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P3-P4, non banalizziamo la P2 (by Macaluso)

Sabato, 18 Giugno 2011

Giornalisti e magistrati definiscono P3 e P4 gruppi di quattro-cinque persone che hanno cariche parlamentari o istituzionali e insieme trafficano per fare e ottenere favori a prebende usando poteri pubblici.Ricordiamo la cosiddetta P3 con Verdini Dell’Utri, Lombardi ecc. che trafficavano con magistrati compiacenti e affaristi di ogni risma. Ora con la P4, Luigi Bisignani, un vecchio trafficone, aveva accesso nelle stanze del potere (e con lui il magistrato deputato Pdl Papa) nei palazzi di giustizia e degli affari. I magistrati ritengono che i signori della “P3” e “P4” abbiano commesso reati e fanno il loro dovere a inquisirli.I giornali ci informano che Bisignani avrebbe detto ai procuratori napoletani che «spiava i Pm». Ma come mai i Pm sono spiabili? Pare che un maresciallo dei carabinieri informava Bisignani o Papa. Anche a Palermo un altro maresciallo risultò essere una talpa della mafia e aveva ottenuto la piena fiducia del Pm Ingroia. Ma gli uffici dei Pm sono così penetrabili?
Comunque l’inchiesta giudiziaria ci dirà come stanno le cose: quel che si vede oggi è il rapporto inquinato tra potere politico affaristi e istituzioni. Purtroppo non è una novità.
Ma, questi racconti che leggiamo sui giornali perché vengono accostati a quelli ben diversi e gravissimi che abbiamo letto nelle inchieste sulla P2? In quella Loggia, ricordiamolo agli smemorati, si ritrovavano i comandanti di tutte le armi: esercito, marina, aeronautica, carabinieri. E con loro, tutti i responsabili dei servizi segreti; magistrati di alto rango; gran parte dei direttori generali dei ministeri, compreso il Capo di Gabinetto del presidente del Consiglio e il segretario generale della Camera dei Deputati.Un numero impressionante di generali, ambasciatori. Insieme a loro imprenditori, giornalisti (il direttore e gli amministratori del Corriere), ecc. Non mancavano alcuni uomini politici. Gelli era un coordinatore di questi signori, non la testa. C’erano anche piccoli uomini che attraverso la P2 si arrampicavano: era il contorno. La domanda che in gran parte è rimasta inevasa era ed è questa: perché tutti i più grossi dignitari dello Stato si ritrovarono in una loggia, fuori dallo Stato, a tramare per “riformare” o meglio “rifondare” lo Stato? Su questo si è molto discusso ed è bene ricordarlo.Siccome con qualche sentenza, e tanto accanimento mediatico, si è teso a banalizzare un fenomeno con grande rilevanza politica, come la P2, che segnò un momento drammatico della vita nazionale, l’accostamento ad essa di fatti con protagonisti, come quelli che vediamo nella cosiddetta P3 e ora nella P4, significa contribuire alla banalizzazione di cui parlavo. Non voglio ridimensionare fatti gravi che hanno anche una rilevanza politica. Ma, lo ripeto anche in questa occasione, a ciascuno il suo. e. macaluso riformista

Bisignani, solo un lobbysta o un nuovo Gelli?

Venerdì, 17 Giugno 2011

Faccendiere è lo spregiativo per lobbista, che già di per sé non suona onorevole in un clima di ipocrisia perbenista. Sta di fatto che il potere italiano, per funzionare, sta da sempre con un piede nelle regole e con un piede fuori. E la società italiana, sempre per poter funzionare, fa lo stesso. Luigi Bisignani è da molti anni un lobbista di rango. Ha una robusta rete di relazioni in ogni ambiente sociale e politico e imprenditoriale.Combina rapporti d’affari, maneggia le informazioni economiche e politiche riservate, è un esperto conoscitore delle burocrazie e del management pubblico, briga per le nomine dei potenti di stato, garantisce tutti con la sua riservatezza (o almeno garantiva un tempo i suoi interlocutori con quell’azione sottotraccia che è la specifica competenza di chi fa il suo mestieraccio).Sono legioni quelli come lui, Prodi ha i suoi informatori riservati, i suoi amici di banchieri e di manager pubblici, i suoi ometti per la politica estera, e per mille relazioni speciali sottopelle, e così li hanno i D’Alema e i Casini e i Fini e i Bersani e tutti gli altri politici di peso, per non parlare degli imprenditori.Qualcosina di simile succede anche in Europa, nelle democrazie nordiche, in America. Qualche volta quel tipo di lobbista molto avventuroso e trasversale che è Bisignani ha lavorato per facilitare i contatti e la conoscenza di causa (riservata) di alcuni di loro, i puri di cuore.L’accusa di associazione per delinquere elevata contro di lui da un Henry John Woodcock, la solita P seguita da un numero progressivo, è caduta alla prima verifica di un giudice terzo, è rimasto il “favoreggiamento personale” che lo ha portato, evidente esagerazione, ai domiciliari. Bisignani ha asserito di aver informato alcuni suoi amici politici, tra i quali Gianni Letta, di intrighi giudiziari a carico loro e di loro colleghi, tra questi il nostro Denis Verdini.Siccome ho cercato di capire come stanno le cose nel caso di Letta e Verdini, quello relativo agli appalti post terremoto, posso dire che, se sia stato compiuto, il reato consiste nell’avvisare una persona corretta come Letta che magistrati disinvolti stanno cercando di incastrarlo nel quadro del solito attacco mediatico-giudiziario a un politico influente del giro di Berlusconi, oltre che a un vecchio protagonista del potere romano dalla Prima Repubblica ad oggi, ciò che in effetti è avvenuto.Mi pare un comportamento benemerito, nell’Italia di oggi, così com’è. E se lo condannassero per favoreggiamento personale (ma il processo è il fango sui giornali, quello giudiziario finisce quasi sempre in burla), a Bisignani porterò le arance. Il lobbista arrestato era nelle liste della P2 prima di avere compiuto trent’anni, il che non è segno di abominio sebbene denoti una certa disinvoltura, che a quel bel tipo spiccio, intelligente, veloce, non è d’altra parte mai mancata.Fu un mio eroe quando in televisione negò spavaldamente davanti a un furbo procuratore in crociata, Antonio Di Pietro, di aver fatto quello che poi fu condannato in giudizio per aver fatto, la messa in sicurezza nelle casse del Vaticano di una parte della tangente Enimont destinata ai partiti politici di governo.Ai miei occhi il sostituto procuratore e futuro capo partito che lo interrogava stava scassando con mezzi abnormi una vecchia democrazia marcita che doveva essere rinnovata nella e dalla politica, non da una campagna forcaiola, tendenziosa, a senso unico; e il suo imputato era uno dei tanti brasseur d’affaires o power broker che nel sottobosco delle istituzioni e dell’economia italiana (da Agnelli a Gardini) si erano resi utili al funzionamento materiale di un paese semilegale, e ora con la sua impudenza difendeva una certa dignità del suo lavoro (dicono gli americani: è un lavoro sporco, a dirty job, ma qualcuno dovrà pur farlo).Avevo conosciuto Bisignani una decina d’anni prima di quello spettacolo processuale fantastico, che fu poi replicato con la stessa spavalderia da un altro mio vecchio amico, Primo Greganti, il compagno G. Lavorava all’Ansa e Lino Jannuzzi mi diede il suo numero di telefono per avere informazioni politiche riservate, da raccontare ai lettori di un giornale radical-socialista di breve vita che si chiamava Reporter, dove feci come notista politico una parte del mio praticantato giornalistico, e allora le informazioni riservate non erano reato. Fu abbastanza utile, e qualche tempo dopo presentai volentieri un suo libro al teatro Eliseo con Giulio Andreotti.Era un libro di spionaggio, un romanzo, gradevole ma niente di speciale. Non definii Bisignani “il Ken Follet italiano”, come ha scritto Alberto Statera ieri su Repubblica, quella dizione era la fascetta editoriale del libro, non una mia banalità. Dice Statera che Bisignani mi avrebbe introdotto in Vaticano, come una tangente qualsiasi, per darmi arie da ateo devoto, ma anche questo è falso: ho più entrature nei bordelli di Macao che nella Santa Sede, e le mie guerre culturali me le sono sempre fatte in proprio e con pochi amici.Comunque le amicizie o le frequentazioni amichevoli, per natura disinteressate, non si rinnegano nella grazia e nella disgrazia. Il lobbista che lavora sui gruppi di interesse non è un modello etico, ma censurarlo con argomenti virtuisti su un giornale edito da un rispettabile raider con la residenza in Svizzera mi sembra il colmo.Quel che impressiona i moralisti veri, che guardano le cose con malinconico attaccamento alla loro infinitamente triste verità, è che i giullari del perbenismo, gli uomini che si dicono liberi e inconcussi, integerrimi datori di lezioni, non hanno alcun interesse a correggere questo andazzo.Diffidano delle libertà politiche e di mercato che sono la cura, insieme con un vero stato di diritto, dei mali che denunciano. Osannano il carisma rigeneratore di una casta giudiziaria che li tutela finché può e prende parte alla lotta politica negando la giustizia. Si fingono un mondo ideale inesistente e così impediscono al mondo reale di esprimere la sua vera eticità, che è sempre ambivalente, precaria, reversibile, storta, ma ha la sua radice nel demone personale di ciascuno e nelle scelte pubbliche e politiche di tutti, non nella morale delle lobby pro tempore vincenti. g. ferrara foglio 

BSIGNANI. IL NUOVO GELLI? Che odore stantio di deja vu. Sembra di tornare indietro di quasi un terzo di secolo spizzicando le nuove gesta di Gigi Bisignani, il furetto scattante che allora reclutava per conto di Licio Gelli e oggi ha federato tutte le “P” massonico-affaristiche della seconda Repubblica. Ultima conosciuta, per ora, la P4. Ma non è detto che la tabellina sia esaurita. Nulla si crea e nulla si distrugge quando si tratta di potere e di denaro, l´incrocio magico del malaffare oggi soltanto più esplicitamente condito di sesso, ai tempi del bunga bunga.Tanto che il metodo Bisignani-Letta è in fondo null´altro che il clone del metodo Gelli-Andreotti adattato al terzo millennio. E´ come se l´Andreotti per decenni collezionista di ministeri si fosse reincarnato nel Gianni Letta cerimoniere dei riti del potere delegato dal berlusconismo e il materassaio di Arezzo Licio Gelli in Gigi Bisignani. Mazziere di carriere, nomine, promozioni, incroci di ambizioni e di affari.”Cari miei – sussurrava Andreotti con la vocina che ancora usa quando è convinto di dispensare una delle sua pillole di saggezza – i ministri passano, ma i dirigenti restano”. Restano i magistrati, restano i manager, restano i colonnelli e i generali dell´esercito, ma soprattutto della Guardia di Finanza e dei Servizi segreti, restano i capi della polizia, i capi delle imprese pubbliche, gli imprenditori sempre a caccia di appalti e di favori. E questa è l´acqua in cui nel quindicennio berlusconiano ha nuotato poco sotto il pelo la coppia Bisignani-Letta con una corte di beneficiati sempre pronti alla bisogna.A fornire notizie segrete, bloccare quelle sgradite, compilare dossier, aggiustare processi, programmare carriere, imbastire appalti furbastri per grassare centinaia di milioni alle casse dello Stato.Prendete Angelo Balducci, grande fiduciario della cricca degli appalti. Quando nel gennaio 2010 questo giornale pubblicò un articolo dal titolo “Protezione Civile Spa”, anticipando la sostanza dello scandalo che sarebbe esploso nei mesi successivi e il ruolo di Guido Bertolaso, fu preso dal terrore.E chi chiamò subito, come risulta dalle carte processuali, al centralino di palazzo Chigi? Il “Bisi”, che, sniffata l´aria, si fece rincorrere un po´, ma poi operò per sopire, placare, capire le dimensioni dell´inchiesta, cercare di bloccare le notizie sui giornali e i libri usciti e che stavano per uscire.Si chiama Alfonso Papa l´ex magistrato napoletano di cui è stato chiesto l´arresto, reclutato in cambio di un posto in Parlamento per spifferare le mosse della magistratura partenopea sulle gesta del coordinatore locale berlusconiano Nicola Cosentino e sulle tante altre inchieste lì incardinate. Non è naturalmente il solo della paranza, che per anni ha fatto affidamento, tra gli altri, anche sul procuratore aggiunto di Roma Achille Toro e su suo figlio Camillo.A chi non è più giovanissimo non può non ritornare in mente Claudio Vitalone, il magistrato “di riferimento” del duo di allora Gelli-Andreotti, anche lui infine portato in Parlamento dalla diccì per i servigi resi. Del resto, il controllo dei magistrati, che non sono poi tutti “rossi” come mente Berlusconi dal momento che lui ne ha molte decine al suo servizio, fu materia di scontro all´epoca della P2, quando Gelli espulse dalla loggia Giancarlo Elia Valori che cercava di organizzare una sorta di sotto-lobby di cosiddetti pretori d´assalto, tra cui quelli che indagavano sullo scandalo dei petroli.Semplici poliziotti, finanzieri, sottufficiali dei carabinieri, come Enrico La Monica, che i magistrati napoletani vorrebbero arrestare ma è latitante in Africa: il duo Bisi-Eminenza Azzurrina, come hanno soprannominato Letta per l´affettazione dei modi, non si formalizza. Dall´appuntato al generale in comando tutto fa brodo per carpire materiale prezioso per il potere e gli affari.Sulle nomine e le promozioni, Bisi ha le mani d´oro, molto più del materassaio di Arezzo, non foss´altro che per il profilo meno pecoreccio. Magari con qualche caduta, come quella che lo ha visto portare alla direzione generale della Rai il povero Mauro Masi, al cui solo nome il suo antico predecessore Ettore Bernabei pare si cali le mani sul volto per manifestare la sua vegliarda disperazione. Ma quando addenta un osso come l´Eni per Paolo Scaroni, Bisi lo contorna con un´aiuola di omini e donnine suoi: attaché, segretarie, addetti alla sicurezza, commessi.Possono sempre tornare utili se il beneficiato reclamasse troppa autonomia. Molti non possono neanche tentare. Per esempio, quel Mazzei portato per mano alla presidenza del Poligrafico dello Stato perché deve dare commesse all´Ilte, la società tipografica di cui Bisi si dichiara manager. A proposito di carta stampata, la Rizzoli non manca mai. Quando la banda Gelli-Tassan Din ne prese di fatto il controllo con Eugenio Cefis e il Vaticano, sottraendolo ad Angelo Rizzoli, Umberto Ortolani, piduista di stampo sudamericano, riceveva nel suo ufficio di via Condotti a Roma, a pochi passi dalla scalinata di Trinità dei Monti, i candidati alla direzione del “Mondo”, storica testata di Mario Pannunzio, da lui selezionati con Gelli, cui offriva il caffè in tazzine simil-oro.Oggi quel giornale è in vendita, insieme ad altri periodici della Rizzoli. Indovinate chi è pronto all´acquisto? Proprio quel Vittorio Farina titolare dell´Ilte, di cui Bisi è pars magna, anche se più negli affari immobiliari che in quelli editoriali, da quando ha allentato i rapporti con Daniela Santanché a favore del direttore del “Giornale” di casa con il quale la pasionaria di sera sferruzza maglie per i nipotini, secondo il quadretto fornito dallo stesso Sallusti.Se poi vogliamo parlare di immobili, entriamo proprio nel core business del Gelli-andreottismo e del Bisi-lettismo dei nipotini. Ricordate Gaetano Caltagirone, il palazzinaro che chiedeva al sottosegretario di Andreotti, Evangelisti, “´A ‘Fra, che te serve? “. Gaetano era al servizio, come tutti i palazzinari romani. Oggi ci sono gli immobiliaristi e i grattacielari milanesi che non sfuggono alle attenzioni della coppia che del “sottogoverno” ai tempi della prima Repubblica ha fatto la nuova scienza del “sottoberlusconismo”, ormai un´era geologica.Più che per la fede, gli interessi del Gentiluomo di Sua Santità Letta e del suo boss-vice (?) si saldano sull´immenso patrimonio immobiliare di Propaganda Fide (la P di P2, del resto, stava proprio per Propaganda), che il buon pastore di Napoli Crescenzio Sepe ha trattato come una casetta lascito di famiglia, per favorire gli amici e gli amici degli amici della coppia di palazzo Chigi e del suo dante causa. Piccoli cenni per descrivere il mondo e il metodo Bisi-Letta. Ma, se a qualcuno interessa, c´è materia per l´Enciclopedia Britannica.Alberto Statera per “la Repubblica

P2, a chi è servito lo scandalo?

Venerdì, 20 Maggio 2011

Sono passati trent’anni: titoli giganteschi, la patria in pericolo salvata appena in tempo, i giornalisti spediti a frugare tra gli iscritti alla loggia massonica segreta Propaganda 2, poi detta P2; i nomi di militari, politici, imprenditori e gente di spettacolo (Maurizio Costanzo, il povero Alighiero Noschese perfetto imitatore, poi morto suicida…) riuniti in una losca combriccola di cui si sussurrava molto e si sapeva poco. Oggi non se ne sa veramente molto più dopo i processi penali e i lavori della commissione d’inchiesta guidata dalla democristiana Tina Anselmi.Certo, il «programma politico» di Licio Gelli, il fondatore, era ed è lì, nero su bianco, ma riletto oggi sembra una banalità da centrodestra moderato: presidenzialismo, rafforzamento dei partiti di centro, chiusura ai comunisti di allora. La P2 era certamente un’associazione molto attiva nel lobbying: il Corriere della sera per esempio risultò dominato dai suoi iscritti (Bruno Tassan Din, l’amministratore delegato, il direttore Franco Di Bella che lasciò il posto a Piero Ottone per una vigorosa apertura a sinistra), ciò che ne causò la rovina e il conseguente sorpasso di Repubblica, che ingrassò le tirature proprio grazie alla P2.La cultura del sospetto fu il lascito permanente della vicenda P2 e quella cultura andò a saldarsi con la già attiva cultura delle «liste» misteriose: quando lo scandalo esplose, i giornali alludevano alla mai trovata «lista dei 500 di Sindona» (dal nome del banchiere siculoamericano Michele Sindona avvelenato in carcere come il mafioso Gaspare Pisciotta, cognato e assassino del bandito Salvatore Giuliano). Poi emergeranno periodicamente nuove liste, da quella della Gladio a quella del dossier Mitrokhin, della cui commissione parlamentare d’inchiesta sono stato il presidente dal 2002 al 200 Liste e complotti non dimostrati, questa l’eredità emotiva e retorica della P2, se andiamo a fare un bilancio. Che alla fine non si sia cavato un ragno dal buco è dimostrato anche dal fatto che il «venerabile» Licio Gelli non soltanto è vivo e vegeto a 92 anni, ma libero di recitare, nell’indifferenza generale, l’antica parte del dispensatore di messaggi cifrati: a febbraio ha detto che Silvio Berlusconi è soltanto un debole e che Giulio Andreotti aveva più stoffa, disponendo di una fantomatica sua lista detta «Anello».Chiacchiere cui nessuno dà peso. Eppure Gelli era stato dipinto come il demonio che possedeva questa nazione. Tutto lì? Certo la P2 non era una bocciofila, basta leggere i nomi di rispetto, ma certamente la sua memoria viene oggi ravvivata come un utile marchio con cui generare, in un gioco retorico, il bestiario di figure come la «P3» o la «P4» risalendo magari fino alla «P38» che era la pistola preferita dei brigatisti rossi. Eppure, trent’anni fa, il trauma fu violentissimo e improvviso: il governo di Arnaldo Forlani cadde subito dopo avere reso pubblica, il 21 maggio 1981, la lista degli iscritti.L’Italia fu travolta da una ventata di panico democratico perché veniva certificata l’esistenza di una congiura in cui confluivano i mostri dell’immaginario collettivo: i servizi segreti deviati, la massoneria, la mafia, la Cia, il Mossad, i fascisti, la finanza occulta… un gran minestrone di cui a conti fatti non si è trovato nulla. Dal lavoro della commissione parlamentare emerse soltanto uno studio sociologico sui gruppi di potere che condusse all’austera notazione secondo cui la P2 costituiva «un complotto permanente che si plasmava in funzione dell’evoluzione della situazione politica ufficiale».Come dire nulla. La commissione stigmatizzò anche, con tono accigliato, l’«uso privato della funzione pubblica da parte di alcuni apparati dello Stato» legati alla loggia. Banalità. Tuttavia qualcosa di singolare accadde: risultò che l’intero vertice militare era stato arruolato da Licio Gelli attraverso un’efficace catena di promesse di promozioni, fazioni, intrighi e carriere. Grazie a questa retata, al momento dello scandalo i generali e gli ammiragli erano tutti lì, in trappola, e il risultato fu che vennero con un sol colpo decapitati i servizi segreti e i quadri di comando delle forze armate: 52 alti ufficiali dei Carabinieri, 50 dell’Esercito, 37 della Guardia di finanza, 29 della Marina militare, più 11 questori, cinque prefetti.Questa decapitazione delle difese interne ed esterne spinge a controllare in quale contesto ciò avvenisse: era dunque il 1981, nel pieno della guerra fredda che minacciava di diventare calda, con l’Unione Sovietica che aveva adottato la dottrina militare (oggi verificabile nei verbali delle riunioni del Patto di Varsavia integralmente pubblicati in “A Cardboard Castle”, pubblicato da Vojtech Mastny and Malcolm Byrne) di un attacco improvviso con cui separare l’Europa dagli Stati Uniti, messi di fronte al fatto compiuto.Quella guerra poi non si fece, dicono i verbali, perché la Polonia, perno dell’operazione, era stata sottratta al controllo sovietico dal sindacato Solidarnosc guidato attraverso l’elettricista Lech Walesa dallo stesso papa polacco Karol Wojtyla, che ne ebbe in cambio alcune revolverate nello stesso maggio 1981 (il 13, ndr) in cui vennero fatti trovare da Gelli gli elenchi della P2 a Villa Wanda, vicino ad Arezzo. Questo fatto, diversamente dalla vaga e banale sociologia delle lobby, è incontrovertibile e meriterebbe, 30 anni dopo, qualche riflessione. p. guzzanti panorama

E VIGNA RIVELA: LE LISTE ERANO NOTE GIÀ NEL 1976…
Da “Panorama
Le liste segrete della loggia P2 rese pubbliche nel maggio 1981? In realtà erano note alla magistratura già dall’agosto 1976. Lo rivela Piero Luigi Vigna, ex procuratore di Firenze, nel libro In difesa della giustizia scritto con Giorgio Sturlese Tosi per la Rizzoli e in uscita a fine mese. Vigna indagava sul terrorismo nero e interrogò Licio Gelli. «Mi consegnò personalmente la lista di tutti gli iscritti alla P2» ricorda il magistrato. «Verificai che la legge di pubblica sicurezza risalente al fascismo, in sostanza, consentiva la creazione di associazioni segrete ma esigeva che, a richiesta delle autorità, fossero mostrate le liste degli appartenenti. E che, se ci fosse stato un dipendente pubblico, questi avrebbe perso il posto, lo stipendio e la pensione.Giudicai però che quella norma contraddiceva l’articolo 18 della Costituzione che sancisce la libertà di associazione e non ne feci niente. Quando poi iniziò il processo per l’omicidio di Vittorio Occorsio e dovetti presentare in aula la lista della P2, ritenni opportuno farla pubblicare su alcuni organi di stampa.Nel 1981 quelle stesse liste, con pochi nomi diversi, furono ritrovate a Castiglion Fibocchi: solo allora mi telefonò il ministro dell’Interno, Virginio Rognoni, dicendo: «So che lei era già a conoscenza di questi documenti. Perché non li ha mai inviati al ministero?». Risposi: «Non pensavo che al ministero si leggesse solo Topolino, perché, signor ministro, guardi che sono stati già pubblicati».

La P2 nei diari segreti della Anselmi

Venerdì, 25 Marzo 2011

Il 17 marzo 1981 il colonnello Vincenzo Bianchi si presenta a Villa Wanda, a Castiglion Fibocchi, vicino ad Arezzo, residenza dell’allora quasi sconosciuto Licio Gelli. Ha in tasca un mandato di perquisizione dei giudici milanesi Giuliano Turone e Gherardo Colombo, che indagano sull’assassinio Ambrosoli e sul finto sequestro di Sindona, mandante del delitto. Dopo qualche ora di lavoro, l’ufficiale riceve una telefonata del comandante generale della Finanza, Orazio Giannini.Si sente dire: «So che hai trovato gli elenchi e so che ci sono anch’io. Personalmente non me ne frega niente, ma fai attenzione perché lì dentro ci sono tutti i massimi vertici» . Poche parole, dalle quali Bianchi è colpito per la doppia intimidazione che riassumono. Cioè per quel «non me ne frega niente», che esprime un assoluto senso d’impunità. E per quel «tutti i massimi vertici», che capisce va riferito ai vertici «dello Stato e non del corpo» di cui lui stesso indossa la divisa.Ed è proprio vero: c’è una parte importante dell’Italia che conta, in quella lista di affiliati alla loggia massonica Propaganda Due, che il colonnello sequestra assieme a molti altri documenti e trasporta sotto scorta armata a Milano. Ci sono 12 generali dei carabinieri, 5 della guardia di Finanza, 22 dell’Esercito, 4 dell’Areonautica militare, 8 ammiragli, direttori e funzionari dei vari servizi segreti, 44 parlamentari, 2 ministri in carica, un segretario di partito, banchieri, imprenditori, manager, faccendieri, giornalisti, magistrati. Insomma: nella P2 ci sono 962 nomi di persone che formano «il nocciolo del potere fuori dalla scena del potere, o almeno fuori dalle sue sedi conosciute».Una sorta di «interpartito» formatosi su quello che appare subito come un oscuro groviglio d’interessi dietro il quale affiorano business e tangenti, legami con mafia e stragismo, il golpe Borghese, omicidi eccellenti (Moro, Calvi, Ambrosoli, Pecorella) e soprattutto un progetto politico anti-sistema.Quando, dopo due mesi di traccheggiamenti, gli elenchi sono resi pubblici, lo scandalo è enorme. Il governo ne è travolto e il 9 dicembre 1981, anche per la spinta di un’opinione pubblica sotto choc e che chiede la verità, s’insedia una commissione parlamentare d’inchiesta che la presidente della Camera, Nilde Jotti, affida alla guida di Tina Anselmi.Da allora l’ex partigiana di Castelfranco Veneto, deputata della Dc e prima donna a ricoprire l’incarico di ministro, comincia a tenere un memorandum a uso personale oggi raccolto in volume: «La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi», a cura di Anna Vinci (Chiarelettere, pag. 576, euro 16).Tra i primi appunti, uno è rivelatore del clima che investe la politica («i socialisti sono terrorizzati dall’inchiesta») e l’altro del metodo che la Anselmi intende seguire: «Fare presto, delimitare la materia, stare nei tempi della legge» . Un proposito giusto.Lo sfogo del colonnello Bianchi le ha fatto percepire l’enormità dell’indagine e i livelli che è destinata a toccare. Diventa decisivo, per lei, sottrarsi all’accusa di «dar la caccia ai fantasmi» e di certificare quindi l’attendibilità delle liste (su questo si gioca la critica principale), come pure evitare che l’investigazione si chiuda con il giudizio minimalista accreditato da alcuni, secondo i quali la P2 sarebbe solo un «comitato d’affari» . È un’impresa dura e difficile, per la Anselmi. Carica di inquietudini.Lo dimostrano i 773 foglietti in cui annota ciò che più la colpisce durante le 147 sedute della commissione. Riflette, ad esempio, il 14 aprile 1983: «Strano atteggiamento del Pci… non mi pare che voglia andare a fondo. La stessa richiesta loro di non approfondire il filone servizi segreti fa pensare che temano delle verità che emergono dal periodo della solidarietà. Ipotesi: ruolo di Andreotti, che li ha traditi? O coinvolgimento di qualche loro uomo? Più probabile la prima ipotesi. Mi pare che Br e P2 si siano mosse in parallelo e abbiano fatto coincidere i loro obiettivi sul rapimento e sulla morte di Moro».Altro appunto, del 26 gennaio ‘ 84, con l’audizione di Marco Pannella: «Com’è possibile che Piccoli, Berlinguer e Andreotti non sapessero della P2 prima del 1981?» . Ragionando poi sul fatto che gli elenchi non sono forse completi e che Gelli potrebbe essere solo «un segretario», si chiede se la pista non vada esplorata fino a Montecarlo, sede di una evocata super loggia.E ancora, il 16 dicembre ‘ 81 mette a verbale che il parlamentare Giuseppe D’Alema (padre di Massimo) «consiglia di parlare» con un poco conosciuto giudice di Palermo che cominciava a conquistarsi le prime pagine sui giornali: Giovanni Falcone. S’incrocia di tutto in quelle carte.La fantapolitica diventa realtà. Ci sono momenti nei quali la commissione è una «buca delle lettere»: arrivano messaggi cifrati, notizie pilotate o false, ricatti. Parecchi riguardano la partita aperta intorno al Corriere della Sera, che era stato infiltrato (nella proprietà e in parte anche nella redazione) da uomini del «venerabile» e alla cui direzione c’è ora Alberto Cavallari, indicato da Pertini per restituire l’onore al giornale.In questo caso sono insieme all’opera finanzieri e politici, ossessionati dalla smania di controllare via Solferino. Si agitano anche pezzi del Vaticano, il cardinale Marcinkus, senza che la cattolica Anselmi se ne turbi e lo dimostra ciò che dice al segretario, Giovanni Di Ciommo: «Non ho fatto la staffetta partigiana per farmi intimidire da un monsignore».Ma a intimidirla ci provano comunque. La pedinano per strada. Qualche collega, passando davanti al suo scranno a Montecitorio, le sibila: «Chi te lo fa fare? Qua dobbiamo metterci i fiori». Fanno trovare tre chili di tritolo vicino a casa sua. Lei tira dritto. Quando, il 9 gennaio ’86, presenta alla Camera la monumentale conclusione del suo lavoro, 120 volumi, definisce la P2 «il più dotato arsenale di pericolosi e validi strumenti di eversione politica e morale» (il piano di Rinascita Democratica di Gelli).Nel diario aveva profeticamente scritto: «Le P2 non nascono a caso, ma occupano spazi lasciati vuoti, per insensibilità, e li occupano per creare la P3, la P4…». Sono passati trent’anni e la testimonianza di Tina Anselmi, dimenticata e da tempo malata, è da riprendere. Magari riflettendo su un dato: nella lista compariva anche il nome di Silvio Berlusconi. All’epoca era soltanto un giovane imprenditore rampante e i parlamentari non ritennero di sentirlo perché era parso un «personaggio secondario». Marzio Breda per “il Corriere della Sera

30 anni di P2

Lunedì, 14 Marzo 2011

Sono passati trent’anni. Tanto tempo è trascorso da quel 17 marzo del 1981 quando una perquisizione ordinata da due giudici istruttori milanesi, Giuliano Turone e Gherardo Colombo, nella residenza aretina di Licio Gelli, Villa Wanda, e nei suoi uffici di Castiglion Fibocchi, portò alla scoperta dell’elenco degli iscritti alla loggia P2. La storia di questo paese non fu più la stessa, neppure quella passata che si poté rileggere con le nuove lenti fornite da quegli elenchi.Ebbene, trent’anni dopo – e in un momento di grande debolezza della Repubblica – Gelli è tornato a parlare, a fare oscure rivelazioni. E, chissà, potrebbe prepararsi a festeggiare da par suo l’ormai imminente trentennale il quale, peraltro, coincide esattamente con la data dei 150 anni dell’Unità d’Italia. In quel marzo del 1981, a Milano, Turone e Colombo stanno indagando sullo “strano” rapimento di Michele Sindona, banchiere legato a Cosa Nostra che aveva intrecciato la propria storia con con alcune tra le vicende più inquietanti di quegli anni e che morirà nel 1986 in carcere, avvelenato da una tazzina di caffè. I due magistrati si imbattono nel nome di Licio Gelli. Ordinano allora una perquisizione presso i domicili a lui riconducibili. Non si rivolgono alla locale polizia giudiziaria ma affidano l’operazione alla Guardia di finanza di Milano, agli ordini del colonnello Vincenzo Bianchi. L’operazione scatta all’alba. E cambia la storia italiana. Gelli non è ad Arezzo quella mattina ma si tiene in contatto telefonico con i suoi collaboratori mentre gli investigatori procedono, pur tra qualche ritardo e qualche intoppo. Il colonnello Bianchi ancora non lo sa, ma negli elenchi che di lì a poco scoprirà, troverà anche il nome del suo superiore, il comandate generale delle Fiamme gialle, Orazio Giannini. Ma non c’era soltanto lui: nelle carte rinvenute sulla scrivania, nella cassaforte e in una valigia a Castiglion Fibocchi c’è di tutto: carte che fanno riferimento a Roberto Calvi, documenti riservati dei servizi segreti, un appunto sul conto Protezione. C’è soprattutto un elenco di affiliati con tanto di data di iniziazione e numero di tessera, e un altro elenco con gli stessi nominativi del primo, corredato di indirizzi e numeri telefonici. In tutto si tratta di 978 nomi. Era uno Stato nello Stato, si disse quando la portata della scoperta fu chiara. Giornalisti, politici, imprenditori e i vertici dei servizi di sicurezza: si va da Mino Pecorelli a Roberto Calvi, da Michele Sindona a Umberto Ortolani, da Vito Miceli a Giuseppe Santovito e Giulio Grassini, da Gianadelio Maletti ad Antonio Labruna, fino a Fabrizio Cicchitto, Umberto Federico D’Amato, Edgardo Sogno, Bruno Tassan Din, Angelo Rizzoli e Francesco Cosentino. Si tratta di nomi che, tranne alcune eccezioni come l’ancora poco conosciuto Silvio Berlusconi, agli italiani di oggi dicono poco, ma gli italiani di allora scoprirono che uomini della P2 erano ovunque, saldamente piantati nei gangli del potere. È un terremoto che si abbatte su un paese che si stava preparando a un periodo di spensieratezza nei quali crescerà un sistema di potere che, dieci anni più tardi, crollerà improvvisamente, stretto tra le inchieste su Mani Pulite e le bombe mafiose del biennio ’92-’93. Finirà allora la Prima Repubblica, inizierà una presunta Seconda Repubblica. E sarà l’epoca dell’uomo nuovo: Silvio Berlusconi. Ma in quel 1981 l’Italia stava ancora attraversando il decennio più buio della sua storia recente iniziato nel 1969 con la strage di piazza Fontana. Erano gli anni della strategia della tensione, delle mille trame nere, del tradimento dello Stato e delle Brigate rosse. Il 2 agosto del 1980 una bomba fascista uccise 85 persone alla stazione di Bologna. Di quella giornata restano indelebili le immagini della devastazione, dei corpi. E di quell’autobus, il numero 37, usato come un gigantesco carro funebre. Questa era l’Italia del 1981. E anche questo spiega perché quegli elenchi non verranno resi noti subito. Turone e Colombo informarono i vertici dello Stato, furono ricevuti a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani, al quale venne consegnata copia dell’elenco. Ma soltanto due mesi dopo – e siamo ormai al 21 maggio – Forlani consegnò al paese la lista di nomi. Non poteva più evitarlo, la commissione parlamentare che indagava su Sindona aveva ormai deciso di fare altrettanto. Pochi giorni dopo, Forlani deve rassegnare le dimissioni. Anche nel suo governo sedevano alcuni piduisti. E non era ancora finita. Nel luglio del 1981, infatti, in una residenza ricollegabile a Gelli in Uruguay viene rinvenuto materiale che in parte riscontra e in parte completa quello trovato a Castiglion Fibocchi. Nel frattempo, si era costituita la commissione oarlamentare sulla P2 affidata a Tina Anselmi. L’enorme lavoro della commissione si rivelerà decisivo per la comprensione sulla P2. Ed è proprio in commissione che si pone per la prima volta il problema di eventuali nominativi mancanti. Va detto, infatti, che alcuni dei presenti negli elenchi della loggia si erano detti del tutto estranei alla P2. E però la commissione presieduta da Tina Anselmi ritenne quegli elenchi attendibili, seppure, in base a testimonianze raccolte e documentazione acquisita, incompleti. Basti dire che i numeri progressivi delle tessere corrispondenti ai 978 nominativi presenti negli elenchi di Castiglion Fibocchi partono dal 1.600. A quali nomi corrispondono i 1.600 numeri di tessera mancanti è un mistero che tuttora permane. Trent’ anni dopo Licio Gelli è tornato a parlare. Lo ha fatto con una serie di interviste rilasciate tra gennaio e febbraio al Piave, al Tempo e a Oggi, circostanza inusuale per una persona proverbialmente riservata come lui. E, naturalmente, ha parlato a modo suo, annunciando sorprese quando, con l’ultima intervista della serie, ha rinviato le spiegazioni su certe sue fresche rivelazioni circa un servizio segreto parallelo denominato Noto Servizio o Anello, alla «prossima volta», per affermare invece, nel frattempo, una netta presa di distanza da Silvio Berlusconi e liquidare come un «sodalizio di affaristi» i presunti appartenenti alla cosiddetta P3. Ma cosa c’entra l’Anello? Di questa struttura parallela, e talmente riservata che tutt’ora non se ne conosce neppure il nome vero, questo giornale ha già scritto molte pagine e a quelle si rimanda. Basti dire che fu una organizzazione nata a metà degli anni 40 e che fu utilizzata per operazioni politiche da portare a termine anche con mezzi illeciti che, per questo, non potevano essere affidate ai servizi di sicurezza ufficiali né a strutture che avevano altri obiettivi, come Gladio. Ebbene, il richiamo di Gelli all’Anello arriva dopo una notevole intervista concessa all’Espresso dal prefetto Bruno Rozera, pezzo da novanta della massoneria e coetaneo del Venerabile. Lì Rozera allude a un livello superiore allo stesso Gelli nella P2. Peraltro, l’intera intervista appare intessuta di riferimenti non sempre facili da sciogliere e contiene un forte rimando alla stagione immediatamente precedente al biennio ’92-’93, oltre a una oscura allusione a un colpo di Stato che è un capolavoro di non detto. Ecco, dunque, che, se le parole di Rozera sembrano potersi leggere su più livelli, lo stesso si può immaginare per le successive interviste di Gelli, le quali nelle parole di Rozera sembrano trovare almeno in parte l’origine. Cosa abbia voluto dire Gelli parlando dell’Anello, e collegandolo a Giulio Andreotti, soltanto lo stesso Gelli potrebbe spiegarlo. Così come soltanto lui potrebbe spiegare il perché di questa sua improvvisa loquacità, che ha sfiorato anche l’argomento del reale numero degli iscritti alla sua loggia, nell’imminenza del trentennale di Castiglion Fibocchi.
Di certo, è inquietante il massiccio rimando all’esistenza di strutture occulte che in queste settimane le cronache sono costrette a raccogliere, in una fase così delicata per la vita democratica. Curioso, dunque, l’apparente svarione di Gelli nella intervista al Tempo, quando a proposito di Berlusconi dice: «L’ho avuto per sette anni nella Loggia». Se è vero che l’iscrizione di Berlusconi alla P2 risale al 1978 e che la loggia fu sciolta nel 1981, c’è qualcosa che non torna. Possibile che il Venerabile ricordi male? a. calvi il riformista

Gelli e il nuovo potere occulto

Domenica, 27 Febbraio 2011

Potrebbe essere una «transizione morbida» l’obiettivo celato dietro l’inusuale necessità di intervenire pubblicamente che ha colto da qualche tempo Licio Gelli. Ne è convinto Giuseppe De Lutiis, tra i maggiori analisti italiani di terrorismo e servizi segreti, al quale i segnali che circolano da qualche tempo – come le rivelazioni dello stesso Gelli sull’Anello, una struttura segreta e parallela che il Venerabile ha collegato a Giulio Andreotti – non sono sfuggiti. Neppure quelli che sembrano indicare nella fase attuale una certa similitudine con quella attraversata dal paese tra il ’92 e il ’94. «È inevitabile pensare – spiega – che, quello che Giorgio Galli chiama il governo invisibile, stia lavorando a un dopo Berlusconi meno caratterizzato dal muro contro muro». Almeno, sarebbe una differenza con quegli anni disgraziati. I segnali sono tanti. Le parole di Licio Gelli sono lì, nero su bianco. E non ci sono soltanto quelle: c’è una concatenazione di eventi che suggerisce che qualcosa, dietro le quinte del potere, molto dietro quelle quinte, stia accadendo, al riparo dal clamore delle cronache. Poi, certo, qualche segnale va dato. Ed ecco, infatti, che è puntualmente arrivato. C’è stato uno strappetto di Licio Gelli dopo il cosiddetto scandalo P3, per prendere le distanze da quel «sodalizio di affaristi». Poi, a gennaio, dopo che lo stesso Gelli si era concesso al quotidiano friulano il Piave svolgendo alcune osservazioni su Tina Anselmi, è arrivata una sibillina intervista pubblicata dall’Espresso nella quale il prefetto Bruno Rozera, pezzo pregiato della massoneria, parla anche di Gelli, ricordandone significativamente l’attività nel periodo precedente agli anni tra il 1992 e il 1994. Infine, due interviste consecutive dell’ex capo della P2, una al Tempo e una ad Oggi, nelle quali Gelli sembra prendere in modo deciso le distanze da Berlusconi e fa una rivelazione: «Io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l’Anello». Ce ne è abbastanza per farsi qualche domanda. «Già – dice Giuseppe De Lutiis – non è casuale se in poche settimane Gelli abbia espresso in più sedi le sue valutazioni e lo abbia fatto con interviste di quel tenore. D’altra parte, non credo neppure che quella del prefetto Rozera, che ha informazioni paragonabili a quelle in possesso di Gelli, sia una decisione casuale. E questo è possibile attribuirlo al fatto che l’era di Berlusconi sembra terminata, sia perché lo stesso interessato ha contribuito molto ad accelerarne la fine, sia per la durata che si avvicina al ventennio. E forse anche per altre ragioni che noi non conosciamo». Insomma, mentre la vita politica sembra avvitata da mesi in una picchiata molto pericolosa, «potrebbe essere – osserva De Lutiis – che queste interviste servano a preparare il terreno ad un cambio di gestione sia del potere palese che di quello più o meno occulto». Dunque, la promessa di Gelli, il quale ha annunciato altre rivelazioni, «potrebbe aiutarci, se mantenuta, a comprendere molti aspetti della difficile gestione di questo paese che è stato definito efficacemente come una portaerei nel Mediterraneo e che ora vede al comando una persona che anche a livello internazionale non viene più ritenuta affidabile». De Lutiis non esclude però che le parole di Licio Gelli nascondano anche un elemento di natura più personale. «Gelli – osserva – è stato un uomo di frontiera, considerato come un demone dall’area progressista. Ora, a 92 anni, con qualche rivelazione e qualche apertura, potrebbe voler preparare il terreno anche per meritare una valutazione meno negativa della sua figura quando lui transitasse all’Oriente Eterno».
D’altra parte, aggiunge De Lutiis, «Gelli detiene tanti di quei segreti che può scegliere di rivelarne alcuni senza per questo far franare una intera area politica». Per ora, dal cappello ha tirato fuori l’Anello, organizzazione segreta della quale sino a poco fa era ignota la stessa esistenza e della quale tuttora non conosciamo neppure il vero norme: nelle poche carte che ne attestano l’esistenza è indicato come Noto Servizio; Anello è un nome attribuitogli da alcuni appartenenti in via informale. Nato alla fine della seconda guerra mondiale, la sua esistenza fu svelata soltanto nel 1998 da alcuni documenti riservati, rinvenuti in un archivio del Viminale da Aldo Giannuli, su incarico dei magistrati di Milano e Brescia che indagavano sulle stragi di piazza della Loggia e di piazza Fontana.
«Già, dell’Anello sappiamo molto poco ma almeno ora sappiamo che esiste. A dircelo, al là di qualche documento e di alcune testimonianze, c’è anche Gelli». «Devo dire – confessa De Lutiis – che inizialmente ero scettico, forse influenzato da valutazioni negative provenienti da un ambiente molto informato. Ma poi mi sono convinto del contrario». Ebbene, di questa organizzazione conosciamo il pezzetto di storia riferito a Mario Roatta relativo alla metà degli anni ’40 ma poi, spiega De Lutiis, «dobbiamo fare un salto di molti decenni per arrivare alla fuga di Kappler e al sequestro Cirillo, vicende nelle quali l’Anello operò, come intervenne, secondo qualcuno, anche nel caso Moro. Ma – prosegue De Lutiis – se l’Anello esiste dal ’45, cosa ha fatto dopo? Mancano 60 anni, forse potrebbe essere stato protagonista di altri episodi, forse, sapendone di più, potremmo rileggere un pezzo di storia della Repubblica». Soprattutto, c’è da chiedersi chi lo gestì negli anni ‘50, gli anni della guerra fredda in cui più aspra era la contrapposizione tra il mondo occidentale e quello comunista. «Di Gladio – dice ancora De Lutiis – non sappiamo nulla su quello che può aver fatto dopo il ’46. Ad esempio, fino al ’56 è esistita anche una organizzazione detta “O”, erede della Osoppo, formazione partigiana moderata, che raccoglieva oltre 5mila aderenti. C’erano rapporti tra queste due strutture? Cosa hanno fatto nel primo decennio di guerra fredda conclamata? Non conosciamo neppure i nomi degli aderenti a nessuna delle due organizzazione. E non sappiamo come una formazione come l’Anello si sia collocata in un simile sistema di apparati, nel quale si sono mossi anche il Sifar e l’Ufficio affari riservati. Ma, certo, la sua esistenza è coerente con quell’apparato».
Se questo è il quadro, è evidente che per noi è difficile anche comprendere l’affermazione di Gelli che ha collegato il Noto Servizio con Andreotti. «La semplificazione prospettata da Gelli – osserva De Lutiis – dovrebbe essere suffragata da qualche prova. Ciò che è noto, è che Andreotti operò per disvelare, e quindi rendere inservibile, Gladio che, invece, fu difeso da Cossiga. E ancora oggi negli ambienti eredi del servizio segreto militare, che era quello che gestiva Gladio, Cossiga è popolarissimo, quasi venerato, mentre verso Andreotti permane un sentimento, per così dire, di avversione». «Essendo trascorso mezzo secolo – conclude De Lutiis – forse le autorità politiche potrebbero ammettere gli storici a consultare almeno una parte delle carte, a meno che il maestro Venerabile non ci aiuti a caprine di più come ha promesso». a. calvi il riformista

P3, Loggia del Drago e le vergini (by Giole Magaldi)

Sabato, 26 Febbraio 2011

L’Ex Venerabile della P2, da qualche tempo (non certo dall’altra settimana) ha cominciato a prendere le distanze dal Fratello Berlusconi, in nome di un sentimento umano, troppo umano: Sua Eccellenza l’INVIDIA… Dopo le elezioni vittoriose del Maestro di Arcore della primavera 2008, il Maestro Licio ha proseguito per un po’ ad elogiare e ad incoraggiare il suo antico discepolo. Poi, improvvisamente, comincia una fase di critiche più o meno rese pubbliche, fino a sfociare nell’exploit del giugno 2010, allorché Gelli, intervistato da L’ESPRESSO, dichiara sentenzioso (smentendo tutto quello che aveva affermato negli anni precedenti) che Berlusconi non è adatto a realizzare efficacemente il Piano di Rinascita Democratica a suo tempo distillato proprio in ambiente piduista.
Perché questa brusca giravolta? E perché proprio verso l’estate 2010 (seppure con qualche anticipazione precedente)? In molti se lo sono chiesti, nessuno ha saputo offrire risposte minimamente soddisfacenti. Il fatto è che, di lì a poco (luglio 2010), sarebbe esploso il cosiddetto “Scandalo P3”. Licio Gelli, come al suo solito, si sarebbe espresso in termini ambigui, allusivi e contraddittori su questa presunta Associazione segreta “P3” (nome inventato di sana pianta dai giornalisti, per analogia con la P2 nell’eventuale reato di violazione delle leggi sulle “associazioni segrete”): su tali ambiguità vedi, fra gli altri, Editoriale del 3 novembre 2010: “La 7 tra Exit e l’Infedele, Licio Gelli tra P2 , P3 e Prosseneti del Fratello Silvio Berlusconi, Ruby e l’Elisir di Bunga Vita, Grande Oriente Democratico e un Vaso di Pandora che nessuno vuole aprire…” Ad oggi, allorché in “Io avevo la P2, Andreotti l’Anello”, Intervista a Licio Gelli by Raffaella Fanelli per il settimanale OGGI del 23 febbraio 2011, l’intervistatrice gli chiede:  (Cosa pensa) della P3, il gruppo di pressione occulto scoperto la scorsa estate? L’Ex Venerabile risponde: “Uno scherzo di Carnevale”. Già, proprio un brutto “scherzo”. Anzitutto proprio per Gelli e per il suo “orgoglio senile”… Ribadendo che la “P3” in quanto Loggia con questo nominativo non è mai esistita e riaffermando che il livello dei vari Martino, Lombardi, etc. era il più basso dei livelli operativi dell’ “Associazione”, la stizza (più che evidente, dall’Estate ad oggi) del Licio nazionale per questa “Cosa” rimanda a ben altre questioni. Una su tutte. Quando il Fratello Silvio Berlusconi, nel 1991, fonda la cosiddetta “Loggia del Drago” ad Arcore, il Maestro brianzolo si serve anche dei contatti nazionali e internazionali dei suoi due principali Mentori: l’ormai ex Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia (1982-1990) Armando Corona e l’ormai ex Venerabile della disciolta Loggia P2 del Grande Oriente d’Italia, Licio Gelli, appunto. La “Loggia del Drago” cresce, negli anni, e rende Berlusconi massonicamente indipendente sia da Corona che da Gelli. Corona se ne fece una ragione, Gelli ha sempre ritenuto di poter essere prima o poi gratificato e riconosciuto come “Padre Nobile” di tutte le successive fortune berlusconiane, sia politiche (italiane) che libero-muratorie (italiane ed estere). Anche perché, alla Corte del Fratello Berlusconi, non sono pochi quelli che un tempo erano cortigiani del Licio nazionale e che, con Lui, lontano dalle quinte, continuano ad avere rapporti di consiglio e indirizzo su questa o quella faccenduola che può richiedere i buoni uffici dell’Ex Burattinaio di Castiglion Fibocchi (il quale conserva “cognizioni”, documenti e dossier che possono ancora essere buona merce di scambio per ottenere favori e aderenze là dove, per i comuni cittadini e anche per qualche politico o notabile rampante, l’accesso è abbastanza ostico…). Per tutti gli anni ’90 e buona parte del decennio successivo, Gelli si accontenta di questo low-profile da “Consigliori”, lavorando all’ombra delle fortune del milieu berlusconiano e contribuendovi a sua volta come può, con assoluta discrezione. Certo, dal 1994 in poi (anno della “discesa in campo” politica del Discepolo Fratello Silvio), il Maestro Licio sa che potrà godere di una certa indulgenza da parte di alcuni organi giudicanti…del resto all’epoca il Fratello Cesarone Previti è ancora “vivo”, vegeto, operante e “influente” presso molti Tribunali della Repubblica…e del resto condivide con Gelli, oltre che la fratellanza, anche una comune ascendenza fascista. In ogni caso, con l’affermazione politica di Berlusconi del 2008, l’Ex Venerabile della P2 sogna un rientro in scena più ufficiale e pubblico, che lo ripaghi di tutta l’amara traversata del deserto dal 1981 ai tempi nostri.
Del resto, il Fratello Piduista Fabrizio Trifone Trecca (grande amico comune tra il Grande Fratello di Villa San Martino e il Grande Fratello di Villa Wanda) imperversa su Rete 4; dunque, si domanda Gelli con narcisismo senile, perché io non potrei avere un mio spazio adeguato su qualche rete Mediaset? Oltre tutto, con l’ampia maggioranza che il Fraterno Cavaliere detiene in parlamento, “se non ora, quando”…incalza il Licione nazionale? Con pazienza, viene spiegato al Venerabile che sulle reti Mediaset proprio non si può, almeno per il momento, dargli uno spazio ufficiale: la cosa darebbe troppo scandalo e creerebbe troppi grattacapi al Fratello Silvio. Meglio cominciare un po’più in sordina… All’uopo viene scelta ODEON TV, proprietà di Raimondo Lagostena Bassi, figlio della mitica avvocatessa Augusta Bassi in Lagostena-detta Tina- (dinanzi a lei ci togliamo il cappello, dinanzi al figlio no…), collegatissimo ad ambienti berlusconiani e che il 17 dicembre 2009 verrà arrestato per delle tangenti in margine a vicende di promozione del Turismo della Regione Lombardia. Ma nell’autunno 2008 Raimondo Lagostena Bassi non è stato ancora né arrestato né condannato (attraverso patteggiamento, da lui stesso richiesto, di una pena di 2 anni e 10 mesi di reclusione e diversi risarcimenti danni, a fronte dei riconosciuti reati di turbativa d’asta, corruzione e truffa) e si accinge a mandare in onda sulla sua ODEON TV “VENERABILE ITALIA”, una trasmissione televisiva incentrata su Licio Gelli e che, nella puntata d’apertura prevedeva la presenza, oltre che di Giulio Andreotti, anche del Compagno Fraterno di mille avventure berlusconiane, Marcello Dell’Utri. A prescindere da come andò a finire quella prima puntata e tutto il progetto successivo, Gelli non ne fu per nulla soddisfatto. Realizzò, non a torto, che Berlusconi, Dell’Utri e Confalonieri, nonostante le promesse, non avevano alcuna intenzione di farlo sbarcare su Mediaset.
Realizzò, contemporaneamente che, ormai, la “Loggia del Drago” di Arcore funzionava assai meglio di quanto non avesse mai funzionato la sua Loggia P2 e che lui stesso, pur trattato con amichevole deferenza (e malcelata sopportazione…) da tanti ex-piduisti, non aveva alcuna vera voce in capitolo sulle strategie di potere e di affari dell’ex discepolo Silvio. Le ultime illusioni che si spegnevano definitivamente. Perciò, quando Gelli seppe che si sarebbe di lì a poco scatenato lo scandalo P3, rilasciò l’intervista a l’ESPRESSO in cui formalizzava il mutato atteggiamento nei confronti di Berlusconi (giugno 2010). E dopo che lo scandalo effettivamente scoppia,l’Ex Venerabile inizia a rilasciare dichiarazioni in cui si prende qualche narcisistica rivincita: “la P3? Niente a che vedere con la P2…Noi si che eravamo gente seria…questi sono dilettanti…”. Ma si tratta appunto di una rivincita un po’ amara, del tipo la Volpe e l’uva… Infatti, si può anche concedere il non eccelso livello di manovalanze come Arcangelo Martino o Pasquale Lombardi (eppure, per tentare di conseguire risultati, come si può leggere in P3. Tutta la verità, Editori Riuniti, di Giusy Arena e Filippo Barone, certi “manovali” possono rivelarsi assai preziosi), ma che dire di personaggi del calibro di Flavio Carboni, Nicola Cosentino, Giacomo Caliendo, Denis Verdini e Marcello Dell’Utri? Che dire se un giorno si scoprisse che, a monte di operazioni laterali come quella cosiddetta “P3” in relazione al business dell’eolico, all’aggiustamento di sentenze varie e ad altri affari, si erge in effetti la “Loggia del Drago”, organisno super-segreto che, nel tempo, ha ben servito gli interessi e gli affari (italiani ed esteri) del Fratello Massone Silvio Berlusconi?
Gelli tutto questo lo sa. E sa bene, anche, che mentre lui stesso e altri potenti personaggi piduisti dell’epoca furono travolti dall’Inchiesta sulla P2, il potere del Fratello di Arcore è talmente pervasivo e solido che in tanti (anche insospettabili) hanno fatto e faranno di tutto per tenere Berlusconi fuori da ogni accusa di partecipazione alle attività eversive della cosiddetta P3. Anzi, si farà di tutto per evitare di approfondire quello che si nasconde dietro le attività che, da Martino e Lombardi conducevano a Verdini e Dell’Utri e ancora più su…, passando per Carboni ed altri e coinvolgendo diversi esponenti della Magistratura, passando per Sottosegretari di Stato come Caliendo e Cosentino.
In questa storia- e Gelli lo sa bene- quello che si vede e si “è visto” finora è solo la punta di un iceberg molto più ampio e ramificato. Eppure- ed ecco spiegato il malumore dell’Ex Venerabile nei confronti del Venerabile in carica della “Loggia del Drago”, Silvio Berlusconi, almeno per ora, non è stato affatto disarcionato e smascherato come invece toccò a Gelli e ai suoi Fratelli della P2. Silvio Berlusconi, un tempo Apprendista della Loggia P2 all’Obbedienza di Palazzo Giustiniani e poi Pupillo del Gran Maestro del G.O.I. Armando Corona (caro amico del Presidente Francesco Cossiga), ha superato tutti i suoi maestri ed è divenuto a sua volta il Capo Carismatico di una fratellanza tutta sua, molto più solida, segreta e invisibile di quanto non siano state le logge coperte che hanno infestato l’Italia nel secolo scorso. Certo, ma di questo parleremo meglio in seguito, esistono molte tracce e possibili testimonianze, specie femminili…per giungere sino al Tempio libero-muratorio berlusconiano. Infatti, a differenza della P2, che trascurava molto l’aspetto “rituale”, al Fratello Silvio l’Esoterismo e le cerimonie occulte piacciono molto…specie quelle di magia sessuale… Specie quelle che coinvolgano in un “sol colpo” alcuni presunti Illuminati Massoni e alcune fanciulle scelte all’uopo per la loro potenzialità erotico-iniziatica “sottile” (Julius Evola docet) e non per un’adeguata qualificazione spirituale. Questo, almeno, accadeva prima che il Fratello Silvio perdesse la bussola della propria Via contro-iniziatica e iniziasse a praticare il Bunga-Bunga de noantri… Ma le/i testimoni di quei riti più raffinati restano: spetta solo alla libera informazione italica (se c’è) di convincerle/i a “vuotare il sacco”. Di lì, da quei riti di magia sessuale che, al contrario del Bunga-Bunga (in cui il Grande Satiro è pressoché l’unico Fruitore), vedevano coinvolti molteplici importanti (e qualificati) personaggi dell’entourage berlusconiano, non sarà difficile risalire ad alcuni importanti componenti della “Loggia del Drago”, tra le cui attività non è mai mancata la possessione rituali di “Vergini”, intese in senso “iniziatico”, come con rara precisione e raffinatezza ebbe a dichiarare la steineriana Veronica Lario. (brano tratto da www.grandeoriente-democratico.com)

Gelli, l’Anello e i messaggi a Berlusconi

Venerdì, 25 Febbraio 2011

Quando parla uno come Licio Gelli è sempre difficile essere sicuri di qualcosa. «Certo, però, non può essere casuale che abbia deciso di parlare. Evidentemente, sa che può farlo. E sa che un ciclo politico che lui ben conosce si sta chiudendo». A dirlo è Stefania Limiti, autrice dell’Anello della Repubblica (edito da Chiarelettere), unico libro-inchiesta sul Noto Servizio, la struttura parallela destinata alle operazione “sporche” della quale sino a poco tempo fa si ignorava tutto, inclusa la sua stessa esistenza. Ebbene, di recente a parlarne è stato addirittura Gelli. Il capo della Loggia P2 ha tirato in ballo Giulio Andreotti ma, soprattutto, ha fatto pesanti osservazioni su Silvio Berlusconi che della “sua” loggia, la P2, era titolare della tessera contrassegnata dal numero 1812. Ultimamente Licio Gelli sembra diventato molto loquace, e già questa è una notizia. Di notizie, però, se ne trovano, e tante, soprattutto nelle molte parole che lo stesso Gelli ha affidato ai giornali. Soltanto nell’ultimo mese: il Piave, il Tempo e Oggi, al quale ha affidato la farse che ha colpito di più: «Io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l’Anello», sebbene già dalla intervista al Tempo avesse avviato una spietata analisi dell’operato di Silvio Berlusconi. E non sembra essere finita qui. Niente male, considerato il riserbo quasi proverbiale per il quale l’uomo è noto. In mezzo, e la circostanza probabilmente pesa, una lunga intervista dell’Espresso al prefetto Bruno Rozera, pezzo da novanta della massoneria che parla, e molto, anche di Gelli. Dopo averne parlato con Guido Salvini e Aldo Giannuli (fu quest’ultimo, nel 1998, mentre era al lavoro per conto delle procura di Brescia che indagava sulla strage di piazza della Loggia e di Salvini che a Milano era al lavoro su piazza Fontana, a scovare, in un archivio del ministero dell’Interno, alcuni documenti riservati che svelarono per la prima volta l’esistenza del Noto Servizio), il Riformista ne ha parlato anche con Stefania Limiti, la quale riparte proprio dalle interviste concesse da Gelli. «Gelli – orsserva la giornalista – sembra dire a Berlusconi: sarebbe stato meglio che la sera te ne fossi andato a dormire; ora il tuo tempo è finito; neppure un Anello, neppure Gladio ti possono più salvare. Insomma, mi sembra che Gelli stia cantando la fine di un uomo sul quale, peraltro, aveva puntato». Ma, spiega la Limiti, forse non è ancora tutto. «Dalle parole di Gelli – prosegue – mi pare emerga un Silvio Berlusconi molto più legato al passato, e alla prima Repubblica, di quanto si pensi. D’altra parte, spesso si dimentica che Berlusconi era già qualcuno ben prima della nascita di Forza Italia. La sensazione è che, se Gelli proprio ora e con certi toni parla di Berlusconi, forse lo fa perché Berlusconi fa parte di una storia che anche Gelli conosce molto bene». Giuseppe De Lutiis, che è tra i maggiori analisti italiani di terrorismo e servizi segreti, nella introduzione al libro della Limiti accenna a Giuseppe Cabassi, il cui nome compare nei documenti rinvenuti da Giannuli. Cabassi, era un noto imprenditore lombardo. Ebbene, scrive De Lutiis che, «all’epoca, era sentore comune che dietro Cabassi ci fosse il Psi, ma, secondo quanto dichiarato dall’amministratore delegato del gruppo (Rizzoli-Corriere della Sera, ndr) Bruno Tassan Din, dietro Cabassi, oltre al Psi, vi sarebbero stati i vertici della P2». Insomma, fa notare la Limiti, «Cabassi aveva un curriculum simile a quello che allora poteva vantare Berlusconi e, forse, era un altro nome sul quale aveva puntato la P2. Poi, è possibile che sia stato scelto un altro cavallo. Da qui, potrebbe nascere quella amarezza che sembra esprimere Gelli per la fine di un uomo nel quale aveva creduto». Ma non è ancora tutto. Era il maggio del 1997 e «l’allora presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino, intervenendo al Salone del Libro di Torino, rivelò di aver ricevuto una lettera da Raffaele Delfino, il quale fu tra i protagonisti della breve stagione di Democrazia nazionale, la formazione fuoriuscita dal Msi nel 1976. Fu una operazione – spiega ancora la Limiti – nella quale entrò pesantemente anche l’Anello come ho raccontato nella mia inchiesta. Delfino in quella lettera avrebbe raccontato che quella scissione fu finanziata proprio da Silvio Berlusconi». Di quella circostanza resta traccia anche in un resoconto di Repubblica: «Fu Berlusconi a finanziare la scissione Delfino dal Msi». Si deve ricordare che la rottura col Movimento sociale avvenne sull’appoggio – sul quale spingevano i fautori di Dn – al governo Andreotti in chiave anticomunista. Inoltre, secondo quanto il giudice Salvini e Aldo Giannuli hanno spiegato al Riformista, l’Anello compiva operazioni “sporche” in chiave anticomunista. Il fatto che Licio Gelli abbia ricollegato questa formazione al nome di Andreotti, e che abbia usato certi toni contro Silvio Berlusconi, dà da pensare. Certo, siamo comunque nel campo delle ipotesi, anche se, osserva ancora la stessa Limiti, «Gelli una cosa certa l’ha detta: l’Anello esisteva. Si dovrebbe ripartire da qui, anche perché quella struttura parallela ha inciso pesantemente nella vita pubblica del paese». La giornalista si riferisce alla fuga di Kappler e l’intervento nel caso Cirillo ma non soltanto. «L’Anello – aggiunge – è stato protagonista anche di altre vicende, tra le quali una dura campagna di intimidazione contro esponenti del Psi vicini al Pci all’epoca del centrosinistra». Pur essendo poco conosciuto, prosegue la Limiti, «l’Anello è stato presente molto più di quanto non si pensi. Negli anni la ragione sociale è cambiata, insieme alle condizioni politiche. E tutti i suoi membri sono sempre stati esecutori di ordini che il potere politico impartiva, anche dopo che il Pci non era più considerato come il pericolo numero uno». E oggi? «Oggi è probabile che i membri dell’Anello siano stati disattivati ma il modulo operativo dell’Anello ci deve interrogare ancora». Il perché Gelli ne torni a parlare oggi – legandolo ad Andreotti, mentre prende le distanze da Berlusconi – soltanto lui potrà spiegarlo. Secondo Giannuli l’accenno all’Anello sarebbe soltanto una «spruzzata di formaggio che rende più appetibile la vivanda» e la vivanda sarebbe tutt’altra. «Ma Gelli – aggiunge la Limiti – forse si sente ancora testimone, uno dei pochi rimasti, di un’epoca, e vuol far sapere che di quella epoca detiene ancora adesso tanti misteri. Ciò che è certo – conclude – è che se ci fossimo interrogati di più su questa struttura parallela, forse oggi saremmo in grado di comprendere gli altri anelli mancanti alla nostra Repubblica». a. calvi il riformista

L’”anello” di Gelli (by Salvini)

Giovedì, 17 Febbraio 2011

È forse la struttura riservata della quale si conosce meno. Si tratta del Noto Servizio, conosciuto anche come Anello della Repubblica, una sorta di servizio segreto parallelo della cui esistenza si venne a conoscenza quando Aldo Giannuli, su incarico del giudice Guido Salvini che indagava sulla strage di piazza Fontana, e della procura di Brescia al lavoro sulla bomba di piazza della Loggia, scovò alcuni documenti nell’archivio di via Appia del Viminale nel quale si faceva riferimento a questa entità. Dopo di allora, un libro di Stefania Limiti e poco altro. Ora, all’improvviso e in un momento di grave crisi della politica, se ne torna a parlare. Lo ha fatto Licio Gelli, parlando di Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi. Già, Licio Gelli, il quale con una intervista pubblicata da Oggi, nella quale è piuttosto duro con Berlusconi, conferma l’esistenza dell’Anello e lo lega a Giulio Andreotti. «Io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l’Anello». Non può sfuggire, però, una circostanza del tutto inconsueta per chi ha fatto della riservatezza una ragione di vita, ovvero che quella ad Oggi è la seconda intervista che il Venerabile rilascia nell’arco di un paio di settimane. Il 28 gennaio scorso, infatti, sul quotidiano il Tempo compariva un’altra intervista a Gelli. Al centro, sempre la figura di Berlusconi e ancora giudizi poco lusinghieri sull’attuale premier. E c’è una frase – «Se è vero ciò che gli viene attribuito (e credo che almeno in parte sia vero), allora sì: non avrebbe dovuto farlo, o, quantomeno, avrebbe dovuto utilizzare sistemi più riservati» – la quale, messa in relazione con la rivelazione sull’Anello e sul ruolo di Andreotti, sembra assumere un tono di rimprovero. «Se Licio Gelli intende davvero parlare dell’Anello – nota Salvini – lo può fare da posizione davvero privilegiata».
Giudice Salvini, cosa intende dire? Questa organizzazione è nata sul finire della guerra su iniziativa del generale Mario Roatta, ex capo del servizio militare che allora si chiamava Sim, e capo di stato maggiore dell’esercito. Ebbene, Gelli tra il 1940 e il 1942 lavorò come informatore del Sim. Il suo è il tono di chi parla avendo vissuto da vicino certe vicende, e questo anche se quella non era la “sua” organizzazione. Ma, d’altra parte, la P2, Gladio e le altre organizzazioni in attività si possono considerare come cerchi concentrici o foglie di carciofo le quali, pur avendo ciascuna un proprio ruolo, hanno comunque dei punti di collegamento. Quale è stato il ruolo dell’Anello? A differenza delle altre organizzazioni parallele che poi sono emerse a partire dagli anni Novanta come Gladio e i Nuclei di Difesa dello Stato, il Noto Servizio non era una organizzazione militare ma civile e non aveva compiti che fossero legati a progetti golpisti o di controinsorgenza. Era formata da imprenditori, ex repubblichini, giornalisti. Lo sappiamo dalle carte rinvenute presso gli archivi del ministero dell’Interno e dalle testimonianze di due persone che hanno raccontato la loro militanza nella organizzazione, permettendoci di rileggere anche alcuni accenni fatti da Mino Pecorelli al Noto Servizio prima della scoperta dei documenti da parte di Giannuli che all’epoca non era stato possibile decifrare. Che genere di operazioni ha svolto? In generale possiamo dire che fu coinvolta in operazioni che lo Stato non poteva fare direttamente e per le quali non poteva rivolgersi ad altre entità costituite per altri scopi. Per ciò che ne sappiamo, si tratta di operazioni politiche finalizzate al mantenimento di interessi interni e internazionali in chiave anticomunista. Insomma, erano operazioni portate a termine con mezzi illeciti per tenere in piedi un determinato quadro.
Come mai è rimasta così segreta tanto a lungo? Proprio perché non è stata coinvolta nei progetti di golpe degli anni Settanta. E anche perché era una organizzazione dormiente che veniva attivata all’occasione. In quali occasioni è stata attivata? Su alcune operazioni abbiamo delle certezze, su altre molto meno. Mi fermerei alle prime: la fuga di Kappler, il rapimento di Ciro Cirillo e l’acquisto di petrolio dalla Libia. Partiamo da Kappler. Partiamo invece dalla fuga di Roatta che avviene trent’anni prima e sembra del tutto sovrapponibile a quella di Kappler. Roatta fu fatto fuggire dall’ospedale militare durante il processo per l’assassinio dei fratelli Rosselli nel 1945, poco prima di essere accusato per i crimini dell’esercito nei Balcani. L’aereo che portò Roatta in Spagna sarebbe stato guidato da Adalberto Titta, elemento centrale dell’Anello. E lo stesso Titta avrebbe guidato l’auto che portò Kappler, fuggito dall’ospedale militare del Celio, verso il nord Italia dove fu consegnato ai servizi tedeschi nel quadro di una operazione che doveva sbloccare alcuni prestiti tra Germania Federale e Italia. Tra l’altro, numerose testimonianze dicono che una parte delle carte di Moro avrebbero avuto ad oggetto proprio la fuga di Kappler, indicata come operazione di Stato. Non sono mai emerse, come se fossero state potate perché troppo imbarazzanti. E la Libia? Negli anni Settanta alcuni petrolieri italiani con la complicità di ufficiali della Finanza, avrebbero dovuto acquistare petrolio dalla Libia a prezzo più basso di quello fissato dall’Opec in cambio di armi risalenti alla Seconda Guerra Mondiale. Moro era contrario. Secondo Pecorelli l’Anello intervenne su indicazione di Andreotti per portare a termine l’operazione. L’Anello intervenne anche nel caso Cirillo? Titta avrebbe trattato personalmente con Cutolo nel carcere di Ascoli Piceno il pagamento del riscatto che sarebbe stato diviso con le Brigate Rosse per rilasciarlo. Anche in questo caso sarebbero sparite le cassette registrate degli interrogatori di Cirillo in cui ci sarebbero state delle confessioni su alcune malefatte della Dc in Campania. Gelli ora dice che l’Anello era cosa di Andreotti. Si aggiungerebbe così ai testimoni che hanno ammesso di aver partecipato all’Anello e avevano detto la stessa cosa.
Perché secondo lei Gelli parla proprio adesso dell’Anello e perché parla di Berlusconi?
Direi che il tono sembra quello di un rimprovero, come di non aver avuto l’accortezza di dotarsi di un “anello” di sicurezza. Per capire di più, aspettiamo ciò che dirà nella seconda puntata che ha promesso. a. calvi il riformista

Piano della P2 commentato da Travaglio

Venerdì, 9 Luglio 2010

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