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Milanese e Papa, perchè arrestarlo?

Giovedì, 7 Luglio 2011

la carcerazione preventiva in italia è prevista in caso di: 1 rischio di inquinamento delle prove; 2 rischio di fuga; 3 rischio di reiterazione del reato. perchè allora la procura di napoli vuole arrestare papa e da ora anche milanese? con tutte le intercettazione effettuate e gli arresti domiciliari del dominus della p4 bisignani cosa possono fare? non inquinare le prove nè reiterare il reato. fuggire? ma non scherziamo! la verità è che ancora una volta la carcerazione preventiva viene considerata uno strumento di pressione o un modo per far scontare responsabilità che molto probabilmente il processo sfumerà. temis

Bisignani, mi chiamo mr. Wolf

Domenica, 19 Giugno 2011

Cercava di influenzare anche le nomine della Confindustria. Luigi Bisignani premeva sul suo amico all’Eni, Stefano Lucchini, responsabile Relazioni istituzionali dell’Eni e membro della Giunta di Confindustria Napoli , per favorire la nomina di un amico di Luca Cordero di Montezemolo. Parliamo del suo socio nella compagnia ferroviaria Ntv: Gianni Punzo. È un altro dei retroscena dell’inchiesta condotta dalla Procura di Napoli sulla P4. Un altro dettaglio che dimostra il potere del lobbista, intimo amico di Gianni Letta, che peraltro ha un figlio che lavora in Ferrari. Ne aggiungiamo un altro: il 16 gennaio una parlamentare del Pdl viene intercettata mentre discute con Bisignani di un episodio piuttosto vecchio: la rissa che vide coinvolto, a Ischia, il figlio di Ilda Boccassini, la pm che si sta occupando a Milano del caso Ruby. I due ne discutono il giorno prima del pranzo, ad Arcore, tra Berlusconi e il direttore de il Giornale, Alessandro Sallusti, di Panorama Giorgio Mulé, presenti anche Mauro Crippa (capo dell’informazione Media-set) e Alfonso Signorini. Praticamente tutta la batteria di “fuoco” (d’inchiostro) a disposizione del premier. Passano cinque giorni e il Giornale spara la notizia del 1997 in prima pagina chiedendosi se la Boccassini fece pressioni su qualcuno quando suo figlio Antonio finì sotto processo. Nessuna pressione, come il Fatto Quotidiano verificò a gennaio, poiché suo figlio fu prosciolto nel giugno 1998. Resta un fatto: il giorno prima del summit ad Arcore, una parlamentare del Pdl parla con Bisignani dell’episodio e pochi giorni dopo la notizia, riesumata dal 1997, viene titolata in prima pagina dal giornale della famiglia Berlusconi. Le parlamentari e le ministre del Pdl, in costante rapporto con Bisignani, sono comunque più d’una. E spesso sono state intercettate dal nucleo della polizia tributaria della Guardia di finanza di Napoli, su delega dei pm Henry John Woodcock e Francesco Curcio.Tra queste c’è Stefania Prestigiacomo: il ministro dell’Ambiente, per esempio, è stata vittima di un’intercettazione ambientale. Sembra un gioco di parole, ma è invece un passaggio interessante dell’inchiesta, tanto che la Prestigiacomo nei mesi scorsi è stata interrogata dai pm della procura napoletana.La Guardia di finanza intercetta la voce della Prestigiacomo nell’ufficio di Luigi Bisignani. I due sono in ottima confidenza, parlano tranquillamente, senza immaginare che una cimice sta registrando la loro conversazione. Bisignani sembra preoccupato, forse proprio a causa delle indagini, ma la registrazione è per lunghi tratti incomprensibile e la stessa Prestigiacomo, interrogata, ha detto di non ricordare di cosa stessero parlando.
La ministra non è indagata, ma il suo nome compare nell’indagine, come quello dell’ex presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo. La Gdf napoletana ha intercettato le telefonate di Bisignani mentre tesseva la tela che doveva portare il suo amico di vecchia data, Gianni Punzo, sulla poltrona di vicepresidente di Confindustria a Napoli.Va notato che Bisignani fa parte di un blocco di potere centrato oggi su Gianni Letta (ieri anche su Cesare Geronzi) fortemente ostile a quello di Montezemolo-Diego Della Valle. Ma le conoscenze di Bisignani fanno comodo a tutti, anche ai suoi nemici . È Montezemolo in persona a chiamare Bisignani per chiedere di spingere sull’Eni, al fine di spostare il peso dell’azienda pubblica dell’energia su Punzo. La manovra comunque fallisce, il “Bisi”, stavolta non basta. Punzo, l’imprenditore che ha creato il Cis di Nola, teneva molto a diventare vicepresidente di Confindustria Napoli. Bisignani quindi chiama Lucchini e cerca di ottenere il voto dell’Eni in suo favore. Purtroppo per Montezemolo però Punzo perde e se ne va sbattendo la porta dall’Unione industriali. La spunta infatti una triade di vicepresidenti a cui è difficile opporsi, grossi calibri nazionali: l’amministratore di Trenitalia Mauro Moretti (molto ostile alla Ntv di Punzo-Montezemolo), Gabriele Galateri di Genola, attuale presidente delle Generali, allora in Telecom Italia, e Marco Forlani, responsabile relazione istituzionali di Finmeccanica e figlio del politico Dc, Arnaldo. Antonio Massari per Il Fatto

Gian Marco Chiocci-Massimo Malpica per Il Giornale Anche per la P4 sono migliaia le pagine dell’accusa pronte a finire sui giornali. Sono contenute nella richiesta d’arresto, negli oltre 100 interrogatori dei testimoni, nei numerosi verbali di Luigi Bisignani, nelle intercettazioni telefoniche che in gran parte – secondo il gip – non debbono essere utilizzate. Un’inchiesta mastodondica, quella dei pm Curcio e Woodcock, che il giudice ha in gran parte ridimensionato facendo propri solo tre dei diciannove capi di imputazione.Sono tantissimi i pesci grandi e piccoli, della politica e dell’imprenditoria, ad esser finiti nella rete dei sostituti napoletani. In cima alla lista, oltre a Luigi Bisignani, presunto «dominus» dell’associazione c’è Gianni Letta. Per i suoi rapporti con l’amico Luigi, per la vicenda della candidatura del deputato Papa, per quanto riguarda l’esistenza di una lobby massonica in capo a Bisignani, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio era/è finito nel mirino dei magistrati che lo hanno interrogato a lungo l’8 febbraio scorso a causa di un presunto via-vai di informazioni riservate su indagini top secret che lo avrebbero riguardato.Nell’indagine c’è finita, suo malgrado, anche il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo e quella alle Pari opportunità Mara Carfagna. A quest’ultima, ascoltata come persona informata sui fatti, sarebbe stata mostrata una fotografia con il deputato Papa in compagnia di un soggetto misterioso, che anche la ministra ha dichiarato di non conoscere. Fotografia al centro di una più complessa interrogazione parlamentare firmata da numerosi esponenti del centrodestra su presunti pedinamenti (vietati per legge) di deputati e senatori.Non ha trovato conferme nell’entourage del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini una sua convocazione in procura anche se il suo nome comparirebbe negli accertamenti della guardia di finanza. Di fronte ai pm napoletani è sfilato certamente il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, sfiorato in precedenza dall’inchiesta P3.Tra i politici presi a verbale c’è anche il finiano Italo Bocchino (accusato da Bisignani di avergli spifferato la notizia dell’esistenza dell’inchiesta P4), l’ex Fli-attore Luca Barbareschi (sfilato in procura il 24 febbraio 2011 per una questione inerente un teatro) e «mister centomila preferenze», Alfredo Vito, vicinissimo a Fli. Poi ecco Michele Vietti, storicamente fedelissimo di Casini, oggi vicepresidente del Csm. L’elenco conta anche Daniele Capezzone, portavoce del Pdl, ma non Denis Verdini, coordinatore del partito citato nelle intercettazioni, convocato ma allo stato non ancora interrogato. Faccia a faccia anche per Valter Lavitola, editore dell’Avanti!, mentre da Palazzo Chigi sono arrivati al centro direzionale di Napoli il capo dipartimento Editoria, Elisa Grande, e Antonio Ragusa, capo del dipartimento Risorse strumentali.A dispetto di quel che si è letto su alcuni giornali, mai è stata interrogata il sottosegretario Daniela Santanché, al contrario del consigliere regionale del Pdl campano, Fulvio Martusciello. Solo boatos, ma nessuna conferma, sul passaggio negli uffici giudiziari napoletani di Paolo Cirino Pomicino.Cambiando sponda politica è stato costretto a dare spiegazioni l’ex leader della Quercia, e attuale presidente del Copasir, Massimo D’Alema. In contatto, perché portato da Bisignani, con il direttore dell’Aise-Sismi, Adriano Santini. A sua volta sentito dai pm il 15 dicembre 2010, dopo l’interrogatorio (avvenuto il 2 dicembre) del generale dei servizi militari Giuseppe Santangelo. Anche Luca Cordero di Montezemolo spunta nelle carte. É lunga la fila dei manager di Stato interrogati. I più importanti ci sono tutti.Dall’ex dg della Rai, Mauro Masi,a Mauro Moretti, ad di Fs, passando per Paolo Scaroni, ad di Eni (dai pm anche il responsabile delle relazioni esterne di Eni, Stefano Lucchini) fino al numero uno di Finmeccanica Pierfrancesco Guarguaglini (interrogato l’8 febbraio scorso), e al responsabile pubbliche relazioni della stessa azienda, Lorenzo Borgogni (ascoltato il 12 marzo). Sotto la lente d’ingrandimento dei pm sono finiti anche due ex consiglieri di Romano Prodi, Francesco Micheli (non indagato) e Angelo Rovati interrogato insieme all’amico Anselmo Galbusera, titolare della Italgo-Delta finita nell’inchiesta Why not per aver fornito utenze telefoniche proprio all’entourage di Prodi.E poi Roberto Mazzei, presidente del Poligrafico dello Stato. Sentiti anche molti magistrati ed ex magistrati. Il capo degli 007 di via Arenula, Arcibaldo Miller, l’ex presidente della corte d’appello di Salerno, Umberto Marconi, il «magistrato onorario» Pasquale Lombardi (indagato per l’inchiesta sulla P3), il capo della procura di Nola, Paolo Mancuso. A verbale, per un filone collegato, anche il vice di Tremonti, Marco Milanese.Nell’indagine è finito anche il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, l’ex portavoce della Marcegaglia, Rinaldo Arpisella e quello del sindaco di Roma, Maurizio Basile, l’ex capo della security di Telecom, Giuliano Tavaroli. Per non parlare poi degli imprenditori Vittorio Casale, Marcello Fasolino, Luigi Matacena, Stefano Ricucci, Marcello Fasolino, Alfonso Gallo e Giuseppe De Martino, quello da cui tutta l’inchiesta ha avuto inizio. C’è spazio anche per il carneade Antonio Di Napoli, a tutti gli effetti, detenuto.

Come mai Bisignani ha tirato in ballo Letta?

Sabato, 18 Giugno 2011

La vera domanda è: come mai Bisignani ha coinvolto Letta, ammettendo di averlo tenuto aggiornato sulle indagini? tra i tanti commenti all’inchiesta sulla P4 nessun sembra essersi posto (apertamente) questa domanda. Bisignani ha ammesso di avere informato Letta e non è stato arrestato. C’è un rapporto tra questi due eventi? e ancora: Bisignani è così omuncolo da tirare in ballo uno degli uomini più importanti del ns Paese e suo antico (dicono) sodale solo per evitare le sbarre? se così fosse, c’è da inquietarsi all’idea che fosse uno snodo importante del potere italiano. Altrimenti c’è da pensare che i magistrati abbiamo tante di quelle prove da aver convinto Bisignani dell’inutilità di ogni resistenza. e il fatto che negli uffici di Bisignani ci fosse una microspia e che non essendo parlamentare poteva essere intercettato lascia pensare che ne vedremo delle belle. povero Letta!  temis

P3-P4, non banalizziamo la P2 (by Macaluso)

Sabato, 18 Giugno 2011

Giornalisti e magistrati definiscono P3 e P4 gruppi di quattro-cinque persone che hanno cariche parlamentari o istituzionali e insieme trafficano per fare e ottenere favori a prebende usando poteri pubblici.Ricordiamo la cosiddetta P3 con Verdini Dell’Utri, Lombardi ecc. che trafficavano con magistrati compiacenti e affaristi di ogni risma. Ora con la P4, Luigi Bisignani, un vecchio trafficone, aveva accesso nelle stanze del potere (e con lui il magistrato deputato Pdl Papa) nei palazzi di giustizia e degli affari. I magistrati ritengono che i signori della “P3” e “P4” abbiano commesso reati e fanno il loro dovere a inquisirli.I giornali ci informano che Bisignani avrebbe detto ai procuratori napoletani che «spiava i Pm». Ma come mai i Pm sono spiabili? Pare che un maresciallo dei carabinieri informava Bisignani o Papa. Anche a Palermo un altro maresciallo risultò essere una talpa della mafia e aveva ottenuto la piena fiducia del Pm Ingroia. Ma gli uffici dei Pm sono così penetrabili?
Comunque l’inchiesta giudiziaria ci dirà come stanno le cose: quel che si vede oggi è il rapporto inquinato tra potere politico affaristi e istituzioni. Purtroppo non è una novità.
Ma, questi racconti che leggiamo sui giornali perché vengono accostati a quelli ben diversi e gravissimi che abbiamo letto nelle inchieste sulla P2? In quella Loggia, ricordiamolo agli smemorati, si ritrovavano i comandanti di tutte le armi: esercito, marina, aeronautica, carabinieri. E con loro, tutti i responsabili dei servizi segreti; magistrati di alto rango; gran parte dei direttori generali dei ministeri, compreso il Capo di Gabinetto del presidente del Consiglio e il segretario generale della Camera dei Deputati.Un numero impressionante di generali, ambasciatori. Insieme a loro imprenditori, giornalisti (il direttore e gli amministratori del Corriere), ecc. Non mancavano alcuni uomini politici. Gelli era un coordinatore di questi signori, non la testa. C’erano anche piccoli uomini che attraverso la P2 si arrampicavano: era il contorno. La domanda che in gran parte è rimasta inevasa era ed è questa: perché tutti i più grossi dignitari dello Stato si ritrovarono in una loggia, fuori dallo Stato, a tramare per “riformare” o meglio “rifondare” lo Stato? Su questo si è molto discusso ed è bene ricordarlo.Siccome con qualche sentenza, e tanto accanimento mediatico, si è teso a banalizzare un fenomeno con grande rilevanza politica, come la P2, che segnò un momento drammatico della vita nazionale, l’accostamento ad essa di fatti con protagonisti, come quelli che vediamo nella cosiddetta P3 e ora nella P4, significa contribuire alla banalizzazione di cui parlavo. Non voglio ridimensionare fatti gravi che hanno anche una rilevanza politica. Ma, lo ripeto anche in questa occasione, a ciascuno il suo. e. macaluso riformista

Bisignani, solo un lobbysta o un nuovo Gelli?

Venerdì, 17 Giugno 2011

Faccendiere è lo spregiativo per lobbista, che già di per sé non suona onorevole in un clima di ipocrisia perbenista. Sta di fatto che il potere italiano, per funzionare, sta da sempre con un piede nelle regole e con un piede fuori. E la società italiana, sempre per poter funzionare, fa lo stesso. Luigi Bisignani è da molti anni un lobbista di rango. Ha una robusta rete di relazioni in ogni ambiente sociale e politico e imprenditoriale.Combina rapporti d’affari, maneggia le informazioni economiche e politiche riservate, è un esperto conoscitore delle burocrazie e del management pubblico, briga per le nomine dei potenti di stato, garantisce tutti con la sua riservatezza (o almeno garantiva un tempo i suoi interlocutori con quell’azione sottotraccia che è la specifica competenza di chi fa il suo mestieraccio).Sono legioni quelli come lui, Prodi ha i suoi informatori riservati, i suoi amici di banchieri e di manager pubblici, i suoi ometti per la politica estera, e per mille relazioni speciali sottopelle, e così li hanno i D’Alema e i Casini e i Fini e i Bersani e tutti gli altri politici di peso, per non parlare degli imprenditori.Qualcosina di simile succede anche in Europa, nelle democrazie nordiche, in America. Qualche volta quel tipo di lobbista molto avventuroso e trasversale che è Bisignani ha lavorato per facilitare i contatti e la conoscenza di causa (riservata) di alcuni di loro, i puri di cuore.L’accusa di associazione per delinquere elevata contro di lui da un Henry John Woodcock, la solita P seguita da un numero progressivo, è caduta alla prima verifica di un giudice terzo, è rimasto il “favoreggiamento personale” che lo ha portato, evidente esagerazione, ai domiciliari. Bisignani ha asserito di aver informato alcuni suoi amici politici, tra i quali Gianni Letta, di intrighi giudiziari a carico loro e di loro colleghi, tra questi il nostro Denis Verdini.Siccome ho cercato di capire come stanno le cose nel caso di Letta e Verdini, quello relativo agli appalti post terremoto, posso dire che, se sia stato compiuto, il reato consiste nell’avvisare una persona corretta come Letta che magistrati disinvolti stanno cercando di incastrarlo nel quadro del solito attacco mediatico-giudiziario a un politico influente del giro di Berlusconi, oltre che a un vecchio protagonista del potere romano dalla Prima Repubblica ad oggi, ciò che in effetti è avvenuto.Mi pare un comportamento benemerito, nell’Italia di oggi, così com’è. E se lo condannassero per favoreggiamento personale (ma il processo è il fango sui giornali, quello giudiziario finisce quasi sempre in burla), a Bisignani porterò le arance. Il lobbista arrestato era nelle liste della P2 prima di avere compiuto trent’anni, il che non è segno di abominio sebbene denoti una certa disinvoltura, che a quel bel tipo spiccio, intelligente, veloce, non è d’altra parte mai mancata.Fu un mio eroe quando in televisione negò spavaldamente davanti a un furbo procuratore in crociata, Antonio Di Pietro, di aver fatto quello che poi fu condannato in giudizio per aver fatto, la messa in sicurezza nelle casse del Vaticano di una parte della tangente Enimont destinata ai partiti politici di governo.Ai miei occhi il sostituto procuratore e futuro capo partito che lo interrogava stava scassando con mezzi abnormi una vecchia democrazia marcita che doveva essere rinnovata nella e dalla politica, non da una campagna forcaiola, tendenziosa, a senso unico; e il suo imputato era uno dei tanti brasseur d’affaires o power broker che nel sottobosco delle istituzioni e dell’economia italiana (da Agnelli a Gardini) si erano resi utili al funzionamento materiale di un paese semilegale, e ora con la sua impudenza difendeva una certa dignità del suo lavoro (dicono gli americani: è un lavoro sporco, a dirty job, ma qualcuno dovrà pur farlo).Avevo conosciuto Bisignani una decina d’anni prima di quello spettacolo processuale fantastico, che fu poi replicato con la stessa spavalderia da un altro mio vecchio amico, Primo Greganti, il compagno G. Lavorava all’Ansa e Lino Jannuzzi mi diede il suo numero di telefono per avere informazioni politiche riservate, da raccontare ai lettori di un giornale radical-socialista di breve vita che si chiamava Reporter, dove feci come notista politico una parte del mio praticantato giornalistico, e allora le informazioni riservate non erano reato. Fu abbastanza utile, e qualche tempo dopo presentai volentieri un suo libro al teatro Eliseo con Giulio Andreotti.Era un libro di spionaggio, un romanzo, gradevole ma niente di speciale. Non definii Bisignani “il Ken Follet italiano”, come ha scritto Alberto Statera ieri su Repubblica, quella dizione era la fascetta editoriale del libro, non una mia banalità. Dice Statera che Bisignani mi avrebbe introdotto in Vaticano, come una tangente qualsiasi, per darmi arie da ateo devoto, ma anche questo è falso: ho più entrature nei bordelli di Macao che nella Santa Sede, e le mie guerre culturali me le sono sempre fatte in proprio e con pochi amici.Comunque le amicizie o le frequentazioni amichevoli, per natura disinteressate, non si rinnegano nella grazia e nella disgrazia. Il lobbista che lavora sui gruppi di interesse non è un modello etico, ma censurarlo con argomenti virtuisti su un giornale edito da un rispettabile raider con la residenza in Svizzera mi sembra il colmo.Quel che impressiona i moralisti veri, che guardano le cose con malinconico attaccamento alla loro infinitamente triste verità, è che i giullari del perbenismo, gli uomini che si dicono liberi e inconcussi, integerrimi datori di lezioni, non hanno alcun interesse a correggere questo andazzo.Diffidano delle libertà politiche e di mercato che sono la cura, insieme con un vero stato di diritto, dei mali che denunciano. Osannano il carisma rigeneratore di una casta giudiziaria che li tutela finché può e prende parte alla lotta politica negando la giustizia. Si fingono un mondo ideale inesistente e così impediscono al mondo reale di esprimere la sua vera eticità, che è sempre ambivalente, precaria, reversibile, storta, ma ha la sua radice nel demone personale di ciascuno e nelle scelte pubbliche e politiche di tutti, non nella morale delle lobby pro tempore vincenti. g. ferrara foglio 

BSIGNANI. IL NUOVO GELLI? Che odore stantio di deja vu. Sembra di tornare indietro di quasi un terzo di secolo spizzicando le nuove gesta di Gigi Bisignani, il furetto scattante che allora reclutava per conto di Licio Gelli e oggi ha federato tutte le “P” massonico-affaristiche della seconda Repubblica. Ultima conosciuta, per ora, la P4. Ma non è detto che la tabellina sia esaurita. Nulla si crea e nulla si distrugge quando si tratta di potere e di denaro, l´incrocio magico del malaffare oggi soltanto più esplicitamente condito di sesso, ai tempi del bunga bunga.Tanto che il metodo Bisignani-Letta è in fondo null´altro che il clone del metodo Gelli-Andreotti adattato al terzo millennio. E´ come se l´Andreotti per decenni collezionista di ministeri si fosse reincarnato nel Gianni Letta cerimoniere dei riti del potere delegato dal berlusconismo e il materassaio di Arezzo Licio Gelli in Gigi Bisignani. Mazziere di carriere, nomine, promozioni, incroci di ambizioni e di affari.”Cari miei – sussurrava Andreotti con la vocina che ancora usa quando è convinto di dispensare una delle sua pillole di saggezza – i ministri passano, ma i dirigenti restano”. Restano i magistrati, restano i manager, restano i colonnelli e i generali dell´esercito, ma soprattutto della Guardia di Finanza e dei Servizi segreti, restano i capi della polizia, i capi delle imprese pubbliche, gli imprenditori sempre a caccia di appalti e di favori. E questa è l´acqua in cui nel quindicennio berlusconiano ha nuotato poco sotto il pelo la coppia Bisignani-Letta con una corte di beneficiati sempre pronti alla bisogna.A fornire notizie segrete, bloccare quelle sgradite, compilare dossier, aggiustare processi, programmare carriere, imbastire appalti furbastri per grassare centinaia di milioni alle casse dello Stato.Prendete Angelo Balducci, grande fiduciario della cricca degli appalti. Quando nel gennaio 2010 questo giornale pubblicò un articolo dal titolo “Protezione Civile Spa”, anticipando la sostanza dello scandalo che sarebbe esploso nei mesi successivi e il ruolo di Guido Bertolaso, fu preso dal terrore.E chi chiamò subito, come risulta dalle carte processuali, al centralino di palazzo Chigi? Il “Bisi”, che, sniffata l´aria, si fece rincorrere un po´, ma poi operò per sopire, placare, capire le dimensioni dell´inchiesta, cercare di bloccare le notizie sui giornali e i libri usciti e che stavano per uscire.Si chiama Alfonso Papa l´ex magistrato napoletano di cui è stato chiesto l´arresto, reclutato in cambio di un posto in Parlamento per spifferare le mosse della magistratura partenopea sulle gesta del coordinatore locale berlusconiano Nicola Cosentino e sulle tante altre inchieste lì incardinate. Non è naturalmente il solo della paranza, che per anni ha fatto affidamento, tra gli altri, anche sul procuratore aggiunto di Roma Achille Toro e su suo figlio Camillo.A chi non è più giovanissimo non può non ritornare in mente Claudio Vitalone, il magistrato “di riferimento” del duo di allora Gelli-Andreotti, anche lui infine portato in Parlamento dalla diccì per i servigi resi. Del resto, il controllo dei magistrati, che non sono poi tutti “rossi” come mente Berlusconi dal momento che lui ne ha molte decine al suo servizio, fu materia di scontro all´epoca della P2, quando Gelli espulse dalla loggia Giancarlo Elia Valori che cercava di organizzare una sorta di sotto-lobby di cosiddetti pretori d´assalto, tra cui quelli che indagavano sullo scandalo dei petroli.Semplici poliziotti, finanzieri, sottufficiali dei carabinieri, come Enrico La Monica, che i magistrati napoletani vorrebbero arrestare ma è latitante in Africa: il duo Bisi-Eminenza Azzurrina, come hanno soprannominato Letta per l´affettazione dei modi, non si formalizza. Dall´appuntato al generale in comando tutto fa brodo per carpire materiale prezioso per il potere e gli affari.Sulle nomine e le promozioni, Bisi ha le mani d´oro, molto più del materassaio di Arezzo, non foss´altro che per il profilo meno pecoreccio. Magari con qualche caduta, come quella che lo ha visto portare alla direzione generale della Rai il povero Mauro Masi, al cui solo nome il suo antico predecessore Ettore Bernabei pare si cali le mani sul volto per manifestare la sua vegliarda disperazione. Ma quando addenta un osso come l´Eni per Paolo Scaroni, Bisi lo contorna con un´aiuola di omini e donnine suoi: attaché, segretarie, addetti alla sicurezza, commessi.Possono sempre tornare utili se il beneficiato reclamasse troppa autonomia. Molti non possono neanche tentare. Per esempio, quel Mazzei portato per mano alla presidenza del Poligrafico dello Stato perché deve dare commesse all´Ilte, la società tipografica di cui Bisi si dichiara manager. A proposito di carta stampata, la Rizzoli non manca mai. Quando la banda Gelli-Tassan Din ne prese di fatto il controllo con Eugenio Cefis e il Vaticano, sottraendolo ad Angelo Rizzoli, Umberto Ortolani, piduista di stampo sudamericano, riceveva nel suo ufficio di via Condotti a Roma, a pochi passi dalla scalinata di Trinità dei Monti, i candidati alla direzione del “Mondo”, storica testata di Mario Pannunzio, da lui selezionati con Gelli, cui offriva il caffè in tazzine simil-oro.Oggi quel giornale è in vendita, insieme ad altri periodici della Rizzoli. Indovinate chi è pronto all´acquisto? Proprio quel Vittorio Farina titolare dell´Ilte, di cui Bisi è pars magna, anche se più negli affari immobiliari che in quelli editoriali, da quando ha allentato i rapporti con Daniela Santanché a favore del direttore del “Giornale” di casa con il quale la pasionaria di sera sferruzza maglie per i nipotini, secondo il quadretto fornito dallo stesso Sallusti.Se poi vogliamo parlare di immobili, entriamo proprio nel core business del Gelli-andreottismo e del Bisi-lettismo dei nipotini. Ricordate Gaetano Caltagirone, il palazzinaro che chiedeva al sottosegretario di Andreotti, Evangelisti, “´A ‘Fra, che te serve? “. Gaetano era al servizio, come tutti i palazzinari romani. Oggi ci sono gli immobiliaristi e i grattacielari milanesi che non sfuggono alle attenzioni della coppia che del “sottogoverno” ai tempi della prima Repubblica ha fatto la nuova scienza del “sottoberlusconismo”, ormai un´era geologica.Più che per la fede, gli interessi del Gentiluomo di Sua Santità Letta e del suo boss-vice (?) si saldano sull´immenso patrimonio immobiliare di Propaganda Fide (la P di P2, del resto, stava proprio per Propaganda), che il buon pastore di Napoli Crescenzio Sepe ha trattato come una casetta lascito di famiglia, per favorire gli amici e gli amici degli amici della coppia di palazzo Chigi e del suo dante causa. Piccoli cenni per descrivere il mondo e il metodo Bisi-Letta. Ma, se a qualcuno interessa, c´è materia per l´Enciclopedia Britannica.Alberto Statera per “la Repubblica

P4 e Bisignani

Mercoledì, 2 Marzo 2011

Altro che P2, P3, P4 e similari. L’indagine di Napoli condotta dai pm della Procura di Napoli, Francesco Curcio e Henry John Woodcock, ha afferrato un bandolo più concreto delle mille logge che affollano gli articoli dei cronisti pistaroli: un mazzetto di azioni di una società belga. Durante l’ultima perquisizione della scorsa settimana i finanzieri di Napoli hanno trovato 19 titoli al portatore che rappresentano il capitale di una società anonima riferibile secondo gli investigatori a Luigi Bisignani. Si chiama Codepamo S.A. e ha gestito operazioni per decine di milioni di euro negli anni passati. I diciannove certificati sono stati trovati a casa dell’autista di quello che sembra sempre di più il fulcro dell’attività investigativa: Luigi Bisignani, uno degli uomini più influenti nei palazzi romani. Il suo autista Paolo Pollastri ha detto che avrebbe dovuto consegnare i titoli alla mamma di Luigi Bisignani, la signora Vincenza Carpano, subito perquisita anche lei. I titoli che rappresentano il capitale della Codepamo sono al portatore e permettono di schermare il reale proprietario ma gli investigatori non hanno dubbi che la società anonima di diritto belga sia di Bisignani. Già in una precedente inchiesta della Procura di Napoli, condotta dal pm Vincenzo Piscitelli, emergevano infatti operazioni del 2001 tra Bisignani e i conti della società belga alla banca SGB di Bruxelles. La holding belga riferibile a Bisignani dal 1997 al 2000 è stata titolare di un pacchetto pari al 32,5 per cento del capitale della Engineering Spa Subito dopo la cessione delle quote da Codepamo alle famiglie Amodeo e Cinaglia, la società informatica si quota in borsa. Engineering fattura 350 milioni di euro, occupa 6 mila persone in 40 sedi e capitalizza 300 milioni di euro. Il prezzo di acquisto e rivendita delle azioni nel 1997 e 2000 da parte della Codepamo è stato di 7,4 miliardi di vecchie lire. Per capire l’interesse della Procura per Luigi Bisignani e per la Codepamo bisogna partire da lontano e descrivere il personaggio Bisignani. Negli anni 90 questo ex giornalista è stato l’uomo che ha gestito la madre di tutte le mazzette, quella pagata nel 1992 ai partiti per la creazione del polo pubblico-privato tra Eni e Ferruzzi: l’Enimont. Bisignani è stato arrestato due volte per quelle vicende ma – a leggere le carte pubblicate molti anni dopo il processo da Luigi Nuzzi (Vaticano Spa, Chiare Lettere) non ha svelato ai magistrati tutti i segreti dei conti della banca vaticana IOR sui quali le mazzette erano transitate. Bisignani è l’uomo che apre per esempio il conto corrente Louis Augustus Jonas Foundatuion usato per le tangenti, nonostante nelle finalità fosse dichiarato “l’aiuto ai bimbi poveri”. Bisignani, già capoufficio stampa del ministro del Tesoro Gaetano Stammati del Governo Andreotti, già apparso negli elenchi della loggia segreta P2 con il numero di tessera 1689, in Vaticano è ben introdotto. Non bisogna stupirsi se sul conto gestito da Bisignani arrivano 23 miliardi e se il giornalista amico di Andreotti e dei Ferruzzi ne ritira in contanti 12, 4 miliardi tra ottobre 1991 e giugno del 1993. Il 28 giugno, quando Mani Pulite esplode, Bisignani chiude il conto e ritira il miliardo e 687 milioni rimasti riempendo borse di bigliettoni, poi si dà alla latitanza, inseguito dall’allora pm Antonio Di Pietro. Quando la Procura di Milano chiede al Vaticano che fine hanno fatto i soldi della provvista Enimont, pari a 156 miliardi di vecchie lire, il vero dominus dello IOR, monsignor Donato De Bonis, concorda con i legali una versione di comodo. L’Istituto opere religiose scarica gran parte della colpa su Bisignani e riduce gli importi transitati nella finanza occulta del Vaticano. Solo dopo la morte di De Bonis, avvenuta nel 2001, e dopo la pubblicazione delle carte nel libro Vaticano Spa, si scoprirà la verità. Nel dicembre del 1993, per far tornare i conti tra le richieste della Procura (che non aveva scoperto tutti i CCT della mazzetta) con i dati reali, lo IOR decide di raccontare al pool di Milano che Bisignani ha ritirato 14,6 miliardi in contanti, un’enormità per l’epoca. Quando i pm di Milano si accorgono che qualcosa non torna in quella ricostruzione Bisignani viene riarrestato nel 1994. Il Gip Italo Ghitti però lo scarcera perché giustamente non crede che abbia incassato tutti quei soldi. Ghitti chiede alla Procura di cercare in Vaticano con le rogatorie la sorte dei soldi mancanti ma Mani pulite è al tramonto e non se ne farà nulla. Bisignani, forse anche grazie alle sue capacità di riservatezza dimostrate, intanto fa carriera nell’ombra. Quindici anni dopo la condanna a tre anni e 4 mesi, è uno degli uomini più potenti e influenti d’Italia. Il network di potere andreottiano è passato dal divo Giulio a Gianni Letta. E Bisignani è sempre lì. È il consigliere più ascoltato del sottosegretario alla presidenza del consiglio in materia di nomine negli enti pubblici e nelle società partecipate, a partire dall’Eni. Anche in Rai, nei servizi segreti e nelle forze armate e di polizia non si muove foglia senza il via libera di Letta. Ed è lui a comunicare all’esterno le voltà di Palazzo Chigi. Ora arriva l’inchiesta di Woodcock e Curcio per associazione a delinquere, rivelazione di segreto e violazione della legge Anselmi. I pm hanno sentito nei giorni scorsi il presidente del Copasir Massimo D’Alema, il direttore del servizio segreto estero militare, il generale Adriano Santini e il direttore generale della RAI Mauro Masi, e poi ancora i ministri Mara Carfagna e Stefania Prestigiacomo. I pm non scoprono le loro carte. Nell’ultimo decreto di perquisizione facevano intravedere un «sodalizio criminoso» costituito allo scopo di acquisire notizie riservate negli ambienti giudiziari. Informazioni poi utilizzate anche a fini ricattatori. Bisignani, che comunque non sarebbe protagonista del filone di indagine sui ricatti, si dice all’oscuro di tutto. Restano però quei 19 titoli azionari della Codepamo da spiegare. il fatto quotidiano