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Maria Elena Boschi, le piccole Carfagna crescono

Martedì, 7 Gennaio 2014

Pur avendoci incantato per garbo e delicatezza di tratti, Maria Elena Boschi non ci convince del tutto.

Intanto, la trentaduenne deputata del Pd e neo responsabile delle Riforme della segreteria di Matteo Renzi è un tantino invadente per le troppe volte che ci entra in casa su ogni possibile canale tv, dando l’impressione che null’altro faccia che promuovere se stessa.

Inoltre, pare parli essenzialmente per tenere in esercizio la bocca e non per dire cose. A meno che non consideriamo cose il suo continuo cinguettio, «Matteo qua, Matteo là», la calcata buona volontà espressa con i vari «noi ce la metteremo tutta» e sinonimi, l’ottimistica visione del nostro domani propinata con sperticate lodi sui benefici del renzismo.

Fin qui, la Boschi televisiva. Poi, c’è Twitter di cui, come il suo capo Renzi, è idolatra. Ecco un saggio di pensieri e umori di Maria Elena. Per le festività: «O è Natale tutti i giorni o non è Natale mai! Un felice Natale a tutti». Per la Leopolda (il festival fiorentino d’autunno di Renzi): «Pronti per dare un nome al futuro?». Per le primarie della segreteria Pd (vinte da Renzi): «È la nostra occasione! Questa è la volta buona!».

In un giorno a caso: «Con Matteo cambia verso all’Italia! Si riparte!». Per riassumere: una marea di esclamativi ed entusiasmo alle stelle, a conferma definitiva di una personalità giulivamente estroversa. Anche il suo profilo parlamentare è coerente. L’onorevole Boschi è molto presente in Aula, come in tv e su Twitter, ma se c’è da fare cose concrete marca visita: in dieci mesi non ha prodotto proposte di legge, limitandosi a firmarne alcune presentate da colleghi.

Classe 1981, dunque quasi giovanetta, Maria Elena merita già solo per questo la massima apertura di credito. Quel che ne ho detto finora, frutto di semplici osservazioni a distanza, non pregiudicano nulla. Renzi, per dire, la considera un fenomeno, se non alla sua stregua, degna almeno di stargli a fianco.

Se poi si pensa che in un anno, il 2013, Boschi è diventata deputato, è entrata nella segreteria del Pd (composta di dodici prediletti di Renzi, come gli apostoli), è stata acclamata Miss Montecitorio e se la batte per notorietà tv con una veterana come Mara Carfagna, si può affermare che è partita col piede giusto. Perfino il Cav ne è abbagliato. Un giorno le ha detto: «Lei è troppo bella per essere comunista». E lei, anziché lasciarsi lusingare, ha replicato seria e severa: «I comunisti non esistono più».

Ha già pure un soprannome: la Giaguara. Segno che ha acceso la fantasia dei cronisti. Tutto è nato alla Leopolda di due mesi fa – kermesse da lei brillantemente organizzata – quando giunse in scarpe leopardate, tacco dodici (che alterna con il dieci, ma è sempre in supertacco). I giornalisti, che nelle associazioni sono impagabili, hanno subito collegato il leopardo di Maria Elena al giaguaro di Bersani (quello che l’ex segretario pd si era fissato di volere smacchiare, alludendo al Cav).

Di qui il soprannome, quasi un omaggio alla grinta dimostrata dalla ragazza nell’infrangere il tabù che aveva portato iella a Bersani e al Pd. Parlando di scarpe, aggiungo quel che Maria Elena ha voluto farci sapere in un’intervista. Ora che passa a Roma cinque giorni la settimana (trascorre il week end nella natia Toscana), indossa sempre scarpe con ultratacchi a Montecitorio, ma ha con sé delle ballerine che calza invece per affrontare gli infidi sanpietrini romani tornando a casa. Un accorgimento che denota equilibrio tra vanità e testa sulle spalle.

Che sia ragazza quadrata, non ci piove, e neppure che sia ambiziosissima. Nata a Montevarchi, ma solo perché lì c’era Ostetricia, Maria Elena è di cospicua famiglia di Laterina, borgo aretino di qualche migliaio d’anime. Papà Pierluigi è dirigente della Coldiretti, direttore di un consorzio vinicolo e nel cda di BancaEtruria.

In sostanza, un ex democristiano traslocato nel Pd, via Margherita (stesso partito dei Renzi). Idem la mamma, Stefania Agresti, preside e vicesindaco pd del borgo. Pare che i Boschi e i Renzi – del Valdarno aretino gli uni, del fiorentino gli altri – siano vaghi conoscenti da prima che i rispettivi rampolli intrecciassero i destini, cosa che tra sparuti bianchi nella marea rossa locale, è del tutto verosimile.

Dopo una superlativa laurea in Legge, Maria Elena si specializzò in Diritto societario, iniziando la pratica legale. A studio con lei, c’era Francesco Bonifazi, di cinque anni maggiore, avvocato piddino col pallino della politica. I due diventarono amici – c’è chi dice qualcosa di più – e insieme sostennero nel 2009 la candidatura a sindaco di Firenze del dalemiano, Michele Ventura, contro Renzi.

Matteo però prevalse e Bonifazi, eletto unico consigliere comunale venturiano, il giorno successivo passò armi a bagagli con il vincitore diventandone, come tutti quelli che si allineano con Matteo, reggicoda. Ne è stato lautamente ricompensato: oggi è deputato e tesoriere del Pd. Fu lui a presentare al neo sindaco Maria Elena che, a sua volta, si mise a disposizione ricevendone altrettanti benefici. Per riassumere: la Nostra fanciulla, che non doveva all’inizio avere le idee chiare, debuttò in politica con un prodigioso salto della quaglia dall’universo togliattiano di D’Alema a quello indefinito di Renzi, suo rottamatore.

In quattro anni dall’entrata in scena, ecco quel che è accaduto. Il rapporto tra Matteo e Maria Elena è diventato più stretto, alimentando illazioni. È seguita la nomina dell’avvocata nel cda di Publiacqua (la maggiore azienda idrica toscana), l’attribuzione di un compito importante (la «tenuta dell’agenda» di Renzi!) nelle primarie 2012 in cui Matteo fu battuto da Bersani e un apprezzato contributo professionale di Maria Elena nella privatizzazione dell’Atef, l’azienda filotranvaria fiorentina. Operazione osteggiata con scioperi dalla Cgil, tra il pittoresco sacramentare degli utenti fiorentini. Per tali meriti, la ragazza è stata catapultata a Montecitorio con le ultime elezioni. Una carriera lampo, ricalcata su quella delle vituperate donne berlusconiane. Lei che di continuo esalta la via maestra delle primarie per selezionare i migliori, al dunque ha preso la scorciatoia del posto sicuro in lista sotto l’ala del protettore. «È una miracolata. Senza Renzi, non esiste», si mormora a Firenze. Veleni toschi, bella Boschi. Non ci badi. Dimostri a quelli che oggi hanno ragione che presto avranno torto. Giancarlo Perna per “il Giornale

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Boccia, un perdente di successo (i ritratti al vetriolo di Perna)

Mercoledì, 4 Dicembre 2013

Sebbene sia noto soprattutto per il matrimonio con Nunzia De Girolamo, Francesco Boccia ha una sua storia dignitosa. Certo, la scelta di impalmare la bellezza sannita è stato l’atto più spavaldo della sua vita. A colpire, fu il fatto di due politici di sponde opposte che mettevano le vite in comune. All’epoca, Nunzia era così nelle grazie del Cav che si favoleggiava di un «fidanzamento».

Francesco invece (oggi a capo della commissione Bilancio della Camera) era già l’alto esponente del Pd che è tuttora e da anni fiduciario di Enrico Letta. La liaison agli esordi fece scalpore, specie a destra, dove l’ostilità per quell’ibrido raggiunse toni parossistici. «O tu passi al Pd o lui con noi», avrebbe ingiunto il Cav alla sua pupilla temendo che, tra un sospiro amoroso e l’altro, i segreti del Pdl finissero all’orecchio del nemico. Ma la cosa si appianò e nel dicembre 2011 Nunzia, che già aspettava la piccola Gea, impalmò Francesco.

Come in ogni cosa di Boccia, anche nella storia con De Girolamo c’era l’ombra di Letta junior. Nunzia, come molti altri del centrodestra, faceva parte come Boccia e tanti del centrosinistra di VeDrò, il club fondato da Letta per amalgamare le giovani leve politiche aldilà degli schieramenti.

L’accolita si riunisce una volta l’anno alla centrale elettrica di Drò, presso Trento, per discutere e conoscersi. E qui, a quanto si dice, Cupido fece scoccare il dardo che avvinse la beneventana Nunzia e il biscegliese Francesco. Quando accadde, Boccia aveva da poco chiuso una precedente relazione anch’essa all’insegna del lettismo con l’affascinante Benedetta Rizzo, organizzatrice di VeDrò, dalla quale erano nati Edoardo e Ludovica.

Boccia dunque, che a vederlo così, nonostante i 45 anni, pare un fanciullone di primo pelo, è già bigamo e padre di tre figli. È anche meno cauto di quanto sembri nelle, in genere, calibrate apparizioni tv. Il meglio della sua latente aggressività, la esprime su Twitter di cui è patito. Se gli interlocutori lo criticano, li sferza con un «se non sei d’accordo con me, fatti eleggere poi ne riparliamo», che alterna a «fai ridere… vai, vai a lavorare» e all’epiteto «coniglio».

Nella foga twittesca , talvolta straparla. In giugno, quando si discuteva l’acquisto degli F35, che Boccia caldeggia, cercò di rintuzzare i pareri opposti dei pacifisti della Rete scrivendo che gli apparecchi erano «elicotteri per il soccorso alle popolazioni». In realtà, sono micidiali cacciabombardieri. La cantonata, che ancora oggi lo perseguita, fu sommersa di ironie internettiane.

Gli fa più giustizia l’uscita,sacrosanta ma azzardata dato il clima, di alcuni giorni fa: «In un Paese normale, prima di fare decadere Berlusconi, si sarebbe aspettata la delibera della Corte sull’interpretazione della legge Severino».

Con l’aggiunta: «Se ci sono nuove carte sul processo Mediaset, mi aspetto una revisione come per qualsiasi altro cittadino». Un destro-sinistro al giustizialismo del suo partito che ha mandato sulle furie l’intero Pd. Inondato di improperi, Francesco ha fatto marcia indietro ma, dimostrando carattere, non più di tanto.Il punto è che Boccia c’entra col Pd come un cavolo a merenda. Lo diceva già Nunzia ai tempi in cui la mettevano in croce perché coccolava «uno di sinistra »: «Ma quale sinistra e sinistra? Francesco è un moderato, un popolare centrista, sono molto più di sinistra io». Lui però non lo ammette, essendo talmente in carriera nel Pd da rinnegare il passato.

«Mai stato democristiano », ha osato dichiarare tempo fa. Una frottola:fine anni ‘ 80, ancora prima di laurearsi in Scienze politiche a Bari, militava già nella Dc. Era una giovane speranza della corrente di Beniamino Andreatta, la stessa di Letta jrdi due anni più anziano cui si legò proprio in quel tempo.

I Boccia sono una cospicua famiglia di Bisceglie, graziosa marina fra Trani e Bari. I genitori guidavano una fiorente azienda tessile. Il ragazzo crebbe in una villa immensa diverse decine di stanze con cappella privata e campi da tennis. Si divideva tra l’università e il gioco delle carte di cui era maestro.

Aveva una ragazza fascinosa (su questo non ha mai transatto) che, lustri dopo, divenne first lady di Trani, ossia moglie di un sindaco. In quei primi anni ’90, Francesco debuttò nella politica con la nomina, in conto Dc, nel Cda della locale casa di riposo Principessa Iolanda.

Tutto sembrava destinarlo al ruolo di ottimate locale, quando l’impresa familiare fallì. Fu un trauma con pesanti code economiche e giudiziarie. Francesco, lasciò Bisceglie e cominciò a girare il mondo quattordici residenze diverse in un pugno d’anni! – per perfezionare gli studi economici: master alla Bocconi, quadriennio alla London School, soggiorno negli Usa.

A ridargli un destino italiano fu il solito Letta che, diventato ministro dei governi D’Alema e Amato (1998-2001) lo chiamò come consulente all’Industria, inducendolo anche a iscriversi nella Margherita. Entrò poi nelle grazie del sindaco ds di Bari, Michele Emiliano, che lo nominò assessore comunale al Bilancio (2004) e lo montò al punto da imporlo come candidato ufficiale della sinistra per la presidenza della Puglia contro il berlusconiano Raffaele Fitto (2005).

Quando già Boccia era certo di essere lui il campione dei Ds aveva dalla sua Max D’Alema, Romano Prodi, ecc il semisconosciuto Nichi Vendola lo sfidò alle primarie e vinse di un soffio. Ci fu la quasi certezza di brogli a danno di Boccia che infatti raccontò: «Sono stato tentato di non riconoscere il verdetto, ma Prodi mi disse di lasciare perdere».

Romano, infatti, si era accordato con il rifondazionista Fausto Bertinotti, di cui Nichi era pupillo, per averne, di lì a poco, l’appoggio per il suo secondo governo (2006-2008). L’imprevista sconfitta nei confronti di Vendola, mentre tutto l’apparato era con lui, chiarì per sempre che Boccia non incanta folle, né porta voti. Più che un valore aggiunto è una sottrazione, come spesso i bravi ragazzi un po’ secchioni. Venne così incasellato come tecnico e relegato in quel recinto.Dal 2008, Boccia è deputato. Da allora, a parte il lieto matrimonio, gli va tutto storto, ma non ne fa un dramma. Nel 2010, ha risfidato Vendola alle primarie per la guida della Puglia ed è stato stracciato: 73 per cento dei voti contro il 27. In aprile, era dato per certo come ministro di Letta, lo è diventato invece sua moglie. In maggio, si è fatto eleggere consigliere comunale di Bisceglie ma ha creato un tale pasticcio che per poco non lo garrottavano: ha spaccato il Pd, dando la vittoria al centrodestra. La storia di un numero due. g. perna ilgiornale.it

Boldrini – ritratto al vetriolo di Perna

Lunedì, 5 Agosto 2013

Non è accattivante ma neanche antipatica la presidente della Camera, Laura Boldrini. Solo che, avendo l’aria di chi si carica di tutti i mali della terra, comunica una tristezza infinita. Mai un sorriso sul bel volto di cinquantaduenne giovanile. Sempre imbronciata e superciliosa, con la voce esasperata di chi ha la ricetta per un mondo migliore ma è inchiodata a questa valle di lacrime dai trogloditi che non la pensano come lei.

Fieramente consapevole di appartenere a un’élite come borghese benestante e militante della sinistra mondialista, Laura ha tuttavia degli sbalzi umorali che manifesta nel cambio continuo del look. Un giorno ha i capelli sciolti, l’altro a coda di cavallo, a volte ha occhiali, altre è senza, alterna abiti da clausura a maliziosi decolleté, vesti arcobaleno a cupe tenute da esistenzialista. Metamorfosi che, come in un uomo il quale passi da glabro a barbuto, dalla barba al pizzetto, dalla mosca ai baffi, denotano un carattere malfermo aldilà delle apparenze.

Deputato debuttante in marzo con Sel, il partito di Nichi Vendola, e subito eletta presidente di Montecitorio dalla sinistra, Boldrini ha un’idea dell’Italia tutta sua, derivata da una visione globalista della ripartizione dei compiti. Della Penisola ha una considerazione, per così dire, solo «geografica» come di piattaforma galleggiante adagiata nel Mediterraneo per servire da attracco ai barconi provenienti dall’Africa.

Altri elementi, storiografici, culturali, eccetera, le paiono accessori. Quando, alcuni anni fa, Maroni strinse accordi con Gheddafi per frenare i flussi dalla Libia, Laura – allora funzionario Onu – li bollò come contrari al diritto di asilo. Osservò che l’Italia aveva meno rifugiati di altri Paesi Ue e le intimò di accoglierne in massa, facendosi più europea. Avrà, perciò, salutato con gioia l’avvento della primavera araba che, sgozzato il Colonnello, ha ripristinato il viavai, favorendo il nostro incivilimento.

Alcuni episodi come terza carica dello Stato ci daranno un’idea più precisa di Boldrini. È molto sensibile ai diritti delle persone. Ma non quelli cui aspira la maggioranza degli italiani: meno soprusi, più libertà, più merito e altre banalità. I diritti che a Laura premono sono quelli delle minoranze. Così, in giugno, è andata al Gay Pride di Palermo a caldeggiare matrimoni, adozioni, fecondazioni e altri diritti del Duemila.

Si è però rifiutata, sembrandole forse ottocentesco, di andare in luglio all’inaugurazione di uno stabilimento Fiat in Val di Sangro dove era stata invitata da Marchionne. Invito che il manager le aveva rivolto dopo il suo affettuoso incontro a Montecitorio con i capi della Fiom in rotta con Fiat, con l’intenzione di mostrarle che anche l’azienda faceva la sua parte.

Lei, però, per schierarsi con il sindacato contro il padrone, ha puntato i piedini, restando a casa. Una posizione talmente ideologica che fu addirittura un piddino, il vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti, a rimediare, andandoci lui.

Molto gauchiste anche il giudizio boldriniano sull’attentato di aprile del disoccupato Luigi Preiti contro due carabinieri (uno tuttora paralizzato) davanti a Palazzo Chigi: «È il disagio sociale che trasforma le vittime in carnefici». Una sorta di assoluzione che fa pensare a una Laura che guarda con simpatia ai povericristi.

Ma quando è toccato a lei subire un torto, si è invece infuriata come un’Erinni, ordinando una rappresaglia militare. È successo appena sul web è circolata una sua foto (falsa) che la ritraeva in costume adamitico. Indignata, ha aizzato contro il colpevole la polizia Postale che ha fatto irruzione in casa, sequestrato computer, fatto denunce.

Qui, non le è passato per le meningi che anche costui fosse un disagiato o un banale buontempone da trattare con indulgenza. Così come, lei sempre pronta a difendere le donne, si è fatta pizzicare dal Giornale per avere ignorato che le squadracce di Sel, al corteo Pdl di Brescia (maggio), avevano aggredito delle manifestanti. «Dov’era Boldrini?» chiedemmo di fronte al suo silenzio. «Non sapevo – si è giustificata lei – Ma esprimo tutta la mia solidarietà a quelle donne che hanno ricevuto insulti in quanto donne». In quanto berlusconiane – sottinteso – ben gli sta.

Prima di cinque figli (oltre a lei, tre fratelli e una sorella), Laura appartiene a una cospicua famiglia, molto cattolica, dell’anconetano. Il ceppo è di Matelica, il borgo di Enrico Mattei e dell’amico Massimo Boldrini, pezzo grosso dell’Eni e lontano parente di Laura. Dopo le prime scuole in campagna, la ragazza si trasferì a Jesi – città natale di Federico II – per il liceo.

Era uno spirito ribelle, un simil maschiaccio che non stava mai con le ragazze. Col padre, austero avvocato conservatore, che le aveva insegnato le preghiere in latino, rompe i ponti quando, dopo la licenza, decide di partire per il Venezuela a fare la campesina tra le risaie, tirando poi a lungo con un giro in Centro America prima di approdare a New York.

Tornata in Italia, traslocò a Roma per frequentare Legge alla Sapienza, mentre l’idea di occuparsi dei drammi del mondo si faceva sempre più strada. Fino alla laurea, prese l’abitudine di trascorrere sei mesi l’anno nei Paesi a rischio, con il babbo sempre più arrabbiato e la mamma, antiquaria, a tenerle teneramente bordone.

Dopo il diploma, abbracciò il giornalismo (oggi ha rubriche nei giornali di De Benedetti). Iniziò come precaria Rai, poi fu portavoce all’Onu. In questa veste, si occupò prima di fame alla Fao, poi di emigrazione all’Alto commissariato, viaggiando in tutti i posti che la Farnesina sconsiglia ai turisti: Irak, Afghanistan, Kossovo, Sudan, eccetera. Tra i giornalisti prese il marito, Luca Nicosia, da cui ebbe Anastasia, oggi di vent’anni. Presto divorziata e amareggiata si tuffò nel lavoro.

C’è chi la ricorda, anni fa, invitata a un matrimonio, fare un discorsetto bilingue alla coppia di amici italo-inglese in cui, agli auguri, aggiungeva ammonimenti sui tranelli della vita in comune. Una petulante proiezione della propria esperienza fallita e indizio della sua incapacità di vedere il lato lieto dell’esistenza. Che è, per chi scrive, l’esatta immagine negativa che la presidente Boldrini rimanda ogni volta che appare in tv.

Va detto però che Laura è reduce da una tragedia che ha dell’incredibile. Nel giro di un anno – due anni fa – ha perso il padre, la madre, l’unica sorella e una zia, cui era legatissima, per un’identica, crudele malattia. Si resta basiti e verrebbe di abbracciarla. A starle accanto, per fortuna, c’è il catanese Vittorio Longhi, altro giornalista, suo compagno da anni e anima gemella: patito anche lui dei temi dell’emigrazione e collaboratore del gruppo De Benedetti. Accomiatandoci da lei, la lasciamo dunque in buone mani. g. perna giornale

La Bonino, una vita in poltrona (i ritratti al vetriolo di Perna)

Lunedì, 15 Aprile 2013

Mentre gli altri papabili per il Quirinale stanno acquattati, la radicale Emma Bonino si agita da matti.

Va capìta. È dal lontano 1976 – trentasette anni fa! – che per la prima volta resta senza poltrona. Tutto a causa della batosta elettorale di Amnistia e libertà, la lista sua e di Pannella, che, inchiodata a una percentuale da trigliceridi (0,3), li ha tagliati fuori.

Se ora non trova subito uno strapuntino su cui sedere, Emma rischia una crisi di astinenza. Di qui, la foga che mette per salire al Colle.

Da tempo, batte la grancassa. Ogni giorno, dozzine di sondaggi la dichiarano favorita per le sue personali virtù e il suo essere donna. Pilota una squadra di ammiratori che ne sostengono la candidatura. Sono della compagnia di giro, la stilista Anna Fendi, l’astroscienziata Margherita Hack, Renzo Arbore, Lucrezia Lante della Rovere, Franca Valeri. Hanno mandato una lettera al Corsera per «Bonino presidente», Alessandro Gassman, Sergio Castellitto, Gianmarco Tognazzi, altri così.

Gira sulla Rete un video con diversi divi dello spettacolo che recitano, ammiccanti, slogan più o meno stupidotti, pro Bonino. Si va dal: «Ora al Quirinale c’è la possibilità di avere una donna, talmente straordinaria che andrebbe bene anche se fosse un uomo» di Rocco Papaleo (attore) a: «Il nuovo presidente della Repubblica? Me lo immagino durante il discorso di fine anno: senza cravatta!» di Valeria Solarino (attrice).

Al vociare si aggiunge Marco Pannella il quale, ogni volta che trova un microfono, ripete che la massa degli italiani null’altro vuole che Bonino al Quirinale. Se qualcuno ne dubita, com’è successo nella radiotrasmissione la Zanzara – dove il conduttore ha ricordato il recente 0,3 elettorale di Emma – Marco spacca a pugni lo studio, non tanto per difendere Bonino quanto per la rabbia di sentirsi rinfacciare il fiasco di cui è largamente corresponsabile. In diversi ambienti Emma ha buona stampa. Si ricordano le battaglie laiche e quelle pacifiste. Salì alla ribalta, nei primi anni Settanta, per gli aborti che procurava con una pompa di bicicletta, raccogliendo i feti in un vaso che contenne marmellata. Era il suo modo di combattere alla luce del sole gli aborti clandestini. Sull’onda di queste performance, fu eletta alla Camera nel 1976 con la prima pattuglia radicale entrata in Parlamento (lei, Pannella, Mauro Mellini, Adele Faccio).

Per lo spirito energico e l’alone che circonda i radicali, Bonino è considerata un’idealista che combatte buone battaglie. Senza entrare nel merito di questa impressione, va però aggiunto che ha fatto notevoli giravolte per continuare a godere ininterrottamente dei privilegi propri dei politici. Dal debutto parlamentare, a 28 anni, ai suoi attuali 65, Bonino – come il più logoro personaggio della casta – ha vissuto di poltrone e prebende. Quando Casini e Fini entrarono a Montecitorio (1983), lei era lì da sette anni; all’arrivo di D’Alema e Veltroni (1987), era già veterana da undici.

Emma ha fatto, tra Camera e Senato, sette legislature, toccando il massimo pensionistico. Vanno aggiunte le quattro stagioni al Parlamento di Strasburgo, quattro anni come commissario Ue e due da ministro di Prodi (2006-2008). La sua vita politica, come quella di Pannella, è distinta in tre periodi. Durante la prima Repubblica erano autonomi. Poi, con il bipolarismo, si sono schierati prima con il Cav, poi con la sinistra.

Nel 1994, Emma fu rieletta alla Camera sotto le insegne di Forza Italia e della Lega Nord. Il Berlusca la volle poi commissario Ue agli Aiuti umanitari. Finita l’esperienza, la ricandidò come parlamentare Ue. Dopo dieci anni abbondanti di centrodestra, Bonino e Pannella passarono a sinistra continuando a prosperare con i nuovi amici. Solo nelle elezioni di febbraio si sono messi in proprio, deragliando. Da commissario europeo (1995-1999), Bonino fu travolta dallo scandalo della collega Edith Cresson che aveva elevato il proprio dentista a un alto incarico.

Si scoprì che non era il solo abuso e che gli imbucati erano ovunque. Anche da Emma che amministrava il denaro per Paesi infelici come Bosnia e Ruanda. La commissione Santer, unica nella storia Ue, dovette dimettersi in anticipo. Emma rientrò in Italia e, orfana di poltrone, avviò all’istante una campagna per conquistare il trono del Quirinale basandola, da vera impunita, sui suoi meriti Ue. Prevalse però Ciampi. Era il maggio 1999. In giugno, con perfetto tempismo e i voti del centrodestra, tornò all’Ue come deputato.

Per i lunghi soggiorni esteri, le si accredita una visione globale. In verità, il suo mentore in materia è George Soros, noto speculatore internazionale (suo l’attacco alla lira del 1992), filantropo a tempo perso. George è iscritto al Pr ed Emma si abbevera ai suoi scritti mondialisti. La fama boninana di esperta internazionale poggia su tali letture. In questi ambiti scivolosi, Bonino ha trascinato anche Pannella, con cui – più in generale – ha rapporti nevrastenici. Passano giorni a ingiuriarsi, per poi ritrovare l’armonia in nome della ditta radicale di cui sono i padroni.

Emma ha una tecnica sperimentata quando nel Pr i dibattiti prendono una piega sgradita. Seduta al tavolo di discussione, raccoglie non vista la borsetta che ha ai piedi della sedia, se la stringe sottobraccio pronta a uscire di scena e finge un malore. Quando gli altri gridano allarmati: «Emma che hai?», si accascia da fare pena e si fa portare a casa, centrando l’obiettivo.

Nel 2006, Bonino passò al centrosinistra. Mesi prima, aveva detto di Prodi: «Ha il cervello piatto». Ma, cambiata casacca, gli si mise attorno e diventò ministro delle Politiche europee nel suo governo, con Di Pietro, un manettaro che ai radicali dovrebbe fare orrore, e con marxisti incalliti, tipo Paolino Ferrero, che a liberali come Pannella e soci dovrebbero dare l’orticaria. Emma invece si adattò perfettamente alla sinistra.

Ogni tanto si concedeva un’impennata radicale, ma sotto sotto faceva capire ai nuovi sodali che si potevano fidare. Per fornirne la prova, nella scorsa legislatura, Emma e i radicali hanno addirittura autorizzato l’arresto preventivo di diversi parlamentari, calpestando la loro storia libertaria. Il caso peggiore fu quello di Alfonso Papa del Pdl, dato in pasto al solito Woodcock, con la scusa – spiegò Emma per tutti – che non c’era fumus persecutionis. Così, tradendo se stessi, mostrarono pure di essere ciechi. Oltre al fumo c’era infatti anche l’arrosto, come stabilì poi la Cassazione che dichiarò illegittimo l’arresto per «insussistenza dei presupposti».

Se vogliamo una donna al Quirinale perché cominciare da questa furbacchiona?Giancarlo Perna per “il Giornale

 

Prodi, l’uomo dei misteri punta al Quirinale

Lunedì, 25 Marzo 2013

Autorevoli personalità, anche se trite e ritrite, danno Romano Prodi al Colle dopo Giorgio Napolitano. Settimane fa, si sbilanciò per lui il Corsera che lo ebbe tra i collaboratori. L’augusto Paolo Mieli, che già nel 2006 lo candidò a Palazzo Chigi, lo vede favorito al 95 per cento.

Di simil parere sono il mordace Enrico Mentana e il pensoso Gad Lerner. Non ha ancora profetato il venerando Eugenio Scalfari ma le sue inclinazioni prodiane sono note.
Prodi ha un cursus di peso – presidente Ue, due volte premier – anche se, essendo accanitamente di parte, difetta della neutralità che sarebbe il più bell’ornamento di un inquilino quirinalizio. Il nodo, però, sono i misteri che aleggiano sulla sua persona.

C’è intorno a lui un quid inesplorabile, emerso in diverse circostanze, che egli stesso, trincerandosi dietro il famoso sorriso giocondo, rifiuta di chiarire. L’episodio che lo rese famoso è la seduta spiritica del 2 aprile del 1978, sedici giorni dopo il sequestro di Aldo Moro. Il professore, con altri amici, si trovava nel rustico del collega Alberto Clò, in località Zappolino, trenta chilometri da Bologna. Con i bimbi in giardino e le mogli in cucina, gli uomini si chinarono su un foglio con le lettere dell’alfabeto e, chiedendo lumi sulla prigionia di Moro, lo percorsero con una medianica tazzina di caffè. Gli spiriti risposero: Gradoli. Prodi si precipitò a Roma nella sede Dc di Piazza del Gesù, per comunicare il responso dell’Aldilà. Causa equivoci, gli inquirenti finirono a Gradoli, paese laziale, anziché nella romana via Gradoli, dove effettivamente Moro era incarcerato. Vi giunsero solo giorni dopo, col covo ormai vuoto e la sorte del prigioniero segnata. Ma ciò che conta, è che l’informazione era buona.

ROMANO PRODICome l’aveva veramente avuta Prodi? Lui ha sempre giurato sulla seduta spiritica. Tutti sono invece convinti che si sia inventato un paravento per coprire un tizio in carne e ossa. I più – da Andreotti, al ds Pellegrino, all’ex vicepresidente Csm, Galloni – pensano che la soffiata venisse dai collettivi universitari bolognesi o da Autonomia operaia, ossia tipi loschi vicini alle Br.

ROMANO PRODIDa 35 anni, Romano convive con questo sospetto. Nessuno finora lo ha preso per la strozza ingiungendogli di dire il vero. Dormono le autorità, ronfa la stampa e le illazioni infittiscono. L’ultima, del 2005, è che ci sia stato lo zampino del Kgb. Per un uomo che potremmo vedere presto sul Colle, l’alone è pesante. Ma lui fa lo gnorri. Imperterrito.

Seduta spiritica a parte, di connessioni tra Romano e spionaggio sovietico si è supposto molto nell’ultimo decennio. Primo a parlarne, nel 2006, fu un eurodeputato britannico, Gerard Batten. Stando a costui, l’ex agente dell’Urss, Alexander Litvinenko (poi ucciso col polonio dagli ex colleghi) gli avrebbe rivelato che «il nostro agente in Italia è Romano Prodi». Colma la lacuna, una seconda testimonianza che in parte conferma e in parte attenua questo imbarazzante passato prodiano.

Un altro ex Kgb, Oleg Gordievsky, in un’intervista al senatore Paolo Guzzanti, già presidente della Commissione d’inchiesta Mitrokhin, disse: «Non ho mai saputo se Prodi fosse o no reclutato dal Kgb, ma una cosa è certa, quando ero a Mosca, tra il 1981 e il 1982, Prodi era popolarissimo nel Kgb: lo trovavano in sintonia dalla parte dell’Unione sovietica».

Dunque, se non agente, perlomeno simpatizzante del paradiso socialista in anni in cui Romano era già stato ministro (1978) e assumeva la guida dell’Iri (1982). Quanto ci sia di vero, è impossibile dire. Sconcerta però che Prodi (ma neanche la magistratura) abbia diradato quest’ombra. Lui tace per ridimensionare, ma l’effetto è di lasciare se stesso in balia di sconcertanti interpretazioni.

Ora, si è aperto il capitolo Cina. Romano, dopo la delusione per la cattiva prova del suo ultimo governo (2006-2008), ha rivolto l’attenzione al gigante orientale. Da anni, è più a Pechino e Shangai che a Bologna. Tiene corsi alla scuola del Partito comunista, è popolare mezzobusto nelle tv locali, pontifica nelle università. È il perito dei cinesi per i loro affari nell’Ue e in Italia.

Il suo compito più rilevante è quello di consulente della nuova agenzia di rating cinese, Dagong, che fa valida concorrenza alle tre sorelle Usa, Moody’s, Fitch e S&P. Poiché Dagong, a fine 2011, da poco insediato il governo Monti, abbassò l’affidabilità del debito italiano, ci si chiese che parte avesse avuto Prodi nella bocciatura. Più o meno esplicitamente fu accusato di essere il cavallo di Troia cinese nelle nostre faccende. Romano querelò Libero che aveva alluso senza però degnarsi di spiegare il suo ruolo nella vicenda. Con il risultato di tingersi ancora più di fosco.

Sempre sull’indecifrabilità del suo comportamento, ve ne racconto un’altra. Il primo che cercò di dare con beni pubblici una bella mano all’arricchimento di Carlo De Benedetti, proprietario di Repubblica, è stato il nostro Prodi (gli altri furono Carlo Azeglio Ciampi e Giulianino Amato). Graziosamente introdotto dal giornalista Scalfari, l’Ingegnere si presentò da Romano presidente dell’Iri e gli chiese di cedergli la Sme, holding alimentare.

All’istante, Prodi si accordò per vendergliela a 497 miliardi di lire. Un regalo. Tanto che il governo Craxi (siamo nel 1985), ignorando la stipula, mandò il piano all’aria.

Si seppe poi che prima dell’Ingegnere si era fatta avanti la Heinz. Fu il ministro liberale dell’Industria, Renato Altissimo, ad annunciare a Prodi l’interesse della multinazionale. Romano però fu secco: «Neppure alla lontana c’è l’ipotesi di una vendita Sme. Hai idea del prezzo? Stiamo parlando di millecinquecento miliardi».

Un mese dopo, saltò fuori che aveva firmato con De Benedetti. Altissimo, infuriato, andò da Prodi e gli chiese: «Perché a Renato (cioè a lui, ndr) hai detto no e a Carlo sì?». Romano, con un sorrisone da zucca di Halloween, replicò: «Perché Carlo ha un taglietto sul pisello che tu non hai». Sottile allusione al fatto che De Benedetti, essendo ebreo, fosse circonciso. Con annesso sottinteso che non si poteva dire no alla fantomatica «lobby ebraica».

Se Altissimo gli avesse anche chiesto perché valutando la Sme 1.500 miliardi in maggio, abbia tentato di venderla in giugno per 497, la risposta sarebbe stata oltremodo interessante. Ma ciò non avvenne. Il silenzio si aggiunge alla lista dei misteri di Prodi. Vogliamo davvero al Quirinale un uomo che porta con sé un simile fardello da spy story? g. perna ilgiornale

Oscar Giannino (i ritratti al vetriolo di Perna)

Lunedì, 3 Dicembre 2012

Da quando si è reinven¬tato, Oscar Giannino è esploso come fenome¬no popolare e prossimo leader politico simile a un Beppe Gril¬lo per palati fini. Oscar è la prova provata che per imporsi bisogna farsi biz¬zarri e colpire la fantasia. Ci vo¬gliono abiti eccentrici, modi bi¬slacchi e il viso double face del calvo a barba folta. Non basta la preparazione, altrimenti il cin¬quantunenne Giannino avreb¬be evitato le frustrazioni che soffrì per decenni, malgrado fosse dagli esordi quello che è oggi: un uomo capace, abitua¬to – secondo tradizione del Pri da cui proviene- a documenta¬re ciò che afferma. Ma riman-diamo a dopo il Giannino che fu, per dire subito ciò che è ora.

In primis , il dandy che incede nei talk show bastone in mano, giacche di velluto color arago¬sta, gilet di raso, pantaloni aspa¬rago e scarpe bicolori. Prende posto tra gli altri, punta il men¬to sul bastone e, con la barba che sporge, si immobilizza co¬me un nume assiro.

Pare di pietra, ma appena uno dice qualcosa che non gli sta bene, scatta come un misirizzi e travolge il malcapitato di dati, parole, riflessioni, accom¬pagnati da tutta la mimica italiana, braccia in aria, mani rote¬anti, occhi furenti, invettive ver¬bali, preziosismi lessicali. La causa per la quale si batte è, co¬me si sa, quella delle libertà in¬dividuali. Oscar è, infatti, un va¬lente giornalista economico pa¬ladino del liberismo più spinto che ha dello Stato l’opinione che molti hanno di Di Pietro.

Tuttavia, il Giannino più ascoltato non è quello che si ve¬de in tv, ma quello che si legge o che si sente. Dal 2009 ha due cat¬tedre, dalle quali sdottora ogni giorno con seguito crescente, accentuato dalla palude in cui è caduto il centrodestra. Una, è il sito Chicago-blog , messo a sua disposizione dall’Ibl (Istitu¬to Bruno Leo¬ni), pensatoio liberista. In base all’uzzo¬lo, Oscar dice la sua su Mon¬ti o Berlusco¬ni, il vento e la pioggia, e i fan – tempestan¬dolo di elogi entusiasti- ag¬giungono i propri commenti al verbo del Maestro.

I messaggi sono migliaia il giorno,centina¬ia di migliaia l’anno. Tradotti in voti – parenti e amici inclusi ¬un milione di suffragi: tre per cento dell’elettorato naziona¬le.
Ancora maggiore è il seguito di Giannino dal suo secondo pulpito, Radio24 , emittente del Sole24ore e Confindustria. Alle nove di ogni mattina, Oscar parla a ruota libera per un’ora su economia, politica e varia umanità.

La trasmissio¬ne, Nove in punto, la versione di Oscar, è il suo regno. La sigla consiste in un miagolio rabbio¬so, omaggio ai gatti amati dal conduttore che definisce «feli¬na» la trasmissione per dare un’idea umorale, imprevedibi¬le e artigliata di se stesso.

La pro¬messa è mantenuta. Oscar che conduce in piedi, se la dice e se la canta, gesticolando come lo vediamo in tv, affabulando ininterrottamente, con divaga¬zioni continue, frasi lasciate a metà, infarcite di «ergo», paro¬le inventate tipo «soberrimo» e improvvise impennate di voce seguite da invettive: «somari», «sciocchi», «Stato ladro». La gente, pur non capendo per in¬tero quel che dice, lo segue affa¬scinata nella convinzione di trovarsi di fronte a un rito del¬l’intelligenza cui ha l’onore di essere ammessa.

Questi successi professiona¬li – uniti alle miserie del centro¬destra – hanno spinto Gianni¬no a scendere in politica. In lu¬glio, ha redatto un manifesto, Fermare il declino – meno spe¬sa pubblica, meno tasse più me¬rito e liberalizzazioni- antica¬mera della propria e altre candidature nel 2013. Lo hanno sotto¬scritto in circa trecento.

Tra questi, il gruppo di Monteze¬molo, quelli dell’Ibl,i liberal-fi¬niani Mario Baldassarri e Bene¬detto della Vedova, il repubbli¬can-brunettiano Davide Giaca¬lone, un pugno di moderati del Pd. Affiancano Giannino due economisti, Nicola Zingales e Michele Boldrin, di stanza in Usa. Nell’insieme, tutta gente che quattro anni fa ha creduto nel Cav ma che oggi – a comin¬ciare da Oscar – lo ha cancella¬to, più indignata che delusa.

Per gli orfani del centrode¬stra a Nord del Po, Oscar è una reliquia. Dicono che senza la sua voce alle nove, gli onesti sgobboni che hanno ormai il ri¬getto del Pdl, non credono più nella Lega e diffidano del fighet¬to Montezemolo, sarebbero di¬sperati. Tanto è vero che accor¬rono in frotte ai suoi comizi. Giannino ha infatti cominciato a girare il Nord Italia: Treviso, Padova, Bologna, Milano, Ber¬gamo, dove ogni giorno è ap¬plaudito da migliaia di perso¬ne. Staremo a vedere.

Giorni fa, Oscar ha rivelato di portare il bastone non per vez¬zo ma dopo essere stato opera¬to tempo fa di un cancro alla spi¬na dorsale. Già a vent’anni gli era stato diagnosticato un tu¬more benigno allo stomaco. Mangia solo verdure ed è secco ai limiti dell’anoressia. Sempre stato così.

È uno che vive sui nervi. Allu¬dendo a queste caratteristiche dietetiche, ha beffato l’anno scorso i vip invitati al suo secon¬do matrimonio. Nel menu del raffinato ricevimento, con tavo¬li addobbati per portate lucul¬liane, erano annunciati piatti di sogno, tipo «Perle dell’Hima¬laya in castone di Alea delle Hawaii».

Al dunque, e dopo ore di attesa, sono arrivati un pu¬gno di riso e alcune verdure bol¬lite, cibo standard dello sposo. Questo spirito bizzarro è na¬to a Torino ed ebbe infanzia e adolescenza infelici. Non ama¬va la casa in cui abitava, né il quartiere, né la gente e neppu¬re la famiglia.

Per andare al li¬ceo classico, osteggiato dai suoi, dovette pregarli in ginoc¬chio. «La rabbia- ha raccontato – era la molla fondamentale che provavo» e questa gli aguz¬zò l’ingegno. Dopo la laurea in Legge, entrò nel Pri. A 26 anni era segretario nazionale dei gio¬vani, a trentuno (1992) portavo¬ce del segretario, Giorgio La Malfa. Chi scrive, lo ricorda al¬l’epoca lontano mille miglia dell’esteta che è oggi.

Era riccioluto, spiegazzato e un perfetto seccatore, incapa¬ce- nonostante il ruolo- di rapporti con i giornalisti. Si mette¬va sempre in mezzo, impeden¬do qualsiasi contatto diretto col segretario. Personalmente, l’avrei strozzato anche se un po’ faceva tenerezza per quel modo infantile di darsi impor¬tanza.

Con La Malfa ruppe nel 1995 perché dopo avere spostato il partito a sinistra (Alleanza democratica) di colpo lo riposizio¬nò nel centrodestra e Oscar, per ragioni di coerenza, si oppo¬se al giro di valzer. Fu licenziato e cominciò un momentaccio. Per superarlo, andò un anno ne¬gli Usa a studiare economia, ci mise di mezzo un matrimonio (poi fallito) e fu infine accolto da Giuliano Ferrara al Foglio, fe¬lice viatico per una carriera giornalistica costellata di dire¬zioni. Soprattutto, cambiò aspetto. Persi i capelli, li com¬pensò con la barba, assumen¬do l’aria da scienziato pazzo, perfetta per bucare lo scher¬mo. Appassionato di stoffe e sete, ha gettato alle ortiche i jeans e l’aria ombrosa dei tempi di La Malfa, e disegnando da sé abiti e bombette si è dato quell’aria vittoriana che oggi è il suo mar¬chio, la base del suo successo e la ragione per cui abbiamo fin qui parlato di lui. g. perna ilgiornale

Ricciardi, il ministro porporato (i ritratti al vetriolo di Perna)

Lunedì, 5 Novembre 2012

Mai governo ebbe nel suo seno tanti uomini di chiesa come questo di Mario Monti. Se il ministro della Salute, Renato Balduzzi, è portavoce d’Oltretevere, e quello dei Beni culturali, Lorenzo Ornaghi, è fiduciario di potenti cardinali, il ministro per l’Integrazione, Andrea Riccardi, parla direttamente con Dio. Di lui ci occupiamo oggi.

Il sessantaduenne Riccardi è il fondatore di Sant’Egidio, la benemerita comunità trasteverina che accudisce i poveri e si batte per pacificare le popolazioni bellicose del vasto mondo. Suo capolavoro fu la soluzione del conflitto in Mozambico nel 1992. I fan lo considerano «profeta» e «santo» cosicché Monti ha pensato di cooptarlo per dare una nota di spiritualità al suo ragionieristico governo. Riccardi avrebbe desiderato il ministero degli Esteri – chi migliore di me, si è detto, che ho negoziato nei punti caldi del globo? -, ma essendo troppo di chiesa per mandarlo in giro in nome dello stato laico gli è stato confezionato su misura un ministero inventato di sana pianta.

Da questa postazione, il pio ministro si è occupato di immigrati proponendo alloggi, ricongiungimenti, visti e la solita tiritera che, al dunque, resta lettera morta come l’eliminazione del sovraffollamento carcerario. Dopo un anno di tavole rotonde, l’integrazione sta infatti a zero come quando non c’era il ministero ad hoc: gli africani, una volta ambulanti, fanno oggi gli accattoni, specie a Roma, città natale e operativa di Riccardi, dove sbucano da ogni strada, berretto in mano e cellulare all’orecchio, anche se sono tutti vispi ventenni; la percentuale dei clandestini che campa di reati cresce; chi ha aperto un’attività e stava dando un contributo, fa invece fagotto scoraggiato da tasse e crisi. Per concludere: neanche Andrea, che è uno di loro, sa a che santo votarsi. Perciò non vede l’ora di lasciare l’attuale poltrona per un’altra. Pareva aspirasse a un seggio in Parlamento. Poi, le sue mire si sono spostate sul Campidoglio. Nel 2013, scade Gianni Alemanno che, per essere stato un sindachetto, la riconferma se la sogna. Di Riccardi si cominciò a parlare in autunno, creando subbuglio. Per alcuni era il Vaticano a volerlo, per altri l’Udc, per altri il Pd. Fatto sta che quando il 21 settembre si svolse la festa della comunità di Sant’Egidio, la Roma che conta era tutta lì a omaggiare il nostro Andrea, sindaco in pectore. Madrina, Maita Bulgari, della nota famiglia gioielliera, che svolazzava qua e là per accogliere gli ospiti e portarli da Riccardi.

Quel giorno, al posto dei barboni assistiti dalla confraternita, pullulavano i Gianni Letta, Luigi Gubitosi (ad Rai), Bruno Vespa, gli Alemanno in auto blu. Il successo del ricevimento confermò che la macchina elettorale di Andrea era avviata. Poi venne la prova del nove: il pd Nicola Zingaretti abbandonava la corsa al Campidoglio per puntare alla Regione. Poiché Zingaretti era il rivale più forte di Alemanno, si pensò subito che fosse stato dirottato per fare posto a Riccardi che, frattanto, si diceva lusingato. «Fare il sindaco di Roma è cosa bellissima. Se me lo chiedesse un segretario di partito, ne discuterei con lui e gli risponderei sì o no», disse da perfetto pesce in barile, sollecitando l’offerta ma evitando di sbilanciarsi finché non la riceveva. Questo il 3 ottobre. Il giorno successivo, improvvisa retromarcia. «Non ritengo di potere accogliere l’offerta (di chi?, ndr)», disse. «Significherebbe interrompere il mio mandato ministeriale e l’impegno nazionale cui sono stato chiamato», aggiunse mostrandosi curiosamente patriottico dopo avere alimentato chiacchiere e ipotesi. Al momento, siamo fermi lì. In realtà, si sa che punta tuttora al Campidoglio ma aspetta che Udc e Pd perfezionino l’alleanza – già sperimentata in Sicilia – per esserne il candidato congiunto, con la benedizione di preti altolocati.

È nel suo stile dire una cosa e farne un’altra. Anni fa, il suo amicone Walter Veltroni gli propose di impegnarsi nel Pd. Andrea, carezzandosi la barbetta da apostolo, replicò: «Sono abbastanza vecchio per decidere di non cominciare nuove avventure». Invece, diventato ancora più vecchio, si è agilmente imbarcato con Monti. Dunque, ce lo ritroveremo tra le gambe.

Romano di ascendenze romagnole, Riccardi ebbe un papà banchiere, laico, liberale e lettore del Mondo di Pannunzio e, tra gli avi, un monaco, poi beatificato, che fu padre spirituale del cardinale Schuster, arcivescovo di Milano durante la guerra. Più che del babbo, Andrea subì l’influsso del monaco e al liceo Virgilio, centro di Roma, cominciò a militare nella Gioventù studentesca, prima creatura di don Giussani. Con lui, c’era anche Buttiglione.

Poi, Rocco proseguì con Giussani che aveva fondato Cl, mentre Andrea e gli altri della cellula Gs formarono il primo nucleo di Sant’Egidio nel 1968. La comunità decollò però nel 1973 con l’acquisizione di un ex convento abbandonato dalle Carmelitane in piazza San’Egidio, cuore di Trastevere. L’edificio fu ceduto per quattro soldi dal ministero dell’Interno, che ne aveva la proprietà e si accollò la ristrutturazione. Dietro tanta munificenza c’era lo zampino del cardinale Poletti, vicario di Roma e primo protettore di Riccardi, porta d’ingresso della comunità in Vaticano e patrocinatore delle sue istanze presso Wojtyla.

All’inizio, Andrea e seguaci volevano trasferirsi nelle periferie per stare tra i poveri. Il loro slogan, da figli di papà, era: «Dalla parte dei figli delle donne di servizio». Poi, trovando scomodi i tuguri suburbani, si sistemarono nel loro convento, vivendo in comunità e celebrando riti, come monaci. Negli anni, il gruppo si è impossessato di metà quartiere, spazi, negozi, palazzi, diventando una potenza. Nelle pause delle sue attività ecclesiali, Riccardi si laureò in legge per riciclarsi subito in storico della Chiesa. Oggi insegna Storia contemporanea all’ateneo di Roma Tre. È sposato e ha due figli.

La vita comunitaria degli adepti riccardiani ha suscitato interrogativi. Anni fa, l’ottimo vaticanista dell’Espresso, Sandro Magister, ne fece una descrizione sconvolgente. Sant’Egidio sarebbe una setta in cui Andrea, capo indiscusso, e i suoi amici della prima ora, uomini e donne, avrebbero sui sopravvenuti un potere simile a quello degli sciamani su esseri tribali. Imporrebbero i matrimoni tra membri della comunità, decidendo la nascita dei figli. Nessuna disobbedienza è tollerata, mentre le tensioni avrebbero causato suicidi. Clou della vita comunitaria, è la messa del sabato sera, vietata agli estranei. L’atmosfera è da racconto gotico. I capi sono disposti in ordine gerarchico, con Riccardi al centro dell’altare che comanda gli effetti di luce e tiene l’omelia al posto del prete, contro le regole ecclesiastiche. Gli sguardi estatici di tutti convergono su di lui che fissa ieratico il gregge ai suoi piedi. Che Dio ci salvi da questo despota di Dio. g. perna il giornale

 

La Melandrina (ritratti al vetriolo di G. Perna)

Martedì, 23 Ottobre 2012

Come titolare delle Politiche giovanili e Attività sportive, la ds Giovanna Melandri è un ministro senza portafoglio. Poco male, dicono a Montecitorio, «carina com’è, troverà sempre qualcuno che aprirà il suo (portafoglio, ndr) per lei».A queste battute maschiliste, Giovanna rabbrividisce. Detesta essere giudicata per il sex appeal. Quando fu eletta miss Montecitorio, rifiutò sdegnosamente il titolo. «Montecitorio non è il nome di un concorso di bellezza», disse con un broncetto così affascinante da confermare in pieno l’elezione. Di seguito, fece circolare il curriculum su cui spicca la laurea in Economia con 110 e lode. Non cambiò nulla. Fu soprannominata Giovanna Settebellezze e ha continuato a colpire per i boccoli biondi, i fianchi rotondi e due gambe da domatrice col frustino. Del suo cervello invece non si occupa nessuno. Anche l’ultima notizia giornalistica che la riguarda è un omaggio alla sua venustà.Un esperto di madame del calibro di Franco Califano, l’ultrasettantenne autore di «Calisutra», aureo libretto sulle sue imprese d’alcova, ha detto: «Quella che mi ispira più carica erotica è Giovanna Melandri. Per lei farei pazzie. Mi eccita in maniera mostruosa». È assodato: Settebellezze colpisce più per la grazia che per lo spirito. Ne sia lieta. Se no, faccia l’esame di coscienza e veda di capire il perché.Coi suoi 44 anni, Giovanna è il ministro più giovane del governo. Ha assunto l’incarico di titolare dello Sport in concomitanza con Calciopoli e i Mondiali di calcio. Si è distribuita con sapienza tra le due vicende in modo da apparire tre volte il giorno in tv per tutta l’estate. O era con Guido Rossi, allora commissario straordinario di Federcalcio, o con F.S. Borrelli, il super ispettore. Ma il più delle volte, stava con la squadra di calcio. E qui, non ha avuto che l’imbarazzo della scelta per variare le inquadrature.La si è vista con Lippi, con Totti, con Gattuso, e l’intero periplo dei calciatori. In ogni circostanza, con nuovi tailleur, sciarpette diverse, acconciature inedite, sbarazzine, matronali, boccolute, frangettate. Solo le dichiarazioni si ripetevano. Alternava i «grazie» a Rossi, Borrelli, Lippi, ai «ho piena fiducia» in Lippi, Borrelli, Rossi. Tale fu la sua simbiosi col mondo del pallone che si guadagnò un secondo soprannome, Fatina azzurra.La fatina ha fatto la sua prima visita alla squadra nell’allenamento di Coverciano col Mondiale alle porte. L’indomani è entrata al Consiglio dei ministri euforica. Non riusciva a contenere l’entusiasmo per gli aitanti ragazzoni in pantaloncini corti. «…ma voi – ha detto in estasi – non avete visto Luca Toni…». Era con la squadra anche alla finale di Berlino. La affiancavano sugli spalti, Guido Rossi e il capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Rossi, vittima dei ricordi liceali, indossava una pashmina bianca, memore della Germania nevosa descritta da Tacito.C’erano invece 40 gradi e il commissario usava la vezzosa sciarpina etnica come tampone contro la liquefazione del faccione. Settebellezze cercava intanto di coinvolgere il presidente. «Siamo campioni del Mondo», gli urlava in viso sperando di indurlo a sbracciarsi come Pertini ai Mondiali di Madrid dell’82. Ma l’austero Napolitano aveva lo sguardo fisso nel vuoto e la testa in un lontano altrove.Allora la ministra lo ha trascinato negli spogliatoi. Quando sono entrati, Materazzi reduce dalla testata di Zidane, era in mutande. Il presidente ha percepito che non era quello il suo ambiente e si è esiliato in un angolo. La biondina è rimasta al centro della scena e la squadra non ha avuto occhi che per lei. Perdendo ogni ritegno, i calciatori hanno intonato un coretto: «Faccela vedè… faccela toccà».La fatina ha riso lusingata, saltellato, ha abbracciato, bevuto spumante, mangiato crostate, sotto l’occhio delle telecamere e i flash dei paparazzi dell’universo mondo. Passata la festa, ha smentito che quei «vedè» e quei «toccà» fossero riferiti a lei. «Non ce l’avevano con me. Volevano la coppa», ha detto ridendo all’Unità il giornale del partito.La fatina non capisce nulla di sport. Ha molti altri talenti. È un’economista, un’ecologista impegnata, è forte in filosofia e conosce le arti femminili. Ma sul calcio e le altre discipline, zero. In settembre, illustrando alla stampa l’impatto della Finanziaria sullo Sport, ha inanellato strafalcioni ameni, diventati poi gag popolari tra i cronisti. «Dobbiamo ringraziare – ha detto giuliva – gli atleti della bicicletta…». «Si chiamano ciclisti», le hanno urlato insieme due, tre cronisti. Cinque minuti dopo ha detto: «Ringraziamo i pallacanestristi…». «Si chiamano cestisti», ha corretto la platea. E così via. Per non sbandare, Settebellezze ha bisogno di collaboratori in gamba. Da ministro della Cultura e dello Sport nel ’98, a condurla per mano era il capogabinetto Oberdan Forlenza, che fece per lei la riforma del Coni. Oggi, il pesce pilota è il sottosegretario ds Giovanni Lolli, un abruzzese esperto di diritti tv e altri tecnicismi calcistici. Lolli è stimato per l’equilibrio anche dalla Cdl. In particolare, dal conterraneo Gianni Letta che lo considera un antidoto all’antiberlusconismo pasionario della ministra. La fatina è indifferente alle sue lacune e comanda il ministero col piglio di un tigrotto. La settimana scorsa ha proibito ai suoi due sottosegretari, Lolli e Elidio De Paoli (Lega autonomia lombarda) di fare dichiarazioni senza il suo placet. De Paoli ha replicato: «Ho 58 anni, figuriamoci se mi faccio intimidire. Melandri si rassegni: leggerà le mie dichiarazioni il giorno dopo sui giornali». Il pennacchio di Settebellezze è la nascita a New York. Le dà un alone di internazionalità che le piace da morire. Ma negli Usa è stata solo fino a quando il babbo, Franco, ha avuto l’incarico di direttore di Rai Corporation. A tre anni, la bimbetta era già a Roma e qui è vissuta. La mamma, Cesarina Minoli, è una traduttrice dall’inglese. Per questa via, la fatina è cugina di Gianni Minoli, noto volto notturno della Rai-tv. Rientrata dagli States, la famiglia si insediò alla Balduina, quartiere borghese della Capitale. Giovanna frequentò lo Scientifico dalle suore del Santa Giuliana Falconieri. «Non mi trovavo bene. Ero allergica al contesto», dichiarerà in seguito per sottolineare il suo laicismo. Per sottolineare invece la sua intelligenza confiderà: «La filosofia era la mia materia preferita. Facevo accese discussioni su Feuerbach e Schopenhauer». Presa la licenza, si iscrisse alla Facoltà di Economia e si laureò con una tesi sulla riforma fiscale dell’aborrito Ronald Reagan. «Abbiamo studiato economia – ha dichiarato affranta, parlando in nome di un’intera generazione – in quei brutti anni ’80 in cui il mondo accademico accoglieva il vento gelido che veniva da Reagan e dalla Thatcher e si convertiva al neoliberismo. Ci siamo stretti tra noi e ai nostri maestri» e cita i due preferiti: Federico Caffè e Ezio Tarantelli, entrambi tragicamente scomparsi. Un modo per dire che anche lei, nonostante i boccoli e i tailleur pastello, conosce i dolori del mondo. Dopo un tirocinio alla Montedison e una militanza in Legambiente, la ritroviamo a 29 anni nella direzione del neonato Pds. Deputata nel ’94, è ministro del Beni Culturali nel ’98, designata dal predecessore Walter Veltroni, amico d’infanzia. Il ’98 è il suo grande anno. A ridosso della nomina a ministro, la fatina aveva messo al mondo Maddalena con la collaborazione di un simpatico avvocato, Marco Morielli, suo compagno. Tra maternità e politica, Giovanna non ha dubbi: sceglie entrambe. Attrezzò le stanze del ministero per lavorare e insieme allattare la bimba. Ad aiutarla nello svezzamento, la fida Lucia Urcioli, allora segretario particolare, oggi capo della segreteria. Urcioli è la pietra angolare di Giovanna. È la confidente, la consigliera, l’alter ego. Con un simile appoggio, la fatina poteva lasciare a balia il bebè e concedersi pause di libertà. Correva dal suo parrucchiere, Angelo dei Sargassi in via Frattina, e si lasciava agghindare per i party serali. Poco dopo, era raggiunta da un ministerial commesso con diversi abiti. Settebellezze li provava uno a uno per scegliere il più adatto all’acconciatura del giorno. L’avvocato Morielli è parte della sua vita da alcuni lustri. È un benestante, calmo e riflessivo. Con queste doti ha reagito alla sbandata della fatina per il musicista Nicola Piovani. Nel 2001, Chi pubblicò una foto dei due che si baciavano furtivi sul Lungotevere. Altre apparvero su Novella 2000 col titolo «La passione è melandrina» e Melandrina divenne un ennesimo soprannome di Settebellezze. La storia durò qualche tempo, senza che Morielli battesse pubblicamente ciglio. Con la stampa, la sua stoica reazione minimizzatrice fu: «Tranquilli. Tutto è sotto controllo. Siamo giovani, siamo aperti. E io sono uomo di sinistra», cioè uomo di mondo. Tornata tra le sue braccia, Melandrina commentò: «Nelle lunghe relazioni è possibile incagliarsi in qualche secca. Ma Marco è un fuoriclasse e l’uomo della mia vita». Per mettere una pietra sopra la faccenda, cambiarono casa. Lasciarono quella in affitto sul Gianicolo.Giovanna rifiutò l’appartamento di Marco ai Parioli, considerando un insulto per una donna di sinistra acqua e sapone come lei, diventare una snob pariolina. Così, hanno preso un attico vista Tevere al Testaccio, quartiere popolarissimo. Il palazzo è il cosiddetto Cremlino, per la mole da edificio staliniano e storica sede di una sezione dell’ex Pci. Nello stabile abitano anche Giuliano Ferrara e Enrico Letta. Con simili inquilini, il Cremlino è diventato uno status symbol proletario a 20mila euro il metro quadro. Pare che negli anni ’50, l’appartamento ora della coppia appartenesse a un originale che ci abitava con una tigre, la quale lo sbranò. I nostri auguri all’avvocato Morielli. G. Perna il giornale

Cirino Pomicino, morirete democristiani (ritratto di G. Perna)

Sabato, 5 Novembre 2011

Come certi ex campioni incapaci di ritirarsi, Paolo Cirino Pomicino vive ai margini del suo ambiente pur di starci. Ha settantadue anni, la stessa intelligenza di sempre e potrebbe fare qualsiasi cosa. Ma nessuno vuole qualcosa da lui. Così si accontenta di fare il consigliori nell’Udc e, per darsi tono,si proclama il Luciano Moggi della politica italiana Come Lucky individuava il calciatore inquieto pronto a traslocare nella Juve per pochi spiccioli, Cirino adocchia gli scontenti del Pdl e li indirizza da Pierferdy Casini. Lui – dicono – è il regista della copiosa transumanza al centro dei delusi del berlusconismo. Ha già calamitato Ida D’Ippolito e Alessio Bonciani mentre altri ciompi sarebbero pronti al passo. In arrivo, è dato addirittura il senatore Carlo Vizzini, ex segretario del Psdi nella Prima Repubblica e attuale presidente della Commissione Affari costituzionali. Insomma, un lavoro da roditore che, se andrà in porto, circonfonderà Paolino dello storico merito avere dato il colpo di grazia al Cav. Diventerà, e già in parte è, l’eroe di Espresso e Repubblica i cui attacchi lo travolsero negli anni ‘ 90 insieme al vecchio mondo democristiano.

 Cirino fu uno dei più pittoreschi personaggi del decennio tra ’80 e ’90. Colpiva la pelata alla Yul Brynner che ne fece il ministro più corteggiato dalle signore in sintonia col suo temperamento di simpatico lumacone. Stupiva la sua storia di neurochirurgo affermato a Napoli, la sua città, che si era dato alla politica. Era un dc nato: mani in pasta, accordi sottobanco, mercato dei voti, una mano lava l’altra. Nel napoletano dominavano Gava e De Mita, Paolino fu l’avversario di entrambi e capo della corrente andreottiana.

 Divenne noto come presidente della commissione Bilancio della Camera. Il medico si improvvisò economista e le diagnosi piacquero ai poteri forti di cui Paolino fu lo sviolinato referente. Sapeva far fruttare i sì e i no, perfino le sapienti esitazioni. Se non gli piaceva un articolo, alzava la cornetta e annientava l’autore. Con me si fece vivo (l’avevo in simpatia) per un articolo, non mio, minacciando, come presidente di non so che fondo pubblico, di complicare i finanziamenti al settimanale per cui lavoravo. Allora, primi anni ’90, era ministro del Bilancio del VII governo Andreotti. In precedenza, era stato alla Funzione pubblica ( governo De Mita). Da quel seggio, firmò un aumento di stipendi nella Pa da disastrare le casse dello Stato. Zittì le polemiche dicendo: «È un’offa. Ora governeremo tranquilli». Erano i bei tempi in cui ci stampavamo il denaro in casa. Paolino faceva vita da nababbo. Aveva una villa sull’Appia antica, il non plus ultra a Roma. L’affitto costava al mese cinque milioni e mezzo del ’90. Il suo vicino, Claudio Martelli, per analoga dimora, pagava il doppio ma a spese del Psi. Per le nozze della figlia, Cirino fece un ricevimento babilonese con cinquecento invitati, tra cui l’ex capo dello Stato, Cossiga, quello in carica, Scalfaro, il futuro, Ciampi. Fu un tormentone su tv e rotocalchi. A chi gli chiedeva dove attingesse cotanto burigozzo, rispondeva: «Vai a Napoli e guarda i tombini». Infatti, la quasi totalità reca il nome «Pomicino », quello di una fonderia. Intendeva dire che era ricco di famiglia, anche se poi la sua parentela col tombino non è stata accertata da nessuno. Questa la ricchezza privata. Quella pubblica coincide con i finanziamenti alla sua corrente di cui era percettore. Secondo regola, erano fondi occulti. Tra i foraggiatori Caltagirone, suocero di Casini, suo leader odierno. Altri sovvenzionatori furono i Ferruzzi ( Raoul Gardini) e l’Eni. Quando Mani Pulite scoprì gli altarini, Pomicino fu impiccato dalle Procure e dal pm Di Pietro in particolare. Subì quaranta processi, finì in galera ma ebbe poi due sole condanne: un anno e otto mesi per tangenti Enimont, un patteggiamento a due mesi per fondi neri Eni. Dato per spacciato in politica, si reinventò come politologo. Con lo pseudonimo Geronimo scrisse con successo sul Giornale e Libero . Riscattato dalla nuova veste, trovò rifugio e voti, salvo una fase mastelliana, dalle parti del Berlusca. È stato deputato nel 2006 col centrodestra (la Dc di Rotondi) e dal 2008 al 2010 ha avuto un incarico a Palazzo Chigi a fianco del Cav. Un anno fa, è trasmigrato al centro. Un tempo diceva del Berlusca: «È una grande energia solitaria che ha puntellato la nostra democrazia traballante ». Oggi dice: «Ha iniettato veleno nella politica italiana diventata una miserabile faccenda tra il re e i suoi sudditi». Non è volgare ingratitudine, ma fissità mentale. Come Bersani, Paolino è del secolo scorso. L’Italia dei suoi sogni è quella da incubo: partiti dilaniati da correnti, senza leader e una marea di carrozzoni pubblici da dare in pasto alle clientele. Per anni ha cercato di convincere il Cav che quello è l’Eden. L’altro,pero, ha continuato a fissarlo con gli occhi tondi. Allora ha fatto fagotto e ora fa la posta agli scarti per realizzare con loro il progetto. g. perna il giornale

Casini, la mantide

Lunedì, 10 Ottobre 2011

L’alto appello del cardinal Bagnasco ad auspicare il ricom­pattamento dei cattolici per in­fluire sulla politica italiana non lascia spazio ai dubbi: alle alte sfere, il moderatismo del Cav non è più sufficiente nonostan­te si sia fatto in quattro per evitare nozze gay, concepimenti in provetta, il testa­mento biologico. Le patonze hanno oscurato il Berlusca agli occhi dei pre­ti. Dunque, nuova Dc o qualcosa di si­mile e tutti si sono girati con interes­se verso Pier Ferdinando Casini che presidia da decenni uno spazietto politico per cattolici alla deriva.Due parole per riassumere Pier­ferdy. Cresciuto alla scuola dei pe­sci in barile dorotei, ragazzo di bot­tega di Bisaglia e Forlani, Pierfer­dy fu dato per morto col crollo dc. Fu il Cav a salvarlo, trovando che il ragazzo avesse tratti distinti e un bell’eloquio che potevano tor­nare utili per farne un figurante della politica. Così, sopravvisse al naufragio e divenne una pre­senza fissa del centro destra e perfino presidente della Came­ra. Per intelletto politico è po­co più di una comparsa e non ha nemmeno la stoffa del co­protagonista. Ma ha avuto un colpo di genio: creare e tener­si stretto un partitucolo, l’Udc, che in sé non conta ma che è stato percepito co­me l’erede della Dc. Per dir­la meglio: una zattera per raccogliere eventuali no­stalgici del partito che fu di Moro e Fanfani.Rotto col Cav, Pierfer­dy si è messo in proprio, ha immaginato il nuovo centro e ha trasformato l’Udc in uno specchio per le allodole per cattolici dei due schieramenti. Non li ha attratti per la brillantezza delle sue idee,l’alto profi­lo della propria visione o altre qualità positive. Però si è visto arrivare dei senzatetto per i più svariati motivi. Chi aveva litigato con Berlusconi, chi con Bersani, chi era andato in pensio­ne da una parte e voleva riciclarsi co­me politico, tipo il sindacalista Sergio D’Antoni. Altri, più o meno sfaccen­dati, come Luca di Montezemolo, gli hanno fatto l’occhiolino o, come Gianfranco Fini, hanno cercato rifu­gio da lui. Diversi hanno iniziato trat­tative senza concludere, altri hanno passato una notte e all’alba sono fug­giti. Così, da anni Pierferdy è la porta girevole della politica italiana, dove tanti si imbucano e altrettanti scappa­no. Un albergo a ore dal continuo via­vai.Adesso l’iniziativa di Bagnasco po­trebbe moltiplicare il rondò cattolico intorno a quell’ape regina di Casini.E il porporato ce l’avrà sulla coscienza. Sua Eminenza, anche se non ha detto di voler convogliare il suo gregge nel­­l’Udc, sa che il rischio c’è. Tanto è ve­ro che – in seguito al suo intervento ­l’insoddisfatto pidiellino Claudio Scajola,con l’altro immusonito,Bep­pe Pisanu, stanno piantando grane al Cav per costringerlo ad allargare a Ca­sini la maggioranza.Perché ho detto che l’arcivescovo genovese ce l’avrà sulla coscienza? Perché non tiene conto o finge di non sapere che Pierferdy è peggio di Bar­bablù: tutti quelli che gli cadono tra le braccia se li fagocita e ne succhia il sangue. È – detto con simpatia – una vera carogna e la voracità da mantide religiosa è la sola assonanza col suo cattolicesimo.Sua prima vittima, è stato Rocco Buttiglione. Era un reputatissimo filo­sofo, faceva lucidi ragionamenti tomi­stici applicati alla politica, poi litigò col Berlusca e finì alla corte di Pierfer­dy. In capo a un anno, i suoi occhi in­dagatori divennero due bottoni ine­spressivi, cominciò a balbettare e si spense. Casini, dopo averlo cattura­to, avergli fatto il vuoto attorno e tolto qualsiasi prospettiva, lo imbalsamò come presidente del partito. Meno di un gatto impagliato. E di Fini che mi dite? Prima, Pierferdy lo accolse co­me l’eroe che aveva detto al Berlusca: «Che fai mi cacci?», poi lo mise in naf­talina. Dovevano battersela per la lea­dership del centro- Rutelli è lì per bel­lezza -ma non c’è mai stata battaglia. Gianfranco è confinato coi suoi tre galletti. Pierferdy, invece, parla per tutti, punta al Colle, e ora, grazie al car­dinale, spera in un afflusso di catecu­meni, sognando fasti degasperiani.Per concludere, stilo a memoria una lista di divorati casiniani che pe­rò, più savi dai due allocchi di cui so­pra, sono scappati a gambe levate rifa­cendosi una vita. Primo di diritto, l’amico di adolescenza di Pierferdy e suo eterno secondo, Marco Follini ri­fugiato nel Pd. Nel Pdl hanno trovato scampo gli attuali ministri, Rotondi e Giovanardi, il capo corrente, Baccini, Erminia Mazzoni, altri. A sinistra, D’Antoni,Tabacci ecc. Quelli rimasti invece – Carra, Lusetti, Binetti, Ador­nato – sonnecchiano nell’anonima­to. Se no, Dracula gli salta al collo. g.perna ilgiornale

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