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Il rito massonico dell’elezione del Capo dello Stato

Domenica, 21 Aprile 2013

IL libero voto segreto dei parlamentari ha ricostituito in extremis l’unità rappresentativa della nazione con la rielezione di Giorgio Napolitano. Ma prima ci siamo giocati Franco Marini (intesa e condivisione) e ci siamo giocati Romano Prodi (rottura e divisione) a colpi di voto segreto. Il luogo politico dell’affaire è la lotteria massonica detta anche «elezione del presidente» secondo la Costituzione più bella del mondo (firmato: Roberto Benigni).

Lo strumento è il libero voto segreto di deputati e senatori, definiti cecchini o franco-tiratori sul modello della guerra tra Prussia e Francia degli anni 1870 e 1871. Ragioniamo. Adottiamo questo modo di fare ormai esotico, così lontano dai clic della mente retina, così inusuale: ragioniamo, argomentiamo, scaviamo nei concetti. Almeno un po’, senza boria, tanto meno boria del dotto. Sulla scorta del senso comune o del buon senso. Dunque.

Perché sia dannato come spergiuro e traditore un deputato o senatore, il quale aderisca formalmente a una decisione del suo gruppo parlamentare ma poi nell’urna voti in modo difforme, occorre che si diano delle condizioni tassative. Bersani, comprensibilmente adirato con gli altri e non con se stesso, la fa troppo facile.

La prima condizione è che quel voto in dissenso dato nell’ombra colpisca una decisione maturata nella libertà, argomentata razionalmente, presa in un contesto in cui esistevano alternative visibili, dunque una decisione democratica effettiva.

La seconda condizione è chiarire in modo esauriente a che cosa serva il voto segreto, protetto da un catafalco e da opportune tendine, e perché sia considerato irritale e di cattivo gusto sottrarsi alla regola del voto segreto magari fotografando la scheda con il telefonino o ricorrendo a mezzucci grafici, come per esempio la formulazione «R. Prodi» che sarebbe stata adottata da Vendola e dai suoi nel fatale quarto scrutinio di venerdì pomeriggio in cui Prodi cadde con grande fragore e dolore.

La mia tesi è che, prima condizione, le decisioni prese per acclamazione, come nelle tribù barbariche, e proposte nominativamente qualche ora prima del voto, sono una caricatura della democrazia politica, e corrispondono purtroppo al metodo di elezione del capo dello Stato che è proprio della nostra Costituzione, che non è la più bella del mondo, sul modello dell’adunata massonica.

La segretezza è il codice, il linguaggio preferito della procedura costituzionale di elezione del primo magistrato della Repubblica. Se fatti in pubblico, si dice che i nomi si bruciano. Nessuno mai si candida con un programma e con le sue idee e per realizzare un certo modello politico civile, tutti sono sempre portati, sostenuti, inventati da kingmaker che non sono corpi elettorali scelti dai cittadini ma forze potenti, ovvero oligarchie del sistema dei partiti (e anche estranee ad esso).

Il parlamentare è da sempre il terminale, che si vorrebbe inerte ma talvolta non lo è, di questa procedura decisamente antidemocratica. Tutto parte da una circostanza, la scadenza del mandato o le dimissioni del presidente in carica, e dalla fissazione di una data nella quale le Camere si riuniscono come seggio elettorale, il che significa che sono chiamate ad eleggere al buio, senza alcun potere di discussione parlamentare, o sulla scorta di indicazioni sghembe, traversali, presuntive, l’uomo fatale che sarà per sette lunghi anni l’inquilino del Quirinale.

Se è così, ribellarsi è giusto, come diceva il Grande Timoniere cinese. Si obietterà. Ma ribellati a viso aperto, perdinci, non essere ipocrita, non è una bella cosa mentire, dire che sì, si è d’accordo su un nome, e poi «impallinarlo» nel segreto dello scrutinio mettendo nei guai il tuo partito o la tua coalizione, per non parlare di un Paese smarrito.

Ma l’espressione importante è «nel segreto dello scrutinio», tutto il resto è retorica o questione etica che vale nei comportamenti privati o pubblici, in famiglia e nella professione, ma non nell’esercizio della sovranità politica democratica. Qui siamo in una istituzione repubblicana che si è voluta regolare, e su tali questioni avviene in tutto il mondo, con la procedura sacra del voto segreto.

E perché? Ora io affermo una cosa evidente ma accuratamente nascosta tra le righe dell’ipocrisia del potere. Il voto segreto serve proprio a consentire con il timbro della legalità lo svincolarsi del parlamentare da decisioni non democratiche, sebbene a quel modo acconciate tanto per far scena. Il voto segreto è garanzia che l’eletto sia prescelto da un’assemblea libera, che ha sempre il potere di rigettare, comunque si siano espresse, pressioni e trappole che imprigionano la volontà e obbligano in una certa direzione.

Il parlamentare rappresenta la nazione, dice la Costituzione, e in questo non sbaglia. Non è una pedina in mano ai gruppi dirigenti dei partiti e dei movimenti anche a 5 Stelle. E lo strumento che gli consente di rappresentare la nazione si chiama voto segreto. Dunque, i franco-tiratori sono gli eroi della libertà parlamentare e il voto segreto che li legittima e li giustifica è la garanzia che le decisioni siano prese in nome del popolo italiano, e non di Bersani o chi per lui.

Per Franco Marini mi dispiace, ma il quorum era troppo alto, la forza persuasiva di un’intesa tra il Pd e il Cav e Monti è logorata e non unifica due terzi dei rappresentanti della nazione. Per Romano Prodi non posso dire che mi dispiaccia, anche senza maramaldeggiare, ma anche lì vale lo stesso ragionamento.

Per Napolitano, la proposta era persuasiva, sapeva di democrazia politica efficiente e seria, ed è passata senza problemi anche a voto segreto. Sempre che si possa continuare a ragionare, direi, tra un tweet e l’altro, tra un golpe e una marcia da operetta, che non tutto è bene quel che finisce bene, ma provvisoriamente è finita bene. Grazie ai traditori. g. ferrara ilgiornale.it

La cara vecchia comunità

Giovedì, 6 Settembre 2012

Nel 1943, poco prima di morire, Simone Weil scrisse: “Il bisogno di avere radici è forse il più importante e il meno conosciuto dell’anima umana. Difficile definirlo. L’essere umano ha le sue radici nella concreta partecipazione, attiva  e naturale all’esistenza di una comunità che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti dell’avvenire”.[1]Dopo quasi cinquant’anni in cui qualsiasi riferimento al tema delle identità collettive era stato progressivamente estromesso dal dibattito delle idee, nel 1990, un gruppo di una quindicina di docenti e studiosi nel campo dell’ etica,  della filosofia e delle scienze sociali, si ritrovarono nella capitale  degli States su invito di Amitai Etzioni[2], docente di sociologia presso la locale George Washington University e del suo collega William Galston. All’ordine del giorno i problemi cronici degli Stati Uniti e di tutte le moderne società occidentali:  disgregazione sociale, individualismo radicale, anomia, erosione del concetto di responsabilità sociale, egoismo, pericoli di teledemocrazia, scomparsa di una qualsiasi nozione di bene comune capace di bilanciare la pluralità degli interessi particolari, declino della famiglia, violenza e si potrebbe continuare all’infinito.A  monte,  quello che il gruppo di intellettuali di cui parliamo ritiene il pericolo maggiore: la progressiva scomparsa della comunità dalla vita sociale del paese.Decisero allora di darsi il nome Communitarians, ed enfatizzare così il fatto che era giunto il tempo di tenere fede alle responsabilità nei confronti dei principi e delle persone con cui tutti noi, sostengono, abbiamo qualcosa a che spartire: la comunità.Ma cosa intendono questi intellettuali quando parlano di ricostruire la comunità?Innanzitutto, occorre fare una precisazione: il termine negli States assume una sfumatura leggermente diversa rispetto a quanto intendiamo noi: oltreoceano infatti esso evoca tanto la comunità politica intesa in senso globale, quanto le «subcomunità» etniche, culturali, religiose o semplicemente di quartiere che la prima può inglobare.Nella sua accezione più semplice la comunità è quindi un insieme di persone interdipendenti, legate da costumi, usanze e situazioni esistenziali comuni che, conseguentemente, sono spinti a discutere e prendere decisioni comuni. Il termine richiama quindi in primo luogo l’atto di partecipare attivamente ad un qualcosa di cui ci si sente parte integrante.Senza però collocarsi automaticamente in uno degli schieramenti politici esistenti, il Communitarian Network di Amitai Etzioni, la componente più celebre di quello che è diventato in poco più di un lustro il Communitarian Movement, si definisce «non sectarian» e «non partisan»La prima preoccupazione che Etzioni e soci si sono posti, è il fondatore del movimento a ricordarlo nel suo «The Spirit of Community»[3], è stata proprio quella di non venire risucchiati dalla polarizzazione che avvelena il dibattito delle idee negli Usa come altrove e che porta necessariamente ad essere collocati in uno degli schieramenti politici in cui il paese è diviso.  Una visione del tipo «o con noi, o contro di noi», come quella che avvelena l’attuale dibattito politico, afferma Etzioni, crea inutili divisioni ed è in radicale contrasto con qualsiasi prospettiva comunitaria. Forse è proprio per questo che le teorie comunitarie hanno fatto breccia in entrambe le ali del congresso, sebbene solo Clinton e il suo entourage ne abbiano talvolta parlato espressamente il linguaggio.Proprio in quella riunione del 1990 verranno poste le basi del futuro Communitarian Network  e che saranno  sistematicamente esposte da Etzioni  nel citato «The Spirit of Community» e nel manifesto del movimento (The Responsive Communitarian Platform: Rights and Responisbilities) ad esso allegato. I Communitarians sostengono con forza che una rinascita morale  è possibile senza cadere negli eccessi del puritanesimo, che la sicurezza personale si può raggiungere senza trasformare il paese in uno stato di polizia, che la famiglia, senza cui nessuna società è possibile,  può essere salvata dal disfacimento senza violare i diritti delle donne, che la scuola può fornire un’educazione civica e morale senza indottrinare i giovani, che è possibile vivere in comunità senza trasformare nessuno in vigilante ed essere ostili verso alcunché. Allo stesso modo affermano che il richiamo alle resposabilità di ognuno nei confronti della comunità non vuole essere un invito a retrocedere sul terreno dei diritti, ma che, anzi, «grandi diritti presuppongono grandi responsabilità». Analogamente il bilanciamento degli interessi personali con le responsabilità sociali non richiede l’annichilimento di sé o il sacrificio di ogni realizzazione personale, un «Io sociale» è un «Io»  più completo e realizzato di uno rinchiuso nel proprio orticello ed il partecipare alla vita di una comunità politica non elimina anzi, presuppone una attenzione critica nei confronti di chi governa. Su queste basi i communitarians si fanno promotori di una “democrazia forte” e partecipata.“Ma il loro principio socio-politico più alto dovrebbe essere quello della sussidiarietà. Per non indebolire i legami sociali di quelle comunità che al livello familiare, di vicinato o municipale possono assovere certi compiti sociali e politici al pari o addirittura meglio di quanto si possa fare a livello regionale o statale, l’assistenza ai malati e agli anziani, agli emarginati e ai senzatetto e agli emigranti dovrebbe avvenire ad esempio sotto la regia dello Stato soltanto qualora avessero fallito i suddetti sottosistemi”.[4]Seguendo questa linea di pensiero, David Hollembach definisce il ruolo del governo in una società democratica: “il governo non regola ma, piuttosto, serve il «corpo» sociale animato dall’attività di queste comunità intermedie”.[5]Queste preoccupazioni sembrano condivise, pur con accenti spesso molto differenti tra loro, da una serie di altri autori che possono essere riconducibili al movimento comunitarista anche se non sono direttamente legati al Communitarian Netwok di Etzioni e, talvolta, siano anche stati apertamente crtitici nei confronti di esso.Stiamo parlando, tra gli altri,  di Alasdair MacIntyre[6], CharlesTaylor[7], Michael Sandel[8], Robert N. Bellah[9], Michael Walzer[10],  Roberto Mangabeira Unger[11] le cui considerazioni filosofiche e sociologiche hanno come bersaglio polemico la teoria liberale dei diritti e la società (individualista) che si è costruita attorno al suo nucleo teorico. Un discorso a parte meriterebbe il tentativo di Philip Selznick[12]  dare vita a un  “comunitarismo liberale”.Pur con diverse sfumature, questi autori sono pressoché concordi nell’inividuare i tratti più evidenti del “disagio della modernità” che possono essere riassunti nella transitorietà, impersonalità e frammentazione dei rapporti sociali, nella perdita dei sentimenti di appartenenza, nell’assenza di significato e unità nelle vite dei singoli, nella separazione tra vita pubblica e privata, nell’isolamento e alienazione degli individui, nell’incapacità di giungere ad una qualsiasi formulazione della nozione di bene comune.

GIUSTIZIA VS BENE COMUNE

É soprattutto contro una visione neutra e procedurale della società e dell’etica fondata su presupposti ritenuti astratti ed impersonata soprattutto dalle tesi di John Rawls, autore del celebre “ Una teoria della giustizia”,[13] la cui edizione americana, che ha visto la luce negli anni ’70, ha ridato vita al dibattito sulla questione dell’etica, del suo ruolo nella vita delle società ed all’interno della filosofia politica, che i Communitarians indirizzano la loro critica.Con la sua riflessione Rawls si prefigge di portare ad un più alto livello di astrazione la nota teoria del contratto sociale che ci è giunta attraverso autori come Locke, Rousseau e Kant.Il suo primo passo è quello di sottolineare, in polemica con l’utilitarismo classico, il primato del giusto sull’utile: « Ogni persona – scrive -possiede una inviolabilità fondata sulla giustizia su cui neppure il benessere della società nel suo complesso può prevalere. Per questa ragione la giustizia nega che le perdita della libertà per qualcuno possa essere giustificata da maggiori benefici goduti da altri».Come la verità è la prima virtù dei sistemi di pensiero, così  la giustizia lo è delle istituzioni sociali.Nella società, sostiene, convivono spinte cooperative, perché la cooperazione sociale rende possibile una vita migliore per tutti, e conflitti che riguardano la distribuzione delle risorse e dei benefici perché ognuno nel perseguire i propri obbiettivi ne preferisce una quota maggiore.Come individuare allora i criteri di giustizia comuni a tutti che rendono possibile una società ordinata?Rawls sostiene che i principi di giustizia sono quelli che tutti gli individui liberi razionali e uguali sceglierebbero indipendentemente dai loro interessi e dalle conseguenze delle loro scelte.Per arrivare a questo ricorre ad una situazione astratta, una nuova edizione dello stato di natura, che chiama «posizione originaria» in cui gli individui, sono costretti ad accordarsi sui principi di giustizia sotto «un velo di ignoranza», ignorando, cioè, quale sarà la loro posizione biografica sia naturale (sesso, razza ecc) che sociale (classe, ceto ecc.) nella società a venire. In questa situazione ipotetica, Rawls ipotizza che gli individui si accorderebbero su due principi: l’eguale diritto alla più estesa libertà fondamentale, compatibilmente con una simile libertà per gli altri (primo principio di giustizia) e sulla eguale distribuzione delle risorse sociali ed economiche (secondo principio di giustizia).Le strutture fondamentali delle società reali ed i loro principi devono essere confrontate con i principi che scaturiscono dall’ «accordo originario» e se divergenti abbandonate o riformate come nella scienza avviene per quelle teorie che non rispondono ai requisiti di verità.In sintesi la teoria della giustizia rawlsiana, che lui stesso definisce deontologica, mette a fuoco il primato del giusto sul bene, una visione del soggetto come antecedente ai suoi fini e una concezione della comunità non determinante nella formazione dell’identità degli individui coinvolti.La centralità di quest’opera all’interno del dibattito delle idee contemporaneo, la rende la più discussa, e criticata, dai filosofi neocomunitaristi che non concordano sul primato del giusto sul bene, sulla visione neutra e procedurale della etica, sull’astrattezza di un «soggetto agente» anonimo e dato per scontato indipendentemente dal suo contesto socio-culturale, sulla visione sentimentale e non costitutiva della comunità.L’aspetto più paradossale e più sottolineato da un punto di vista “comunitarista” è che siano proprio le teorie a base individualista a «perdere per strada» il soggetto nella sua interezza e a fornircene una versione in «scala ridotta».

L’UOMO É UN ANIMALE SOCIALE

I communitarians rivendicano a pieno titolo, come costitutiva dell’uomo la sua condizione di “animale sociale”, “naturalmente” legato ai suoi simili, immerso in una cultura ed in una tradizione e capace, pur nella pluralità delle posizioni, di riconoscersi in una nozione di ”bene comune”, come bene creato e fruito comunitariamente,  che orienti e dia senso all’agire umano.MacIntyre, per esempio, denunzia il fallimento del progetto illuministico della modernità e parla dell’uomo moderno come «cittadino di nessun-luogo»,  auspicando un ritorno a forme locali di comunità ed alle virtù aristoteliche, Bellah stigmatizza la visione liberale di società come costituita da individui essenzialmente separati, Sandel parla di “unencumbered selves” e distingue tra una «moralità del giusto» (liberale)  che parla a “ciò che ci divide” ed una «del bene» (comunitaria) che si rivolge a “ciò che ci collega agli altri”, Taylor si scaglia contro il “sé atomista” la perdita di senso, il relativismo ed i pericoli di dispotismo morbido legati al disimpegno sociale dei singoli.Al contrario dei teorici del liberalismo, quei pensatori che si collocano in una prospettiva comunitaria sostengono che la costruzione e la comprensione di sé e dell’identità di ognuno avvengano all’interno di una  relazione,  ritengono che  l’uomo sia possibile esclusivamente come essere-con-gli-altri. Non si tratta semplicemente di individuare criteri di convivenza, norme e valori cui attenersi, ma di riscoprire un «Noi» (la Philia politica aristotelica) che dia un senso a queste norme.Nell’introduzione al saggio «Liberalism and it’s critics»[14] Sandel si addentra in profondità nella questione:«Dal punto di vista di un’etica basata sui diritti, è precisamente in quanto noi siamo soggetti separati e indipendenti che abbiamo bisogno di una struttura neutrale di diritti che non pregiudichi la scelta tra scopi e fini confliggenti. Se il sé è prioritario rispetto ai suoi fini, allora il giusto deve essere prioritario rispetto al bene.I critici comunitaristi del liberalismo basato sui diritti sostengono che non possiamo concepire noi stessi come esseri indipendenti in questo modo, ovvero come soggetti totalmente separati dai nostri scopi o legami. Essi affermano che certi nostri ruoli sono parzialmente costitutivi del nostro essere quelle persone che siamo – cittadini di un paese, o membri di un movimento, o sostenitori di una causa. Ma se noi siamo parzialmente definiti dalle comunità nelle quali viviamo, allora dobbiamo anche essere coinvolti negli scopi e fini di quelle comunità… La mia biografia, per quanto essa sia aperta, è sempre inserita nella storia di quelle comunità dalle quali derivo la mia identità – siano esse la famiglia o la città, la tribù o la nazione, un partito o una causa. (…) I critici comunitaristi del liberalismo moderno, ispirandosi agli argomenti di Hegel contro Kant, mettono in dubbio l’asserita priorità del giusto sul bene e la concezione dell’individuo che sceglie liberamente ad essa sottesa. Rifacendosi ad Aristotele, essi sostengono che non possiamo giustificare gli assetti politici senza far riferimento a scopi e fini comuni e non possiamo concepire la nostra identità senza far riferimento al nostro ruolo di cittadini e di partecipanti a una vita comune»

CHI SONO IO?

La domanda  che sta a monte della riflessione di autori come Sandel e MacIntyre non è quindi “quale condotta devo o posso scegliere?” La vera domanda è“chi sono io?”. Occorre però procedere con cautela, perché sbaglieremmo a relegare questo quesito all’ambito metafisico o psicologico,  si tratta invece di una domanda dalle profonde implicazioni politiche che focalizza l’attenzione sulla questione dell’identità collettiva come elemento determinante ai fini della vita sociale.Nella sua introduzione al volume collettaneo «New Communitarian Thinking»[15], Amitai Etzioni afferma: “I liberal si preoccupano spesso di proteggere le libertà individuali dalla minaccia dello stato. Spesso ignorano o danno poca importanza alla relazione comunitaria: le precondizioni sociali che permettono agli individui di mantenere la loro integrità psicologica, civiltà e capacità di giudizio. Quando la comunità (reti sociali che veicolano valori condivisi) si sfalda l’integrità psicologica degli individui viene messa in pericolo, e si genera un vuoto che invita lo stato ad espandere il proprio ruolo e potere. Gli individui e le comunità sono costitutivi gli uni delle altre, e la loro relazione è, al tempo stesso, di  sostegno e tensione reciproci.  Sociologi e psicologi  indicano che gli individui privi di legami sociali (gli isolati, prototipi di attori nel mondo liberale dei diritti) si rivelano incapaci di agire liberamente, trovano invece che gli individui che sono legati da una ampia e stabile relazione, in gruppi coesi e in comunità, si dimostrano maggiormente capaci di compiere scelte ragionate, di dare giudizi morali, e di essere liberi”.Oltre mezzo secolo fa, Reinhold Niebur sosteneva: “ La dipendenza dell’individuo dalla comunità in quanto fondamento su cui si erge l’edificio della sua unicità e stoffa di cui sono fatte le diverse e peculiari forme del suo dinamismo vitale va in parallelo con il suo bisogno della comunità in quanto fine parziale, giustificazione  e compimento della sua esistenza. (…) Grazie alle responsabilità che gli uomini hanno verso la loro famiglia, la loro comunità e le imprese che insieme intraprendono, essi sono sospinti al di fuori di sé per diventare veramente sé stessi”.[16]

COMUNITÀ STRUMENTALE, SENTIMENTALE O COSTITUTIVA

Contro la visione “strumentale” della comunità, figlia del pensiero utilitarista e “libertarian”, in cui la cooperazione tra individui è considerata una necessità imposta per il perseguimento di scopi privati, e quella  “sentimentale”, di derivazione neokantiana di cui il citato Rawls è l’esponente di punta, in cui gli individui condividono certi scopi e considerano la cooperazione come un bene in sé, ma la loro identità è data antecedentemente ad ogni legame, i communitarians  propongono pertanto una visione della comunità come “costitutiva” dell’identità degli individui che la compongono, determinante nella definizione dei loro fini e della loro concezione del bene individuale e comune.In quest’ottica la comunità fornisce a tutti un vocabolario comune di pratiche e discorsi ma non solo, Michael Walzer[17] sostiene infatti che nell’ordine dei beni, l’appartenenza alla comunità è il più importante, dal momento che permette di determinare il significato sociale dei beni da distribuire e le connesse diverse concezioni di giustizia.La giustizia distributiva dipende infatti dal significato che i beni hanno per i membri di una comunità, questo è legato a sua volta dalle credenze e dalle pratiche sociali condivise dai membri della comunità stessa.E’ una società formata da tante “responsive communities” tanto da diventare una “comunità reattiva” essa stessa, quella che i communitarians  inseguono. “La società civile è la realtà più avvolgente, composta di numerose comunità di piccolo e medio formato, come le famiglie, le comunità di vicinato, le chiese, le unioni di lavoro, le corporazioni, le associazioni professionali, le unioni di credito, le cooperative, le università e molte altre associazioni. (…) La base della democrazia non è un’atomistica autonomia individuale. La partecipazione alla vita democratica e l’adempimento della libertà reale nella società dipendono dalla forza delle relazioni comunitarie che offrono alle persone una misura di potere reale per dar forma ai loro ambienti, compreso quello politico”.[18]Come ha ampiamente argomentato, già nel secolo scorso, Alexis de Tocqueville,  una società coesa e pluralista la cui ossatura è costituita da associazioni volontarie e comunità è certamente una migliore difesa contro il totalitarismo di una società individualista ed altamente frammentata. a.snsaloni, revolvere.net via arianna
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NOTE

[1] Simone Weil, La prima radice, Comunità (1980)

[2]Amitai Etzioni. Professore presso la George Washington University, fondatore e direttore del Journal of Socio-Economics e della rivista The Responsive Community, co-fondatore della Society for the Advancement of Socio-Economics, fondatore e chairman del Communitarian Network, è stato consigliere della Casa Bianca.

Autore, tra l’altro, di An Immodest Agenda Rebuilding America Before the 21th Century (I983), Capital Corruption. The New Attack on American Democracy (1984), The Moral Dimension. Toward a New Economics (1988), A Responsive Society (1991),The Spirit of Community. Rights, Responsabilities and the Communitarian Agenda (1993),   (a.c.) The new communitarian thinking  (1995) [ed. italiana: Nuovi Comunitari. Persone, virtù, bene comune, Arianna Editrice 1998], (a.c.) – Rights & the common goods (1995)New Golden Rule (1996), The Limits of Privacy, (1999). In Italia è noto soprattutto  per suoi saggi sul pensiero organizzativo, tra cui Organizzazioni e società, in collaborazione con E. Gross, Il Mulino (nuova ed. 1996).

[3] A. Etzioni, The Spirit of Community Rights, Responsabilities and the Communitarian Agenda.

[4] Lothar Waas, MacIntyre, il comunitarismo e l’odierna crisi morale, in AA.VV, Studi Perugini n°3 (Monografia su A. MacIntyre), Gennaio/Giugno 1997.

[5] David Hollembach, Virtù, bene comune e democrazia, in A. Etzioni (a.c.), Nuovi Comunitari, Arianna (1998).

[6] Di gran lunga il “communitarian” più conosciuto in Europa ( sebbene prenda le distanze dal movimento di Etzioni), il filosofo scozzese Alasdair MacIntyre ha insegnato in diverse università del Regno Unito prima di emigrare negli States nel 1970. Da allora ha insegnato alla Brandeis University, alla Boston University, al Wellesley College, alla Vanderbilt University ed alla University of Notre Dame.

Autore di diversi saggi tra cui ricordiamo Dopo la virtù, Feltrinelli 1981, Enciclopedia, Genealogia e Tradizione. Tre versioni rivali di ricerca morale, Massimo 1993, Giustizia e razionalità, Vol I e II, Anabasi 1995 -1996.

Il suo interesse si è concentrato sulla storia dell’etica, e specialmente sulle filosofie morali aristotelica e tomista. La sua critica dell’etica moderna muove dalla constatazione del fallimento del progetto illuminista e del suo arido normativismo in campo etico. L’etica contemporanea infatti, secondo il filosofo scozzese, è costituita da norme e principi astrattamente impersonali che prescrivono a tutti , indipendentemente dall’identità di ognuno, cosa fare, cosa è la virtù. La filosofia moderna si è distaccata dai principi aristotelici di telos della vita umana e di virtù arenandosi nelle secche dell’emotivismo, del relativismo, non riuscendo più a fornire i criteri per orientare la condotta morale e nemmeno un contesto in cui situare e valutare le azioni degli individui. Occorre pertanto tornare ad una concezione teleologica della natura umana in cui la condotta umana non è determinata dall’adesione ad un insieme di regole, ma da un’intensa riflessione morale, dall’esercizio e dallo sviluppo costante delle virtù in vista del raggiungimento del bene, visto come unità narrativa di una vita vissuta alla ricerca del bene stesso a partire dalla tradizione morale della comunità di appartenenza.

[7] Docente di Scienze Politiche e Filosofia presso la  McGill University di Montreal, Charles Taylor è noto in Italia per la sua ricerca sul tema dell’identità individuale e collettiva, tra le sue opere: Hegel e la società moderna , Il Mulino (1984), Radici dell’Io , Feltrinelli (1993), Multiculturalismo, Anabasi (1993), Il disagio della modernità , Laterza (1994) ed il recente dialogo con Jurgen Habermas Multiculturalismo. Lotte per il riconoscimento, Feltrinelli(1998).

[8] Michael J. Sandel, professore di scienza politica all’Università di Harvard, è autore di Liberalismo e limiti della giustizia, Feltrinelli (1994) e ha curato l’edizione del volume collettaneo Liberalism and It’s Critics (1984).

[9] Robert N. Bellah è Full Professor alla University of California di Berkeley. Autore di numerose riflessioni sulla società e sulla cultura americane e di  saggi su “religione civile”e individualismo. Tra i suoi saggi ricordiamo The Good Society (1991) Le abitudini del cuore. Individualismo e impegno nella società complessa, Armando (1996).

[10] Michael Walzer insegna Social Science presso l’institute for Advanced Study dell’Università di Princeton, N.J. Tra le sue opere tradotte in Italia: Sfere di Giustizia, Feltrinelli (1987), Interpretazione e critica sociale, Edizioni Lavoro (1990), Guerre giuste e ingiuste, Liguori (1990) , Cosa significa essere americani?, Marsilio (1993) e il recente Geografia della morale, Dedalo (1999).

[11] Roberto Mangabeira Unger è autore, tra l’altro, di Conoscenza e politica, Il Mulino (1982), Politics: a Work in Constructive Social Theory  (1987) e Passion. An Essays on Personality (1984).

[12] Philip Selznick è professore emerito di Diritto e Sociologia all’Università di California a Berkeley. Fa parte del comitato scientifico di Tha Responsive Community. Tra le sue pubblicazioni: The Moral Commonwealth (1992) e La comunità democratica, Lavoro (1999).

Selznick si propone di coniugare le istanze del comunitarismo con quelle della componente sociale del liberalismo come lo stato di diritto e la protezione giuridica dell’individuo.

Sotiene che che la dottrina liberale non neghi necessariamente che i sé siano socialmente costituiti o che le convinzioni alle quali si crede profondamente derivino da legami e coinvolgimenti comunitari. La sua critica è rivolta soprattutto ai libertarians  per il loro individualismo astratto. Secondo Selznick i libertarians sottovalutano il ruolo della comunità e parlando solo il linguaggio dei diritti tacciono il valore delle responsabilità individuali e collettive. La giustizia sociale, sostiene si raggiunge attraverso un riequilibrio di diritti e doveri e un rafforzamento delle istituzioni della società civile.

[13] John Rawls  Una teoria della giustizia Feltrinelli (1982).

[14] Michael Sandel, Liberalism and it’s critics (1984)

[15] Op. cit.

[16] Reinhold Niebur, The Children of Light and the Children of Darkness (1944) [ in Reinhold Niebur, Il destino e la storia, Bur (1999).

[17] Michael Walzer, Sfere di giustizia, Feltrinelli (1987).

[18] David Hollembach, Op. cit.

 

Sull’Ungheria è in gioco la sovranità popolare

Mercoledì, 25 Gennaio 2012

Un milione o, sicuramente, diverse centinaia di migliaia di Ungheresi (la popolazione è di 10 milioni) il 21 gennaio è sceso in piazza a sostegno di Orban. I medi occidentali però hanno ignorato la notizia, mentre avevano dato grande spazio alla protesta della opposizione che, dopo le modifiche della costituzione, aveva portato in piazza alcune decine di migliaia di cittadini. Un clamoro caso di censura o di autocensura. Occorre seguire attentamente quando sta accadendo in Ungheria.  Le riforme di Orban sono osteggiate dagli USA e dalla UE, ma resta il fatto che sono state approvate da un parlamento democraticamente eletto dal 52 per cento degli aventi diritto. Aventi diritto che scendendo il 21 gennaio in piazza hanno dimostrato di condividere l’operato del Parlamento. Anche Hitler è stato eletto democraticamente, non lo dimentichiamo. Ma non possiamo non rilevare che il popolo è sovrano e ha il diritto di scegliere la propria costituzione. Paradossalmente. anche una svolta autoritaria (attenzione: autoritaria, non dittatoriale, il discrimen è sottile, ma c’è), se assunta secondo le regole di diritto, è ammissibile. Democrazia è consentire al popolo di decidere di optare anzitutto per il regime che vuole. In Inghilterra c’è la monarchia, uno scandalo per la Francia. Perchè non dovrebbe accettarsi l’idea di uno stato autoritario? l’importante è che al popolo venga garantito di cambiare idea e tornare, con le votazioni, a forme più democratiche. In altri termini, a nostro avviso, la democrazia non trova espressione nel regime, ma nel diritto del popolo di scegliere e, se del caso, cambiare il regime che lo ordina. Temis.

Monti, la tecnica da mezzo è diventata fine

Martedì, 27 Dicembre 2011

Con il governo Monti la profezia di Heidegger si è realizzata. la tecnica da strumento è diventata fine. per la prima volta un governo ha come compito/fine l’adozione di misure/mezzi. l’instrumentum regni diventa fine a se stesso. Con Machiavelli, la politica era diventata mera tecnica, con Monti la tecnica è assurta a politica. … temis

Lo sfregio di Fini

Lunedì, 19 Luglio 2010

Parola d’ordine, «Rifondazione». Non comunista, stavolta, ma Pdl. La corrente finiana esce allo scoperto con un vero e proprio manifesto politico che dà per morto e «senza nessun futuro» l’attuale Pdl a impronta berlusconiana, e ne invoca un nuovo e «rifondato». Come? Lo spiega appunto il manifesto pubblicato ieri dal Secolo, articolato in più punti e a più voci dai principali esponenti politici e teste d’uovo vicine al presidente della Camera. Un numero domenicale del quotidiano ex An quasi monografico, con un titolo di copertina dubitativo: «Un partito “vero”: ma ci possiamo ancora credere?». E con un leit motiv di fondo: nella tempesta giudiziaria che investe la maggioranza, Gianfranco Fini è deciso a issare la bandiera della «questione morale» e della «legalità» e a porre un aut aut al premier: nel partito, o scegli la parte che ieri Giulio Tremonti ha ribattezzato «cassetta di mele marce» oppure fai piazza pulita e scegli noi, il vero argine contro «la caduta etica» del centrodestra. Altrimenti «il malcostume che ha colpito al cuore il partito» tracimerà senza scampo.  Sulla carta, la corrente finiana non ha i numeri (in Parlamento e nel partito) per dare ultimatum al Cavaliere. Ma è evidente che, dalle parti del presidente della Camera, si è convinti che i rapporti di forza attuali potrebbero essere cambiati da fattori esterni, a cominciare da un Big Bang giudiziario. Non a caso i richiami all’etica, alla questione morale e alla lotta al malaffare ricorrono in tutti gli interventi pubblicati sul Secolo di ieri, insieme alla lista dei nomi di berluscones finiti nel mirino delle inchieste: da Denis Verdini (il coordinatore indicato come principale teorico del «partito del leader» che non piace a Fini) ad Aldo Brancher, da Nicola Cosentino a Claudio Scajola.
I colonnelli finiani indicano anche le tappe e gli obiettivi del percorso: incontro «indifferibile» tra i due co-fondatori, Fini e Berlusconi; sottoscrizione di «un nuovo atto fondativo» del Pdl a impronta finiana; azzeramento degli attuali vertici; congresso; nomina di un «coordinatore unico». Idea questa bocciata seccamente ieri dal capogruppo Pdl Fabrizio Cicchitto: «Sarebbe una semplificazione che non esprime l’attuale realtà del partito», nella quale l’area ex An è rappresentata non da un finiano ma dal filo-berlusconiano La Russa. Parole d’ordine del «nuovo» partito, per i finiani: «Legalità, lotta alla corruzione, unità d’Italia», per «farla finita con la golden share» di una Lega troppo «invasiva e pervasiva». Nuova classe dirigente «moralmente integra e preparata», «codice etico» interno. La sfida berlusconiana, spiegano i finiani, è davanti a un bivio: o conserva il proprio modello di «partito azienda» carismatico, che «non esiste al di fuori del suo leader», e allora «si rischia di andare fuori strada con una macchina senza controllo» e di «non avere nessun futuro», come sostiene l’editoriale del Secolo, oppure si sceglie la strada «politica». E si «rifonda un partito politico degno di questo nome», cosa che attualmente il Pdl non è.  Le «rifondazioni», insegna la storia dell’ex Pci, preludono a scissioni. Ma non è questo l’intento, assicurano gli autorevoli firmatari sul Secolo: anzi è proprio il fatto di «avere a cuore il futuro del nostro soggetto politico» a muoverli. Casomai, come scrive Italo Bocchino, si tratta di interrogarsi sui «prossimi scenari», e chiedersi come deve essere fatto il Pdl «dopo Berlusconi». Perché il Cavaliere non è eterno, e al momento si trova sotto un pesante assedio mediatico-giudiziario che accerchia i suoi uomini e mette in difficoltà lui e tutto il governo. E, tiene a sottolineare Bocchino, «sulla questione morale Berlusconi è molto meno forte, da quando non c’è più sintonia con il presidente della Camera». Ergo, una pace siglata ora con Fini potrebbe invece rafforzare il premier di fronte all’offensiva di Procure, giornali, valanghe quotidiane di intercettazioni imbarazzanti. Il prezzo dello «scudo» finiano? Accettare le condizioni politiche e di assetti interni messe sul piatto dal presidente della Camera. (l. cesaretti ilgiornale.it)

“Io e la P3″ parla Lombardi

Venerdì, 16 Luglio 2010

E Pasquale Lombardi sorrise: “Ah, tu sei Barbato? Mi fa molto, molto piacere la visita di un amico!” Il deputato rimase un attimo interdetto: “Veramente…”. Il detenuto troncò la discussione: “Sei dell’Udeur, no? E allora sempre la nostra grande famiglia democristiana è….”. Solo che il Barbato (Francesco) che era andato a trovare Lombardi nella cella, non era il Barbato dell’Udeur (Tommaso). Chissà se non sia stato questo equivoco iniziale, forse non del tutto chiarito nella conversazione successiva, a propiziare un incredibile colloquio carcerario, a tratti surreale, fra due mondi apparentemente incomunicanti: quello del dipietrista e quello del “numero tre” della cosiddetta P3. Sta di fatto che, tre giorni fa, i due si ritrovano faccia a faccia in una cella angusta. Lombardi sdraiato sul lettino, Barbato seduto su uno sgabello. Il primo in maglietta bianca e pantaloni celesti, il secondo in giacca e cravatta. Il detenuto, ex grand commis della giustizia, l’uomo di collegamento tra il gruppo di Flavio Carboni e l’arcipelago della giustizia ha voglia di raccontare e di raccontarsi. Ad esempio con delle rivelazioni sui suoi rapporti con i leader di centrodestra e di centrosinistra (da Lusetti e De Mita ad Alfano, Cappellacci e Formigoni); ma anche con i retroscena di una incredibile rete di relazioni che mette insieme esponenti togati, travet ministeriali, raccomandazioni e convegni. Forse a tratti la ricostruzione si impreziosisce di qualche piccola millanteria. Forse talvolta la tentazione del colore addomestica gli eventi. Sta di fatto che il racconto di Lombardi è in ogni caso un documento incredibile per restituire “il tono” e il retroscena delle inchieste che stanno mettendo a soqquadro il Palazzo. Il deputato dell’Italia dei valori entra nella cella con un block notes immacolato, e ne esce con una mole d’appunti tale da dover riempire anche la copertina. Questo è il resoconto del dialogo fra lui e il detenuto.
Dottor Lombardi, perché lei è qui?
(Sorriso) Questa è una bella domanda. Il Pm, uno che mi ha preso di mira, dice che io ho molti rapporti con la magistratura. Questo, dopotutto è vero. Tutta la storia inizia perché io organizzo convegni.
In che senso?
Sì, convegni. Ne faccio dai 20 ai 25 l’anno. Scelgo i posti più belli d’Italia. Chiamo i migliori relatori, gli pago le spese. A che serve questo? A far parlare le persone, a farle conoscere.
Che tipo di convegni?
Sulla giustizia, sulle regole… Io ho un gruppo di ospiti di primissimo piano: c’è Arcibaldo Miller che conosco da trent’anni, e che più di un amico, è roba mia… e poi ci sono Martone, Caliendo, il fratello di Peppino Gargani che è doppiamente importante perché Peppino era responsabile giustizia di Forza Italia…
Ci sono solo magistrati?
No, anche dei politici. Ad esempio in Sardegna doveva venire anche Alemanno, e poi ha mandato il suo capo gabinetto, Sergio Gallo.
Come mai?
Sergio è una mia creatura. Di Cervinara, come me. Sono stato io a favorire il suo ingresso in quella squadra, a fargli avere in trasferimento al Comune.
Lei riesce a fare tutte queste cose?
(Sorriso). Anche di più.
Però non è un momento felicissimo, immagino.
Ehhh.. Se io sto in galera, oggi, è per colpa dei miei. Barbato, voi dovete seguirmi, un giorno, e io vi faccio conoscere tutta Forza Italia…..
Ma che c’entra la galera?
Vede, Carboni si è mosso troppo. Ha iniziato troppo presto, e invece doveva stare fermo. Pazientare, attendere, si fa così. Io avrei potuto andare da qualche amico magistrato…
E invece?
Il casino dell’eolico è scoppiato perché Verdini ha tolto di bocca la polpetta di un grande affare dalla bocca di De Benedetti e di Moratti, chill’do petrolio…
So chi è Moratti…
Il più rosso dei magistrati è proprio questo Capaldo, che mi tiene sotto tiro.
Lei mi stava spiegando dei convegni.
Ecco. L’ultimo lo abbiamo fatto in Sardegna. Me lo ha finanziato Cappellacci, con 50mila euro, su 150 di spese previste. Non è poco.
E come lo ha conosciuto?
Cappellacci si mette sempre a disposizione. L’ho conosciuto addirittura prima che diventasse presidente, tramite un amico mio, avvocato di Napoli.
Ma quando parla di se, a chi fa riferimento: a un partito, a una corrente?
I miei riferimenti nel Pdl sono Cosentino, Caliendo e l’avvocato Ignazio Abrignani, uno che è fortissimo perché fa una montagna di tessere…
Però lei si è adoperato anche per altre candidature alla guida della regione Campania.
Ma solo dopo che è tramontata la possibilità di eleggere Cosentino! Ho tifato per avere Lettieri…. Ma guardi che non ho rapporti solo con il Pdl!
No?
No, è importante avere amicizie a 360 gradi….
Ad esempio?
Beh, Lusetti. Lusetti l’ho fatto deputato io… Si è candidato nel mio collegio, e solo nel mio comune, per dire, ha preso 1200 voti.
E’ passato da poco dal Pd all’Udc.
Perché gli ho fatto una testa così io. Gli ho fatto il lavaggio del cervello…
Ma perché?
Perché, perché…. Renzo, se l’Udc entra al governo, ha il posto da sottosegretario già prenotato
Però forse l’Udc non entra.
E allora se Casini non fa l’accordo, lui o passa in ogni caso nel Pdl, e sempre sottosegretario può diventare. Lusetti mi sta a sentire, fa quello che dico io….
Sarà vero?
(sorriso) Ha lasciato il Pd insieme a Sommese. Ebbene, Sommese ha già avuto l’assessorato in Campania!
Ma come lo ha conosciuto Lusetti?
Era nel gruppo di De Mita, mi è stato presentato quando Tanzi veniva giù in elicottero, e io viaggiavo con lui. Anche con De Mita ho avuto rapporti.
Sì?
Era in un brutto momento, quando volevano portarlo al Tribunale dei ministri…
E lei che c’entra?
Gliel’ho detto che alla Giustizia sono di casa.
Non ho capito ancora bene che cosa lei faccia.
Gliel’ho detto. Io sono amico di molti magistrati. Li faccio conoscere tra di loro, li seguo… Per esempio, il figliolo di Ferri, Cosimo, è un buono Guaglione, un ragazzo in gamba.
Ma quindi lei che fa, l’animatore?
Faccio un esempio, il procuratore di Avellino, Mario Romano… gli mancava un voto per essere nominato, e quel voto glielo ho trovato io.
Si ricorda tutti questi dati?
Ho una agenda, a casa, in cui ho segnato tutto: tutti i numeri, tutti i fatti, tutte le date dei miei incontri.
Altri sponsor?
Formigoni è un altro amico mio. Mi ha dato 20mila euro per dei convegni all’Hotel Gallia a Milano. Poi io l’ho invitato giù, può controllare, all’hotel Gran Principe di Sorrento. Vede Barbato, io sono amico delle massime autorità della giustizia. Però, da tutto quello che ho fatto non ho tratto interesse, non ho guadagnato nulla. Carboni e Martino sono imprenditori, è un altra storia.
E lei perché lo fa ?
Per la passione che ho, per la politica. Tutti i mercoledì sono a Roma. A Casini, che conosco dai tempi della Dc, incontrato davanti a un bar ho detto: ma perché non lo fai questo benedetto accordo?
Anche con membri del governo?
Ad Alfano gli ho detto: Ma cazzo! Queste intercettazioni! Le cose vanno prima fatte, e poi dette. Se era per me io l’avrei già fatto.
Ma lei cosa fa?
Io faccio questo lavoro di mantenere i rapporti con i magistrati, da 25 anni. Ho iniziato seguendo mio cugino, Giuseppe Faraone, che prima passò per il Csm, e poi fu distaccato all’agricoltura. Ora è morto.
Ma cosa fa per vivere?
Il perito demaniale. Lavoro in tutta Italia, anche grazie alle raccomandazioni, perché questo paese è così. Sono intervenuto anche presso Ugo Bergamo, membro laico del Csm, che ho contribuito a far diventare assessore a Venezia.
E la sua vita?
Ho tre figli. Bice, che è segretaria del sindaco Iervolino, ma che lavora anche con l’assessore Oddati, perché io ho ottimi rapporti pure con Bassolino. Gianfranco, che ha appalti con il ministero della Giustizia. Il terzo fa l’archietto, ma si occupa di perizie legali con i tribunali di Roma, Benevento e Napoli. (l. telese fatto quotodiano)

Meglio il salotto del palazzo (by Veneziani)

Venerdì, 16 Luglio 2010

Signori, armatevi di pugnale e di cuscino, siamo alla guerra del salotto. Ieri la stampa, i gossip e perfino il Transatlantico erano sommersi dalla guerra del salotto e dalle sue trame: i direttori dei più grossi giornali, il premier e i suoi ministri, compreso il povero Tremonti ridotto al panino dall’esclusione del salotto di Vespa; il sullodato Polpo Bruno che ordisce cene e salotti; e per contorno la censura degli esclusi, l’omertà degli inclusi, il vituperio degli assenti, il rutto padano di Bossi contro salottieri e salottifici. Il teatrino è al completo. Il salotto è visto come il luogo eletto dove i poteri forti si fanno gentili e dove si misura il grado di importanza dei potenti. Una specie di élitometro che svolge funzioni analoghe all’etilometro: misura il tasso di potere delle élite. La geografia dei salotti ormai è nota e ve la risparmio. Di qui i salotti del potere, di là i salotti radical chic; di qui i pranzi curiali da Santa Madre Vespa, di qua le terrazze rosse degli snob dove svolazzano le toghe nere. Se vuoi far vergognare un potente o un pezzente, citagli il salotto: il primo si vergognerà di esserci stato, il secondo di non esserci andato. Entrambi tenteranno di negare la presenza o l’esclusione. Il salotto logora chi non ce l’ha. Sono curiose e becere le new entry: quando arrivarono i comunisti in salotto, la padrona temeva che sporcassero casa, o i fascisti, e la padrona temeva che pisciassero sul bordo del wc. Interi inserti dei quotidiani spiegavano ieri la storia e la fenomenologia dei salotti e dei salottieri. Scienziati del Divano, dietrologi della poltrona, discettavano con pignolo moralismo di questa perdizione oscena che sarebbero i salotti, dove il potere ordisce le sue trame tra un risotto e un dessert. Se posso dire la mia impressione, nutrita di qualche vaga e marginale esperienza diretta, direi l’opposto: il salotto è il luogo dell’inconcludenza. Nei salotti non nascono le trame ma abortiscono, i disegni politici finiscono nel punto giorno dei pizzi, si perdono nel ricamo del nulla o finiscono come la polvere e le briciole, sotto i tappeti. Nel salotto si coalizzano le antipatie ma si stemperano gli odi, si tramutano le ostilità in pettegolezzi, si esprimono giudizi sommari a ragione mai veduta; si recensiscono opere e biografie senza conoscerle, basta un solo indizio, una battuta, un calzino, una cattiva compagnia. I giudizi ingrossano lungo la conversazione, uno dice mezza cosa, e tutti ci mettono il carico, fino a che diventa una sentenza scolpita in marmo. Alla fine, nei salotti, non trionfano i potenti ma le signore, a volte i camerieri. La guerra fredda e le alleanze riguardano piuttosto le consorti. I potenti, come bambinoni, palleggiano, ma raramente tirano. Gigioneggiano o si eclissano, perché se parli poco mostri di contare molto e di sapere tutto. Ma alla fine un piatto di tagliolini o un buco nello stomaco per penuria di portate, si ricordano più del complottone salottiero. Il rango di un salotto, e il suo passaggio alla storia, alla fine è deciso dal menu.
Non c’è nulla di male che i poteri forti a volte mangino insieme una sera a cena; non c’è nulla di male che si scambino una battuta sul fatto del giorno o dicano una galanteria alla moglie dell’anfitrione. Non c’è nulla di scandaloso se a volte due potenti accennano in salotto a un tema vero, a un’alleanza o a un’inimicizia. Democrazia parlamentare non vuol dire che la politica si debba fare sempre e solo nel grigiore delle sedi istituzionali, alla buvette di Montecitorio, negli ottusi stanzoni di Palazzo Chigi; o che so, nelle aule e aulette predisposte, magari con resoconto stenografico. La politica si può fare al bar, a casa, allo stadio, o a studio, come dicono a Roma, persino in aereo o all’Ikea. Taluni dicono che la politica riesca particolarmente bene al cesso. Non ci scandalizza che si stabilisca un patto davanti una crostata e perfino davanti a un paio di trionfali tettone. Trovo insopportabili le ironie moralistico-alimentari, tipiche di una società di morti di fame e di sfigati, sulla politica attovagliata che prende le sue decisioni nel magna-magna di un banchetto. Ebbè, che c’è di male? Non mangiate forse pure voi, tristi giacobini dell’anoressia giustizialista? Non preferite anche voi parlare e sparlare davanti a un bicchiere di vino e a una scollatura, anziché nello squallore asettico e astemio di un Palazzo?  Che male c’è se si vedono a cena Casini e Berlusconi, più Draghi Geronzi e il cardinale Bertone? La vicinanza a tavola costituisce già reato e anticamera di golpe? La divisione dei poteri sancita da Montesquieu non vuol dire mica tavoli separati a ristorante… C’è chi vive all’ombra dei salotti per deplorarli e chi sogna irruzioni partigiane per processare gli avidi potenti. E c’è chi chiede elezioni anticipate per sostituire degnamente il salotto della Angiolillo, scomparso con la sua Dignitaria e affidato ad interim al Vicario Vespa che organizza cene, consultazioni di governo e fornisce ai commensali pietanze, attestati e loculi nei suoi prossimi libri. Conosco salotti amabili e civettuoli, altri noiosi e paludati, in alcuni si può vivere una sontuosa estraneità, perché ci sono punti di fuga; in altri si è costretti a star dentro il cerchio magico, il circolo vizioso della Chiacchiera. A volte nei salotti si patisce la fame, a volte la fama. C’è chi sogna di stare al centro della serata, c’è chi gioca di sponda o si offre come spalla, ninnolo e poggiatesta. C’è chi, più perverso, è presente ma straniero, o si sente una microspia e un voyeur; c’è chi accetta di buon grado il ruolo di ornamento, decorazione e fregio. L’importante è partecipare, per il piacere postumo di dirlo o di tacerlo. Di solito racconta il banchetto chi era marginale e un po’ abusivo; mentre tace chi era centrale e decisivo. I corteggiati tacciono, i cortigiani cicalano. In breve, due palle. È stupido promuovere crociate contro i salotti o brigare per entrarci. Più sano è considerarli quel che sono: serate di routine e di cortese alienazione, in cui si è persa una magnifica occasione per stare con la persona che più si ama, se stessi. (m.veneziani giornale)

L’opposizione fatta in casa (by Ostellino)

Lunedì, 12 Luglio 2010

In assenza di opposizione «esterna» — il centrosinistra, privo di identità, sembra incapace di essere un’alternativa ideale e programmatica credibile — il centrodestra si è creato un’opposizione «interna». Che Berlusconi identifica nelle esternazioni di Fini, ma che, nei fatti, sta concretandosi nella Lega, cioè nel suo azionista privilegiato. La prospettiva, per ora remota, ma possibile, è che, sulle rovine del primo- berlusconismo — quello della «rivoluzione liberale» mancata, cui ormai anche il Cavaliere sembra avere definitivamente abdicato — e della corsa alla sua successione alla guida del Paese, si innesti un processo che dia vita a soluzioni tanto poco identitarie, sotto il profilo etico- politico, e, soprattutto, assai poco nazionali, da prefigurare un duplice rischio. Primo: sotto il profilo etico-politico, la scomparsa della rappresentanza dei ceti moderati, la ri-frammentazione, anche a sinistra (fra riformisti e conservatori), del sistema, la nascita di una sorta di «sindrome di Weimar»— interprete dell’incapacità dei partiti di esercitare un ruolo di direzione — che crei lo spazio per un «benevolo dispotismo» tecnocratico e decisionista. In sostanza, governi tecnici, non direttamente eletti. Secondo: sotto il profilo nazionale, la crescita di una tendenza alla «secessione democratica», da parte della popolazione del Nord nei confronti del Sud, sulla base di una forma di rivendicazionismo speculare, e opposto, a quello che fino all’altro ieri era stato del meridionalismo anti-unitario del Sud nei confronti del Nord. Ernesto Galli della Loggia attribuisce la crisi della Politica a carenza di progettualità. È la politica cui la sinistra, in passato, attribuiva la funzione razionalistica di modellare la Società. A me pare, invece, si tratti di una crisi strutturale. La Società italiana è, dal XIII secolo, corporativa, e nei suoi confronti il potere politico — prima comunale, poi statuale — ha sempre operato come «mediatore» fra le corporazioni in competizione. Oggi—a causa della crisi economica e data la scarsità di risorse da distribuire — anche la Funzione pubblica è una corporazione essa stessa, col risultato di accrescere la conflittualità generale. L’interprete autentico di tale involuzione è la Lega, che ha tradotto in rivendicazionismo locale il neocorporativismo pubblico. Ma, alzando progressivamente il prezzo di azionista privilegiato nella coalizione, essa sta entrando in rotta di collisione con quel poco che ancora rimane della politica nazionale e riformista nel berlusconismo. La rivolta delle regioni contro i tagli della manovra ne è l’epifenomeno; la traduzione, «familista», del corporativismo localista in conflitto con quello statuale. È una spirale dalla quale il centrodestra, e la stessa Lega, sembrano incapaci di uscire, per ragioni oggettive, e perché Fini, con le sue sortite, offre loro una giustificazione. (p. ostellino, corriere)

 

Stallo senza voto anticipato (by Folli)

Venerdì, 9 Luglio 2010

Difficile dare torto a Ernesto Galli della Loggia che sul Corriere della sera descrive un paese in cui la politica non esiste più. È una fotografia che abbraccia un po’ tutti: chi governa al pari di chi si oppone, salvo eccezioni. E la giornata di ieri ne offre un’interessante conferma. Nei giorni scorsi era tutto un susseguirsi di proclami bellicosi. Il presidente del Consiglio annunciava la resa dei conti con i dissidenti finiani, a costo di rischiare la crisi del governo. Sullo sfondo sembrava prender forma una sorta di “predellino due”, ossia, in codice, una riedizione del colpo improvviso con cui Berlusconi fece nascere in piazza il Popolo della libertà e mise in angolo i centristi. A sua volta il centrosinistra dava quasi per scontata la fine dell’era di Arcore e si dichiarava pronto ad assumere le responsabilità che le circostanze imponevano: una specie di governo di salute pubblica, pareva di capire, alla sola condizione che non ne facesse parte Silvio Berlusconi. Questo trambusto poteva a prima vista esser scambiato per un ritorno in grande stile della politica. Ma i fatti, se così possiamo chiamarli, sembrano andare in un’altra direzione. Può darsi che abbia ragione Marco Pannella, che torna a parlare di un sistema vischioso in cui alla fine Pdl e Pd sono più intrecciati e incollati tra loro di quanto vorrebbero ammettere. Ma forse la realtà è proprio quella di un paese disabituato alla politica in cui al massimo si riescono a tutelare le rispettive rendite di posizione: quelle del governo e quelle dell’opposizione, in un sostanziale immobilismo. Vediamo gli eventi delle ultime ore. Lungi dal produrre qualche clamorosa frattura, la nuova stagione del “ci penso io” ha l’obiettivo di puntellare il governo, eliminando dalla strada le mine pericolose. Dopo le dimissioni di Brancher, è la volta della legge sulle intercettazioni. Sembrava una bandiera irrinunciabile per Berlusconi, invece ieri, nell’imminenza dello sciopero dei giornalisti, il Pdl fa sapere che saranno introdotte modifiche al testo, nello spirito delle «perplessità espresse dal Quirinale». Significa che la legge dovrà essere smontata e rimontata a Montecitorio, proprio come voleva il presidente della Camera, ed è difficile che questo lavoro possa essere completato in agosto. Nel frattempo Berlusconi andrà all’incontro con le regioni sulla manovra economica, ma non sarà in grado di offrire loro quasi nulla perché Tremonti ha già ottenuto la “blindatura” del testo. Ed è facile immaginare quanto poco piaccia al premier questo ruolo in cui è costretto a subire il rancore, quasi la rivolta dei governatori (molti di centrodestra), senza avere nulla o quasi da offrire per uscire dalla riunione con un successo mediatico. In realtà, l’unica arma che Berlusconi potrebbe brandire per risolvere d’incanto i problemi di un governo imbalsamato sono le elezioni anticipate. Ma tutti sanno che oggi le elezioni non sono nella sua disponibilità. Quindi il premier è costretto al piccolo cabotaggio, nella speranza piuttosto flebile che in autunno maturino le condizioni per allargare la base del governo. Magari con un ingresso dell’Udc. Prospettiva molto incerta. È vero che Casini parla con insistenza di “unità nazionale”, ma è tutto da dimostrare che voglia andare in soccorso a Berlusconi. Più probabile che voglia tenersi pronto per una fase successiva, se e quando si presenterà. Anche il Pd attende, senza peraltro riuscire a imporre un tema, a farsi protagonista di una battaglia. Così passano i mesi e la politica resta nella nebbia. (s.folli ilsole24ore)

Golpisti mancati di un governissimo che non si farà mai

Venerdì, 9 Luglio 2010

Il golpe previsto in questi giorni è rimandato per indisposizione dei Generali. Ci scusiamo con i cospiratori e assicuriamo le tifoserie che riceveranno un bonus spendibile al prossimo tentativo. Non è un’intercettazione intercorsa tra i Palazzi del Potere, ma è l’ipertesto che si legge negli occhi e nelle parole paludate di protagonisti e osservatori. Fino alla settimana scorsa si sentiva rumore di sciabolette e tintinnìo di braccialetti. Si era creata una promettente filiera per inneggiare al golpe: il voto sulle intercettazioni con le sue lacerazioni, la tempesta sul caso Brancher, e prima su Scajola, la sentenza su Dell’Utri, le spaccature nella maggioranza, il conflitto tra Berlusconi e Tremonti e perfino dentro la monolitica Lega, le fiocinate di Fini, l’insorgenza delle Regioni, le sofferenze della manovra. Non mancava, a speziare il tutto, il sapore di qualche gnocca da asporto. Il clima era precipitato e tanti parlavano di un’imminente caduta del governo, con eventuale richiamo alle urne o con la nascita di un governo istituzionale di transizione ispirato dal Presidente. Si facevano bilanci e si vedeva qualcuno uscire allo scoperto. Qualche cospiratore faceva capolino, bruti e brutelli lucidavano coltelli e si lanciavano occhiate di complicità, c’era baruffa nell’aria. Poi la tempestiva retromarcia su Brancher, le dimissioni sue come quelle di Scajola, la trattativa per modificare la legge sull’intercettazione, la scelta del ricorso alla fiducia e il conteggio dei numeri in Parlamento, la ricucitura delle divergenze e la circoscrizione a una frangia modesta della corrente finiana. E ancora, la paura di buttarsi nella mischia degli outsider che hanno preferito rinviare la loro discesa, l’evidente incompatibilità di leadership terzista tra Fini e Casini, che non vede con piacere le immersioni subpolitiche del suo successore alla Camera e alla Fronda. Da qui il contrordine: il golpe viene rimandato a data da destinarsi, ci scusiamo con le maestranze, le cospirazioni riprenderanno il più presto possibile. Insomma, per dirla nel gergo del Sommozzatore di Stato, un buco nell’acqua. Naturalmente la trama è solo rimandata. Ma è tipica del golpista la sindrome del cane: se scappi ti insegue, abbaia e cerca pure di morderti. Ma appena ti fermi, lo guardi negli occhi, mostri vigore e magari accenni ad andargli incontro, il cane arretra e poi fugge. Così è stato anche questa volta. Di tutto questo resta la leggenda ricorrente del Governissimo. Torna questo fantasma o spauracchio a ogni accenno di crisi; o a volte, all’inverso, si provoca un accenno di crisi per evocare lo spettro del governissimo. Cambia il nome d’arte: si è chiamato governo di larghe intese o istituzionale, e in passato compromesso storico, patti conciliari, ammucchiata, inciucio, convergenze, consociativismo, concertazione, connubio. Varietà di nomi, monotonia di esiti: l’aborto, il fallimento prenatale. Rieccolo, il governissimo. Ha la funzione del baubau, serve a invocare l’azzeramento della politica per ripartire daccapo. Ma poi la sua unica funzione è delegittimare i governi in carica, o rovesciare, con finto garantismo istituzionale, l’esito di libere elezioni. Non siamo abituati ad avere governi di legislatura, che durano cioè un intero mandato, e anche quando ci sono le condizioni normali per continuare, invochiamo una bella crisi per tornare alla Prima Repubblica quando i governi cadevano ogni nove mesi. Nella Seconda Repubblica abbiamo cambiato vizio: dopo mezzo secolo di democrazia ingessata, con un partito fisso al governo, alleati inclusi, ora non riusciamo mai a confermare nessun governo uscente; da diciott’anni vince sempre chi sta all’opposizione.  In realtà l’invocazione del governissimo regge su un intreccio di follie. Si ritiene che mettendo insieme tante debolezze possa nascere una forza. Si pensa che assemblando tante incapacità possa sorgere un governo capace. Ma soprattutto si crede che gli stessi leader e gli stessi partiti che si odiano e si accusano dei peggiori crimini, messi insieme, possano d’incanto produrre Amore di Gruppo e Governo Armonioso. Se è un governo istituzionale dovrebbero vararlo insieme Napolitano e Letta, Schifani e Fini, Bossi e Casini, Tremonti e Bersani, Di Pietro e Berlusconi. Più la partecipazione straordinaria di Draghi, Montezemoli ecc. Vi pare possibile? Che razza di governo verrebbe fuori, con che linea? E poi, l’unica ragione valida per varare un governissimo, sarebbe fare scelte che nessuno potrebbe fare da solo. Mi riferisco da un verso a scelte impopolari, come tagli, riduzioni, lacrime e sangue, che nessun governo può fare per non perdere consenso. E dall’altro a scelte popolarissime ma impolitiche perché impedite dalla propria nomenklatura come abbattere i costi della politica, dimezzando parlamentari e personale annesso, autoblu, consiglieri, Comuni e consigli di amministrazione, abolendo le Province. Un governo di tutti in teoria si potrebbe fare, ma basta che uno si chiami fuori, per incassare il dissenso, e l’impianto crolla: io a occhio già ne vedrei almeno due che si chiamano fuori già da subito, sui due versanti della politica. Infine un governissimo dovrebbe servire, come si dice, a stabilire insieme le regole e dunque a modificare la Costituzione e poi tornare a dividersi. Ma quali nuove regole sarebbero davvero condivise? Se c’è una parte che non vuol nemmeno sentir parlare di modifiche alla Costituzione, di che stiamo parlando? Allora torniamo seri: incalzate Berlusconi e il suo governo, criticatelo e opponetevi com’è vostro diritto e dovere, ma lasciatelo governare per i restanti tre anni, senza velleitari golpettini. Poi dopo i tre anni si va alle urne: se c’è qualcuno che prende ampia maggioranza governa; in caso contrario, come è accaduto in Germania e in Inghilterra, si tenti pure la carta della grande coalizione, dando la guida a chi ha preso più voti degli altri. Allora deciderete con l’interessato, se mandare Berlusconi alle Bahamas, al Quirinale o sotto i giudici, finito l’ombrello Alfano. Ma adesso, per favore, finitela con questi golpettini di tosse; costringete il governo a governare e non ad andarsene. (m. veneziani ilgiornale.it)