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Germania ricca, tedeschi poveri (by Leozappa )

Venerdì, 10 Agosto 2012

La Germania, con l´euro, è certamente diventata più ricca e potente. Ma, a quanto pare, non lo sono diventati i tedeschi, anzi. Il paradosso è spiegato da Alessandro Penati in “Germania nell´euro non è obbligatorio”, pubblicato lo scorso 7 luglio su la Repubblica: “Nei 14 anni della moneta unica la Germania è cresciuta in media all´1,35%” ma “il livello dei consumi privati è rimasto sorprendentemente stagnante (0,7% la crescita media)”, “con i salari netti cresciuti mediamente dell´1,3%, mentre il costo della vita aumentava dell´1,6%”.
Secondo Penati, “per le imprese tedesche, l´euro è stata manna dal cielo; ma per Herr Muller è stato un pessimo affare”. Ciò in quanto “tutti gli incrementi di produttività sono andati in profitti. I tedeschi hanno perso anche con il mattone. Caso unico: i prezzi delle case sono oggi più bassi che nel 1998 (in Italia +40%, Francia +100%). Lo Stato ha contribuito, facendo gravare su consumi e reddito da lavoro il 90% dell´intero gettito fiscale”.
 
La crescente ricchezza della Germania, quindi, non corrisponde a quella dei tedeschi perché si è, sostanzialmente, tradotta in profitti per le imprese. Ho parlato di paradosso, ma i dati illustrati da Penati confermano quanto sostengono, da tempo, autorevoli economisti e filosofi, come Amartya Sen e Martha Nussbaum, secondo i quali il denaro prodotto da una nazione non ha necessariamente effetti positivi sulla felicità e il benessere delle persone che vi abitano, dipendendo questi ultimi dalle possibilità di sviluppare le proprie capacità e dalle occasioni di poterle applicare nella società in cui si vive.
 
Non è questa la sede per prendere posizione sui diversi modelli di sviluppo. Ma certo dinanzi a dati come quelli forniti da Penati non si può fare a meno di chiedersi quale sia la attuale giustificazione dei paradigmi economici che orientano le azioni dei governi e in nome dei quali vengono richiesti continui sacrifici ai cittadini dell´area euro.
Tutti convengono che quella in corso è una crisi di sistema. Proprio per questo non può che sorprendere l´incapacità o, forse dovremmo dire, la indisponibilità di chi ha responsabilità di governo, a livello nazionale e comunitario, ad aprire una riflessione sui fondamentali del modello di sviluppo socio-economico sin qui adottato.
 
Se la crescente ricchezza della Germania (l´unica economia che esce, veramente, rafforzata dall´avventura dell´euro) si traduce in profitti per le imprese senza vantaggi per i redditi dei tedeschi, delle due, l´una. O è viziato il modello economico di riferimento e, allora, sarebbe quantomeno opportuno procedere ad una pubblica riflessione su cause e prospettive. Ovvero, in mancanza di iniziative in tal senso, non può che ritenersi che siano cambiati gli obiettivi dell´azione di governo, con il profitto delle imprese che prende il posto del benessere dei cittadini.
Le perplessità aumentano se si considera che, nella letteratura economica, è messa ormai in discussione la identificazione tra benessere e reddito. Il paradosso della felicità denuncia che, oltre un certo livello, il reddito non porta ben-essere. Ma allora perché l´azione di governo, a livello sia nazionale sia comunitario, è tutta concentrata sul Pil, tanto da riproporre la riduzione delle festività? Per aumentare il Pil, si sostiene, occorre lavorare di più e, pertanto, è necessario sopprimere qualche giorno di festa. La ricchezza cessa di essere come, invece, insegna Aristotele mezzo per la felicità e diventa essa stessa fine, per di più, a danno della felicità. Questo sì che è un paradosso.
 
Un paradosso che svela le intrinseche contraddizioni dell´attuale modello di sviluppo ove l´economia non è più un ordine tra gli ordini al servizio dell´uomo ma, in ragione della pretesa naturalità delle sue leggi, si è sostituita alla politica, definendone l´orizzonte. Ma se la ricchezza della nazione non si traduce (di per sé) in quella dei suoi abitanti e se la ricchezza degli abitanti non comporta (necessariamente) la loro felicità/benessere, l´azione di governo potrà avere successo solo ristabilendo le priorità, ossia rimettendo al centro delle sue politiche le persone. Altrimenti si potrà anche uscire dalla crisi economica ma senza che a beneficiarne siano i cittadini. A.m.leozappa formiche

Se non cresce il PIL, che cresca il ben-essere (by Leozappa)

Martedì, 3 Aprile 2012
Una medaglia è il premio per chi sale sul podio alle Olimpiadi. Una medaglia è il premio dei militari e delle Forze dell´ordine che si sono distinti nel loro servizio. Quelle degli sportivi, dei militari e dei poliziotti sono attività che richiedono un impegno personale che va ben oltre l´ordinario, tanto che si parla comunemente di sacrificio. Eppure per queste attività la ricompensa non è costituita dal denaro, ma da un oggetto che ha un valore solo simbolico. La medaglia è il segno dell´onore che la società tributa a chi si è distinto. È significativo che proprio le attività che impongono sacrifici, anche fisici, abbiano un sistema premiale del tutto estraneo alla sfera economica.Quello degli onori è un meccanismo motivazionale che mette in crisi il main-stream della società di mercato basato sull´homo oeconomicus, che agisce solo razionalmente alla ricerca dell´utile/profitto. La tradizione millenaria e l´emozione corale che caratterizza le premiazioni dimostra che l´onore è radicato nella psicologia sociale dell´essere umano. L´onore riesce ad incentivare comportamenti virtuosi che, spesso, vanno anche oltre il dovere statuito legalmente. Esso si alimenta nella considerazione sociale. La medaglia è il pubblico riconoscimento che una comunità riserva a chi l´ha meritoriamente servita. La gratifica economica non va oltre la sfera intersoggettiva: è un corrispettivo attribuito a una prestazione eccezionale da parte di chi ne ha tratto vantaggio.La medaglia, invece, viene conferita in cerimonie corali perché rappresenta l´omaggio che la collettività tributa a chi ha reso un servizio nell´interesse generale. La forza incentivante che continua ad avere, anche nella disincantata società del XXI secolo, il meccanismo degli onori meriterebbe la sua generale adozione nei settori che riconoscono il valore del merito e della condotta virtuosa. Penso, in primis, al settore della formazione, di ogni ordine e grado. Poco importa che il premio per il miglior studente porti alla memoria esperienze non edificanti della storia recente del nostro Paese. I giovani hanno bisogno di incentivi e, se si vuole una scuola di eccellenza, l´eccellenza deve essere pubblicamente riconosciuta. Serve a gratificare chi ha meritato e, aristotelicamente, a stimolare negli altri l´emulazione. Così nel mondo delle professioni. L´esercizio di una professione richiede comportamenti virtuosi. I codici deontologici non bastano. Occorre andare oltre la logica punitiva. Oggi solo l´anzianità viene formalmente riconosciuta dal sistema ordinistico. Si tratta di un omaggio doveroso, ma privo di ricadute virtuose. L´istituzione di premi per i professionisti che, nella loro attività, hanno reso benefici (anche) alla collettività consentirebbe di riscoprire le finalità sociali della professione, offrendo esempi comportamentali che frenino la deriva mercantile che un demagogico richiamo ai modelli europei sta imponendo anche nel nostro Paese. Economisti, come Luigino Bruni, hanno già indagato la validità del sistema premiale (L´Ethos del mercato). Peraltro, è un sistema che appartiene alla storia italiana. Fu teorizzato da Giacinto Dragonetti che, nel Settecento, diede alle stampe il libello Delle virtù e dei premi. Filosofi, come Kwame Anthony Appiah, hanno invece esplorato il ruolo dell´onore nella società occidentale e orientale, mostrandone i limiti ma anche la forza performante: può attivare comportamenti virtuosi, altrimenti non ottenibili legalmente (Il codice d´onore). Valga per tutti l´esempio dei militari, il cui eroismo spesso non ha altra motivazione che il senso dell´onore proprio e della patria. Mi rendo conto che potrebbero essere considerazioni in-attuali. Ma anche il mondo delle imprese ha riscoperto l´importanza della credibilità sociale. “Etica & impresa”, “Impresa e cultura”, “Bilancio sociale”: sono tutti premi che promuovono il ruolo sociale delle imprese onorandole. Non hanno equivalenti nel sistema delle professioni intellettuali e in quello della formazione, scolastica e universitaria. Si potrebbe partire da qui. Perché promuovere comportamenti virtuosi forse non aumenta il Pil, ma migliora sicuramente il ben-essere delle persone. a.m. leozappa formiche

Fatto quotidiano e PIL (by Temis)

Venerdì, 25 Febbraio 2011

“Disturbi mentali prevenire conviene (anche al PIL)”. è il titolo di un articolo del fatto quotidiano in rete. sconvolge il riferimento al PIL. i disturbi mentali sono una malattia che andrebbe curata solo in quanto tale. nulla incide l’eventualità di una utilità economica. leggere simili titoli anche su un quotidiano della snistra culturale dimostra il livello di penetrazione del pensiero unico economicista. temis

Il PIL delle donne che non si vede

Giovedì, 10 Giugno 2010

Molti ritengono che le donne siano una ricchezza su cui le imprese dovranno investire, se vorranno crescere nell’economia del futuro: il cosiddetto “Fattore D”. E questo non tanto perché le donne possono fare bene le stesse cose che fanno gli uomini, ma proprio perché il loro contributo specifico, diverso da quello degli uomini, può far funzionare meglio le imprese soprattutto in mercati in cui la quota di “spesa femminile” è sempre maggiore. Tuttavia proprio perché questo è vero dobbiamo chiederci come mai le imprese, soprattutto in Italia, facciano fatica ad accorgersi di questo “tesoro” alla loro portata che non sanno o non riescono a sfruttare. In altre parole, perché deve essere necessario spiegare alle imprese una cosa che dovrebbero capire da sole? Gli economisti sono abituati a pensare che se un biglietto da 100 euro cade per terra, non rimane lì a lungo: qualcuno lo raccatterà rapidamente. In un mercato ben funzionante, l’arbitraggio dovrebbe far sì che ogni occasione di profitto venga sfruttata. Perché questo non accade nel caso delle donne e della loro partecipazione alla vita delle imprese?
La risposta va cercata nel modo fortemente squilibrato con cui i compiti familiari sono allocati tra donne e uomini all’interno delle famiglie. Finché questi compiti non diventeranno più equilibrati, le donne non potranno esprimere nel mercato e nelle imprese la stessa energia degli uomini. E continueranno, quindi, a essere solo il motore dell’economia familiare (che sfugge alle statistiche) non il motore dell’economia “ufficiale” (che invece le statistiche misurano). E badate: l’economia familiare non è poca cosa. Insieme ad Alberto Alesina (nel nostro libro su “L’Italia fatta in casa”) abbiamo calcolato che la produzione casalinga di beni e servizi vale in Italia più della produzione di mercato, ossia il Pil ufficiale è la metà di quello effettivo se consideriamo congiuntamente la produzione familiare e quella di mercato.
Sappiamo molto poco di questa economia parallela familiare, ma una cosa è certa: essa si regge principalmente sulle spalle delle donne, che in Italia lavorano ottantuno minuti e mezzo al giorno in più di un uomo se sommiamo il loro lavoro in casa a quello retribuito.
Se questa è la situazione, una maggiore presenza femminile nelle imprese potrebbe avere delle implicazioni tutt’altro che desiderabili per le donne, qualora esse si trovassero a dover diventare non solo il motore dell’economia familiare ma anche il motore dell’economia di mercato. Difficile auspicare come equo e desiderabile un tale risultato. Affinché le donne possano diventare il motore dell’economia di mercato, bisogna liberarle dalla responsabilità di essere anche il motore dell’economia familiare.
Quindi se vogliamo che le cose cambino bisogna agire su quello che accade nelle famiglie: è li che dobbiamo fare i comitati per le pari opportunità, è li che dobbiamo insegnare (agli uomini) il bilinguismo di genere. Se esiste un grande contributo potenziale che le donne possono dare all’economia di mercato e che non viene sfruttato, c’è anche un grande contributo che gli uomini possono e devono dare in casa e che oggi va perso. Attenzione: questo non vuol dire auspicare che donne e uomini diventino perfetti sostituti gli uni delle altre. Vuol dire auspicare una similitudine nei tempi dedicati da donne e uomini al lavoro in casa e nel mercato, che ognuno però svolgerà al meglio sfruttando le sue specificità, le sue diversità.
Ma come si può ottenere questo risultato? L’attenzione è spesso posta sulle imprese e su quello che esse possono fare. Ma è difficile pensare che si possano cambiare le cose agendo dal lato delle imprese, per la semplice ragione che se fosse conveniente farlo, le imprese lo farebbero da sole. Né serve molto agire dal lato dei servizi pubblici alle famiglie o della flessibilità del lavoro declinata solo al femminile (ad esempio il part-time e il telelavoro pensato per le donne). Questo significa darsi per vinti prima di iniziare la battaglia: vuol dire dare per scontato che siano le donne a doversi occuparsi dei figli e della famiglia. È come dare l’aspirina per curare i sintomi, senza capire le origini profonde della malattia.
Una indagine recente del Comune di Bologna mostra ad esempio che nella città italiana con i migliori servizi alle famiglie (40 per cento del bilancio comunale) l’occupazione femminile è altissima, ma i redditi delle donne sono il dal 25 al 76 per cento inferiori a quelli degli uomini. E questo perché possiamo anche costruire un asilo a ogni angolo di strada, ma non vedremo grandi risultati se sarà sempre la madre a “staccare” comunque alle 16.00, qualsiasi cosa succeda in ufficio, per riportare a casa i figli. Oppure se sarà sempre lei a farsi carico di trovare una soluzione quando l’asilo rifiuta i figli perché ammalati. E gli esempi potrebbero continuare, considerando molti altri compiti familiari, dalla lavatrice rotta che allaga la casa ai nonni anziani da accudire. Qualsiasi intervento coercitivo sulle quantità, come le quote rosa o i permessi parentali obbligatori, è ostico da accettare per gli economisti che preferiscono intervenire modificando gli incentivi, con le leve fiscali, in modo che poi gli individui si comportino nel modo desiderato. Proprio da questa intuizione deriva la proposta di tassare le donne meno degli uomini che con Alberto Alesina abbiamo sostenuto e per la quale esistono attualmente due progetti di legge in Parlamento. Avremmo bisogno di dati e informazioni più precise di quelle disponibili per capire cosa accade all’interno delle famiglie, cosa determina gli squilibri osservati e se questi squilibri corrispondano alle preferenze degli italiani oppure no. Ossia se le cose vadano bene così oppure se vogliamo davvero cambiarle. Ma una cosa è certa: se desideriamo che le donne possano contribuire di più allo sviluppo dell’economia di mercato misurata dalle statistiche ufficiali, bisogna che gli uomini inizino a contribuire di più all’economia parallela familiare. (a. ichino ilriformista)