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Maria Elena Boschi, le piccole Carfagna crescono

Martedì, 7 Gennaio 2014

Pur avendoci incantato per garbo e delicatezza di tratti, Maria Elena Boschi non ci convince del tutto.

Intanto, la trentaduenne deputata del Pd e neo responsabile delle Riforme della segreteria di Matteo Renzi è un tantino invadente per le troppe volte che ci entra in casa su ogni possibile canale tv, dando l’impressione che null’altro faccia che promuovere se stessa.

Inoltre, pare parli essenzialmente per tenere in esercizio la bocca e non per dire cose. A meno che non consideriamo cose il suo continuo cinguettio, «Matteo qua, Matteo là», la calcata buona volontà espressa con i vari «noi ce la metteremo tutta» e sinonimi, l’ottimistica visione del nostro domani propinata con sperticate lodi sui benefici del renzismo.

Fin qui, la Boschi televisiva. Poi, c’è Twitter di cui, come il suo capo Renzi, è idolatra. Ecco un saggio di pensieri e umori di Maria Elena. Per le festività: «O è Natale tutti i giorni o non è Natale mai! Un felice Natale a tutti». Per la Leopolda (il festival fiorentino d’autunno di Renzi): «Pronti per dare un nome al futuro?». Per le primarie della segreteria Pd (vinte da Renzi): «È la nostra occasione! Questa è la volta buona!».

In un giorno a caso: «Con Matteo cambia verso all’Italia! Si riparte!». Per riassumere: una marea di esclamativi ed entusiasmo alle stelle, a conferma definitiva di una personalità giulivamente estroversa. Anche il suo profilo parlamentare è coerente. L’onorevole Boschi è molto presente in Aula, come in tv e su Twitter, ma se c’è da fare cose concrete marca visita: in dieci mesi non ha prodotto proposte di legge, limitandosi a firmarne alcune presentate da colleghi.

Classe 1981, dunque quasi giovanetta, Maria Elena merita già solo per questo la massima apertura di credito. Quel che ne ho detto finora, frutto di semplici osservazioni a distanza, non pregiudicano nulla. Renzi, per dire, la considera un fenomeno, se non alla sua stregua, degna almeno di stargli a fianco.

Se poi si pensa che in un anno, il 2013, Boschi è diventata deputato, è entrata nella segreteria del Pd (composta di dodici prediletti di Renzi, come gli apostoli), è stata acclamata Miss Montecitorio e se la batte per notorietà tv con una veterana come Mara Carfagna, si può affermare che è partita col piede giusto. Perfino il Cav ne è abbagliato. Un giorno le ha detto: «Lei è troppo bella per essere comunista». E lei, anziché lasciarsi lusingare, ha replicato seria e severa: «I comunisti non esistono più».

Ha già pure un soprannome: la Giaguara. Segno che ha acceso la fantasia dei cronisti. Tutto è nato alla Leopolda di due mesi fa – kermesse da lei brillantemente organizzata – quando giunse in scarpe leopardate, tacco dodici (che alterna con il dieci, ma è sempre in supertacco). I giornalisti, che nelle associazioni sono impagabili, hanno subito collegato il leopardo di Maria Elena al giaguaro di Bersani (quello che l’ex segretario pd si era fissato di volere smacchiare, alludendo al Cav).

Di qui il soprannome, quasi un omaggio alla grinta dimostrata dalla ragazza nell’infrangere il tabù che aveva portato iella a Bersani e al Pd. Parlando di scarpe, aggiungo quel che Maria Elena ha voluto farci sapere in un’intervista. Ora che passa a Roma cinque giorni la settimana (trascorre il week end nella natia Toscana), indossa sempre scarpe con ultratacchi a Montecitorio, ma ha con sé delle ballerine che calza invece per affrontare gli infidi sanpietrini romani tornando a casa. Un accorgimento che denota equilibrio tra vanità e testa sulle spalle.

Che sia ragazza quadrata, non ci piove, e neppure che sia ambiziosissima. Nata a Montevarchi, ma solo perché lì c’era Ostetricia, Maria Elena è di cospicua famiglia di Laterina, borgo aretino di qualche migliaio d’anime. Papà Pierluigi è dirigente della Coldiretti, direttore di un consorzio vinicolo e nel cda di BancaEtruria.

In sostanza, un ex democristiano traslocato nel Pd, via Margherita (stesso partito dei Renzi). Idem la mamma, Stefania Agresti, preside e vicesindaco pd del borgo. Pare che i Boschi e i Renzi – del Valdarno aretino gli uni, del fiorentino gli altri – siano vaghi conoscenti da prima che i rispettivi rampolli intrecciassero i destini, cosa che tra sparuti bianchi nella marea rossa locale, è del tutto verosimile.

Dopo una superlativa laurea in Legge, Maria Elena si specializzò in Diritto societario, iniziando la pratica legale. A studio con lei, c’era Francesco Bonifazi, di cinque anni maggiore, avvocato piddino col pallino della politica. I due diventarono amici – c’è chi dice qualcosa di più – e insieme sostennero nel 2009 la candidatura a sindaco di Firenze del dalemiano, Michele Ventura, contro Renzi.

Matteo però prevalse e Bonifazi, eletto unico consigliere comunale venturiano, il giorno successivo passò armi a bagagli con il vincitore diventandone, come tutti quelli che si allineano con Matteo, reggicoda. Ne è stato lautamente ricompensato: oggi è deputato e tesoriere del Pd. Fu lui a presentare al neo sindaco Maria Elena che, a sua volta, si mise a disposizione ricevendone altrettanti benefici. Per riassumere: la Nostra fanciulla, che non doveva all’inizio avere le idee chiare, debuttò in politica con un prodigioso salto della quaglia dall’universo togliattiano di D’Alema a quello indefinito di Renzi, suo rottamatore.

In quattro anni dall’entrata in scena, ecco quel che è accaduto. Il rapporto tra Matteo e Maria Elena è diventato più stretto, alimentando illazioni. È seguita la nomina dell’avvocata nel cda di Publiacqua (la maggiore azienda idrica toscana), l’attribuzione di un compito importante (la «tenuta dell’agenda» di Renzi!) nelle primarie 2012 in cui Matteo fu battuto da Bersani e un apprezzato contributo professionale di Maria Elena nella privatizzazione dell’Atef, l’azienda filotranvaria fiorentina. Operazione osteggiata con scioperi dalla Cgil, tra il pittoresco sacramentare degli utenti fiorentini. Per tali meriti, la ragazza è stata catapultata a Montecitorio con le ultime elezioni. Una carriera lampo, ricalcata su quella delle vituperate donne berlusconiane. Lei che di continuo esalta la via maestra delle primarie per selezionare i migliori, al dunque ha preso la scorciatoia del posto sicuro in lista sotto l’ala del protettore. «È una miracolata. Senza Renzi, non esiste», si mormora a Firenze. Veleni toschi, bella Boschi. Non ci badi. Dimostri a quelli che oggi hanno ragione che presto avranno torto. Giancarlo Perna per “il Giornale

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La vittoria di Marino e il grande equivoco delle primarie

Mercoledì, 10 Aprile 2013

Non si vorrebbe mancare di rispetto al mitico «popolo delle primarie», sempre entusiasta e numeroso (anche se domenica a Roma meno del solito); ma si ha l’impressione che questo «popolo» non abbia compreso bene a cosa servono, le primarie.
In America, dove le hanno inventate, l’obiettivo non è scegliere il personaggio più simpatico, identitario, vicino alla sensibilità dei militanti, portatore della linea più dura, pura, radicale. L’obiettivo è scegliere il candidato che ha più chances di battere gli avversari. L’uomo in cui possono riconoscersi non tanto i «compagni», quanto la maggioranza dei concittadini o dei connazionali. Allo stesso modo si sono comportati i socialisti francesi, che in entrambe le occasioni in cui sono stati consultati per le presidenziali hanno scelto un esponente del centro del partito: prima la Royal, che prese un dignitoso 46,5%; poi Hollande, che sconfisse Sarkozy.

 

In Italia, all’inizio le primarie sono state il modo di confermare una decisione già presa dai partiti (Prodi, Veltroni). Poi la scelta è diventata «vera». Da allora, vince quasi sempre il candidato più a sinistra. Pisapia a Milano. Doria a Genova. Zedda a Cagliari. Lo stesso Bersani, due volte: contro Franceschini, e soprattutto contro Renzi. E’ vero che i sindaci hanno tutti vinto, a volte rispettando la tradizione come a Genova, a volte ribaltandola come a Milano. Ma è noto che alle amministrative la sinistra ha gioco più facile rispetto alle politiche. Dopo il deludente risultato del 24 febbraio, è stato scritto che Renzi non si sarebbe certo fermato sotto il 30%. Ma questo era chiaro già al tempo delle primarie: non c’era un sondaggio che non indicasse in lui il candidato più competitivo. Ha prevalso il richiamo dell’identità (e anche dell’apparato).

Le primarie di Roma indicano che la lezione non è stata appresa. Non c’erano candidati di primo piano, è vero. C’era però un recordman delle preferenze come David Sassoli. E c’era soprattutto Paolo Gentiloni, l’unico ad avere un’esperienza nell’amministrazione della capitale e nel governo del Paese; ma nonostante l’appoggio di Renzi e di Veltroni ha avuto un risultato imbarazzante. I militanti romani hanno plebiscitato come d’abitudine il candidato più a sinistra, Ignazio Marino (dietro cui pure si intravede l’apparato, nella forma della macchina organizzativa di Goffredo Bettini). Marino è un personaggio per certi aspetti interessante: chirurgo prestato alla politica, all’avanguardia sui diritti civili. Magari potrà pure vincere (anche a Roma, come in quasi tutte le grandi città italiane, il centrosinistra ha una base di partenza più ampia del centrodestra). Restano alcune perplessità oggettive. Nato a Genova da madre svizzera e padre siciliano, un percorso professionale tra Cambridge, Pittsburgh, Filadelfia e Palermo, Marino non c’entra molto con la capitale. Potrà anche strappare qualche voto grillino; ma avrà parecchie difficoltà a intercettare moderati e cattolici.

Presto potrebbero essere convocate nuove primarie nazionali, in vista del voto anticipato. Siccome la sinistra viaggia con un’elezione di ritardo – nel 2006 fu schierato Prodi anziché Veltroni, mandato a perdere due anni dopo; nel 2013 è stato schierato Bersani anziché Renzi -, stavolta dovrebbe toccare al sindaco di Firenze. L’Italia non schierata lo aspetta, a torto o a ragione. Ma già spunta Fabrizio Barca, i cui meriti come ministro sfuggono ai più, ma che può vantare un impeccabile pedigree rosso (a cominciare dal padre, intellettuale di punta del Pci, direttore dell’Unità e di Rinascita); che non è un torto ma, agli occhi dell’ostinata maggioranza degli italiani, neppure un merito. Se ne possono trarre molte considerazioni, tutte legittime. Tra le quali c’è anche questa: non esistono, come la sinistra tende a credere, un’Italia immatura, sempre pronta a bersi le promesse di Berlusconi, e un’Italia “riflessiva”; esistono due minoranze di militanti – numerose se misurate in piazza o ai gazebo, piccole in termini assoluti -, pronte a seguire l’istinto e la passione, ma incapaci di indicare una soluzione condivisa a una vastissima Italia di mezzo, che alla politica crede sempre meno.  corriere.it

Sinistra, lo fanno o ci sono?

Giovedì, 23 Giugno 2011

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Perchè l’opposizione è così disperata (by Armeni)

Mercoledì, 20 Aprile 2011

Se un marziano appassionato di politica (magari esistono anche tra di loro) arrivasse in Italia e volesse capire i rapporti di forza fra gli schieramenti, gli umori e le prospettive, credo rimarrebbe molto colpito dallo scetticismo, dalla disillusione, in alcuni casi dalla disperazione presente nella opposizione.Sguardi tristi, autocompatimento, dolorosa indignazione, pessimismo sul futuro. Il marziano scoprirebbe subito, dopo qualche ora di permanenza fra Roma e Milano, che la causa della preoccupazione e della sfiducia di cui è preda l’opposizione, e la sinistra in particolare, è la figura di Silvio Berlusconi.Informandosi – perché è molto curioso delle iniziative del presidente del Consiglio e dei suoi ministri – potrebbe convenire anche lui sul fatto che la situazione in Italia non è facile. Il Cavaliere appare aggressivo, baldanzoso, sorridente, pieno di iniziative, ricco di promesse. Deve essere proprio dura – penserebbe il nostro marziano che in onore di Flaiano chiamiamo Kunt – opporsi a tanta forza, ottimismo, convinzione di vincere se si hanno poche forze, se i consensi sono caduti, se l’opinione pubblica guarda favorevolmente verso il capo del governo.Allora Kunt si informa e fa le seguenti scoperte. Scopre che la maggioranza dell’elettorato è schierata con l’opposizione. Certo il parlamento non esprime questi rapporti di forza, ma gli spiegano (e lui che pure è intelligente fa una certa fatica a comprendere) che dipende dalla legge elettorale e dal fatto che alcuni deputati sono passati dall’altra parte. Berlusconi li ha comprati, gli dice qualcuno senza mezzi termini e con lo sguardo disperato. Ma Kunt è un realista e pensa che, se proprio si deve scegliere, meglio avere la maggioranza dell’elettorato che la maggioranza del parlamento. In fondo si può sempre pensare di cambiare la legge elettorale. Il nostro marziano ha l’ardire di esprimere questo pensiero in un bar di piazza Navona a due uomini che bevono un aperitivo e che hanno una mazzetta di giornali. «Certo – gli rispondono con l’aria compunta di chi la sa lunga – ma lei non tiene conto che viviamo nel mondo dell’informazione e che il nostro premier oltre a possedere tre reti televisive ha il controllo sulla Rai e sui giornali». Kunt non ci aveva pensato e da quel momento guarda avidamente la Tv e controlla i giornali. Non c’è dubbio, Mediaset è in mano al premier. Il Tg 5 e il Tg1 sono chiaramente orientati. Dopo il Tg1 c’è un giornalista molto appassionato che difende comunque il premier. Mai poi guarda i Talk Show: Santoro, Fazio, Gabanelli, Floris, Annunziata non gli sembrano così controllati dal premier, gli altri telegiornali gli appaiono abbastanza orientati all’opposizione. Scopre che c’è un’altra rete televisiva, La 7, i cui conduttori appaiono tutti di sinistra.E i giornali? A parte Libero e Il Giornale che sono dichiaratamente berlusconiani, gli altri, anche quelli moderati, non nascondono la loro antipatia per il governo.Kunt legge attentamente i quotidiani e proprio da loro viene a sapere che gli imprenditori italiani – proprio loro – vorrebbero mandare a casa il premier perché pensano che non sia stato capace di intervenire a favore delle imprese nella crisi. E sono gli stessi quotidiani, anche quelli filoberlusconiani, che lo informano delle critiche che anche importanti uomini della Chiesa esprimono sui comportamenti del premier. Al nostro marziano qualcuno ha spiegato che la Chiesa in Italia conta molto, anche in politica.Neanche a Kunt il presidente del Consiglio piace. Ha compreso, per quel po’ che ha visto in altri paesi del pianeta, che è arrogante, non conosce alcun limite né istituzionale, né comportamentale. Che odia tutti coloro che non sono d’accordo con lui, e che li taccia subito di comunismo. In questo periodo – nota il nostro marziano – ce l’ha in particolar modo con i giudici di Milano e con Gianfranco Fini. Ma constata che contro di lui sono davvero in molti. Incuriosito dai continui attacchi che il premier fa alla scuola, all’università, alla editoria, al cinema, insomma alla cultura, perché sono di sinistra, fa anche lui delle indagini. In qualche mese ha costruito una buona rete di informatori. È vero la cultura in Italia è prevalentemente di sinistra. Lui chiede sempre quando si parla di un regista o di un scrittore come è schierato. Ha l’impressione che di amici di Berlusconi ce ne siano ben pochi. Per non parlare delle case editrici. Persino quella della figlia del premier, la Mondadori, pubblica uno strabiliante numero di autori dell’opposizione. Il nostro Kunt è molto sconcertato. Non è che non veda – sia chiaro – che nel bel paese che sta imparando a conoscere i guai sono tanti. Anche lui ha imparato a leggere le statistiche sullo sviluppo, l’occupazione, il lavoro. Anche lui rimane esterrefatto quando la mattina il barista servendogli cappuccino tiepido e cornetto caldo (il nostro marziano per capire meglio si è trasferito a Roma) gli racconta di una certa Ruby e di una certa Nicole e di certe notti che il presidente del consiglio trascorre ad Arcore. Ma il vero mistero per lui è la disperazione, la triste indignazione, il senso di impotenza dei tanti a cui questo capo del governo non piace. Lui è abbastanza ingenuo, è vero, ma prima di arrivare in Italia è stato in altri paesi del pianeta, ha visto molti problemi e molti guai simili a quelli italiani. Ha visto schieramenti politici che si scontravano, partiti di governo che perdevano e opposizioni che vincevano e viceversa. Ma non ha mai visto un’opposizione con tante possibilità e con tanta disperazione. Lui non la capisce. Qualcuno può spiegargliela? r.armeni riformista

Non può decidere Saviano!!

Giovedì, 27 Gennaio 2011

Non abbiamo idea se alle primarie del Pd a Napoli si siano davvero verificati brogli e irregolarità. Certo non sarebbe un colpo di scena. La storia recente del partito a quelle latitudini autorizza cattivi pensieri. Ma è incredibile, e anche un po’ scandaloso, che sia di fatto toccato a Roberto Saviano – con un intervento pubblico più o meno imbeccato – decidere se la consultazione è stata regolare o no. E per lo scrittore di Gomorra non lo è stata: «Mi pare – ha detto – che le consultazioni si siano svolte nel caos più completo». Le dichiarazioni di Saviano sono arrivate in contemporanea alla decisione di Pier Luigi Bersani di rinviare l’Assemblea nazionale convocata a Napoli per il fine settimana: «Adesso – dice il segretario – bisogna fare chiarezza». Nessun dubbio sull’urgenza della chiarezza, ma non sarebbe stato opportuno aspettare un pronunciamento della commissione di garanzia, o di quegli organismi che per statuto sono chiamati a esprimersi in casi del genere? Non sarebbe stato giusto annullare tutto al termine di una indagine più accurata e più scientifica dei «mi pare» di Saviano? Quantomeno, seguendo una procedura regolare, il Pd ne sarebbe uscito un po’ meglio. Il danno di immagine sarebbe rimasto, certo, ma almeno la principale forza dell’opposizione avrebbe dimostrato di possedere anticorpi naturali per fronteggiare deviazioni e malcostume. Così invece, a caos si aggiunge caos. Il vincitore delle primarie, Andrea Cozzolino, è già sul piede di guerra e si dichiara defraudato. Umberto Ranieri, che in teoria – a brogli acclarati – dovrebbe diventare il candidato, ha già fatto sapere di volersi comunque tirare fuori dalla mischia. E convincere un Raffaele Cantone a fare il salvatore della patria sarà forse più semplice che riconquistare la guida del Comune dopo questo spettacolo. Il pasticcio napoletano racconta, una volta di più, di un partito capace di toccare vette altissime di autolesionismo. E dà un altro pesante colpo alla credibilità delle primarie, comunque vada a finire. Se i brogli sono avvenuti così come raccontano alcuni testimoni, e cioè con file di immigrati prezzolati ai seggi e truppe di centrodestra ai seggi, una domanda sulla propria capacità di gestire questo genere di consultazioni il Pd dovrebbe comunque porsela, senza cavarsela solo invocando una specificità napoletana. Se invece questi casi non ci sono stati, o sono stati ingigantiti (a onor del vero, non c’è tornata di primarie in cui qualcuno non abbia denunciato voti di destra), è persino peggio: abbonderanno i candidati sconfitti pronti ad appellarsi al Saviano di turno per chiedere l’annullamento del voto. Le primarie diventeranno ancora più velenose e ingestibili. Gli ultras dello strumento primarie hanno già l’obiezione pronta: non si può dar la colpa allo strumento se gli uomini lo utilizzano male. Lo si diceva anche del socialismo in Urss. Sappiamo come è andata a finire. s,cappellini riformista

Bunga bunga nel PD

Lunedì, 6 Dicembre 2010

I video di festini con politici e vip girati a Novaglie finiscono nelle mani dei ladri e ora è caccia aperta ai dvd per evitare la divulgazione delle immagini e forse un loro uso non «esemplare». Sono due i filmati che potrebbero scatenare il gossip tricolore. Registrati su dvd in estate, lo scorso agosto, in una villa della marina fra Gagliano del Capo e Alessano, sono stati rubati l’altra notte a Piacenza insieme alla Ferrari del manager Pierpaolo Barbieri. Diciamo subito che si tratta di feste private; l’ultima dello scorso 22 agosto. Feste con volti noti al grande pubblico, della televisione, dello sport e anche della politica. Alcuni nomi, come quelli di Carmen Russo e il marito Enzo Paolo Turchi, sono già venuti fuori. Insieme a quelli dell’ex portiere della Juventus e poi del Genoa, Stefano Tacconi, del ciclista Claudio Chiappucci. Con loro anche alcuni ragazzi delle passate edizioni del «Grande fratello». Nei dvd comparirebbero anche due politici nazionali, la cui identità rimane per adesso “top secret”. Sembra che siano due senatori della Repubblica, uno con incarichi nel secondo governo di Romano Prodi. Ad organizzare i party a Novaglie, il giovane manager della Mcm corporate, originario del Brindisino, ma assiduo frequentatore di Santa Maria di Leuca e dintorni, dove ha molti amici. Al manager piace il Salento e piace promuovere feste con la presenza di personaggi. Sembra che Barbieri abbia stretto rapporti con il re dei fotografi dei vip più discusso d’Italia, Fabrizio Corona. I due, a maggio, annunciarono l’apertura di un locale notturno nella periferia di Piacenza, la discoteca “Villa Rodriguez”, e da quel momento hanno cominciato a subire una serie di minacce, dal recapito di proiettili, alle telefonate intimidatorie, fino alle provocazioni personali. Barbieri e Corona hanno dovuto affrontare traversie giudiziarie. Proprio il giorno precedente al furto sono stati impegnati in due processi. Barbieri è stato prosciolto dopo quattro anni dal tribunale di Busto Arsizio da alcune accuse di estorsione per insussistenza del reato; Corona è stato condannato dalla Corte di Appello di Milano a un anno e cinque mesi di carcere per presunte “foto-ricatto” ai danni del calciatore Adriano. Il furto della Ferrari di Barbieri con all’interno i dvd è avvenuto nella notte tra giovedì e venerdì scorsi. La fiammante rossa con il Cavallino rampante si trovava parcheggiata davanti alla discoteca «Csc Caprice suite club», di proprietà dello stesso agente. Ad accorgersi del furto proprio Barbieri, che si è recato subito in questura a sporgere denuncia. E insieme alla denuncia del furto dell’auto, Barbieri ha presentato una diffida contro chiunque tenti la divulgazione dei filmati della festa salentina. Il manager ha anche promesso una lauta ricompensa a chi gli consegna le preziose scene immortalate nella villa dei vip. Per il povero Barbieri è il secondo furto di auto in sei mesi. Ma la preoccupazione del manager è soprattutto legata al rischio che le immagini dei dvd finiscano sui siti internet oppure vengano riprese da televisioni e giornali che inseguono il gossip. Il valore di quelle immagini, a quanto pare, supererebbe quello della Ferrari svanita nel nulla. Ammette lo stesso Barbieri: «Non credo che ci siano problemi per i personaggi di cui è possibile dire il nome senza violare la loro privacy, diverso il discorso per i politici. Non c’è nessuna immagine “scandalosa”, va detto, ma comunque si tratta di scene di vita privata che vanno tutelate». Difficile dire se ci siano collegamenti tra il furto dell’auto con dentro il materiale dei video di Novaglie e le minacce ricevute. «Non voglio pensare a questo», commenta il manager, «ma ci sono troppe coincidenze, dall’esito dei processi al fatto che proprio oggi si festeggia il primo compleanno del locale. Della Ferrari mi interessa poco, mi preme recuperare i dvd». Barbieri indica uno studio legale, Lombardi di Foggia, come riferimento per l’eventuale recupero, dietro ricompensa. E insiste con la minaccia di querele per contrastare la diffusione delle immagini registrate nella villa. Immagini che raccontano una notte che deve restare “privata”.  Mauro Ciardo per”La Gazzetta del Mezzogiorno

Gianfry e Walter, le prodezze dei cofondatori (by Veneziani)

Lunedì, 20 Settembre 2010

Spappolocrazia. Il neologismo sta ad indicare che il sistema Italia è in preda allo spappolamento. Fini schizza a est, Veltroni schizza a ovest, Miccicchè schizza a sud, Bossi schizza a nord. Mastella corre a Napoli, Vendola accorre da Bari, Chiamparino soccorre da Torino, Pisanu fa il tamburino sardo, Lombardo fa il sultano siculo e nell’harem delle alleanze fa fuori una concubina al giorno. Totò Cuffaro divorzia da Casini, il cui partito è in preda allo spappolamento, come i resti di Alleanza nazionale, Di Pietro vampirizza Bersani, ma a sua volta è vampirizzato dai grillini. Si spappola il Sud in una miriade di partitini a vocazione territoriale. E il Paese trema come un budino spappolato, diviso tra Nord, Sud e Roma capitale, la scassatissima trinità. In questo clima cresce il randagismo parlamentare. Turbe di deputati privi di collare sciàmano randage per le strade della Capitale in cerca di nuove affiliazioni, nuovi padroncini e rassicurazioni di collegi. Abbaiano in interviste, tirano sul prezzo, si concedono al miglior offerente, giurano fedeltà per avere conferma di seggi o mostrano malessere per godere almeno di un’adozione a distanza. Si rivedono cari estinti: Diliberto e Ferrero riemergono dai sarcofagi del comunismo; ho visto l’altro giorno un altro glorioso trapassato, Pecoraro Scanio, operatore ecologico in senso politico, che vendeva tappeti verdi su una tivù locale. Riaffiora dopo un millennio perfino una mummia piemontese, Oscar Luigi Scalfaro, antenato paleolitico della Democrazia cristiana avanti Cristo. Si riaccendono polemiche perfino con l’antico egizio Giulio Andreotti. Attendiamo con ansia il ritorno dei ragazzi, tipo Ciriaco De Mita e Arnaldo Forlani.  Nel nostro Paese sta avvenendo qualcosa che somiglia alla fine di un lungo sceneggiato; scorrono i titoli di coda con i nomi dei partecipanti, anche alle puntate precedenti. Si preparano per il gran finale tutti quanti, comparse, protagonisti e antagonisti, per poi salutare il gentile pubblico pagante.  Dopo la partitocrazia venne la spappolocrazia. Stanchi della monarchia berlusconiana, i residui tossici dei vecchi partiti danno luogo a questa convulsa stagione di spaccature e riemersioni. Eppure avevamo raggiunto, per caso o per destino, la fortunosa coincidenza di un governo stabile, di una maggioranza larga, di un Paese che poteva tirare un sospiro di sollievo perché non aveva davanti a sé, per tre lunghissimi anni, la prospettiva di un sisma elettorale. Non c’erano elezioni in vista, poteva essere l’occasione per tutti, da destra a sinistra, per lavorare proficuamente sul futuro, ridisegnare progetti, culture politiche, selezionare classi dirigenti, prepararsi insomma alla scadenza di questo governo. Potevano investire per una volta su una doppia carta: lasciare che un governo governasse per davvero, lasciando la possibilità di realizzare il suo programma, o, dal punto di vista dell’opposizione, dimostrare la sua incapacità di farlo. E dall’altra parte avviare un laborioso piano per presentarsi nel 2013 alle urne con leader adeguati, classi dirigenti rinnovate, programmi e linguaggi adeguati alle nuove sfide. Invece no, si è preferito la cospirazione, la congiura, la scissione, il regicidio mediatico, l’anarchia dello spappolamento. Basta con il capo-popolo, hanno gridato i capetti di tanti popolini, quasi tutti al cinque per cento o giù di lì, a cominciare dai due figliocci traditori del comunismo e della missineria. Se ci fosse un Plutarco disposto a scrivere le vite parallele dei piccoli uomini che non hanno fatto la storia, ma l’hanno solo disfatta, si potrebbe scrivere una storia parallela di Walter e Gianfranco. Con Walter sparì la sinistra dal Parlamento italiano; quella radicale fu messa fuori dal cono d’alleanza, e il Pds perse la esse di sinistra per farsi un sapone neutro. Con Gianfranco sparì la destra dal Parlamento italiano, quella sociale fu messa fuori gioco, e come il pentito Brusca, Gianfranco sciolse An, ancora adolescente, nel liquido del Pdl. Liquidatori della destra e della sinistra, ora i due leaderini stanno sfasciando i rispettivi partiti di cui erano cofondatori e di cui sono ora coaffondatori. Veltroni ha più seguito di Fini, e il Pdl è ben più grosso del Pd, però la marcia è parallela. La differenza tra i due è a vantaggio di Veltroni: lui, perlomeno, ha fatto il sindaco di Roma, ha inventato un suo modellino tra notti bianche, fiction e festival, ha costruito una sua rete cine-teatral-culturale e i libri a sua firma, almeno, li scrive lui. Di Fini, invece, restano solo i comizi in tv o nelle Mirabello d’Italia, vincitore del festival delle parole vuote di cui narrava ieri il Corsera. Sono loro oggi i simboli viventi di un sistema morente, i testimonial e indossatori dello spappolamento nazionale. Benvenuti nella spappolocrazia. m. veneziani ilgiornale

Il ritorno di Veltroni puzza di stantio

Domenica, 19 Settembre 2010

veltroniAvete presente quei cinquantenni che credono e vogliono sembrare ancora giovani utilizzando vestiti e parole di moda (e il pollicione)? il ritorno di Veltroni puzza drammaticamente di vecchio. Dopo l’esperienza di sindaco della capitale doveva andare in africa e invece si candidò a segretario del pd. Dopo la sonora sconfitta impartitagli dal berlusca si dimise per far posto al nuovo. Oggi tenta il grande ritorno e quando intervistato dal tg gli chiedono se punta alle primarie si ritrare con una battuta. Solo che questa volta anche coloro che hanno voluto fermamente credere che Veltroni fosse il nuovo - pur essendo stato segretario del pds che portò al minimo storico – non possono più ingannare se stessi e riconoscono che Veltroni puzza di stantio. temis

Caro Veronesi, troppi impegni (by Gabanelli)

Martedì, 27 Luglio 2010

Caro direttore, premetto che non ho interesse per le preferenze politiche del Prof. Veronesi; è un oncologo di fama e mi aspetto che faccia tutto quello che può per curare il cancro. Da un paio d’anni è anche senatore, carica che ha accettato a patto che non gli porti via tempo per i suoi pazienti. Intento nobile verso i pazienti, meno verso i cittadini che, pagando un lauto stipendio ai senatori, si aspettano che dedichino le loro energie alla gestione politica del Paese. Ora è stato proposto il suo nome come Presidente dell’Agenzia per la Sicurezza del Nucleare, nomina che accetterebbe volentieri, di nuovo a condizione che non sottragga tempo ai suoi pazienti. Ovvero, bisognerebbe adattare le necessità di un’agenzia così delicata e fondamentale agli impegni del candidato presidente. Intanto venerdì scorso in Senato è stato approvato un decreto che gli consentirebbe, se volesse, di andare in deroga alla legge che vieta a chi ha incarichi politici di presiedere un’authority. Riguardo invece alla sua competenza in materia, scrive: «Sono un appassionato di fisica, non a caso ho ricevuto la laurea honoris causa». Nuclearista convinto, cita la Francia come modello di qualità di vita per noi italiani. Partendo dal presupposto che l’agenzia non sia un bluff ma qualcosa di straordinariamente serio, non è affatto rassicurante l’idea che venga diretta (nei ritagli di tempo) per 7 anni, da un uomo che oggi ne ha 85, anche se è il più bravo oncologo del pianeta. Presiedere l’agenzia per il nucleare vuol dire affrontare problemi di carattere tecnico, elaborare i regolamenti insieme ai commissari, dare il parere sui progetti, verificare il rispetto delle regole e prescrizioni a cui sono sottomesse le installazioni. Un lavoro certamente a tempo pieno, meglio se subordinato a una competenza specifica, più che a una passione. Siccome il Prof. Veronesi cita il modello francese, saprà che la loro agenzia (ASN) è diretta da Jean Christophe Niel, 49 anni (laureato in fisica teorica che ha ricoperto incarichi di vertice nel controllo sul ciclo del combustibile e dei rifiuti, ed è stato per anni capo del dipartimento per la sicurezza dei materiali radioattivi). Il presidente è Andrè-Claude Lacoste, 69 anni, ingegnere, da 17 anni con incarichi direttivi nel settore sicurezza nucleare. Il Prof. Veronesi ha poi espresso un’opinione sul fattore rischio («oggi calcolato quasi vicino allo zero»), che sembra non tener conto dei cosiddetti piccoli incidenti quotidiani, riportati da tutte le Agenzie, che si verificano proprio in Francia; per non parlare delle basse emissioni permanenti degli impianti, come dimostra lo studio del Prof. Hoffman ordinato dalla Cancelliera Merkel. Parlare invece di nucleare come «l’alternativa più valida al petrolio» è solo suggestivo, poiché il petrolio serve soprattutto a far muovere le macchine e solo in minima parte ad alimentare le centrali elettriche. Infatti in Francia, Paese più nuclearizzato d’Europa, il consumo procapite di petrolio è più alto rispetto a quello italiano. Succede di essere approssimativi quando ci si occupa di troppe cose.
Milena Gabanelli lettera a corsera

Meglio Gramsci che Dan Brown

Lunedì, 14 Giugno 2010

Problema: è possibile oppure no essere democratici e pure massoni? A questa piccola domanda, che per due settimane ha catturato l’attenzione dell’intero gruppo dirigente del Pd, sembra esserci finalmente una timida risposta. Una risposta che, con tanti se, con tanti ma e con tantissimi periodi ipotetici del terzo tipo, pare comunque essere qualcosa di simile a un bel “sì”. Dopo una lunghissima fase istruttoria che ha tenuto impegnato a lungo la più importante tra le commissioni del Pd (quella di garanzia) lunedì sera Luigi Berlinguer ha spiegato che sì, si può essere allo stesso tempo massoni e iscritti al Pd: a patto che al momento di aderire al partito si dimostri che l’appartenenza a una qualsiasi associazione (vale per la massoneria ma vale anche per l’Opus dei, per gli scout o, per dire, per l’Aspen Institute) non è incompatibile con la vita del partito.
Dietro la vivace disputa sulla compatibilità della massoneria non vi sono però soltanto oscure evocazioni di grembiulini o misteriose riunioni danbrowniane convocate da loschi figuri incappucciati. Il dibattito sul massone democratico sfiora infatti una delle questioni più delicate nella vita del Pd e riguarda la sua identità. Qualcuno sostiene che la formula elaborata dalla commissione contenga comunque l’intenzione di voler far scontare una pena a chiunque appartenga a una qualsiasi lobby o associazione. Ma, come ogni sforzo che viene fatto nel Pd per tentare di mettere insieme sensibilità diverse, la decisione dei garanti andrebbe in realtà letta in modo positivo.
E nel suo piccolo – per citare il Gramsci che nel 1925 intervenne su questo tema alla Camera (“Chi è contro la massoneria è contro il liberalismo”) – quella fatta dal Pd potrebbe persino suonare come una scelta liberale. Sarebbe bello che i democratici capissero che il Pd dà il suo meglio quando esercita con intelligenza la sua forza centripeta e non quando tende a coltivare con miopia le sue elitarie vocazioni minoritarie. Ma intanto non può che far piacere sapere che nel Pd c’è ancora qualcuno che preferisce ripassarsi il vecchio Gramsci piuttosto che lasciarsi incantare dalle complottistiche e sconclusionate teorie alla Dan Brown. (ilfoglio)