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Caos da tariffe (by Leozappa)

Martedì, 14 Febbraio 2012

L’abrogazione delle tariffe professionali sta avendo un impatto dirompente sulla amministrazione della giustizia. Il Tribunale di Cosenza ha già sollevato la questione di legittimità avanti la corte Costituzionale ritenendo che i compensi – nell’attesa dei decreti ministeriali che dovranno definire i parametri per le liquidazioni da parte degli organi giudiziari – non possano essere decisi secondo equità (ordinanza 1 febbraio 2012).Il Presidente del Tribunale di Roma ha, invece, raccomandato di continuare a fare riferimento ai valori ricavabili dalla (abrogate) tariffe forensi (comunicazione del 9 febbraio 2012). Il Presidente del Tribunale di Verona, in attesa dei decreti ministeriali, ha prospettato la sospensione della liquidazione delle parcelle relative all’assistenza con patrocinio a carico dello Stato, sia nei giudizi penali che in quelli civili, nonché quelle relative ai difensori d’ufficio ex art. 32 att. C.p.c. (comunicazione del 1 febbraio 2012).“Prassi operative” sono state definite tra l’Ordine degli avvocati di Brescia e il presidente del relativo Tribunale. Invero, è difficile comprendere le ragioni della abrogazione delle tariffe se si tiene presente che, quest’ultima, nulla ha a che fare con il dichiarato risultato di liberalizzare i compensi professionali. La inderogabilità delle tariffe era già stata soppressa dal governo Prodi, con le c.d. Lenzuolate del ministro Bersani.Dal 2006 la definizione dei compensi era rimessa all’accordo tra cliente e professionista (mi riferisco a minimi e fissi, i massimi essendo stati mantenuti a tutela del consumatore). La abrogazione delle tariffe, disposta dal decreto Monti, non poteva liberalizzate, quindi, quanto già risultava (da anni) libero.Ha piuttosto determinato la cancellazione dall’ordinamento dei parametri a cui il codice civile imponeva di fare riferimento nell’ipotesi di mancato preventivo accordo tra le parti. Ma l’utilità e l’esigenza di un riferimento oggettivo è dimostrata, ictu oculi, dal fatto che lo stesso decreto Monti, nell’abrogare le tariffe vigenti, demanda ai ministeri competenti la definizione di nuovi parametri.Perché, allora, non è stato definito un regime transitorio? Forse, si è trattato di una svista, di un errore. O, forse, si è ritenuto di testare gli effetti della abrogazione in modo da poter valutare (se o) in che termini dare attuazione al disposto legislativo sui parametri.Nell’una e nell’altra ipotesi, quella di abrogare le tariffe, ormai da anni divenute meramente orientative, appare una decisione dall’alto, che ha preteso di imporsi sulla società civile, le cui intrinseche dinamiche sono state del tutto ignorate. Il risultato perverso è non solo la fallacia dell’intervento ma l’erosione della fiducia in misure che, rispondendo a concezioni economiche ancora estranee alla cultura del cittadino carnale, richiederebbero un consenso ben altrimenti coltivato. a.m.leozappa nuvola.corriere.it

La “nuvola” di Fantozzi esiste davvero: sole il lunedì, pioggia la domenica

Venerdì, 27 Luglio 2007

"E’ mercoledì e c’è un bel sole. Lo stesso giovedì, non una nuvola all’orizzonte. Arriva venerdì e il cielo comincia ad incupirsi, il sole appare e scompare, le nuvole si ammucchiano. Sabato piove. Il meteo vira al bello solo dal pomeriggio di domenica, ma, a questo punto, il weekend è andato: fatti tutti i conti, il tempo migliore ci sarà lunedì e martedì, quando siamo chiusi in ufficio.

In fondo al cuore – e sulla base di una lunga esperienza – abbiamo sempre saputo che la nuvola di Fantozzi, la maledizione dell’impiegato, che si nasconde durante la settimana e riappare nei giorni di festa, esiste davvero. Ma non ci volevamo credere. Invece aveva ragione Paolo Villaggio: la nuvola c’è e gli scienziati l’hanno trovata. Anche se, in paesi all’oscuro della saggezza di Villaggio, invece di "Ben nota nuvola di Fantozzi", l’hanno chiamata "Inaspettata periodicità settimanale delle variabili climatologiche".

Due studiosi tedeschi, Dominique Baeumer e Bernhard Vogel, dell’università di Karlsruhe, documentano, in un saggio con questo titolo apparso sulle Geophysical Research Letters, il ritmo settimanale nelle variazioni della temperatura, della differenza fra temperatura minima e massima, della presenza del sole, della quantità di nubi, della quantità di pioggia e della sua frequenza. E il succo è che il bel tempo tende a concentrarsi all’inizio della settimana, quello brutto alla fine.

Già parecchi studi puntavano in questa direzione, in Australia, in Cina, alle Hawaii. Ma c’era sempre il dubbio che tutto risalisse a particolari condizioni, meteorologiche o di inquinamento, locali. Baeumer e Vogel hanno saltato l’ostacolo, mettendo sotto esame un totale di quasi 70 mila diverse rilevazioni, sull’arco di 15 anni (dal 1991 al 2005), in 12 distinte stazioni meteorologiche tedesche, sparse da Aquisgrana a Berlino, a Rostock alle balze (3 mila metri di altitudine) di una montagna come lo Zugspitze. I risultati recitano tutti la stessa storia.

Rispetto alla media complessiva settimanale, la temperatura segna uno scarto verso l’alto nella prima metà della settimana, con la punta più calda mercoledì e la più fredda sabato. Anche la differenza fra minima e massima è maggiore fra lunedì e mercoledì. Nulla di strano, visto che l’esposizione al sole segue lo stesso ritmo, diminuendo costantemente fino al sabato, quando la giornata si chiude con un quarto d’ora di sole in meno rispetto a martedì. E perché c’è meno sole? Perché ci sono più nuvole: il cielo più azzurro è, infatti, quello del martedì, il più grigio quello del sabato.

Ma, poiché sono nuvole di Fantozzi, non si limitano ad oscurare il sole. Rovesciano acqua. Il minimo delle precipitazioni c’è il lunedì e il massimo – come avete indovinato – è il sabato. Questo, per la verità, ci dice solo quanto ha piovuto. Magari, quando piove il sabato, è un acquazzone e, negli altri giorni, una pioggerellina. Già questo, comunque, sarebbe abbastanza fantozzesco, ma c’è di più. Se contate il numero di giorni in cui piove, vedete che succede (acquazzone, temporale o pioggerellina) soprattutto di sabato. E non piove soltanto: lo stesso ritmo settimanale si riscontra nell’umidità, nella pressione atmosferica. Per concludere: di sabato tira anche più vento.

"Le differenze nei parametri sono piccole" commenta Antonello Pasini, che si occupa di fisica dell’atmosfera al Cnr ed è titolare di un blog sul clima. "Ma sono statisticamente significative".

E’ solo semplice sfiga? I dati sono troppi, osservano Baeumer e Vogel, per parlare di effetto casuale. Il problema è che questo ritmo settimanale, scientificamente, non ha senso. A meno di non scomodare la Bibbia, con il suo "e il settimo giorno si riposò" (che, comunque, non coprirebbe l’intero weekend), la natura non conosce settimane. Le abbiamo inventate noi. Ma questo vuol dire che siamo stati noi anche a creare la nuvola di Fantozzi.
"Poiché non c’è processo naturale conosciuto – scrivono Baeumer e Vogel – che crei una periodicità di sette giorni, in grado di durare per lungo tempo, l’esistenza di questo ritmo è una forte indicazione dell’influenza dell’uomo sul clima".

E, se le settimane sono state inventate molto tempo fa, il sole di lunedì e la pioggia di sabato erano sconosciuti ai nostri bisnonni, indisturbati nei loro picnic. La nuvola di Fantozzi si manifesta con l’era moderna e con l’inquinamento che ne è il risvolto.
"Probabilmente – dice Pasini – il normale ritmo del traffico urbano, dell’attività lavorativa comporta un progressivo accumulo di polveri sottili nelle zone basse dell’atmosfera nel corso della settimana. Queste polveri schermano sempre di più la luce del sole. Contemporaneamente, forniscono i nuclei intorno ai quali si condensa l’umidità per formare le nuvole.

Aggiungiamoci che le città costituiscono, in particolare nei giorni lavorativi, isole di calore che convogliano più facilmente l’aria inquinata vicino alla superficie, con le sue polveri sottili, verso l’alto e verso le nubi". Poi, nel weekend, il traffico e il lavoro diminuiscono, le città si svuotano, le polveri si riducono e, lunedì, torna il bel tempo.

Ma, attenzione, avverte Pasini, il ruolo decisivo dell’ambiente urbano non significa affatto che, lontano dalle città, la situazione sia diversa. Scommettere che, in campagna o in montagna, ci sarà il sole, anche di sabato, non è una buona idea. "La gita fuori porta non risolve nulla – dice Pasini – piove anche lì". I dati di Baeumer e Vogel dicono, infatti, che la maledizione del sabato è praticamente ubiqua e onnipresente. Si salva l’isola di Helgoland, decine di chilometri al largo nel mare del Nord, ma il ritmo settimanale del cattivo tempo di Berlino o Duesseldorf si ripete, più o meno, pari pari anche in cima alle Alpi benché, a 3 mila metri di altezza, la stazione meteorologica dello Zugspitzen sia al di sopra degli strati inferiori inquinati dell’atmosfera.

La spiegazione, che Baeumer e Vogel, per ora, si limitano ad ipotizzare, è che i fenomeni innescati dall’inquinamento e dalle polveri sottili nelle città si intreccino e si colleghino con le dinamiche atmosferiche a più largo raggio, coinvolgendo aree molto vaste. Del resto con Fantozzi, lo sapevamo già, è sempre così: non c’è scampo."

(continua…)