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Preti pedofili, in Olanda nella … media

Giovedì, 22 Dicembre 2011

Sono circolate negli ultimi giorni molte notizie di stampa sul rapporto della Commissione d’inchiesta sugli abusi di minori affidati alle responsabilità di istituzioni e parrocchie cattoliche in Olanda, pubblicato la settimana scorsa. Palesemente, molti di coloro che ne parlano non hanno letto il rapporto. Se n’è lamentata in Olanda la stessa Commissione. Che cosa è veramente successo? A fronte di campagne di stampa, nel 2010 la Conferenza episcopale olandese e la Conferenza dei religiosi olandesi hanno creato una Commissione d’inchiesta indipendente composta da docenti universitari cattolici – alcuni dei quali piuttosto «progressisti» – e non cattolici, incaricandola di raccogliere e analizzare dati nell’arco di tempo che va dal 1945 al 2010. Questa Commissione ha ora reso il suo rapporto. Nel presentare i dati quantitativi, la Commissione precisa che riguardano abusi su minori di 18 anni e che non ha neppure tentato di disaggregare i numeri relativi ai casi di vera e propria pedofilia – cioè di abusi su minori prepuberi – che sono peraltro certamente minoritari rispetto al totale. Fa pure notare che le cifre riguardano accusati e non colpevoli: è statisticamente verosimile che una percentuale degli accusati sia innocente, e i condannati da tribunali civili ed ecclesiastici sono molto pochi. Infine, è sbagliato riferire queste cifre a «preti che abusano», dal momento che comprendono tutti i dipendenti di parrocchie, scuole e istituti religiosi, molti dei quali sono laici. Utilizzando il metodo che era stato adottato negli Stati Uniti nei tre famosi rapporti del John Jay College, cioè scavando negli archivi dello Stato e della Chiesa, la Commissione è arrivata a un totale di 1.795 accuse di abuso su minori in un contesto cattolico nei sessantacinque anni esaminati: 27 accuse all’anno, che è una cifra percentualmente coerente con quelle statunitensi. La Commissione però ha seguito anche un altro metodo, spedendo 34.000 questionari a cittadini olandesi maggiori di quarant’anni. Con un’elaborazione matematica di questi dati ha concluso che i casi di abusi da parte di personale cattolico nei 65 anni dal 1945 al 2010 potrebbero essere molti di più di quelli che hanno dato luogo a specifiche accuse, e sarebbero tra i diecimila e i ventimila, con circa 800 «responsabili» – non tutti preti -, 105 dei quali sarebbero ancora vivi. Naturalmente la Commissione si rende conto, e lo scrive, che un’indagine condotta mediante questionari sui ricordi degli olandesi produce risultati incerti e da valutare con molta cautela, «perché parliamo di un periodo di 65 anni, perché la memoria umana è fallibile e perché le opinioni su che cosa costituisca un abuso sessuale divergono». Non c’è neppure bisogno di dire che tutte queste cautele sono sparite nei resoconti giornalistici sul rapporto. Così come è sparito un altro elemento essenziale. In coerenza con tutta la letteratura sociologica internazionale anche la ricerca olandese – con tutti i suoi problemi metodologici, francamente ammessi – conferma che, mentre è diffusa l’idea «che l’abuso sessuale si verifichi in modo significativamente più frequente nella Chiesa Cattolica che in altri contesti analoghi (istituzioni non cattoliche), questo non è affatto vero sulla base della nostra indagine». Gli abusi di minori sono da anni una piaga più diffusa in Olanda che altrove, e il rapporto ci ricorda che nel Paese dei tulipani «ogni anno più di centomila bambini sono vittima di abusi: mentali, fisici ma anche – come i dati della nostra ricerca hanno mostrato – sessuali». Le istituzioni cattoliche in Olanda non sono un ambiente più pericoloso di altri per i bambini. Quali sono le cause di questi abusi? Il rapporto distingue fra cause che riguardano la società olandese in generale – caratterizzata da impulsi libertari che talora hanno giustificato ogni forma di sperimentazione sessuale, pedofilia compresa – e cause interne alla Chiesa Cattolica. Fra queste dà rilievo a una pessima selezione e formazione dei candidati al sacerdozio, specialmente negli anni 1960 e 1970. Nonostante gli ammonimenti romani, candidati con evidenti problemi psicologici e sessuali erano sistematicamente ordinati, anche perché i centri psichiatrici incaricati dalle diocesi di valutazioni indipendenti dei seminaristi a loro volta spesso condividevano idee libertarie in tema di sessualità. Rimaneva anche in vigore una pratica di reclutamento di seminaristi molto giovani e non in grado di comprendere che cosa implica il celibato. Peggio, dopo il Vaticano II alcuni vescovi olandesi ordinavano candidati che non intendevano vivere il celibato, assicurando loro che presto Roma avrebbe ceduto e avrebbero potuto tranquillamente sposarsi. Sul celibato, precisamente, il rapporto cerca un difficile equilibrio fra dati statistici e opinioni «progressiste» favorevoli al matrimonio dei sacerdoti diffuse – e se ne dà atto – nella Chiesa olandese e tra gli stessi membri della Commissione. Afferma così che sul piano sociologico «non ci sono prove» di un’influenza del celibato sugli abusi, precisamente perché gli abusi sono percentualmente maggiori in ambienti non cattolici e non celibatari. Ma scrive pure che, interpellando oltre ai sociologi anche alcuni psicologi, la Commissione ha raccolto e fa sua l’opinione secondo cui «non è inconcepibile» che un modo immaturo di vivere il celibato porti alcuni sacerdoti agli abusi. Di particolare interesse è la parte sulle reazioni dei vescovi olandesi, che distingue tre diversi periodi: un tentativo di reprimere gli abusi, pur non comprendendo totalmente il problema, negli anni 1950; una cultura del silenzio e una gravissima negligenza dagli anni 1960 agli anni 1990; e una nuova severità, recependo le direttive vaticane, negli anni 2000. Il rapporto indulge a un po’ di retorica liberal sul carattere chiuso e patriarcale della Chiesa-istituzione, ma è difficile non notare come le peggiori negligenze di vescovi e superiori religiosi si siano verificate in coincidenza con l’egemonia in Olanda di una teologia progressista che minava in particolare i fondamenti tradizionali della morale. Con qualche concessione talora eccessiva al linguaggio di quella stessa teologia, e con i problemi metodologici che ho fatto notare, il rapporto dipinge un quadro sostanzialmente realistico. «L’incidenza di abusi sessuali di minori nella Chiesa Cattolica olandese nel periodo 1945-2010 è relativamente piccola in termini percentuali, ma è un serio problema in numeri assoluti». Nella Chiesa Cattolica olandese non ci sono stati in percentuale più abusi che nelle altre istituzioni olandesi in contatto regolare con minori, e solo una percentuale infima del clero è stata coinvolta. Tuttavia questi casi in numeri assoluti sono sempre troppi, chiamano in causa la cattiva gestione dei seminari e delle diocesi e un clima di diffusa contestazione della teologia morale cattolica. E giustificano le severissime parole del Papa su episodi vergognosi che disonorano tutta la Chiesa. m. introvigne labussolaquotidiana

Quando i pedofili sono ebrei ortodossi (by Introvigne)

Martedì, 13 Dicembre 2011

85 indagati e 117 bambini molestati in tre anni scoperti da una delle più grandi operazioni anti-pedofilia della storia criminale americana, che ha colpito a Brooklyn una comunità religiosa, accusata di preferire una «gestione interna» della crisi senza coinvolgere le autorità secolari. La solita parrocchia cattolica? No: questa volta si tratta della comunità ebrea ortodossa, numerosa e spesso anche decisiva elettoralmente a New York e dintorni.Non si può non notare anzitutto il curioso e provinciale atteggiamento della grande stampa italiana, che ha dedicato alla notizia solo qualche trafiletto. Non è difficile immaginare che cosa sarebbe successo se a Brooklyn fossero stati fermati 85 preti cattolici accusati di pedofilia. La disparità di trattamento è così clamorosa da richiedere un commento.La nostra stampa laicista nasconde il caso di Brooklyn perché mette in dubbio il dogma anticattolico secondo cui la pedofilia è più diffusa tra il clero cattolico che altrove, e lo è per colpa del celibato. I sociologi sanno da anni che non è così. Intendiamoci: ha ragione il Papa quando afferma che i sacerdoti pedofili esistono e che le loro azioni criminali e disgustose devono essere occasione di vergogna e penitenza per la Chiesa – e per tanti vescovi colpevolmente poco vigilanti. Ma sapere quanti sono i preti pedofili e se ci sono più pedofili fra i preti o altrove non è irrilevante.Si deve ricordare qui il lavoro svolto nel 2011 con il suo terzo rapporto sul tema dall’autorevole John Jay College di New York , riepilogando e aggiornando i dati quantitativi, che a sette anni dal suo primo rapporto del 2004 – di cui si troverà una sintesi nel mio libro «Preti pedofili» (San Paolo, Cinisello Balsamo [Milano] 2010) – rimangono ancora poco conosciuti, specie in Italia. Lo studio del 2004 riferiva che nell’arco dei cinquantadue anni dal 1950 al 2002 4.392 sacerdoti americani su circa 109.000 che avevano esercitato il ministero, cioè il 4%, erano stati accusati di rapporti sessuali con minori. Accusati, naturalmente, non significa condannati: a una condanna penale si era arrivati in meno di metà dei casi, in qualche caso forse per l’abilità degli avvocati o la prescrizione ma in altri perché gli accusati erano effettivamente innocenti.Ma il rapporto del 2011 dice soprattutto – e giova rileggerlo oggi dopo il caso di Brooklyn – che l’impressione che i media danno secondo cui i preti cattolici sono una categoria «a rischio» per quanto riguarda la pedofilia è falsa. Dopo avere osservato che nessun’altra istituzione ha aperto i suoi archivi e favorito ricerche così precise come quelle che negli Stati Uniti hanno interessato la Chiesa Cattolica, il rapporto passa in rassegna le comunità protestanti, i Testimoni di Geova, i mormoni, gli ebrei, e ancora le scuole pubbliche, le società sportive giovanili, i boy scout e conclude che – benché i dati limitati non permettano conclusioni certe – tutti gli elementi parziali che emergono sembrano indicare almeno che in tutti questi ambienti il rischio di abusi di minori non è più basso rispetto alle parrocchie e alle scuole cattoliche. Se poi si passa a un dato di carattere generale, si nota che negli Stati Uniti 246 minori ogni centomila sono vittima di abusi sessuali. Non è possibile sapere quanti minori «vengono in contatto» con preti cattolici, ma se prendiamo come riferimento i cresimati possiamo concludere che vittime di abusi in ambienti cattolici sono quindici minori ogni centomila. Detto in altre parole, le parrocchie e le scuole cattoliche purtroppo ospitano anche loro dei «pedofili» ma sono un ambiente sedici volte più sicuro rispetto alla società in genere.Vorrei anche sottolineare che sarebbe sbagliato criminalizzare dopo l’episodio di Brooklyn tutto l’ebraismo ortodosso. Lo stanno facendo certi ambienti liberal di New York, che hanno da rimproverare agli ebrei ortodossi soprattutto l’opposizione alla legge che introduce il matrimonio omosessuale nello Stato della Grande Mela. Se gli imputati saranno condannati potremo concluderne che ci sono più pedofili a New York tra gli ebrei ortodossi che tra i preti cattolici. Ma meno che tra i maestri di scuola pubblica o gli allenatori di squadre sportive giovanili. L’esplosione della pedofilia coinvolge tragicamente anche le comunità religiose – Chiesa Cattolica compresa, e il Papa invita a non sottovalutare mai quello che è comunque un gravissimo scandalo – ma non viene dalla religione. Viene dall’atteggiamento distorto nei confronti della sessualità nato con la rivoluzione sessuale degli anni 1960 e amplificato dalla pornografia via Internet e dal relativismo che distrugge i valori morali tradizionali. Non si tratta di spostare il linciaggio morale dai preti cattolici agli ebrei ortodossi,  le cui comunità anzi spesso testimoniano una convinta e lodevole adesione ai «principi non negoziabili» in materia morale. Ma di far notare che i preti non sono più a rischio pedofilia di altri, che il celibato non c’entra – ovviamente gli ebrei ortodossi si sposano, rabbini compresi – e che la furia anticattolica troppo spesso impedisce di vedere la dimensione globale del dramma pedofilia. m. introvigne labussolaquotidiana

Pedofilia, c’è chi la vuole legittimare

Giovedì, 1 Settembre 2011

La pedofilia? Un fatto “normale”, che siccome la nostra società “retrograda” ancora non percepisce come tale va “normalizzato” a tutti i costi.  Convinti di questo e convocati dalla B4U-ACT - una organizzazione pro-pedofilia che agisce dietro la maschera della cura dell’igiene mentale -, il 17 agosto a Baltimora, nel Maryland, si sono dati convegno un nugolo di ricercatori provenienti da uno stuolo di università statunitensi per ascoltare e applaudire la star riconosciuta di tutta la materia, il sessuologo Frederick S. Berlin, fondatore del National Institute for the Study, Prevention and Treatment of Sexual Trauma e della Clinica per i disordini sessuali dell’ospedale universitario Johns Hopkins. Chi vi ha partecipato in veste critica ne dà resoconti scioccanti, per esempio Matt Barber, vicepresidente del Liberty Counsel Action e corettore della Liberty University School of Law, un ateneo evangelicale di Lynchburg in Virginia (preziosa anche la testimonianza di Bon Hamer, ex agente dell’FBI che per tre anni ha frequentato sotto copertura ambienti pedofili e che oggi illustra adeguatamente l’ideologia della B4U-ACT).Parrebbe una forzatura, ma non lo è. Tutto sta del resto nella definizione. Se è una perversione frutto di devianza patologica, va da sé che la pedofilia sia socialmente inaccettabile e dunque pure sanzionabile; ma se è semplicemente uno dei comportamenti sessuali umani possibili, per quanto particolari o “bizzarri”, non esiste motivo per stigmatizzarla. L’elemento discriminante – dicono i fautori della sua normalizzazione – non è infatti la moralità di tale comportamento sessuale in sé, ma la coercizione e la violenza eventualmente esercitate sul partner, cioè solo il contesto e i modi. Ma ciò vale evidentemente per ogni comportamento sessuale, inclusi tutti quelli particolari o “bizzarri”; anzi, vale per tutti i comportamenti umani, sanzionabili eventualmente a norma di codice penale. Per questo, affermano i suoi sostenitori, la pedofilia deve essere considerata solo accidentalmente diversa da altri comportamenti sessuali umani e quindi mai giudicata socialmente inaccettabile, tantomeno sanzionabile. Occorre, dicono, semplicemente disciplinarla in base a una precisa “deontologia”.Oltre alla pedofilia, possono peraltro essere e vanno quindi “sdoganati” anche tutti gli altri comportamenti sessuali particolari o “bizzarri”, compresi quelli che in base a definizioni appunto “retrograde” verrebbero definiti aberranti, per il semplice motivo che non esiste criterio oggettivo per definirne alcuni giusti e altri sbagliati. Da qui il grande sforzo culturale di riclassificare le “perversioni” o le “devianze” secondo un linguaggio nuovo figlio di una mentalità libera da condizionamenti etico-sociali e da pregiudizi religiosi che le renda semplicemente “altra sessualità” (ciò che è considerato inaccettabile in alcune culture e in alcune epoche, si dice, non lo è in altre) senza alcun giudizio sulla loro liceità morale, e che dunque confini alle patologie dei disturbi mentali solo quei comportamenti che si manifestano in forme di violenza fisico-psicologica su soggetti non consenzienti e/o caratterizzate da dipendenza ossessivo-compulsiva.Non è del resto esistito, nei Paesi Bassi, il Partito dell’Amore Fraterno, della Libertà e della Diversità, la prima formazione politica dichiaratamente pedofila, nata nel 2006 e scioltasi nel 2010, che aveva tra i propri obiettivi quello di liberalizzare la pornografia infantile e i rapporti sessuali fra adulti e bambini?Il “Manuale” degli psicologi americani Organizzazioni come il B4U-ACT criticano dunque fortemente le definizioni attualmente adottate in ambito scientifico da medici, psicologi e psichiatri che ancora giudicano la pedofilia frutto tout court di disturbi mentali, abbandonando questo possibile comportamento sessuale umano ai tabù, a tal punto da rendersi disponibili – questa la loro mission - per rivedere radicalmente i parametri su cui esse si reggono. E l’organizzazione di un simposio importante come quello di Baltimora dimostra come il giro mentale dei suoi attivisti sia più diffuso di quel che s’immagini, oltre a rivelare l’esistenza di una forte lobby culturalmente pro-pedofilia all’interno della comunità medica e scientifica, come conferma Judith Reisman, visiting professor alla citata Liberty University e grande avversaria di questo mondo, almeno dal 1977. Ora, in tema di sessualità umana, è l’autorevolissima e stimatissima American Psychological Association (APA) a stabilire quali siano gli standard che determinano comportamenti di natura patologica derivanti da disturbi mentali e quali, per bizzarri che siano, no. L’APA lo fa – appunto autorevolmente  – con il “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali” (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), universalmente noto e pressoché sempre citato con la sigla DSM, i cui criteri costituiscono di fatto il “magistero vincolante” della nosografia (vale a dire la scienza che si occupa della classificazione sistematica delle malattie) in materia.Da che esiste, questo “Manuale” è il punto di riferimento certo per medici, psichiatri e psicologi sia clinici sia ricercatori di tutto il mondo. È insomma il “Manuale” APA che risponde – per dirla con una battuta – alla domanda posta da una nota canzone di Vasco Rossi, «quante deviazioni hai?». Proprio il “Manuale” APA ha già operato una rivoluzione culturale sul tema, cancellando il concetto di “perversioni” (Sigmund S. Freud definiva così le «attività sessuali finalizzate alle regioni del corpo non genitali») e sostituendolo con il più politicamente corretto “parafilie”.Kinsey, il pioniere Con questo termine oggi si definisce in ambito psichiatrico, psicopatologico e sessuologico l’insieme della manifestazioni della sessualità umana non direttamente connesse a fini riproduttivi. Vale peraltro la pena di notare che, se concepito diversamente, per esempio ancora in termini freudiani, questo universo del “diversamente sessuale” bollerebbe come inaccettabili la stragrande maggioranza dei comportamenti sessuali ritenuti invece non solo oramai normali (esiste persino una letteratura di genere pubblicata da editori non certo da caserma ed esistono scrittori lanciati come promesse talentuose dai milieu dei premi letterari, dalle terze pagine dei quotidiani nazionali di ogni orientamento politico, dai direttori di collane), ma talora persino virtù da “grandi amanti”. E pure che esso coincide – evidentemente in modo perfettamente legale per il nostro ordinamento giuridico – con gran parte dell’editoria, della videografia e della sitografia pornografiche. Del resto, con il nome di “iconolagnia”, lo stesso feticismo della pornografia è annoverato dall’APA fra le parafilie raggruppate genericamente nella sezione Disordini sessuali o parafilia non altrimenti specificata. Molto, se non tutto, ha del resto origine con il biologo e sessuologo statunitense Alfred C. Kinsey (1894-1956) e con il suo famoso “rapporto” sulla sessualità umana, in realtà due libri scritti con la collaborazione di altri, Sexual Behaviour in the Human Male, del 1948, e Sexual Behaviour in the Human Female, del 1953. È stato Kinsey a insegnare al mondo che «al di là delle interpretazioni morali, non c’è alcuna ragione scientifica per considerare particolari tipi di attività sessuali come intrinsecamente, per origine biologica, normali o anormali» e a trattare apertamente, forse per primo, anche della sessualità nei bambini in modo tale da far subito parlare di istigazione, se non altro culturale, alla pedofilia. La revisione tanto attesa Clinicamente, sono oggi riconosciute dal “Manuale” APA otto maggiori forme di “parafilia”, classificate in base all’atto sessuale che sostituiscono con pratiche di altro tipo o all’oggetto verso cui si indirizzano, nonché al canale sensoriale che eccitano. Per poterle considerare patologiche, il “Manuale” APA stabilisce che le “parafilie” debbano ricorrere per almeno sei mesi e manifestarsi come forma di sessualità esclusiva o prevalente di un certo soggetto, interferendo in modo rilevante con la sua normale vita relazionale e causandone un disagio clinicamente significativo. L’APA ha redatto la prima versione del “Manuale”, identificata come DSM-I, nel 1952 per controbattere all’Organizzazione Mondiale della Sanità che quattro anni prima, nel 1948, aveva reso pubblico un testo, l’International Statistical Classification of Diseases, Injuries and Causes of Death, oggetto di numerose contestazioni. Nel 1968 l’APA ha quindi riveduto il proprio “Manuale” pubblicando il DSM-II, lo stesso ha fatto nel 1980 con il DSM-III, seguito nel 1987 dal DSM-III-Revised e ancora nel 1994 dal DSM-IV, ulteriormente poi modificato all’inizio del Terzo Millennio, proprio nel 2000, dal DSM-IV-Text Revision (o DSM-IV-TR), quello che oggi fa universalmente testo in attesa della nuova edizione, il DSM-V, annunciato per il 2013. Ed è proprio su questa ulteriore revisione che punta tutto il club “amici della pedofilia” alla B4U-ACT. Howard Kline, direttore scientifico della B4U-ACT, contesta infatti il modo attraverso cui l’APA persiste nel catalogare la pedofilia fra le parafilie derivanti da disturbi mentali poiché sostiene che le sue indagini si fondano soltanto sui dati raccolti tra soggetti criminali, «le quali ignorano completamente l’esistenza di coloro che rispettano la legge». I pedofili, cioè, che non esercitano né coercizione né violenza sui partner - «Possiamo aiutarli», garantisce Kline all’APA, «perché noi siamo le persone di cui essi scrivono» – e che quindi non hanno, secondo la B4U-ACT, alcun motivo per vedere conculcati i propri comportamenti sessuali, per “bizzarri” (ma non molesti) che qualche “retrogrado” ancora li giudichi Il precedente omosessuale Del resto, i pro-pedofili che contestano le classificazioni del “Manuale” APA dandosi volontari per contribuire a una sua revisione sbandierano con orgoglio un grande precedente. Quello dell’omosessualità. Fino al DSM-II l’omosessualità era annoverata tra le parafilie frutto di disturbi mentali, ma dal 1972 è stata derubricata; e questo non attraverso la stesura di un nuovo “Manuale” completamente riveduto nei suoi criteri portanti, ma solo attraverso una disinvolta modifica introdotta nella settima ristampa dello stesso DSM-II per consenso comune di medici, psicologi e psichiatri che nell’omosessualità non hanno ravvisato (più) quegli aspetti specifici in grado di collegarla a disturbi mentali (qualora essi si manifestassero in pendenza di omosessualità verrebbero giudicati comportamenti sanzionabili a prescindere dall’orientamento omosessuale delle persone coinvolte), ma solo una forma altra di sessualità. Oggi l’APA considera così l’omosessualità un comportamento umano particolare fra i molti possibili e socialmente accettabili, e a questo suo magistero si rifanno con enfasi un po’ tutti. Ed è alla sua capacità di annientare il diritto naturale trasformando truffaldinamente in parametro scientifico il relativismo che si va progressivamente diffondendo nella società occidentale che l’evidentemente diffusa e potente lobby pro-pedofilia guarda con trepidazione non esattamente verginale. m. respinti labussolaquotidiana

Lo scandalo non è il prete ma i ragazzini

Martedì, 24 Maggio 2011

tumblr_lltth5ZYN71qcfdvmo1_500Drogati e prostituti. questo è il ritratto dei ragazzi coinvolti nello scandalo di Genova. E non è la prima volta. Tutta la nostra riprovazione per il prete tentatore (ove sia risconosciuto colpevole), ma è tempo di iniziare a riflettere sulla gioventù italica. con il berlusca, abbiamo scoperto una italia di starlett pronte a tutto per quattrino e fama. a genova, il quadro si completa con i ragazzi. poveri noi! temis

Strauss-Khan, e se la cameriera fosse una mitomane?

Lunedì, 16 Maggio 2011

tumblr_li6a7cFEwq1qejnvvo1_500qualche settimana fa, a roma si gridò allo stupro a piazza di spagna. una ragazza aveva denunciato di essere stata violentata nel centro di roma. allarme sociale. poi si venne a sapere che le ferite erano dovute a un consenziente rapporto hard con il fidanzato. nessuno stupro. ora, tutti i giornali del mondo parlano dell’arresto del direttore generale del fmi per stupro. si scopre che l’uomo era un ganzo e che, con le donne, non andava tanto per il sottile. non abbiamo nessun elemento per sostenere o anche lontanamente ipotizzare che la cameriera che lo accusa sia una mitomane. potrebbe esserlo come la ragazza della pantomima romana o no. con questo dubbio non vogliamo gettare discredito sulla donna, anzi ha tutta la ns istintiva solidarietà, ma evidenziare come la stampa prima di disceditare in tutto il mondo un uomo delle istituzioni come strauss-khan occorrerebbe quantomeno attendere l’esito delle indagini. un arresto per evitare che qualcuno espatrii non è una sentenza di condanna, anzi. eppure si continua a fare nomi e cognomi senza pudore. in italia, oggi tutti i giornali parlano del prete pedofilio. ieri del parrucchiere che ha molestato la massaggiatrice. nomi e cognomi. perchè? e se dovessero risultare innocenti chi restituirà loro la credibilità? temis

Associazione vittime preti pedofili? criminalizzare la Chiesa è di moda

Lunedì, 27 Settembre 2010

Adesso anche l’associazione vittime dei preti pedofili! non se ne può più! rispettiamo le vittime della violenza pedofila (come quelle di qualunque altra forma di violenza), ma non condividiamo la nascita di una associazione che raggruppi solo ed esclusivamente coloro che sono stati violentati dai preti. Che senso ha? avete notato che le uniche vittime dei pedofili che non hanno timore ad apparire in tv sono quelle dei preti? non vogliamo fare ironia (nè sminuire la gravità dell’abuso e la sofferenza delle vittime), ma constatare un fatto. sfilano nei cortei, vanno alle iene, da santoro, protestano davanti alle chiese. Sono gli unici che non hanno timore di essere riconosciuti (non perchè debbano vergognarsi di qualcosa, anzi, ma per il pudore che mostrano le altre vittime quando si parla della loro tragedia). Hanno tutto il ns rispetto, ma c’è qualcosa che non torna. Criminalizzare la Chiesa sembra essere di moda (siamo curiosi di sapere quante altre associazioni di vittime dei pedofili hanno da giorni la prima pagina del blog del Fatto quotodiano!). Il principio della responsabilità oggettiva viene opposto solo alla Chiesa cattolica, come se i pedofili fossero solo preti. Perchè non ci sono pedofili nelle scuole, delle istituzioni, nell’esercito, nella banche, etc etc? temis

Se Polanski fosse stato un cardinale

Martedì, 13 Luglio 2010

Roman. L’autore di Frantic” e del “Pianista” può lasciare lo chalet di Gstaad dove viveva dal 4 dicembre. Perez Hilton, il re del gossip Usa, commenta: «Un altro pedofilo in giro per il mondo». In Francia Henry Levy «si dichiara pazzo di gioia». Anche Mitterand contento. Il vizio c’è sempre, ma stavolta è solo di forma: Roman Polanski da ieri è un uomo libero perché la Svizzera ha rifiutato l’estradizione agli Stati Uniti. Mentre la Chiesa è scossa dalle accuse di pedofilia, tanto da costringere il Papa a dichiararlo «il pericolo più grave che la inquina dall’interno», la domanda è lecita: se Polanski avesse vestito l’abito talare cosa gli sarebbe successo? Invece la Svizzera ha deciso di «dare fiducia» al regista (l’espressione è letterale) perché «non sarebbe mai venuto al festival di Zurigo nel 2009 se non avesse avuto fiducia nel fatto che il viaggio non avrebbe comportato per lui nessun svantaggio legale». E poi «non è possibile escludere con la necessaria certezza che Polanski abbia già scontato la pena per la quale fu allora condannato e che la richiesta di estradizione sia minata da un grave vizio». Forza Svizzera, un altro pedofilo è libero di camminare libero nel mondo». Una delle prime reazioni alla notizia che Roman Polanski non sarà estradato negli Stati Uniti per l’accusa di violenza ai danni di una minorenne è stata del seguitissimo blog Perez Hilton. Non è una voce ufficiale né autorevole, ma racconta bene gli umori del Paese, in attesa di reazioni ufficiali. Se le istituzioni americane hanno per ora taciuto, non altrettanto si può dire di quelle della Francia, nazione del quale Polanski è cittadino dopo la grande fuga nel 1978. Il ministro della cultura Frederic Mitterand si è detto «entusiasta per la moglie Emmanuelle Seigner, i suoi figli, gli amici e tutti quelli che lo hanno supportato con dignità e determinazione». Mitterand ha chiuso la sua nota invocando «tranquillità» sulla vicenda. Non altrettanto pacato è stato il filosofo Bernard-Herny Levy, che aveva lanciato una petizione per Polanski. Alla Afp ha confessato di essere «pazzo di gioia» per l’amico. Proprio sul sito web di Levy, qualche mese fa, il regista aveva interrotto il suo silenzio sulla vicenda. Aveva usato quelle pagine per criticare il Dipartimento di Giustizia americano e confessare di sentirsi usato dal procuratore di Los Angeles, Steve Cooley, in cerca di visibilità per la sua campagna elettorale a procuratore della California. La svolta di ieri ha sorpreso tutti, per primo l’avvocato del regista, Herve Temime: «Non ci aspettavamo questa decisione, ma si tratta di una scelta responsabile». Rischiava grosso Polanski: le autorità svizzere ricevono 200 richieste di estradizione ogni anno e ne respingono soltanto il cinque per cento. In caso di deportazione in America, avrebbe rischiato anche un paio di anni di carcere. Il Los Angeles Times aveva fatto un’inchiesta sulle condanne per lo stesso reato: sesso con un partner minorenne, equiparato dalle leggi dello Stato a uno stupro di fatto. Oggi le pene sono quattro volte più alte rispetto a 33 anni fa, quando il regista è scappato in Francia. In oltre il 70% dei casi, la sentenza del tribunale di L. A. è stata superiore all’anno, anche se molti detrattori invocavano una pena clamorosa, oltre i dieci anni, in virtù dei dettagli della vicenda, come l’uso di un tranquillante per vincere le resistenze di Samantha, e la lunga latitanza. Invece è tornato ieri a essere un uomo libero, giusto in tempo per l’ultimo pranzo nello chalet di Gstaad dove era agli arresti domiciliari, sotto cauzione (4,5 milioni di franchi) e sorvegliato da un braccialetto elettronico, che ieri mattina ha smesso di fare bip. La notizia è stata annunciata a Berna da Eveline Widmer-Schlumpf, capo del dipartimento federale di giustizia e polizia. «Polanski dalle 12.30 di oggi può muoversi senza restrizioni e non sarà estradato negli Stati Uniti», ha annunciato. È stata disposta la revoca di tutte le misure restrittive nei confronti del detenuto. Polanski era stato già informato della decisione. Alle 14 un’auto con i vetri scuri ha lasciato la dimora forzata degli ultimi mesi, un’ora dopo un jet privato è decollato dal vicino aeroporto di Saanen. Da un punto di vista legale, la Svizzera non aveva facoltà di entrare nel merito del caso Geimer. Poteva non estradare Polanski agli Usa soltanto sulla base di questioni formali. E in effetti ci sono motivazioni tecniche, nel comunicato ufficiale del ministero di giustizia, che si mescolano a un non meglio specificato «interesse nazionale» e a una valutazione sul comportamento tenuto da Polanski durante la sua latitanza. «A dispetto di un esame molto accurato dei documenti», gli svizzeri hanno dichiarato di non poter escludere un vizio di forma nella richiesta di estradizione degli Usa, ritenuti non completa e non sufficiente. Prima di volare in Francia, Polanski aveva trascorso 42 giorni in un ospedale psichiatrico. Le autorità elvetiche avevano cercato di stabilire se per quella detenzione non dovesse ritenersi già scontata la pena per il caso Geimer. Come prova, aveva fatto richiesta di interrogare l’allora procuratore Roger Gunson. Permesso non accordato. Ma il comunicato va oltre queste considerazioni, e cita la «buona fede» del fuggitivo, che è stato arrestato il 26 settembre del 2009 all’aeroporto di Zurigo, dove era appena arrivato per ritirare un premio alla carriera del festival. Il cineasta era entrato altre volte in Svizzera tra il 2005, quando è stato spiccato il mandato di arresto internazionale, e la cattura, quattro anni dopo, senza il timore di conseguenze penali. Il passaggio più significativo è però quello che cita le conseguenze in termini di «ordine pubblico internazionale», come fonte di ispirazione per la liberazione di Polanski. Parole che non mancheranno di generare polemiche. Non ci sarà però un ricorso ufficiale: gli Stati Uniti non potranno fare appello. Polanski aveva lasciato la California l’1 febbraio del 1978, poche ore prima della sentenza definitiva per violenza sessuale. Dalla vittima è stato pubblicamente perdonato già nel 1997. Nel 2003 Samantha è tornata sull’argomento, invocando dalle pagine del Los Angeles Times la chiusura del caso e il permesso al regista di tornare negli Stati Uniti e ritirare l’Oscar. Forse Polanski non riuscirà mai a presentarsi davanti all’Academy, ma difficilmente finirà in prigione. In Francia è al sicuro, farà più attenzione agli Stati che visiterà e in ogni caso altri governi eviteranno accuratamente di trovarsi nella situazione della Svizzera, che dopo l’arresto ha visto il suo sistema penale sotto la lente del mondo intero per mesi. (f.cotugno riformista)

Nuda dal cardinale

Venerdì, 9 Luglio 2010

La procura ha precisato che la foto di una bimba nuda trovata nell’archivio del cardinale belga è stata automaticamente (e quindi involontariamente) scaricata dal sito della tv belga. Ma allora perchè tutti i media titolano “foto di bimba nuda nel PC del cardinale” e poi solo nel sottotitolo – e non sempre, talore occorre leggere l’articolo – si precisa che la foto sarebbe (il condizionale viene mantenuto anche dinanzi alla precisazione della Procura) stata scaricata involontariamente? è proprio vero, la Chiesa cattolica è vittima di un ostracismo culturale

Solidarietà alla Chiesa Belga

Lunedì, 28 Giugno 2010

Altro caso di malagiustizia.  Se la Giustizia non rispetta i vivi e i morti non è giustizia…

Contro la Chiesa le lobby finanziarie

Lunedì, 31 Maggio 2010

La formella mancante del portale di Manzù ce l’ha Ettore Bernabei, nell’ingresso di casa. «Doveva stare a San Pietro, come le altre. Ma, come vede, il Cristo e i soldati sono nudi. Così Manzù la diede a me». Le due statuette di Pietro e Paolo sulla scrivania invece hanno valore affettivo: «Una volta che andai a trovare Paolo VI con mia moglie e i nostri otto figlioli, il Papa si mise sulle ginocchia Luca, il più piccolo, e lo fece giocare con queste due statuette. Dopo la morte il suo segretario, monsignor Macchi, me ne fece dono».

 

Quand’era nato invece il settimo figliolo, Giovanni, Papa Roncalli aveva mandato la sua fotografia con un versetto del salmo 127 scritto di suo pugno: «I tuoi figli come virgulti di olivo intorno alla tua mensa…». Bernabei va per i novant’anni. Direttore generale della Rai dal 1961 al 1974 – praticamente il fondatore -, al vertice dell’Italstat dal ’74 al ’91, ora ha creato la Lux e ha portato in tv la Bibbia.

Quando dirigeva la Rai lei parlava direttamente con il Papa?
«Ero in contatto con la segreteria di Stato e incontravo sovente i Sostituti: Dell’Acqua, Benelli, Casaroli. Qualche volta mi dicevano che di certe questioni dovevo parlare con il Papa, cioè con Giovanni XIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II».

Oggi il Papa e la Chiesa sono sotto attacco?
«Mi pare evidente. Sono i contraccolpi della decisione presa da Giovanni Paolo II e dal cardinal Ratzinger di non ammettere nei seminari i gay dichiarati. C’è la volontà di paralizzare economicamente la Chiesa cattolica, che non ubbidisce alle lobby della finanza globalizzata».

 

Le sue sono parole gravi.
«Mi rendo conto che dire certe verità all’opinione pubblica è come dare un cognac a un bambino ormai cresciutello ma che prende ancora solo latte e omogeneizzati. Ma so quel che dico. L’attacco alla Chiesa è mosso da interessi finanziari enormi. A cominciare dal business dei legali alla caccia del risarcimento. Il resto lo fa il mondo mediatico, seguendo input globali».

Il Papa ha parlato anche di responsabilità interne.
«Come su dodici apostoli ci fu un Giuda, ci sono anche oggi deviazioni interne. Quando, nella drammatica via Crucis al Colosseo del Venerdì santo del 2005, il cardinal Ratzinger lanciò il suo grido di dolore sulla “sporcizia nella Chiesa”, capii perché da anni richiamava tutti a un rispetto più rigoroso della morale cristiana. Poi, per cinque anni, abbiamo conosciuto il professor Ratzinger. Oggi, dopo la svolta, il Papa è davvero entrato nella storia».

A cosa si riferisce?
«A lungo sembrò che Benedetto XVI preferisse il silenzio degli amati studi teologici alle assemblee plaudenti. Penso che abbia dedicato i primi anni del pontificato alla riflessione e alla preghiera. Quando poi dall’esterno è venuto – per altri motivi- l’attacco alla Chiesa per i preti pedofili, Papa Ratzinger è uscito dal suo doloroso silenzio, ha riconosciuto l’errore di quelle persone, l’ha condannato e affidato al giudizio dei tribunali civili. Così ha dato alla Chiesa una rinnovata capacità di spiegare agli uomini il mistero del peccato e di aiutarli a resistere alle tentazioni, tipiche di questo nostro tempo che ha perduto la coscienza del bene e del male».

Perché il Vaticano finisce per essere coinvolto, sia pure indirettamente, anche in scandali finanziari?
«Gesù fu messo sotto processo e ucciso per trenta denari. Dopo tre giorni resuscitò».

 

Pure la «cricca» della Protezione civile aveva appoggi in Vaticano. Balducci era gentiluomo di Sua Santità.
«Anche quand’ero all’Italstat i partiti, e non solo la Dc, avevano i loro Anemone da raccomandare. Tutto dipende dalla risposta».

 

Cosa prova quando si parla con rimpianto della Rai di Bernabei?
«Non nascondo che mi fa piacere il rimpianto. Ma provo un certo fastidio per quella nostalgia, come per tutte le nostalgie sentimentali: chi ritiene che quella fosse una buona televisione, si dia da fare perché ritorni. E poi non era solo la Rai di Bernabei, ma di Enzo Biagi, Alberto Ronchey, Pier Emilio Gennarini, Arrigo Levi, Furio Colombo. Era lo specchio dell’Italia dei primi Anni 60, divenuta il quarto tra i sette Paesi più ricchi del mondo. Fu allora che, come avevano previsto Benelli e Fanfani, cominciò l’attacco della finanza protestante ed ebraica».

L’attacco?
«Mi rendo conto: cognac ai bambini. Il Sessantotto, il terrorismo, la grande mafia, infine il giustizialismo: alla fine bastò una spinta per metterci al tappeto. Per fortuna dieci anni fa l’Italia si è sottratta all’ultima fase della follia della finanza globalizzata. Per merito prevalente di quel “provincialotto” di Antonio Fazio, che avrà avuto l’ingenuità di intrattenere rapporti anche con i furbetti del quartierino, ma proibì alle banche italiane di riempirsi di bond spazzatura. Per questo dall’estero gliel’hanno fatta pagare».

 

Lei nominò Biagi alla guida del telegiornale. Come mai se ne andò così presto?
«Era nei patti».

Sicuro?
«Con Enzo eravamo molto amici. Concordammo che sarebbe rimasto poco tempo alla guida del tg per dare una scossa ai servizi giornalistici Rai, che da 25 anni avevano lo stesso direttore, Picone Stella: con tutto quel che era successo tra il ’38 e il ’62! Anche il direttore dei programmi, il maestro Razzi, era lo stesso dell’era fascista. Insieme avevano fatto fuori il mio predecessore, Filiberto Guala. Capii che dovevo cambiare tutto».

Come trova la tv di oggi?
«Permissiva, consumistica, relativista, come in tutto il mondo, condotto dalla finanza globalizzata alla crisi che stiamo vivendo, attraverso tanti telegiornali, tanti talk show, tanti film».

Come trova il Tg1?
«Si è passati da un eccesso di cronaca nera a un eccesso di cronaca rosa».

E Santoro?
«In questi anni è stato talvolta l’oppositore di Sua Maestà. Si ricordi chi fu a inguaiare Occhetto. Ma ora basta. Da quando ho lasciato la Rai non ho mai dato giudizi sulle persone che vi lavorano».

La legge sulle intercettazioni?
«Con Echelon in piena attività, il “grande orecchio” creato dagli americani e venduto agli inglesi che registra qualsiasi conversazione degli ultimi quindici anni, una legge per impedire al maresciallo dei carabinieri di sbobinare le nostre telefonate non risolve il problema».

La concorrenza della tv privata ha fatto bene o male alla Rai?
«Dopo 35 anni di concorrenza e di aggressioni di vario genere, la Rai tiene ancora il primato degli ascolti. Il servizio pubblico non è morto. Guardi l’Inghilterra: dopo gli errori imposti dalla Thatcher e dai suoi dante causa, ha rafforzato il carattere pubblico della Bbc liberandola dal cappio della pubblicità e aumentandone il canone. Così la tv di Stato è stata messa in grado di perseguire il bene comune».

Cosa pensa di Berlusconi?
«All’inizio degli Anni 90 Craxi, Andreotti e Forlani concordarono con Agnelli che anche un imprenditore laico avrebbe potuto fare il primo ministro. Ma dopo le elezioni del ’92 l’Avvocato non se la sentì. Berlusconi ebbe il coraggio di scendere in campo e riempire il vuoto lasciato dalla Dc, salvando il Paese da pericolose avventure. Poi Forza Italia e ora il Pdl hanno subito la reazione di quei telespettatori che, insoddisfatti e frustrati dalla tv permissiva, consumistica e relativista, continuano a votare contro chi detiene il potere: nel ’92 tolsero sei punti alla Dc, nel 2001 mandarono a casa le sinistre; visto che la tv rimaneva sempre la stessa, nel 2006 tolsero la maggioranza al centrodestra, e nel 2008 al centrosinistra».

Cosa farà la Lux?

«Cartoni animati per i bambini costretti a guardare i prodotti giapponesi: porteremo in tv i viaggi di Giulio Verne. E sceneggiati di qualità. Ambienteremo la favola di Cenerentola nell’Italia della trattativa tra Fiat e Opel. Il principe azzurro sarà il figlio di un manager tedesco».

Qual è stata la fiction papale più difficile?
«Quella su Paolo VI. Un grande che aveva fatto le sue cose più importanti prima di diventare Papa».

Ad esempio?
«Preparare la nascita della Dc. Formare i laici che l’avrebbero guidata: Moro, Fanfani, Andreotti. Portare a Roma la cultura cattolica francese di Maritain e Mounier. Da Papa invece fu costretto a fare il contrario: frenare. In particolare gli sbandamenti avvenuti quando il ’68 entrò nella Chiesa».

Che cos’è l’Opus Dei?
«Una cosa del tutto diversa da quel che si dice in giro. È come una diocesi universale che ha per fine la santificazione della vita quotidiana di sacerdoti e laici, uomini e donne. Conta per la formazione spirituale e professionale dei suoi aderenti».

 

Lei quando vi entrò?
«Alla fine degli Anni 70. Da tempo me lo chiedevano, ma io rispondevo: “Cosa fate? Messe, preghiere, meditazioni quotidiane? Ma io queste cose le faccio già”. Poi ho capito che occorreva un argine contro gli sbandamenti di cui parlavo».

C’è spazio in Italia per un partito cattolico centrista?
«Oggi non è possibile ricostruire la Dc. È possibile e anzi doveroso che i cattolici si sveglino da questi vent’anni di letargo, e si dedichino alla formazione di giovani politici, comunicatori, manager».

Cosa ricorda di Wojtyla?
«Il coraggio con cui mostrò la decadenza del suo corpo, per farci capire il mistero del dolore. E la profezia che consegnò a due miei amici che erano a colazione con lui, Gianni Pasquarelli e Gianpaolo Cresci: “Io ho visto la fine del comunismo. Voi vedrete la fine del capitalismo di speculazione finanziaria”. Direi che ci siamo».

Come si esce dalla crisi?
«Gli italiani devono tornare a fare figli. A sposarsi entro i 25 anni, se non vogliono rassegnarsi a un’Europa popolata in prevalenza da africani e asiatici di cultura musulmana, confuciana o induista. Si deve tornare a una vita semplice e di lavoro duro. Lo sa che ogni giorno buttiamo nella spazzatura 4 mila tonnellate di cio buono?».

Lei a che età si è sposato?
«Non ne avevo ancora compiuti 25, ero giornalista praticante e guadagnavo 7 mila lire al mese. Però bisogna buttarsi. Anche i precari dovrebbero avere il coraggio di fare figli. Io prego ogni giorno per i miei, e prego la mia figliola Paola che se n’è andata per la leucemia, dopo 22 anni di olocausto personale».

È vero che prega anche per Berlusconi?
«Sì. Tutti i giorni. I governanti ne hanno molto bisogno». (a.cazzullo corriere.it)