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L’incubo: Marina for president

Martedì, 16 Novembre 2010

Marina BerlusconiTutti guardano alla Mondadori, come se fosse quella la posta in gioco. Ma la posizione chiave, almeno per Marina B. non è certo la casa editrice. Per lei, magari si dirà un giorno, più che Segrate, potè la politica. E l’essere al centro di quello che Carlo Rossella, l’amico di famiglia di casa a Kalorama Road a Washington come all’hotel Raffles a Singapore, chiama the Big Game, il grande gioco del potere economico e politico, l’unico che interessi davvero alla figlia primogenita del presidente del Consiglio. D’altra canto, ora più che mai la politica fa parte della preziosa eredità del Cavaliere. E la politica, come le ha spiegato tante volte il padre, vuol dire leadership. Intanto Marina si è “appassionata” alla questione, convengono gli uomini del Cavaliere, e si allena incontrando, non i direttori e i commentatori del cerchio ristretto di papà, se ne guarda bene. Ma bensì gli editorialisti e gli analisti della stampa lombarda più di tono, in primis, il notista politico principe del ‘Sole 24 Ore’, Stefano Folli, potenziali Talleyrand, o magari più modestamente futuri Bonaiuti. Mille volte si è detto, nelle redazioni, nei circoli conservatori, nei salotti politici: dopo Silvio, Piersilvio. Molto più probabile: dopo Silvio, Marina. Non solo per scalare l’impero. Anche per amministrare, quando servirà, il lascito politico. E magari, chissà, scendere in campo. Dopo, certo. Dopo tanti accadimenti. Dopo che si saranno chiusi tanti tavoli ancora molto aperti. Tavoli di gran rango che espongono l’argenteria miliardaria. Ora, invece, tutto deve essere silente. E così i giochi sotterranei, con i giocatori pronti anche a cambiare di colpo i giochi. Prima di affrontare qualsiasi altra questione privata, Silvio Berlusconi deve superare lo scoglio della separazione legale da Veronica. Una separazione che nonostante le sue smentite dovrà per forza passare attraverso negoziati e trattative non solo per alimenti da maharani ma anche per le richieste di garanzie per il futuro dei tre figli Barbara, Eleonora, Luigi rispetto ai forzieri di famiglia e alle posizioni già consolidate di Marina e Piersilvio. Quando la colazione ad Arcore di una settimana fa, invitati tutti e cinque i Berlusconi jr, era stata letta come il segno e la vigilia, per esempio, di una consacrazione di Barbara nella Mondadori presieduta dalla sorellastra Marina, l’entourage del premier non ci aveva creduto e aveva fatto no con la manina. Infatti, il giorno dopo, Berlusconi aveva inaspettatamente dichiarato che Mondadori restava a Marina e che Barbara avrebbe potuto (dovuto?) percorrere altre strade. C’era da aspettarselo, in fondo. L’arrivo a Segrate della primogenita di secondo letto, 25 anni, consigliere di Fininvest, che ha dichiarato urbi et orbi quanto l’editoria sia il suo progetto e il suo sogno, è cosa da mettere su a tempo debito e certamente da far pesare agli avvocati dell’ex moglie come il segno di un grande sacrificio e di una grande concessione. Al Cavaliere si può imputare tutto, ma non di essere privo di un senso quasi animalesco del ritmo e della tempistica per gli annunci e per la comunicazione.
 Ma è anche vero che non una sola, ma più volte, sua figlia Marina, al vertice anche di Fininvest, ha confidato a persone amiche di essere pronta, al contrario della vulgata universale, a lasciare la poltrona di presidente della casa editrice qualora servisse alla serenità di suo padre e alla pax familiare. Aggiungendo che un gruppo editoriale così prestigioso dovrebbe, però, possedere anche un grande quotidiano nazional popolare. In uno scenario del genere, la poltrona potrebbe andare a Gian Arturo Ferrari, ex capo supremo dei libri Mondadori, ora al fianco dell’amministratore delegato Maurizio Costa con un incarico da padre nobile e ancora molto potente, ma soprattutto adorato da lei, affascinata (come anche l’indisciplinato alleato di suo padre, Gianfranco Fini) dall’intellettualità superiore del suddetto Ferrari. Sarebbe il via libera per Barbara. Il lasciapassare per sedersi in consiglio d’amministrazione e per la nomina a un ruolo di rilievo. Quello, secondo alcuni, di seguire le orme, riprendendone il cammino, di Leonardo Mondadori (predecessore di Marina alla presidenza) realizzando, come aveva fatto lui, progetti di riviste d’arte patinatissime e sofisticatissime, sulle quali far collaborare i più importanti artisti del pianeta. Coinvolgendo, così, nell’ideazione Martina Mondadori, proprio la figlia di Leonardo, lei sì già inserita nel cda di Segrate, cara amica di Barbara, persino sua socia nella galleria milanese molto di tendenza Cardi Black Box. Tre a due. Questa è la schedina che ossessiona il Cavaliere. La proporzione numerica tra i figli avuti dalla prima moglie Carla Dall’Oglio (ancora molto influente nella corte berlusconiana) e quelli arrivati dall’amore con Veronica Lario, è un problema anche matematico di difficile soluzione persino per un onnipotente come lui. Nonostante si affretti, ogni volta, a sminuire ufficialmente l’urgenza della questione, i figli sono cresciuti e non c’è più molto tempo per definire lo scacchiere dell’impero e i troni da distribuire. Quanto il problema sia incombente lo sa bene il suo avvocato Nicolò Ghedini, per non parlare dei più fedeli collaboratori e amici. E non conta che Luigi, l’ultimogenito di Veronica, abbia appena 21 anni. E che non mostri nessun segno dell’ambizione e della furia che animava suo padre alla sua stessa età. Ma al contrario, riveli piuttosto un certo dirazzamento, vista la sua religiosità e devozione e andando ogni anno a Lourdes persino sotto falso nome. Invece di farsi crescere i basettoni e di imbarcarsi, come il giovane Silvio nelle navi da crociera dove fare il tombeur de femmes, è diventato neo presidente della onlus Opsis che si occuperà di soggetti svantaggiati in condizioni di bisogno. Né Luigi sembra celare tra le segrete aspirazioni qualche orrenda congiura per spodestare o far traballare l’invidiabile posizione di Piersilvio nella macchina macina soldi di Mediaset di cui il fratellastro è vice presidente e ormai plenipotenziario. Anche sua sorella Eleonora, da poco laureata in America in Business management, non segnala ansie da scalate societarie fratricide, piuttosto un sincero interesse per i paesi in via di sviluppo tanto da fidanzarsi con il modello brasiliano Fernando Machado dal cognome in effetti piuttosto promettente. Un solo indizio un po’ fastidioso e malizioso emerge dalle primissime scelte di Luigi, studente Bocconi, consigliere d’amministrazione di Mediolanum dove gli azionisti di riferimento sono lo ‘zio Ennio’ Doris e Fininvest. Quello di aver investito cinque milioncini del suo ingente patrimonio in un fondo presieduto dall’economista progressista Luigi Spaventa, editorialista di ‘Repubblica’, nel 1994 candidato rivale (e sconfitto) da suo padre Silvio. Quel fondo Sator creato da Matteo Arpe, ex delfino di Cesare Geronzi, poi ripudiato, nemico giurato del banchiere di Marino, da sempre invece in sintonia con il Cavaliere.  E in sintonia con Marina che, nel 2008, un anno dopo l’arrivo di Geronzi alla presidenza di Mediobanca, è entrata nel cda di via Filodrammatici. Da sempre, centrale del Big Game, che attraversa il ‘Corriere della Sera’ come la partita Generali. Così insediata nella centrale degli equilibri del potere finanziario, forte delle tante cariche nell’impero di famiglia, potrà tranquillamente cedere la presidenza Mondadori. Visto che nel suo Big Game, si è insinuato il tarlo della politica. Tempo fa, il Cavaliere rifletteva: “In America, la politica è fatta da dinastie. Ci sono stati i Kennedy, i Bush, i Clinton”. Ed evidentemente, Silvio Berlusconi non può essere da meno. Con Marina.d.pardo espresso

Da grandi leader a grandi vecchi

Martedì, 26 Ottobre 2010

Entrambi hanno fatti gli anni a settembre. Silvio Berlusconi, il 29. Umberto Bossi dieci giorni prima, il 19. L’autunno dei patriarchi. Il settantaquattrenne generale Cavaliere. E il sessantanovenne generale Senatur. Due capi assoluti di stampo caraibico, legati da destini paralleli. Le loro creature, in questa fase di grande caos, stanno implodendo. Guerra per bande azzurre e verdi. E il quesito che scuote sottotraccia Pdl e Lega è intercambiabile: «Che fine faremo senza Berlusconi/ Bossi?». In merito, il dibattito nel Pdl è noto. Per niente quello che anima la Lega, partito leninista come suggerì Miglio buonanima. Nel corpo e nella voce di Bossi sono evidenti i segni dell’ictus del 2004, ma poi il Capo ha avuto una lenta rinascita che ancora oggi lo porta a tirare tardi la notte e a dettare l’agenda della maggioranza. Sufficiente per pronosticare alla Lega un avvenire sempre più luminoso? No. Raccontano che al Nord alcuni imprenditori in avvinamento al movimento questa domanda l’abbiano posta. Cioè: «Che succederà da voi con un eventuale post-Bossi? Mica darete il partito in mano al Trota?». Dove per Trota s’intende il giovanissimo delfino Renzo Bossi, neoconsigliere regionale della Lombardia. Dietro di lui c’è la potentissima mamma Manuela Marrone, alias la zarina, che è in stretto collegamento con il cerchio magico del marito: la sindacalista Rosi Mauro, vicepresidente del Senato; il sottosegretario Francesco Belsito; e poi i due capigruppo parlamentari, il varesino Marco Reguzzoni, anche genero dell’eurodeputato Francesco Speroni, e il veronese Federico Bricolo. Oggi la Lega è diventata un vero centro di potere, per alcuni un «postificio» come hanno documentato le nostre inchieste su Carrocciopoli, e così la domanda degli imprenditori deve fare i conti con due incognite. La prima è la salute di Bossi, ormai alla soglia dei settanta. Nel dicembre del ’91 il Senatur fu ricoverato d’urgenza all’ospedale di Varese per un’ischemia al miocardo. Pare che i medici, allora, raccomandandogli il riposo assoluto, gli dissero che aveva un cuore di vent’anni più vecchio di lui. Poi l’ictus del 2004. Poi ancora, l’operazione al cuore del 2006 a Lugano per impiantargli un pacemaker. Prima di entrare in camera operatoria, sentì Berlusconi e gli confessò: «Sono molto preoccupato, ho paura di non svegliarmi». La seconda incognita è collegata alle condizioni del Capo con il cuore da novantenne: la successione. In merito, nel nuovo libro di Bruno Vespa, c’è una frase di Bossi che sembra più un esorcismo che una dichiarazione di forza: «Sono immortale. Ma se per il bene della Lega dovrò dare un’indicazione, al momento giusto la darò». L’investitura di Renzo Bossi modello Kim Il Sung potrebbe essere una semplice boutade ma anche l’unico modo per tenere unite le anime della Lega che si fanno una guerra spietata. Dai tempi del duello Maroni-Calderoli durante l’interregno post-ictus la situazione sarebbe peggiorata di molto. Non a caso, il congresso di partito non si tiene da otto anni. L’ultima volta fu nel marzo del 2002 ad Assago e Bossi, riconfermato segretario federale, cominciò così la sua replica conclusiva: «La prossima volta sarà eletto segretario federale un giovane: adesso ne stanno crescendo». Quel tempo ancora non è venuto e nel frattempo il rischio implosione è forte. Esemplare la fotografia di partito che ha scattato il “ministeriale” Roberto Castelli in un’intervista al Giornale del giugno scorso, nei giorni del caso Brancher: «Una cosa voglio dirla: manca il gioco di squadra. Secondo me manca quello che faceva Maroni anni fa, nel ’98 quando stavamo all’opposizione, una bellissima segreteria politica che funzionava benissimo. Sarebbe opportuno rifarla. Non c’è un momento di sintesi e di collegialità, se non azioni sporadiche basate sulla buona volontà dei singoli». Parole pesanti, considerate che nella concezione leninista della Lega estrenazioni e interviste vengono calibrate sino alle virgole. E che vanno in una sola direzione: la dittatura del cosidetto cerchio magico, da cui peraltro è uscito Roberto Cota, neogovernatore del Piemonte. Altrimenti non si spiegherebbe la scenetta accaduta all’ultimo consiglio federale della Lega. Si stava parlando del caso Varese, dove l’emergente Reguzzoni è andato all’assalto dei compaesani Maroni e di Giancarlo Giorgetti, segretario della Lega lombarda. Oggetto del contendere: il commissariamento della federazione provinciale della Betlemme della Lega. Reguzzoni a favore del commissario, Maroni e Giorgetti in difesa del segretario attuale. Bossi ha esordito così: «Il segretario non va bene, va cambiato». A quel punto, per la prima volta in un consiglio federale, qualcuno ha osato contraddire il Capo. Un qualcuno che si chiama Roberto Maroni, confondatore della Lega: «Caro Umberto, ti hanno informato male. Il segretario va benissimo, è solo uno scontro di potere». Risultato: discussione aggiornata e sconfitta di Reguzzoni. Ma è in quel «ti hanno informato male» che covano tutti i rancori e i timori dei vecchi colonnelli leghisti. Il cerchio magico filtra le comunicazioni e le faide interne invece di fermarsi si estendono sempre di più. La geografia interna registra una pericolosa balcanizzazione. Le truppe dei tre Roberti ministeriali: Maroni, Calderoli e Castelli, tra di loro mai amatisi, anzi. Il già citato cerchio magico. Le ambizioni dei due governatori, il piemontese Cota e il veneto Zaia. Lo scontro tra veronesi e trevigiani, con Tosi che ha lanciato un’opa sulla segreteria regionale di Gobbo. Senza Bossi chi sarà capace di tenere insieme tutto questo? Il figlio? Reguzzoni? L’autunno del Cavaliere è simmetrico a quello suo amico Senatur. Con un problema in più. A differenza di Bossi, Berlusconi non ha nessun cordone familiare, nessun cerchio magico. Ed è proprio l’amico Umberto, nel prossimo libro di Bruno Vespa, a fare questo ritratto del premier: «Silvio è abbattuto perché ha perso la famiglia». Nell’inner circle di Palazzo Grazioli raccontano che solo due figlie, Marina ed Eleonora, vanno a trovarlo periodicamente. La solitudine, certe sere, è tale che qualche giorno fa il premier ha invitato a «mangiare qualcosa» con lui i ragazzi della scorta. E tra le deputate giovani, le uniche rimaste fedeli sono Mariarosaria Rossi e Annagrazia Calabria. Solitudine fa rima con confusione. Il Cavaliere non sa che fare. Con il partito. E soprattutto con le elezioni anticipate: rischio o tentazione? L’insofferenza, quasi un senso di nausea, per le lotte nel Pdl è venuta fuori nella frase di un paio di settimane fa: «Il calo di consensi è colpa del partito non del governo». I suoi esegeti si affrettarono a spiegare che si riferiva allo strappo finiano di Fli. In realtà, l’interpretazione autentica porterebbe all’attuale triumvirato. In particolare a Ignazio La Russa, che Berlusconi ormai chiama «il ministro La Rissa». E ancora: «Nel Pdl La Rissa litiga con tutti, non ne posso più». Allo stesso tempo però nulla può contro di lui. Per due motivi: il solido asse del ministro della Difesa con Denis Verdini e Daniela Santanché. Reduce dalla convalescenza per l’operazione alla mano sinistra, Berlusconi viene descritto umorale e «schizoide». Di qui i tentennamenti sulle urne prima del tempo. Questione politica ma anche giudiziaria, vista la tempesta sul Lodo Alfano. E più di tutto parla un’immagine, di sabato scorso. Il solito corteo presidenziale lascia Palazzo Grazioli e imbocca via del Gesù. Berlusconi è nell’auto di mezzo, con il capo appoggiato al finestrino e lo sguardo nel vuoto. Triste sabato d’autunno. f. d’esposito riformista

Gianfry e Walter, le prodezze dei cofondatori (by Veneziani)

Lunedì, 20 Settembre 2010

Spappolocrazia. Il neologismo sta ad indicare che il sistema Italia è in preda allo spappolamento. Fini schizza a est, Veltroni schizza a ovest, Miccicchè schizza a sud, Bossi schizza a nord. Mastella corre a Napoli, Vendola accorre da Bari, Chiamparino soccorre da Torino, Pisanu fa il tamburino sardo, Lombardo fa il sultano siculo e nell’harem delle alleanze fa fuori una concubina al giorno. Totò Cuffaro divorzia da Casini, il cui partito è in preda allo spappolamento, come i resti di Alleanza nazionale, Di Pietro vampirizza Bersani, ma a sua volta è vampirizzato dai grillini. Si spappola il Sud in una miriade di partitini a vocazione territoriale. E il Paese trema come un budino spappolato, diviso tra Nord, Sud e Roma capitale, la scassatissima trinità. In questo clima cresce il randagismo parlamentare. Turbe di deputati privi di collare sciàmano randage per le strade della Capitale in cerca di nuove affiliazioni, nuovi padroncini e rassicurazioni di collegi. Abbaiano in interviste, tirano sul prezzo, si concedono al miglior offerente, giurano fedeltà per avere conferma di seggi o mostrano malessere per godere almeno di un’adozione a distanza. Si rivedono cari estinti: Diliberto e Ferrero riemergono dai sarcofagi del comunismo; ho visto l’altro giorno un altro glorioso trapassato, Pecoraro Scanio, operatore ecologico in senso politico, che vendeva tappeti verdi su una tivù locale. Riaffiora dopo un millennio perfino una mummia piemontese, Oscar Luigi Scalfaro, antenato paleolitico della Democrazia cristiana avanti Cristo. Si riaccendono polemiche perfino con l’antico egizio Giulio Andreotti. Attendiamo con ansia il ritorno dei ragazzi, tipo Ciriaco De Mita e Arnaldo Forlani.  Nel nostro Paese sta avvenendo qualcosa che somiglia alla fine di un lungo sceneggiato; scorrono i titoli di coda con i nomi dei partecipanti, anche alle puntate precedenti. Si preparano per il gran finale tutti quanti, comparse, protagonisti e antagonisti, per poi salutare il gentile pubblico pagante.  Dopo la partitocrazia venne la spappolocrazia. Stanchi della monarchia berlusconiana, i residui tossici dei vecchi partiti danno luogo a questa convulsa stagione di spaccature e riemersioni. Eppure avevamo raggiunto, per caso o per destino, la fortunosa coincidenza di un governo stabile, di una maggioranza larga, di un Paese che poteva tirare un sospiro di sollievo perché non aveva davanti a sé, per tre lunghissimi anni, la prospettiva di un sisma elettorale. Non c’erano elezioni in vista, poteva essere l’occasione per tutti, da destra a sinistra, per lavorare proficuamente sul futuro, ridisegnare progetti, culture politiche, selezionare classi dirigenti, prepararsi insomma alla scadenza di questo governo. Potevano investire per una volta su una doppia carta: lasciare che un governo governasse per davvero, lasciando la possibilità di realizzare il suo programma, o, dal punto di vista dell’opposizione, dimostrare la sua incapacità di farlo. E dall’altra parte avviare un laborioso piano per presentarsi nel 2013 alle urne con leader adeguati, classi dirigenti rinnovate, programmi e linguaggi adeguati alle nuove sfide. Invece no, si è preferito la cospirazione, la congiura, la scissione, il regicidio mediatico, l’anarchia dello spappolamento. Basta con il capo-popolo, hanno gridato i capetti di tanti popolini, quasi tutti al cinque per cento o giù di lì, a cominciare dai due figliocci traditori del comunismo e della missineria. Se ci fosse un Plutarco disposto a scrivere le vite parallele dei piccoli uomini che non hanno fatto la storia, ma l’hanno solo disfatta, si potrebbe scrivere una storia parallela di Walter e Gianfranco. Con Walter sparì la sinistra dal Parlamento italiano; quella radicale fu messa fuori dal cono d’alleanza, e il Pds perse la esse di sinistra per farsi un sapone neutro. Con Gianfranco sparì la destra dal Parlamento italiano, quella sociale fu messa fuori gioco, e come il pentito Brusca, Gianfranco sciolse An, ancora adolescente, nel liquido del Pdl. Liquidatori della destra e della sinistra, ora i due leaderini stanno sfasciando i rispettivi partiti di cui erano cofondatori e di cui sono ora coaffondatori. Veltroni ha più seguito di Fini, e il Pdl è ben più grosso del Pd, però la marcia è parallela. La differenza tra i due è a vantaggio di Veltroni: lui, perlomeno, ha fatto il sindaco di Roma, ha inventato un suo modellino tra notti bianche, fiction e festival, ha costruito una sua rete cine-teatral-culturale e i libri a sua firma, almeno, li scrive lui. Di Fini, invece, restano solo i comizi in tv o nelle Mirabello d’Italia, vincitore del festival delle parole vuote di cui narrava ieri il Corsera. Sono loro oggi i simboli viventi di un sistema morente, i testimonial e indossatori dello spappolamento nazionale. Benvenuti nella spappolocrazia. m. veneziani ilgiornale

PDL alla riscossa

Venerdì, 6 Agosto 2010

berlusconiUna risposta politica al tatticismo dei finiani il giorno dopo l’astensione del neonato gruppo parlamentare sulla mozione Caliendo, il ricompattamento della galassia delle fondazioni sul ruolo di elaborazione culturale dei think tank e la conferma che il correntismo deve restare fuori dalla porta del Pdl. Muove da qui l’offensiva per la legalità e contro l’uso politico della giustizia che a fine settembre culminerà nel convegno organizzato dalle fondazioni e le associazioni che si richiamano all’area di Forza Italia, compresa Liberamente, l’associazione voluta dai ministri Frattini, Gelmini, Carfagna e Prestigiacomo che aveva mosso i primi passi strizzando l’occhio alla corrente di Fini su alcuni temi. Certo, il divorzio del presidente della Camera dal Cav. , ha accelerato il ricompattamento della grande area berlusconiana nella quale è confluito il corpaccione degli ex aenne lealisti. L’iniziativa è stata presentata ieri a Roma dallo stato maggiore del partito, ministri in testa. Ci sono tutte le fondazioni ex Fi: Foedus, Costruiamo il futuro, Free foundation, Magna Carta, Movimento per l’Italia, Riformismo e Libertà, Promotori della libertà, Fondazione Craxi, Liberamente, Noi riformatori, Nuova Forza Italia e Rete Italia) alle quali si aggiunge l’ultima nata. Si chiama “Cristoforo Colombo per le Libertà” e ne fanno parte, tra gli altri,  Claudio Scajola e Antonio Marino. All’appello hanno risposto anche Gasparri e La Russa con “Italia Protagonista” e il ‘Movimento per l’Italia’ di  Daniela Santanchè. Un fatto che di per sé dimostra come  il “virus del correntismo sta già accomodandosi fuori dalle stanze del partito”, osserva Gaetano Quagliariello. Nelle parole del vicepresidente dei senatori c’è il senso del convegno e, indirettamente, la risposta politica alle spinte legalitar-giustizialiste dei Granata e dei Bocchino (da Brancher a  Cosentino a Verdini): proporre una “sfida culturale sul tema della legalità, che fa parte dei principi indisponibili del nostro partito, che non può essere oggetto di tatticismi che vedono la nascita di nuovi raggruppamenti”, ma “che deve essere coniugato con l’uso politico della giustizia che si è fatto nel nostro Paese”. Obiettivo, dice il Guardasigilli Alfano, è dare “un suggello culturale al grande impegno del governo” per scrivere “righe certe provenienti dal Pdl e dal grande fermento culturale che lo anima”. Il passaggio successivo del ragionamento pare un messaggio al presidente della Camera quando il ministro della Giustizia spiega che non esiste una gara tra legalità e garantismo: “Legalità non vuol dire che l’atto di un pm coincida con la verità e garantismo non significa impunità” perché sono due aspetti di “uj sistema costituzionale che si tengono in modo complementare. Questo è l’assetto scolpito nella Costituzione e questo governo ha messo in piedi il più grosso sistema normativo di contrasto alle mafie dai tempi di Falcone al ministero della Giustizia”. Lo ricorda il presidente dei deputati Cicchitto citando la “lezione di Falcone che ha “alzato il livello dell’attacco alla mafia, ma avendo un uso dei pentiti veramente accorto ed attento. Lo ricorda il vicepresidente della Camera Lupi richiamando il monito di Pietro Nenni ai giovani socialisti, secondo il quale “a fare la gara a chi è più puro alla fine trovi sempre qualcuno più puro che ti epura”. Ogni riferimento a cose o persone è puramente casuale, chiosa Quagliariello ma il convitato di pietra è lì e si chiama Gianfranco Fini. Si tratta di dare “assoluta priorità” all’impegno per una giustizia giusta, è a sollecitazione del ministro Sacconi, perché, rilancia il ministro Brunetta “abbiamo la peggiore giustizia d’Europa” e occorre quindi ripartire da “organizzazione, efficienza e produttività”. Su questo la fondazione che presiede – Free – al convengno di settembre (il 28 al Tempio di Adriano) presenterà un dossier “sull’inefficienza e i costi della giustizia”. “Stiamo dalla parte della legalità” gli fa eco il ministro Carfagna ma anche di chi “mai e poi mai utilizzerà il giustizialismo forcaiolo per eliminare gli avversari politici”. Alla presentazione del convegno sono intervenuti anche i ministri Gelmini, Fitto, Michela Brambilla, il capogruppo del Pdl al Senato, Gasparri; il sottosegretario Stefania Craxi e i parlamentari, Paolo Russo, Mario Baccini, Giancarlo Lehner e Carlo Vizzini. E se le fondazioni si confermano nel ruolo di ‘pensatoio’ a supporto del Pdl, il focus sul partito lo ha fatto il Cav., convocando a Palazzo Grazioli lo stato maggiore per mettere a punto la strategia d’autunno. Che muove da un concetto di fondo: se qualcuno vuole cuocere a fuoco lento il governo e la maggioranza, l’unica via sono le urne. E se due giorni fa ha preallertato i parlamentari pidiellini invitandoli a prepararsi al voto, ieri ai suoi ha ribadito che di fronte a un’ipotesi del genere occorre rimettere mano al partito e organizzarlo al meglio, specialmente sul territorio. Un mese, prima della ripresa dei lavori parlamentari, in cui il Cav, lavorerà per serrare le fila della maggioranza e preparare il Pdl a qualsiasi eventualità elezioni comprese. Di certo l’obiettivo del premier è portare avanti il programma di governo a partire dalle riforme, ma se ciò non fosse possibile si torna davanti agli elettori. Anche per questo non c’è da perdere tempo. Intanto partirà la creazione di comitati elettorali sul modello tradizionale delle sezioni di partito che sperimentalmente in alcuni comuni medio-piccoli avranno il compito di informare i cittadini sull’attività del governo e se si andrà a elezioni anticipate di rappresentare un raccordo strategico per la campagna elettorale. Il modello su cui si basa il progetto, spiega chi ci ha lavorato, prende spunto dalla campagna comunicativa messa in piedi dal presidente degli Stato Uniti Barack Obama. Al vertice col premier hanno preso parte, tra gli altri,  Mario Mantovani, senatore del Pdl e responsabile dei ‘difensori della libertà’, militanti del centrodestra che nelle precedenti elezioni avevano il compito di vigilare sulle operazioni di voto. Rafforzare la presenza nel territorio è dunque una delle priorità e al tempo stesso la mission che in questo mese affida ai suoi. Armi affilate dunque in attesa di capire cosa faranno i finiani di Futuro e Libertà che, non escludono alcuni parlamentari pidiellini,  possano ripetere anche per altri provvedimenti, l’esperimento della mozione Caliendo insieme all’Udc e all’Api di Francesco Rutelli. E puntuale come ogni giorno arriva il “vaticinio” del pasdaran finiano Granata: a settembre “ne vedremo delle belle”,  preannunciando una strategia d’attacco sui provvedimenti per la giustizia. Ma Bossi taglia corto: in caso di elezioni anticipate “con la Lega si vincono e con il Pdl spazzeremo via tutto”. (l.bigozzi, l’occidentale)

La Gelmini riforma la Moratti

Martedì, 3 Agosto 2010

gelminiQualcuno ricordi al ministro Gelmini che la legge sull’università che sta riformando è quella della Moratti, ministro del governo Berlusconi! forse un pò di prudenza – virtù per eccellenza dei moderati, quali dovrebbero essere i Pdl – sarebbe opportuna invece di sbandierare questa riforma come la grande rivoluzione che salverà l’università e l’Italia!

Le faide della Libertà

Giovedì, 15 Luglio 2010

Veleni. La Gelmini attacca Verdini ma con lui si incontrò per Liberamente insieme al piduista Bisignani. Le intercettazioni su Letta. Scajola alla finestra. La bella parlamentare campana Nunzia De Girolamo affossata in un divanetto della Camera compulsa nevroticamente la tastiera del cellulare: «Tutto è possibile. L’aria è pessima». Con Fini è guerra? «Mi pare proprio di sì, non vedo segnali di pace». Più che sulle intercettazioni i caschi blu dell’Onu servirebbero per arginare la balcanizzazione del Pdl. Pochi metri più avanti Pasquale Viespoli parla dell’appello sottoscritto da una trentina di finiani dialoganti, tra deputati e senatori, per arrivare a una tregua tra i co-fondatori del Pdl: «Per andare avanti serve un accordo politico. Non c’è alternativa». E però i finiani non sono tutti d’accordo tra loro. L’appello presentato in mattinata da Andrea Augello – al quale ha aderito con una lettera anche Gianni Alemanno – con l’obiettivo di «rasserenare il clima» non è stato firmato da un bel pezzo di Generazione Italia. In calce non ci sono le firme né di Bocchino, né di Briguglio, né di Giulia Bongiorno, né di Flavia Perina o di Fabio Granata. Mancano i finiani duri. Per la serie, fratelli coltelli: «Non mi pare – taglia corto Viespoli – esistano i deputati di Generazione Italia. Sono una categoria che non conosco». Roberto Menia, seduto accanto, se la ride compiaciuto. Per sicurezza ha da poco fondato la sua associazione, Area nazionale, il cui acronimo è An. La balcanizzazione, appunto. Pure del finismo. Perché lui, il presidente della Camera, ha scelto di stare a guardare, per ora, il logoramento del governo in attesa degli sviluppi delle inchieste. E di vedere se il Palazzo reggerà alla prossima valanga di scandali. Il primo impatto del dossier P3 l’ha definito «devastante». E pensa che non è finita. Nel frattempo, da esperto pianista, alterna i tasti bianchi dei dialoganti con quelli neri dell’area dura della sua area per suonare lo spartito. E così Augello e Moffa hanno recapitato ai berlusconiani le condizioni per un accordo: azzeramento classi dirigenti, congresso, patto di legislatura. Mentre Italo Bocchino picchia duro sulla questione morale, chiede le dimissioni di Cosentino, si dice pronto a votare la mozione di sfiducia delle opposizioni sul sottosegretario di Casal di Principe. E, soprattutto, denuncia che circolano veleni per zittirlo: «Ho appreso dalla stampa – afferma Bocchino – di un’azione di dossieraggio nei miei confronti con la preparazione di falsi atti giudiziari e l’utilizzo fraudolento di timbri della Dia. Premesso che nessuna opera di questo genere può preoccuparmi né intimorirmi, va detto che siamo di fronte a una vicenda inquietante di cui è opportuno conoscere i contorni, i contenuti, i committenti e gli utilizzatori finali». È bastato il termine, «utilizzatore finale», già usato da Ghedini per difendere il premier ai tempi del sexgate, per mandare su di giri gli uomini del Cavaliere: «Ce l’aveva col Capo? Chi è l’utilizzatore finale che vuol far fuori Bocchino? E di che materiale di tratta?». Veleni. Sospetti, forse. La paura è che le redazioni siano piene di arsenali pronti ad esplodere, di ogni tipo, politici, affaristici, sessuali. E in pochi scommettono in un lieto fine di legislatura. Ogni giorno un colpo giudiziario. E ogni colpo una faida nel Pdl. In molti temono il botto. Ovvero che prima o poi esca il nome di Gianni Letta. Guarda caso – fanno notare i più esperti – anche in questa vicenda della P3 viene nominato ma ne esce limpido, visto che secondo Repubblica i nuovi manovali della nuova loggia non sono riusciti a contattarlo: «Delle due l’una – ragionano nel Palazzo – o è un santo o siamo di fronte a segnali che le intercettazioni su di lui ci sono». C’è chi dice – il Riformista l’ha già scritto – che telefonate del potente sottosegretario siano in possesso di un grande quotidiano, pronte ad uscire al momento opportuno. E la paura continua. Nell’inner circle del premier raccontano che in questo clima torbido il Cavaliere è furioso per la guerra tra bande sotto il cielo berlusconiano. Pure se le bande sono di fedelissimi. Come la fondazione Liberamente, ad esempio, di Franco Frattini, Mariastella Gelmini, Mara Carfagna. Tanto che il premier è sobbalzato sulla sedia quando sfogliando i giornali di ieri ha letto che la Carfagna, di fatto, ha chiesto le dimissioni di Nicola Cosentino: parole che sembravano pronunciate dai finiani.
 Come se non bastasse pure da «Mariastella» è arrivato un altro colpo al cuore. Sul Giornale il ministro dell’Istruzione ha proposto un coordinatore unico per il Pdl proprio nel momento in cui Denis Verdini rischia di essere travolto dall’inchiesta sulla P3. E proprio ora che il Capo ha chiesto di fare quadrato contro la «montatura dei giornali» in nome del garantismo. Non solo: qualche giorno fa a un convegno promosso da Liberamente a Siracusa Gianfranco Micciché non è stato tenero nei confronti del triumviro toscano. Ebbene, pronto un dossier anche su Mariastella, nella grande faida pidiellina. Raccontano nelle segrete stanze del potere berlusconiano che una settimana fa la Gelmini si è fatta accompagnare a via dell’Umiltà per incontrare Verdini da Luigi Bisignani, uno dei reclutatori della P2 di Licio Gelli il cui nome è riemerso nell’ambito delle ricostruzioni sulla ragnatela di potere della P3. Come mai il ministro avrebbe chiesto all’uomo forte della P2 di accompagnarla da Verdini per illustrare il progetto di una fondazione come Liberamente? Perché ha scelto proprio lui come “padrino” per convincere Verdini di una corrente, la cui nascita lo lasciava perplesso? Chissà. E chissà se è un caso che il guardasigilli Angelino Alfano, corteggiato dagli iper-berlusconiani della fondazione, si è tenuto alla larga dalla fondazione di Mariastar. Misteri di fine impero, forse. Dove qualcuno cadrà sotto i colpi delle inchieste. E dove chi è già caduto pensa di rialzarsi. Come Claudio Scajola. A una trentina di fedelissimi riuniti a cena la scorsa settimana ha spiegato che per ora lui rimarrà sottotraccia, almeno finché non uscirà dalla tempesta giudiziaria. Il che non significa stare fermi. Anzi: «I nostri referenti nel partito – ha spiegato ai suoi – sono Cicchitto e Quagliariello. Mi raccomando, alla Camera, dove la situazione è delicata coi finiani, bisogna fare quadrato attorno a Fabrizio per tenere il gruppo il più compatto possibile». Già, la compattezza. In attesa che altri veleni azzoppino qualche altra banda. ( a. de angelis riformista)

L’opposizione fatta in casa (by Ostellino)

Lunedì, 12 Luglio 2010

In assenza di opposizione «esterna» — il centrosinistra, privo di identità, sembra incapace di essere un’alternativa ideale e programmatica credibile — il centrodestra si è creato un’opposizione «interna». Che Berlusconi identifica nelle esternazioni di Fini, ma che, nei fatti, sta concretandosi nella Lega, cioè nel suo azionista privilegiato. La prospettiva, per ora remota, ma possibile, è che, sulle rovine del primo- berlusconismo — quello della «rivoluzione liberale» mancata, cui ormai anche il Cavaliere sembra avere definitivamente abdicato — e della corsa alla sua successione alla guida del Paese, si innesti un processo che dia vita a soluzioni tanto poco identitarie, sotto il profilo etico- politico, e, soprattutto, assai poco nazionali, da prefigurare un duplice rischio. Primo: sotto il profilo etico-politico, la scomparsa della rappresentanza dei ceti moderati, la ri-frammentazione, anche a sinistra (fra riformisti e conservatori), del sistema, la nascita di una sorta di «sindrome di Weimar»— interprete dell’incapacità dei partiti di esercitare un ruolo di direzione — che crei lo spazio per un «benevolo dispotismo» tecnocratico e decisionista. In sostanza, governi tecnici, non direttamente eletti. Secondo: sotto il profilo nazionale, la crescita di una tendenza alla «secessione democratica», da parte della popolazione del Nord nei confronti del Sud, sulla base di una forma di rivendicazionismo speculare, e opposto, a quello che fino all’altro ieri era stato del meridionalismo anti-unitario del Sud nei confronti del Nord. Ernesto Galli della Loggia attribuisce la crisi della Politica a carenza di progettualità. È la politica cui la sinistra, in passato, attribuiva la funzione razionalistica di modellare la Società. A me pare, invece, si tratti di una crisi strutturale. La Società italiana è, dal XIII secolo, corporativa, e nei suoi confronti il potere politico — prima comunale, poi statuale — ha sempre operato come «mediatore» fra le corporazioni in competizione. Oggi—a causa della crisi economica e data la scarsità di risorse da distribuire — anche la Funzione pubblica è una corporazione essa stessa, col risultato di accrescere la conflittualità generale. L’interprete autentico di tale involuzione è la Lega, che ha tradotto in rivendicazionismo locale il neocorporativismo pubblico. Ma, alzando progressivamente il prezzo di azionista privilegiato nella coalizione, essa sta entrando in rotta di collisione con quel poco che ancora rimane della politica nazionale e riformista nel berlusconismo. La rivolta delle regioni contro i tagli della manovra ne è l’epifenomeno; la traduzione, «familista», del corporativismo localista in conflitto con quello statuale. È una spirale dalla quale il centrodestra, e la stessa Lega, sembrano incapaci di uscire, per ragioni oggettive, e perché Fini, con le sue sortite, offre loro una giustificazione. (p. ostellino, corriere)

 

Un’altra maggioranza? solo se lo vuole Bossi

Mercoledì, 7 Luglio 2010

«Una nuova maggioranza si trova in dieci minuti». La battuta di Pier Ferdinando Casini, sfornata all’epoca dell’ultimo grosso trabalzone del governo, è tornata di attualità ora che sono di nuovo in circolazione ipotesi di esecutivi tecnici, larghe intese e governissimi. In realtà, i minuti necessari per ribaltare gli equilibri parlamentari non erano dieci allora e non sono dieci adesso. Anzi, ammesso e non concesso che la paralisi della maggioranza sfoci in una crisi formale, le elezioni anticipate restano di gran lunga l’esito più probabile. A meno che cominci a prendere consistenza reale un’altra battuta: e se fosse Umberto Bossi a staccare la spina al governo? A sinistra è l’auspicio (non del tutto infondato) di Pier Luigi Bersani, a destra il terrore di Silvio Berlusconi e di molti berlusconiani, di tutti è convinzione che solo una virata della Lega può portare a un cambio d’inquilino a Palazzo Chigi senza passare per le urne. Inutile, invece, mettersi a fare di conto sui finiani. Il presidente della Camera può anche riuscire – in caso di scissione o, come si preferisce dire adesso, di «separazione consensuale» – a portare con sé una pattuglia di deputati e senatori sufficiente per far mancare i numeri alla maggioranza, ma l’ultima impresa nella quale può imbarcarsi è far nascere un governo-ribaltone aggiungendo i propri voti a quelli dei partiti attualmente all’opposizione. Questa sì sarebbe pura fantapolitica, oltre che il suicidio politico di Fini. La verità è che solo una mossa di Bossi può rimettere davvero la palla al Quirinale, per usare l’espressione di Enrico Letta. E di questo è ben consapevole lo stesso Fini: solo il Carroccio potrebbe mettersi di traverso sulla strada di eventuali elezioni volute da Berlusconi per regolare i conti con i suoi avversari. Beninteso, non certo per affinità con i detrattori del governo. La valutazione di Bossi sarà tutta improntata al pragmatismo: per ora, è ancora questo l’esecutivo che meglio garantisce l’avanzamento del federalismo. Tra qualche tempo, non è detto che sia ancora questa l’opinione dei vertici leghisti. Il destino della legislatura passa tutto da qui. Il giorno dopo lo scontro pubblico alla direzione del Pdl tra Berlusconi e Fini, Bossi si fece intervistare dalla Padania per dichiarare che, essendo a rischio il federalismo, poteva considerarsi sciolto il vincolo di coalizione e possibile l’apertura formale della crisi. In quel caso la Lega giocò di sponda col Cavaliere, che aveva bisogno di dimostrare quanto concreta fosse la minaccia di elezioni anticipate. Lanciato il messaggio, l’allarme leghista rientrò velocemente. Ma più il tempo passa, più la crisi del centrodestra si materializza in cali di consenso certificati dai sondaggi, meno è percorribile la via delle urne per chi, come la Lega, ha innanzitutto a cuore che la road map federalista non si interrompa bruscamente. Quanto a lungo la Lega può tollerare che il suo unico vero scopo di legislatura sia messo a rischio dagli stenti della coalizione? Quanto a lungo può durare, soprattutto nei confronti del proprio elettorato, il bluff di un federalismo senza risorse portato avanti a colpi di invenzioni lessicali (l’ultima, il «federalismo municipale») più che di passaggi realizzativi veri e propri? E se in autunno Tremonti fosse costretto a una correzione dei conti, con ulteriore danno per i piani federalisti? Domande che nello Stato maggiore leghista circolano da tempo. Malumori che sono arrivati alle orecchie di Berlusconi e hanno già trovato pubblico sfogo: non va dimenticato che è stato Bossi, col discorso di Pontida, a far esplodere definitivamente il caso Brancher. Ecco perché, pur nel mezzo della nuova insurrezione finiana sulla legalità, è proprio al Senatur che Bersani ha fatto appello affinché «molli il miliardario». Il segretario democratico ha accompagnato le sue parole con un messaggio chiarissimo: «Il federalismo sta a cuore anche a noi, ma così non si va da nessuna parte…». Nel dichiararsi «pronto ad altre ipotesi se il governo non ce la fa», Bersani si è insomma affrettato a precisare che il federalismo resterebbe in cima all’agenda del dopo-Berlusconi. Anche dalle parti del Pd il concetto è chiaro: Fini può far rumore e titolo sui giornali, ma solo Bossi può davvero disarcionare il Cavaliere. (s. cappellini riformista)

Il predellino 2

Martedì, 6 Luglio 2010

È andata bene, il pubblico della Festa dell’Unità di Roma lo ha applaudito ma senza avvolgerlo in ovazioni «compromettenti» e così, a fine dibattito Italo Bocchino, capofila dei finiani, può chiacchierare rilassatamente con Roberto Morassut del Pd: «Andarcene noi dal Pdl? Ma no, semmai è Berlusconi che potrebbe andarsene!». Una battuta che scherzosamente amplifica, deformandola, una delle voci che circolano in queste ore: il Cavaliere è talmente indignato dal comportamento di Gianfranco Fini, che potrebbe lanciarsi in una pubblica, unilaterale dichiarazione di «fine rapporto». Non una vera e propria espulsione – persino per Berlusconi è complicato comminarla soltanto per un dissenso – ma semmai una dichiarazione talmente hard da rendere impossibile a Fini di restare. Si va dunque verso un «Predellino-2»? O invece verso una separazione consensuale, con una federazione tra il partito dei berlusconiani e quello dei finiani? Una cosa è certa: oramai nel «mondo Pdl» – dove è sempre possibile tutto e il suo contrario – si sta ragionando concretamente su un divorzio di cui finora si è molto scritto ma senza mai passare all’azione.  Acque agitatissime nel Pdl, ma sotto le onde anche tra i «finiani» si sono oramai formate due diverse correnti di pensiero. E oggi – in un incontro ad hoc – il capofila dei senatori, Andrea Augello, spiegherà a Fini che non è il caso di tirare la corda sempre e comunque. Certo, i 45 parlamentari finiani pensano tutti che la panacea sarebbe continuare la «guerra di logoramento» all’interno del Pdl, ma nel drappello dei senatori si è insinuato il dubbio che in realtà Fini punti alla separazione consensuale. Tanto è vero che Bocchino scrive sul sito di «Generazione Italia»: «Se qualcuno vuole trasformare il Pdl da partito unitario in federazione se ne può discutere». E il siciliano Carmelo Briguglio rincara: «Senza espulsioni potrebbero nascere due soggetti fedeli al governo, con la neutralizzazione del simbolo Pdl…». Ma la maggior parte dei finiani non ne vuole sentire parlare, compresi personaggi vicini a Fini. Come Silvano Moffa: «La cosa più importante è trovare un punto di equilibrio per il nuovo assetto del partito». O come Adolfo Urso: «Il Pdl è l’unica nostra casa comune». E Fini? Ieri, ad Ansedonia, si è goduto l’esito della vicenda-Brancher, dopo che i suoi «sherpa» avevano fatto sapere a Berlusconi che se il ministro non si fosse dimesso, i finiani non avrebbero votato la mozione di sfiducia delle opposizioni, ma spiegando in aula le ragioni che avrebbero consigliato le dimissioni. Ma ora che Brancher ha sgombrato il campo, a Fini resta il problema del suo rapporto con Berlusconi. A chi lo informava delle intenzioni del Cavaliere di strappare, di lanciarsi in una sorta di “Predellino-2”, Fini ha risposto in modo paradossale: «Ma in quel caso il Pdl resterebbe a noi!». Certo, una battuta. Ma oramai il presidente della Camera lo ha capito: pur di liberarsi di lui, Berlusconi le sta tentando tutte, ma l’idea giusta non è ancora riuscito a trovarla. (f. martini lstampa.it)

Dietro Brancher, la guerra dei colonnelli

Lunedì, 28 Giugno 2010

Il “caso” Brancher apre un nuovo fronte di tensioni: dentro il Pdl, tra Pdl e Lega. Ma dice anche molto su cosa sta accadendo nell’apparente “moloch” leghista dove da diversi mesi è in atto un conflitto tra i “colonnelli” per la successione al Senatur. Per il Cav. invece, è una grana in più che rischia di avere effetti negativi sull’immagine del governo e sul cammino delle riforme costituzionali, a cominciare dal legittimo impedimento finito nel mirino del Colle per il caso specifico e che ora potrebbe finire anche in quello della Consulta. Una evidente invasione di campo quella di Napolitano, ma il punto è che d’ora in avanti traghettare la norma (ha carattere temporaneo) nella costituzionalizzazione del Lodo Alfano per la maggioranza rappresenterà un’impresa, non certo una passeggiata. Con le opposizioni già pronte alla sfiducia nei confronti di Brancher e determinate al muro contro muro, con l’Udc che dopo aver spinto per estendere lo scudo anche ai ministri, oggi fa intendere che così non va più bene. Ieri il neo-ministro al Decentramento ha confermato che non lo userà nel processo sulla scalata di Bpi ad Antonveneta che lo vede tra gli imputati e ha stigmatizzato l’onda lunga delle polemiche, confermando che di dimissioni non si parla. Evidentemente, la moral suasion del Cav. dal Canada, ha evitato ulteriori danni, eppure sul piano politico la vicenda rischia di complicare il quadro. Nel Pdl, infatti, i finiani con Bocchino si intestano la “vittoria” dopo l’ennesimo pressing mediatico (non negli organi di partito che invocano ogni due per tre) sul premier cercando strumentalmente di accreditarsi come la “parte” sana del partito, ma è nella Lega che i nodi stanno venendo al pettine. Da un pò di tempo a questa parte “la Lega non è più la Lega” ammette a mezza voce una camicia verde della prima ora, che vuole restare nell’anonimato. Del resto, la consegna è ferrea e il codice interno non ammette defezioni, da sempre: bocche rigorosamente cucite per tutelare l’aura di compattezza e concordia attorno al partito del Po. Tuttavia, i malumori che da tempo covano sotto la cenere, oggi cominciano ad emergere anche tra gli integralisti più coriacei. E la nomina di Brancher a ministro è solo l’ultimo segnale in ordine temporale. Tanto è vero che prima il Carroccio ha tentato di farla passare come una iniziativa estemporanea del Cav., non concordata con l’alleato di ferro, salvo poi costatare che al giuramento di Brancher al Quirinale c’erano in qualità di “padrini” (come ironicamente si sono autodefiniti)  Calderoli e Tremonti. Poi, dopo lo scivolone “dell’amico Aldo” sul legittimo impedimento ha di fatto mollato quell’ufficiale di collegamento tra il Senatur e il Cav. col quale il rapporto è sempre stato saldissimo. Lo stesso Calderoli lo ha bollato parlando di mossa poco furba e rispendendo la patata bollente nel campo del Pdl.  Ma cosa c’è dietro? Tutto ruota attorno al federalismo, dossier sul quale la Lega ha puntato tutto senza considerare che la contingenza del momento (crisi internazionale) e i ritardi di Tremonti sui costi reali dela riforma ne avrebbero quantomeno rallentato il cammino. A questo si aggiunge la guerra interna di posizionamento che tra i colonnelli leghisti si è aperta da alcuni mesi per la successione al leader. E sarebbe stato proprio il livello di fibrillazione nel Carroccio, il campanello di allarme che avrebbe spinto Berlusconi a nominare un suo fedelissimo nella cabina di regia del federalismo, ufficialmente per collaborare con Bossi e Calderoli, di fatto per monitorare le mosse dell’alleato. Le tensioni oltre-Po cominciano ad emergere in maniera evidente alla vigilia delle elezioni regionali, quando il Senatur decide di candidare il figlio Renzo a Brescia stringendo un accordo con i Camparini, famiglia di peso (politico) nel territorio. E’ a quel punto che tra i vertici inizia a serpeggiare un certo malumore. Il secondo segnale sta nella competizione aperta tra i colonnelli: Maroni, Calderoli, Giorgetti e Castelli (quest’ultimo più defilato) e l’ala veneta guidata da Zaia e Tosi.Ma anche tra questi ultimi la competizione si apre nel momento in cui Zaia viene preferito al rampante sindaco di Verona per la poltrona di Galan. Il terzo segnale sta nell’intervista al Corsera che Maroni rilascia subito dopo la vittoria elettorale, nella quale lancia un messaggio che ai suoi è sembrato sospetto: il titolare del Viminale dice che ora è il momento di fare le riforme, intendendo tutte le riforme non solo quella federale. La mossa viene letta come un modo per intestarsi la leadership della Lega. La contromossa è immediata: Calderoli sale al Colle con in tasca la “sua” riforma istituzionale, da un lato per stoppare le ambizioni di Maroni e riaccreditarsi come il vero ministro delle riforme, dall’altro per portare acqua al mulino del Senatur. L’iniziativa fa infuriare Fini convinto che dietro vi sia lo zampino del Cav. Ennesimo abbaglio. Gli zampini, invece, erano tutti leghisti. In questa condizione di maretta si va avanti fino alla manovra economica, nuovo elemento di tensione dentro il Carroccio. Perché a guastare la festa ci si mette pure Formigoni che del decreto Tremonti non contesta l’obiettivo prioritario, ma sul piano politico dalla Lombardia si mette alla testa degli enti virtuosi che non vogliono essere penalizzati, togliendo così la ribalta alla Lega ma al tempo stesso mettendola in crisi, dal momento che Bossi e Calderoli avevano rassicurato governatori e popolo del Nord che la manovra andava bene così. In più, Tremonti non contrasta apertamente la protesta formigoniana e questo fa infuriare il Carroccio che col ministro del Tesoro aveva stretto un patto di non belligeranza in cambio del via libera ai decreti attuativi del federalismo. In realtà, il motivo del ritardo tremontiano nel calcolo dei costi federalisti sta nel rischio che in un momento come questo si possa creare incertezza nei mercati per il fatto che nella fase di transizione,  insieme ai benefici del decentramento, alle venti regioni andrà anche il trasferimento di parte del debito pubblico. Ora, è il ragionamento nei ranghi della maggioranza, se vi sono regioni virtuose e a posto coi conti e quindi affidabili agli occhi dei mercati, ve ne sono altre con parametri non proprio eccelsi che dovranno far fronte all’impegno. Starebbe in questa valutazione il nodo che spazientisce la Lega e in particolare Calderoli che col capo aveva rassicurato l’elettorato. Un problema serissimo per il Senatur che non può permettersi di stare per la terza volta al governo e non riuscire a portare a casa il federalismo. C’è un altro aspetto che racconta la guerra di posizionamento tra i colonnelli leghisti. Se Calderoli cerca di chiudere con Tremonti sulla manovra e Maroni si candida a vero successore,  c’è il terzo “incomodo” Giorgetti (da molti definito l’ombra di Bossi) che conduce la “sua” partita a un passo dal Senatur. In molti nel centrodestra hanno letto – forse con eccessiva malizia – nell’iter a singhiozzo del codice per le autonomie (la riforma del testo unico degli enti locali) considerato una “creatura” di Calderoli, una mossa per stoppare le fughe in avanti del ministro della Semplificazione. Licenziato dalla prima commissione, il codice arriva in Aula ma la commissione Bilancio presieduta dallo stesso Giorgetti pone alcuni paletti anche in considerazione dei vincoli imposti da Tremonti. Fatto sta che l’esame del testo viene sospeso per una settimana (riprenderà da martedì) e sostituito con quello sulle fondazioni e gli enti lirici. In tutta questa Babele, Berlusconi ha capito che fidarsi è bene e non fidarsi è meglio. Ecco perché decide di mettere un suo uomo dentro il dossier del federalismo e sceglie Brancher già sottosegretario di Bossi alle riforme. Un modo per avere un voto in più dalla sua in Consiglio dei ministri, ma anche per controllare da “dentro” le mosse della Lega e al tempo stesso per evitare che i ritardi sull’attuazione del federalismo possano avere contraccolpi nella maggioranza. Un fatto è certo: il Cav. non ha alcuna intenzione di diventare ostaggio da un lato di Fini (che assomiglia sempre più a un alleato piuttosto che al cofondatore) e dall’altro di Bossi e di essere privato dell’arma, almeno minacciata, delle elezioni anticipate. Il Senatur ha capito il gioco del premier – dicono dalla maggioranza – tanto è vero che ieri ha mandato un doppio messaggio: un attacco a freddo a Fini e un invito indiretto a Berlusconi. Come a dire: non faccio la sponda con il presidente della Camera ma tu non puoi pensare attraverso la nomina di Brancher di manovrare dentro al mio partito. Insomma, in questo quadro interno alla maggioranza e coi rapporti nuovamente tesi col Colle , riprendere le fila del discorso e rimettere le cose in ordine per il premier è un compito alquanto complesso. L’unica via per liberarsi dalla manovra a tenaglia, è cambiare tavolo di gioco. E la mossa del Cav. che in molti nel Pdl danno per imminente o almeno auspicano, potrebbe ancora una volta ribaltare la situazione. Spezzando la tenaglia e  riprendendo in mano il timone. (l. bigozzi loccidentale)