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Scalfari, de profundis (by Pannunzio)

Sabato, 3 Novembre 2012

‘’La sola storia possibile è quella che si ricostruisce da dentro, attraverso la memoria di sé”. La sera andavamo in via Veneto: tra Mario Pannunzio, Franco Libonati, Sandro De Feo, Ercole Patti, Moravia e Paolo Pavolini, il convitato di pietra era Marcel Proust. Poi c’era lui, Eugenio Scalfari, che di questo libro datato 1986 è proprio Swann, io narrante di un’età dell’oro che comincia alla fine degli anni Quaranta. Qualcuno ha notato che curiosamente il memoir scalfariano – il lavoro più famoso, assieme a Razza padrona – manca nella poderosa opera omnia, uscita a settembre per i prestigiosi Meridiani Mondadori. Frugando tra le pagine leggere leggere – a sfogliarle c’è sempre il timore di romperle – ci s’imbatte in una nota dell’editore che spiega come, nel Meridiano, si è proceduto per sottrazione: risultano, nel testo definitivo, “dolorose esclusioni”. Tra cui La sera andavamo in via Veneto, di cui però il lettore troverà “ampli stralci nel Racconto autobiografico” che precede la selezione dei testi. Ampi, ma non esaustivi.

Per esempio al rapporto con Mario Pannunzio, intellettuale liberale e fondatore del Mondo, Scalfari dedica nel Meridiano poche righe, peraltro in condominio: “Pannunzio e Arrigo Benedetti furono i miei maestri. A entrambi debbo moltissimo. Con entrambi e in modi diversi ebbi una rottura forte, come avviene tra padri e figli. A tanti anni di distanza ne porto ancora nel cuore l’insegnamento e la memoria”.

Di quella rottura si trova invece traccia in un epistolario tra Pannunzio e Leo Valiani che in questi giorni l’editore Aragno dà alle stampe: 17 anni di lettere che s’intitolano “Democrazia laica”. Dentro: la politica, motore per nulla immobile di tutto, gli amici (e i nemici) che attorno al giornale gravitavano, discutevano, (si) dibattevano, fondavano il Partito radicale, organizzavano furiose sessioni di lavoro (i famosi Convegni dell’Eliseo). In due missive, entrambe dei primi anni Sessanta, Pannunzio racconta la sua frattura con Scalfari a Valiani (azionista, padre costituente, collaboratore del Mondo e de L’Espresso). I giudizi sono definitivi, le conclusioni sofferte: “Instabile, femmineo, esuberante. Non ha veri legami o affinità ideali e morali con nessuno. Tutto è strumentale, utilitario; tutto deve servire alla sua splendida carriera. Ma ha sempre avuto la sensazione di perdere tempo stando con noi”.

E poi: “Un pasticcione e libertino, politico, economico, che nel campo della sinistra democratica ha portato i sistemi scarfoglieschi e angiolilliani”. Pannunzio ce l’aveva, e parecchio, con Renato Angiolillo. Il suo Taccuino in risposta alla provocazione del Tempo contro la “malapianta azionista” e i visi pallidi acidi, moralisti, calvinisti, è ancora oggi celebre. È l’invettiva contro i “visi rosei”, qualunquisti, indifferenti, pronti a commuoversi se la nazionale di calcio perde, pieni di una comprensione che si scioglie di fronte “a un piatto di spaghetti alle vongole”. Voilà, il battesimo degli “italiani alle vongole”: espressione carissima al fondatore di Repubblica, che in ‘La sera andavamo in via Veneto’ dedica invece molte pagine al discepolato contrastato e all’ultimo strappo con il padre-maestro. Gli anni Sessanta albeggiano e gli screzi tra il Mondo e il partito radicale, che tante firme del giornale avevano contribuito a far nascere, cominciano a diventare scontri: sulla politica estera e su quella interna, soprattutto in merito ai rapporti con quel Psi che Scalfari avrebbe poi sposato, diventando deputato nel 1968.

Poi scoppia il caso Piccardi (Leopoldo, soprannominato dagli amici del Mondo “Papiniano” per le sembianze solenni). Renzo De Felice scrive che Piccardi aveva preso parte a un convegno sulla razza, organizzato nel ‘38 in Germania: boom. Nell’autunno del ’61, la rivelazione diventa casus belli e scatena una tempesta all’interno del Partito radicale (di cui Scalfari è vicesegretario): i rapporti tra Eugenio e Mario vanno in frantumi. “La rottura del ’62 non coinvolse soltanto il nostro piccolo partito (…). Mise fine all’amicizia tra Pannunzio e me, o meglio al rapporto padre-figlio che tra noi era cominciato in un pomeriggio del settembre ’49, ed era cresciuto rapidamente fino a diventare – almeno per me – uno degli elementi essenziali della mia vita intellettuale e politica. Nel cupio dissolvi che lo prese (…) ritenne fermamente che, una volta distrutta quella che in gran parte era stata l’opera sua, nessuno avrebbe potuto proseguirla (…). Dopo la rottura – così credo che pensasse – non ci sarebbe potuto esser altro che una recherche del passato, la memoria volontaria e involontaria celebrate da Proust, via della Colonna Antonina e il caffè Rosati come il cortile di palazzo Guermantes in Faubourg Saint- Honoré”.E fu la fine del Mondo, nella versione di Scalfari: “Mario troncò consapevolmente tutte queste cose e tutti questi rapporti il giorno in cui s’accorse che ciascuno di essi si stava affrancando dal complesso del padre nei suoi confronti. Forse capì che i figli non sarebbero stati in grado di liberarsi di lui”.

La metafora del padre mutuata dalla psicanalisi – una teoria che per un secolo ha fatto incalcolabili danni spacciandosi per scienza – è una via d’uscita come tante, forse la più semplice. “La memoria di sé, assunta come fatto centrale dell’esistenza e della sensibilità, crea un problema d’importanza enorme che Proust solleva quasi senza accorgersene (…). L’immagine che io ho di me stesso, l’immagine che ho degli altri che mi circondano, l’immagine che suppongo che gli altri abbiano di me, l’immagine di sé che gli altri pensano che io abbia di loro. Basta che vi sia, in uno qualunque di questi specchi, un piccolo mutamento dovuto a un fatto, una parola, un ricordo, che subito quel mutamento si dipana su tutta la galleria degli specchi” Così è lo stesso Scalfari, scomodando la Recherche (sempre in ‘’La sera andavamo in via Veneto”), a illuminare la prospettiva della “madeleine bifronte”: si può essere discepoli di Pannunzio e insieme “reprobi” votati solo alla propria, “splendida”, carriera. E in qualche modo risponde anche a Roberto D’Agostino che qualche settimana fa – riportando sul suo sito un editoriale domenicale (“Io sono liberale di sinistra per formazione culturale. Ho votato per molti anni per il partito di Ugo La Malfa. Poi ho votato il Pci di Berlinguer, il Pds, i Ds e il Pd”) – si domandava come mai Scalfari avesse dimenticato il Psi che l’aveva mandato, seppur da indipendente, in Parlamento. Colpa di Proust. Silvia Truzzi per Il Fatto

Se il mondo riscopre Dio, patria e famiglia (by Veneziani)

Giovedì, 5 Maggio 2011

La beatificazione del Papa e la fol­la dei devoti a Roma, l’intervento in Libia e il compleanno d’Italia, il matrimonio nella famiglia rea­le inglese in mondovisione, il ri­nato patriottismo Usa dopo la morte di Bin Laden. Quattro even­ti planetari in una sola settimana hanno riacceso in forme diverse le luci su un’antichissima trinità: Dio, patria e famiglia. Era da tem­po che non si rivedevano insie­me.Che fine hanno fatto Dio, patria e famiglia? Sono stati per secoli l’orizzonte di vita e di senso dei popoli, poi si sono ritirati nel ruolo di bandiera ideale per movimenti conservatori e tradizionali. Ora sanno di arcaico e finito, servono più per etichettare posizioni antiquate altrui che per rivendicare le proprie. Con che cosa furono sostituite? Potremmo rispondere con nulla, o con il nulla eretto a orizzonte. O, storicamente, che furono sostituite con libertà, eguaglianza e fratellanza. O più semplicemente che furono barattate con l’individuo, i suoi diritti e la libertà sovrana di sentirsi cittadino del mondo, senza legami a priori. Sembra impossibile pensare a Dio, patria e famiglia. Chi li vive non li pensa e chi li pensa li ritiene già morti. Eppure Dio, patria e famiglia occupano ancora il pensiero supremo di metà umanità e la loro orfanità è avvertita come un vuoto dall’altra metà. Dio, patria e famiglia popolano i pensieri reconditi, i ricordi e i rimorsi più forti, animano l’arte,il sogno e la letteratura,resistono come nostalgia e sentimenti. Perché occupano rispettivamente la sfera del pensiero e della fede, della vita pubblica e civile, della vita intima e sentimentale. Si chiamano in modi diversi; per esempio senso religioso, senso comunitario e senso delle radici. L’uomo ha tre dimensioni originarie, che sono la sua umanità, la sua natura e la sua cultura: la dimensione verticale che ci spin-ge a tendere verso l’alto, la dimensione orizzontale che porta a situarci in una comunità e la dimensione interiore che induce a ritrovarsi nelle origini. In questo triplice viaggio verso il cielo, la terra e le radici, ci imbattiamo in figure e presagi che richiamano Dio, patria e famiglia. E se fosse necessario ripensarli e riviverli nel nostro presente e nel futuro prossimo? Se nascessero dalla loro scomparsa la presente disperazione, il cinismo e gli abusi, le paure e le chiusure? Se avessimo bisogno di quell’orizzonte per essere uomini e per legarci davvero tra noi? Davanti alla tabula rasa bisogna tornare all’abc.Come si possono pensare oggi Dio, patria e famiglia con la sensibilità del presente, senza tornare al passato? In primo luogo attraverso la libera scelta, nessun automatismo imposto da natura o storia, autorità o legge. Ma una libera e radicale scommessa tra caso e destino, tra libertà di assegnare significato o no all’origine, ai nostri legami, al nostro senso del sacro e del divino. Abbiamo bisogno di dare un senso alla vita, riconoscendovi un disegno intelligente; poi di avvertire un luogo come la nostra casa, la nostra matrice; quindi di nutrire legami speciali di comunità e tradizione.In secondo luogo dobbiamo risalire dalla buccia al midollo, all’essenza di quel senso religioso, comunitario e delle origini. Con amore totale per la verità, costi quel che costi, non cercando coperture retoriche e rassicuranti bugie. È onesto pensare che le forme storiche, lessicali e rituali in cui si manifestano Dio, patria e famiglia possano morire e mutare. Ma il tramonto di alcune fedi secolari, di convinzioni e strutture, non significa la fine di quegli orizzonti e del nostro bisogno. È importante distinguere tra le forme che passano e i contenuti che restano; capire cosa salvare, cosa rigenerare e cosa lasciar morire. In terzo luogo, oggi Dio, patria e famiglia vanno pensate non solo in loro presenza ma anche in loro assenza, attraverso la loro mancanza, e gli effetti che questa produce. Non possiamo negare che si tratta di princìpi sofferenti, sempre più cagionevoli e incerti. Non possiamo chiamarci fuori, fingere una purezza che non abbiamo; dobbiamo saper riconoscere che nella loro penuria ci siamo dentro anche noi, fino al collo; scontiamo anche noi cadute e incoerenze. Non ci sono incontaminati guardiani dell’ortodossia e dell’osservanza; anche noi esitiamo e spesso voltiamo le spalle. Dunque, nessuna pretesa di superiorità e di purezza rispetto agli altri; sia questa ragione di realismo e umiltà popolare.In quarto luogo va tenuto a mente che nessuno può imporre il monopolio, il primato, l’esclusiva, del suo Dio, della sua patria e della sua famiglia. Amare Dio, patria e famiglia non vuol dire negare quelli degli altri; ma rispettarli tutti, a partire dai propri. Se neghi il Dio, la patria e la famiglia degli altri, neghi i tuoi. Se neghi ogni dio, ogni patria e ogni famiglia, neghi l’umanità, la dignità e l’identità tua, altrui e del mondo da cui provieni. Chi rinfaccia gli orrori compiuti in nome di Dio patria e famiglia, confonde la malvagità umana con i pretesti in cui è stata rivestita nei secoli. Anche la libertà, l’uguaglianza, la fraternità e i diritti umani sono stati usati per imporre il terrore giacobino, le dittature comuniste, il fanatismo ateo; contro Dio, patria e famiglia.Infine, i corollari: via la cupa ortodossia, meglio l’ironica leggerezza. Via la scolastica ripetitiva, meglio l’educazione popolare a quei principi. Via il superbo individualismo o la sua variante settaria, meglio iscriversi nell’alveo popolare di un comune sentire e di una tradizione provata dall’esperienza.Non so se questo basterà per rigenerare nel tempo presente e in quello che viene l’amor patrio,familiare e divino. Ma non vedo altro all’orizzonte che meriti di suscitare passioni ideali e nulla che ricordi davvero la storia e la vita autentica, la cultura e la natura dell’uomo. Se fosse questo il compito ideale e civile, politico e morale di oggi? Pensateci, perlomeno. Per non morire nemocristiani, cioè figli di nessun cristo. m. veneziani ilgiornale.it

Benigni s.p.a. – come si diventa ricchi con l’anti-berlusconismo

Venerdì, 22 Ottobre 2010

benigniNon è la prima volta. Lo scorso anno per la sua partecipazione al Festival di Sanremo è scoppiato un pasticcio. Roberto Benigni chiedeva 350 mila euro e la Rai si era accordata con l’attore toscano per uno scambio che stabiliva la cessione dei diritti home video di parte delle sue apparizioni nella tv di Stato. A incamerare i diritti sarebbe stata Melampo Cinematografica srl, la società capofila delle attività di Benigni. Il polverone sollevato da quella trattativa somiglia per certi versi a quello degli ultimi giorni sulla trasmissione “Vieni via con me” di Fabio Fazio e Roberto Saviano con il relativo cachet di 250 mila euro per una sola puntata. La soluzione è parsa quella di andare in tv gratis, ma a dolersene in questo circostanza potrebbe essere il bilancio di Melampo Cinematografica. La società posseduta pariteticamente da Benigni e dalla moglie Nicoletta Braschi, del resto, è una vera macchina da soldi. Nel biennio 2007-2008 (l’ultimo bilancio non è stato depositato) ha registrato, grazie ai diritti su film, dvd e spettacoli, un fatturato di 61,9 milioni di euro con utili per 14,4 milioni. Soldi a cui si devono aggiungere le attività delle altre società controllate dalla coppia Benigni-Braschi (lei è la manager e siede in veste di amministratore in tutte le aziende di famiglia). Oltre alla Melampo c’è la Tentacoli edizioni srl, che si occupa di produrre e cedere diritti musicali per lo più infragruppo, con un fatturato nel 2009 di 207 mila euro e un utile netto di 103 mila. Anche in questo caso la proprietà è al 50% tra il comico e la moglie. Identico assetto azionario della società immobiliare Scipio srl in cui è cui è custodita la magnifica villa Domus Jucudiana vicino alla terme di Caracalla a Roma dove vive l’attore che ha beneficiato, tra l’altro, del condono edilizio in occasione di una serie di interventi di restauro. La società è stata messa in liquidazione nell’agosto scorso. Della mini galassia dell’attore e regista fa infine parte una quota del 40% di Cinecittà Papigno srl (il restante 60% è di Cinecittà Studios), ossia i teatri di posa e i laboratori del piccolo paese in provincia di Terni dove è stato girato il film Pinocchio. L’obiettivo era farne un centro di produzione alternativo agli studios romani ma il progetto è presto naufragato e Benigni, dopo avere investito 7 milioni di euro, ha ceduto la maggioranza proprio a Cinecittà. a. ducci ilmondo via dagospia

Consulenti (sic!) dei ministri

Lunedì, 30 Agosto 2010

Alberto Zangrillo il medico di Berlusconi Consulenti “illustri” per i ministri italiani. Il dottor Alberto Zangrillo, primario all’ospedale San Raffaele di Milano e medico personale del Premier Silvio Berlusconi, è stato nominato consigliere del ministro della salute Ferruccio Fazio. L’incarico, iniziato il 4 marzo scorso, terminerà alla scadenza del mandato governativo. FERRUCCIO FAZIO Il dottor Zangrillo, specialista in anestesia e rianimazione, per il ministero della sanità si occupa di politiche della ricerca biomedica e non percepisce compenso. Retribuito con 35 mila euro annui il giornalista e scrittore Alain Elkann per la sua attività di esperto del ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi. ALAIN ELKANN Il dicastero delle Finanze ha versato 35 mila euro per una consulenza dal primo gennaio al 30 giugno 2010 all’economista francese Jean Paul Fitoussi come «consigliere per gli affari economici e finanziari per la presidenza italiana della ministeriale Ocse». Durante il semestre, Fitoussi si è fatto notare per una clamorosa retromarcia proprio nei confronti del ministro Giulio Tremonti: «Ero critico ma oggi ho cambiato opinione: Tremonti aveva ragione a non fare un piano di rilancio» (5 maggio 2010). Jean Paul Fitoussi Si guadagna meglio al Ministero del Lavoro: 57 mila annui al giuslavorista Michele Tiraboschi, da sempre al fianco di Maurizio Sacconi, e altri 50 mila all’esperta di pari opportunità Alessandra Servidori. Giuseppe Sangiorgi, ex membro dell’Autorità garante per le comunicazioni, prende 40 mila euro dal Ministero dell’Interno come direttore della rivista bimestrale “Libertà Civili”. RENATO BRUNETTA GIULIO TREMONTI La giornalista Pialuisa Bianco, ex direttrice dello scomparso “L’Indipendente”, è consigliere del ministro degli esteri Franco Frattini addetta al “Forum strategico” con compenso di 25 mila euro annui. Il Ministero dell’Innovazione con a capo Renato Brunetta versa 40 mila euro annui a Gianni De Michelis l’ex ministro del lavoro socialista che aveva proprio un giovane Brunetta tra i suoi collaboratori. Stando ai documenti ministeriali: «il professor Gianni De Michelis è consulente per conseguire l’obiettivo di favorire la partnership e lo scambio di esperienze a livello internazionale nel campo della modernizzazione del servizio pubblico e dell’innovazione nei Paesi in via di sviluppo». bianco pialuisa marito “La struttura di missione per il rilancio dell’immagine dell’Italia”, fautrice dello spot promozionale con la voce di Berlusconi, necessita di quattro esperti: due avvocati e due super-consulenti da 35 mila euro annui: la più nota è Adele Cavalleri, capostruttura della direzione informazione delle reti Mediaset. Gabriele Mastellarini per Il Mondo

I liberali della domenica

Martedì, 20 Aprile 2010

Su Il Mondo, la rivista di Mario Pannunzio pubblicata dal 1949 al 1966, è calata da tempo una aureola di sinistra. A ciò hanno contribuito in primo luogo Eugenio Scalfari e la Repubblica, che hanno sempre presentato il settimanale pannunziano come il luogo d’origine delle loro posizioni; e vi hanno contribuito da ultimo alcuni esponenti del più fanatico giustizialismo robespierrista, i quali hanno rivendicato Pannunzio come loro ispiratore e maestro: un Pannunzio tutto schierato a sinistra, secondo questi Soloni.

Per smentire questa immagine del tutto falsa basta consultare, naturalmente, le annate del Mondo. Ma è di grande aiuto ora il Carteggio Pannunzio-Salvemini (1949-1957), edito dalla Camera dei Deputati, per la cura di Massimo Teodori (pagg. 189, s.i.p.). È un documento di grande interesse, questo carteggio, nel quale vediamo il sorgere e il consolidarsi dell’amicizia fra due uomini così diversi e per età e per formazione intellettuale. Salvemini era nato nel 1873, e la sua cultura era sempre stata di ispirazione democratico-radicale; Pannunzio era nato nel 1910, e la sua cultura era crociana e liberale. Eppure fra questi due uomini, così dissimili sotto tutti gli aspetti, nacque una intesa profonda, che si tradusse in una intensa collaborazione di Salvemini al Mondo. Su quali basi si fondava tale intesa? Si fondava sulla ferma, intransigente difesa della democrazia occidentale, contro tutti i totalitarismi, ma in primis contro il totalitarismo più pericoloso e insidioso nell’Italia di quegli anni: il comunismo. Non a caso, del resto, Salvemini e Pannunzio si trovarono dalla stessa parte della barricata nel 1953, a difendere la legge elettorale maggioritaria voluta da De Gasperi e dai partiti laici minori (la famosa «legge truffa», secondo la falsa etichetta affibbiatale dai socialcomunisti), mentre i Parri, i Greppi, i Calamandrei e i Corbino si schieravano a fianco del PCI e del PSI. Scriveva Pannunzio il 13 marzo 1953 a Salvemini: «La propaganda comunista oggi è puntata contro i partiti minori, accusati di servilismo, tradimento, ecc.; sono portati alle stelle, invece i “liberali” alla Corbino, che finiranno per presentarsi in liste paracomuniste, e tradire così la democrazia e il loro passato». Come osserva giustamente Teodori, Salvemini si trovò d’accordo con la linea «girondina» del settimanale di Pannunzio piuttosto che con la politica «giacobina» dei gruppi antifascisti che pure erano stati a lui più vicini. Di qui l’appoggio all’alleanza dei partiti laici con la DC; di qui la battaglia contro gli «utili idioti» che firmavano le campagne “pacifiste” promosse dal blocco socialcomunista, mentre diversi ex-azionisti accettavano di figurare come fiori all’occhiello del frontismo; di qui l’adesione al Patto Atlantico.

La battaglia democratica di Pannunzio e di Salvemini si manifestò anche nella difesa di personalità invise ai socialcomunisti per aver aperto gli occhi sulla realtà del «paradiso sovietico». È il caso di Angelo Tasca, che fu tra i fondatori e i massimi dirigenti del PCI: espulso dal partito nel 1929 (si era schierato a favore di Bucharin contro Stalin), era passato al Partito socialista, e poi, vivendo in Francia, aveva aderito al regime di Pétain; ma, poco dopo, era entrato in contatto con un gruppo della Resistenza franco-belga. Tasca, atrocemente insultato e diffamato da comunisti e socialisti, trovò in Salvemini e in Pannunzio due coraggiosi difensori ed estimatori, e fu un collaboratore prezioso per Il Mondo. La battaglia del Mondo contro le intromissioni clericali nella vita italiana è ben nota. Ma essa non significò mai offesa alla religione e alle convinzioni dei credenti. È un documento splendido in tal senso il «saluto» che Salvemini rivolse nel dicembre 1951 a Luigi Sturzo, per i suoi ottant’anni, dalle colonne del Mondo. Lo storico pugliese rendeva omaggio in primo luogo alla sincerità della fede e alla assoluta integrità morale del prete calatino («Don Sturzo è un prete che crede all’esistenza di Dio. Non soltanto nel senso che Dio esiste, ma nel senso che Dio è sempre presente a tutto quello che egli fa e lui gliene deve render conto strettissimo, ora, e nell’ora della morte, e nella valle di Giosafatte. Perciò fa sempre quello che ritiene essere il suo dovere, e con quel dovere non transige mai»). Ma al tempo stesso Salvemini metteva in forte rilievo la costante disposizione di Sturzo a misurare le proprie idee con quelle degli altri, a sottoporle sempre al confronto: «Don Sturzo non è clericale. Ha fede nel metodo della libertà per tutti e sempre. È convinto che, attraverso il metodo della libertà, la sua fede prevarrà sull’errore delle altre opinioni per forza propria, senza imposizioni più o meno oblique. E questo, credo, era quel terreno comune di rispetto alla libertà di tutti e sempre, che rese possibile la nostra amicizia, al di sopra di ogni dissenso ideologico. Debbo certamente a questa amicizia se don Sturzo accetterà con affetto il saluto che gli mando “dall’altra riva” nel suo ottantesimo anniversario». Il metodo della libertà: ecco il grande credo di Salvemini e di Pannunzio.

g. bedeschi ilgiornale

Cazzo! l’origine del mondo

Mercoledì, 25 Novembre 2009

Quando Courbet dipinse L’origine del mondo era il 1866, mica ieri. Il quadro fece scandalo, ma lui, l’artista, il libertario, l’uomo che poi aderì alla Comune di Parigi, diventò ancor più popolare. Tutto ruota intorno al sesso femminile, dice Courbet, è il sesso femminile che dà vita alla vita. Che farebbe oggi? Che cosa dipingerebbe nell’anno di grazia 2009?

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I 17 VIP che hanno portato il mondo in recessione

Mercoledì, 28 Gennaio 2009

La grande crisi, la peggiore dalla «Great depression» del 1929, non è un fenomeno naturale, ma un disastro in cui la mano dell’uomo ha avuto la sua parte. Già, ma quali mani? Ecco, allora, 17 uomini. Diciassette volti che hanno contribuito a far scatenare, con le loro azioni ed omissioni, la tempesta.

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Le donne più sensuali della politica mondiale

Giovedì, 2 Ottobre 2008

Non c’ solo l’italiana Carfagna. Nella politica mondiale le belle donne sono sempre più numerose

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La saggezza del mondo – foto

Martedì, 17 Giugno 2008

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I 100 personaggi più influenti del mondo – Time

Giovedì, 1 Maggio 2008

LEADER & RIVOLUZIONARI

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