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Conti truccati contro l’Italia (by Pelanda)

Domenica, 22 Luglio 2012

Da un paio di mesi sto cercando di capire perché il costo di rifinanziamento del debito italiano sia il doppio di quello che sarebbe giusto in base ai dati economici fondamentali ed alle azioni recenti del governo. Il Centro studi di Confindustria stima che il differenziale realistico – appunto, basato sull’analisi dei fondamentali –  tra titoli di debito italiani e tedeschi (spread) dovrebbe essere di 164 punti e non di quasi 500. E avverte che se i tassi teorici e reali convergessero, l’Italia, nel medio termine, tornerebbe in crescita invertendo la tendenza recessiva e, soprattutto, la crisi del credito, e bancaria, che dipende direttamente dall’eccesso di sfiducia sul nostro debito. Se non convergeranno, invece, la recessione sarà devastante, in avvitamento. Per evitare tale scenario catastrofico - Confindustria ritiene necessario uno scudo anti-spread più efficace di quello ora in discussione nelle sedi europee. Sensato. Ma l’efficacia dello scudo anti-spread risentirà comunque dell’opinione del mercato in relazione all’Italia. Con questo in mente ho chiesto spiegazioni ai principali attori del mercato finanziario. La risposta concorde è stata: leggiti cosa scrive il Fondo monetario sull’Italia, che è la fonte dati principali a cui si ispirano tutti quelli che devono valutare i rischi sovrani, e, visto che sei del mestiere, capirai perché pretendiamo un premio di rischio del 6% e oltre per comprare titoli decennali di debito italiano, e perché siamo incerti se acquistarli o meno. Ma è immotivato l’eccesso di negatività del Fmi sull’Italia, ho risposto. Prova che sbaglia, hanno ribattuto scettici. Per questo sono andato a confessare parecchi analisti e funzionari del Fondo, raccogliendo le confidenze che qui sintetizzo.L’estate rovente – Nella tarda primavera del 2011, quando la crisi si estese all’Italia, una parte dello staff del Fmi, in particolare quello di nazionalità italiana, voleva che il Fondo rendesse pubbliche le analisi sulla sostenibilità del debito e sui fondamentali dell’economia italiana che non giustificavano l’inasprirsi della pressione dei mercati e il conseguente innalzamento dello spread. Questa posizione uscì sconfitta per due motivi. Primo, si formò un asse occulto tra il direttore generale Lagarde e il rappresentante tedesco presso il Fmi, con la benedizione di quello francese, volto a mantenere altissima la pressione sul’Italia. Non solo il Fmi non dischiuse le  valutazioni favorevoli sull’Italia ma chiese, con il sostegno tacito della Germania, un monitoraggio rafforzato sull’Italia,  strumento che dal 2004 a oggi è stato utilizzato solo per Nigeria e  Giamaica. Tale mossa, nelle intenzioni dell’alta direzione del Fmi e della Germania, doveva essere il precursore per costringere l’Italia ad accettare un «programma» di circa 90 miliardi: non tanto per rifinanziare il debito pubblico italiano, ma finalizzato a mettere sotto controllo totale (un prestito serve ad imporre condizioni) le decisioni economiche e di bilancio del governo italiano. Infatti nel vertice G20 di Cannes, nel novembre 2011, Lagarde annunciò una nuova forma di prestito (Precautionary and Liquidity Line; PLL) che molti analisti e giornalisti – si vedano le agenzie Bloomberg e Reuters  di quel periodo – valutarono concepita specificamente per mettere in gabbia l’Italia. Secondo motivo. Il governo italiano non intervenne a sostegno degli analisti che volevano ripristinare la verità tecnica sull’Italia e questi, non sentendosi sostenuti dal governo interessato, smisero di insistere. Ed è ancora così, misteriosamente.Tesi tedesca – Da allora le pubblicazioni ufficiali del Fmi tendono fedelmente a riflettere la posizione tedesca sull’Italia: consolidamento fiscale e riforme strutturali in tempi ed intensità insostenibili. Non trovano spazio in tali pubblicazioni le analisi interne del Fondo che mostrano come nella crisi dell’euro l’effetto contagio sia dirompente; come i tassi italiani si muovano in risposta ad analoghi movimenti di quelli spagnoli. Se si fosse dato spazio a queste analisi, la conclusione sarebbe stata che l’Italia era vittima di contagio e che avrebbe dovuto beneficiare del supporto sistemico della Bce, cosa che la Germania assolutamente non voleva. Nelle analisi pubblicate, inoltre, non vi è traccia delle preoccupazioni dello staff per gli alti tassi di interesse italiani che, lungi dal facilitare le riforme, ne ostacolano la loro realizzazione proprio per mancanza di accesso ai mercati a costi sostenibili. Ugualmente, non vi è alcuna critica pubblica o semipubblica alla Bce, che, invece, dallo staff Fmi viene percepita come elemento del problema, non della soluzione. Anzi, in ossequio alla volontà tedesca, la Bce viene inserita nella troika che impone e controlla la condizionalità dei Paesi membri dell’euro, un fatto assolutamente inedito nella storia del Fmi e che trova la ferma opposizione degli Stati Uniti. In tutte le pubblicazioni, con l’eccezione – per altro insufficiente – dell’ultimo numero del Fiscal Monitor,  non vi è alcun tentativo di analizzare in forma separata e specifica l’Italia che, invece, viene sempre appaiata alla Spagna o ad altri Paesi periferici. Quest’approccio metodologicamente infondato e politicamente distorto, in quanto i problemi dell’Italia sono diversi dagli altri, nonché molto minori,  continua in questi giorni in cui l’Italia continua a essere associata alla Spagna senza che si faccia chiarezza sul percorso di riforme intrapreso da Roma in una condizione strutturalmente molto più solida rispetto a quella di Madrid.Colpe e assedi – L’Italia è certamente colpevole di disordine economico, per esempio la lentezza delle riforme e l’inconsistenza di gran parte dei politici, partiti e sindacati. Inoltre non possiamo nasconderci che nel 2011 ha perso credibilità in modo totale. Ma i suoi fondamentali sono decenti, ha fatto riaggiustamenti economici, pagati con il sangue del popolo produttivo, come nessuna altra nazione. E, pur se da poco, comincia a tagliare spesa pubblica invece che alzare le tasse ed a valutare, pur ancora timidamente, operazioni patrimonio contro debito. Francamente non si merita uno spread così alto e devastante né tantomeno che le valutazioni del Fmi non riconoscano gli aspetti positivi e specifici della nazione. Si tratta di guerra economica condotta dalla Germania contro l’Italia, per  indebolirla e meglio condizionarla, o  solo di una diversità o di errori analitici, per la loro tipica ansia che distorce le visioni, dei tedeschi? Alcuni indizi fanno propendere per la prima ipotesi, dal momento che sono in atto tentativi di conquista di posizioni di controllo nei settori industriali, dell’energia (Ansaldo) e bancario e forti compressioni della presenza italiana nei mercati esteri.Linea prudente – Il governo Monti non vuole rispondere, e un suo esponente mi ha suggerito di non portare questo tema sulla stampa dopo un primo articolo pubblicato su Il Foglio, perché  sta tentando una strategia non conflittuale di convincimento della Germania, nella paura che Berlino possa «catastrofarci» se la denunciamo e sfidiamo. O preferisce tenere nascosti i difetti di gestione dell’immagine italiana presso il Fmi e altrove? Per questo chiedo alle Commissioni parlamentari Esteri e Difesa, se possibile in sessione congiunta in quanto il problema è di sicurezza nazionale, di chiamare in audizione chi può dettagliare ed espandere gli indizi qui riferiti per decidere se siamo oggetto di un attacco o meno e se, in caso, il governo sia attrezzato per la giusta difesa. Secondo me la nazione è sotto attacco e dovrebbe reagire con massima durezza e determinazione. Ma è meglio che siano le istituzioni ad accertarlo in modi approfonditi, vigileremo che lo facciano. www.carlopelanda.com libero

Una grande alleanza per fermare Pechino

Lunedì, 24 Marzo 2008

Perché i governi occidentali reagiscono con imbarazzata prudenza alla crescente domanda di far cessare la repressione in Tibet? Ormai la Cina è troppo potente per essere dissuasa e troppo inserita nel mercato internazionale per essere sanzionata. Ma il problema va ben oltre quello, pur devastante, di non riuscire a difendere i diritti umani.

La Cina, infatti, è fonte di tre rischi: oggi, postura destabilizzante nel sistema mondiale; domani, possibile implosione economica per squilibrio del modello interno, con contagio globale; dopodomani, il suo modello di capitalismo autoritario avrà più forza di quello democratico e lo sconfiggerà. Pechino non sta facendo abbastanza per prevenire i primi due rischi e persegue il terzo come obiettivo. Tale evidenza pone in priorità la regolazione della Cina. Ma i pensatoi occidentali sono divisi tra chi lo ritiene ormai infattibile e propone di arrendersi cercando il miglior compromesso (realismo pragmatico) e chi insiste nel cercare una pur difficilissima soluzione (realismo strategico). Tale è ora la "questione cinese".

La divisione tra realisti pragmatici e strategici non è nuova. Nel 1994 l’Ufficio scenari del Pentagono stimò che nel 2022 la Cina avrebbe superato la potenza degli Stati Uniti e raccomandò politiche conseguenti. Ma nello stesso periodo l’amministrazione Clinton cooptò Pechino nella Wto, l’organizzazione mondiale del commercio, dandole accesso al mercato globale e privilegi bilaterali. Tale scelta fu motivata come applicazione del "globalismo positivo": la ricchezza favorirà la democratizzazione graduale. In realtà fu sostenuta da scambi pragmatici, di grande vantaggio contingente per il business statunitense, che incentivarono i politici a sottostimare il pericolo prospettico.

Pròva ne è che le condizioni date a Pechino aperture, trasparenza, diritti, e non aggressività  pretendevano solo una accettazione di principio. La Cina non le ha rispettate ed ha avviato una politica di potenza. Nel 2007 l’amministrazione Bush cercò di bloccare la conquista cinese dell’Africa e parte dell’America Latina via contratti di sostegno alle dittature in cambio di energia ed influenza.

Ma la Cina sfuggì facilmente, incentivando la Russia, dissuadendo l’Europa e, probabilmente, ricattando l’America, stessa impegnata sul fronte islamico e vincolata dal sistema economico binario sinoamericano ormai consolidatosi. Il fabbisogno di capitale cinese per salvare la finanza occidentale in crisi ha ora sepolto il tentativo.

Inoltre il progetto cinese di potenza prevede tempi lunghi e la minimizzazione delle controreazioni nel frattempo. Lo concepì Deng Xiaoping negli anni ’70: staccarsi dall’Urss perché senza forza economica era impensabile sfidare l’America, svilupparsi con l’aiuto degli occidentali per poi, nei decenni, diventare più grandi di loro e piegarli. Ed ora sta avvenendo.

Hanno ragione i pragmatici a prenderne atto adattandosi? Non ancora, una soluzione c’è. Si tratta di unire le grandi democrazie affinché formino un’area di mercato internazionale compatibile con il capitalismo democratico che poi negozi nuovamente le condizioni di accesso per la Cina, facendole rispettare. Tale Grande alleanza avrebbe scala geopolitica ed economica sufficienti per condizionare la Cina, senza necessità di ricorrere a suicidi atti ostili quali il protezionismo 0 la frizione militare.

Per svilupparsi dovrebbe avere un nucleo magnetico basato sulla convergenza iniziale tra America ed Unione europea. Questo il punto di interesse diretto per l’Italia che, pur spesso dimentica, è parte influente dell’Europa.

La UE deve riflettere apertamente sulle sue nuove responsabilità globali, trovare in queste nuovi motivi per meglio unirsi internamente, per poi integrarsi esternamente in una futura Euramerica. E l’America deve prendere atto di essere ormai troppo piccola per fare a meno dell’Europa nella missione di governo del globo. Fantapolitica? Forse, ma è anche l’unica strategia rimasta.

Carlo Pelanda
il sole24 ore 23/3

(continua…)