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E’ il Cristianesimo a infastire l’Unione europea

Martedì, 31 Gennaio 2012

«Noi siamo orgogliosi del fatto che mille anni fa il nostro re, Santo Stefano, abbia fondato lo Stato ungherese su solide fondamenta, e reso il nostro paese parte dell’Europa cristiana. Siamo orgogliosi che la nostra gente per secoli abbia difeso l’Europa in una serie di battaglie e arricchito i valori comuni dell’Europa con il suo talento e la sua diligenza. Riconosciamo il ruolo della Cristianità nella salvaguardia della nazione. Siamo legati alle diverse tradizioni religiose del nostro Paese. Promettiamo di preservare l’unità intellettuale e spirituale della nostra nazione distrutta nelle tempeste del secolo scorso. Le nazionalità che vivono con noi fanno parte della comunità politica ungherese e sono parti costitutive dello Stato».È questo il preambolo della costituzione ungherese, voluto dal governo di Viktor Orban, che controlla due terzi del parlamento. Per alcuni si tratta di un attacco alla democrazia e già durante la serata di gala organizzata per festeggiare la firma del nuovo codice, l’opposizione ha manifestato fuori dal teatro dell’Opera di Budapest. Gli aspetti ritenuti più critici sono quelli che riguardano il matrimonio, riconosciuto solo tra uomo e donna, l’inclusione di disposizioni sui temi etici (come l’aborto) e la riduzione della libertà di stampa. «È soprattutto il riconoscimento del ruolo del cristianesimo a colpire l’attenzione, in assoluta controtendenza rispetto a un’Europa scialba, che ha scelto di dimenticare le sue radici» commenta il professor György Domokos, direttore di italianistica presso Universita Péter Pázmány di Budapest. «Non sono un giurista, ma da un punto di vista culturale si tratta di un comune punto di partenza. Chi conosce le proprie radici, può guardare serenamente agli altri. Chi ama la propria nazione, si apre più volentieri».L’Unione Europea, però, si chiede se in Ungheria ci sia una democrazia o una dittatura. «È assolutamente un errore. Un premier che può contare sui due terzi del Parlamento può parlare diversamente: magari usare l’indicativo invece che il condizionale. Ma questo non vuol dire che si tratti di una dittatura, lo trovo un termine assolutamente esagerato. Una maggioranza assoluta è una ricchezza, se ben sfruttata: finalmente abbiamo un governo forte, che può varare riforme rimandate da troppo tempo. È possibile che dopo questo attacco mediatico crollerà ed è un peccato: personalmente, credo che poter attuare questi cambiamenti sia un bene». Al netto dello slancio nazionalista (la dicitura “Repubblica ungherese” è stata sostituita con la più semplice “Ungheria”) la Carta costituzionale subordina la Banca centrale al governo. L’obiettivo era quello di non rientrare nei limiti del tetto al debito pubblico, ragion per cui il pareggio di bilancio è stato inserito nella Costituzione. Ma è esattamente quanto il Fondo monetario internazionale e Ue chiedevano a gran voce di non fare. La riforma della Banca centrale proprio non va giù: il rischio è che la politica monetaria si connetta ai cicli elettorali, generando confusione, oltre che violando il trattato di Lisbona. Budapest è così finita nel mirino della speculazione finanziaria, con rendimenti dei titoli di Stato ai minimi storici. Per il premier ungherese la legge controversa è assolutamente conforme ai Trattati europei; si è detto comunque aperto ad ogni modifica, in base alle proposte concrete della Commissione Europea.La crisi economica del paese (e non da oggi) è infatti strutturale, irrisolvibile senza l’aiuto esterno. La situazione è molto delicata: «Il debito estero è ingente, ereditato da quando negli anni ’70 il Fmi diede fortissimi finanziamenti all’Ungheria comunista» spiega Filippo Farkas, presidente dell’associazione imprenditoriale Cdo Hungary. «Lo sviluppo non c’è stato, a causa della corruzione fortissima del sistema di allora, e il debito non è mai stato cancellato». Ma come viene percepita la situazione dai cittadini ungheresi? La vicenda vista dall’interno è più sfaccettata di come appare sulla stampa europea, almeno stando alle parole di Farkas: «C’è molta delusione, ci sentiamo attaccati. E non capiamo perché proprio ora, che abbiamo un governo che si è dimostrato amico dell’Occidente, lasciandosi andare a esclamazioni atlantiste, spesso fin troppo forti. La cosa triste è che a livello popolare in questi mesi è andata crescendo l’idea che seguire questa Europa significhi impoverirsi. Essere ora accusati di essere gli affondatori dell’Unione Europea, è francamente un po’ ridicolo».Ma perché inserire il pareggio di bilancio in Costituzione? «Perché quello che abbiamo ereditato era un governo in rosso. E si voleva andare a centrare strumenti che erano stati allentati, con conseguenti abusi di potere. Inoltre se si deve decidere una politica finanziaria in un giorno o due, e se non c’è sintonia totale tra Banca centrale e governo, i rischi sono elevati: si possono bruciare miliardi in poche ore». L’eccessivo accentramento non rischia, a sua volta, di scivolare nell’autoritarismo? «L’intento è quello di portare un po’ di ordine nel Paese. Chiamandolo dittatura si fa molto male all’Ungheria, e all’Europa stessa. c’è fretta, questo sì: a volte non c’è preparazione. Ma da qui a chiamarlo fascismo, ce ne passa. Anche perché la destra, quella vera, è fuori dal governo, e cavalca lo scontento. Decidere di affondare deliberatamente chi cerca di creare un po’ di equilibrio è demenziale». E le manifestazioni di piazza? «Una trappola mediatica, creata astutamente dall’opposizione socialista. Le immagini delle proteste per l’aumento dell’Iva, che è al 27%, e che interessa la maggioranza dei cittadini, non sono circolate: come mai?»Per Farkas il sentimento di delusione nei confronti dell’Europa investe anche e soprattutto il Parlamento: «Si tratta di una coalizione di centrodestra, non c’è spazio per partiti xenofobi o ottusamente nazionalisti. Erano convinti che più si fossero ancorati all’Occidente, più si sarebbero salvati dalle radici vetero-comuniste. Invece ora che l’ancora è stata lanciata, e il paese reale si aggrappa alla corda, si continua ad affondare». E con le dichiarazioni di identità, come la mettiamo? «Non bolliamole come bigotte. Non piacciono? Parliamone, creiamo un dibattito. Ma non fingiamo che questo sia un problema. Se l’Ungheria desse disposizioni diverse in tema di aborto, sarebbe più affidabile agli occhi dei mercati? Qualcuno davvero pensa che mettendo mano alla Costituzione, e scrivendo che Dio non esiste, il fiorino recuperi immediatamente?». c. sirianni tempi.it

Ungheria. Un paese libero

Lunedì, 30 Gennaio 2012

Ungheria. Un paese libero” è il titolo di un pamphlet a cura di Andrea Camaiora (fondazione Cristoforo Colombo per le Libertà). Una sorta di diario dedicato al popolo magiaro, che nella storia ha dovuto scontrarsi con avversari temibili, ma che ne è sempre uscito a testa alta. A margine delle tempesta mediatico-finanziaria che ha colpito il paese, Camaiora mette in fila una serie di spunti utili a inquadrare gli avvenimenti ungheresi e a sfatare qualche mito cavalcato dai media internazionali.ELEZIONI
Quando il primo governo Orbàn perse le elezioni generali nel 2002, i parametri macroeconomici ungheresi erano vicini ad adempiere i criteri di Maastricht e l’introduzione dell’euro sembrava un obiettivo realistico. In particolare il debito pubblico era sostenibile perché assestato al 53% del Pil. I successivi governi socialisti-liberali hanno dilapidato questo patrimonio e accumulato disavanzo e debito durante gli anni della crescita. E quando è arrivata la crisi globale nel 2008? Ha trovato l’Ungheria in una posizione estremamente vulnerabile. L’allora governo (Gyurcsany) ha chiesto aiuto alla Commissione Europea e al Fmi già nel novembre del 2008. Così, ben prima della Grecia, l’Ungheria è diventata il primo stato membro dell’Unione a essere salvato. Severe misure di austerità sono seguite nel 2009. Anche per questo i cittadini hanno concesso all’alleanza formata dal Fidesz (partito moderato di centrodestra, di Viktor Orbàn) e dal Kdnp (partito cristiano democratico centrista) una maggioranza eccezionale, di due terzi del Parlamento. In grado quindi di apportare riforme attese da 21 anni (ovvero dalla caduta del comunismo). Nessuna dittatura, ma certo un mandato forte: complice lo scontento della popolazione rispetto alla coalizione liberal-socialista precedente, Orbàn è stato eletto per cambiare strutturalmente il paese. I poteri della Corte costituzionale torneranno pieni quando il disavanzo pubblico (che attualmente è pari all’80 per cento del Pil) scenderà sotto il 50 per cento.COSTITUZIONEIn questo senso nascono anche le modifiche alla Costituzione, risalente al 1949 (varata sotto il governo di Matyas Màkos, che amava definirsi «il miglior discepolo di Stalin»: fece incarcerare oltre centomila oppositori politici). La nuova Costituzione è stata adottata dal Parlamento ungherese nell’aprile 2011 ed è entrata in vigore il 1° gennaio 2012. Ha come scopo principale quello di completare la transizione democratica iniziata nel 1989/1990, sostituendo una Costituzione che è stata espressamente prevista come transitoria. E non tutti sanno che l’adozione è stata preceduta da un’amplia consultazione pubblica. E internazionale, la “Venice Commission” (commissione europea per la democrazia attraverso il diritto) ha avanzato delle osservazioni, alcune delle quali sono state accolte durante il processo legislativo («La Commissione si compiace del fatto che questa nuova Costituzione stabilisca un ordine costituzionale basato sulla democrazia, lo Stato di diritto e la tutela dei diritti fondamentali… Un particolare sforzo è stato fatto per seguire da vicino le tecniche e il contenuto della Cedu»). L’obiettivo non era quindi quello di cementare il potere dei partiti di governo, ma di ancorare il sistema economico e legale a certi valori e norme. Un esempio? Il freno all’indebitamento: questa Costituzione è stata tra le prime a sancire la regola d’oro sulla responsabilità politica fiscale (che ora sembra diventata uno degli elementi essenziali di una nascente nuova unione economica europea). E le radici cattoliche? Oscurantismo? Probabilmente no. Il discorso dell’ambasciatore d’Ungheria presso la Santa Sede Gabor Gyôriványi, che rivendica i valori cristiani contenuti in una Costituzione controcorrente e avversata da tutta Europa, è stato pubblicato sull’Osservatore Romano del 9 luglio 2011. E Benedetto XVI non ha mancato di sottolineare che «la fede cattolica fa senza dubbio parte dei pilastri fondamentali della storia dell’Ungheria». Se non bastasse, nel silenzio dei media internazionali, sabato 21 gennaio gli ungheresi sono scesi in piazza per manifestare pacificamente il proprio sostegno al governo in carica e alle decisioni del Parlamento di riformare la Costituzione. Secondo alcuni osservatori non erano poche migliaia, come i manifestanti che hanno protestato contro il premier e a cui le Tv hanno dato ampio rilievo, ma si trattava di circa un milione di persone. NAZIONALISMOC’è chi si è indignato per l’accento posto nella Carta sulla identità magiara. Si è letto che si sarebbe voluto con ciò «ammonire certe minoranze come zingari ed ebrei». Ma nel preambolo della nuova Costituzione si legge: «Consideriamo le nazionalità e i gruppi etnici che vivono in Ungheria parti costituenti della nazione ungherese». Infatti vengono protette le lingue delle minoranze etniche nel paese, e l’articolo XIV sancisce che nessuno può essere discriminato per la razza.
INTERRUZIONE DI GRAVIDANZASecondo molti quotidiani la nuova Costituzione ungherese mette in pericolo il diritto delle donne all’aborto legale perché in essa sta scritto: «La vita del feto sarà protetta dal momento del concepimento». Si tratta quasi della stessa frase contenuta nella legge che regola l’interruzione delle gravidanze in Ungheria, in base alla quale dal 1953 a oggi sono stati effettuati milioni di aborti. In Ungheria le interruzioni di gravidanza equivalgono a quasi il 50 per cento delle nascite (attualmente 40 mila aborti procurati all’anno contro 90 mila nascite). La campagna pro?life (lanciata dal partito di centrodestra del premier Viktor Orban, attraverso manifesti in cui un feto esclama: «Capisco che tu non sia pronta per me, ma ti prego dammi in adozione, lasciami vivere») in parte finanziata dall’Unione Europea, è stata bocciata dalla vicepresidente della Commissione europea Viviane Reding. La Reding ha spiegato che questa iniziativa «non è in linea con i progetti presentati dalle autorità ungheresi per ricevere i finanziamenti di Bruxelles. Gli Stati membri dell’Unione Europea non possono usare i fondi comunitari per pubblicità contro l’aborto. Per tale motivo, l’esecutivo dell’Unione Europea ha chiesto a Budapest di rimuovere tutti i manifesti, se non vuole incorrere in sanzioni finanziarie». Il governo di Budapest ha detto di aver agito contro il denatalismo post comunista che ha portato l’Ungheria ad avere i tassi di nascita fra i più bassi del mondo.OMOFOBIAE l’accusa di omofobia? La Costituzione recita: «L’Ungheria proteggerà l’istituzione del matrimonio inteso come l’unione coniugale di un uomo e di una donna». Oltre al diritto del singolo Stato a disciplinare queste materie in base alla sensibilità della maggioranza dei cittadini (per questo il matrimonio omosessuale è legittimato solo in sette paesi su quarantasette) va notato che Budapest, come molti altri paesi europei, dispone di una legge che riconosce le “unioni civili”, comprese quelle fra persone delle stesso sesso.BRUXELLESIl governo magiaro è stato in questi mesi duramente criticato, ma è la Commissione europea che nel 2010 ha ribadito ai paesi dell’Europa dell’Est la necessità di voltare pagina rispetto ai regimi comunisti che per tanti anni hanno imposto la loro dittatura oltre la Cortina di ferro. Così riporta una relazione della Commissione europea al Parlamento e al Consiglio del 2010: « Secondo le informazioni fornite alla Commissione, solo gli Stati membri interessati svolgono attività educative e di sensibilizzazione sui crimini commessi dai regimi totalitari comunisti. Siti commemorativi e monumenti dedicati alla memoria dei crimini perpetrati dai regimi totalitari esistono in pratica in tutti gli Stati membri. In quasi tutti gli Stati membri che sono passati per esperienze totalitarie si trovano luoghi di martirio, campi di concentramento e di sterminio. In alcuni Stati membri, ad esempio (Repubblica ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Romania, ecc.), vi sono musei tematici dedicati ai crimini perpetrati dai regimi totalitari comunisti». tempi.it

Sull’Ungheria è in gioco la sovranità popolare

Mercoledì, 25 Gennaio 2012

Un milione o, sicuramente, diverse centinaia di migliaia di Ungheresi (la popolazione è di 10 milioni) il 21 gennaio è sceso in piazza a sostegno di Orban. I medi occidentali però hanno ignorato la notizia, mentre avevano dato grande spazio alla protesta della opposizione che, dopo le modifiche della costituzione, aveva portato in piazza alcune decine di migliaia di cittadini. Un clamoro caso di censura o di autocensura. Occorre seguire attentamente quando sta accadendo in Ungheria.  Le riforme di Orban sono osteggiate dagli USA e dalla UE, ma resta il fatto che sono state approvate da un parlamento democraticamente eletto dal 52 per cento degli aventi diritto. Aventi diritto che scendendo il 21 gennaio in piazza hanno dimostrato di condividere l’operato del Parlamento. Anche Hitler è stato eletto democraticamente, non lo dimentichiamo. Ma non possiamo non rilevare che il popolo è sovrano e ha il diritto di scegliere la propria costituzione. Paradossalmente. anche una svolta autoritaria (attenzione: autoritaria, non dittatoriale, il discrimen è sottile, ma c’è), se assunta secondo le regole di diritto, è ammissibile. Democrazia è consentire al popolo di decidere di optare anzitutto per il regime che vuole. In Inghilterra c’è la monarchia, uno scandalo per la Francia. Perchè non dovrebbe accettarsi l’idea di uno stato autoritario? l’importante è che al popolo venga garantito di cambiare idea e tornare, con le votazioni, a forme più democratiche. In altri termini, a nostro avviso, la democrazia non trova espressione nel regime, ma nel diritto del popolo di scegliere e, se del caso, cambiare il regime che lo ordina. Temis.

La folle crociata Ue contro l’Ungheria

Martedì, 10 Gennaio 2012

Conosco poco della vita e del pensiero di Victor Orbàn, premier ungherese “classificato” come nemico pubblico numero uno. La sua “svolta nazionalista” spaventa, si dice, gli europei, ma guarda un po’ non gli ungheresi. Governa con decisione e tenta di far valere le ragioni del suo Paese con la forza dei due terzi del Parlamento (eletto democraticamente) e della maggioranza dei magiari. Si oppone ai ricatti dell’Europa dei burocrati e pretende che il suo popolo sopravviva nonostante i diktat di Bruxelles. È un anticomunista assoluto, e non “relativo”: motivo sufficiente per lanciare una crociata contro di lui ed il suo governo? Ma che razza di concezione si ha dell’autodeterminazione delle nazioni se, non condividendo i provvedimenti liberamente adottati dai parlamenti, ci si scaglia contro chi si mette al di fuori del perimetro del “politicamente corretto”?Nello scintillante e coraggioso articolo che Ruggero Guarini ha pubblicato sabato su questo giornale ho colto accenti di legalità democratica rivendicata con spirito autenticamente liberale che altri, peraltro solerti assertori della stessa a corrente alternata, hanno preferito avvolgere nella cartaccia del pensiero unico. Chi chiede l’ingerenza dell’Europa nella politica di Budapest, non ha fatto i conti con le conseguenze di un tale atto sconsiderato. Orbàn ed i suoi sostenitori non sono dèmoni che perseguono il disegno di distruggere il Vecchio Continente. Se la signora Viviane Reding, commissario europeo per la giustizia, ritiene che potrebbe avviare “una procedura d’infrazione per il mancato rispetto del diritto comunitario” è altrettanto vero che, di fronte all’aggravarsi della situazione economica, il governo è ragionevolmente disposto a negoziare con l’Fmi e la Commissione.Non sembra che Orbàn abbia dunque tirato fuori le baionette. Forse lo pensa Paolo Flores d’Arcais il quale, nel suo furore giacobino, oltre a chiedere l’intervento dell’Ue in Ungheria (come, con quali mezzi, con quante armate?), prima che in Europa si diffonda il “contagio antidemocratico”, si lancia in una filippica che contiene spunti di comicità irresistibili. Sul “Fatto quotidiano” ha scritto, infatti: “L’Europa ha fatto malissimo a non intervenire contro Berlusconi per quasi vent’anni, se non interviene contro Orbàn prepara il proprio suicidio”.Insomma, le istituzioni europee dovrebbero fare la guerra a tutti coloro che non stanno simpatici alla sinistra e a Flores d’Arcais. Il quale dimentica di spiegarci in che modo il nostro Continente si suiciderebbe in mancanza di una massiccia offensiva contro Orbàn che, se non dovesse essere più gradito alla maggioranza degli ungheresi, toglierà certamente il disturbo in seguito ad un responso elettorale. È così che funzionano le democrazie. Senza pretendere “cordoni sanitari” o additando come “complici” del presunto tiranno ungherese Merkel, Cameron e Sarkozy se non si adeguano alle “direttive” dell’ex-trotzkista Flores d’Arcais.L’Ungheria, per chi lo avesse dimenticato, è una nazione “ribelle” per sua natura. Rischiò di mandare in frantumi il grande e potente impero asburgico nella seconda metà dell’Ottocento, battendosi per l’autonomia dovuta alla Corona di Santo Stefano; diede un contributo di sangue assai rilevante alla lotta contro il nazismo, avversando le Croci Frecciate di Ferenc Szalasi; nel 1956 insorse contro l’Unione Sovietica le cui truppe repressero nel sangue la rivolta di civili armati soltanto del loro spirito di libertà; si tenne stretta, durante il lungo dominio sovietico, attorno al suo primate, cardinale Jozsef Mindszenty, più volte incarcerato e poi condannato all’ergastolo. Infine, il 23 agosto 1989, tre mesi prima della caduta del Muro, gli ungheresi cominciarono a smantellare la “cortina di ferro”, accelerando le procedure per lo scioglimento del Patto di Varsavia. Ora, da membro dell’Ue, l’Ungheria vorrebbe il rispetto delle sue leggi che possono essere perfino eccentriche rispetto al Trattato di Lisbona, rischiando in tal caso di incorrere nelle sanzioni previste. Ma fino a quando non verranno offerte prove oggettive, Orbàn ha tutto il diritto di governare con il consenso del Parlamento. Sarebbe bene che i leader europei gettassero acqua sul fuoco. Di un nuovo incendio continentale non si sente davvero il bisogno. g. malgieri tempo