Tucidide) e insieme la comprensione che “l’arcano della politica” non poteva essere compiutamente sottomesso e racchiuso nel diritto e nella regolamentazione giuridica.E tuttavia lo “scienziato della politica” era ben lontano dal rinchiudersi nella torre d’avorio intellettuale: semmai organizzava istituti di ricerca e di approfondimento (a cominciare da quelli sulla scienza dell’amministrazione) ove convogliare le giovani intelligenze più promettenti ed educare intere generazioni di studiosi e professionisti da “prestare” poi alla quotidianità della vita collettiva delle istituzioni e degli apparati pubblici.Di suo riteneva di essere uno sperimentato artigiano, se non un ingegnere costituzionale: in grado quindi di offrire la “prestazione professionale” di meccanismi giuridici e di governo adatti al mutare dei tempi e alle esigenze di una classe dirigente che avesse il buon senso e l’umiltà di sollecitarli. Così, con il “gruppo di Milano” negli anni Ottanta aveva lavorato sul rafforzamento dell’esecutivo e dei suoi poteri decisori (e un Craxi riformatore ne era rimasto ampiamente sensibilizzato). E così pure, nella prosaica comprensione del ruolo insopprimibile del territorio, la strategia federalista sfociata poi nell’idea delle “macro-regioni” (Padania, Centronia e Mediterranea) e costruita più con l’ordinato rigore asburgico che attraverso il tradizionale empirismo anglosassone.D’altra parte sempre il realismo portava a leggere l’Italia come un mix disordinato e irriducibile tra la cultura regolata di stampo mitteleuropeo e la creatività levantina e familista di origine mediterranea: per cui il vestito istituzionale da confezionare anche per il futuro doveva liberarsi dai pesanti centralismi burocratici e avere l’interesse sensato di inglobare comunque le infinite “società parallele” prodotte nella storia peculiare del Paese. Perché, contro le astrattezze e i moralismi giacobini, non esisteva “morale” nei meccanismi di organizzazione dello stato, per sua natura del tutto indifferente agli elementi valoriali. E semmai l’etica (pur necessaria) poteva scaturire soltanto dai comportamenti personali e collettivi e dalle rispettive responsabilità.Da “consigliere del principe” Miglio fu in realtà sempre uno sconfitto: ma in fondo poco gli interessava, se poteva scalfire o compromettere il metodo scientifico del ricercatore che accendeva un faro su una materia così imprendibile e affascinante come gli “arcana imperii”. E il gioco del potere lo avrebbe costretto a un sia pur minimo esercizio di ipocrisia, così estranea al suo carattere, frizzante e asprigno come il vinello bianco che produceva (da “coltivatore diretto”) nel suo “buen retiro” di Domaso, in cima al Lario e a un passo da quella Svizzera che, quanto a meccanismi istituzionali, era così precisa e puntuale come un orologio.Dieci anni dopo, rinchiuderlo nel Pantheon padano o definirlo “l’ideologo della Lega” (lui che aborriva le ideologie) sarebbe fargli solo torto. Perché resta attuale non solo il ruolo di educatore ma una produzione accademica e intellettuale proprio sulla “scienza del potere” che sfida il tempo. L’intuizione sulle relazioni umane, entrambe originarie e strutturalmente irresolubili l’una nell’altra, ovvero “l’obbligazione politica” e il “contratto-scambio” (che meriterebbero ben più di un accenno) manifesta tutt’ora una accresciuta validità, nella temperie incerta del XXI secolo. Dove la lezione di Miglio parla ancora, pur se era un “grande conservatore”, ma di quelli che sanno e provano con il loro metodo che il modo più efficace di conservare è quello di saper testardamente innovare…  g.baiocchi linkiesta