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L’Italia non è una nazione meticcia (by Sartori)

Mercoledì, 19 Giugno 2013

l governo Monti era un po’ raccogliticcio, ma forse per la fretta e anche perché Monti non apparteneva al giro dei nostri politici e di molti di loro sapeva poco. Ma Letta i nostri politici li conosce, è del mestiere; eppure ha messo insieme un governo Brancaleone da primato. Grosso modo, metà dei suoi ministri e sottosegretari sono fuori posto, sono chiamati ad occuparsi di cose che non sanno. Al momento mi occuperò solo di un caso che mi sembra di particolare importanza, il caso della Ministra «nera» Kyenge Kashetu nominata Ministro per l’Integrazione. Nata in Congo, si è laureata in Italia in medicina e si è specializzata in oculistica. Cosa ne sa di «integrazione», di ius soli e correlativamente di ius sanguinis ?

Dubito molto che abbia letto il mio libro PluralismoMulticulturalismo e Estranei, e anche un mio recente editoriale su questo giornale nel quale proponevo per gli immigrati con le carte in ordine una residenza permanente trasmissibile ai figli. Era una proposta di buonsenso, ma forse per questo ignorata da tutti. Il buonsenso non fa notizia.

 

Sia come sia, la nostra oculista ha sentenziato che siamo tutti meticci, e che il nostro Paese deve passare dal principio dello ius sanguinis (chi è figlio di italiani è italiano) al principio dello ius soli (chi nasce in Italia diventa italiano). Di regola, in passato lo ius soli si applicava al Nuovo Mondo e comunque ai Paesi sottopopolati che avevano bisogno di nuovi cittadini, mentre lo ius sanguinis valeva per le popolazioni stanziali che da secoli popolano determinati territori. Oggi questa regola è stata violata in parecchi Paesi dal terzomondismo imperante e dal fatto che la sinistra, avendo perso la sua ideologia, ha sposato la causa (ritenuta illuminata e progressista) delle porte aperte a tutti, anche le porte dei Paesi sovrappopolati e afflitti, per di più, da una altissima disoccupazione giovanile.

Per ora i nostri troppi e inutili laureati sopravvivono perché abbiamo ancora famiglie allargate (non famiglie nucleari) che riescono a mantenerli.

Ma alla fine succederà come durante la grande e lunga depressione del ’29 negli Stati Uniti: a un certo momento i disoccupati saranno costretti ad accettare qualsiasi lavoro, anche i lavori disprezzati. Ma la Ministra Kyenge spiega che il lavoro degli immigrati è «fattore di crescita», visto che quasi un imprenditore italiano su dieci è straniero. E quanti sono gli imprenditori italiani che sono contestualmente falliti? I dati dicono molti di più. Ma questi paragoni si fanno male, visto che «imprenditore» è parola elastica. Metti su un negozietto da quattro soldi e sei un imprenditore. E poi quanti sono gli immigrati che battono le strade e che le rendono pericolose?

La brava Ministra ha anche scoperto che il nostro è un Paese «meticcio».Se lo Stato italiano le dà i soldi si compri un dizionarietto, e scoprirà che meticcio significa persona nata da genitore di razze (etnie) diverse. Per esempio il Brasile è un Paese molto meticcio. Ma l’Italia proprio no. La saggezza contadina insegnava «moglie e buoi dei paesi tuoi». E oggi, da noi, i matrimoni misti sono in genere ferocemente osteggiati proprio dagli islamici. Ma la più bella di tutte è che la nostra presunta esperta di immigrazione dà per scontato che i ragazzini africani e arabi nati in Italia sono eo ipso cittadini «integrati».

Questa è da premio Nobel. Mai sentito parlare, signora Ministra, del sultanato di Delhi, che durò dal XIII al XVI secolo, e poi dell’Impero Moghul che controllò quasi tutto il continente Indiano tra il XVI secolo e l’arrivo delle Compagnie occidentali? All’ingrosso, circa un millennio di importante presenza e di dominio islamico. Eppure indù e musulmani non si sono mai integrati. Quando gli inglesi dopo la seconda guerra mondiale se ne andarono dall’India, furono costretti (controvoglia) a creare uno Stato islamico (il Pakistan) e a massicci e sanguinosi trasferimenti di popolazione. E da allora i due Stati sono sul piede di guerra l’uno contro l’altro. Più disintegrati di così si muore. g. sartori corriere.it

Regioni sovrane

Lunedì, 6 Febbraio 2012

Le spese dello stato stanno per un certo verso sotto l’occhio dell’opinione pubblica; le spese regionali sfuggono meglio all’attenzione, anche se fanno impallidire quelle dello stato. Soprattutto in termini di sprechi, sono scandalosi pozzi senza fondo: la Sicilia spende il doppio della Lombardia (avendo metà dei suoi abitanti), la Campania il triplo del Veneto; tutte insieme hanno speso un miliardo di euro nel 2011 solo per mantenere i loro consiglieri regionali; 7 miliardi (14 mila miliardi, in vecchie lire) per le giunte e gli uffici regionali. Sono circa altri 240 miliardi di euro che si aggiungono alla spesa pubblica: qui sì che sono possibili grossi risparmi e tagli, perchè proprio nelle Regioni c’è tanto grasso che cola. Basta ricordare che i contribuenti del Nord trasferiscono ogni anno, da decenni, alle Regioni del Meridione, senza miglioramento dell’arretratezza meridionale. Ma il governo, tecnico o no, non ha alcuna possibilità di mettere un freno a questi folli spenditoi locali: mai otterrebbe una maggioranza parlamentare per riformare questo colabrodo di denaro pubblico a cui poppano voluttuosamente tutti i partiti. Cadrebbe immediatamente. E inoltre le Regioni hanno “l’autonomia finanziaria” (scritta nella Costituzione, art. 119) di cui sono gelosissime, e una legge costituzionale (dunque varata da maggioranza qualificata) del 2001 che ha abolito i controlli sugli atti regionali, in precedenza esercitati dal governo centrale. Senza contare le Regioni che sono “autonome” per legge divina, fra cui brilla la Sicilia. Da allora, queste entità sono buchi neri di spesa, irresponsabili e insindacabili, ancorchè molte di esse esibiscano debiti colossali. Basti dire che la Regione Sicilia paga i suoi consiglieri regionali più dei senatori della repubblica: 19.850 euro al mese. E che la stessa Sicilia spende 240 milioni di euro l’anno per la “formazione professionale” dove foraggia un esercito di presunti docenti, e alla fine dei quali corsi solo uno studente e mezzo trova effettivamente lavoro. Ragion per cui il procuratore della Corte dei Conti ha recentemente dichiarato: «L’effettivo avviamento al lavoro di un giovane siciliano pesa sui contribuenti 72 mila euro, non so davvero se ne valga la pena». Ma che lo Stato non osi mettere becco, men che meno esigere la consegna dei libri contabili: i governatori delle Regioni si coalizzano nella protesta, mobilitano le loro affollate clientele, i partiti (ciascuno dei maggiori ha un qualche governo regionale) difendono con le unghie la loro “autonomia”. E così continuano a spendere come pare a loro. Ossia a sprecare e rubare. In tal modo, accade questo fatterello paradossale: il governo centrale italiano accetta il “fiscal compact” europeo, ossia di mettere i suoi bilanci sotto il controllo preventivo dei commissari europei, rinunciando all’ultimo brandello di sovranità e divenendo di fatto una macro-regione della Germania, che occhiutamente impone il pareggio di bilancio e la riduzione del debito al 60% del Pil; e nello stesso tempo, non può imporre la sua sovranità alle sue Regioni, controllandone i conti e le spese, come riesce a fare la Spagna. In altri termini: le Regioni sono più “sovrane” dello stato centrale. Ciò non è altro, in fondo, il motivo stesso della nascita delle Regioni. I lettori più giovani possono non saperlo, ma lo stato italiano non è sempre stato regionale; anche se la creazione di Regioni era iscritta nel bronzo della Costituzione (che per certe parti è invece di pastafrolla), per molti decenni s’è lasciata inattuata questa parte. E la popolazione non ha mai espresso scontento di essere sotto uno stato centralizzato, mai la richiesta di “autonomie” regionali è stata espressa a livello popolare. Era un ordine dall’alto a volerle. (compagno di grembiule) Infatti a battersi per l’istituzione delle Regioni fu da dopoguerra Ugo La Malfa, gran massone, l’uomo del Partito Repubblicano, appoggiato da Cuccia e da Mattioli delle Commerciale, ossia il fiduciario della finanza internazionale: l’unico italiano dahgli anglo-americani agli incontri di Bretton Woods in cui si mise in atto l’ordine monetario mondiale dei vincitori. Benchè il Pri di La Malfa avesse sì e no il 3 per cento dei voti, la DC se lo associò fin dal primo governo De Gasperi, perchè senza i repubblicani nel governo, non arrivavano i soldi del piano Marshall: dunque i desideri di La Malfa erano legge. E il perchè volesse le Regioni, il La Malfa lo chiarì in tutte le sedi: servivano ad erodere la sovranità degli stati-nazione. Il progetto europeista di Jean Monnet (che distribuiva i soldi del piano Marshall per incarico della Lazard) era infatti un’Europa di Regioni, senza stati, o cvon stati spettrali. L’autorità degli stati doveva essere sminuita e smangiata sia dall’alto (dalla Unione Europea) sia dal basso, dalle Regioni appunto. Nel gran progetto mondialista, globalizzazione deve accompagnarsi alla regionalizzazione del mondo. Piccole entità sub-sovrane, senza dimensioni economiche nè peso politico per negoziare a livello europeo con qualche credibilità. Questo era il progetto. La Germania disfatta fu la prima ad essere spezzata in Laender, su comando alleato. Alla regionalizzazione della Francia (il più antico stato unitario d’Europa) si oppose De Gaulle, finchè potè. La Spagna fu centralizzata fino a quando durò Francisco Franco, il sopravvissuto dell’era precedente, e per questo Madrid ha ancora voce in capitolo sulle spese regionali . Oggi , il progetto si realizza, ma sotto una forma paradossale: è la Germania l’unico ente sovrano che comanda sugli altri stati denazionalizzati: un esito che farà rivoltare nella tomba La Malfa, Jean Monnet e Andrè Meyer della Lazard Brothers…. Read more: http://www.rischiocalcolato.it/2012/02/spagna-e-italia-uguali-sul-lavoro-non-sulle-regioni-maurizio-blondet.html#ixzz1lbGpaQFv

Le spese dello stato stanno per un certo verso sotto l’occhio dell’opinione pubblica; le spese  regionali sfuggono meglio all’attenzione, anche se fanno impallidire  quelle dello stato. Soprattutto in termini di sprechi,  sono scandalosi pozzi senza fondo: la Sicilia spende il doppio della Lombardia (avendo metà dei suoi abitanti), la Campania il triplo del Veneto;  tutte insieme hanno speso un miliardo di euro nel 2011 solo per mantenere i loro consiglieri regionali; 7 miliardi (14 mila miliardi, in vecchie lire) per le giunte e gli uffici regionali. Sono circa  altri 240 miliardi di euro che si aggiungono alla spesa pubblica:  qui sì che sono possibili grossi risparmi e tagli, perchè proprio nelle Regioni  c’è tanto grasso che cola.  Basta ricordare che i contribuenti del Nord trasferiscono ogni anno, da decenni, alle Regioni del Meridione, senza  miglioramento dell’arretratezza meridionale.

Ma il governo, tecnico o no, non ha alcuna possibilità di mettere un freno a questi folli spenditoi locali: mai otterrebbe una  maggioranza parlamentare   per riformare questo colabrodo di denaro pubblico a cui poppano voluttuosamente tutti i partiti. Cadrebbe immediatamente.  E inoltre le Regioni hanno “l’autonomia finanziaria” (scritta nella Costituzione, art. 119) di cui sono gelosissime, e una legge costituzionale (dunque varata da maggioranza qualificata)  del 2001 che ha abolito i controlli sugli atti regionali, in precedenza esercitati dal governo  centrale.  Senza contare le Regioni che sono “autonome” per legge divina, fra cui brilla la Sicilia.  Da allora, queste entità sono buchi neri di spesa, irresponsabili e insindacabili, ancorchè  molte di esse esibiscano debiti colossali.  Basti dire che la Regione Sicilia paga i suoi consiglieri regionali più dei senatori della repubblica: 19.850 euro al mese. E che la stessa Sicilia  spende 240 milioni di euro l’anno per la “formazione professionale”   dove foraggia un esercito di presunti docenti, e  alla fine dei quali corsi solo uno studente e mezzo trova effettivamente lavoro. Ragion per cui il procuratore della Corte dei Conti ha recentemente dichiarato: «L’effettivo avviamento al lavoro di un giovane siciliano pesa sui contribuenti 72 mila euro, non so davvero se ne valga la pena».

Ma che lo Stato non osi mettere becco, men che meno esigere la consegna dei libri contabili: i governatori delle Regioni si coalizzano nella protesta, mobilitano le loro affollate clientele, i partiti (ciascuno dei maggiori ha un qualche governo regionale) difendono con le unghie la loro “autonomia”. E  così continuano a spendere come pare a loro.  Ossia a sprecare e rubare.

In tal modo, accade questo fatterello paradossale:  il governo centrale italiano accetta il “fiscal compact” europeo, ossia di mettere i suoi bilanci sotto il controllo preventivo dei commissari  europei, rinunciando  all’ultimo brandello di sovranità e divenendo di fatto una macro-regione della  Germania, che occhiutamente impone  il pareggio di bilancio e la riduzione del debito al 60% del Pil; e nello stesso tempo, non può imporre la sua sovranità alle sue Regioni, controllandone i conti e le spese, come riesce a fare la Spagna.

In altri termini: le Regioni sono più “sovrane” dello stato centrale.

Ciò non è altro, in fondo, il motivo stesso della nascita delle Regioni.  I lettori più giovani possono non saperlo, ma lo stato italiano non è sempre  stato regionale; anche se la creazione di Regioni era iscritta nel bronzo della Costituzione (che per certe parti è invece di pastafrolla), per  molti decenni s’è lasciata inattuata questa parte.  E la popolazione non ha mai espresso scontento di essere sotto uno stato centralizzato, mai la richiesta di “autonomie” regionali è stata espressa a livello popolare. Era un ordine dall’alto a volerle.Infatti a battersi per l’istituzione delle Regioni fu  da dopoguerra  Ugo La Malfa,  gran massone, l’uomo del Partito Repubblicano,  appoggiato da Cuccia e da Mattioli delle Commerciale, ossia il fiduciario della finanza internazionale: l’unico italiano  dahgli anglo-americani agli incontri di Bretton Woods in cui si mise in atto l’ordine monetario mondiale dei vincitori.  Benchè il Pri di La Malfa avesse sì e no  il 3 per cento dei voti, la DC se lo associò fin dal primo governo De Gasperi, perchè senza i repubblicani nel governo,  non arrivavano i soldi del piano Marshall: dunque i desideri di La Malfa erano legge. E il perchè volesse le Regioni, il La Malfa lo chiarì in tutte le sedi: servivano ad erodere la sovranità degli stati-nazione. Il progetto europeista di Jean Monnet (che distribuiva i soldi del piano Marshall per incarico della Lazard) era infatti un’Europa di Regioni, senza stati, o cvon stati spettrali.  L’autorità degli  stati doveva essere  sminuita e smangiata sia dall’alto (dalla Unione Europea) sia dal basso, dalle  Regioni appunto. 

Nel gran progetto mondialista,  globalizzazione deve accompagnarsi alla regionalizzazione del mondo. Piccole entità sub-sovrane, senza dimensioni economiche nè peso politico per negoziare a livello europeo con qualche credibilità.  Questo era il progetto. La Germania disfatta  fu la prima ad essere spezzata in Laender, su comando alleato.  Alla regionalizzazione della Francia (il più antico stato unitario d’Europa)  si oppose De Gaulle, finchè potè.   La Spagna fu centralizzata fino a quando durò Francisco Franco, il sopravvissuto dell’era precedente, e per questo Madrid ha ancora voce in capitolo sulle spese regionali . Oggi , il progetto si realizza, ma sotto una forma paradossale:  è la Germania l’unico ente sovrano che comanda sugli altri  stati denazionalizzati: un esito che farà rivoltare nella tomba  La Malfa, Jean Monnet e Andrè Meyer della Lazard Brothers…. m.blondet tratto da Spagna e Italia uguali sul Lavoro, non sulle Regioni vi rischiocalcolato.it

Non sappiamo essere nazione

Martedì, 6 Novembre 2007

Vi è nel caso romeno più dell’assassinio romano. Il grave fatto di sangue è entrato nella politica italiana; e la sua realtà non sta nell’immigrazione ma nel rapporto della sinistra con essa. È servito a Veltroni per far dimenticare il suo passato di sindaco buonista, punto d’incontro tra cattolici e sinistra, nel volto di una Roma plurale, aperta al mondo. Per far questo, ha scelto di singolarizzare l’immigrazione romena nel vasto mondo dell’immigrazione extracomunitaria. Un passo pericoloso, perché ha esposto la nazione italiana, non razzista perché di cultura cattolica, alle accuse di una nazione, la Romania, che parla una lingua neolatina e ha vissuto l’impronta romana e cristiana nei secoli del dominio turco.
I rom non sono «i romeni», sono una minoranza in Romania, con le medesime difficoltà che essa incontra in Italia: il loro nomadismo li fa vivere presso la città, ma non dentro di essa. E sono quindi marginali, disprezzati e temuti. Hanno origini indiane, sono stati introdotti dai turchi nelle terre cristiane. Gli zingari in Italia hanno cattiva fama, perché sono visti come autori di furti, di rapine, di mobbing della mendicità e persino rapitori di bambini. Ne è stato scoperto un tentativo recente finito male.
Gli zingari hanno un grado di nobiltà in Europa perché il nazismo tentò la loro eliminazione come popolo incompatibile con la dottrina nazista sulla razza. Anch’essi hanno avuto una loro minore Shoa. Per questo prendersela con gli zingari e con i romeni crea problemi non solo con la Romania, ma con l’Unione Europea. È l’atto del governo Prodi delle espulsioni immediate e della distruzione delle baracche che fa dell’Italia di sinistra un sospetto razzista in Europa. Veltroni deve essere ben in difficoltà per far commettere al governo Prodi un atto così lontano dalla sinistra europea; e non solo dalla sinistra.
Il problema dell’immigrazione diviene più grave perché è verso l’Italia e verso la Spagna che puntano le minoranze più attive dell’Africa e del Medioriente. Lo fanno perché sanno che in Italia verranno accolti, che la Caritas offrirà loro da mangiare e magari da dormire, che la regola del cuore del popolo italiano è la compassione, che la magistratura impedirà loro di essere espulsi e la polizia non impedirà il loro rientro. Secondo la Caritas, gli immigrati in Italia sono quasi quattro milioni e raggiungeranno, prima del 2050, i dieci milioni: un quinto della popolazione come negli Stati Uniti, ma con cinque volte di residenti in meno. Così finisce l’Italia come l’abbiamo conosciuta.

(continua…)