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Giuristi pro-life all’ONU: l’aborto non è un diritto

Martedì, 11 Ottobre 2011
Non esiste il diritto internazionale all’aborto. Nei trattati delel Nazioni Unite non c’è. C’è solo nelle parole del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon e nelle voglie della potente lobby neomalthusiana internazionale che sul punto gli dà corda. Per questo oggi, 6 ottobre, al Dag Hammarskjold Auditorium del Palazzo di Vetro, a New York, viene presentato un documento di capitale importanza che riafferma e proclama il diritto alla vita di ogni essere umano in qualsiasi parte del mondo sia destinato a nascere così come sancito proprio dall’organismo che li riunisce tutti.Sintetico, preciso, militante, il documento è stato ideato per rispondere pan per focaccia alla “cultura di morte” che oramai si è impossessata in maniera esplicita anche dei vertici degli organismi internazionali, anzitutto le Nazioni Unite. Si chiama San José Articles (perché a San José, in Costa Rica, è attiva l’Inter-American Commission on Human Rights che, con il gemello Inter-American Court of Human Rights, opera virtuosamente per il diritto alla vita) e senza esitazioni afferma l’umanità scientificamente attestata del concepito, sottolinea che pure i bambini non ancora nati sono già coperti dai trattati dell’ONU garanti dei diritti umani proprio perché esseri umani, sfida apertamente gli organismi che sostengono che l’aborto è un diritto internazionale a darne prova a norma di legge e invita altresì i governi a utilizzare positivamente i documenti dell’ONU per il fine esattamente contrario, vale a dire proteggere la vita umana nascente da chi cerca di adulterarli con l’aborto.Uno dei cavalli di battaglia strategici di tutto il mondo pro-life è infatti il potere (ancora) rispondere a chi sostiene quel che oggi sostiene apertamente Ban Ki-Moon che nessun documento delle Nazioni Unite presenta l’aborto come un diritto della persona da sostenere e da promuovere, una conquista sociale, una ricetta per il bene comune o un grimaldello per scardinare le legislazioni nazionali vigenti. Chi dà retta a queste sirene, sbaglia, dicono i firmatari dei San José Articles, e compie abusi enormi in nome delle (troppe) carte prodotte dall’ONU laddove dette carte, per farraginose e magari volutamente confuse che siano, non li autorizzano affatto a farlo. Talora ciò avviene per ignoranza (anche ai vertici delle istituzioni giuridiche e politiche di certi Paesi), talaltra per malizia di certe organizzazioni non-governative ispiratrici e complici, ma è così che alcuni governi finiscono per ribaltare le proprie legislazioni onde accogliere un “diritto all’aborto” che sarebbe intimato dall’ONU ma che in verità così proprio non è. Certo, l’assenza di tale esplicito “diritto” nei documenti dell’ONU non evita che l’aborto venga comunque smerciato sottobanco da troppi comprimari attraverso l’interpretazione inclusiva di linguaggi intenzionalmente ambigui (“salute riproduttiva”, “diritti sessuali”), ma se non altro l’assenza di quella provvisione permette di ritorcere palmo a palmo l’arma della neolingua di orwelliana memoria contro i suoi stessi fabbricatori.Nessun “colpo di Stato” interpretativo di alcun Segretario Generale – questo è ciò che sostengono oggi i pro-lifer proprio in casa di Ban Ki-Moon – può dunque manipolare i documenti pubblici internazionali voluti dal concerto delle nazioni del mondo.I San Jose Articles sono del resto il fior da fiore della filosofia, della giurisprudenza e della politica pro-life. Al loro testo ha messo mano in primis Robert P. George, docente di diritto nell’Università di Princeton, “padre” di quella Dichiarazione di Manhattan che oramai è un importantissimo movimento internazionale, “filosofo di riferimento” della galassia antiabortista e già consigliere per la bioetica di George W. Bush jr.. In Italia lo si conosce per il suo recente Il diritto naturale nell’età del pluralismo (trad. it., Lindau, Torino 2011). Nell’opera di stesura dei San José Articles lo hanno quindi coadiuvato l’ambasciatore Grover Joseph Rees III, nonché Paolo G. Carozza e O. Carter Snead, entrambi docenti alla Law School dell’Università Notre Dame di South Bend, nell’Indiana, il primo tra l’altro già presidente dell’Inter-American Commission on Human Rights di San José in Costa Rica. Quindi l’opera di cesellamento del documento è passata attraverso il rigore di una trentina di esperti tra diritto internazionale, sanità e amministrazione pubblica di tutto il mondo, fra i quali  David Alton della Camera dei Lord, Nicholas Windsor (il rampollo della famiglia reale britannica noto per essersi convertito al cattolicesimo e avere così messo costituzionalmente fine a qualsiasi sogno di salire al trono potesse mai accarezzare), il noto filosofo giusnaturalista John Finnis docente a Oxford, il Superiore Generale dei Knights of Columbus Carl Anderson e Giuseppe Banegiano, italiano, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.Nelle prossime settimane i San Jose Articles verranno presentati ufficialmente in sedi politiche e istituzionali a Londra, Madrid, Santiago del Cile, Buenos Aires, San José di Costa Rica, Calgary in Canada, Washington, Manila, Strasburgo (una delle sedi di lavoro del Parlamento Europeo) e pure Roma.Probabilmente si tratta della mozione che più apertamente di ogni altro testo finora varato a livello internazionale dal mondo pro-life sfida sul loro stesso terreno e attraverso i loro stessi strumenti di azione (i documenti da esse prodotti) le organizzazioni internazionali statutariamente nate e impegnate nella difesa della pace nel mondo e nella tutela dei diritti umani per tutti. Ovvero: se l’ONU volesse confutarne i contenuti, si sconfesserebbe da sé. m. respinti labussolaquotidiana La traduzione italiana completa dei San José Articles

La lobby gay all’assalto dell’ONU

Lunedì, 27 Giugno 2011
tumblr_ln3bpzZNrO1qctyjdo1_1280Alle Nazioni Unite si scalda il dibattito attorno all’identità di genere e un documento, approvato il 17 giugno, segna un passo ulteriore verso il riconoscimento giuridico a livello internazionale delle unioni omosessuali, del cambiamento di sesso, delle adozioni.Si tratta di una «Risoluzione in tema di diritti umani, orientamento sessuale e identità di genere» varata dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu. Nella testo è contenuta la richiesta di uno studio che «documenti leggi, pratiche discriminatorie e atti di violenza basati su orientamento sessuale e identità di genere». Il documento inoltre stabilisce che i risultati di questo studio debbano essere presentati alla 19esima sessione del Consiglio dei diritti umani, prevista in autunno. Questo di fatto potrebbe costituire la premessa per un’equiparazione a livello giuridico internazionale della famiglia con i nuclei composti da persone dello stesso che poi i singoli Stati membri sarebbero tenuti a recepire.E’ un passo importante per la realizzazione dei cosiddetti “Principi di Yogyakarta”, contenuti in un contestato documento, presentato a Ginevra nel marzo 2007 alle Nazioni Unite da una Commissione internazionale di giuristi e 29 esperti internazionali di diritti umani tra cui Mary Robinson, Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani dal 1997 al 2002. Il testo in sostanza propone l’applicazione del diritto internazionale alla luce dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere e punta ad includere le operazioni di modifica del genere e la libera espressione sessuale dei bambini tra i diritti umani riconosciuti. In particolare i “Princìpi di Yogyakarta” analizzano 29 diritti già vincolanti nel diritto internazionale – come il diritto alla vita, all’educazione e alla libertà dalla tortura – reinterpretandoli uno ad uno in chiave omosessuale. Il criterio di fondo è che «la legge internazionale sui diritti umani  impone un’assoluta proibizione di discriminazione riguardo al pieno godimento di tutti i diritti umani», per cui tutti gli Stati sarebbero per legge tenuti a  modificare le loro legislazioni in modo da adottare eventuali nuovi diritti legati al riconoscimento giuridico dei legami omosessuali, al cambiamento di genere, e anche eventualmente anche all’adozione di bambini.Non a caso la risoluzione approvata il 17 giugno – con 23 paesi favorevoli, 3 astenuti e 19 contrari – richiama i principi contenuti nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo firmata a Parigi nel 1948, in particolare il secondo articolo: «ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione» ed esprime «grave preoccupazione per gli atti di violenza e discriminazione, in tutte le regioni del mondo, commesse ai danni di individui a causa del loro orientamento sessuale o della loro identità di genere».Di conseguenza per il Segretario di Stato americano, Hillary Clinton, quella firmata a Ginevra rappresenta «un’occasione storica per mettere in luce le violazioni dei diritti umani subite da lesbiche, gay, bisessuali e transgender in tutto il mondo poiché – ha aggiunto la ex first lady – si tratta di un passo importante verso il riconoscimento dei diritti dell’uomo come diritti universali».Ma questo entusiasmo non è condiviso da molti paesi – soprattutto africani e islamici – che contestano  appunto l’introduzione del concetto di “identità di genere” nei documenti legislativi internazionali. L’Organizzazione della conferenza islamica, che rappresenta 56 paesi del Medio Oriente,  Africa, Asia centrale e Subcontinente indiano, ha espresso preoccupazione sull’inclusione  di «nozioni prive di basi nella legislazione internazionale e negli standard internazionali legali dei diritti umani». Gli fa eco il Bahrein secondo cui «questo è un tentativo di creare nuovi standard e nuovi diritti travisando l’esistenza dei diritti umani standard». Dello stesso avviso anche la Nigeria i cui rappresentanti diplomatici, prima di votare no alla risoluzione, hanno accusato il testo di voler “porre il comportamento degli uomini al di sopra degli strumenti internazionali”.In effetti sdoganare a livello internazionale il concetto di “identità di genere” significa qnato meno avallare quanto sostenuto da alcune correnti di pensiero secondo cui il genere sessuale non sia determinato biologicamente, ma sia invece il frutto di una consapevolezza, di una percezione interiore che puo’ condurre una persona a sentire di appartenere ad un genere differente rispetto, appunto, a quello biologico. Non solo, significherebbe renderlo un precedente importante a livello legislativo e non solo.Convenzionalmente si fa risalire l’introduzione del termine “identità di genere” allo psicoanalista americano Robert Stoller n(1925 -1991), insegnante di psichiatria all’Università della California a San Francisco, che per la prima volta ne parla al Congresso internazionale della psicoanalisi nel 1963 e due anni dopo fonda a Los Angeles la “Clinica per l’Identità di Genere”. Tuttavia le sue teorie, e teorie affini, dalla metà del secolo scorso vengono riproposte e riadattate in diverse salse, anche sull’onda del femminismo e del clima di libertinaggio del sessantotto, da un numero crescente di medici, psicologi e sociologi che aprono la via al relativismo di genere, che però al momento non può contare su un riconoscimento giuridico solido a livello internazionale.Contro questo approccio ideologico è stata appena presentata una ricerca, che a breve sarà consegnata all’Onu,  che riafferma al contrario come il genere sia di fatto fondato unicamente sulla biologia di uomini e donne e che il concetto di “identità di genere” sia contrario alla struttura anatomica e biologica.  Gli autori sono sono Richard Fiztgibbons, psichiatra e direttore dell’Istituto per la terapia di coppia di Filadelfia, Pihilip Sutton, psicoterapeuta che risiede in Michigan e dirige la pubblicazione “Sessualità umana” e Dale O’Leary, autrice di “The gender agenda”. Essi approcciano il problema da una prospettiva medica e biologica secondo cui il genere umano è unicamente una questione di composizione genetica e spiegano che «L’identità sessuale è scritta in ogni cellula del corpo e può essere determinata attraverso il test del Dna. Non può in nessun caso essere cambiata».In particolare lo studio si concentra sulla “psicopatologia della riappropriazione del sesso attraverso la chirurgia” e la definisce categoricamente inappropriata dal momento che propone una soluzione chirurgica ad un disordine psicologico. «Le discordanze sessuali di questi individui e le loro esperienze individuali non derivano dal fatto che sono nati “nel corpo sbagliato” ma sono il frutto di disordini e ferite profonde nonchè di problemi psicologici importanti».La ricerca arriva sul tavolo delle Nazioni Unite dunque in un momento decisamente caldo per il dibattito sull’identità di genere. Il timore, per i non firmatari della risoluzione, è che l’introduzione giuridica di questo termine non sia altro che una porta aperta verso un cambiamento sociale e culturale atto a scardinare i principi della legge naturale che stanno alla base delle costituzioni di molti paesi membri. Un timore su un “non detto”, si potrebbe obiettare, ma di fatto a rendere esplicito l’obiettivo del documento sono le parole con cui la sezione italiana di Arcigay ha accolto lo stesso «La risoluzione – commenta il presidente Paolo Patané – segna un progresso significativo nella lotta per i diritti lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e trans) e pone il Parlamento italiano di fronte ad un bivio. Chiediamo a Parlamento e Governo una accelerazione netta nella piena parificazione dei diritti dei cittadini italiani con il matrimonio gay, la lotta alle discriminazioni sul lavoro e l’estensione della Legge Mancino ai reati di omofobia. Auspichiamo che il Governo prenda immediatamente atto della risoluzione ONU e ritiri le pregiudiziali che vorrebbero affossare la Legge contro l’omofobia». r.frullone labussolaquotidiana

Scandalo Afghanistan – dossier ONU

Giovedì, 15 Luglio 2010

Dove vanno a finire i miliardi di dollari di aiuti umanitari all’Afghanistan? Tra il 70 e l’80% finiscono in mani diverse da quelle afgane, almeno secondo Pino Arlacchi, eurodeputato Idv membro della commissione Affari esteri e direttore, dal 1997 al 2002, del programma antidroga ed anticrimine dell’ONU. Rischia di diventare uno scandalo di proporzioni gigantesche quello degli aiuti all’Afghanistan, viste le cifre di cui si parla: dai 23 ai 27 miliardi di dollari di aiuti stanziati scomparsi nel nulla. Sotto accusa non la corruzione delle autorità afgane ma le organizzazioni internazionali che gestiscono gli aiuti: ONU, ONG varie, Banca Mondiale, Banche regionali per lo sviluppo e così via. Questo si legge nel rapporto “Nuova strategia dell’Afghanistan” del quale Arlacchi è relatore al Parlamento europeo. Secondo il ministro delle finanze del governo Karzai, Omar Zakhilwal, tra il 2002 e il 2009 l’Afghanistan ha ricevuto circa 40 miliardi di dollari di aiuti, ma solo il 6% sono passati nelle mani del Governo del Paese. I restanti 34 milioni sono stati veicolati da associazioni internazionali, soprattutto, per quanto riguarda gli stanziamenti USA (5 miliardi di dollari l’anno), da cinque grandi “contractor” americani che ne hanno gestito il 60% del totale. E qui, secondo Arlacchi, si aprirebbe la voragine: tra sprechi, costi di intermediazione e di auto-protezione eccessivi, sovra fatturazione e corruzione se ne sarebbe andato tra il 70 e l’80 degli aiuti totali. Solo per gli stipendi si spende circa 250-500mila dollari all’anno, riferisce Agency Coordinating Body for Afghan Relief (ACBAR). Ma facciamo due conti: al costo di applicazione di un qualsiasi programma di sviluppo nel Paese va aggiunto il 5-15% di sovrapprezzo medio; poi il 15-30% per la protezione del personale, degli edifici e dei mezzi del programma stesso; infine, a questo 30-50% vanno aggiunti i costi di subappalto dei progetti, i super stipendi e le super consulenze inutili, le spese eccessive dei capi delle agenzie e dei manager dei progetti, le fatture gonfiate dei fornitori di beni e servizi che hanno sede nei Paesi donatori. Ed ecco che il costo per la realizzazione, ad esempio, di una scuola può lievitare da 3 a 10 volte, arrivando a costare invece di 100mila ben 1 milione di euro. Cifre da capogiro ma che, secondo Arlacchi, vengono corroborate da valutazioni fatte da altri esponenti del governo afgano e da esperti indipendenti. La conferma delle parole di Arlacchi sembra venire dalla recente decisione degli USA di bloccare lo stanziamento di 5 miliardi di dollari in seguito ad indiscrezioni circa il trasferimento off-shore di ingenti somme di denaro appartenenti agli aiuti umanitari. L’Unione europea, di riflesso, ha annunciato proprio ieri il blocco di 200 milioni di euro destinato all’Afghanistan previa ulteriori accertamenti su come i soldi sono stati spesi fino adesso . Fortunatamente gli esperti dicono che gli sprechi dei fondi europei sono attenuati dal fatto che il 50% (invece che il 10% degli USA) viene allocato tramite Trust Funds multilaterali il cui indice di sicurezza è molto più alto (circa l’80%). A tutto ciò va aggiunta l’immancabile corruzione, che secondo Integrity Watch Afghanistan è costata 1 miliardo di dollari solo nel 2009, il doppio del 2006. “Ma attenzione a non prendere la corruzione locale come capro espiatorio – avverte Arlacchi – visto che dal Governo di Kabul passano solo il 15% degli aiuti totali. Anche attribuendo alla corruzione locale un’incidenza del 50%, infatti, non si supera il 7,5% del volume complessivo della spesa finora effettuata in Afghanistan”. Il problema, ancora una volta, sembrerebbe la mancanza di trasparenza nella spesa degli aiuti, soprattutto da parte delle organizzazioni straniere. LAfghanistan Compact, il piano di aiuti deciso a Bohn nel 2006, presenta 77 prezzi di riferimento per il governo afgano ma nessuno per i donatori. Per questo Arlacchi chiede di ricalibrare i controlli internazionali, a partire dai dai fondi europei, mettendo a punto un sistema di monitoraggio dati e spese sulla falsa riga di quanto è stato recentemente fatto negli USA con lIspettorato generale per la ricostruzione dell’Afghanistan (Sigar), anche se non un ritardo di 9 anni. E poi affidare la gestione degli aiuti umanitari direttamente agli afgani. Secondo uno studio condotto sul campo tra il 2005 e il 2006 dall’associazione Peace Dividend Trust, la spesa diretta delle autorità locali è quattro volte più efficace delle grandi organizzazioni internazionali. Adesso spetta all’UE pronunciarsi su come viene speso il miliardo di aiuti umanitari annui stanziato dai 27 Paesi membri. Della questione, oltre alla commissione Affari stranieri del Parlamento europeo, si occuperà anche quella sul controllo dei bilanci presieduta da Luigi de Magistris, che ha indirizzato alcune precise domande alla Commissione europea circa l’attuale gestione dei fondi UE in Afghanistan. Nel frattempo la situazione del Paese è al collasso: l’Afghanistan è 177esimo posto (su 178) nella classifica Human Development Reports, e si stima che oltre metà della sua popolazione sia sotto la soglia della povertà. Secondo la CIA World Factbook, l’aspettativa di vita in Afghanistan è passata da 46.6 del 2002 a 44.4 nel 2009, e il PIL pro capite diminuito del 25% dal 2004 al 2009.
(a. pisanò fatto quotidiano)

Stupri e pedofilia alle Nazioni Unite

Giovedì, 25 Marzo 2010

La violenza sessuale dentro alle Nazioni Unite continua a essere un problema talmente serio che il presidente Barack Obama gli ha dedicato un incontro ristretto con alcuni rappresentanti dei paesi coinvolti nello scandalo. Sulle 85.000 truppe dell’Onu dispiegate in oltre sedici operazioni di peacekeeping pesa l’onta più grave: l’abuso sessuale su donne e bambini. Non poco, soprattutto per chi ha vinto il premio Nobel per la Pace. Un’inchiesta del Wall Street Journal rivela che, da quando nel 2003 il Palazzo di vetro ha riconosciuto il problema, nulla o troppo poco è stato fatto per punire, scovare e processare i colpevoli. Anzi, c’è stata una certa opera di copertura degli abusi sessuali da parte dell’Onu. Il quotidiano americano ha studiato tre recenti casi: Sri Lanka, Marocco e India. Nel novembre del 2007 cento peacekeepers dello Sri Lanka furono accusati di aver abusato di bambini haitiani dai dieci ai sedici anni, nelle docce, nelle torrette di guardia, persino nei camion dell’Onu. Abusi sono stati commessi ancora da truppe marocchine impegnate nella Costa d’Avorio e truppe indiane sono state incriminate in Congo due anni fa.

E’ una storia che ha ricoperto di vergogna
anche i segretari generali dell’Onu. Ruud Lubbers in qualità di Alto commissario per i rifugiati è stato accusato di aver molestato una sottoposta. L’inchiesta interna fece emergere le prove dell’abuso, eppure l’allora segretario dell’Onu Kofi Annan chiuse la vicenda. Furono le pressioni pubbliche, un anno dopo, a costringere Lubbers a dimettersi. L’inchiesta guidata dal principe giordano Zeid Raad al Hussein, citata anche dal Wall Street Journal, rivela che gli abusi sessuali “sembrano essere significativi, molto diffusi e ancora in corso”. I Caschi blu dell’Onu hanno commesso stupri e sono stati coinvolti in scandali sessuali anche in Bosnia, in Kosovo, in Cambogia, a Timor Est, in Burundi e nell’Africa occidentale. In Africa si parla ormai di “peacekeepers babies”, sono i bambini illegittimi dei soldati umanitari. Visto che l’Onu non è autorizzato a perseguire i colpevoli, il segretario generale Ban ki-Moon ha chiesto che i governi consentano che i Caschi blu accusati di abusi vengano sottoposti a giudizio. Ovviamente quasi nessuno lo ha fatto e il ciclo di violenze e impunità continua come prima.

Di tutte le missioni Onu, quella congolese – nota come “Monuc” – ha accumulato più denunce relative ad atti di corruzione e a violazioni dei diritti umani commessi dal suo personale. La missione in Congo è stata stabilita con l’obiettivo di pacificare il paese alla fine della guerra civile. E’ stata la seconda più grande missione di pace dell’Onu. Stupro, pedofilia e sfruttamento della prostituzione sono le accuse principali contro l’Onu. Un civile francese che lavorava all’aeroporto di Goma per le Nazioni Unite era solito filmare giovani ragazze congolesi, e commerciava in videocassette e fotografie pornografiche. La sua stanza era attrezzata con specchi sui tre lati del letto, mentre sul quarto lato c’era una videocamera azionabile con un telecomando. La polizia lo ha arrestato mentre stava per stuprare una bambina di dodici anni. Due peacekeepers russi hanno pagato due ragazzine di Mbandaka, le hanno cosparse di marmellata e poi hanno filmato l’orgia. A Bunia, una dodicenne di nome Helen è stata stuprata da un peacekeeper dell’Onu che l’aveva attirata offrendole una tazza di latte. Il soldato, dopo aver abusato della bambina, le ha dato un dollaro. Queste bambine sono conosciute come “one dollar baby”. Nella stessa base una tredicenne di nome Solange che cercava di vendere frutta è stata adescata con un biscotto, e poi stuprata. Dagli stessi inviati dell’Onu, che ha condannato lo stupro come “arma di guerra”.

© 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

di Giulio Meotti