Articolo taggato ‘ordini’

Medici low cost

Martedì, 20 Marzo 2012

NON solo studi sconosciuti di periferia, medici di dubbia professionalità e dalla diagnosi facile che prelude a nuovi accertamenti e nuove spese. Il low cost in sanità è anche sicurezza e serietà. E non è legato soltanto al marketing via web. Il settore, in particolare nel campo delle attività ambulatoriali e dell’odontoiatria, è in grande crescita, complice la crisi. La crisi, da un lato rosicchia l’offerta del pubblico e, dall’altro, spinge chi già si rivolgeva al privato a cercare soluzioni che facciano spendere meno. La stima di Assolowcost riportata dal Censis è di un aumento di attività del 25-30 per cento all’anno per un giro d’affari di alcune centinaia di milioni. Si tratta di una piccola ma sempre più ampia fetta degli 11 miliardi spesi dagli italiani per la sanità privata ambulatoriale. Il professor Mario Del Vecchio insieme a Valeria Rappini ha realizzato per la Bocconi di Milano uno studio sulla sanità low cost, dove si stima che in certe strutture il cittadino spenda tra il 30 e il 50 per cento in meno rispetto agli standard. “Siamo rimasti sorpresi di trovare soprattutto imprese che vogliono essere integrative rispetto al sistema sanitario nazionale e non cercano il profitto. Alcune sono legate alla cooperazione o al mondo del no profit”. Lo studio conclude spiegando che “il low cost, trapiantato da contesti molto differenti sembra aver superato la fase critica ed essere avviato ad assumere un ruolo specifico nell’insieme delle risposte a una domanda pressante di servizi sanitari”.  Fare una visita presso uno specialista pubblico costa almeno una ventina di euro di ticket e spesso obbliga il paziente a lunghe attese. Nel privato “tradizionale” si superano facilmente i 100 euro. Da tempo associazioni di volontariato come Pubbliche Assistenze dell’Anpas e Misericordie, soprattutto in Regioni come la Toscana o l’Emilia, hanno ambulatori dove gli specialisti vedono il paziente nel giro di un paio di giorni a un prezzo anche inferiore al doppio del ticket. È sanità low cost questa? Secondo molti no, anche se si tratta di un sistema che fa risparmiare i cittadini. Luca Foresti è amministratore delegato del centro medico Sant’Agostino di Milano, una delle strutture iscritte ad Assolowcost, che coinvolge anche aziende come Decathlon e Ryanair e muove un fatturato da 10 miliardi. “L’attività low cost è diversa dal volontariato, deve avere volumi alti e processi produttivi pensati per risparmiare – spiega Foresti – noi ad esempio prendiamo prenotazioni online ma anche via sms, cosa che velocizza la risposta e abbatte i costi. Le visite costano 60 euro”. Sant’Agostino è una delle realtà studiate nella ricerca della Bocconi. “Può essere assimilata ad una impresa sociale – dice Del Vecchio – Tra le altre ci sono Amico dentista, Welfare Italia Servizi, che ha ambulatori in tutto il paese ed è un ente no profit, ma anche il Nuova città, vicino a Bari. L’odontoiatria è una attività con molte esperienze di low cost. Del resto l’offerta è basata su un sistema frammentato, di tantissimi studi di singoli professionisti e dunque si possono immediatamente ridurre i costi di produzione unendo più medici, cosa che in tanti stanno facendo”. Amedeo Bianco è il presidente della Federazione degli Ordini dei medici, che ha in piedi un contenzioso con Groupon, il sito di offerte, anche sanitarie. “Il low cost non è sinonimo di bassa qualità – dice – L’importante è che la concorrenza si faccia senza che vengano meno gli standard di sicurezza. Dobbiamo stare quindi attenti al rispetto delle regole, anche riguardanti gli ambienti e il trattamento del personale, quando troviamo dei prezzi che si scostano di molto dai costi standard. Per quanto riguarda il no profit puro lo considero come un affiancamento del sistema sanitario”. E Groupon? “Quello è un modo per utilizzare strumenti di marketing – dice Foresti – non è di low cost”.di MICHELE BOCCI repubblica

Caos da tariffe (by Leozappa)

Martedì, 14 Febbraio 2012

L’abrogazione delle tariffe professionali sta avendo un impatto dirompente sulla amministrazione della giustizia. Il Tribunale di Cosenza ha già sollevato la questione di legittimità avanti la corte Costituzionale ritenendo che i compensi – nell’attesa dei decreti ministeriali che dovranno definire i parametri per le liquidazioni da parte degli organi giudiziari – non possano essere decisi secondo equità (ordinanza 1 febbraio 2012).Il Presidente del Tribunale di Roma ha, invece, raccomandato di continuare a fare riferimento ai valori ricavabili dalla (abrogate) tariffe forensi (comunicazione del 9 febbraio 2012). Il Presidente del Tribunale di Verona, in attesa dei decreti ministeriali, ha prospettato la sospensione della liquidazione delle parcelle relative all’assistenza con patrocinio a carico dello Stato, sia nei giudizi penali che in quelli civili, nonché quelle relative ai difensori d’ufficio ex art. 32 att. C.p.c. (comunicazione del 1 febbraio 2012).“Prassi operative” sono state definite tra l’Ordine degli avvocati di Brescia e il presidente del relativo Tribunale. Invero, è difficile comprendere le ragioni della abrogazione delle tariffe se si tiene presente che, quest’ultima, nulla ha a che fare con il dichiarato risultato di liberalizzare i compensi professionali. La inderogabilità delle tariffe era già stata soppressa dal governo Prodi, con le c.d. Lenzuolate del ministro Bersani.Dal 2006 la definizione dei compensi era rimessa all’accordo tra cliente e professionista (mi riferisco a minimi e fissi, i massimi essendo stati mantenuti a tutela del consumatore). La abrogazione delle tariffe, disposta dal decreto Monti, non poteva liberalizzate, quindi, quanto già risultava (da anni) libero.Ha piuttosto determinato la cancellazione dall’ordinamento dei parametri a cui il codice civile imponeva di fare riferimento nell’ipotesi di mancato preventivo accordo tra le parti. Ma l’utilità e l’esigenza di un riferimento oggettivo è dimostrata, ictu oculi, dal fatto che lo stesso decreto Monti, nell’abrogare le tariffe vigenti, demanda ai ministeri competenti la definizione di nuovi parametri.Perché, allora, non è stato definito un regime transitorio? Forse, si è trattato di una svista, di un errore. O, forse, si è ritenuto di testare gli effetti della abrogazione in modo da poter valutare (se o) in che termini dare attuazione al disposto legislativo sui parametri.Nell’una e nell’altra ipotesi, quella di abrogare le tariffe, ormai da anni divenute meramente orientative, appare una decisione dall’alto, che ha preteso di imporsi sulla società civile, le cui intrinseche dinamiche sono state del tutto ignorate. Il risultato perverso è non solo la fallacia dell’intervento ma l’erosione della fiducia in misure che, rispondendo a concezioni economiche ancora estranee alla cultura del cittadino carnale, richiederebbero un consenso ben altrimenti coltivato. a.m.leozappa nuvola.corriere.it

Tu difendi il mondo che ami… sic

Giovedì, 26 Gennaio 2012

gli avvocati difendono i tuoi diritti. tu difendi il mondo che ami – quella che avete letto è la pubblicità a pagamento con la quale il consiglio nazionale forense protesta sui giornali per le misure che il governo ha o intende intraprendere per la riforma della professione. il mondo che ami: e poi si chiedono come mai le professioni siano nell’occhio del ciclone…. temis

 

Ritorno all’ordoprofessionalismo (by Leozappa

Mercoledì, 11 Gennaio 2012
La decisione del governo Monti di prevedere l´abrogazione degli ordinamenti professionali ove non si riesca a riformarli entro il 12 agosto 2012 è emblematica della gravità della rottura che si è consumata tra la società civile e i professionisti. La prima non crede più ai secondi. Non riconosce più la validità di un modello rigorizzante dell´attività economica che appartiene ad una tradizione millenaria e ha segnato la stessa identità italiana (E. Galli della Loggia). È evidente che la minaccia della cancellazione serve a ridurre il rischio che, anche questa volta, i veti incrociati delle lobby (professionali, sindacali e imprenditoriali) blocchino una riforma che l´Unione europea e la Bce considerano fondamentale per il rilancio dell´economia.Ma è altrettanto evidente che, così facendo, si sancisce la fungibilità degli ordinamenti professionali, utili forse, ma certo non più indispensabili all´architettura istituzionale della nuova Italia. È un verdetto storico, ancora prima che politico, che nemmeno il varo della riforma potrà mai cancellare. Tanto più significativo in quanto emesso da un governo tecnico, come tale, espressione della società civile. Società civile che, infatti, ha poco, se non nulla, solidarizzato con la protesta dei professionisti. La disamina delle cause e responsabilità della crisi del modello professionale meriterebbe ben altro spazio di quello riservato a questa rubrica. È indubbio, però, che le professioni sono in-attuali nella odierna società di mercato.Sociologi come E. Freidson ed economisti come W. Ropke hanno, da tempo, evidenziato come le professioni non siano tollerate dalla ideologia della sovranità del mercato. Stefano Zamagni e Luigino Bruni hanno denunciato i processi di isoformismo organizzativo che, con la complicità del vigente sistema socio-economico, condannano alla perdizione forme ed esperienze diverse da quelle dell´impresa capitalistica. Nella delegittimazione del modello professionale un ruolo determinante è stato svolto dalle politiche pro-concorrenziali della Commissione europea e dell´Antitrust, che non hanno esitato ad ignorare la diversa posizione della Corte di giustizia europea che, anche di recente, ha confermato la validità e utilità sociale dell´attività orientata “in un´ottica professionale”. Non rispondendo a logiche di profitto, quest´ultima è in grado di meglio tutelare, rispetto all´impresa, l´interesse della collettività (vedi la giurisprudenza sulle farmacie). Ma è proprio confrontando il ruolo e la funzione riconosciuta dalla Corte europea con quanto risulta nella cronaca quotidiana che appare la ragione ultima della crisi del modello professionale e della rottura con la società civile. Da tempo, i professionisti hanno abdicato alla loro missione (quia sacerdotes appellat, recitava il Digesto), progressivamente arrendendosi alle logiche di quel mercato rispetto al quale continuano a dichiararsi estranei, con il risultato di apparire corporativi e perdere ogni residua credibilità. Già Milton Friedman, sarcasticamente, si chiedeva come mai le misure che i professionisti rivendicano in nome della collettività trovino raramente il sostegno delle associazioni di cittadini e consumatori.Ora, i maestri insegnano che, nei momenti di crisi, occorre tornare alla Costituzione per recuperare valori e principi di riferimento. L´art. 33, comma 5, prevede l´esame di Stato per le professioni che incidono su interessi generali e che, come tali, richiedono di essere esercitate da coloro che hanno dimostrato di possedere le necessarie abilità. Si deve evitare l´errore che la severità del giudizio sulle professioni, che la storia ci ha trasmesso, travolga con sé il modello giuridico. Come ribadito dalla Corte di giustizia, quest´ultimo è (ancora e sempre) utile alla collettività perché dedito ad un valore che trascende il guadagno, quello della conoscenza specifica da applicare in modo socialmente utile. Se si è disponibili a mettere da parte pregiudizi ideologici e pretese corporative, l´art. 33 è, quindi, un prezioso riferimento per creare le condizioni necessarie al proficuo esercizio della delega entro l´agosto del 2012 rinnovando e restaurando i principi dell´ordoprofessionalismo. a.m.leozappa formiche 1/2012

 

Le tariffe son tornate…! (by Leozappa)

Martedì, 15 Novembre 2011

E se il maxi-emendamento alla legge di stabilità avesse reintrodotto le tariffe professionali? Ben lungi dall’essere una boutade, una lettura incrociata del maxi-emendamento, della legge n. 148/2011 (manovra-bis) e del codice civile evidenzia che la misura appena varata dal Governo porta ad un risultato opposto rispetto a quello che ha meritato i titoli dei giornali.Più che abolire le tariffe (minime) le rilancia nella loro funzione di regolazione di supplenza. Occorre, anzitutto, una precisazione. Il carattere vincolante delle tariffe minime era già stato abolito dalle c.d. Lenzuolate del ministro Bersani (legge n. 248/2006). In altri termini, da cinque anni le tariffe esistono ma non sono vincolanti.Ciò detto, né la manovra-bis né il maxi-emendamento hanno abolito le tariffe in quanto tali. Sia la manovra-bis che il maxi-emendamento (ancora un volta) si sono occupate degli effetti delle tariffe esistenti, ossia della loro capacità di regolare la determinazione del compenso.Più precisamente, il maxi-emendamento ha abrogato la disposizione della manovra-bis che prevedeva che la pattuizione dei compensi andasse fatta “prendendo come riferimento le tariffe professionali” e quella che ammetteva “la pattuizione  dei  compensi  anche  in   deroga   alle   tariffe”. A tutta evidenza, le disposizioni della manovra-bis (ora abrogate dal maxi-emendamento) nulla aggiungevano a quanto già disposto dalla legge Bersani: la piena derogabilità delle tariffe professionali!La vera novità della manovra-bis è, piuttosto, la previsione dell’obbligo di pattuire per iscritto i compensi professionali, sopravvissuto al maxi-emendamento. In altri termini, attualmente la disciplina dei compensi professionali è la seguente: “il compenso spettante al professionista e’ pattuito per iscritto all’atto del conferimento dell’incarico professionale. Il professionista  e’  tenuto, nel rispetto del principio di trasparenza, a rendere noto al  cliente il  livello  della  complessità  dell’incarico,  fornendo  tutte  le informazioni utili circa  gli  oneri  ipotizzabili  dal  momento  del conferimento alla  conclusione  dell’incarico. In  caso  di  mancata determinazione consensuale del compenso, quando il committente e’  un ente pubblico, in  caso  di  liquidazione  giudiziale  dei  compensi, ovvero  nei  casi  in  cui  la  prestazione  professionale  e’   resa nell’interesse  dei  terzi  si  applicano  le  tariffe  professionali stabilite con decreto dal Ministro della Giustizia”.Questa disciplina andrebbe, però, letta alla luce del codice civile. All’art. 2233 si prevede che se il compenso “non è convenuto dalle parti e non può essere determinato secondo le tariffe o gli usi, è determinato dal giudice, sentito il parere dell’associazione professionale [l’Ordine, Ndr] a cui il professionista appartiene” (1° comma).Questa disposizione non è mai stata abrogata e, a ben vedere, risulta ripresa, nella sua ratio, dalla manovra-bis che ha esteso l’applicazione delle tariffe, in caso di mancata pattuizione del compenso, ai rapporti tra professionista ed enti pubblici e alle prestazioni rese “nell’interesse dei terzi”.Parimenti, continua a trovare applicazione il 2° comma dell’art. 2233 c.c. che prevede che “in ogni caso la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione”. La norma è stata, ripetutamente, censurata dall’Antitrust per il criterio del decoro della professione, ma le c.d. liberalizzazioni la hanno del tutto ignorata.Infine, è sempre vigente il 3° comma dell’art. 2233 c.c. che prevede che “sono nulli, se non redatti in forma scritta” i patti sui compensi tra avvocati e clienti. Questa disposizione consente di evidenziare come l’obbligo di pattuire per iscritto i compensi previsto dalla manovra-bis per tutte le categorie professionali non sia sanzionato dalla nullità, per cui per valutare, compiutamente, le conseguenze del mancato accordo occorrerà attendere l’esito dei primi (inevitabili) contenziosi.In definitiva, i nuovi interventi legislativi, ben lungi dall’aver liberalizzato il settore, rendono con la loro disorganicità oltremodo complicata la interpretazione della disciplina vigente (con il rischio di implementare il contenzioso in un settore nel quale è già alto) e le tariffe sembrano continuare a trovare applicazione in caso di mancato accordo tra le parti. Insomma, tanto rumore per nulla… a.m.leozappa generazionepropro.corriere.it

Professionisti, morituri

Venerdì, 11 Novembre 2011

le professioni italiane sono condannate all’estinzione. non crediamo al darwinismo, ma questa volta forse dobbiamo ricrederci. l’incapacità e l’inadeguatezza condannano all’estinzione. l’introduzione delle società professionali con la presenza maggioritaria del capitale segna la fine delle professioni. a questo punto, ben venga. le professioni sono incapaci di andare oltre il proprio orto. escluse dagli appelli che tutte le organizzazioni economiche hanno in questi mesi rivolto al governo, ieri hanno comprato paginate sui quotidiani per lamentare la riduzione del proprio mercato (i revisori legali da 3 passanno a 1). continuando a guardare il dito e non la luna, con l’imminente varo delle società professionali non si sono rese conto che quel dito non è più puntato verso la luna…temis

Onorevoli e avvocati, ragioni di una incompatibilità

Venerdì, 14 Ottobre 2011

E’ preliminarmente da ricordare che, nel regno monarchico, lo Statuto albertino (4 marzo 1848) all’art. 50 così testualmente recitava: “Le funzioni di senatore e di deputato non danno luogo ad alcuna retribuzione o indennità”. Successivamente però con la riforma elettorale del 1912 (l. 30 giugno 1912, n. 365) fu riconosciuta ai deputati un’indennità configurata sotto forma di rimborso di spese per la corrispondenza e di compenso per altri titoli, con l’argomentazione che all’estensione del corpo elettorale non poteva non corrispondere una adeguata tutela della libertà degli eletti, soggetti al vincolo della soggezione economica senza la corresponsione appunto di un’indennità parlamentare. Nel vigente ordinamento repubblicano, l’art. 69 Cost. fissa il principio dell’indennità parlamentare, rinviandone la determinazione alla legge ordinaria, sicché al legislatore ordinario spetta ormai la più ampia libertà nella configurazione dell’indennità. Si osservi che, ai sensi dell’attuale normativa, la suddetta indennità non può formare oggetto di rinuncia o cessione, o essere sequestrata o pignorata. Dal punto di vista della sua natura, l’indennità parlamentare oggi è da qualificarsi come una vera e propria retribuzione (come specificato dalla Corte Costituzionale nel 1968).In sintesi, lo stipendio dei nostri parlamentari è composto da una parte utile per il calcolo dei contributi previdenziali e da molte altre voci che incrementano notevolmente la cifra finale (come la diaria di soggiorno, remunerazione giornaliera per provvedere alle spese di mantenimento che si aggiunge all’indennità per chi è fuori sede), né si devono trascurare i gettoni di presenza e i rimborsi per i collaboratori.Vi è poi il vitalizio, ciò la rendita cui ha diritto un parlamentare che ha completato almeno una legislatura effettiva e dopo aver raggiunto un determinato requisito di età (65 o 60 anni a seconda dei casi). A parte altri benefici connessi alla status di parlamentare (o di ex parlamentare) tanto basta per esprimere forti perplessità sulla possibilità, oggi concessa, di rivestire la funzione di parlamentare e contemporaneamente di esercitare la libera professione forense. Una volta acquisito che nell’attuale configurazione (che ha alterato l’originaria natura giuridica) l’indennità rappresenta il riconoscimento di una funzione pubblica costituzionale fondamentale e ha assunto altresì la caratteristica di una retribuzione fissa pecuniaria (fissata dalla legge) l’esercizio della professione di avvocato confligge, sul piano deontologico, con lo stato di parlamentare in un ordinamento democratico che, per di più, come il nostro, è fondato sulla centralità del parlamento (c.d. forma di governo democratico parlamentare).Non è ozioso ricordare che già nel 44 a.C. Marco Tullio Cicerone nel De Officiis chiamava praecpta officii (canoni deontologici) per la professione forense quei precetti che denotano l’insieme delle regole di condotta, aventi preminente valore etico, che devono essere rispettati da tutti coloro che esercitano la professione di avvocato: valore etico che, peraltro, nel contesto dell’ordinamento giuridico forense, acquista un’intrinseca giuridicità, in correlazione con la dignità della toga che implica, fra l’altro la “parità delle armi con l’avversario” (principio presente in vari scritti Ciceroniani) oggi solennemente consacrato nell’art. 111, comma 2 Cost. novellato ove, come è noto, è stabilito che “ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo ed imparziale”. Ora chi riveste la status di parlamentare con tutte le guarentigie ad esso connesse facendo parte di un potere costituzionale fondamentale ben difficilmente, allorché esercita contemporaneamente la libera professione forense, si può considerare in posizione di parità (e non invece di plusvalenza) con il difensore dell’altra parte e con lo stesso pubblico ministero.Si può anche sospettare che (attese le funzioni costituzionali del parlamento e dei suoi singoli membri) egli possa esercitare quantomeno a livello psicologico un certo potere di influenza sull’organo giudicante che invece deve sempre rimanere terzo e imparziale (e quindi equidistante fra le parti, i loro difensori e gli interessi versati in giudizio); se poi accada che il parlamentare – avvocato sia componente o addirittura Presidente (come attualmente avviene) della Commissione permanente giustizia (che rappresenta un filtro in cui sono vagliati tutti i provvedimenti comunque aventi ad oggetto il pianeta giustizia) si crea una situazione perniciosa e deleteria per la stessa credibilità delle istituzioni democratiche già oggi alquanto scosse. Il che, come è agevole osservare, oggi non ha giustificazione alcuna, anche in considerazione del fatto che la funzione di parlamentare, non è, come prevedeva invece il precitato Statuto albertino, gratuita. Non si mette in dubbio la probità delle singole persone ma, nel campo della giustizia, questo non basta perché quella che conta è anche l’immagine dell’avvocatura di fronte all’opinione pubblica del nostro Paese.Non è inutile ricordare che il celebre Piero Calamandrei, membro della Assemblea Costituente, insigne processualista, all’indomani della liberazione, da Presidente del Consiglio Nazionale Forense, (che riunisce, come è noto, tutti gli avvocati iscritti all’albo) ha costantemente sostenuto l’incompatibilità tra la funzione di parlamentare e l’esercizio della libera professione forense, come si può leggere nelle opere giuridiche di Calamandrei, curate dall’allievo M. Cappelletti (vol. II, Morano, Napoli, 1966) e come, fra l’altro in un suo bellissimo saggio sullo stesso Calamandrei, ci ricorda il costituzionalista Augusto Barbera. m. stipo l’occidentale

La manovra e le professioni (by Leozappa)

Giovedì, 22 Settembre 2011

La delega per riformare le professioni, nella manovra, è prevista tra “le misure per favorire lo sviluppo”. Ha ad oggetto: l’accesso, la formazione, il tirocinio, i compensi, l’assicurazione, i collegi disciplinari, la pubblicità informativa.  Occorre attendere i prossimi mesi per conoscere se il Governo eserciterà la delega per scardinare, andando incontro alle richieste dell’Antitrust, l’attuale sistema o per operare un restyling, rendendo più moderni gli ordinamenti delle categorie ordinistiche, sin troppo datati.Intanto, però, si può sin da ora anticipare che, molto difficilmente, le disposizioni potranno essere effettivamente utili a favorire lo sviluppo di un settore certo non risparmiato dalla crisi.  Le materie interessate dalla delega riguardano la vita professionale e il rapporto con il cliente.Non sono previsti interventi di sistema.  Vero è che, nella maggior parte dei c.d. mercati dei servizi professionali, gli iscritti agli albi sono chiamati a competere con le imprese. Gli ingegneri e gli architetti con le società di ingegneria. Avvocati e commercialisti con le società di revisione e consulenza. Chimici e biologi con i laboratori.Ma i professionisti non possono contare su infrastrutture, finanziarie ed assicurative, specializzate e, più in generale, su quella rete di istituzioni, servizi e intermediari che opera, invece, a sostegno delle imprese.  Manca un vero sistema di incentivi, agevolazioni e finanziamenti finalizzati.I professionisti, a ben vedere, esercitano la loro attività con forme contrattuali e societarie pensate per le imprese, non essendo più il contratto d’opera intellettuale e la società semplice in grado di regolare le esigenze della vita professionale.  Si guardi alla situazione dello “studio”.Non essendo, sostanzialmente, disciplinato, non può costituire una risorsa durante la vita professionale, ad esempio per ottenere finanziamenti o fee in caso di malattia; e, dopo la morte del titolare, non lo è per gli eredi (che non hanno alcun diritto) e, quindi, accade, spesso, che si estingua o venga cannibalizzato. In definitiva, ben vengano le misure della manovra, ma se non si creeranno le condizioni perché le professioni diventino sistema è difficile che possano essere volano di sviluppo per il Paese. a.m.leozappa generazionepropro.corriere.it

Tariffe professionali a go go (by Leozappa)

Domenica, 6 Marzo 2011

Il Foglio ha dato conto del rapporto dell’Antitrust sui vantaggi economici connessi alla abolizione delle tariffe professionali. L’Autorità ha invocato per anni l’abolizione delle tariffe minime sino a quando la ha ottenuta, nel 2006, con il decreto Bersani (le c.d. Lenzuolate). E’ stato sostenuto che le tariffe minime sarebbero un ostacolo alla concorrenza e un danno per i clienti, per cui la loro abolizione sarebbe una soluzione tecnica e un vincolo derivante dalla adesione al Trattato Ue.  Nel sopprimere le tariffe minime e fisse, la legge n. 248/2006 ha stabilito che “Sono fatte salve (…) le eventuali tariffe massime prefissate in via generale a tutela degli utenti”. In definitiva, quindi, le tariffe “minime” sarebbero illegittime in quanto danneggiano i clienti/consumatori, le “massime”, invece, legittime in quanto li proteggono dalle pretese dei professionisti.
Vero è, però, che la Corte di giustizia europea, chiamata a pronunciarsi proprio sul regime degli avvocati italiani, ha riconosciuto la compatibilità – almeno in via di principio – delle tariffe minime con l’ordinamento comunitario (sentenza 5 dicembre 2006, cause riunite c 94/04 e c 202/04); mentre la Commissione europea, nel marzo 2007, ha aperto una procedura di infrazione contro la Repubblica Italiana per il mantenimento delle tariffe massime obbligatorie (cfr. l’articolo “Avvocati, la UE avvia la procedura di infrazione sulle tariffe massime pubblicato” ne Il Sole 24 ore del 23 marzo 2007).  Indubbiamente quello delle tariffe è un tema complesso e articolato e sarebbe quantomeno semplicistico risolverlo esaltando il contrasto tra la visione pro-concorrenziale della Corte di giustizia europea e quella dell’Antitrust e della Commissione europea (che, a seguito del decreto Bersani, ha archiviato la procedura di infrazione a carico dello Stato Italiano per le tariffe minime inderogabili di architetti e ingegneri n. 2005/4216). Il contrasto, però, svela il dogmatismo della visione dell’Antitrust e dimostra come la sua posizione sulle tariffe non possa essere considerata una soluzione strettamente “tecnica”. D’altro canto, l’articolo 53 della direttiva 2004/18/CE sugli appalti pubblici consente espressamente agli Stati membri di regolare la remunerazione di specifici servizi e la reintroduzione delle tariffe è stata pubblicamente invocata dal Presidente della Autorità di vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi  forniture (cfr. l’intervento di L. Gianpaolino, “Oltre le tariffe – come rendere meritocratica e aperta a tutti la partecipazione alle gare delle stazioni appaltanti pubbliche” al Convegno “Oltre le tariffe” del 9 dicembre 2009, consultabile sul sito www.oice.it). Le tariffe minime continuano ad essere una rivendicazione degli Ordini professionali. A loro dire – ma anche di L. Giampaolino – le tariffe minime garantirebbero la qualità della prestazione. Il fatto che le associazioni dei consumatori non si uniscano alla rivendicazione degli Ordini porta, però, alla mente quanto scriveva Milton Friedman in Capitalismo e Libertà: “Nelle argomentazioni di solito addotte per promuovere, da parte degli organi competenti, la regolamentazione legislativa delle diverse professioni, la giustificazione fondamentale è sempre quella della necessità di salvaguardare l’interesse pubblico. Tuttavia, la pressione su tali organi affinché promuovano codeste regolamentazioni è raramente esercitata da cittadini che siano stati truffati o in qualche modo danneggiati dai membri delle diverse professioni. Al contrario, la pressione è sempre esercitata proprio dai membri delle categorie professionali interessate”. Sempre più maliziosamente, Friedman così concludeva: “Naturalmente, essi sanno meglio degli altri in che misura sfruttano il cliente e perciò forse possono avanzare diritti di competenza specialistica”. Sono, però, i risultati di uno studio predisposto da due economisti delle Università di Bologna e del Salento ad avvertire che la questione va considerata anche sotto il profilo sociale (C. Benassi – A. Chirco, “Minimi tariffari e concorrenza nel settore delle libere professioni. Un’indagine preliminare”, consultabile sul sito: www.cnpi.it). Lo studio rivela che l’abolizione delle tariffe minime dà vita ad una radicale trasformazione della pratica professionale, che è destinata a segnare e alterare il genere di cooperazione e di affidamento che è implicito nel suo esercizio. Per fronteggiare la dinamica concorrenziale, il passaggio obbligato dalla dimensione individuale a quella aggregata comporta, infatti, il trasferimento delle risorse umane dai piccoli ai grandi studi con due effetti di sicura rilevanza sociale. Il primo è tutto interno alle professioni: l’espulsione dei piccoli studi dal mercato. Si dirà: nulla di cui sorprendersi in una logica di mercato. Vero. Ma l’esigenza di procedere ad economie di scala è destinata a depauperare l’offerta sul territorio perché i professionisti tenderanno ad aggregarsi presso i capoluoghi e le grandi città, quando oggi anche il più piccolo insediamento urbano conta sulla presenza di professionisti, pre-condizione – questa – perché la clientela possa instaurare e mantenere un rapporto diretto con il professionista. Rapporto che, molto probabilmente, non potrà più sussistere – e, con ciò, vengo al secondo effetto: la spersonalizzazione della pratica professionale – in quanto la prevalenza della formula organizzativa dello studio di grandi dimensioni comporta una standardizzazione delle prestazioni che non consentirà di tener conto dei bisogni singolari, come è invece nella tradizione italiana della pratica professionale. Lo studio affronta anche le ricadute più strettamente economiche della abolizione delle tariffe. E’ stato osservato come in un mercato con forti asimmetrie informative, come quello professionale, l’assenza di prezzi minimi favorisca una gara al ribasso, che se da un canto sembra avvantaggiare i consumatori, dall’altro favorisce l’uscita dal mercato dei professionisti più qualificati, i quali ritengono non più remunerativa l’offerta di determinati servizi. Con l’inevitabile conseguenza dello scadimento della qualità dell’”offerente”. Se è vero che la selezione dell’accesso assicura il possesso dei requisiti minimi di professionalità per il singolo, è però altrettanto vero che il mercato professionale è fortemente dinamico e richiede un continuo investimento, di tempo e denaro, nella formazione. Il che comporta significative differenziazioni tra prestatore e prestatore e la presenza di corrispettivi minimi adeguati sembra garantire la permanenza sul mercato dei professionisti più qualificati e, quindi, l’effettiva possibilità di scelta del cliente. Dinanzi a queste considerazioni, la presa di posizione sulle tariffe dell’Antitrust – che la dissonanza rispetto a quella della Corte di Giustizia europea ha già scoperto fragile nel suo fondamento tecnico – rischia di apparire oltremodo dogmatica, se non arbitraria, posto che l’abrogazione delle tariffe non solo non ha avuto, anche sotto il profilo economico, i professati effetti propulsivi ma – e a sostenerlo è il presidente dell’Autorità di settore – ha inciso in senso negativo almeno in un mercato di primaria importanza quale è quello della progettazione. Soprattutto in momento di crisi come quello che stiamo vivendo, un tema così impegnativo merita, quindi, di essere affrontato senza pregiudizi ideologici e in attesa della frustata liberalizzatrice che il Governo sta studiando per rilanciare l’economia, non rimane che ricordare il monito di Luigi Einaudi: “conoscere per deliberare”. a.m.leozappa ilfoglio 2+2 oikonomia

Ma quali liberalizzazioni!! (by Leozappa)

Venerdì, 11 Febbraio 2011

Nel dizionarietto ragionato per dare una frustata all’economia il Foglio ha proposto “la liberalizzazione degli Ordini”. La chiede anche l’Antitrust e qualche esponente della maggioranza sta tentando di inserire misure sulle professioni nel ddl. sulla concorrenza, che – per legge – il governo è chiamato a predisporre proprio tenendo conto dei rilievi e delle segnalazioni dell’Autorità garante della concorrenza. Vero è, però, che quella delle professioni intellettuali è una materia che non può essere affrontata solo in un’ottica economica perchè siamo in presenza di attività che incidono su interessi generali (la salute, la difesa, il risparmio, il paesaggio, etc.). La priorità è rappresentata dalla tutela della collettività ma c’è, indubbiamente, ampio spazio per eliminare le incrostazioni corporative e gli orpelli ereditati da leggi troppo risalenti nel tempo. Il mercato delle professioni rappresenta il 9 per cento del pil nazionale. Ci sono più di due milioni di iscritti agli albi e l’indotto coinvolge oltre quattro milioni di persone. Ci sono quattro misure a costo zero che potrebbero servire a rilanciare il settore o quantomeno a fronteggiare la crisi. 1. Accesso ai finanziamenti, agevolazioni, garanzie previste per le piccole e medie imprese. Il governo, ieri, ha varato un provvedimento per la riorganizzazioni e razionalizzazione degli incentivi alle imprese. I professionisti non possono contare su nulla di simile. Eppure, quello delle attività professionali non è più un mercato protetto. In numerosissimi settori (lavori, pubblici e privati, consulenza, sanità, etc.) competitor dei professionisti sono le imprese e la mancanza di un sistema di finanziamenti, agevolazioni e garanzie analogo a quello delle imprese rischia di alterare il confronto concorrenziale a danno dei professionisti, ma anche degli utenti finali. In attesa della riforma, sarebbe opportuno consentire ai professionisti l’accesso alle misure di cui beneficiano le piccole e medie imprese, che risultano compatibili con il regime normativo e l’ organizzazione che connota gli studi professionali. 2. Lo studio come risorsa economica. I professionisti incontrano, soprattutto nei primi anni di esercizio dell’attività, grosse difficoltà ad accedere al credito. Sono penalizzati dal fatto che lo studio – inteso come centro di imputazione dei rapporti con la clientela – non è riconosciuto giuridicamente e, quindi, non può avere funzioni di garanzia o costituire una risorsa (economica) per il professionista. Il problema diventa particolarmente gravoso in caso di impedimento temporaneo o di decesso. Chi si ammala può contare solo sulla comprensione dei colleghi, non potendo stipulare contratti di gestione che assicurino fee in attesa del rientro. Così, in caso di decesso, gli eredi vantano diritti solo sull’immobile e sugli arredi. In taluni casi la giurisprudenza si è mostrata favorevole all’applicazione delle norme sull’azienda, ma indubbiamente lo studio non è una azienda ed è bene evitare improprie assimilazioni. Sarebbe, pertanto, necessario predisporre una disciplina ad hoc che valorizzi le componenti economiche dell’organizzazione degli studi, salvaguardandone le specificità. Ciò consentirebbe l’emersione di una ricchezza oggi latente, della quale beneficerebbe non solo il titolare (e gli eredi), ma prospetticamente anche il sistema economico-finanziario e quello fiscale.  3. Ristrutturazione dei debiti.  Il professionista non può avvalersi degli strumenti negoziali di ristrutturazione del debito previsti dalla riforma fallimentare. Risponde illimitatamente delle obbligazioni contratte e, ovviamente, non può ricorrere alle forme di segregazione patrimoniale previste per le imprese. Il suo patrimonio garantisce i debiti professionali e personali (compresi, spesso, quelli che hanno origine nei vincoli di solidarietà familiare). Qui non si tratta di mettere in discussione tale regime normativo – che è coerente con i principi dell’ordinamento settoriale e segna l’autonomia del modello professionale rispetto all’impresa -; piuttosto di valutare l’ opportunità di estendere anche ai professionisti le misure di ristrutturazione del debito di cui beneficiano le imprese. Un professionista, travolto dai debiti (suoi o della famiglia), che smette di lavorare non è utile a nessuno, in primis ai debitori. 4. Riduzione dei costi relativi alle competenze professionali. Le incertezze sull’applicazione della normativa sulle competenze generano un contenzioso che condiziona negativamente il funzionamento dei settori socio-economici nei quali operano I professionisti. I tribunali sono sommersi di cause tra le categorie e tra professionisti, imprese e amministrazione e la loro giurisprudenza (civile, amministrativa e penale) alimenta più che risolvere i conflitti di attribuzione. Sull’esempio di quanto accade nel sistema fiscale, sarebbe pertanto opportuno introdurre istituti che consentano una composizione preventiva dei contrasti circa la latitudine dei riparti di competenza. a.m.leozappa il foglio-oikonomia 2+2