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Orlandi, delitto a sfondo sessuale (by padre Amorth)

Martedì, 22 Maggio 2012

«E’ un delitto a sfondo sessuale», sostiene il capo mondiale degli esorcisti, padre Gabriele Amorth. L’anziano sacerdote, molto stimato da Benedetto XVI, rivela a La Stampa una pista interna per la scomparsa nel 1983 della cittadina vaticana davanti alla chiesa di Sant’Apollinare, da poco riferita riservatamente ai familiari della ragazza.«Come dichiarato anche da monsignor Simeone Duca, archivista vaticano, venivano organizzati festini nei quali era coinvolto come “reclutatore di ragazze” anche un gendarme della Santa Sede. Ritengo che Emanuela sia finita vittima di quel giro – spiega padre Amorth – Non ho mai creduto alla pista internazionale, ho motivo di credere che si sia trattato di un caso di sfruttamento sessuale con conseguente omicidio poco dopo la scomparsa e occultamento del cadavere». E ancora: «Nel giro era coinvolto anche personale diplomatico di un’ambasciata straniera presso la Santa Sede».Una testimonianza che padre Amorth ha reso pubblica ora nel suo libro «L’ultimo esorcista» e che presenta tratti in comune con la lettera anonima arrivata alla madre di Emanuela Orlandi nella quale si riferisce di una trappola nella quale fu attirata la quindicenne nella sacrestia di Sant’Apollinare.Monsignor Pietro Vergari, parroco della basilica negli Anni 80, continua a protestare la sua estraneità ai fatti («Sono tranquillo, non ho nulla da nascondere»), ma è considerato dagli inquirenti un elemento centrale nella sparizione.«Nell’ispezione nella cripta non hanno trovato nulla se non appunto il corpo di De Pedis – afferma don Vergari -. Tutte quelle ossa ritrovate non sono altro che ossa antichissime, risalenti a secoli fa quando anche i laici venivano sepolti nelle chiese. Ora dicono che faranno indagini approfondite ma non vedo proprio che cosa possano trovare».Il prelato è finito nel registro degli indagati della procura di Roma, per concorso nel sequestro della ragazza, in concomitanza di una perquisizione presso il suo domicilio nel corso della quale è stato sequestrato un computer.Vergari, già sentito nel 2009 come testimone a proposito del seppellimento del capo della banda della Magliana, De Pedis nella cripta di Sant’Apollinare, sarà presto convocato in procura per essere interrogato, questa volta nella veste di indagato, dai pm Capaldo Maisto. Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, ricorda che suor Dolores, la direttrice della scuola di musica frequentata dalla sorella nel palazzo di Sant’Apollinare, raccomandava alle studentesse di stare alla larga dal rettore della basilica.Nell’inchiesta sulla scomparsa della figlia di un commesso pontificio, un gendarme vaticano è stato sentito in procura come persona informata dei fatti, mentre su una decina di ossa ritrovate a Sant’Apollinare sarà effettuato il test del Dna per compararlo con quelli della Orlandi e di Mirella Gregori, l’altra ragazza scomparsa 29 anni fa a Roma.I resti saranno analizzati a Milano dagli esperti del Labanof, il Laboratorio di antropologia e odontologia forense. Il coinvolgimento di don Vergari apre scenari inquietanti. Osserva Pietro Orlandi: «Emanuela scomparve alla sette di sera. Mai sarebbe salita su una macchina con un sconosciuto. Se l’avessero presa con la forza, a quell’ora in pieno centro qualcuno se ne sarebbe accorto. L’ipotesi della basilica ha un senso. Se a Emanuela qualcuno avesse detto di seguirlo a Sant’Apollinare non si sarebbe insospettita. Un luogo sacro non dovrebbe spaventare nessuno».Dunque potrebbe essere caduta in un tranello teso da qualcuno che era in rapporti con l’allora rettore della basilica. «Che a Sant’Apollinare ci fossero giri strani e gravitasse un pezzo di malavita romana, non solo De Pedis con cui don Vergari era in confidenza, è purtroppo qualcosa di risaputo», precisa Pietro Orlandi: «Le amiche della scuola di musica di Emanuela mi dissero che suor Dolores, la direttrice, non le faceva andare a messa o cantare nel coro a Sant’Apollinare ma preferiva che andassero in altre chiese proprio perché diffidava, aveva una brutta opinione di monsignor Vergari». Per il momento gli indagati restano cinque: don Vergari, Angelo Cassani, Gianfranco Cerboni, Sergio Virtù e Sabrina Minardi

Giacomo Galeazzi per “La Stampa

Caso Orlandi, ricatti incrociati

Venerdì, 24 Febbraio 2012

Dopo quasi 29 anni, nel muro di silenzio alzato sul sequestro di mia sorella si sta aprendo qualche crepa. Finalmente qualcuno nella Santa Sede vuole capire cosa è accaduto. Ma ho anche un’altra sensazione: che dietro le fughe di notizie ci sia un grande ricattatore in azione, in una sorta di guerra di nervi in atto tra le alte gerarchie». Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, la figlia del messo pontificio scomparsa nel 1983, commenta così le ultime novità.Dal Palazzo Apostolico nei giorni scorsi un’altra «manina», dopo quella che ha fatto uscire le lettere di monsignor Viganò, ha portato all’esterno un «appunto riservato» sul caso Orlandi datato 9/1/2012 e firmato dal portavoce di papa Ratzinger. Tre pagine fitte di dubbi. «Padre Lombardi – dice il fratello di Emanuela – segnala aspetti da approfondire, come la non collaborazione con le autorità italiane, resa evidente dal no opposto alle rogatorie e dalle reticenze di un funzionario della sicurezza, e gli aiuti a Solidarnosc, che potrebbero aver scatenato il ricatto a Giovanni Paolo II attraverso il sequestro di mia sorella». L’appunto parla anche della sepoltura del boss Enrico De Pedis a Sant’Apollinare. «È un passaggio sorprendente.Padre Lombardi dice: “poiché mi pare che il cardinal vicario abbia dichiarato la disponibilità a lasciar aprire la tomba, non capisco perché questo non sia ancora avvenuto”. Ne deduco che in Vaticano sono favorevoli, ma sperano che sia la magistratura a liberarli da questo peso».Lei è stato convocato in Procura? «Sì, venerdì scorso. Mi è stato chiesto se ero a conoscenza di novità dalla Santa Sede. Purtroppo no, ho risposto, però quante coincidenze…».A cosa allude? «A gennaio, al sit-in che avevo organizzato a Sant’Apollinare, si erano infiltrati due gendarmi per fotografare i presenti. Poi arriva la talpa sugli scandali finanziari, ora la nota segreta. Non escludo che tutto ciò sia legato alla presenza di un ricattatore che mira a intimidire il Vaticano, grazie a documenti che possono riguardare l’attentato a papa Wojtyla, l’omicidio Calvi, vicende economicheo il sequestro di Emanuela».Sulle fughe di notizie, intanto, la notizia è che sono in corso interrogatori della gendarmeria: oltre a padre Lombardi, sono stati sentiti due monsignori, uno dei quali della II sezione della segreteria di Stato. Fabrizio Peronaci per il “Corriere della Sera

Cronaca criminale – l’altra storia

Martedì, 5 Ottobre 2010

Arriva in libreria in questi giorni, si intitola “Cronaca criminale”, ha per sottotitolo “La storia definitiva della Banda della Magliana”, lo ha scritto il giornalista e saggista Pino Nicotri e lo ha pubblicato la casa editrice Baldini-Castoldi-Dalai. A leggerlo si ricevono vari scossoni e qualche shock. Il più forte di tutti è apprendere che la morte di Aldo Moro, lo statista democristiano rapito dalle brigate rosse nel marzo 1978 e ucciso dopo 55 giorni, è stata scientemente voluta da un uomo, Steve Pieczenik, inviato dal Dipartimento di Stato degli Usa a presiedere il comitato di crisi, comprendente il ministro degli Interni di allora Francesco Cossiga, che doveva decidere come fronteggiare la strategia impostata dai brigatisti con quel rapimento. E’ infatti lo stesso Pieczenik ad averlo dichiarato in più sedi, specificando che Moro stava cedendo, rivelava ai brigatisti troppe cose, scriveva troppe lettere accusatorie contro il mondo politico ad amici, parenti e redazioni di giornali, mettendo così troppo a rischio la stabilità politica dell’Italia quando invece il supremo interesse Usa era la stabilità filo atlantica, cioè filo Usa, dei suoi vari alleati, compreso il nostro Paese. Pieczenik ha specificato che per spingere i sequestratori a uccidere Moro venne fatto confezionare a bella posta, d’accordo con il futuro presidente della repubblica Cossiga, un falso comunicato brigatista, il N. 7 di quei drammatici 55 giorni, che ne annunciava falsamente l’avvenuta uccisione. Un modo per far capire a chi aveva in mano Moro che non c’era nulla da trattare e che la sua morte era ormai un dato di fatto già accettato dall’opinione pubblica e, soprattutto, dal potere che la manovrava. L’autore del falso comunicato, e di altri depistaggi “brigatisti”, è stato un malavitoso del giorno della banda della Magliana, Antonio “Toni” Chichiarelli. Come si vede, un intreccio da far tremare i polsi. Un altro scossone lo si riceve apprendendo che il famoso “rapimento” di Emanuela Orlandi, la bella ragazzina sedicenne abitante in Vaticano sparita nel giugno dell’83, non è mai esistito, è stato sempre e solo un “rapimento mediatico”, cioè un messa in scena chiaramente per nascondere una pesante verità che chiama in causa qualche pezzo grosso del Vaticano. E suscita sgomento scoprire che il can can che per esempio porta avanti da anni su tale vicenda il programma televisivo “Chi l’ha visto?” è lastricato di falsi e scoop fasulli, il più vistoso dei quali è il “mistero” della sepoltura di Renato De Pedis, definito a torto un boss della banda della Magliana e un pluriassassino nonostante sia morto incensurato e sia sempre stato assolto dalle varie accuse sempre più pesanti. Il “mistero” era infatti già stato esplorato e archiviato come inesistente dalla magistratura romana ben 10 anni prima che la trasmissione di Federica Sciarelli ci si tuffasse a capofitto. Non a caso Nicotri ha fatto parlare la vedova De Pedis, signora Carla, che per la prima volta prende pubblicamente la parola e dice la sua in una ventina di pagine. Si resta di sale anche ad apprendere che il famoso generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso dalla mafia il 3 settembre ’82, iscritto alla P2 di Gelli, ha cercato di mettere in piedi una montatura contro il potente uomo politico democristiano Giulio Andreotti evidentemente perché lo riteneva pericoloso e con legami fin troppo compromettenti, come del resto hanno dimostrato varie inchieste delle quali Nicotri traccia un sunto. Il suo libro sembra che parli di fatti del passato, ma da quel passato emergono nomi e modi di operare, quali il faccendiere sempre in pista Flavio Carboni, la loggia segreta P2 progenitrice dell’odierna cosiddetta P3, le scorribande finanziarie della banca IOR del Vaticano e l’uso disinvolto da parte dello stesso Vaticano del suo enorme patrimonio immobiliare romano per “addomesticare” i personaggi che per la Chiesa è utile addomesticare o comunque tenerseli buoni. Il 20 gennaio 2010 il magistrato del tribunale di Roma Giancarlo Capaldo in un dibattito alla libreria Mondadori ha dichiarato che la Banda della Magliana «è un’invenzione giornalistica» e che «non è mai esistita una organizzazione unitaria della malavita romana». In effetti, Nicotri la chiama spesso “la banda a geometria variabile” o la definisce un mosaico di tessere tra loro diverse, a volte convergenti in un disegno unitario, ma più spesso in lotta tra loro, al punto da sterminarsi a vicenda ponendo fine nei primi anni ’90 a un’epopea nera iniziata nella seconda metà degli anni ’70. Eppure la «bandaccia», come veniva anche chiamata, è stata protagonista di romanzi, film e sceneggiati televisivi di grande successo e suggestione, fino a diventare sinonimo di «cupola» onnicomprensiva della malavita capitolina dalla seconda metà degli anni Settanta alla fine degli anni Ottanta, e a far sospettare, addirittura, che esista ancora. Ritenuta ricca di agganci compiacenti nelle zone torbide dei servizi segreti, della finanza, della massoneria, del terrorismo e della gerarchia vaticana, fino a essere la loro longa manus negli affari più sporchi, alla Banda della Magliana sono stati addebitati quasi tutti i casi che hanno scandito la burrascosa storia italiana di quegli anni «ruggenti» e sanguinosi: l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, l’attentato al banchiere Roberto Rosone, la morte del banchiere Roberto Calvi, i depistaggi riguardo il rapimento e l’uccisione dell’onorevole Aldo Moro e la strage della stazione di Bologna, le razzie della banca vaticana IOR, della mafia, della camorra, della ‘ndrangheta, della Loggia P2 di Licio Gelli, ecc… I confini tra mito e realtà si sono sempre più assottigliati fino a diventare evanescenti. Esisteva la onnitentacolare Banda della Magliana o esisteva invece Roma Caput Criminis? Domande alle quali Pino Nicotri fornisce le risposte. Nicotri ha il merito di far notare che gli anni dell’epopea della “bandaccia” erano gli anni in cui la sinistra extraparlamentare, nata nel “mitico” ’68 e diventata infine il polivalente e composito Movimento ’77, aveva dato “l’assalto al cielo” impugnando le armi. Sulla sua scia, i borgatari e i sottoproletari romani tenteranno anche loro “l’assalto al cielo” impugnando anch’essi le armi e imboccando la scorciatoia del crimine, dai sequestri a scopo di estorsione al dilagare del commercio delle droghe nell’intera Roma e dintorni. Il fiume di denaro tratto con il monopolio delle droghe ha avuto come effetto anche quello di una strana debolezza dell’azione di prevenzione e repressione del crimine da parte di polizia, carabinieri, ecc. Nicotri fa notare che se non fosse stato per i pentiti, a partire dal primo, Fulvio Lucioli, per finire con l’ultimo, Vittorio Carnovale, e per gli ammazzamenti reciproci, la “bandaccia” avrebbe avuto vita ancora più lunga… Ma la timidezza delle forze dell’ordine non è stato solo un fatto di corruzione, bensì una ben precisa scelta strategica: lasciar dilagare la droga tra i giovani, i contestatori e i borgatari significava corrompere i movimenti di protesta, diminuendone così le capacità e la forza, grazie anche al vizio dell’eroina, chiamato dal romanziere Burroughs “La scimmia sulla spalla”, che ha seminato morte eliminando così i possibili “caporioni”. Ma l’eroina anche a Roma ha seminato morte non solo tra chi lottava contro la vita agra, ma anche tra chi si godeva la dolce vita o tentava comunque di capire quale fosse la propria strada, come per esempio il giornalista di Repubblica Carlo Rivolta e il giovane erede dell’impero Fiat Edorado Agnelli, figlio del famoso “Avvocato” Gianni Agnelli. http://www.youtube.com/watch?v=zwdIUz19Pj8&feature=player_embedded (via dagospia)

Veronica ha l’amante – l’insinuazione di Italia Oggi

Sabato, 30 Maggio 2009

A VERONICA CI PENSA ALBERTO, IL BODYGUARD
LADY B INAVVICINABILE, PROTETTA DALL’EX AUTISTA DEL MARITO

(continua…)

Perchè il Corriere spinge per Marcinkus mandante del rapimento Orlandi

Mercoledì, 2 Luglio 2008

«Emanuela Orlandi rapita per ordine di Marcinkus». Titolo de Il Corriere della Sera del 24 giugno 2008. Segnamoci la data, perchè è storica: inaugura l’entrata del Corriere nell’area del fanta-complottismo. Il giornale cosiddetto autorevole, che si è sempre scagliato contro chi metteva in dubbio la verità ufficiale sull’11 settembre, bollandoli da «complottisti», sa superare tutti i complottisti quando gli fa comodo.

La storia riguarda Emanuela Orlandi, la ragazzina 15enne familiare con Papa Giovanni Paolo II e rapita nel 1983, ossia 25 anni fa (diconsi venticinque). Mai saputo più nulla di lei.

Ma finalmente il Corriere l’ha scoperto: prendendo per buoni i ricordi di Sabrina Minardi, che fu amante di Enrico De Pedis detto «Renato», uno dei capi della banda della Magliana, e per sua ammissione cocainomane abituale. La signora ricorda improvvisamente che Emanuela Orlandi fu rapita dalla banda della Magliana «per ordine di Marcinkus», il capo dello IOR, che voleva dare «un messaggio a qualcuno sopra di loro» (al Papa, dunque). Una torbida vicenda.

E poteva mancarci Giulio Andreotti? Naturalmente no: la signora Minardi ricorda di essere andata a cena a casa di Andreotti con «Renato» almeno due volte. Ma «Andreotti non c’entra direttamente con Manuela Orlandi, ma con monsignor Marcinkus sì».

Coloro che credono che l’11 settembre sia stato un complotto hanno allineato una immensa quantità di dati e d indizi oggettivi e convergenti, che vengono derisi come «complottismo» dal Corriere, che così si è sempre esentato dalla fatica di discuterli. Ma il Corriere crede invece alle slegate memorie di una ex-bambola del capo, malamente imbastite con il filo bianco.

Per valutare il livello di complottismo che il Corriere non si vergogna di raggiungere, quando gli fa comodo, basta riportare questo «fatto»: secondo la signora Minardi, Emanuela Orlandi – rapita dal 1983 e ammazzata, dice lei, sei-sette mesi dopo – è stata macinata in una betoniera insieme a Domenico Nicitra, figlio del boss mafioso Salvatore Nicitra.   Ma il figlio di Nicitra fu rapito nel 1993, dieci anni dopo la Orlandi. Non poteva essere macinato nella betoniera dieci anni prima. «Le date non tornano», ammette il Corriere in caratteri minuti. Infatti, non è una incongruenza da poco.

Ma allora perchè il Corriere – il cosiddetto «più autorevole quotidiano del Paese» – dedica il titolo d’apertura ad una simile storia, e tre ampie pagine all’interno? E che pagine, poi: tutte giocate sul filo dell’insinuazione, del «qui lo dico e qui lo nego», che lascia al lettore l’incarico di immaginarsi il peggio. Ho già detto di come Andreotti viene chiamato in ballo: «Non c’entra direttamente con (il rapimento di) Manuela Orlandi». Ma c’entra, magari, indirettamente?

E’ un metodo. Quello mitico del giornalista che chiede all’intervistato che intende rovinare: «Da quando ha smesso di picchiare sua moglie?». E’ una domanda, non un’accusa che può portare a una querela per diffamazione. Ma costringe l’intervistato a difendersi su qualcosa che non ha fatto. E si presta al titolo: «X smentisce: non ho picchiato mia moglie».
I lettori crederanno che l’ha picchiata. E’ un metodo.  Il Corriere lo usa ampiamente in queste pagine.

Citazioni: sul caso della Orlandi «si allunga l’ombra di Marcinkus». Papa Giovanni Paolo II «ha protetto Marcinkus per molto anni, anche quando la sua figura galleggiava in un mare di misteri e sospetti, compreso il suo coinvolgimento nella scomparsa di Emanuale Orlandi (accuse mai provate)». Si riportano la parole della ex-bambola: «Renato (il suo amante Enrico De Pedis, della Magliana) era molto ammanicato con il Vaticano, i motivi posso immaginare fossero quelli di riciclare il denaro. Stavano arrivando secondo me sulle tracce di… Hanno rapito Emanuela per dare un messaggio a qualcuno». Allusioni, puntini di sospensione.

Naturalmente non c’è alcuna conferma, nessun riscontro oggettivo. Enrico de Pedis è morto ammazzato nel 1990, Marcinkus è scomparso nel 2006. Nessuno può confermare la chiacchierata di Sabrina Minardi, specie 25 anni dopo. Ma attenzione, «la donna aggiunge particolari sul nascondiglio: ‘un sotterraneo immenso, in zona San Giovanni». Sai che particolari: in zona. Immenso. Posso immaginare.

Tuttavia, assicura il Corriere, «la donna giorni fa ha ricostruito scene giudicate ‘attendibili’, anche se non mancano incongruenze temporali». Non si dice se a giudicare «attendibili» sono i magistrati che hanno raccolto la testimonianza della ex-donna di De Pedis. Lo lascia solo intendere.

E poi, attenzione, altro titolo a tutta pagina 5: il Corriere intervista Otello Lupacchini, il magistrato che indagò sul gruppo della Magliana e sulla fine del banchiere Calvi sotto il ponte dei Frati Neri, Londra. «Lo Ior e il sequestro per i debiti di Calvi: verità credibile», strilla il titolo, attribuendo il tutto al magistrato. Nel pezzo, in realtà, dopo essersi arrischiato a qualche ipotesi stratosferica, nega proprio la credibilità del tutto.

Marcinkus può essere il mandante del sequestro Orlandi? «Qui si abbandona la logica e si passa alla fantasia», dice il Lupacchini. Fantasia o credibile? Attendibile? Si allunga l’ombra di Marcinkus…

I complottisti che Paolo Mieli irride sanno fare di meglio. Se dunque Mieli fa il complottista, è perchè ha uno scopo. Lo dice il fatto che il Corriere è uscito in simultanea con una trasmissione di RAI3, «Chi l’ha visto?», che ricicciava la stessa storia e la stessa testimonianza di Sabrina Minardi.

Come per dare pià credibilità alla cosa. Due cannoniere della «informazione italiana» che ritengono la testimonianza «attendibile»: come si fa a non crederci?

Paolo Mieli non fa nulla per amore di notizie. Paolo Mieli è figlio di Renato Mieli, ebreo che riparò in Egitto ai tempi della guerra, e tornò in Italia come «Capitano Ralph Merrill»: e con questo nome, in perfetto inglese, per conto degli Alleati vietava e autorizzava la nascita di giornali nuovi nell’Italia cosiddetta liberata. Finito il suo compito, «Ralph Merrill» ridivenne Renato Mieli e prese la direzione… dell’Unità. Evidentemente, su ordine dei suoi superiori anglo-americani.

Paolo Mieli è stato uno dei registi di «Mani Pulite». Era lui che, con telefonate ai direttori di Repubblica, Unità, Stampa, concordava i titoli del giorno dopo: su chi accusare, su chi accendere i riflettori della «giustizia». Fu lui a pubblicare il mandato di comparizione a Berlusconi mentre era ad un vertice a Napoli – pubblicando sul Corriere quello che non era ancora pubblico, ma che il pool gli aveva passato in anticipo. Prima dell’ufficiale giudiziario. La stagione di Mani pulite consentì a un ristretto novero di imprenditori del «salotto buono» di guadagnare migliaia di miliardi di vecchie lire tramite le privatizzazioni: il regalo fu perfezionato dai partiti dell’Ulivo, dopo che molte coincidenze avevano tolto di mezzo il primo imprevisto governo Berlusconi (così come in precedenza avevano tolto di mezzo tutto il pentapartito e risparmiato post comunisti e sinistra DC).

Insomma, se 25 anni dopo Paolo Mieli spara come vero un complotto sostenuto solo dalle memorie scucite di una ex-bambola della Magliana, facendo una figura da giornalista da serie B, vuol dire che – come papà – ha obbedito agli Alleati.

La simultaneità con il presunto scoop di RAI 3 in prima serata aggiunge un tocco alquanto massonico: è mia convinzione – che non ho tempo di sviscerare – che RAI3 sia più massoneria che «comunismo», di questi tempi.

Il poco che posso dire su Emanuele Orlandi è che apparentemente fu rapita come «avvertimento» al Papa, che stava indagando in direzioni sgradite sull’attentato di cui era stato vittima, per mano di Ali Agca. Ali Agca, ogni tanto, negli anni, durante le udienze processuali, tirava fuori la storia: «La Orlandi è viva…». Lasciava capire che il destino della ragazza era legato alle sue fortune processuali? Sappiamo che fu Andropov, capo del KGB, a cercare qualcuno che «potesse avvicinarsi fisicamente al Papa». I servizi bulgari gli trovarono il killer, un Lupo Nero, di «destra».

Giovanni Paolo II – che dai decenni polacchi aveva imparato alcune cose sulla realtà – stava conducendo, per suoi canali, delle indagini discrete. A quel punto, l’allora vicepresidente USA – George Bush padre, che era stato direttore della CIA – chiese un’udienza urgente. Secondo alcuni, disse al Papa: smetta di indagare, mica possiamo dichiarare guerra all’URSS…
Ali Agca era stato addestrato in Libia, in un campo in cui estremisti neri come lui si esercitavano a fianco di elementi rossi, come la Rote Armee Fraktion e l’Armata Rossa Giapponese, e a terroristi palestinesi. Gli addestratori erano due ex agenti della CIA, Frank Terpil e Ed Wilson, che erano stati cacciati dalla CIA insieme al loro capo, Theodor Shackley, con l’accusa di aver allestito una «CIA parallela» che faceva la guerra a modo suo.

George Bush era il grande protettore di Shackley e dei suoi ragazzi, ma non potè nulla contro la volontà di Jimmy Carter (il presidente) di ripulire le stalle. Terpil & Wilson finirono nella Libia di Gheddafi, ad addestrare chiunque. Gli assassini, nel mondo dello spionaggio, vengono condivisi.

Dunque, ora chiediamoci: perchè il Corriere e RAI3 rivangano la storia della Orlandi, su cui insinuano che il mandante fu Marcinkus? Confesso: non so rispondere alla domanda. Non ancora. Ma chiaramente, il complotto imbastito col filo bianco ha di mira il Vaticano. Il futuro ci chiarirà il motivo.

(continua…)