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Forse Dio è morto, ma i miti gli sopravvivono: primo fra tutti il mercato (by Leozappa)

Venerdì, 28 Giugno 2013

Forse Dio è morto, ma i miti certamente gli sopravvivono. Primo fra questi, l’ordine naturale della libera economia. L’approvazione del decreto per il pagamento dei debiti dello Stato ha fatto gridare allo scandalo Piero Ostellino che, nella sua rubrica sul Corriere della Sera, denuncia come “senza manco che ce ne accorgiamo, stiamo passando dall’economia libera a una ‘economia amministrata’, come quelle dei totalitarismi novecenteschi”. Gli strali sono diretti contro il decreto dell’Unione europea che ha imposto all’Italia il pagamento dei debiti e il conseguente provvedimento attuativo. Scrive Ostellino: “l’economia libera si fonda su due presupposti: 1) la divisione del lavoro; ciò che non so fare da solo lo fa per me qualunque altro dietro corrispettivo concordato; 2) è inteso che il ‘contratto’, formale o tacito, che regola prestazione e compenso sia rispettato. Con la trafila dei decreti, si tende ad eliminare entrambi i presupposti e fondare l’economia del futuro sulla (doppia) decretazione amministrativa”. Per l’opinionista: “che coloro i quali abbiano goduto di un servizio debbano retribuire chi lo ha prestato dovrebbe essere nell’ordine delle cose”. L’ordine delle cose: questo è il punto. I neoliberali disconoscono l’esistenza di un “ordine delle cose”. Per la legge di Hume le proposizioni descrittive vanno separate da quelle prescrittive, con la conseguenza che dai fatti non possono essere dedotti i valori. Che un soggetto abbia goduto dei servizi di un altro non comporta, di per sé, l’obbligo di retribuire la prestazione. Se si disconosce la legge naturale, un tale obbligo sussiste solo ove previsto da una norma di diritto positivo. Ma, così ragionando, la stessa norma può escludere o sospendere o condizionare l’assolvimento dell’obbligo di corrispondere il dovuto per la prestazione di cui si è beneficiato. E’ l’aporia dell’ideologia della sovranità del mercato. Da un canto si pretende il rispetto del libero mercato quale ordine naturale dell’economia e, dall’altro, si nega l’esistenza della legge naturale. Anche il contratto che, come rileva Ostellino, costituisce uno dei presupposti dell’economia libera è un atto giuridico. Non esiste in natura il contratto di scambio e gli studi di Marcel Mauss hanno dimostrato che nelle comunità primitive l’economia era regolata non già sul baratto ma sul dono. D’altro canto, nella sua stessa etimologia l’eco-nomia implica un ordine, una legge che la trascende. Illibero mercato non è altro che un sistema di scambi regolato da leggi che riconoscono il principio dell’autonomia negoziale. Né in natura né nella storia esiste un mercato radicalmente libero. Ostellino può denunciare il rischio del passaggio ad una economia amministrata solo sulla finzione che quella attuale sia una economia libera. Ma basta seguire la sua rubrica per rendersi conto di quante volte abbia contestato i lacci e lacciuoli che la avviluppano. Confessareil mito dell’ordine naturale del mercato è il primo passo per affrontare risolutivamente l’odierna crisi, economica e sociale, del sistema capitalistico. Non si tratta di negare la validità del mercato come modello di regolazione delle pratiche commerciali. L’indubbia prosperità che, negli ultimi decenni, ha prodotto dimostra tutto il suo valore. Piuttosto si richiede un atto di onestà intellettuale: riconoscere l’intrinseca politicità del modello (e, quindi, la sua disponibilità/regolabilità da parte del pubblico decisore). Solo così – senza pregiudiziali prese di posizione – sarà possibile procedere a riconsiderane il ruolo in funzione del ben-essere sociale. “Viviamo in un’epoca in cui quasi ogni cosa può essere comprata e venduta”, osserva nel suo ultimo saggio Michael Sandell, “negli ultimi tre decenni i mercati – e i valori di mercato – sono arrivati a governare le nostre vite come non era mai accaduto prima”. Ad esserne travolte sono l’equità, l’eguaglianza e la stessa coesione sociale. Occorre emanciparsi dal mito della naturalità del mercato per ripensare un modello di sviluppo nel quale la libertà non vada a scapito della equità. Il mercato è un eccezionale strumento per la crescita economica, ma quest’ultima è solo una delle componenti del ben-essere della comunità.   a.m.leozappa formiche 5/2013

L’opposizione fatta in casa (by Ostellino)

Lunedì, 12 Luglio 2010

In assenza di opposizione «esterna» — il centrosinistra, privo di identità, sembra incapace di essere un’alternativa ideale e programmatica credibile — il centrodestra si è creato un’opposizione «interna». Che Berlusconi identifica nelle esternazioni di Fini, ma che, nei fatti, sta concretandosi nella Lega, cioè nel suo azionista privilegiato. La prospettiva, per ora remota, ma possibile, è che, sulle rovine del primo- berlusconismo — quello della «rivoluzione liberale» mancata, cui ormai anche il Cavaliere sembra avere definitivamente abdicato — e della corsa alla sua successione alla guida del Paese, si innesti un processo che dia vita a soluzioni tanto poco identitarie, sotto il profilo etico- politico, e, soprattutto, assai poco nazionali, da prefigurare un duplice rischio. Primo: sotto il profilo etico-politico, la scomparsa della rappresentanza dei ceti moderati, la ri-frammentazione, anche a sinistra (fra riformisti e conservatori), del sistema, la nascita di una sorta di «sindrome di Weimar»— interprete dell’incapacità dei partiti di esercitare un ruolo di direzione — che crei lo spazio per un «benevolo dispotismo» tecnocratico e decisionista. In sostanza, governi tecnici, non direttamente eletti. Secondo: sotto il profilo nazionale, la crescita di una tendenza alla «secessione democratica», da parte della popolazione del Nord nei confronti del Sud, sulla base di una forma di rivendicazionismo speculare, e opposto, a quello che fino all’altro ieri era stato del meridionalismo anti-unitario del Sud nei confronti del Nord. Ernesto Galli della Loggia attribuisce la crisi della Politica a carenza di progettualità. È la politica cui la sinistra, in passato, attribuiva la funzione razionalistica di modellare la Società. A me pare, invece, si tratti di una crisi strutturale. La Società italiana è, dal XIII secolo, corporativa, e nei suoi confronti il potere politico — prima comunale, poi statuale — ha sempre operato come «mediatore» fra le corporazioni in competizione. Oggi—a causa della crisi economica e data la scarsità di risorse da distribuire — anche la Funzione pubblica è una corporazione essa stessa, col risultato di accrescere la conflittualità generale. L’interprete autentico di tale involuzione è la Lega, che ha tradotto in rivendicazionismo locale il neocorporativismo pubblico. Ma, alzando progressivamente il prezzo di azionista privilegiato nella coalizione, essa sta entrando in rotta di collisione con quel poco che ancora rimane della politica nazionale e riformista nel berlusconismo. La rivolta delle regioni contro i tagli della manovra ne è l’epifenomeno; la traduzione, «familista», del corporativismo localista in conflitto con quello statuale. È una spirale dalla quale il centrodestra, e la stessa Lega, sembrano incapaci di uscire, per ragioni oggettive, e perché Fini, con le sue sortite, offre loro una giustificazione. (p. ostellino, corriere)

 

Cade in borsa anche lo Stato (by Ostellino)

Venerdì, 7 Maggio 2010

Nessuno sembra essersi accorto che la situazione della Grecia è la sindrome della crisi dello Stato moderno. L’Unione Europea ha salvato la Grecia; che, ora, deve curare se stessa. Ma è qui che — al di là della contingenza greca— emerge, appunto, sotto il profilo storico e teorico, la crisi dello Stato moderno. Il quale, da un lato, è responsabile della disastrosa situazione finanziaria in cui si trovano anche altri Paesi dell’Unione Europea; e, dall’altro, è incapace di uscirne se non (ri)confermando la propria natura e i propri limiti.

Se lo Stato fosse, come dovrebbe, al servizio del cittadino, e non viceversa, la «cura» del governo greco dovrebbe consistere, soprattutto, nella cancellazione degli enti inutili, nella riduzione degli sprechi, nel contenimento della burocrazia, nella lotta alla corruzione e alle complicità politico- finanziarie. In una parola: nella riforma di se stesso.

Invece, saranno tagliati, con le pensioni, i salari, bloccati aumenti e assunzioni nella Pubblica amministrazione; aumentata l’età pensionabile — settori di spesa sui quali la politica aveva raccolto finora consensi, a scapito dell’equilibrio di bilancio — aumentata l’Iva e tassate una tantum le imprese. È lo Stato moderno che, adesso— dopo averne assecondato i vizi — divora i propri cittadini per salvare se stesso. Né, a temperarne le ambigue oscillazioni fra centralismo e individualismo, valgono le misure di liberalizzazione di alcune professioni, del mercato del lavoro e di settori protetti dalla concorrenza, le privatizzazioni e la vendita di proprietà pubbliche decise dal governo di Atene. È, se mai, l’illusione di contemperare l’eccesso di intermediazione pubblica — ormai insostenibilmente costosa — con parziali misure liberali che rischiano unicamente di favorire gli interessi organizzati invece di quello generale. La perpetuazione di un equivoco. Non una politica. Lo Stato moderno—nella presente situazione di contrazione economica — tende formalmente a (ri)proporsi come mediatore fra la pluralità di interessi in gioco, ma finisce col favorirne, di fatto, alcuni e penalizzarne altri, nella distribuzione delle scarse risorse.

Non è un caso, infatti, che, di fronte alla crisi economica mondiale, anche chi auspica la riduzione della pressione fiscale per rilanciare lo sviluppo abbia, poi, molte difficoltà a proporre una riduzione della spesa pubblica che ne dovrebbe rappresentare l’indispensabile premessa.
Quando il peso dell’apparato dello Stato ha raggiunto una certa massa critica, è pressoché impossibile ridurlo anche perché, in realtà, dietro all’affermazione dell’interesse generale esso nasconde gli interessi degli uomini che ne fanno parte. In tale contesto, la riduzione della pressione fiscale diventa inattuabile perché — come spiega bene la scuola di Public Choice— «se i governanti offrono beni pubblici in cambio di voti, gli elettori, dal canto loro, si comporteranno come consumatori razionali di tasse» (in Luigi Marco Bassani: «Dalla rivoluzione alla guerra civile – Federalismo e Stato moderno in America 1776-1865», ed. Rubbettino). Invece di ridurre tutta la politica europea a rapporti giuridici (il Trattato di Maastricht com’è o rivisitato), forse, andrebbe fatta una seria riflessione sulla crisi dello Stato moderno e della democrazia rappresentativa.
postellino@corriere.it

L’illusione dei centristi (by Ostellino)

Giovedì, 1 Aprile 2010

Che piaccia o no, in democrazia, la sola cosa che conta sono i voti; vince, e governa, chi ne ha di più. Se, poi, il sistema politico è bipolare, costituito da due schieramenti tendenzialmente chiusi, il destino cui è condannato chiunque voglia fare loro da spalla è la subalternità politica e l’annacquamento della propria identità etico-politica. E’ questo il caso dell’Unione democratico- cristiana (Udc) di Pier Ferdinando Casini.

Ma anche, sull’altro versante, dei partiti e movimenti dell’estrema sinistra, ridimensionati prima dalla «vocazione maggioritaria » e poi dall’alleanza del Partito democratico con l’Italia dei valori (Idv) di Antonio Di Pietro. Ed è infine il caso della formazione di Francesco Rutelli e Antonio Tabacci, nata dalla secessione dal Pd per incompatibilità sia con i post-comunisti sia con i post-democristiani di sinistra.

La speranza di Casini di adottare elettoralmente il modello dei «due forni», giocandosi le proprie carte, di volta in volta, e di situazione in situazione, fra centrodestra e centrosinistra, è destinata a infrangersi contro le dure leggi del bipolarismo. Nel migliore dei casi, la speranza ha una qualche ragione d’essere solo se la cultura politica, e di governo, del «forno» cui ha portato i propri voti è omogenea a quella dei propri elettori; se non lo è, si espone a essere da loro rinnegata.

Nel peggiore dei casi, l’Udc o ne condivide la sconfitta o il suo apporto, in caso di successo, non ne condiziona la politica. L’oscillazione fra i «due forni» è la perdita secca della propria identità. Vittime di una sorte ancor peggiore sono i partiti e i movimenti di estrema sinistra e, sul versante moderato, il movimento di Rutelli e di Tabacci. Qui, non si profila neppure la possibilità, per gli uni, di condizionare la politica del Pd; per l’altro, di adottare la politica dei «due forni» di Casini. Per la sua stessa natura, il bipolarismo esclude la sopravvivenza sia di partiti marginali, all’estremità del quadro politico, sia di un movimento che si affacci alla ribalta in un contesto già politicamente sovrappopolato ed elettoralmente coperto. Parafrasando il ministro della Difesa di Franceschiello — che escludeva di poter entrare in guerra «se non ci stanno denari»—si potrebbe dire che essi non hanno alcuna possibilità di successo «perché non ci stanno i voti». Ma anche affermare la propria identità etica e politica è difficile, a fronte dei due schieramenti del bipolarismo che tendono a conquistare consensi al centro. Non ci riusciranno certo partiti e movimenti che si ispirano ancora al comunismo né piccole formazioni centriste come l’Api (Alleanza per l’Italia) che vorrebbero incalzare un’Udc già indebolita o addirittura il Popolo della libertà, zeppo di ex democristiani ed ex socialisti. La fragilità delle illusioni di Casini, e di Rutelli- Tabacci, può far riflettere anche quella parte dell’establishment industriale e finanziario che credeva, in nome di un centrismo nello stesso tempo moderno e moderato, di avervi individuato uno spazio di cultura politica, alternativo a centrodestra e centrosinistra. Anche perché a tutti è chiaro che, in democrazia, e ancor più in un sistema elettorale maggioritario, i voti si contano, non si pesano.

postellino@corriere.it

Politica timida e poteri forti (by Ostellino)

Martedì, 1 Dicembre 2009

Se la politica non fos­se intimorita dal complesso mediati­co- giudiziario si porrebbe (almeno) una do­manda: al di là dei casi giu­diziari – sui quali il Corrie­re si è già espresso: i pro­cessi vanno fatti senza sconti per nessuno, ma i «teoremi» sono un perico­lo per la libertà di tutti – si vuole sconfiggere Berlu­sconi come uomo politico o come proprietario di Me­diaset? Le polemiche che hanno coinvolto Mediaset – società quotata in Borsa e partecipata da altri inve­stitori – inducono a ipotiz­zare uno scontro di poteri diverso da quello che fino­ra si è affacciato sui media. La politica, parafrasan­do Marx, sta implodendo sotto il peso delle contrad­dizioni capitalistiche: fra grandi interessi economici in conflitto – non secon­dariamente per il control­lo delle telecomunicazioni che riguarda anche Rai e Telecom – cui fanno da cornice, sul piano parla­mentare, il confronto fra il «partito del rigore» e il «partito della spesa pubbli­ca » e, su quello sociale, fra il «Paese produttivo» e il «Paese parassitario». E’ in corso una guerra per la re­distribuzione del potere fra capitalismi, sulla quale si è innestato un confron­to politico-sociale per la re­distribuzione delle risorse pubbliche. Sotto il profilo sociologico, si potrebbe di­re che ci troviamo di fron­te all’accelerazione del pro­cesso di modernizzazione del Paese. Che reagisce con gli strumenti che ha: culturalmente e istituzio­nalmente inadeguati.

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Ogni ragazza è seduta sulla propria fortuna

Sabato, 12 Luglio 2008

"Ogni ragazza sa bene di ‘essere seduta sulla propria fortuna’. E di poterne disporre come crede. A certi moralisti preferisco una ragazza che dice biblicamente ‘ciò che do, mi sarà sempre restituito’"

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L’accordo segreto tra Berlusconi e giudici e l’armistizio sulla giustizia

Sabato, 12 Luglio 2008

Ostellino denuncia il compromesso segreto che ha portato la pace tra il Governo e i Magistrati con l’imprimatur del Colle. Leggiamo oggi nel Corriere:

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Perchè il comunismo non può vincere democraticamente in un Paese industrializzato

Sabato, 27 Ottobre 2007

L’Italia ha due partiti che si dichiarano apertamente e orgogliosamente comunisti al governo. Ma come intendono realizzare concretamente il loro programma rimane un mistero. Motore del marxismo è la lotta di classe. Nell’armamentario ideologico dei due partiti il concetto di classe ritorna periodicamente. Bertinotti ha dedicato la sua elezione a presidente della camera alla "classe operaia". Dinanzi ad alcune più che discutibili iniziative legislative, i professionisti hanno denunciato di essere stati colpiti in quanto espressione della classe borghese. Il manifesto "Anche i ricchi piangano" ha segnato una delle peggiori pagine della scorsa finanziaria. Diliberto spesso giggioneggia – o almeno lo speriamo – citando i principi di Marx. Nella sua rubrica del sabato, Ostellino ha però sostenuto che nei paesi industrialmente avanzati il comunismo non si è mai affermato democraticamente. A supporto della sua affermazione cita l’esperienza storica della Germania, dove i comunisti che si aspettavano che il capitalismo crollasse da solo per le sue contraddizioni hanno visto l’avvento del nazismo; e quella - opposta - di Lenin e quella di Mao, che invece hanno vinto con l’uso sistematico della forza rivoluzionaria.

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La sinistra e il liberismo

Giovedì, 18 Ottobre 2007

Ho sincera ammirazione per Michele Salvati, Francesco Giavazzi, Pietro Ichino, Nicola Rossi e altri studiosi di sinistra che si battono per una sinistra aperta al mercato, alle privatizzazioni, alla meritocrazia, alla riduzione della spesa e delle tasse, che essi chiamano «riformismo», ma che assomiglia molto al liberalismo. Da liberale, ovviamente, mi auguro abbiano successo. Ma non sono certo che io stesso, se fossi un uomo politico della «sinistra reale», sarei della stessa idea. La sinistra post-comunista che, fino a ieri, militava nei Ds e, adesso, sta nel Partito democratico, non è più l’espressione di un’ideologia uscita sconfitta dalle «dure repliche» della storia. E’ una prassi di governo consolidatasi nel contesto di un sistema capitalistico all’interno del quale aveva già perso da tempo le sue antiche radici marxiane e ha assunto qualche cattiva abitudine. E’ uno strutturato sistema di potere, con le sue rendite di posizione, politiche, sociali, economiche, culturali. Non si tratta, dunque, di convincerla a prendere atto della sconfitta e della superiorità dell’economia di mercato come si fa nei convegni fra intellettuali. Ma che ha ragione Bernardino Caprotti quando lamenta di non poter aprire i suoi supermercati «Esselunga» nelle cosiddette regioni rosse, dove più stretto è il rapporto fra potere politico (le amministrazioni di sinistra) e potere economico (non solo le cooperative ad esso storicamente collegate). E convincerla a rischiare il crollo del proprio sistema di potere in quelle regioni e nel resto del Paese. Allora, la domanda che pongo a Salvati, Giavazzi, Ichino, Rossi è questa: pensate davvero che questa sinistra sia disposta a mettere in gioco il potere di cui dispone per diventare «un’altra sinistra », un potere meno invasivo e più debole, esposto ai venti del mercato anche dove adesso latita ed essa ne fa volentieri a meno? Dubito lo sia. Nessun sistema di potere, politico, sociale, economico, culturale che sia, programma e realizza il proprio suicidio. Un interrogativo analogo a quello sollevato dall’apertura alla concorrenza pone, nelle stesse zone, la nascita del Partito democratico, altro tema caro agli intellettuali riformisti di sinistra. Il passaggio dall’essere — il sistema di potere fondamentalmente chiuso e quasi-monopo-listico degli ex diessini — al dover essere, il nuovo partito più aperto al mercato, solleva il problema della condivisione del sistema con altri. E’ proprio così scontato che ciò avvenga? Forse, se non vogliono correre il rischio di essere gli «ultimi utopisti» di sinistra, sia pure di una sinistra «rovesciata», una ripassatina al vecchio Marx — che di rapporti di potere se ne intendeva — non farebbe male agli amici in questione. Aprire al mercato significherebbe, infine, riconoscere che le «privatizzazioni » di certi servizi locali con rilevanza economica altro non sono che monopoli eterodiretti dal potere politico, di destra non meno che di sinistra, contro i quali si è battuta, uscendone non a caso malconcia, proprio un’esponente della stessa sinistra diessina, il ministro degli Affari regionali e delle autonomie locali, Linda Lanzillotta. L’introduzione di parametri meritocratici nella Pubblica amministrazione, prologo al diritto di licenziamento dei «fannulloni», cara a Ichino, metterebbe in discussione il sistema di potere sociale e di veto dei sindacati, che neppure la destra al governo è riuscita a scalfire, e che trascinerebbe con sé quello politico della sinistra. Potrei continuare. Mi spiegate, allora, amici miei, come e perché la sinistra in carne e ossa, che sta in Parlamento e nelle amministrazioni locali e all’interno della quale convivono vecchi ideali e corposi interessi, dovrebbe rassegnarsi a sacrificare gran parte di ciò che ha per ciò che dovrebbe essere? Né mi pare si possa ragionevolmente sperare di convincerla a suicidarsi semplicemente definendo «di sinistra » il liberalismo, che le rimane ancora estraneo sia sul piano politico — dove, peraltro, un primo, timido compromesso è già stato consumato — sia, anche e soprattutto, su quello degli interessi economici concreti, e non solo nelle regioni rosse. Qui, non è in ballo una questione terminologica. Sono in gioco sistemi di alleanze, quattrini, consenso. In una parola, il potere. Cioè il governo del Paese

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