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Il presidente Napolitano, massone?

Venerdì, 29 Novembre 2013

«Il presidente Napolitano è stato sempre garante dei poteri forti a livello nazionale e degli equilibri internazionali sull’asse inclinato dal peso degli Stati Uniti» scrivono i giornalisti di inchiesta Ferruccio Pinotti (del Corriere della sera) e Stefano Santachiara (Il Fatto) in I panni sporchi della sinistra (ed. Chiarelettere).

Il primo ritratto, di 60 pagine, è dedicato proprio al presidente della Repubblica («I segreti di Napolitano»), «l’ex ministro degli esteri del Pci» come lo definì Bettino Craxi interrogato dal pm Di Pietro nel processo Enimont. I rapporti con Mosca, quelli controversi con Berlusconi (il mensile della corrente migliorista del Pci, Il Moderno, finanziato da Fininvest, ma anche dai costruttori Ligresti e Gavio), e le relazioni oltreoceano, con Washington.

Una storia complessa, dalla diffidenza iniziale del Dipartimento di Stato Usa e dell’intelligence americana («nel 1975 a Napolitano gli fu negato il visto, come avveniva per tutti i dirigenti comunisti»), alle aperture dell’ambasciata Usa a Roma, al «misterioso viaggio» di Napolitano negli Stati uniti nel ’78, nei giorni del sequestro Moro, l’altro viaggio insieme a Occhetto nel 1989, fino «all’incontro festoso, molti anni dopo, nel 2001, a Cernobbio, con Henry Kissinger, ex braccio destro di Nixon, che lo saluta calorosamente: “My favourite communist”, il mio comunista preferito. Ma Napolitano lo corregge ridendo: “Il mio ex comunista preferito!”».

Il credito di Napolitano presso il mondo anglosassone si dipana nel libro-inchiesta anche su un fronte diverso, che Pinotti segue da anni, la massoneria, e che si intreccia con la storia più recente, in particolare con le dimissioni forzate di Berlusconi nel 2011, a colpi di spread e pressioni delle diplomazie internazionali. Su questo terreno gli autori fanno parlare diverse fonti, tra cui una, di cui non rivela il nome ma l’identikit: «Avvocato di altissimo livello, cassazionista, consulente delle più alte cariche istituzionali, massone con solidissimi agganci internazionali in Israele e negli Stati Uniti, figlio di un dirigente del Pci, massone, e lui stesso molto vicino al Pd».

Il quale racconta: «Già il padre di Giorgio Napolitano è stato un importante massone, una delle figure più in vista della massoneria partenopea» (proprio nei giorni successivi all’uscita del libro sarebbe spuntata, dagli archivi di un’associazione massonica di primo piano, la tessera numerata del padre di Napolitano, ndr). Tutta la storia familiare di Napolitano è riconducibile all’esperienza massonica partenopea, che ha radici antiche e si inquadra nell’alveo di quella francese…».

Avvocato liberale, poeta e saggista, Giovanni Napolitano avrebbe trasmesso al figlio Giorgio (legatissimo al padre) non solo l’amore per i codici «ma anche quello per la “fratellanza”» si legge. E poi: «Per quanto riguarda l’attuale presidente, negli ambienti massonici si sussurra da tempo di simpatie della massoneria internazionale nei confronti dell’unico dirigente comunista che a metà anni Settanta, all’epoca della Guerra fredda, sia stato invitato negli Stati Uniti a tenere un ciclo di lectures presso prestigiosi atenei. Napolitano sarebbe stato iniziato, in tempi lontani, direttamente alla «fratellanza» anglosassone (inglese o statunitense)».

Da lì il passo ad accreditare la tesi, molto battuta in ambienti complottisti, di un assist guidato a Mario Monti, è breve, e viene illustrata da un’altra fonte, l’ex Gran maestro Giuliano Di Bernardo («criteri massonici nella scelta di Mario Monti») e da uno 007 italiano.

L’asse di Berlusconi con Putin – specie sul dossier energia – poco gradito in certi ambienti, entra in questo quadro (fantapolitica?). Con un giallo finale nelle pagine del libro, raccontato dalla autorevole fonte (senza nome): Putin avrebbe dato a Berlusconi delle carte su Napolitano. Se queste carte esistono, riguardano più i rapporti americani di Napolitano che quelli con i russi». Materiale per una avvicente spy story su Berlusconi, Napolitano, Monti, Putin, la Cia, il Bilderberg… Paolo Bracalini per “Il Giornale

 

Al Presidente Napolitano, la ns Costituzione violata (by Dagopsia)

Domenica, 16 Dicembre 2012

Signor Presidente, gentile Re Giorgio,

Siamo un sito web piccolo ma libero e, visto che non lo fanno altri mezzi di comunicazione più importanti di noi, ci rivolgiamo direttamente a Lei come garante supremo e custode della Costituzione, nel suo spirito e nella sua prassi, per sottoporre alla Sua alta considerazione alcuni aspetti della contraddittoria evoluzione del quadro politico nelle ultime settimane, cosa che alimenta disorientamento e confusione tra gli italiani, italiani peraltro gia’ duramente provati da una crisi economica che le attuali generazioni mai avevano dovuto affrontare.

Noi siamo certi che Ella soltanto possa riportare tali aspetti nell’alveo dell’ineccepibilita’ istituzionale, poiché sa bene che la miscela di una crisi che impoverisce e di una politica che rischia di uscire dai binari istituzionali costituiscono un rischio effettivo per la nostra democrazia che Lei, Signor Presidente, ha a cuore più di ogni altra cosa.

Lunedì si apre la settimana decisiva della legislatura e dell’attuale governo. E subito dopo tutto sara’ nelle Sue mani per le ultime determinazioni, che sono di competenza propria del Capo dello Stato. Approvata la legge di stabilita’, il professor Monti Le ha preannunciato che verra’ a rassegnare nelle Sue mani le dimissioni irrevocabili del governo, dimissioni che, secondo i più, avranno come conseguenza l’immediato scioglimento delle Camere e l’indizione delle elezioni politiche generali conseguenti.

Qui ci permettiamo di sottoporLe una questione molto delicata: sulla base di cosa Lei potrà accettare le dimissioni del presidente Monti e procedere al decreto di scioglimento? Vi e’ stato forse un voto di sfiducia al governo in una delle due Camere o il governo avendo posto la fiducia su di un atto di particolare rilievo del proprio indirizzo politico non l’ha ottenuta?

Nessuna di queste precondizioni si e’ verificata, infatti il presidente del Consiglio in carica vorrebbe basare le sue dimissioni con il discorso in Aula dell’onorevole Angelino Alfano e con la successiva astensione del Pdl, partito di maggioranza relativa, su due provvedimenti tutto sommato non decisivi per l’azione del governo come la legge di stabilita’ su cui pure verra’ posta la fiducia e sulla quale il medesimo Alfano ha gia’ annunciato il voto favorevole del partito che formalmente egli continua a guidare.

Se anche si volesse strumentalizzare il discorso in aula dell’onorevole Alfano, esso manca di un requisito essenziale ai fini della valutazione del Capo dello Stato: Alfano non ebbe a concludere il suo discorso invitando il presidente del Consiglio a recarsi al Quirinale per le conseguenti determinazioni. Ci siamo andati a rileggere il resoconto stenografico dell’intervento di Alfano e abbiamo potuto vedere che tutto ciò non c’è.

C’e’ invece quanto basta, Signor Presidente, secondo le nostre a tutta evidenza modeste nozioni di diritto costituzionale, per consigliare al presidente Monti una verifica politica della sua maggioranza attraverso un formale dibattito in Parlamento su di un documento politico proposto dal governo per verificare il consenso dei deputati e dei senatori.

Se il presidente Monti, come sembra, non intendesse fare ciò prima delle dimissioni Lei avrebbe ampia materia per rinviare il governo in Parlamento in modo da verificare se la fiducia e’ venuta davvero meno e dunque il presidente del Consiglio ritorna dal Capo dello Stato a reiterare le proprie dimissioni, che solo a quel punto diventano davvero irrevocabili secondo il dettato costituzionale e non secondo gli umori dello stesso presidente del Consiglio. E’ questo, crediamo, il percorso coerente con la prassi costituzionale di cui Ella e’ garante.

nel caso del presidente Monti vi e’ di più:

1. Egli venne al Quirinale a dirLe che si sarebbe dimesso irrevocabilmente per via del discorso di Alfano ma meno di 48 ore dopo il capo vero del Pdl, Silvio Berlusconi, e lo stesso Alfano (ovviamente) chiedono al professor Monti di fare il candidato premier di una larga coalizione di centrodestra, cosa legittima ma che dimostra ancor più come non sia venuta meno la fiducia del Pdl nell’attuale premier. Che gioco e’ questo, Signor Presidente?

2. Dopo le recenti decisioni del Tar sul Lazio, che ha revocato l ‘obbligo di votare il 3 e il 4 di febbraio e venute meno le polemiche circa l’accettazione dell’election day da parte delle forze politiche, ci permettiamo di chiederLe: perché votare il 17 febbraio e non tornare invece alla ipotesi della seconda domenica di marzo o al 7 aprile, che sappiamo essere di Suo gradimento, attraverso un percorso, questo si davvero ordinato, di fine legislatura, come da Lei sempre auspicato?

3. Lei sa, Signor Presidente, che i partiti che non sono in Parlamento, nonostante il numero sia stato dimezzato, non riusciranno a raccogliere le firme necessarie entro il 12 di gennaio. E sa anche che Beppe Grillo sta gia’ gridando dal suo blog alla democrazia dimezzata. Il suo movimento si sta muovendo per raccoglierle ma se si accorge di non farcela ci mette poco a boicottare le elezioni in segno di protesta e il rischio che, come in Sicilia, l’astensionismo superi il 50 per cento degli aventi diritto diventa reale.

Che ne sarà’ in tal caso del futuro Parlamento, quale legittimazione e quale autorevolezza avrà il governo che ne sarebbe espressione? Senza contare, come lo stesso Grillo paventa, l’eventualità del cattivo tempo, molto comune in febbraio come ad esempio proprio il 12 febbraio dell’anno scorso, data della bufera di neve a Roma e nel Centro Italia, quella bufera che il sindaco di Roma, Alemanno, ben ricorda.

4. Sappiamo bene, Signor Presidente, che i nostri destini sono legati all’Europa, ma non Le sembra che l’attuale premier, che in Italia appare molto “choosy” verso tutti, a Bruxelles o Strasburgo non tema di prendere partito, aiutato magari in tale operazione da membri italiani del Parlamento europeo come gli onorevoli Mauro Mario e Mastella Clemente? Non sarebbe il caso di spiegargli che non e’ poi così opportuno e apprezzato dagli italiani farsi definire, mentre presenta in tv il suo libro sulla democrazia in Europa, “Governatore della regione Italia” dalla sua coautrice e moltissimo amica Sylvie Gaulard, mentre egli stesso la guarda adorante?

Affidiamo a Lei con rispetto, Signor Presidente, queste domande che Aldo Moro avrebbe definito “angosciose”, consapevoli come siamo che solo Lei ha l’autorità, l’autorevolezza e le prerogative assegnateLe dalla Costituzione per mettere al bando tutte le miserie, oggettive (a partire dai “mercati” che non rispettano i paesi che non si fanno rispettare) e soggettive (dispetti, ombrosità, ambizioni giuste o sbagliate e quant’altro), rammentando a tutti che la forma e il rispetto delle regole in democrazia sono sostanza e non orpelli.

Con deferente stima, a nome dei nostri lettori. I collaboratori e il Fondatore

POST SCRIPTUM.
Signor Presidente, gentile Re Giorgio, anche noi abbiamo cercato di incanalare nella più corretta forma istituzionale il nostro pensiero. E’ nostro dovere aggiungere, agganciati come siamo al pensiero vero di un paese tanto stremato quanto arrabbiato, che se non si rispettano le regole tanto vale che Lei, nell’ordine:

1. Faccia un decreto per prolungare il Suo mandato al Colle per altri tre anni e si occupi direttamente un paio di ore al giorno di crescita e sviluppo, facendo squadra con Mario Draghi.

2. Ne faccia un altro per spostare le elezioni ad anno e secolo da destinarsi, almeno risparmiamo

3. Riconfermi direttamente Monti a palazzo Chigi e ne informi Lei la signora Merkel e anche il signor Barroso e Goldman Sachs ovviamente. Se crede, gli metta Bersani come vice ma senza Alfano, basta Letta Gianni per ogni evenienza. Per Casini, se necessario, veda Lei qualcosa così il suocero e’ contento.

4. Nomini, sempre con lo stesso decreto, Luca di Montezemolo ministro degli Esteri. Fara’ certamente meglio di Terzi di Santaqualcosa, così non perde tempo a fare il partito e può liberare i maro’ detenuti in India usando la sua amicizia con Ratan Tata, sbloccando contemporaneamente anche gli affari Finmeccanica in quel Paese, tanto le cose appaiono ormai ben legate. A patto che resti presidente della Ferrari, ciò e’ evidentemente necessario al miglior espletamento delle funzioni di ministro.

5. Revochi la nomina di senatore a vita al professor Monti e nomini al suo posto per sei mesi l’anno Beppe Grillo (così anche gli italiani che non vanno sul web possono godere di un suo show in Senato) e per gli altri sei mesi Silvio Berlusconi (resta inteso che nei sei mesi di Grillo Berlusconi se ne starà a Malindi o in altra località esotica con la sua o con le sue fidanzate, così e’ al riparo dai giudici cattivi tutto l’anno).

Anche in questo caso, ne siamo certi, il Paese gliene renderà merito. Se si muovesse con tempestivita’ salverebbe anche l’esimio professor Monti dall’abbraccio di tutti i riciclati, voltagabbana, ex banchieri e banchieri in servizio, incandidabili e ciellini che stanno salendo sulla sua zattera.

via Dagospia

Travaglio, come Temis, su Napolitano: cosa teme?

Martedì, 17 Luglio 2012

Cos’avrà mai detto Napolitano nelle due telefonate intercettate sull’utenza di Mancino? Impossibile saperlo: le conversazioni sono stralciate, segretate e destinate quasi certamente alla distruzione, e il Presidente si è ben guardato dal renderle pubbliche. Ora però la mossa inedita e clamorosa del conflitto contro i pm alla Consulta non fa che ingigantire i sospetti di chi pensa che quei nastri top secret contengano condotte scorrette: dal punto di vista non penale (i pm le ritengono “irrilevanti”), ma etico-politico-istituzionale.L’antefatto è noto, almeno per i lettori del Fatto: il 4 novembre 2011 il gip di Palermo Riccardo Ricciardi accoglie la richiesta della Procura di intercettare gli ex ministri Mancino e Conso e altri personaggi coinvolti nelle indagini sulle trattative Stato-mafia perché “è verosimile che gli stessi possano entrare in contatto tra loro o con altri soggetti che in quel medesimo arco temporale rivestivano cariche di rilevante importanza, per riferire elementi utili alle indagini (…) se non addirittura per concordare tra loro ‘versioni di comodo’ in vista degli imminenti interrogatori”.Infatti, appena gli inquirenti iniziano ad ascoltare Mancino, scoprono che sta cercando di intralciare le indagini financo con l’aiuto del Quirinale, che arriva addirittura a suggerirgli di concordare una versione di comodo con Martelli (che giura di averlo informato dei colloqui Ros-Ciancimino). Se infatti ignoriamo le parole di Napolitano, sappiamo tutto quello che il suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio raccontava a Mancino sulla frenetica attività del Presidente in suo favore.Tutto vero o D’Ambrosio spendeva il nome di Napolitano millantando interventi mai avvenuti? Nella seconda ipotesi, Napolitano l’avrebbe già sconfessato e licenziato: invece D’Ambrosio, un mese dopo la diffusione delle sue telefonate (depositate dai pm agli avvocati degli indagati, dunque non più segrete ), è ancora al suo posto. Ergo diceva la verità.Dicembre 2011. Mancino viene sentito come teste dalla Procura di Palermo, poi si lamenta dei pm con D’Ambrosio e rivendica il suo “diritto a una tutela”. Prima di Natale, si lagna anche col procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, che però risponde di non avere “poteri di avocazione”. Mancino replica: “Ma poteri di coordinamento sì”. D’Ambrosio lo rassicura: “Si faccia il Natale tranquillo, tanto questi non arriveranno a niente, stanno facendo solo confusione”.Febbraio 2012. Mancino, sentito come teste anche al processo Mori, si allarma perché il pm Nino Di Matteo dichiara che “qualcuno nelle istituzioni mente”. Teme di finire indagato per falsa testimonianza. Richiama D’Ambrosio e questi gli promette di intervenire su Grasso.Marzo 2012. Mancino tempesta D’Ambrosio. Si dice “messo in un angolo”, “emarginato”, “distrutto”, “perfino nel Pd nessuno mi parla”. E sputa il rospo: “Vorrei evitare che venisse accolta l’istanza di un ulteriore confronto con Martelli che dice colossali bugie”. Il 5 D’Ambrosio tira in ballo Napolitano.

D: Posso parlare col Presidente, perché se l’ha presa a cuore, se l’aveva presa a cuore la questione (…).
M: L’unico che può dire qualche cosa è Messineo. L’altro che può dire qualche cosa è Grasso.
D:E va bene adesso sento il Presidente (…) Intervenire sul collegio (del processo Mori, ndr) è una cosa molto delicata (…). Provo a chiamare Grasso.

Il 12 marzo D’Ambrosio informa Mancino che ha parlato con Napolitano e con Grasso e preannuncia che il Presidente parlerà direttamente con Grasso. Ma anche il Pg della Cassazione, Vitaliano Esposito, preposto al controllo sulla Procura nazionale, per costringere Grasso a fare qualcosa sebbene abbia ripetuto di non poter fare nulla. Anche perché il “coordinamento” fra Procure è già assicurato da un protocollo approvato da Grasso e dalle tre Procure il 28 aprile 2011 e ratificato dal Csm (presieduto da Napolitano) il 27 luglio 2011, che ora il Presidente finge di dimenticare.

D: Io ho parlato col Presidente e ho parlato anche con Grasso. Ma noi non vediamo molti spazi purtroppo (…) ma adesso probabilmente il Presidente parlerà con Grasso nuovamente… eh… vediamo un attimo anche di vedere con Esposito… qualche cosa… ma la vediamo difficile la cosa ecco.
M: Oh… ma visto che Grasso coordina Caltanissetta, non può coordinare tutte e due le procure?
D: Ma io gliel’ho detto pure oggi a Grasso. Grasso mi ha risposto: ‘Va bene, ma io in realtà, il Csm mi ha fatto una normativa, però non mi serve niente’. In realtà è lui che non vuole fare (…) Per adesso mi ha detto il Presidente di parlare con Grasso, di vederlo… vediamo un po’.

M: Eh, vedo che Macaluso batte sulla tesi dell’unicità dell’indagine.
D: Sì, sì, ma questo gliel’ho detto al Presidente… l’ho visto.
M: Eh, perché non è che anche sul 41 bis indaga Caltanissetta, che fa? Caltanissetta va in una direzione e quelli possono andare in un’altra? Ma non lo so se c’è serietà (…).

D: Ripeto, dopo aver parlato col Presidente riparlo anche con Grasso e vediamo un po’… lo vedrò nei prossimi giorni. Però, lui… proprio oggi dopo parlandogli, mi ha detto: ‘Ma sai, lo so, non posso intervenire’… Capito? Quindi mi sembra orientato a non intervenire. Tant’è che il Presidente parlava di… come la Procura nazionale sta dentro la Procura generale (della Cassazione, ndr), di vedere un secondo con Esposito (…). Ma io comunque riparlerò con Grasso perché il Presidente mi ha detto di risentirlo (…). Insomma, noi, parlando col Presidente, se Grasso non fa qualcosa, la vediamo proprio difficile qualunque cosa. Adesso lo possiamo rivedere, magari lo vede il Presidente un giorno di questi (…) M: Lei veda un po’ se Grasso ha intenzione anche di ascoltare me… sia pure in maniera riservatissima. Che nessuno ne sappia niente.

D: Va bene, tanto io lo devo sentire Grasso e lo sento domani. Va bene? D’Ambrosio confida a Mancino che Napolitano gli suggerisce di concordare una versione di comodo (dunque falsa: la verità non si concorda) con Martelli per appianare le divergenze. D: Qui il problema che si pone è il contrasto di posizione oggi ribadito pure da Martelli… e non so se mi sono spiegato (…) la posizione di Martelli… tant’è che il Presidente ha detto: “Ma lei ha parlato con Martelli?”… eh… indipendentemente dal processo diciamo così.
M: Ma io non è che posso parlare io con Martelli… che fa?

D: No no… dico no… io ho detto: “Guardi non credo, signor Presidente, comunque non lo so. A me aveva detto che aveva parlato con Amato giusto… e anche con Scalfaro…”.

Aprile 2012. Il giorno 3 Mancino scrive una lettera al Quirinale. D’Ambrosio: “Stiamo ragionando, ma il Presidente è orientato a fare qualcosa (…) ma per ora non le posso dire nulla (…). Sto elaborando un pochino le cose… però la decisione l’abbiamo già presa… Adesso il Presidente è in Giordania, quando torna si decide insieme… faccio la mia proposta e vediamo un attimino”. Poi anticipa a Mancino che il Quirinale girerà la lettera a Esposito con una richiesta precisa: “Il coordinamento consiste anche nell’utilizzare una strategia comune, nel compiere atti insieme (…) Tutto questo non sta accadendo”.

Il 4 il segretario generale del Quirinale, Donato Marra, trasmette la lettera a Esposito accompagnata da una nota con i desiderata di Napolitano, cioè di Mancino: “Illustre Presidente, per incarico del Presidente della Repubblica trasmetto la lettera con la quale il Senatore Nicola Mancino (che non è più senatore dal 2006, ndr) si duole del fatto che non siano state fin qui adottate forme di coordinamento delle attività svolte da più uffici giudiziari sulla cd. ‘trattativa’ che si assume intervenuta fra soggetti istituzionali ed esponenti della criminalità organizzata a ridosso delle stragi del 1992-‘93. (…)

Il Capo dello Stato auspica possano essere prontamente adottate iniziative che assicurino la conformità di indirizzo delle procedure ai sensi degli strumenti che il nostro ordinamento prevede (…); e ciò specie al fine di dissipare le perplessità che derivano dalla percezione di gestioni non unitarie delle indagini collegate, i cui esiti possono anche incidere sulla coerenza dei successivi percorsi processuali. Il Presidente Napolitano le sarà grato di ogni consentita notizia”.

L’indomani, giorno 5, nessuno sa (né saprebbe mai, se a metà giugno non venissero pubblicate le intercettazioni) della lettera del Colle al Pg. Nessuno tranne Mancino, subito informato da D’Ambrosio, che gliela legge e gli confida che l’ha voluta Napolitano in persona, concordandola preventivamente col nuovo Pg Gianfranco Ciani e col sostituto Pasquale Ciccolo.

D: Ho parlato pure, abbiamo parlato pure con Ciani. (…). Ho parlato sia con Ciccola che con Ciani: han voluto la lettera così fatta per sentirsi più forti (…) C’era una situazione che il Presidente aveva già detto all’Adunanza (del Csm, ndr), ha rilevato e percepisce questa mancanza di coordinamento e ti dice: esercita questi tuoi poteri anche nei confronti di Grasso. Qui il problema vero… Grasso si copre, questa è la verità, con la storia dell’avocazione, no? Perché è una gran cretinata l’avocazione, perché lui la cosa a cui deve pensare è il coordinamento (…).

M: Esatto, esatto.
D: Perché il minimo del coordinamento è questo, adesso vediamo come lo risolverà Ciani (…) noi non abbiamo mandato lei allo sbaraglio (…) Adesso lei lo sa, quando uscirà quello che il Presidente auspica, tra l’altro il Presidente l’ha letta prima di mandarla, eh non è una cosa solo di Marra. Lei può dire che ha saputo della lettera che le è stata mandata, è stato informato che la lettera è stata mandata al Pg. Poi ha saputo che era ai fini di un coordinamento investigativo, lei lo può dire parlando informalmente con il Presidente, perché no? (…). Lui sa tutto. E che, non lo sa? L’ha detto lui: “Io voglio che la lettera venga inviata, ma anche con la mia condivisione”.

Ciani, “più forte” grazie alla lettera del Colle, convoca segretamente il Pna Grasso il 19 aprile per parlare sia di avocare l’inchiesta di Palermo, sia di “coordinarla” con Caltanissetta e Firenze. Grasso respinge entrambe le proposte indecenti e se le fa mettere per iscritto. Recita il verbale della riunione: “Il Pna precisa di non avere registrato violazioni del protocollo del 28 aprile 2011 tali da poter fondare un intervento di avocazione. Il Pna rimetterà al Pg un’informativa scritta”.

Cioè ogni mossa del Quirinale pro Mancino è destituita di ogni fondamento: Grasso non ha né i poteri né i presupposti per fare ciò che gli viene chiesto: le indagini di Palermo sono regolarmente “coordinate” con quelle delle altre Procure da un anno. Resta da capire in base a quali norme o poteri o prerogative il Quirinale abbia tentato per mesi di condizionare, intralciare, deviare un’indagine in corso su richiesta di un potente ma privato cittadino, coinvolto in veste di testimone e prossimo indagato per falsa testimonianza. E in base a quali norme Napolitano pretenda ora che le sue telefonate vengano subito distrutte, trascinando alla Consulta i pm che obbediscono alla legge anziché a lui. Un abuso di potere per coprirne un altro.Marco Travaglio per il “Fatto quotidiano

Lo scandalo Napolitano

Lunedì, 25 Giugno 2012

Napolitano: lo scandalo non è che il Presidente – almeno stando alle conversazioni telefoniche intercettate del suo consigliere giuridico (D’Ambrosio)-  abbia ritenuto di promuovere il coordinamento tra procure. Ma che lo abbia fatto su sollecitazione/pressione di uno degli indagati e nella consapevolezza dell’indagine in corso (Mancino). TEMIS

 

Napolitano, senza più limiti

Mercoledì, 20 Giugno 2012

Avocazione. La parola che configura giuridicamente l’incubo di ogni pm, cioé lo scippo di un’inchiesta al titolare da parte del suo superiore, compare su un verbale del 19 aprile 2012 della Procura generale della Cassazione e riguarda l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia.Quel documento, composto di tre pagine, dimostra che le manovre del Quirinale per mettere sotto tutela i pm Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene nel loro duro lavoro sulla trattativa Stato-mafia del 1992-93 non erano solo millanterie di un consigliere giuridico del capo dello stato, come Loris D’Ambrosio, o vagheggiamenti di un politico in pensione, come Nicola Mancino.

Il documento del 19 aprile è il verbale della riunione che si è tenuta quel giorno nel palazzo di piazza Cavour. Alla riunione partecipano quattro persone, oltre al procuratore generale della Cassazione Gianfranco Ciani, e al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, ci sono i due segretari generali, Antonio Mura e Carmelo Sgroi.Il passaggio chiave del verbale che pubblichiamo è: “Il Procuratore nazionale (il capo della Dna Piero Grasso, ndr) evidenzia la diversità dei vari filoni d’indagine (su stragi a Palermo e Firenze e sulla trattativa a Palermo, ndr) e la loro complessità (accentuata anche dalla contemporanea pendenza di processi in fase dibattimentale). Precisa (sempre Grasso, ndr) di non avere registrato violazioni del protocollo del 28 aprile 2011, tali da poter fondare un intervento di avocazione a norma dell’art. 371-bis cpp”.Piero Grasso insomma dice al procuratore generale Ciani, suo superiore, che dopo avere fatto una prima riunione con le tre procure su questo tema il 28 aprile 2011, nella quale aveva fissato dei paletti, non ha nessuna intenzione di avocare l’indagine sulla trattativa, togliendone il coordinamento alla Procura di Palermo.L’unica cosa che Grasso si impegna a fare è una relazione: “Il Procuratore nazionale antimafia rimetterà al Procuratore generale un’informativa scritta”. La riunione verbalizzata è il frutto delle insistenti telefonate dell’ex presidente del Senato al consigliere giuridico del Capo dello Stato Loris D’Ambrosio e del lavorio di quest’ultimo su Giorgio Napolitano. Il presidente però, stando a quanto dice D’Ambrosio al telefono, condivide integralmente la sua impostazione gradita a Mancino e segue passo passo il tentativo di intervenire – tramite il Pg della Cassazione e il procuratore nazionale Piero Grasso – sulla Procura di Palermo, proprio come voleva Mancino.Per capire il clima è utile riportare la telefonata del 12 marzo tra Loris D’Ambrosio e Nicola Mancino. D’Ambrosio afferma che il presidente si interessa personalmente della questione al punto che parlerà con Grasso personalmente . Alle ore 18 e 49 Mancino chiama D’Ambrosio.

D: eccomi presidente… io ho parlato con il presidente e ho parlato anche con Grasso

Mancino (M): si

D: Ma noi non vediamo molti spazi purtroppo, perché no… ma adesso probabilmente il presidente parlerà con Grasso nuovamente… eh… vediamo un attimo anche di vedere con Esposito… qualche cosa… ma non…. la vediamo difficile insomma la cosa ecco

M: oh… ma visto che Grasso coordina Caltanissetta, non può coordinare tutte e due le procure?

D: ma io gliel’ho detto pure oggi a Grasso. Grasso mi ha risposto va bene. Ma io in realtà, il consiglio superiore mi ha fatto una normativa, però non mi serve niente. Questa è il… in realtà è lui che non vuole fare…

M: eh… ho capito

D: è chiaro?

M: e io non lo so dove vogliono andare a finire… 20 anni, 25 anni, 3… non lo so insomma

D: per adesso, dunque, mi ha detto il presidente di parlare con Grasso di vederlo eh… e vediamo un po’

M: eh, perché io vedo che per Macaluso (Emanuele, direttore del Riformista, molto vicino a Napolitano Ndr) batte sulla tesi dell’unicità dell’indagine

D: si, si, ma questo gliel’ho detto al Presidente… l’ho visto

M: eh, perché non è che anche sul 41 bis indaga Caltanissetta, che fa? Caltanissetta va in una direzione e quelli possono andare in un’altra direzione? Ma non lo so se c’è serietà… poi da questo punto di vista, ecco…

D: ma, io riesco, guardi, io adesso ripeto, dopo aver parlato col presidente riparlo anche con Grasso e vediamo un po’… lo vedrò nei prossimi giorni, vediamo un po’. Però, lui… lui proprio oggi dopo parlandogli, mi ha detto: ma sai lo so non posso intervenire… capito, quindi mi sembra orientato a non intervenire. Tant’è che il presidente parlava di… come la procura nazionale sta dentro la procura generale, di vedere un secondo con Esposito (procuratore generale della Cassazione uscente Ndr).

D: Certo. Ma io comunque riparlerò con Grasso perché il presidente mi ha detto di risentirlo. Però io non lo so… francamente… lui è ancora orientato a non fare niente questa è la verità

M: No perché poi la mia preoccupazione e che… ritenere che dal confronto con Martelli… Martelli ha ragione e io ho torto e mi carico implicazione sul piano, diciamo, sul piano processuale

D: ecco, io insomma, noi, ecco, parlando col presidente se Grasso non fa qualcosa, la vediamo proprio difficile qualunque cosa. Adesso lo possiamo, lo possiamo rivedere magari lo vede il presidente un giorno di questi, più di questo non… (….)

D: qui il problema che si pone è il contrasto di posizione oggi ribadito pure da Martelli… e non so se mi sono spiegato, per cui diventa tutto cioè… la posizione di Martelli…. tant’è che il presidente ha detto: ma lei ha parlato con Martelli… eh… indipendentemente dal processo diciamo, così…

M: ma io non è che posso parlare io con Martelli… che fa

D: no no… dico no… io ho detto guardi non credo…ho detto signor Presidente, comunque non lo so. A me aveva detto che aveva parlato con Amato (presidente del consiglio all’epoca dei fatti Ndr) giusto…e anche con Scalfaro… (….)

Grasso al Fatto precisa: “Ho incontrato il Presidente Napolitano solo in occasioni ufficiali, l’ultima volta il 23 maggio a Palermo e non mi hai mai parlato di Mancino. Come ho già detto me ne ha parlato D’Ambrosio e io ho sempre risposto sul piano giuridico spiegando che ho poteri di avocazione delle indagini ma nel caso in questione non sussistevano i requisiti perché il coordinamento tra Procure si era svolto secondo regole”.

Quanto al verbale della riunione del 19 aprile, alla domanda del Fatto se fosse stato lui a parlare di avocazione o se ci fosse stata una richiesta del pg Ciani in tal senso, Grasso replica: “Nessuna richiesta palese. Mi chiesero come esercitavo i poteri di coordinamento. Mi sono limitato a ribadire che non vi erano i requisiti per un’avocazione e che il coordinamento si era svolto secondo le regole”.Marco Lillo per Il Fatto

Napolitano, quando l’iperattivismo nuoce alle Istituzioni

Giovedì, 31 Maggio 2012

Non ci è piaciuto l’intervento del Capo dello Stato sulla proposta semipresidenziale del PDL. Non perchè la condividiamo, ma in quanto non spetta al Presidente prendere posizione sulle riforme. Così non ci è piaciuto il suo intervento sul ruolo dei partiti, che tutti i commentatori hanno interpretato come uno stop a Grillo. E’ vero oggi la Costituzione riconosce la centralità democratica dei partiti. Ma tale ruolo non è previsto da altre democrazie. Pertanto nulla osta a che anche la nostra Carta costituzionale evolva in tal senso. Così non ci sono piaciute le sue consultazioni prima ancora che Berlusconi si dimettesse. Sono state una impropria pressione che ha condizionato la politica del Paese. Così facendo il Capo dello Stato ha messo in discussione il suo ruolo di super partes. Lo spread era alle stelle. Ma anche oggi è altissimo e nessuno ha preteso le dimissioni di Monti. Il che ha svelato la dimensione politica dell’intervento di Napolitano. O almeno il rischio che così sia inteso il suo iperattivismo. Temis

I finti tagli del Quirinale

Lunedì, 13 Febbraio 2012

Giorgio Napolitano parla di tagli al Quirinale. Dice che nel suo settennato c’è stato un risparmio di sessanta milioni di euro. Il personale è stato ridotto di 394 unità e, nel 2011, ha provveduto alla riforma delle pensioni di anzianità. la riduzione degli straordinati. Il Colle ci informa che anche lì si fanno sacrifici in un momento in cui a tutti viene chiesto di tenere duro. Tra le misure adottate c’è anche anche il blocco del turn over del personale, e l’applicazione di un contributo di solidarietà del 5 e del 10 per cento per le indennità degli altri gradi. Ma al di là dei tagli, resta un dato: il Quirinale ha spese enormi se confrontate con quelle di altre istituzioni paragonabili. La spesa per i beni e i servizi è aumentata di 300mila euro (ma il Quirinale lo spiega con le spese sostenute per il 150° anniversario dell’unità d’Italia. Ma nonostante tutto il Quirinale ha a bilancio ancora 228 milioni di euro, per il 2012 sono previste 245,3 milioni di spesa. Per farci un’idea: la Casa Bianca costa 136,5 milioni di euro, l’Eliseo 112,5, Buckingham Palace 57. Insomma, nonostante il primo passo compiuto da Napolitano, la strada per abbattere davvero i costi è ancora lunga e il traguardo lontanissimo.libero

Quirinale, costi folli

Giovedì, 5 Gennaio 2012

(…) Prendendo lo spunto da una vacanza presidenziale a Villa Rosebery, il Ratti si chiede perché Napolitano non vada in albergo.

 E propone che la villa sia visitata a pagamento dai turisti, che il Quirinale diventi prevalentemente museo, che la tenuta di Castelporziano accolga bambini disabili e bisognosi.Proposte che corrispondono, ne sono sicuro, ai desideri di tanti italiani.Nell’essenziale la polemica riguarda una struttura mastodontica che ha duemila dipendenti e comporta spese molto superiori a quelle concesse alla regina Elisabetta (secondo cifre non aggiornatissime trecento dipendenti), o al re di Spagna (543), o a Barack Obama (466), o a Sarkozy (941). Con l’avvertenza che Barack Obama e Sarkozy sono Capi di Stato operativi, non con funzioni prevalentemente notarili o di moral suasion, come l’italiano e il tedesco.Perché mai, si domandano i contribuenti, il Quirinale costa oltre duecento milioni di euro l’anno e la presidenza tedesca un decimo? Sono proprio necessarie, per lo svolgimento dei compiti assegnati al Presidente, le 1200 stanze del magnifico palazzo che fu residenza dei Papi? È chiaro che, a lume di buon senso non lo sono. Non lo erano nemmeno quando ospitavano i Re d’Italia (ma Vittorio Emanuele III adibiva il Quirinale solo ad ufficio, preferiva vivere nella villa dove Mussolini fu ricevuto il 25 luglio 1943 per un ultimo colloquio, e poi caricato su un’ambulanza).L’anomalia del Quirinale sta nella sua grandiosa vastità. Lo scandalo del Quirinale sta nel numero degli addetti. Non so oggi, ma fino a qualche tempo fa vi si contavano 20 cuochi, 20 addetti alla biancheria, 6 addetti alle livree. Personalità straniere sono spesso ospiti del Presidente. Ma quest’apparato appare spropositato.È oltretutto strapagato. Si dà per inteso che chiunque, nell’ambito pubblico, debba lavorare nei centri del potere (il Quirinale o Palazzo Chigi o le Camere) debba avere un sensibile aumento di retribuzione. Che poi rivendicherà, come diritto acquisito, quando sarà restituito alle normali mansioni. In una delle sue sacrosante crociate contro lo spreco, Raffaele Costa propose che per il personale in servizio al Quirinale fossero soppresse «l’indennità di alloggio, l’indennità informatica, l’indennità di guida, l’indennità di servizio caccia, l’indennità di cassa, l’indennità di incarico, la quattordicesima mensilità, la triplice gratifica annua». Temo – ma non oso addentrarmi nei segreti della contabilità ufficiale stando alla quale i parlamentari italiani sono i meno pagati d’Europa – che poche tra queste escrescenze burocratiche siano state smantellate. Anche perché a difesa dei peggiori privilegi si mobilitano sempre i sindacati del pubblico impiego oltre ai vari Tar, Consiglio di Stato e se necessario Corte costituzionale.La responsabilità del gigantismo quirinalesco non ricade sull’attuale presidente. Viene da lontano e ricade su chi, per una straordinaria voluttà d’amplificazione dei compiti e di moltiplicazione del personale, ha ideato la struttura della presidenza. (Non diversamente vanno le cose quando viene istituita una qualsiasi «autorità»). La prima preoccupazione dei politici e di molti burocrati è quella d’assegnare poltrone e stabilire emolumenti destinati possibilmente a familiari, amici, clienti.Il marchingegno cui si è fatto ricorso per dilatare il Quirinale è stato semplice. Al Capo dello Stato sono stati attribuiti dei consiglieri – per gli esteri, per gli interni, per le finanze, per la giustizia e così via – ma questi personaggi, anziché limitarsi a informarlo doverosamente sui fatti riguardanti la loro competenza, hanno finito per guidare complessi e affollati uffici con impiegati, segretarie, uscieri, auto blu. Ministeri bonsai che riproducevano e riproducono nella Presidenza la grande struttura dello Stato.Il Quirinale come sintesi – in verità tutt’altro che sintetica – dello Stato.Bisognerebbe tagliare, sfoltire, restituire i consiglieri al loro ruolo individuale d’esperti, senza un seguito microministeriale. Ma chi prova a metter mano in quegli ingranaggi rischia d’esserne stritolato. Anche con la maggiore buona volontà si procede a ritocchi, non a riforme, si usano le forbici anziché il machete. Nelle spese per il Quirinale l’appannaggio del Presidente ha un’incidenza minima. Circa 220mila euro lordi l’anno, pur sempre una bella cifra ma meno di quanti percepisce un europarlamentare italiano.Si può e si deve discutere dell’opportunità che il Capo dello Stato abbia a sua disposizione più residenze (il fasto cerimoniale che caratterizza la monarchia inglese non può caratterizzare una repubblica). Ma il male oscuro non sta tanto in questo tipo d spese – comunque da ridimensionare – quanto nel modo in cui il Quirinale, pigmeo del potere stando alla Costituzione, s’è trasformato in un colosso burocratico: e nessuno riesce a porre rimedio infrangendo – salvo che con modifiche timide – la regola italiana secondo la quale gli organici degli uffici pubblici possono variare solo in crescita, mai in diminuzione. m. cervi ilgiornale.it

Credibilità dell’Italia e credulità degli Italiani

Sabato, 26 Novembre 2011

Lo spread continua a salire, la Borsa continua a scendere. La sostituzione del Cavaliere con Monti non ha cambianto nulla. La credibilità dell’Italia non era legata a Berlusconi. Mancava ieri e manca oggi. Mentre gli Italioti hanno dimostrato di essere dei veri creduloni. temis

Bini Smaghi, le dimissioni provano il complotto internazionale

Venerdì, 11 Novembre 2011

salta berlusconi e bini smaghi si dimette. è la prova che berlusconi è stato sconfitto da un complotto internazionale. strumento: i mercati. procuratore: il presidente napolitano (che ha fatto tutta la sua carriera rappresentando prima l’est e poi l’ovest). non capiamo di cosa gioiscano bersani e casini. o, forse, credono di vare buttato loro giù il cavaliere? temis