Articolo taggato ‘moneta’

Mille anni fa abbandonammo l’euro e fummo felici

Domenica, 17 Giugno 2012

il denaro d’argento di Carlo Magno aveva conquistato l’Europa, insieme al suo potere. Anche più dell’euro attuale: era arrivato perfino in Gran Bretagna. Tutto funzionava bene, finché il sistema non entrò in crisi: le diverse nazioni cominciarono a intraprendere percorsi economici diversi, come Firenze, Venezia e Genova, e allora coniarono monete proprie. Il denaro di Carlo Magno non era considerato abbastanza affidabile, e venne man mano lasciato da parte.L’altra volta che abbiamo rinunciato all’euro è stato mille anni fa e non se n’è accorto nessuno. Anzi, alla fin fine è andata pure meglio, visto che quell’euro lì (che ovviamente non si chiamava euro) era una schifezza di gran lunga peggiore di quello attuale ed è stato sostituito da belle monetone d’argento che erano una libidine.Mettiamola così: dopo la fine dell’impero romano la moneta è andata in soffitta. Nel Medioevo non ce n’era granché bisogno, bastava il baratto. E poi in quel giardino dei semplici che era la società di quel tempo i compiti erano molto chiari: si era divisi in tre. Al vertice stavano gli “oratores” (i monaci) che con le loro preghiere combattevano contro il diavolo, subito sotto c’erano i “bellatores” (i nobili) che con le loro spade combattevano contro i nemici della Chiesa e quindi si allargava l’enorme e indistinta massa dei “laboratores” (tutti gli altri) che con il loro lavoro avevano il compito di mantenere gli altri due gruppi, troppo impegnati a muovere la bocca o a mulinare la spada. Non c’era certo bisogno di denaro: chi produceva un tot di grano sapeva che doveva darne una parte consistente al proprio signore, tenerne da parte una quantità per seminare l’anno successivo e quel che gli avanzava, se gli avanzava, poteva usarlo per sfamare sé e la propria famiglia.Qualcuno che usava i soldi in realtà c’era: i grandi mercanti. Ma per i loro bisogni al tempo piuttosto limitati bastavano e avanzavano i mancusi arabi e gli iperperi bizantini, monete d’oro che avevano una circolazione scarsa nel numero, ma estesa nello spazio, in tutta l’Europa occidentale. Non è difficile ritrovare qualcuna di queste monete orientali negli scavi archeologici dell’Europa settentrionale.Poi arriva Carlo Magno e cambia tutto. Stabilisce che il Sacro romano impero debba avere una moneta degna del suo illustre predecessore, e decide di coniare il denaro. Usa l’argento (1,7 grammi a moneta, a 950 millesimi) e lo battezza con il medesimo nome che usavano i romani. Incidentalmente si ricorderà che con un libbra d’argento si coniavano 240 denari e quindi la gente comincerà a usare dire «una lira» anziché «240 denari» più meno nello stesso modo in cui noi, oggi, diciamo «100 chilometri» invece di «100.000 metri».Carlo Magno comanda su un’impero vastissimo e il suo denaro d’argento, nel IX secolo, diventa di fatto una moneta unica europea, un euro dei suoi tempi. Anzi, a nord ha pure più successo dell’euro attuale perché riesce ad attraversare la Manica per essere usato nell’Inghilterra meridionale (dove giusto pochi anni prima Offa, re di Mercia, aveva coniato una monetina con un nome pure quello destinato al successo: il penny). A sud, invece, la moneta unica carolingia si ferma alla Toscana. L’Italia meridionale fa parte delle zone d’influenza degli arabi e dell’impero bizantino e lì il denaro non penetra. Roma sta in mezzo e, secondo i periodi, utilizza bisanti e mancusi, oppure denari, a fasi alterne.Il sistema funziona senza intoppi per un po’. Ma poi ognuno va per i fatti suoi. Il Sacro romano impero si frantuma e le varie zecche si regolano come credono i vari signori a cui sono sottoposte. C’è bisogno di quattrini per finanziare una guerra? Il sistema è semplice: si abbassa il contenuto di argento fino nelle monete, si lucra su quello, e il gioco è fatto. In questo modo con una lira si conieranno più di 240 monete. Inizia così un’inflazione che uno storico come Carlo Maria Cipolla, ha considerato secolare: con una lira, moneta fantasma perché semplice unità di conto, ai tempi di Carlo Magno si comprava una collina con annesso boschetto, nell’Italia di fine Novecento con una lira non si comprava più nulla. La moneta era tornata a essere fantasma, solo che ora il suo valore era talmente ridotto da obbligare a utilizzarne soltanto i multipli.Ma torniamo all’euro carolingio: all’inizio del X secolo, entra in una fase di secolare decadenza che lo porterà a scomparire. Attorno all’anno Mille in Italia funzionano soprattutto quattro zecche: Pavia, Milano,Verona e Lucca. La maggior parte delle monete in circolazione nell’Italia settentrionale viene coniata in una di queste città. Solo che dopo il disallineamento succede che una lira, poniamo, lucchese abbia un valore diverso dalla lira pavese. E quindi bisogna tenerne conto. Sappiamo che nel 1164 il denaro pavese contiene 0,2 grammi di argento fino; mentre 150 anni prima ne conteneva ancora un grammo. Le monetine del XI e XII secolo contengono sempre più rame e sempre meno argento, quindi diventano scure, tanto che le chiamano “bruni” o “brunetti”. Sono dischetti piccoli, scuri e brutti, tanto comuni che persino oggi, nel mercato numismatico, sono valutati pochissimo. Un migliaio d’anni più tardi gli effetti di quell’inflazione si fanno sentire ancora.Nel frattempo però succede che Genova e Venezia diventino potenze commerciali internazionali. Il brutto e svilito euro carolingio non basta più a soddisfare le esigenze di quelle transazioni. Liguri e veneti se la cavano usando sempre di più le belle monete bizantine, ma arriva il momento in cui devono fare da soli. Genova inizia a battere moneta propria nel 1138, anno in cui re Corrado glielo concede; a Venezia fino al 1183 circola soprattutto denaro veronese, ma da quell’anno comincia a coniare denari in proprio.È arrivato il momento della svolta: in un momento imprecisato tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo Genova e Venezia si mettono a coniare una nuova e bella moneta di buon argento a 965 millesimi, pesante 2,2 grammi. La chiameranno grosso e avrà presto un enorme successo, tanto da diventare il mezzo di scambio sui mercati internazionali. Via via seguono gli altri: dopo il 1230 anche tutte le zecche toscane battono grossi. La coniazione del grosso avviene in una congiuntura favorevole: al bisogno di una buona moneta si affianca la disponibilità d’argento grazie ai pagamenti in barre di metallo prezioso dei cavalieri franchi giunti a Venezia in attesa di imbarcarsi per la IV crociata (che nel 1204 invece di andare a Gerusalemme finirà per conquistare e saccheggiare Costantinopoli, ma questa è un’altra storia).Nel 1252 Genova prima e Firenze poi, a distanza di pochi mesi, cominano a produrre una moneta d’oro: il genovino e il fiorino. Entrambe le monete pesano tre grammi e mezzo, hanno un titolo di oltre 950 millesimi e segnano la fine di un’epoca: quella del monometallismo argenteo, inaugurata da Carlo Magno mezzo millennio prima. L’euro carolingio finisce così definitivamente in soffitta. a. marzo magno linkiesta
 

Le banche centrali al lavoro per il ritorno alle monete locali

Venerdì, 9 Dicembre 2011

Per i vedovi della Lira la notizia è succulenta. Le zecche di diversi Paesi dell’Unione Europea si stanno muovendo per tornare a stampare monete locali, dopo che pensare l’impensabile è diventato esercizio quotidiano nel Vecchio continente, come il jogging per Bill Clinton o le flessioni su un braccio solo per Donald Rumsfeld. La differenza, rispetto a notizie simili lette in questi giorni, è che a scrivere oggi dei piani per il ritorno al mondo precedente al gennaio 2002, è il “re dei gufi”, quel Wall Street Journal che, da buon americano, all’euro, più a ragione che a torto, non ha mai creduto. Il lavoro questa volta è serio e il pezzo (intitolato «Banks Prep for Life After Euro») è scritto a sei mani con altre tre colleghi che vi hanno contribuito.Il caso forse più evidente è quello della Banca centrale irlandese la cui zecca, l’anno scorso, ha stampato banconote da 10 euro per un totale di 127,5 milioni di euro. Il meccanismo è questo: Francoforte determina la quantità di banconote da produrre, ma non le stampa. Le dà in outsourcing alle banche centrali dei Paesi della zona euro. Che in alcuni casi, come Grecia e Irlanda, hanno le loro zecche. Mentre, in altri casi, le fanno stampare a privati. Bene, secondo il quotidiano di Wall Street, la banca centrale di Dublino ha discusso di come ampliare la propria capacità nel caso si trovi nella condizione di dovere stampare moneta per un ritorno alla sterlina irlandese. Il dubbio dei funzionari è, nel caso, se riattivare le vecchie presse o se ricorrere ai privati. La Central Bank of Ireland si è andata a nascondere in uno di quei “no comment” che normalmente i giornalisti scambiano per una conferma ma forse sarebbe sorprendente il contrario: che con tutte le banche che simulano o parlano apertamente di una possibile dissoluzione della moneta unica, qualcuno non stia già pensando a come rimettersi a stampare il vecchio conio. Anche se per ora tutti gettano acqua sul fuoco: questi piani, dicono le banche centrali, non significano che ci aspetti la fine dell’euro. Semplicemente si preparano a tutto o, meglio ancora, allo scenario peggiore. Ma Dublino non è sola. Anche Paesi fuori dalla zona euro ma le cui monete sono legate alle nostra si stanno muovendo: dal Montenegro alla Svizzera passando per la Lettonia, ognuno sta iniziando a guardarsi attorno per capire, fra l’altro, a quale altra moneta forte, o quale basket di monete, eventualmente agganciarsi.  Alcuni euro sono poi stampati fuori dall’eurozona, come a Gateshead, nel nord del Regno Unito. Qui ha sede la De La Rue  che stampa moneta per conto di diversi paesi europei e che fa da supporto alla Bank of England per stampare sterline. La situazione ha preoccupato alcuni funzionari dell’istituzione di Threadneedle Street.  Temono che, se la moneta unica dovesse diventare materia per numistatici, l’impianto possa essere preso d’assalto dalle richieste di stampare monete locali, compromettendo la capacità di stampare sterline. Un portavoce della BoE ha escluso di stare chiedendo un accesso maggiore all’impianto di Gateshead mentre il Ceo di De La Rue, Tim Cobbold, si sfrega le mani e ricorda ai Paesi dell’euro zona che in genere occorrono circa sei mesi per sviluppare una moneta nuova con tutti i crismi di sicurezza del caso. Ora che con questa scarovanata di notizie funeree abbiamo reso felici i vedovi della Lira, vorremmo si fermassero un secondo a riflettere. È vero che l’operazione euro è stata costruita con ottusa rigidità teutonica e pletorica burocrazia francese, forse il peggio su cui si potesse edificare una moneta unica. Ed è anche vero che la Ue è nata con un deficit democratico (proprio agli irlandesi li hanno fatto votare finché non hanno votato la cosa giusta). Ma è altrettanto vero che quando il petrolio arrivò ai massimi, qualche anno fa, avremmo pagato la benzina 5.800 lire al litro. Certo in questi giorni è salita ancora, ai massimi in Europa, ma resta ben lungi da quel livello che, per un’economia basata sul trasporto su gomma come la nostra, sarebbe stato esiziale. E questo senza manco citare che andare a trattare a Pechino o a Brasilia come Roma vuole dire costringere il funzionario cinese o brasiliano ad aprire Google Maps. Poi certo con l’economia mondiale su cui volteggiano i corvi, il Brasile che nel terzo trimestre ha visto il Pil contrarsi dello 0,04% e la Cina la cui produzione industriale a novembre si è contratta per la prima volta in tre anni, i vedovi rischiano di vedersi soddisfatti. Ma nessuna resurrezione sarebbe più funesta.j.barigazzi linkiesta

Euro: il difetto genetico di una moneta senza Stato (by Caracciolo)

Lunedì, 10 Maggio 2010

L’Europa dei van Rompuy, dei Barroso e delle baronesse Ashton non può permettersi l’euro. Alla prima seria crisi, il difetto genetico della “moneta unica” – ossia della principale fra le dodici divise circolanti nei paesi europei -  è venuto a galla, con conseguenze potenzialmente devastanti: senza un vero Stato alle spalle non esiste vera moneta. Il bluff può funzionare nelle giornate di sole, ma quando si scatena la tempesta non sappiamo più come proteggerci. La lezione di Atene, per chi vuole intenderla, è netta: o adeguiamo l’Europa all’euro, o rinunciamo all’euro.

Storia e cronaca dell’Unione Europea lasciano intuire che sceglieremo una terza via. Rinviare, rinviare, rinviare. Fra un tampone finanziario e l’altro. Fino a che il morbo non si sarà talmente diffuso e radicato in tutti i paesi dell’Eurozona e probabilmente oltre, da renderlo incurabile. A quel punto la politica non potrà nulla, salvo preoccuparsi dell’ordine pubblico. Perché è evidente che il collasso del nostro sistema monetario, in un contesto recessivo e con una disoccupazione a due cifre, produrrebbe rivolte sociali e crisi politico-istituzionali di dimensioni imprevedibili.

L’europeismo classico di stampo federalista aveva scommesso sull’euro come pietra di paragone della sua strategia esoterica: procedere dall’economia alla moneta alla politica, in una paradossale riabilitazione delle teorie marxiste. Come se dal carbone e dall’acciaio, passando al mercato e poi alla moneta, potesse transustanziarsi lo Stato federale europeo. Senza che gli europei se ne accorgessero, perché in tal caso l’avrebbero impedito. Di qui la refrattarietà ad affrontare qualsiasi pubblico dibattito su fini e confini della costruzione europea, illustrata come un eterno work in progress. Ma un “progresso” senza mèta è un’avventura. Che con il tempo ha perso il suo lato fascinoso, eccitante, per dar luogo a una diffusa euronoia. Al limite dell’eurofobia. Clima ideale per i nemici dell’Europa e per chi alla democrazia liberale e alla società aperta antepone il richiamo delle piccole patrie, delle tecnocrazie autoritarie e dei razzismi.

Quest’ultimo aspetto è centrale nella vicenda dell’euro. Dalla gestazione della moneta europea nel contesto del dopo-Muro alla crisi in corso, il fattore etnico è stato e resta fondamentale. Le attuali recriminazioni dei paesi “virtuosi” (le virgolette sono d’obbligo) contro il lassismo (senza virgolette) del “Club Med” o dei “Pigs” ricorrevano, negli stessi esatti termini, durante gli anni Novanta, quando si trattava di stabilire chi fosse abilitato e chi no a entrare nella famiglia della “moneta unica”. Al di là dei vaghi criteri di Maastricht, interpretati in base alle congiunture e ai rapporti di forza, la classificazione era e resta antropologico-culturale. Sicché ai greci, ma anche ai portoghesi, agli spagnoli e agli italiani non si può dare fiducia nel lungo periodo, perché vocazionalmente tendenti a sforare o mascherare i bilanci. Mentre i tedeschi o gli olandesi sono per nascita rigorosi, puntuali, precisi.

Poco importa che i fatti dimostrino spesso il contrario: i pregiudizi restano. E influenzano i nostri decisori politici quanto i mercati.

Un giorno usciremo da questa crisi economica e monetaria. Speriamo in condizioni non troppo disastrose. Ciò che sembra destinato a sopravviverle è questo razzismo soft, che radicalizza le tesi schumpeteriane sul nesso fra “carattere nazionale” e politica monetaria. Se l’Europa non si fa, se l’euro traballa è perché nulla di condiviso e di duraturo si può costruire fra chi si considera geneticamente diverso.

l. caracciolo repubblica.it