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Che follia criminalizzare le veline (by Mughini)

Giovedì, 18 Luglio 2013

Spiace che a scorrazzare ancora una volta lungo le acque del Banal Grande sia un personaggio di rilievo delle nostre istituzioni democratiche. Il presidente della Camera, Laura Boldrini. È stata lei a dire che sarà un gran cosa ai fini del rinnovo dell’immagine della donna nella tv pubblica che non si faccia più il concorso di Miss Italia, e questo perché già l’idea di cercare e valorizzare la Bellezza femminile sarebbe un modo di ridurre la donna ai suoi attributi fisici e dunque in qualche modo sminuirla se non offenderla. A me questa crociata contro l’idea stessa di una gara fondata sulla Bellezza femminile, della gara che rivelò al nostro immaginario Lucia Bosè e Sophia Loren e cento altre, sembra una sciocchezza inimmaginabile.

Ciò che è tutt’altra cosa dal riconoscere che le ultime annate televisive di Miss Italia erano di una noia soporifera oltre che sprovviste di qualsiasi spezie che elettrizzasse quanti di noi se ne fanno un faro dell’adorazione della Bellezza femminile. Quel concorso, quella gara, quella cernita e valorizzazione di belle ragazze del tempo nostro andava mille volte ammodernata, aggiornata, resa meno insipida e prevedibile. Alla volta (più di dieci anni fa) che feci parte di una sorta di giuria del concorso lo avevo ripetuto non so quante volte che nell’epoca delle “veline” inventate da Antonio Ricci per esibirsi sul palco di “Striscia la notizia”, le candidate abituali di Miss Italia (non tutte!) sembravano le loro nonne. Un «numero sulla schiena» ha detto la Boldrini, e in questo aveva ragione. Non ha ragione nemmeno un po’ nel pronunciare che una cosa è la strada alta della Donna moderna e delle sue prerogative morali e professionali, e tutt’altra la strada della Bellezza della donna, e come se la donna moderna fosse in antitesi con la donna che è bella e lo sa e se ne vanta e conta a migliaia noi che ne siamo gli umili ammiratori. E a non dire che senza la Bellezza femminile e i suoi corifei, sarebbe stata tutt’altra la storia della letteratura, della pittura, della poesia. Come ha scritto una volta Carlo Dossi, Francesco Petrarca era un autore noioso prima di incontrare Laura. E non è che la Bellezza femminile parla solo a noi maschietti bavosi (io bavoso non lo sono nemmeno un po’), e bensì anche alle donne tutte. Non solo le belle e impudenti ragazze degli anni Sessanta italiani si sono identificate in Valentina, l’eroina del disegnatore principe Guido Crepax di cui è in corso una bella mostra a Milano. A tutte le ragazze italiane dei Sessanta Valentina ha insegnato qualcosa quanto all’esser libere e fiere.

La Boldrini prende in mano delle statistiche e dice che solo il 2 per cento delle donne che compaiono in televisione parla a dire una sua opinione e un suo giudizio. Se stanno lì è per fare sfoggio di scollature (e relativo silicone) e di minigonne sul cui contenuto la camera non si perde un primo piano che sia uno. Sfumatura più sfumatura meno, è esattamente così. Con l’aggiunta di una terza tipologia, le donne siliconatissime che in tv ripetono all’infinito che i valori su cui devono puntare le donne sono tutt’altri, valori dello spirito e della conoscenza intellettuale. Solo che il discorso qui è più complesso di quanto appaia. Non mi pare che ci sia qualche milite appostato in tv a impedire alle donne di prendere la parola. Serena Dandini, Milena Gabanelli, Federica Paninucci, Lucia Annunziata, Lilli Gruber, Miriam Leone (un’ex Miss Italia recente), Simona Ventura, Daria Bignardi e cento altre la parola la prendono eccome. Molte, moltissime altre invece non sono lì per prendere la parola e bensì solo per scenografia, e tavolta non solo in trasmissioni di serie B. Una bella donna ci sta sempre e ci starà sempre, in un prodotto della comunicazione di massa, a dare all’occhio e all’immaginazione la sua parte.

Del resto se in molti accendono la televisione è per vedere una ragazza che abbia le movenze di una lap dancer e non il volto di una donna segnata dalle rughe e dagli affanni. Non per questo diremo che la Bellezza femminile è una colpa e la malediremo. Non per questo scenderemo così in basso da prendercela con le ragazze che vanno in giro strizzate da shorts corti e aderentissimi sino a dire che se ci sono in giro dei sottouomini che ne sono accesi negativamente, è colpa di quegli shorts. Mai diremo una sola parola contro la Bellezza femminile, che è invece la prova definitiva dell’esistenza di Dio. Lo so, lo so benissimo che negli spot pubblicitari le ragazze sono sempre invitanti e seminude. È una semplificazione atta al pubblico babbeo, meglio quella che sparare alle ragazze che vogliono studiare come pure avviene da qualche parte. Quanto alle semplificazioni del linguaggio pubblicitario, in quegli stessi spot c’è sempre un maritino che torna a casa gongolante e chiede alla moglie quali cibi succulenti abbia preparato. Ogni volta a me, che per trenta o quarant’anni ho cucinato e messo in tavola per le mie amiche (molte delle quali non sarebbero entrate in una cucina neppure morte), me ne veniva un singulto. Non per questo chiedevo l’abolizione degli spot pubblicitari, spot di cui non è mai morto nessuno. Così come non morirà mai nessuno a causa dell’una o dell’altra sfilata di Miss. Semmai il contrario. Rinascerà.

di Giampiero Mughini libero

Mughini, come Temis, la Minetti? è bravissima (a fare il suo)

Martedì, 17 Luglio 2012

Su Nicole Minetti le verità possibili sono due. O l’una o l’altra. O lei è una ragazza in gamba che s’è laureata brillantemente, che conosce bene la lingua inglese, che ci sa fare nelle relazioni pubbliche e dunque anche in politica e che meritava ampiamente di essere eletta al seggio di consigliere regionale della Lombardia (così l’ha difesa veementemente e più volte Silvio Berlusconi). Oppure lei è una buona a nulla, solo un portento riuscito del lavoro combinato di madre natura e del chirurgo plastico, una ragazza impudente la cui immagine lorda la fisonomia dello schieramento politico cui appartiene, tanto che il segretario del Pdl le ha adesso chiesto di alzare i tacchi e smammare.E poi c’è un terzo punto di vista. Quello delle intellettuali e delle giornaliste di sinistra che qualche tempo fa accesero un movimento di opinione che volgeva a difendere «la dignità delle donne», e volevano dire che quanto era successo in fatto di bunga-bunga o di burlesque dalle parti di Arcore era stato un togliere dignità a viva forza alle protagoniste di quelle serate, alle ragazze che si addobbavano in perizoma, che si facevano palpeggiare dagli ospiti, che ascoltavano a pagamento le barzellette del padrone di casa.A loro, alla Polanco, alle gemelle De Vivo, alla giornalista Mediaset che ha accettato in dono un appartamento milanese in cambio di qualche sorriso a cena, alla prorompente Nicole Minetti travestita non ricordo più se da poliziotta o da suora, la dignità di cui erano abbondantemente provviste era stata tolta a viva forza dal demoniaco satrapo che le aveva convitate a cena. A viva forza. La dignità. Per tornare alla Minetti, dico subito che la ammiro molto. Nel panorama degli orrori di cui è ricca la nostra vita pubblica, lei non mi sembra affatto il peggio. Lasciamo stare la dignità, termine privo di senso se riferito alla tribù delle olgettine.

NICOLE MINETTI IN SARDEGNA jpeg

E del resto lei per prima non ne ha mai fatto una questione di dignità. A giudicare dalle intercettazioni telefoniche che la riguardano, la Minetti sapeva benissimo quel che stava facendo e perché lo stava facendo e perché si sarebbe ritrovata nei guai giudiziari. Alle ragazze con cui parlava non si rivolgeva in inglese, e bensì nella lingua sapida delle donne che stanno dando un prezzo alla loro bellezza. Ragazza priva di dignità, ma palesemente in gambissima per come riesce in quello che vuole e vuole essere. Diego Volpe Pasini, l’imprenditore friulano che viene indicato come uno dei «consigliori» di Berlusconi, ha detto al Fatto che la Minetti ha «una gran testa».

NICOLE MINETTI IN SARDEGNA

Senza averla mai vista una sola volta, la penso allo stesso modo. A cominciare dalla ferrea coerenza con cui si è proposta ed esposta nei due anni che dura la sua esplosione massmediatica. Mai un solo minuto lei ha recitato la parte della «laureata» che di lavoro faceva il consigliere regionale in Lombardia. In due anni pare che abbia preso la parola in aula solo una volta, e su argomenti marginalissimi. E laddove appena vedeva nei paraggi un fotografo subito si metteva in tiro a tendere allo spasimo quelle camicette che rivelavano più che occultare un seno strabordante.E dunque di tutto la potete accusare fuorché di millantato credito. Vendeva quel che aveva. Mai una volta che la Minetti abbia rivaleggiato con pensatrici contemporanee quali Alba Parietti o Daniela Santanché nel sentenziare sull’uno o sull’altro argomento della Grande Politica. A differenza della Patrizia d’Addario non ha scritto alcuna autobiografia. A differenza di Marianna Madia, la deputatessa del Pd cara a Walter Veltroni, non è che a distanza di quindici giorni abbia dato del governo Monti due giudizi completamente opposti l’uno all’altro.Mai un solo minuto la Minetti ha cercato di puntare sulla sua laurea. Sempre e soltanto ha fatto quello che costituisce il curriculum regale delle odierne dive e divette televisive, da Belen Rodriguez a Melissa Satta, farsi fotografare in bikini tutta frizzante. Quando è andata a fare da testimone al matrimonio della sorella era vestita in modo abbacinante da quanto era fondamentalmente svestita e scoperta: ho guardato quelle foto su Dagospia e ho mentalmente applaudito tanta spudoratezza.Qui nel mio studio, mi sono levato in piedi ad applaudire un suo recente exploit milanese di cui erano zuppi i siti web: una sortita per le strade a fare shopping addobbata con un paio di shorts minimali e una canotta dalla quale traboccava il ben di dio che sapete. Una consigliera regionale laureata e piena di dignità? Certo che no. Epperò il mondo è bello perché è vario, e noi non finiremo mai di gradire la «varietà» rappresentata dagli shorts e dalla canotta indossati da una bella donna («Una statua impressionante» l’ha definita Volpe Pasini, uno che ha l’aria di essere intelligente e furbastro).Quanto al così tanto silicone che adorna la nostra eroina, confesso che il silicone mi spiace ancor di più quando lo vedo innalzare le labbra di giornaliste che stanno parlando con sussiego della guerra in Afghanistan. C’è un silicone di destra e un silicone di sinistra. Né l’uno né l’altro, ovviamente. Ma che c’entra una ragazzona così tanta con l’aula del Consiglio Regionale della Lombardia, mi direte? Naturalmente un beato niente. È accaduto ed è pazzesco che sia accaduto, punto e basta.E del resto chi di noi ci avrebbe creduto, vent’anni fa, se gli avessero detto quel che succede ogni giorno e ogni ora sulla scena pubblica del nostro Paese? Chi ci avrebbe creduto a chi avesse pronosticato i picchi di sciagurataggine e di cafoneria cui assistiamo quotidianamente? Minetti o no, scagli la prima pietra chi ne è immune. Giampiero Mughini per “Libero

Sara Tommasi, l’altra bocconiana (by Mughini)

Giovedì, 1 Dicembre 2011

A fare da termometro della popolarità di un personaggio nella odierna era digitale e massmediatica c’è niente di meglio che andare a cercare quanti sono i richiami che lo riguardano su Google. E tanto per fare un esempio Lev Davidovic Trockij, l’ex comandante dell’Armata Rossa, uno degli uomini che hanno modellato la storia del Novecento, di richiami ne ha 69mila. Pochini per un personaggio del suo calibro. Un’inezia rispetto agli oltre 10 milioni di richiami di cui si avvale Irina Shajk, la modella russa fidanzata del calciatore superman Cristiano Ronaldo, una che in tutto e per tutto ha come curriculum il fatto di venire benissimo quando la fotografano avvolta dalla biancheria intima la più succinta.Solo che Irina, pur con tutta la sua magnificenza femminile e pur avvalendosi della notorietà planetaria del suo fidanzato, comincia a tremare da quanto la sta valorosamente tallonando l’italiana Sara Tommasi. Una che non saprei esattamente come classificare professionalmente, e anche se so benissimo chi è e che cosa fa o tenta di fare. Ebbene, la Tommasi di richiami su Google ne ha attualmente ben oltre cinque milioni. Lei che nella sua vita non fa niente di niente, su Google ha una vita spropositata, una vita grande così. Una vita strepitosa, che mi immagino cliccata istante su istante da un oceano di ammiratori con gli occhi strabuzzati.Ovvio che quel ben oltre che cinque milioni di richiami sono stati incrementati non poco dall’ultimissimo exploit romano della nostra eroina. C’erano la bellezza di 600 persone nella sala del Teatro Quirino dove un prestidigitatore del nulla, l’avvocato Alfonso Luigi Marra, affiancato nell’occasione da altri portenti del nostro tempo quale l’onorevole Domenico Scilipoti (uno che di richiami su Google ne ha 297mila, quattro volte quelli di Trockij), balbettavano cose senza capo né coda sul presente e i suoi problemi.Ma di quelle 600 persone una e una sola contava, la ex laureata della Bocconi Sara Tommasi che per l’occasione si era presentata in minigonna e calze autoreggenti. Sublime nel suo particolare genere, un genere che è diverso da quello di Eleonora Duse o Greta Garbo. Un genere che lei ha arroventato ulteriormente quando è andata in strada, e s’è alzata ampiamente la gonna e ha sorriso a favore dei fotografi. Vertice del sublime la foto in cui lei mostra il suo lato B sullo sfondo di un bancomat, e bancomat sta per “banca”, un’entità che l’avvocato Marra non riesce davvero a sopportare.E comunque, a proposito di bancomat e di idioti contemporanei, sempre meglio la Tommasi che non quell’idiota con la patente che in un corteo romano di apparenti “indignati” e di reali farabuttelli venne fotografato mentre tirava calci a un bancomat, pensando così di dare un colpo mortale al capitalismo. Foto a parte, la Tommasi ci ha poi messo del suo intellettualmente, annunciando che offrirà il suo corpo alla causa di quel “genio” che è Marra Il quale, interrogato radiofonicamente alla trasmissione di Giuseppe Cruciani, ha dichiarato che l’ha pagato poco, pochissimo, perché lei aveva terribilmente bisogno di “visibilità”. Detto altrimenti, perché lei è con l’acqua alla gola in fatto di euro. E dire che la Tommasi le ha provate tutte, altro che la Duse e la Garbo. È stata anche lei fidanzata a un calciatore, ciò che nella carriera di una bella ragazza conta cento volte più che non l’andare a nozze con i testi di Luigi Pirandello o di Samuel Beckett. Ha preso parte a un’edizione dell’ “Isola dei famosi” ed è arrivata quarta, anche se non ricordo affatto dopo avere sopravanzato chi e dopo essere stata sopravanzata da chi: saranno state certo contese epocali. Un suo calendario (per la rivista Max) lei se l’è ovviamente giostrato a dovere, e anche lì sono exploit titanici da un punto di vista massmediatico – il maestro di giornalismo Arrigo Benedetti diceva che un articolo lo si guarda, una foto la si legge -, anche perché in quel caso non ci sono soltanto le foto pur così eloquenti del calendario ma anche il backstage e relativo video, roba che la Garbo nemmeno se la sognava.C’è stata anche lei seduta in un qualche studio televisivo dove si parlava di calcio, studi dove da anni reputano indispensabile la presenza di un paio di gambe femminili bene in mostra e bene sguainate, e poco nuoce alla trasmissione che la proprietaria delle gambe suddette manifesti una comprensione della discussione in corso pari a zero. (In qualche caso di cui sono stato testimone oculare, meno di zero). C’era anche lei fra le belle fanciulle a suo tempo intercettate a proposito del viavai femminile alla residenza del principe di Arcore, e la Tommasi disse che probabilmente in qualche occasione l’avevano drogata pur di indurla a fare le cose che voi state immaginando.C’è un video ricavato da una fiction di RaiDue dove la nostra eroina nudissima si avvolge e controavvolge a un ragazzo su un letto, roba che non ti saresti aspettato dato il genere di “attrice” che lei è, e anche se il particolare più rilevante della situazione è la faccia di lui, arrapato tanto quanto uno di noi che stia guardando quanto costa un chilo di patate.C’è un video su youtube in cui lei se ne sta nuda in una vasca da bagno a darsi da fare con una ragazza altrettanto nuda, ma non posso entrare nei dettagli perché il mio computer si rifiuta di leggerlo (detto tra parentesi, il mio computer ha molto buon gusto). C’è moltissimo altro nei milioni di richiami su Google, ma insomma avete capito il genere e la sinfonia. Un curriculum strepitoso. Un’eroina dei nostri tempi e che li vale. Mettiti l’anima in pace Lev Davidovic Trockij, tu che eri un ebreo russo buono a nulla e che non hai mai combinato nulla. g.mughini libero.it

Contro la retorica su Carlo Giuliani (by Mughini)

Venerdì, 29 Luglio 2011

Sono adesso dieci anni da quelle drammatiche giornate del luglio 2001 in cui ando? in fiamme Genova e mori?, colpito da una pallottola tiratagli da un carabiniere aggredito e terrorizzato, il ventitreenne Carlo Giuliani. Sono stati in tanti in queste settimane a ricordare quel dramma che e? stato di tutti, quel lutto che non puo? non riguardate tutti. Mi e? capitato di partecipare a una trasmissione televisiva in cui raccontavamo gli eventi cruciali del primo decennio del terzo millennio.Uno degli ospiti ha cominciato a parlare di quelle giornate di luglio a Genova, giornate che ai suoi occhi erano soltanto giornate di una protesta vitale e legittima contro “la globalizzazione”, le giornate in cui “era stato ucciso Giuliani”. Confesso che a quest’ultima espressione mi sono impennato e ho reagito verbalmente.Vengo e cerco di spiegare. Quelle giornate di luglio furono un inferno. E non che tutti i partecipanti al corteo anti-globalizzazione volessero quell’inferno e abbiano concorso a crearlo. Nemmeno per sogno, solo un idiota potrebbe dir questo. E anche se l’atmosfera iniziale era molto pesante, erano numerosi i leaderini estremi da due soldi che promettevano di digrignare i denti, di violare i confini che erano stati imposti alla manifestazione.(Spero di non annoiare i lettori dicendo che per motivi generazionali mi intendo molto di cortei che si annunciano furibondi, di momenti in cui i vincoli di percorso del corteo vengono violati da gang violente che partono all’attacco. A Roma nel marzo 1977 erano in 30mila, di cui 500 dei prototerroristi armati di pistola. Furono loro e non gli altri 29mila e 500 a dare il tono alla manifestazione.)Non so dire con esattezza, perche? non conosco a sufficienza i documenti e le ricostruzioni, se a scegliere la via della violenza a Genova furono gruppi sparuti e molto ben identificabili di professionisti dell’assalto e della distruzione – i cosidetti black-bloc -, gruppi che la polizia non seppe o non volle stoppare, o se invece quei professionisti nuotarono nelle acque favorevoli di una predisposizione all’aggressione che era vociante e diffusa nella manifestazione.Ognuno di voi ricorda le immagini di Genova all’indomani, i milioni e milioni di danni, le vetrine squassate, quell’ignobile simbolo del capitalismo che sono i bancomat sfrantumati. Protesta legittima, l’espressione di gente che vuole una societa? piu? giusta e piu? vivibile? Io non la vedo cosi?.E arrivo alla tragedia della morte di Giuliani, tragedia che e? tutt’altra cosa dal dire che “e stato ucciso”, e a meno che le parole non siano volatili e irresponsabili. Se io leggo di qualcuno che “è stato ucciso” durante un corteo, mi viene subito in mente l’immagine della bellissima ragazza iraniana, la ventisettenne Neda, uccisa da un cecchino della polizia iraniana a Karengh Street il 21 giugno 2009. In tutto e per tutto, e mentre prese in pieno petto la pallottola che la uccise, Neda stava camminando e sorridendo, armata solo del suo velo e dei suoi jeans. «È stata uccisa», non lo si può dire altrimenti.Diversa la situazione in cui muore Giuliani, e cerco di dirlo con il massimo garbo verso il lutto della sua famiglia. A Piazza Alimonda non c’erano ragazzi che scorrevano e sorridevano, a Piazza Alimonda avevano preso la parola gli energumeni i più truci. Ai loro occhi tutto il male del mondo era rappresentato da quella camionetta dov’erano un paio di uomini la cui unica colpa era l’indossare la divisa dei carabinieri. Contro quella camionetta si scaraventarono in tanti che non avevano l’aria di star scherzando.Non aveva l’aria di star scherzando Giuliani, e non riesco a intravedere neppure per un attimo quale sia il legame tra la sua aspirazione a una società più libera e democratica e l’estintore che avrebbe scaraventato addosso a fargli il maggior male possibile contro un carabiniere che non conosceva e di cui non sapeva null’altro se non che fosse un carabiniere. Un carabiniere che premé il grilletto, e una corte di giustizia europea lo ha assolto dall’accusa di avere fatto «un uso eccessivo della forza».E dunque se è vero che abbiamo bisogno della verità e non di retorica anche di fronte alle tragedie, Giuliani non è stato “ucciso” e lo diciamo naturalmente senza che questo attenui di una virgola il lutto per la sua giovane vita stroncata. È morto all’interno di un episodio la cui tragicità aveva concorso a creare. Questo è il motivo – un motivo di verità – che mi ha spinto a inalberarmi nei confronti dell’ospite che mi sedeva accanto nella trasmissione televisiva di cui ho detto.Tutt’altra cosa e tutt’altra vicenda è quella, ai miei occhi gravissima, del comportamento delle forze di polizia nelle ore immediatamente successive alle giornate di Genova. Forze che prima alla scuola Diaz e poi nel carcere di Bolzaneto, hanno violato i principi fondamentali della deontologia professionale e della lealtà democratica e hanno colpito alla cieca ragazzi e ragazze che non avevano alcuna colpa e responsabilità individuata, e non di trovarsi a Genova in quelle ore roventi.Grave il comportamento delle forze di polizia e dei loro capi, più volte additati da sentenze di tribunali. Una pagina indecente della nostra storia democratica, e qui finisco perché altrimenti dovrei scrivere altri due articoli. Giuliani è una cosa, la caserma di Bolzaneto un’altra. Ma è davvero così difficile avere noi tutti una memoria condivisa che non sia tutta a favore di una parte o dell’altra? Una memoria in punta di verità. g. mughini libero

La terza guerra mondiale (by Mughini)

Venerdì, 29 Aprile 2011

Qualcuno di voi non se n’è accorto, ma la Terza Guerra Mondiale è già scoppiata. A differenza che nella Seconda, questa volta non si tratta di morire per Danzica, la città polacca che i tedeschi volevano a tutti i costi tanto da mandare all’attacco i loro micidiali Panzer. Questa volta la posta in gioco è una ben nota trasmissione televisiva, Striscia la notizia, di cui qualcuno dice che è l’arma letale di cui dispongono i berlusconiani a umiliare e annichilire moralmente il Paese.E dunque, per usare una bella espressione che fa da titolo a un libro di Alfio Caruso, “Tutti i vivi” all’assalto di Striscia e delle sue nefande veline. L’attacco all’arma bianca, e a dimostrazione che le donne quando ci si mettono non temono i pericoli della prima linea, era stato condotto da Barbie Nadeau, una giornalista americana che da quindici anni vive in Italia, da dove oltre che collaborare alla Cnn manda delle corrispondenze a Newsweek, magazine fra i più prestigiosi al mondo.Era stata lei a scrivere (su Newsweek del 15 novembre del 2010) quanto l’avesse inorridita una puntata della trasmissione di Antonio Ricci dove diceva di averne viste di cotte e di crude in fatto di pornografia la più infamante.Il piglio dell’articolo era drammatico. Erano le otto e trenta di sera ed ecco che su Canale 5 apparivano immagini che nessun umano avrebbe potuto sopportare da quanto erano lesive della dignità delle donne. Innanzi allo sguardo concupiscente di due «uomini di mezza età» (quei due notori maniaci sessuali di Enzo Greggio e Ezio Iacchetti, immagino) ecco che una ragazza striscia sul ventre svestita di un tanga e di «una profonda scollatura a V che scende fin sotto l’ombelico».E siccome uno dei due maiali di cui ho detto ha in mano una cintura da cui penzola «una treccia d’aglio dalla forma vagamente fallica», il maschiaccio si alza e fa dondolare la treccia d’aglio davanti alla bocca aperta della ragazza. E qui lascio la parola alla prosa della giornalista americana: «Lei la prende in mano e la strofina sul lato del viso. “Dai, girati, fatti vedere”, dice l’altro uomo toccando il sedere della modella, “Grazie, bambola”».Se stavate leggendo questo mio articolo con dei bambini accanto, spero che li abbiate allontanati a nascondere loro queste immagini raccapriccianti che neppure in un film di Rocco Siffredi. Immagini che fanno da incipit di una tirata quale ve la potete immaginare sullo stato di abiezione morale cui Silvio Berlusconi ha ridotto la «questione femminile», e non a caso l’Italia è al 74° posto al mondo quanto al trattamento riservato alle donne.Ciò su cui non metto becco perché tutte le donne da me conosciute le ho trattate da regine: non so niente di quel che accade nella fonda Calabria, nella provincia veneta o nei quartieri periferici di Roma. So per certo che Ricci, Iacchetti e le loro eroine, da Elisabetta Canalis a Maddalena Corvaglia, sono in niente di niente responsabili di quel 74° posto.Della volgarità e della pornografia avvistata dalla giornalista americana io non ho avuto il benché minimo sentore tutte le volte che guardavo Striscia, trasmissione che per intelligenza e autoironia è tra le migliori dell’ultimo ventennio. E difatti, per tornare alla Terza guerra mondiale attualmente in corso, la redazione di Striscia la notizia aveva subito mandato una furente replica al settimanale americano, replica mai accolta e pubblicata. Mai.«Il vostro artico o si basa su falsità e mistificazioni che non hanno alcun riscontro nella realtà». Falsità e mistificazioni. Non c’è nessuna ragazza che striscia sul ventre. Nessuno dei due conduttori di mezza età ha mai toccato il sedere di una velina. Non è vero affatto che le veline «sfilano tra un servizio e l’altro», solo aprono e chiudono ciascuna puntata. Non è vero affatto che le candidate veline altro non sognano che di sgambettare e sculettare, l’80 per cento delle partecipanti sogna di fare la giornalista. Striscia la notizia è il programma televisivo più premiato dalla critica «per la sua totale indipendenza e per l’impegno civile».Bombe incendiarie e fuoco di mitragliatrici. Ma non è finita. È intanto partita la querela di Striscia contro il settimanale americano che non ha mai pubblicato la loro smentita. Ed ecco che il sito online de L’Espresso pubblica una intervista alla giornalista americana in cui lei racconta che una sera dello scorso febbraio un poliziotto ha bussato alla porta della sua casa romana invitandola a passare dalla vicina stazione di polizia, e questo in ragione della querela sporta nei suoi confronti da Mediaset e da Striscia.«È il tramondo del berlusconismo che dà le sue ultime zampate?», chiede il giornalista del settimanale romano. Sì, il berlusconismo è allo stremo, e questo cambia la prospettiva di un’intera generazione che è cresciuta con lui; le donne fanno parte di questo cambiamento.Ho sintetizzato la risposta di Babie Nardeau. E dunque mai più avremo, appena Berlusca sarà politicamente morto e sepolto, delle ragazze che sgambettano alla maniera delle veline. Non apro becco, io che non sono cresciuto affatto con Berlusca e bensì con i disegni hard di Paolo Eleuteri Serpieri, con le polaroid sensualissime di Carlo Mollino, con i libri dell’erotomane francese Pierre Louys, con i photobook giapponesi degli anni Sessanta e Settanta in cui le donne erano fotografate tali che al confronto le veline sono delle francescane scalze.Solo mi ricordo com’era vestita una giornalista molto di sinistra, ragazza intelligente e pungente, che ho avuto accanto su un set televisivo qualche giorno fa. Pantaloni aderentissimi e tacchi misura 12, maglietta senza maniche e che si alzava a scoprire l’ombelico. Era una trasmissione del mattino e non una nicchia televisiva di quando la mezzanotte è bell’e passata. Che dire? Se non che questo accanimento contro Striscia e le sue veline è roba che neppure alla terza elementare farebbe la sua figura. Giampiero Mughini per “Libero

 

Cossiga (by Mughini)

Martedì, 17 Agosto 2010

…quelle sue sortite liberaldemocratiche che avevano scompigliato le carte politiche deposte sul tavolo della Prima Repubblica, e ogni volta si poteva essere più o meno d’accordo con quello che lei diceva ma non era questo quello che contava. Non era mai successo che un ex ministro degli Interni, un ex presidente del Senato e tuttora presidente della Repubblica si inventasse un linguaggio politico tutto suo e talmente fuori dai recinti abituali delle parole e dei criteri politici. Lei s’era messo a dire pane al pane, a colpire al volto tanti luoghi comuni, ciò che era inaudito nel nostro sistema partitico-istituzionale. A guardare le cose nella loro sostanza, lei ha abbattuto i confini e i valori della Prima Repubblica molto più che non abbia fatto il pubblico ministero Antonio di Pietro. Lei è stato un protagonista eccezionale degli ultimi trent’anni di vita politica italiana, delle loro spine e delle loro rose, e lo dice un giornalista che mai in quei trent’anni le aveva telefonato a farsi bello dei suoi giudizi e del suo coraggio e magari a scriverci su un libro con la propria firma. Tacete, idioti! Né mi ha stupito che in queste settimane per lei dolorose i militanti strenui del Partito degli Animali da Internet, quegli idioti che blaterano impudentemente su blog e siti straccioni, avessero “gufato” contro le sue condizioni fisiche vulnerate, al punto da augurarle morte e danni. Gli idioti tacessero, su questa nostra società dominata dalla comunicazione di massa cadrebbe un silenzio cui siamo ormai inabituati. Leonardo Sciascia aveva scritto, non ricordo più se trenta o quarant’anni fa, che se uno usciva di casa a incontrare una persona intelligente, doveva prima passare attraverso sette cretini. Uno a sette. Nel tempo della comunicazione di massa, e soprattutto di quella comunicazione rapida e aperta a tutti online, quella proporzione è cambiata drasticamente. Se ti vuoi imbattere in un giudizio ragionato su Internet, devi passare attraverso decine e decine di imbecillità e carognate. Mi pare che uno di questi idioti lo avesse scritto su un muro, anche quella una palestra ahimé aperta tanto alla creatività generazionale quanto all’ignoranza più bieca, di augurarsi che lei raggiungesse al più presto all’ “infer no” Aldo Moro, il capo politico alla cui morte i suoi capelli, presidente Cossiga, si imbiancarono nello spazio di un mattino. E non che l’oscuro imbrattatore fosse uno della gang che aveva massacrato gli uomini della scorta di Moro, rapito l’uomo politico pugliese e tenuto prigioniero 53 giorni in una stanza grande quanto un letto; quelli che lo avevano portato giù dentro una cesta una mattina di maggio del 1978, messo nel cofano di una Renault rossa dopo avergli detto che lo stavano per liberare, e poi ammazzato come un cane e peggio che un cane. No, l’imbrattatore non era certo uno di loro. Né probabilmente sapeva nulla di tutto ciò, il perché e il come, e le Br e la trattativa che non c’era stata a salvare la vita di Moro. Di tutto questo l’imbrattatore dell’agosto 2010 non sapeva nulla. Perché lui è solo un idiota. Un idiota in tutto e per tutto solo capace di odiare i leader politici della Democrazia cristiana. E del resto lo aveva detto un grande poeta, Pier Paolo Pasolini, che lui non aveva le prove ma di essere arcisicuro che i leader della Democrazia cristiana fossero tutti tutti dei felloni. Robaccia, e lo dice uno che non ha mai votato per la Democrazia cristiana. A questo siamo, caro Cossiga, le porte sono cadute, le stalle si sono spalancate, i luoghi comuni sono andati in pezzi, i recinti politico-partitici di un tempo sono stati violati in tutte le direzioni. Lei è stato un battistrada di questa storia e di questa avventura. Colpi ne ha presi tanti e ne ha dati dati. E che la nostra politica fosse divenuta un tale casino, lei lo sapeva benissimo. Tra 1992 e 1994, quando Silvio Berlusconi bussò anche alla sua porta a chiederle se fosse disposto a mettersi a capo dello schieramento “moderato” che doveva contrapporsi alla “gioiosa” macchina da guerra condotta dall’ex Pci di Achille Occhetto, lei disse che non se la sentiva. Picconare era una cosa, mettere assieme i voti e le sensibilità necessarie al funzionamento della Seconda Repubblica tutt’altra. Infinitamente più difficile. Ahimé (g.mughini libero)

Duello Mughini-Feltri su Papi e la mignottocrazia

Venerdì, 19 Giugno 2009

Mettiamo che la donna barese di nome Patrizia D’Addario sia una millantatrice, una mitomane, una potenziale ricattatrice che non sa come altro ottenere una partecipazione all’"Isola dei Famosi", una che si sta inventando tutto a proposito delle serate e delle notti passate nell’abitazione ufficiale del capo del governo, il presidente Silvio Berlusconi.

(continua…)

L’altro Mughini

Mercoledì, 21 Gennaio 2009

Vista attraverso le vicende editoriali, la storia del Novecento italiano racconta di ingegnosi imprenditori che hanno saputo costruire dal nulla grandi industrie (Rizzoli, Mondadori), ma rivela anche tutta una serie di errori, sviste, carognate e taccagnerie che sono nel Dna del nostro Paese. Da un eccesso all’altro, sempre.

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Il coraggio di Mughini: “con il cancro ho perso la virilità”

Mercoledì, 4 Giugno 2008

Perdere la virilità, ma continuare a vivere, lavorare, scrivere. Giampiero Mughini ha raccontato al mensile "Ok Salute" la sua vita dopo l’asportazione della prostata, subita nel marzo 2006 a causa di un tumore. «Le moderne tecniche chirurgiche permettono di risparmiare i nervi che consentono l’erezione e di mantenere la capacità sessuale, ma non è così semplice, non sempre va tutto liscio. A me non è andato tutto liscio», dice il giornalista catanese, ospite fisso della trasmissione tv "Controcampo".

I primi sospetti all’inizio del 2006, quando dalle analisi risulta un eccesso di Psa, l’antigene che rivela l’eventuale presenza di tumori alla prostata (la ghiandola che si trova tra la vescica e il pene). Dopo i 50 anni, il suo medico gli aveva consigliato di controllarne il livello ogni 12 mesi. La prevenzione gli ha salvato la vita: «Il giorno dopo l’asportazione della prostata ho scritto» ricorda il collaboratore di "Libero" «la parola prevenzione è infinitamente migliore della parola rivoluzione. Non è difficile capire il perchè: è in gioco la vita».

I rapporti con la sua compagna sono cambiati e Mughini spiega come, citando un romanzo di Philip Roth, "Exit Ghost": «Il protagonista subisce un intervento alla prostata e, pur provando attrazione verso una donna, sa di non poterla appagare. So com’è: una sberla che non finisce mai». La sfida più difficile è insomma quella di ricominciare a vivere, senza sentirsi più un uomo, ma Mughini non può che prenderla, come sempre, con filosofia: «Il destino va preso per quello che è: ogni giorno è un’opportunità, un regalo che qualcuno ci ha fatto».

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Mughini contro Travaglio (e vai!)

Giovedì, 8 Maggio 2008

Nella furibonda puntata di "Annozero" che aveva a maestoso protagonista Beppe Grillo, e mentre tutti urlavano a tutti, m’era parso che Marco Travaglio pronunciasse a mezza bocca la seguente espressione: «La cloaca massima è la presidenza del Consiglio».
Beninteso questa presidenza del Consiglio, quella dove siede Silvio Berlusconi. Così mi era parso di sentire e tanto più che quella espressione combacia a perfezione con quanto Travaglio scrive nei suoi libri (nella mia biblioteca ce ne sono dodici, letti tutti tranne l’ultimo). Travaglio ha scritto ieri a "Libero" che quell’espressione non l’ha mai pronunciata.
Ne prendo atto e immediatamente mi scuso con lui e con i lettori di "Libero".

Quanto a Vittorio Sgarbi, che la presunta espressione di Travaglio l’aveva utilizzata in un suo articolo polemico apparso sul "Giornale", è perfettamente innocente dell’errore. Un errore che interamente mi appartiene. Ho sentito male, tutto qui. Solo che Travaglio di lettera di smentita ne ha scritta un’altra, a quel "Giornale" dov’era apparso l’articolo di Sgarbi. E lì dice una cosa più recisa, anzi offensiva, anzi cialtrona, seppure di una cialtroneria degna di un uomo piccolo piccolo. Dice che l’avergli attribuito quella frase è un "falso" combinato a tavolino dal duo Mughini&Sgarbi: «Uno dei tanti». Razza di cialtrone.

Premetto che l’ultima volta che ho condiviso «un tavolino» con Vittorio, che sento vicino in tante cose e per tante cose ma che per altre disapprovo (l’uso di insolentire gli interlocutori), risale a una quindicina di anni fa, quando eravamo entrambi ospiti a cena di Angelo Rizzoli. Ci provi Travaglio a dimostrare nero su bianco che io e lui abbiamo fatto combutta una sola volta, in questi ultimi vent’anni della nostra storia culturale, a combinare un "falso" ai danni di chicchessia. Ha a disposizione i miei articoli, i miei libri (ne ho scritti più di lui), i miei interventi televisivi. Esplori, razza di cialtrone.

QUESTIONE DI STIMA – Ricominciamo daccapo. Il fatto è che in quel mio articolo sull’Annozero consacrato a Grillo io Travaglio non ce lo volevo ficcare. Ho stima di lui, e quella stima l’ho espressa per iscritto e per orale ogni volta che ho potuto. Anche quando non condivido i suoi colpi di ascia, lo ascolto e lo seguo sempre con piacere. Una volta che avevo lodato un suo libro sul "Foglio" di Giuliano Ferrara, avevo scommesso con lui 40mila euro contro uno (40 mila pagavo io se vinceva lui, 1 euro pagava lui se vincevo io) che mai e poi mai uno dei giornali assatanati di faziosità su cui lui scrive avrebbero pronunciato elogiativamente il mio nome. Il mio nome pronunciato elogiativamente sulle colonne dell’ Unità o su quelle di Micromega, da questi giornali che hanno portato a vette supreme l’antropologia dell’odio e del manicheismo intellettuale? Sto ancora aspettando che Travaglio mi bonifichi l’euro.

Con tutto questo, lo ripeto, non avevo nessuna voglia di mettere Travaglio a fianco di Santoro e di Grillo. Epperò in quella puntata di Annozero, e se non ci fosse stato Vittorio a dimenarsi come un’anguilla, sarebbe passato pressoché inosservato il putiferio di insulti che Grillo stava scaraventando in volto al professor Umberto Veronesi. In quella sorta di Corte di Cassazione "rossa", dov’è il giudizio ultimo e definitivo sulle cose del mondo, si tratti del maresciallo Lombardo (poi suicida) o di Veronesi, le facce della Santa Inquisizione erano immobili.

IL MATCH CON VITTORIO – A cominciare dalla faccia di Travaglio, che peraltro è solito stare in piedi accanto a Grillo mentre lui vocifera e la claque sottostante ulula caninamente. Più precisamente quella claque fa un gesto con le mani, che per fortuna non è quello delle P38 che facevano i delinquenti della mia generazione, ma è il gesto del "vaffa", questa delizia della mente dei sottosviluppati. Di vedere questo spettacolo ignobile non lo potevo sopportare, ed ecco perché ho messo un riferimento allo stesso Travaglio, e mentre naturalmente non condividevo gli epiteti poco affettuosi che gli lanciava Vittorio.

E veniamo a Enzo Biagi, oggetto del contendere tra Travaglio e Vittorio. Ho scritto su "Libero", e non sul "Manifesto", che la rimozione di Biagi dal trono televisivo che era meritatamente il suo è stato un errore suicida di Berlusconi. Ho scritto su "Libero" che, fossi stato al posto del Berlusca, avrei invitato Biagi a cena, lo avrei blandamente rimproverato di avere intervistato un Benigni anti-berlusconiano di tale faziosità, e dopo di che mi sarei messo a parlare di donne e di calcio. Sarebbe stato fantastico, un Berlusconi all’apoteosi e Biagi che restava al suo posto.

Detto questo, Biagi non è stato fucilato né arrestato, com’era successo a Giovanni Guareschi. Aveva avuto una proposta professionalmente minore (come ripete Vittorio), ha avuto una ricca buonuscita. È nella natura del nostro lavoro di giornalisti, oggi ci siamo e domani per niente. Se è lecito paragonare il piccolo al grande, io sono stato cacciato dall’ottanta per cento dei giornali dove lavoravo. Senza mai una buonuscita. E quanto alla Rai, la spartizione delle spoglie da parte dei vincitori è pratica corrente di tutti. Bruno Vespa, che dei grandi professionisti della televisione non è il mio preferito, lo avevano messo a passeggiare nei corridoi Rai. Così è. Non tutto è bianco e non tutto è nero.

Mentre per i travaglisti scalzi eccome se è tutto nero o tutto bianco. Eccome se a 77 anni Bruno Contrada, per giudizio di tantissimi uno dei migliori poliziotti che abbia avuto l’Italia, non deve marcire sino all’ultimo dei suoi giorni in cella. (Ho appena finito di leggere il libro che gli ha dedicato Lino Jannuzzi, che ha un’idea opposta.)

Ps. Dimenticavo. In una pausa dei brogli che sono solito organizzare con Sgarbi, una mattina di domenica sono andato a votare. Ho votato così. Veltroni alla Camera, bianca al Senato, Rutelli al comune di Roma, Zingaretti alla provincia. Non ci riprovare Travaglio con i tuoi colpi d’ascia, con me non ci esce niente.

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