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Il libertarismo, la malattia mortale dell’Occidente

Giovedì, 22 Dicembre 2011

Estinzione dell’Occidente e istruzione femminile…

Martedì, 6 Dicembre 2011

«ti auguro una morte lunga e dolorosa», mi scrive Alessio. «Coglione di merda!», mi definisce Francesco. «Dimostri di essere proprio un deficiente totale!!!», scrive qualcuno che si firma “Iscritto PD”. «Sei un poveretto che di libri sicuramente non ne legge e di figli sicuramente non ne ha», mi fa sapere Erika, con la kappa. Angela mi considera «un’idiota», con l’apostrofo. Marta mi dà dell’impotente e Marco del lassativo: «Fai cagare». Decine di messaggi iniziano o finiscono con la stessa parola, «Vergogna», differenziandosi solo per il numero di punti esclamativi. E poi ovviamente sarei fascista, razzista, sessista e, forse un po’ meno ovviamente, «ignorante all’ennesima potenza», «pezzente», «laido figuro», «mentecatto troglodita». Ma cosa ho fatto per meritare cento mail di insulti e la riprovazione di tutti i social network? Ho semplicemente dato un’informazione, ovvero che c’è una relazione diretta fra estinzione dell’Occidente e istruzione superiore femminile. Che laddove le facoltà si affollano si svuotano le culle, che più lauree significano meno matrimoni e meno bambini. Ne hanno scritto tre ricercatori della Harvard Kennedy School of Government: Ina Ganguli, Ricardo Hausman e Martina Viarengo. Mentecatti trogloditi pure loro? Lo ha affermato pubblicamente David Willetts, il ministro inglese dell’Università e della Scienza. Anche lui, che fra l’altro ha studiato a Oxford mica a Fisciano, ignorante all’ennesima potenza? Mi domando come mai la realtà venga subito scambiata per provocazione. Secondo Marcella (anche stavolta tralascio per pietà il cognome), il mio articolo denunciava «un desiderio profondo di istituzionalizzazione della violenza sessuale, un progetto che Berlusconi, di cui lei e il suo padrone siete stati tra i più viscidi servi, aveva osato intraprendere». È sempre colpa di Berlusconi e quindi, di riflesso, di Belpietro, che da questa mail apprendo essere il mio padrone (la prossima volta che mi telefona gli rispondo «Sì, buana») Schiere di laureate e laureande si sono dichiarate offesissime, ipotizzando che col mio articolo volessi imporre l’analfabetismo femminile per difendere il mio privilegio di maschio laureato. (A criticarlo anche Selvaggia Lucarelli, sempre su Libero. Clicca per leggere l’articolo). Mi tocca deluderle: non sono laureato. Di più: non ho mai frequentato l’università. Ancora di più: non ho mai nemmeno messo piede in un liceo. Ciò non mi ha impedito di leggere alcune migliaia di libri e di scriverne otto (il nono è in gestazione) pubblicati presso i più prestigiosi editori italiani. Io sono felice che le donne leggano e sarei felicissimo se leggessero Roberto Volpi. Chi è costui? È lo statistico che ha creato, presso il ministero del Lavoro, il Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza, è l’autore di un tot di libri fra i quali La fine della famiglia (Mondadori), è un pozzo di scienza demografica che oggi sarebbe come minimo sottosegretario se il governo Monti fosse davvero tecnico come millanta di essere. È lui il vero ispiratore dell’articolo tanto contestato. Volpi mi ha concesso di leggere in anteprima il suo prossimo libro, Il sesso spuntato. Il crepuscolo della riproduzione sessuale in Occidente, da cui traggo il seguente virgolettato: «Il decennio che dai venti porta ai trent’anni, il decennio d’oro delle donne per concepire dei figli, è diventato un decennio poco utilizzato e che tende ad esserlo sempre meno per questa funzione. Quando le coppie arrivano alla scelta del figlio la donna nella grande maggioranza ha già alle spalle il periodo fecondo per eccellenza». Volpi fa lo scienziato, io invece faccio il giornalista e ho bisogno di sintesi per cui gli ho subito telefonato: «Questo rimandare la riproduzione discende per caso dal fatto che sempre più donne bruciano il loro decennio d’oro fra università, post-università, master ed Erasmus?». Risposta (sintetizzata): «Sì». Insisto: «La causa principale del crollo demografico non potrebbe essere invece la mancanza di sostegni alla maternità, di asili nido, bonus bebè eccetera?». Risposta (non sintetizzata): «No. Le politiche nataliste degli Stati nordeuropei sono riuscite a recuperare appena due o tre decimi di punto nei tassi di fecondità, che rimangono sotto la soglia di sostituzione». Questa è la realtà dell’estinzione prossima ventura: la si può guardare in faccia oppure mi si può augurare una morte lunga e dolorosa. Chissà quale dei due atteggiamenti è il più proficuo. (Leggi anche l’articolo di Nicolas Farrell: mia moglie è una marziana, casalinga, colta con 5 figli). c.longoni libero

Stop ai matrimoni misti

Sabato, 26 Luglio 2008

Gli episodi come quelli della bambina portata via dal padre marocchino di cui si occupa oggi la cronaca, sono molto più numerosi di quanto non si creda a causa dell’intensificarsi di presenze straniere nel nostro Paese, presenze che portano spesso le italiane a sposarsi con uomini appartenenti a culture incompatibili con la nostra. Nei matrimoni con africani e orientali, in grande maggioranza di religione islamica, le donne italiane si trovano in condizione di assoluta inferiorità, una inferiorità di cui nella fase dell’innamoramento di solito non sono in grado di rendersi conto, spinte anche dall’atmosfera di tolleranza e di negazione delle differenze che si respira ovunque in abbondanza. È necessario guardare in faccia la realtà. È necessario mettersi «dal punto di vista dell’indigeno», come ha ripetuto Franz Boas, uno dei più grandi padri dell’antropologia, se si vuole capire e rispettare l’altro, cosa che non significa né tradire i propri valori né rinunciare a giudicare e a tentare di farci capire dall’altro. L’atteggiamento assunto oggi di facile negazione dell’abisso che separa il cristianesimo dall’islamismo non è utile a nessuno e soprattutto porta a dei conflitti sia interpersonali sia collettivi.
La figura e il ruolo delle donne è al centro di questo abisso. Non per nulla il cristianesimo si è dovuto spostare in occidente, nel mondo del diritto romano, per potersi espandere e fiorire. È stato Gesù a concentrare il suo sguardo sulla condizione delle donne, a parlare con loro. Per quante incomprensioni, errori, eresie, si siano accumulati col tempo sul suo messaggio, la parità delle donne è rimasta sempre limpidamente la novità che nessuno ha osato negare. E il battesimo così come il rito matrimoniale ne ha fatto fede fin dall’inizio. In nessuna società, in nessuna religione, il rito d’iniziazione è identico sia per il maschio sia per la femmina come nel cristianesimo. In nessuna società, in nessuna religione il rito matrimoniale è identico sia per il maschio che per la femmina come nel cristianesimo. La parità di diritti nella famiglia, sui figli, ne è logicamente la prima conseguenza. Maometto ha centrato il Corano sui primi cinque libri dell’Antico Testamento ed è sufficiente questo fatto a far comprendere che le donne musulmane si trovano oggi nelle stesse condizioni di inferiorità, di tabuizzazione, di dipendenza dal potere del maschio, dalle quali le ha tolte Gesù.
I significati e i valori che discendono dalle religioni permeano la personalità dei popoli in modo talmente profondo che nessuna normativa di legge può riuscire a cambiarla se non forse con un lungo passare del tempo. Per ora, perciò, sarebbe bene che i matrimoni non avvenissero affatto, neanche di fronte all’accettazione delle leggi vigenti in Italia. Non dimentichiamoci che in molti Paesi africani, come quelli della costa mediterranea, vige la lapidazione per la donna adultera, la clitoridectomia e l’infibulazione e comunque l’unico a possedere il potere è ovunque il maschio capo di casa.
Ida Magli ilgiornale.it

Tibet: l’ipocrisia dell’Occidente (e dell’Italia)

Martedì, 18 Marzo 2008

Non è disfattismo pensare che per il Tibet, in concreto, non si farà nulla o ci si limiterà a spiegare ciò che non va fatto. Si invoca il boicottaggio delle Olimpiadi (che non verranno mai boicottate) come se maratoneti e lanciatori di giavellotto potessero affrontare moralmente ciò che l’Onu diserta politicamente: l’Occidente finge di appoggiarsi alla speranza che l’evoluzione del mercato cinese possa portare alla democrazia, ossia che alle libertà economiche possano equivalere quelle politiche. Eppure, secondo molti osservatori, il problema cinese è giusto il contrario. A Pechino, liberalizzando e democratizzando, temono di mettere a rischio la crescita economica.
Tornando alle piccole cose italiche, vediamo che le timide reazioni nostrane sono sintomatiche: hanno reagito d’impulso, dopo le prime notizie dal Tibet, solo i ruspanti della Destra e della Lega; Gianfranco Fini, Walter Veltroni, Massimo D’Alema e Fausto Bertinotti di converso hanno fatto invocazioni di circostanza che in concreto sono nulla, con l’eccezione del candidato sindaco Gianni Alemanno che ha prospettato il boicottaggio olimpico. Anche l’appello del Presidente della Repubblica, che invoca «un’iniziativa europea», in buona sostanza, chiede che del problema si occupino altri. Il cinismo commerciale di certo Occidente, se fosse una persona, assomiglierebbe terribilmente a Romano Prodi. L’esempio del Dalai Lama è lampante. Nel dicembre scorso, quando da capo del governo non volle incontrare il capo spirituale tibetano, Prodi disse così: «Ho la responsabilità di un Paese e devo rendermi conto delle conseguenze delle mie azioni: il Dalai Lama in fondo non l’avevamo neanche invitato, e comunque la ragion di Stato esiste». Nell’ottobre 2006, nondimeno, Prodi mancò a un altro incontro col Dalai Lama prima di recarsi in visita ufficiale in Cina. E arrivederci.
Berlusconi per ora tace, anche se avrebbe buon gioco nel ricordare che da capo del governo, nel 1994, ricevette il Dalai Lama senza che l’import-export con la Cina andasse per forza in frantumi. Parte della sinistra invece non riesce a non strizzare l’occhio a un’economia che potrebbe sbaraccare quella statunitense, e sarà per questo, nel dicembre scorso, che tra i Comunisti italiani non c’era neanche un firmatario tra i 285 parlamentari che chiesero un ricevimento ufficiale per il leader tibetano; di Rifondazione comunista, poi, firmarono solo in due. Il nostro Paese ne uscì come un paesaggio di mezze stature e di piccoli interessi, per quanto nei mesi precedenti gli Usa avessero appigliato al Dalai Lama la medaglia d’oro del Congresso e nonostante lo stesso avessero già fatto Canada, Austria e Germania: lo Stato guidato da Angela Merkel, notare, era e resta il primo Paese europeo per interscambio con la Cina. Ma non ebbe paura.

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“Submission” il tramonto dell’Occidente

Sabato, 16 Febbraio 2008

«Ho visto dimostrare una grande intolleranza per difendere la tolleranza», scrisse due secoli fa il poeta inglese Samuel Taylor Coleridge. È quello che sta accadendo in Olanda, il Paese più tollerante del mondo, tanto da dare fastidio anche a qualche democratico sincero e aperto di idee. Droghe leggere vendute in negozi appositi, prostituzione libera e esibita, apertura a temi come il matrimonio gay e l’eutanasia, che ancora spaccano le coscienze in buona parte dell’Occidente evoluto. Non stupisce quindi che proprio l’Olanda sia stata massimamente tollerante verso l’immigrazione musulmana, anche perché – per via delle colonie – parte dei suoi cittadini è di religione islamica.
La tolleranza olandese è proseguita anche dopo l’omicidio di Theo van Gogh, macellato in strada a causa del film Submission (islam significa appunto "sottomissione", in arabo). Ma quando la tolleranza finisce di essere quel valore che l’Occidente difende e deve continuare a difendere? Quando diventa a sua volta sottomissione? Lo diventa quando uno Stato non è più in grado di difendere i propri cittadini dall’arroganza, dalla violenza, dall’ottusità dei fanatici. L’Olanda, purtroppo, ha cessato di essere tollerante – per diventare sottomessa – quando ha rinunciato a difendere Ayaan Hirsi Ali, deputato e sceneggiatrice di Submission, che ha dovuto trasferirsi negli Stati Uniti per non fare la fine del suo regista: e il governo olandese ha avuto facile (e ipocrita) gioco nel sostenere che non poteva proteggere un cittadino residente all’estero.
Il caso che si sta annunciando per il film sul Corano di Geert Wilders è ancora più grave. Wilders, capo di un partito di destra, può non piacere per le sue posizioni radicali. Però rappresenta legittimamente nel Parlamento olandese un gruppo non indifferente di cittadini. E ha, più degli altri cittadini, il diritto-dovere di poter esprimere le proprie idee. Chi non le condivide può obiettare che non tutto l’Islam è un pericolo per il mondo, che "soltanto" l’estremismo musulmano è equiparabile ai totalitarismi nazista e comunista, ma Wilders deve poterlo dire – come farà – in un film sul Corano: senza che il ministro degli Esteri olandese si senta in dovere di comunicare che il governo non potrà assicurargli la protezione necessaria. Questa non è più tolleranza, bensì intolleranza a rovescio e, appunto, sottomissione.

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In nome della mascolinità occidentale

Mercoledì, 6 Febbraio 2008

La crociata dello scrittore inglese Martin Amis contro l’Islam è giunta ad un punto di non ritorno. Con la pubblicazione di The Second Plane. September 11: 2001-2007 (Jonathan Cape, £12.99, pp. 214, in corso di traduzione per Einaudi), Amis ha chiuso il cerchio disegnato nel XIX secolo dagli ideologi vittoriani che avevano accusato il mondo islamico di essere sensuale e decadente.
Dopo l’11 settembre, scrive Amis, gli «islamici» avrebbero rivelato la loro «frustrazione sessuale». Lo scrittore inglese ha così ripreso la tesi di chi ha sostenuto che gli attentatori suicidi di Al Qaeda abbiano cercato, in realtà, il modo più semplice per trovare un gineceo nel paradiso promesso ai combattenti del Jihad contro l’Occidente.
A suo avviso, l’islamismo desidererebbe «un mondo di perfetto terrore e di perfetta noia», «un mondo senza divertimento, senza arti, e senza donne, un mondo nel quale l’unico intrattenimento è l’esecuzione pubblica». Per ammissione del suo stesso autore, «il campo naturale» di The Second Plane non è la «geopolitica», ma la «mascolinità». E poi l’affondo, sempre nell’introduzione del libro: «Abbiamo idea di quale idea di mascolinità ci sia in costumi così vergognosi e negli abiti, nelle uniformi, nei vestiti e nelle scarpe, nei jeans, nelle tute e nei camici da dottore di un islamico radicale?».
In passato, Amis ha cercato di rendere l’Olocausto e i gulag parte del territorio «naturale» della sua mascolinità deformata. Sia in Freccia del tempo (Mondadori), sia in Koba il terribile (Einaudi), ha provato ad immaginare l’estremismo dell’orrore storico con la sua spavalda ironia.
In questi libri, Amis ha attribuito al linguaggio la capacità di restituire mediante neologismi la banalità della morte industrializzata, nei quattordici capitoli di The Second Plane egli descrive invece l’«orrorismo» e l’autodistruzione del terrorismo islamico. Amis è convinto che solo la creazione di neologismi restituisca l’indignazione provata di fronte ai tremila morti dell’11 settembre. A suo avviso, questa impresa traduce il suo «impegno morale» nella guerra contro il terrorismo.
Questa tesi nasce dall’idea che la religione è indistinguibile dalla barbarie, mentre l’opposto della fede non è l’ateismo, ma l’indipendenza del pensiero. La più alta espressione della libertà di pensiero nella cultura illuministica occidentale sarebbe la letteratura, considerata da Amis l’unico strumento per discutere seriamente i limiti della ragione. La sua crociata contro il «pensiero dipendente» dell’Islam trova dunque nella creazione linguistica il proprio terreno di battaglia.
Meno chiara è la ragione per cui questa guerra dovrebbe svolgersi sul terreno della mascolinità. A meno di non pensare che l’esercizio della ragione distolga la mente dal nichilismo, attribuendo così agli islamici l’immaginario di una sessualità che si esprime solo attraverso l’istinto di morte.
L’idea che esista, da un lato, una «mascolinità» razionale e, dall’altro, una «mascolinità» mortifera rivela infine uno dei pilastri dell’«occidentalismo» contemporaneo. Amis teorizza apertamente che buona parte del mondo contemporaneo è moralmente inferiore e psicologicamente arretrato, senza avere mai viaggiato in questi paesi, né intervistato uno dei loro cittadini, come ha denunciato il critico letterario Terry Eagleton nella nuova introduzione a Ideologia. Storia e critica di un’idea pericolosa (Fazi) (il manifesto del 23 settembre e il 7 ottobre 2007).
In altre parole, il mondo è diviso tra un «noi» e un «loro» e tutto dipende dagli attributi razionali del proprio essere-maschio. Una tesi che ha attirato su Amis le critiche dei quotidiani inglesi Guardian e Independent. Un «esercizio di stile» hanno preferito commentare, con un certo pudore. In realtà, nella crociata di Amis l’inferiorizzazione sessuale del nemico è l’ultimo passo per rivelarne l’abiezione umana ed intellettuale. Un’impresa che non rende giustizia all’uomo, anche se rivela molto dello scrittore.

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Birmania: la forza dei monaci una lezione per l’Occidente

Venerdì, 28 Settembre 2007

"File interminabili di monaci che camminano silenziosi e risoluti in mezzo a due ali di folla con le loro teste rasate e gli abiti cremisi e arancioni; monaci accovacciati inermi di fronte a militari in assetto antisommossa.

Bocche abituate al silenzio coperte da mascherine antilacrimogeni; monaci anziani e giovani feriti, uccisi, imprigionati, bastonati… Il mondo sembra scoprire tragicamente solo in queste ore un intero Paese e, al cuore di esso, i suoi monaci. E, stupito, si chiede quale forza interiore li muova e faccia di loro una leva cui si affida per il proprio riscatto un popolo vessato da un regime dittatoriale.

Persone che noi frettolosamente giudichiamo «fuori dal mondo», distaccate dalle ambizioni e dalle preoccupazioni che abitano i loro contemporanei, si rivelano le più capaci di cogliere le radici di un disagio e di una insostenibilità della vita, quelle maggiormente in grado di dare voce – paradossalmente attraverso il silenzio – al grido soffocato dell’oppresso, di farsi carico della sofferenza e della dignità di un’intera nazione. Di loro ci accorgiamo solo in situazioni estreme, come ai tempi dei bonzi che si davano fuoco in Vietnam, della precedente rivolta in Birmania o della resistenza e dell’esilio dei lama tibetani, icona di un popolo martoriato; oppure li confiniamo in un fascinoso mondo poetico, come i protagonisti de l’Arpa birmana o del più recente Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera. Eppure essi sanno cogliere con estrema concretezza ciò che ai più sfugge: la radice ultima delle cose.

Questo dipende indubbiamente da alcune caratteristiche proprie del buddhismo e dei suoi monaci: una via «monastica» nella sua essenza e struttura, al cui interno ogni giovane è invitato a trascorrere un tempo come monaco nel proprio percorso di formazione umana; una società dove la gente normale incontra ogni giorno sul proprio cammino i monaci che, in silenzio, nella fiducia e nell’abbandono alla generosità dell’altro, chiedono per strada una ciotola di riso, nutrimento per loro sì, ma soprattutto occasione per il donatore di perseguire la rettitudine della propria vita. Non a caso abbiamo visto in questi giorni immagini di monaci che tenevano ostentatamente rovesciata la propria ciotola, in segno di estrema protesta, come a dire: noi siamo disposti a privarci del cibo, ma priviamo nel contempo questa società ingiusta della via maestra per compiere un’azione meritoria.

Ma in questa epifania della capacità dei monaci birmani di catalizzare il sentire della gente comune ritroviamo soprattutto alcuni tratti comuni al monachesimo come fenomeno antropologico, prima ancora che come elemento interno a una determinata via religiosa. La vita monastica, infatti, è un fenomeno umano, quindi universale, che presenta gli stessi caratteri a tutte le latitudini, presente nella storia non solo delle varie religioni, ma anche di alcune correnti e scuole filosofiche. È una forma di vita che da sempre riguarda sia uomini che donne e che si caratterizza per il celibato e per una certa separazione dall’ambiente sociale e sovente anche religioso di appartenenza: elementi che da soli ne spiegano la natura di presenza sempre minoritaria. Quale elemento marginale, il monaco emerge da un’area esogena ma, facendo parte del sistema endogeno della religione e della società, rappresenta un agente esterno che lavora ed è efficace all’interno.

Il monachesimo non resta mai completamente esogeno, «altro» – pena il divenire settario ed ereticale – ma non è neanche mai interamente endogeno, come se fosse una forza che nasce e si sviluppa all’interno del sistema istituzionale. Questa duplice appartenenza del monaco fa sì che, come minoranza efficace, inoculi all’interno del sistema religioso e sociale una diastasi che è sempre e congiuntamente di edificazione e di contestazione. In qualche misura il monaco mantiene il contatto con la cultura dominante, ma esprime anche una protesta, e ricerca un urto con questa, ponendosi in contrasto con la «via media». «Compito peculiare del monaco – scriveva Merton, un monaco d’Occidente così familiare al monachesimo buddhista – è tener viva nel mondo moderno l’esperienza contemplativa e mantenere aperta per l’uomo tecnologico dei nostri giorni la possibilità di recuperare l’integrità della sua interiorità più profonda». Sì, il monachesimo è controcultura, cioè cultura altra, minoritaria ma, proprio per questo, capace di svolgere un ruolo determinante ed efficace nel lungo termine. Allora, non chiediamoci per chi e perché manifestano i monaci birmani: essi manifestano anche per noi, avvolti nella miope opulenza del nostro Occidente malato di mancanza di senso."

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Altro che Bin Laden: gli sceicchi all’assalto dell’Occidente

Martedì, 28 Agosto 2007

"Si sono comprati la gloriosa Queen Elizabeth 2, orgoglio (un po´ datato) della marina civile britannica. Hanno messo gli occhi sui casinò di Las Vegas – puntando 5 miliardi sulla Mgm di Kirk Kerkorian – e sulle Borse scandinave. Hanno piazzato un "chip" da 200 milioni su Mediaset, comprato il 3% dell´Airbus, sono saliti persino (Mubadala con il 5%) a bordo della Ferrari.

Gli sceicchi mediorientali, dopo qualche tempo passato a trasformare i loro deserti in metropoli a sette stelle, hanno ripreso negli ultimi mesi la marcia pacifica sulla finanza occidentale. Le armi non gli mancano: otto anni di boom del greggio (volato dai 10 dollari al barile di inizio ‘99 ai 71 di oggi) hanno trasformato gli Emirati in miniere d´oro capaci di macinare 330 miliardi di surplus l´anno e accumulare 1.550 miliardi di riserve. E questo poderoso arsenale in petrodollari è stato messo ora al servizio di un´aggressiva campagna di acquisizioni oltrefrontiera.

Dall´era pionieristica di Al Waleed, il primo a espatriare con i suoi blitz su Eurodisney e Citigroup, i tempi sono cambiati. Alle spalle del principe saudita – in affari pure con Silvio Berlusconi – è cresciuta tra le famiglie regnanti una nuova generazione di manager più aggressiva e spregiudicata. Con il cuore e la carta d´identità ben radicati nel Golfo ma il portafogli diversificato sui mercati mondiali. Le cronache degli ultimi mesi parlano da sole sul ritmo e la portata della loro offensiva.

Gli Al Thani, monarchi del Qatar, hanno lanciato un´Opa da 18 miliardi per Sainsbury, terza catena di grande distribuzione inglese. La Borsa del Dubai ha sfidato il Nasdaq con un´offerta da 4 miliardi per Omx, i listini scandinavi. Le finanziarie dell´emirato sono entrate nel capitale di Deutsche Bank (2%), Eads-Airbus (oltre il 3%) e del colosso del credito Hsbc («una quota consistente»). La saudita Saudic ha pagato 11 miliardi per rilevare le attività nelle materie plastiche della General Electric. Gli sceicchi di Abu Dhabi – entrati in Mediaset con il 2% – sono sbarcati a Las Vegas a fianco di Kerkorian.

Un accordo sottoscritto in Costa Smeralda, buen ritiro estivo di questa nuova e meno austera finanza araba, teatro in luglio anche delle trattative tra gli Al Thani e i soci Sainsbury. Sono tutti investimenti strategici. In aziende solide, non più solo in status symbol. Certo c´è ancora chi, come la Dubai World, firma un assegno di 74 milioni pur di prendere il timone della Queen Elizabeth, destinata ora a una dorata pensione come albergo nelle acque del Golfo.

E ci sono emiri che a suon di rilanci milionari hanno spinto a prezzi da fantascienza quadri e gioielli nelle aste di tutto il mondo. Ma il business vero ha preso il sopravvento. E anche qui in Occidente nessuno prende più sottogamba la marea montante degli investimenti mediorientali, 540 miliardi di petrodollari spesi tra Usa (300), Europa (100) e Asia.

Questa valanga d´affari non è l´unico segno del boom della rinascita degli emiri. L´altra faccia della medaglia è la diffidenza con cui – dopo i primi entusiasmi – vengono passate ai raggi X le loro mosse. La prima a storcere il naso è stata l´amministrazione Bush, pur storica alleata dei signori del petrolio: quando la Dubai ports ha cercato di comprare per 7 miliardi P&O, il gestore di molti porti statunitensi, il Pentagono ha alzato le barricate.

Certo gli sceicchi non sono tutti come Osama Bin Laden, ma la Casa Bianca ha preferito evitare di affidar loro le chiavi delle sue infrastrutture sul mare (finite poi a Goldman Sachs). Il premier tedesco Angela Merkel, dopo i casi Airbus e Deutsche Bank, sta studiando come scoraggiare i blitz di capitali statali esteri, anche russi e cinesi, in aziende del suo paese. Ma di fronte al profumo di petrodollari anche la Germania ha imparato a chiudere un occhio. Airbus deve cedere alcuni impianti in eccesso. E in pole position, pensa un po´, c´è per ora la neonata Dubai Aerospace Enterprise…"

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Anna Politkovskaya, la giornalista russa uccisa, era sul libro paga dell’Occidente

Mercoledì, 18 Luglio 2007

Anna Politkovskaya, la giornalista russa uccisa a Mosca – si pensa su imput del Cremlino -, era lautamente finanziata dalle organizzazioni non governative occidentali interessate a destabilizzare Putin. Nel libro "Stare con Putin?" Maurizio Blondet (Effedieffe) enumera la lista dei premi (in denaro) che tra il 2001 e il 2005 la giornalista ha ricevuto da organizzazioni occidentali: nell’insieme ha ricevuto 117.000 euro, 85.000 dollari e 15.000 setrline. "In Russia farebbero 7 milioni di rubli: una bella somma, in un Paese dove la paga minima è di 1.100 rubli mensili (32 euro)" scrive Blondet: "siamo sicuri che la giornalistra era in perfetta buona fede, non un omologo dell’agente Betulla. Ma l’elenco dimostra che essa era manipolata, e spiega ancor meglio il giro di vite che Putin ha stretto contro le considdette "organizzazioni non governtative" che in Russia operano per "la democrazia", "i diritti umani" e il "libero mercato" (p. 265).  

Valori dimenticati dell’Occidente

Martedì, 27 Febbraio 2007


“Il fatto che ogni valore sia relativo a un’epoca non implica un relativismo assiologico. Il valore è relativo a un’epoca nel senso che essa lo scopre, non perché valga soltanto per essa. Quando diciamo che un valore è morto indichiamo semplicemente che sono perite le strutture storiche che l’avevano reso visibile. Basta però che appaia uno storico in sintonia con esso, per scorgere l’astro intatto”. E’ la lezione che ci ha lasciato M.Gomez Davila che andrebbe ricordata ogni qual volta su meri fatti di cronaca si traggono ardite conclusioni, ottime per le prime pagine dei giornali, ma con esse irrimediabilmente destinate ad essere cestinate.