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Servizi deviati: di nuovo e sempre!

Martedì, 13 Aprile 2010

tumblr_kzvjhjXznc1qzf9y4o1_500Politici spiati e minacciati dai servizi segreti? L’interrogativo tiene banco in queste ore nei palazzi della politica romana, e presto sarà al centro dell’attenzione della procura di Reggio Calabria dov’è pendente un’inchiesta che ha come parte lesa il parlamentare del Pdl, Italo Bocchino, uno dei parlamentari che sarebbero stati minacciati e pedinati.

Troppe coincidenze fanno da sfondo a una vicenda oscura che coinvolgerebbe altri esponenti politici oltre al vicepresidente dei deputati del Pdl che quand’era al Copasir criticò l’opera di smantellamento delle «reti» del Sismi in Irak all’indomani del ciclone Abu Omar.

Per iniziare a districarsi in questo ginepraio occorre dare un’occhiata alla domanda di autorizzazione a procedere dell’acquisizione dei tabulati telefonici di Bocchino inoltrata alla Camera dal procuratore capo di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone. Il quale, in merito all’indagine che sta conducendo la collega pm Carmela Squicciarini, riporta una nota del sostituto dove si ricostruisce parte della storia.

Questa: il 1º febbraio scorso Bocchino si presenta alla polizia postale e presenta una querela contro ignoti per aver ricevuto sul suo cellulare personale, il giorno prima, alle ore 20.44, un sms di minacce. Le prime indagini permettono di risalire a un numero che apparterrebbe a una cabina pubblica di Reggio Calabria. Per andare avanti con gli accertamenti sui tabulati, però, c’è bisogno di un’autorizzazione della Camera.

«Ciò posto – scrive infatti il pm Squicciarini – l’identificazione del mittente, autore del reato, non può che avvenire previa acquisizione dei tabulati relativi al traffico telefonico, limitatamente al giorno ed alla fascia oraria di interesse dell’utenza in uso al querelante, al fine di individuare esattamente la postazione telefonica utilizzata e quindi di verificare l’eventuale presenza di servizi di videosorveglianza ivi installati, che abbiano ripreso il soggetto intento a scrivere l’sms e/o a ricostruire la storia del mezzo di pagamento utilizzato al fine di risalire all’utilizzatore della carta prepagata, o di altra carta di pagamento, sulla scorta del traffico telefonico che risulti essere prodotto con il medesimo mezzo di pagamento».

La procura chiede soprattutto di poter visionare i tabulati di Bocchino «limitatamente al periodo compreso tra le ore 20 e le ore 21 del giorno 31 gennaio 2010». Che poi è lo stesso arco di tempo in cui sempre da Reggio Calabria, sempre dallo stesso numero, un minuto prima, e un minuto dopo le minacce a Bocchino, altri sms di minaccia venivano recapitati sui cellulari riservati di almeno altri due importanti 007. E se l’utenza di Bocchino poteva essere a conoscenza di più persone, i numeri dei funzionari dei servizi segreti erano sconosciuti a tutti, tranne a Forte Braschi.

Le minacce via sms, dunque, sembrano scritte dalla stessa mano. A che pro? Non è dato saperlo. A meno che non si voglia dare credito alle voci di pedinamenti, da parte di elementi distaccati del Sismi in un «raggruppamento», che avrebbero interessato altri politici, tra cui lo stesso Bocchino. Il quale sarebbe stato avvertito di queste «attenzioni» particolari da un «addetto ai lavori».

Di ciò l’esponente del Pdl avrebbe anche discusso a quattr’occhi con l’ammiraglio Bruno Branciforte, successore di Pollari alla guida del Sismi per nomina del governo Prodi. Il quale proprio a Bocchino avrebbe chiesto un appuntamento per spiegare che lui non sapeva niente delle «voci» circa l’esistenza di una struttura, alle sue dirette dipendenze, che pedinava politici e ministri.

Richiesto di una conferma o di una smentita, Italo Bocchino si è trincerato dietro un cauto no comment: «La questione è estremamente delicata, di questo non parlo certamente coi giornalisti. Confermo solo, visto che c’è una richiesta di acquisizione dei tabulati, l’inchiesta di Reggio nata in seguito ad alcune strane minacce che ho ricevuto sul mio apparecchio. Sul resto non dico niente. Se, e quando, il magistrato riterrà opportuno convocarmi, allora in quella sede dirò tutto ciò di cui sono venuto a conoscenza».

A dirla tutta, già a metà novembre Bocchino era stato fatto oggetto di avvertimenti minatori («Bastardo agente segreto»), provenienti stavolta da una cabina pubblica alle periferia est della capitale. E sempre a novembre ad alcuni 007 erano giunti avvertimenti simili

Si fa, dunque, irrespirabile l’aria nell’Aise, scosso sia dalla bufera giudiziaria che ha defenestrato l’ex direttore Nicolò Pollari, sia dalle rivelazioni di Francesco Cossiga – uno che di intelligence sa più di chiunque altro – che il 15 luglio denunciava «l’irritualità» di contatti segreti tra 007 e pm avvenuti prudenzialmente, guarda la coincidenza, da una cabina telefonica dentro l’Aise. Ancora Cossiga il 28 luglio scorso denunciò intercettazioni e pedinamenti di 007 «a membri del governo».

E il 2 ottobre, interrompendo un’intervista col Giornale, rispose in modo piccato al suo interlocutore: «Ma ti rendi conto? Io pedinato da una Punto bianca, la mia scorta se ne è accorta, e sai di chi era? Dell’Aise, era. Dove vogliamo arrivare? Davvero vuoi che la prossima volta faccia un’interrogazione con numero di targa e meno degli occupanti?».

In questo clima di caccia alle streghe c’è chi ha rispolverato un’altra strana storia che ha per oggetto il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Tempo addietro, nei pressi della sua abitazione, la scorta si accorse di un’auto sospetta sotto casa. Fece un controllo e le persone che sedevano nell’abitacolo si qualificarono come carabinieri alle prese con un’indagine. Gli angeli custodi del ministro si appuntarono i nomi e i numeri di targa. L’indomani svilupparono i controlli: ai carabinieri, però, quei nomi non risultavano, eppoi la macchina era stata presa a noleggio.

Da chi? Dall’Aise. Che si giustificò spiegando che «ovviamente» non era il ministro l’oggetto del loro appostamento ma una società cinese di un palazzo di fronte. L’entourage del ministro oggi conferma che effettivamente l’utilitaria sotto il palazzo era dell’Aise ma che, «ovviamente», non era lì per Roberto Maroni bensì per indagini che riguardavano ben altre questioni. Una coincidenza, l’ennesima. «Ovviamente».

g.m. chiocci ilgiornale.it

Al Sud servirebbe un Bossi

Mercoledì, 7 Aprile 2010

Vulimm ’a Lega. Dalla Puglia alla Campania, fino alla Sardegna, sale il grido di dolore del Sud, un desiderio ardente di leghismo analogo e capovolto, il meridional-leghismo. Girando per il Sud, sento propositi bellicosi di gente che invoca l’arrivo della Lega dalle proprie parti, o annuncia clamorosi inviti al Carroccio di aprire succursali e sportelli anche in Terronia. Me lo diceva a Bari un imprenditore sveglio e anticonformista, Vito Vasile, scottato dall’assenza di una vincente leadership politica del centro-destra in Puglia, donata a Vendola; me lo ripetono in Sicilia, in tutto il Sud e a Napoli poi non vi dico.

Giusta la domanda, a mio parere, sbagliata la risposta. Giusta la domanda perché il Sud ha bisogno di una classe dirigente che si prenda cura del meridione. Il Sud proviene dal fallimento globale delle giunte regionali e locali di sinistra che lo hanno governato in questi ultimi anni; ma in alcune zone del Sud, come la Puglia, la Basilicata e la Sicilia, per ragioni diverse, anche il centro-destra non ha saputo ribaltare le amministrazioni inquisite del centro-sinistra o governare, nel caso della Sicilia. Da qui la scorciatoia mitica del Partito del Sud che è il nome indigeno di una simil Lega. Capisco l’esigenza che porta a quella scelta, ma mi pare inadeguata quella risposta. Un partito del Sud che nasca da una costola malriuscita del centro-destra partirebbe male; se poi nasce in Sicilia dove il tema Sud è remoto rispetto al tema isolano dell’autonomia, ancora di più. Ma poi non è di un duplicato della Lega che ha bisogno il Sud, che peraltro non ha un suo Bossi di riferimento. Ma di un rilancio del Sud come corpo organico dell’Italia e dell’Europa, come braccio mediterraneo di ambedue.

Non credo che il federalismo sia una sciagura per il Sud, può essere anche una strigliata e una chiamata alle proprie responsabilità; ma non mi pare che il federalismo possa essere la risposta meridionale alla sua sottorappresentazione e al suo divario. L’autonomia in Sicilia è stata un guaio, ha peggiorato i vizi e malgovernato la Regione, in tutte le versioni: sinistre, centriste e autonomiste. Al federalismo ci vuole, perlomeno, qualche contrappeso forte. Un progetto Sud dentro un progetto italiano, a sua volta compreso nel progetto euromediterraneo: la matrioska del meridione non può chiamarsi fuori. Vedo crescere a Sud con l’avvicinarsi del compleanno d’Italia una forte passione borbonica, brigantesca, antiunitaria.

Comprensibile, a tratti sacrosanta, ma rovinosa se pretende di farsi proposta politica secessionista o autonomista, o processo all’unità d’Italia e denigrazione del Risorgimento. Non condivido nemmeno chi come Galli della Loggia, nel nome giusto dell’Unità d’Italia, taccia di ignoranza chi, come Edoardo Bennato, dedica le sue ultime canzoni ai briganti e al re borbonico. Lo vede come un fallimento rispetto alle sue canzoni iconoclaste e radical degli anni Settanta; io la vedo, invece, come un mezzo rinsavimento dal cliché sessantottino e un ritorno in famiglia, dove suo fratello Eugenio già cantava il Sud dei vinti. Non è ignoranza ripensare a quella pagina di storia; è esagerato idealizzare quella monarchia in declino nell’Ottocento e il brigantaggio, che non fu solo un fenomeno criminale ma non fu nemmeno solo un fenomeno di resistenza partigiana; fu l’uno e l’altro, in una mescolanza inscindibile.

È giusto riammettere quelle memorie nel tessuto storico e civile del Sud e dell’Italia, per rimarginare le ferite e riannodare le memorie; è giusto ripensare a quella storia rimossa, capire le ragioni, le passioni, le nostalgie del Sud. Ma non è giusto farne una proposta politica, tradurle nel presente in partito del Sud o in lotta antiunitaria: non si accorgono che nel tentativo illusorio di tornare alle radici, imitano a rovescio il leghismo del Nord e si lasciano colonizzare in altro modo. No, il Sud deve riportare la sua storia nella storia d’Italia e d’Europa; e la politica del Sud deve fare la stessa cosa. Ma deve farlo da meridionale. Deve rendersi conto che il suo avversario non è il Nord, non è Roma, ma è la globalizzazione come perdita del territorio o come demente razzismo di ritorno di chi, sull’onda di libri come quello dello psicologo Richard Lynn, sostiene l’inferiorità intellettuale del Sud. Tesi imbecille, perché tutto si può dire ai meridionali meno che siano i più cretini d’Italia. Hanno meno razionalità organizzativa, meno senso civico, meno partite Iva e meno Pil, non sanno fare cittadinanza, rete, cooperativa. Fanno clan, ma questo non è solo frutto di indole mafiosa, accade anche nei Paesi anglosassoni (non a caso, la parola clan è di derivazione scozzese e non mafiosa).

Ma individualmente sono intelligenti sopra la media europea. Non si può ricavare il tasso d’intelligenza dall’organizzazione; mica siamo formiche o api operaie, siamo uomini. Dire per esempio che i siciliani sono i più stupidi d’Italia significa essere stupidi: l’intelligenza siciliana, anche nei suoi tratti eversivi, contorti e sadomasochisti, erutta come l’Etna e svetta come Punta Raisi. Altro che stupidi. Insomma, il Sud deve pensarsi non solo dentro il nostro tempo ma anche dentro l’Italia, dentro l’Europa, dentro il Mediterraneo. Deve far crescere i suoi leader, le sue classi dirigenti, i suoi progetti, ma dentro questa realtà, questo quadro politico. Non fuori o addirittura contro. Altrimenti si disperde, cade nel piccolo ribellismo che non ha mai prodotto niente di buono a Sud, solo rivolte e masanielli. Certo, ci vorrebbe un movimento popolare nel Sud, una sensibilità trasversale, un nuovo mito politico. Forse ci vorrebbe un Vendola anche alla destra, senza orecchino e senza l’anello al naso, che sniffi solo diavolicchio; un cantore politico, capace di toccare le corde antiche e profonde della passione civile, magari un po’ meno poeta e più amministratore, ma in grado di suscitare miti politici.

Un leader un po’ Vendola e un po’ Saviano, lasciatemelo dire. Una versione colta e populista che abbia però lo stesso piglio fattivo e la stessa anagrafe degli Scopelliti e dei Caldoro, vincenti in Calabria e Campania. Uno scazzamuriello magari siculo o pugliese, per compensare il gap, che sappia parlare ai ragazzi. Insomma non c’è bisogno di un nuovo partito, o di una nuova Lega; più semplicemente, o più difficilmente, c’è bisogno di leader veraci.

m. veneziani giornale

Le lenzuolate della libertà: Alfano e le professioni

Mercoledì, 7 Aprile 2010

Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, vuole dare un assetto più stabile ed equo alle professioni: è una scelta coraggiosa. Come ha detto il ministro, è urgente “togliere tutte quelle regole che non servono ma creano solo ostacoli alla libertà e alla crescita dei cittadini”. Ora che la recessione allenta la presa, bisogna dunque oliare il mercato per renderlo più efficiente e competitivo. Proprio per questo desta qualche perplessità il contestuale annuncio di Alfano di reintrodurre le tariffe minime delle prestazioni: la loro abolizione non ha portato alcun beneficio ai cittadini mentre in generale ha danneggiato i professionisti italiani, secondo il ministro.

L’abolizione delle tariffe minime, introdotta dalle “lenzuolate” di Pier Luigi Bersani, e sempre contestata dagli ordini, è però ritenuto da molti osservatori uno strumento per aumentare la libertà negoziale. Delle due, infatti, l’una: o le tariffe minime si collocano su un livello molto basso, e allora sono sostanzialmente irrilevanti; oppure stanno sopra i prezzi di mercato di alcune prestazioni professionali. Nel secondo caso, le conseguenze sono chiare: da un lato una fascia di cittadini a basso reddito vedrà ridursi la sua possibilità di accedere ai servizi professionali; dall’altro, i professionisti più giovani dovranno fronteggiare la concorrenza dei loro colleghi più esperti, senza poter usare la leva del prezzo per richiamare l’attenzione dei potenziali clienti. I principali beneficiari delle tariffe minime, viceversa, sono i professionisti mediocri, che vedono la loro posizione protetta da un intervento legislativo.

Beninteso, è giusto ascoltare le richieste dei professionisti: Alfano merita dunque un plauso per la decisione di convocare gli stati generali di uno dei settori dal rinomato imprinting liberale. Così come va notato che le strombazzanti lenzuolate non sempre hanno prodotto i risultati annunciati. Per questo la responsabilità di ascoltare le attese delle corporazioni, che stanno risentendo della crisi, va bilanciata con la necessità di non invertire la benefica tendenza ad ampliare gli spazi concorrenziali anche tra i lavoratori autonomi.

ilfoglio

Gli sprechi dei giudici: perdono 97 euro su 100

Martedì, 6 Aprile 2010

Perizie. Intercettazioni. Notifiche. Milioni su milioni di euro. Spese che lo Stato non recupera, anche se dovrebbe. Inettitudine. Inefficienza. Lentezza. Farraginosità delle procedure. E poi, naturalmente, la gara a nascondino dei condannati che dovrebbero ridare allo Stato i soldi impiegati per farli ascoltare di nascosto, per farli arrestare e per farli punire. La macchina gira a vuoto e alimenta il deficit dello Stato e il senso di frustrazione della collettività. Giuliano Pisapia e Carlo Nordio dedicano un passaggio del loro bellissimo libro In attesa di giustizia a questo scandalo tutto italiano e danno le cifre di questa Caporetto: «Solo il 3 per cento delle spese di giustizia – scrivono i due autori – viene recuperato». Naturalmente, non se ne parla, o se ne parla poco, perché è più comodo riempire il cielo di geremiadi, di lamenti e di denunce contro lo Stato che è inadempiente, tirchio, con le pezze al sedere. Sarà, ma un lato del problema, come riconosce anche Pisapia, «è proprio lo spreco di risorse, frutto di un conservatorismo miope». La riscossione dei crediti maturati avviene con ritardi abissali e con metodi antiquati. Attenzione: le spese processuali sono molte di più di quelle che sulla carta potrebbero e dovrebbero essere recuperate. Facciamo un esempio: il processo Andreotti a Palermo. Il costo enorme di quell’immane e lunghissima fatica giudiziaria è tutto a carico dello Stato per la semplice ragione che il sentore a vita è stato assolto e dunque non dovrà dare un euro alla pubblica amministrazione. Pesano dunque sulle spalle del contribuente le infinite spese sostenute: le notifiche, le trasferte della corte da una città all’altra, le intercettazioni, i pentiti, le perizie, e altro ancora, tutte voci che, fra parentesi, nessuno è nemmeno in grado di calcolare. Così, lo stesso schema si riproporrà, per citare un altro caso, a Garlasco per la morte di Chiara Poggi: Alberto Stasi, sempre che l’assoluzione diventi definitiva, non verserà nemmeno un euro e tutti i periti interpellati dal giudice per venire a capo dell’enigma presenteranno le parcelle al tribunale. Benissimo. Ma se l’assassino o lo spacciatore o il colletto bianco viene condannato? Cosa succede? I meccanismi della riscossione sono lentissimi e malfunzionanti. Non solo: a distanza di anni chi è in carcere gioca la carta, tutta italiana, della remissione del debito. Di che si tratta? Semplice, un giudice di sorveglianza può, come misura premiale per il comportamento tenuto in cella, estinguere il debito che l’interessato non ha mai saldato. Basta un’udienza e con un tratto di penna il magistrato può cancellare i debiti di migliaia e migliaia di euro. È quello che di norma avviene, anni e anni dopo i fatti, nel segreto di una stanza del tribunale. Del resto il magistrato, sia pure animato da un buonismo all’italiana, non fa altro che applicare la legge. Dunque, se ritagliamo solo i processi chiusi con condanne, su 100 euro lo Stato ne riprende 3. Solo 3. Un disastro. E infatti al ministero della Giustizia sostengono che sarebbe meno dispendioso non provare nemmeno a recuperare i crediti, perché il tentativo, quasi sempre fallimentare, può costare cinque o dieci. Molto più di quel che torna indietro. A via Arenula, alla sede del ministero, lasciano però la porta aperta alla speranza e ipotizzano che la situazione possa cambiare. Anzi, il cambiamento è già iniziato. Dal 1° gennaio 2009 è partita la rivoluzione che dovrebbe far voltare pagina: non sarà più l’ufficio del campione penale ad andare alla caccia dei beni dei condannati, ma Equitalia giustizia, una società interamente controllata dal ministero dell’Economia e gestita, si spera, con i criteri con cui si manda avanti un’azienda. La convenzione operativa fra via Arenula e Equitalia giustizia deve ancora essere firmata e siamo quindi in una fase preliminare. Per tentare un primo bilancio occorrerà attendere mesi se non anni, intanto l’inseguimento ai debitori continua. Come prima.

Basta pensare ad un capitolo che di solito l’opinione pubblica sottovaluta, perché poco spettacolare: quello delle notifiche. Ogni notifica – spiegano in via Arenula – costa fra gli 8 e i 10 euro. Quotidianamente gli ufficiali giudiziari notificano a vuoto centinaia di atti, fra errori e cambi di indirizzo, senza contare poi la ricerca impossibile di irreperibili e clandestini di cui nessuno conosce l’esatta identità se non la nazionalità. È uno spreco colossale di energie e di risorse. Così come sono altissime le spese per il gratuito patrocinio, altra voce ormai fuori controllo. Centinaia di imputati, dai molti alias ma senza un euro, vengono difesi fino in Cassazione. E a pagare è sempre lo Stato.

s. zurlo ilgiornale

Il Paese degli “inculati” (by Luttazzi)

Sabato, 27 Marzo 2010

tumblr_kztur7VewU1qz4c38o1_500Una repubblica, anzi una monarchia assoluta fondata sulla sodomia. Questa l’Italia di Silvio “Lolito” Berlusconi . Parola di Daniele Luttazzi, l’autore di satira tornato in tv dopo otto anni di censura. Il Paladozza bolognese di Raiperunanotte lo accoglie con un’ovazione. Il monologo è di un quarto d’ora. La domanda che introduce il sesso anale è questa: perché «un affarista senza scrupoli che ha messo al servizio della sua azienda l’intera macchina dello Stato», come nemmeno ai tempi del fascismo, dopo tre lustri ha una fiducia di oltre il 60 per cento degli italiani? Perché ha la maggioranza un «mascalzone» che dopo «gli scandali con le troie» parla di «valori della famiglia»?

La risposta è «nelle tre fasi, secondo gli esperti, del sesso anale con la mia ragazza». Nella prima la ragazza «è in ginocchio sul letto, a gattoni, ha le braccia tese, e attende di essere inculata dal tuo silos di carne. La penetrazione non è ancora cominciata ma il tuo dirigibile sta già esercitando una pressione costante sul suo buco del culo che in questa fase è ancora reticente». Applausi. Sul palco ridono tutti, da Lerner a Santoro. La prima fase politico-anale, «la pressione costante», rappresenta il progetto del Cavaliere ai tempi della discesa in campo. Si va avanti: «A un certo punto il suo buco del culo si apre come un ranuncolo a primavera. È la seconda fase. Il tuo martello pneumatico comincia ad aprirsi un varco e lei allora si gira e ti guarda sbigottita incredula come uno scarafaggio schiacciato da Madre Teresa. Poi si appoggia sui gomiti e comincia a gemere, sembra non volerlo ma lo vuole. In questa fase il suo buco del cuolo brucia come un anello di cipolla».

Esegesi: la seconda fase, «l’ano che si apre», include la «mediocrità dell’opposizione e il servilismo di certi giornalisti». Terza e ultima fase: «La donna cede di schianto, si appoggia sul materasso con la guancia, inarca la schiena e ti offre il suo culo euro 5 completamente aperto e disossato. Non c’è più dolore ma solo piacere e ti urla “sì, sì, sì, sì, sì». Ecco, «l’Italia con Berlusconi è in questa terza fase». «Sborrami sulla schiena ma attento ai capelli». Il carattere degli italiani. Per la precisione, del 60 per cento degli italiani, «perché gli altri sono così, non noi».

La conclusione del monologo, non senza aver rivelato che le statuine del Duomo modello Tartaglia sono «introvabili» perché «le fan di Di Pietro le applicano al vibratore» ed auspicato «sgravi fiscali alle donne che si depilano la vagina» perché così sembrano «minorenni», è affidata a un uno-due di Quintiliano barra Aristofane sull’odio: «Odiare i mascalzoni è cosa nobile»»; «Ingiuriare i mascalzoni con la satira è cosa nobile, a ben vedere significa onorare gli onesti». Ovazione finale.

Nell’Annozerofuori edizione, e contro la censura del regime berlusconiano, iniziato con il testone del Duce sovrapposto alla pelata del Cavaliere mentre entrambi aizzano le masse con lo schema delle domande retoriche («Volete voi» etc etc?), Luttazzi non è stato l’unico a interrogarsi e a darsi le conseguenti risposte sul carattere degli italiani. Anche il grande vecchio del cinema, Mario Monicelli, si è esercitato sul tema, durante un’intervista registrata. Sunto: gli italiano vogliono sempre qualcuno che pensi per loro. Ieri Mussolini, oggi Berlusconi: «Siamo un popolo schiavo di tutti da trecento anni. Ci vorrebbe una bella rivoluzione che da noi non c’è mai stata, come in Francia o in Russia, in Inghilterra o in Germania. Una rivoluzione perché il riscatto è sempre doloroso, esige sacrifici. Altrimenti, questo paese, se ne vada in malora».

Contro la censura la battuta più strepitosa è stata del Cornacchione similSilvio: «Berlusconi non ha mai censurato nessuno perché ci tiene a rimanere incensurato». Il comico tratteggia l’anti-Annozero prossimo venturo così: «Belpietro nei panni del Santoro di destra, Facci in quelli del Travaglio di destra, gli ostaggi al posto degli ospiti e Noemi Letizia a girare con il microfono tra il pubblico». Per tornare al culo. Vignetta finale di Vauro sulle intercettazioni di Trani, intitolata «Giornalisti coraggiosi». «Minzolini dice che lui non ha peli sulla lingua». «Si vede che Berlusconi si è fatto una ceretta al sedere». Oltre l’apologia del lato B, c’è solo il giuramento solenne, epilogo della trasmissione mandata in onda dal Paladozza: «Giuriamo solennemente che ora e sempre la faremo fuori dal vaso».

f.d’esposito riformista

TEMIS: cosa sarebbe accaduto se questo sproloquio fosse stato fatto da un comico di destra ? (ma ce ne sono?)

Alemanno: l’anti-Fini su cui punta Berlusconi

Giovedì, 25 Marzo 2010

La decisione è presa. Quale che sia l’esito delle regionali, subito dopo la chiusura delle urne Silvio Berlusconi avvierà «l’operazione 2013». Forse bisognerà accelerare il passo visto che, come ammette il premier nei colloqui riservati, «non è escluso che qualcosa o qualcuno (Fini, ndr) ci costringa a elezioni anticipate».

Ma alcune scelte, «Silvio», le ha già fatte. Ha già scelto come coprirsi «a destra» dalle ostilità del presidente della Camera. E ha già scelto la persona che vorrà avere al suo fianco sia nella guida spirituale del Pdl che alle prossime elezioni. Due scelte, un solo nome: Gianni Alemanno.

Con la spina del fianco rappresentata da Fini, Berlusconi convive ormai da mesi. Quanto alla speranza che tornino i tempi dell’antica luna di miele con «Gianfranco», il Cavaliere ci ha messo una pietra sopra da quando, a partire dall’estate scorsa, ha cominciato a commissionare sondaggi sul bacino elettorale di un eventuale partito guidato dal presidente della Camera.

Ora che l’esito delle regionali non promette nulla di buono, ora che rischia di riaprirsi il dibattito sulla successione, ora che battesimo della finiana Generazione Italia porterà Berlusconi e Fini allo status di separati in casa, come farà il Cavaliere a “coprirsi” a destra?A chi può affidare la guida della “rive droite” del Pdl per scongiurare l’eventuale opa ostile del presidente della Camera? Con chi stringere un «patto di ferro» per togliere ossigeno alla truppa finiana? Su questi punti di domanda il premier non s’è dovuto arrovellare neanche troppo. Ha sfogliato la margherita dell’ex gotha di An, ha depennato dalla lista i vari Gasparri, La Russa e Matteoli (dirigenti sì, ma non leader) finché in mano non gli è rimasto l’ultimo petalo. Quello giusto: Gianni Alemanno.

«Un politico più di popolo e che di palazzo, il jolly della destra sociale, l’uomo che ha riconquistato Roma», lo incensano nella stretta cerchia del Cavaliere. L’asso che, nell’analisi del presidente del Consiglio, va calato sul tavolo delle prossime elezioni politiche. Quando il centrodestra potrebbe presentarsi con l’inedito ticket Berlusconi-Alemanno, insomma. Il primo come premier, l’altro come il vice che – a quel punto – sbaraglierebbe la concorrenza per la successione al Capo.

Ma visto che «l’operazione 2013» va lanciata subito (perché è subito, come ha spiegato il Cavaliere ai suoi, «che bisogna fermare Gianfranco»), la macchina del tandem berlusconian-alemanniano è già partita. «Silvio» e «Gianni» si vedono in continuazione, la maggior parte delle volte al riparo da sguardi indiscreti.E il numero delle telefonate quotidiane non si conta più sulle dita di una sola mano. A dire il vero, il battesimo della nuova coppia regina del centrodestra non è stato dei migliori, visto che sono stati proprio loro due a decidere quei ritocchi alla lista del Pdl laziale che poi hanno provocato il fatal ritardo del signor Milioni. Ma da lì in poi – soprattutto con l’organizzazione della manifestazione di piazza San Giovanni – la macchina ha cominciato a funzionare.

Che il «piano» possa riuscire, Berlusconi l’ha capito dalla facilità con cui avrebbe convinto Alemanno a non immaginare il suo 2013 all’insegna di una ricandidatura per il Campidoglio. «Gianni – dice un autorevole dirigente dell’ex An – non ha alcuna intenzione continuare a fare il sindaco a vita. Occuparsi dell’amministrazione di una città non rientra tra i suoi interessi.Non a caso, le due volte che s’è candidato a Roma, l’aveva fatto nella certezza di non venire eletto. E invece…».

Dal Campidoglio, infatti, Alemanno lavora esclusivamente al suo futuro da vicecapo del centrodestra che verrà. Il direttore della finiana FareFuturo fa le pulci alla manifestazione di San Giovanni? Il sindaco di Roma si prende la briga di replicare («Mi sembra che Alessandro Campi scalvalchi Eugenio Scalfari. A FareFuturo interpretano il ruolo dei provocatori e dei trasgressori»). E la nascita di Generazione Italia? Il sindaco di Roma sceglie di ironizzare («Un progetto di Italo Bocchino, vedremo di che cosa si tratta»).Da qualche settimana a questa parte, infatti, ovunque il centrodestra sia in affanno c’è sempre Alemanno a tentare di mettere una pezza. A volte sembra che stia ovunque meno che in Campidoglio. Basta prendere la sua agenda degli ultimi dieci giorni: il 14 marzo era a Cosenza per sostenere Scopelliti, il 15 a Taranto per aiutare Palese, il 16 a Napoli in soccorso di Caldoro e il 23 addirittura a Novara per lo sprint finale di Cota.

Il coordinatore del Pd di Roma, Marco Miccoli, dà voce a quello che non è più un semplice sospetto: «Ormai è chiaro a tutti che ad Alemanno di fare il sindaco di Roma non interessa nulla. Anzi, lo vede come un intralcio visto che punta a sostituire Fini nella leadership nazionale della destra».Il bilancio alla guida dell’Urbe, eufemismi alla mano, non è dei migliori. A conti fatti, «Gianni» può sbandierare giusto la chiusura del campo nomadi del Casilino 900 (in realtà,il merito andrebbe ascritto al prefetto, che ha agito sulla base di un piano redatto dalla giunta Veltroni) e, forse, l’imminente arrivo della Formula Uno all’Eur.

Il resto è una sequela di errori, nomine spericolate (l’ex camerata Andrini all’Ama Servizi), scelte poco istituzionali (come quella di partecipare all’happening della Polverini e alla manifestazione di sabato scorso) e pensate da brivido (l’idea di “recuperare” nella giunta capitolina una parte dei candidati del Pdl esclusi dalle regionali).

Ma tolte le buche, i sanpietrini, i piani casa che non decollano, il traffico e tutte le «rogne» di una città alla deriva, ecco che l’immagine di Alemanno cambia. Nel palcoscenico nazionale è un big di prim’ordine. Per questo Berlusconi lo avrà al suo fianco nell’«operazione 2013», lasciando che sia la giovane Giorgia Meloni a tentare la prossima scalata al Campidoglio.A quell’ora, probabilmente, «Gianni» sarà già diventato il numero due del Pdl. Come dice un amico intimo del premier, «il Presidente ha sempre avuto bisogno di un “uomo a Roma”. Non a caso nel ’93, prima di scendere in campo s’era preoccupato di sdoganare Fini…». Paradossalmente Alemanno, il nuovo uomo a Roma del Cavaliere milanese, dovrà cancellare l’ultima traccia di quell’amore politico nato allora, tra Silvio e Gianfranco.

t.labate il riformista

Stupri e pedofilia alle Nazioni Unite

Giovedì, 25 Marzo 2010

La violenza sessuale dentro alle Nazioni Unite continua a essere un problema talmente serio che il presidente Barack Obama gli ha dedicato un incontro ristretto con alcuni rappresentanti dei paesi coinvolti nello scandalo. Sulle 85.000 truppe dell’Onu dispiegate in oltre sedici operazioni di peacekeeping pesa l’onta più grave: l’abuso sessuale su donne e bambini. Non poco, soprattutto per chi ha vinto il premio Nobel per la Pace. Un’inchiesta del Wall Street Journal rivela che, da quando nel 2003 il Palazzo di vetro ha riconosciuto il problema, nulla o troppo poco è stato fatto per punire, scovare e processare i colpevoli. Anzi, c’è stata una certa opera di copertura degli abusi sessuali da parte dell’Onu. Il quotidiano americano ha studiato tre recenti casi: Sri Lanka, Marocco e India. Nel novembre del 2007 cento peacekeepers dello Sri Lanka furono accusati di aver abusato di bambini haitiani dai dieci ai sedici anni, nelle docce, nelle torrette di guardia, persino nei camion dell’Onu. Abusi sono stati commessi ancora da truppe marocchine impegnate nella Costa d’Avorio e truppe indiane sono state incriminate in Congo due anni fa.

E’ una storia che ha ricoperto di vergogna
anche i segretari generali dell’Onu. Ruud Lubbers in qualità di Alto commissario per i rifugiati è stato accusato di aver molestato una sottoposta. L’inchiesta interna fece emergere le prove dell’abuso, eppure l’allora segretario dell’Onu Kofi Annan chiuse la vicenda. Furono le pressioni pubbliche, un anno dopo, a costringere Lubbers a dimettersi. L’inchiesta guidata dal principe giordano Zeid Raad al Hussein, citata anche dal Wall Street Journal, rivela che gli abusi sessuali “sembrano essere significativi, molto diffusi e ancora in corso”. I Caschi blu dell’Onu hanno commesso stupri e sono stati coinvolti in scandali sessuali anche in Bosnia, in Kosovo, in Cambogia, a Timor Est, in Burundi e nell’Africa occidentale. In Africa si parla ormai di “peacekeepers babies”, sono i bambini illegittimi dei soldati umanitari. Visto che l’Onu non è autorizzato a perseguire i colpevoli, il segretario generale Ban ki-Moon ha chiesto che i governi consentano che i Caschi blu accusati di abusi vengano sottoposti a giudizio. Ovviamente quasi nessuno lo ha fatto e il ciclo di violenze e impunità continua come prima.

Di tutte le missioni Onu, quella congolese – nota come “Monuc” – ha accumulato più denunce relative ad atti di corruzione e a violazioni dei diritti umani commessi dal suo personale. La missione in Congo è stata stabilita con l’obiettivo di pacificare il paese alla fine della guerra civile. E’ stata la seconda più grande missione di pace dell’Onu. Stupro, pedofilia e sfruttamento della prostituzione sono le accuse principali contro l’Onu. Un civile francese che lavorava all’aeroporto di Goma per le Nazioni Unite era solito filmare giovani ragazze congolesi, e commerciava in videocassette e fotografie pornografiche. La sua stanza era attrezzata con specchi sui tre lati del letto, mentre sul quarto lato c’era una videocamera azionabile con un telecomando. La polizia lo ha arrestato mentre stava per stuprare una bambina di dodici anni. Due peacekeepers russi hanno pagato due ragazzine di Mbandaka, le hanno cosparse di marmellata e poi hanno filmato l’orgia. A Bunia, una dodicenne di nome Helen è stata stuprata da un peacekeeper dell’Onu che l’aveva attirata offrendole una tazza di latte. Il soldato, dopo aver abusato della bambina, le ha dato un dollaro. Queste bambine sono conosciute come “one dollar baby”. Nella stessa base una tredicenne di nome Solange che cercava di vendere frutta è stata adescata con un biscotto, e poi stuprata. Dagli stessi inviati dell’Onu, che ha condannato lo stupro come “arma di guerra”.

© 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

di Giulio Meotti

La lobby della sinistra chic che si inchina dinanzi a don Michele

Martedì, 23 Marzo 2010
RomaMichele Sant’Oro, tramutato in santino da adorare, è diventato l’oracolo, il verbo, la bocca della verità: un’ugola da lubrificare, una voce da divulgare, un credo da propagandare. Sant’Oro in versione martire conquista devoti, seduce fedeli, manda in visibilio e soprattutto piace alla gente che piace. Che sono i soliti noti, poi: tutti prostrati davanti al beato Michele in attesa che favelli.
Proni i soloni dall’appello facile: quelli che già nel 1971 firmavano documenti in cui si accusava il commissario Calabresi di essere «un torturatore» e ora sottoscrivono sbrodolate in cui si sostiene che «la libertà di stampa e i diritti costituzionali sono ogni giorno vieppiù calpestati dal governo Berlusconi». Qualche nome? Margherita Hack, Dario Fo, Franca Rame. Cui s’è aggiunto il fior fior dell’antiberlusconismo cultural-chicchettoso: Paolo Flores d’Arcais, Antonio Tabucchi, Fiorella Mannoia, Moni Ovadia, Luciano Gallino, Lidia Ravera, Mauro Barberis, don Paolo Farinella e altri. Sono loro i chierichetti Micromeghiani che, severi, impongono l’inchino dinnanzi a Sant’Oro e chiedono a testate web, televisioni, radio di diffondere in diretta «Rai per una notte», manifestazione/trasmissione condotta dal divino la sera del 25 a Bologna.
E riverenza sia: in ginocchio davanti all’arcangelo Michele, strenuo difensore della fede sinistra contro il Satana di Arcore, si getteranno in tanti. Lo farà il simpatico «squalo» Rupert Murdoch, uno degli uomini più ricchi del mondo, grande nemico di Berlusconi, patron del maggiore gruppo editoriale multimediale del pianeta (la News Corporation) che attraverso SkyTg24 manderà in onda il profeta e i suoi discepoli (Ruotolo, Travaglio, Vauro). Lo farà Albert Arnold Gore, detto Al, vicepresidente degli Stati Uniti nell’era del democratico Clinton, gran trombato alle presidenziali del 2000, fondatore del network televisivo Current Tv, canale interattivo che va in onda anche in Italia sulla piattaforma satellitare di Sky del citato Murdoch. Anche lui trasmetterà lo show santoriano che avrà come chicca un’intervista al guitto super anti-Cav Roberto Benigni. Così, tanto per par condicio. Come, sempre per par condicio, sfileranno come ospiti Gad Lerner, Giovanni Floris, Norma Rangeri del Manifesto, Elio e le storie tese, Daniele Luttazzi, Milena Gabanelli, il pianista Nicola Piovani (autore di molte colonne sonore dei film di… Nanni Moretti, no?), Antonello Venditti, Morgan e (in forse) Sabrina Guzzanti. Fuori dal coro (davvero?), Filippo Rossi di Farefuturo web magazine, la fondazione-pensatoio dei finiani che, almeno, attaccherà Berlusconi da destra e non da sinistra. Più par condicio di così.
Curvo davanti a Sant’Oro anche l’imprenditor-ingegner-editor-italo-sanktmoritzino Carlo De Benedetti che, attraverso la sua Repubblica, farà da megafono ai salmi di Michele attraverso la versione online del giornale, con l’immenso compiacimento del fondator-Barbapapà Eugenio Scalfari. Per non essere da meno, anche il colosso concorrente della Rcs, miscuglio di poteri forti finanziar-imprenditoriali, che seguirà a ruota mandando in onda l’evento sul sito del Corriere della Sera. Genuflessi pure Pier Luigi Bersani, che con la veltroniana YouDem tv coprirà il rito antiberlusconiano per il popolo piddino, e Antonio Di Pietro, anche lui altoparlante del suo maggiore sponsor attraverso il sito dell’Italia dei valori. Autocelebrativamente, pure il discepolo di Michele, Marco Travaglio, divulgherà il suo verbo dal sito antefatto.it pur non piegandosi perché lui no, la schiena la tiene sempre diritta. Curvo invece, sarà pure Corradino Mineo, ex Manifesto, ex Tg3, ex corrispondente di mamma Rai e ora direttore di RaiNews24: l’Annozero di giovedì non sarà l’Annozero tradizionale, ecco perché le telecamere si accenderanno in coro. Alla generale inginocchiata si conformerà anche l’«anticonformista» Radio popolare, storica emittente della sinistra milanese, che darà voce all’evento come se fosse una normale manifestazione sindacale. Già, perché sdraiati davanti a Sant’Oro, in prima fila, non potevano mancare i vertici della Federazione nazionale della stampa e dell’Usigrai. Amen.
f. cramer giornale

Ecco come si strega la folla (by Zecchi)

Lunedì, 22 Marzo 2010

Il linguaggio di Berlusconi, quando parla dal palco di fronte al suo popolo, è simile a un petardo: non si capisce dove andrà a cadere, ma si sa perfettamente che esploderà. Chi ascolta, finisce per immedesimarsi nell’oratore, perché è come se partecipasse a un rito di cui egli stesso, con la sua presenza, è una parte decisiva. Questo coinvolgimento elimina la barriera tra la parola e il suo ascolto. È il segreto dei grandi oratori, consapevoli che la loro efficacia dipende dal grado di coinvolgimento del proprio uditorio. Un segreto di pulcinella, ma questo non significa affatto che, svelato l’arcano, si diventi automaticamente abili comunicatori.
In situazioni diverse, per esempio quando si parla in pubblico, in televisione, si tiene una conferenza o una lezione in classe, oppure, più semplicemente, quando si dialoga a quattr’occhi con una persona, il principio semplice ed essenziale per essere efficaci nel proprio discorso è quello di non deludere l’attesa dell’ascoltatore. Sì può, allora, contare sul magnetismo della voce, sulla qualità degli argomenti, sull’aggressività o sulla dolcezza dell’eloquio: importante è non perdere mai il contatto con l’interlocutore. E in questo, Berlusconi è un maestro.
Si prenda in considerazione il discorso di piazza San Giovanni. Il messaggio ha un tipico sviluppo inconfondibile e molto amato dal leader: descrizione del fatto, denuncia del fatto, apoteosi conclusiva sul bene rappresentato dalla propria parte politica. L’argomentazione forma come un anello che si allaccia a quello successivo, il quale è composto da un nuovo tema trattato con la stessa tripartizione. Alla fine, il discorso non solo illustra la posizione del leader in merito, per esempio, alla truffa delle liste elettorali, alle intercettazioni, all’accanimento della magistratura eccetera, ma anche esalta chi resiste alle prevaricazioni per affermare la libertà, la giustizia vera, il governo che fa e non chiacchiera. Da un lato il bene e dall’altro il male, da una parte il positivo e dall’altra il negativo.
Poi c’è – con misurata sapienza oratoria di Berlusconi – il «taglio» di questa catena che intreccia i singoli anelli dell’argomentazione. È noto (anche questo dovrebbe essere a conoscenza di chi parla in pubblico) che, dopo 15-20 minuti al massimo, l’attenzione tende a cadere come una parabola che lentamente declina. Il problema è come farla risalire. Gli espedienti di Berlusconi sono tanto conosciuti quanto dagli snob disprezzati: ecco l’aneddoto, la battuta di spirito, l’invettiva caustica e improvvisa che scompaginano l’attesa a cui si era abituato l’uditorio. L’ascoltatore si incuriosisce e rinnova la sua attenzione.
A San Giovanni, Berlusconi usa questo «taglio» dell’argomentazione rivolgendosi direttamente al pubblico, interpellandolo, chiedendo a gran voce una risposta alle sue domande. Un espediente retorico molto difficile da utilizzare, perché se gli ascoltatori non sono stati sufficientemente coinvolti, il «taglio» finisce per essere un fiasco clamoroso.
Non c’è da stupirsi che Bersani abbia mosso due obiezioni fondamentali al Berlusconi di piazza San Giovanni: dice le stesse cose dal 1994; arringa la folla come un tribuno. Queste obiezioni sono il problema di un patetico Bersani, erede di una grande tradizione tribunizia, quella del Pci, il quale si dimostra totalmente privo di quegli strumenti oratori che erano patrimonio dei suoi predecessori: perfino di Veltroni, che sembrava aver raggiunto il grado zero del linguaggio pubblico. L’accento romagnolo di Bersani non gli dà molte chance oratorie, e così si accontenta di criticare il discorso di Berlusconi facendo dell’ironia: dovrebbe invece cercare di riascoltare come parlavano Di Vittorio, Togliatti, Longo. Berlusconi, purtroppo per Bersani, è bravo come loro e, in sintonia con i nostri tempi, si spoglia dell’auratica distanza tra il leader e la sua gente e, anche da un palco, sa dialogare con lei.
Bersani se la prende con Berlusconi perché dice le stesse cose dal 1994: è questa la grande forza del leader del Pdl che ormai ha radici in una storia e guarda al futuro. Il Pd ha radici di cui si vergogna, ma non sa sconfessare, ha grandi leader se guarda al passato e piccoli comprimari, che vanno e vengono senza lasciare traccia, se guarda al presente.

s. zecchi giornale

La Lega: il partito più serio d’Italia (by Veneziani)

Sabato, 20 Marzo 2010

Non voterò mai Lega per incompatibilità geografica ed etnica, culturale e politica, ma devo dire che oggi il partito più serio sembra essere proprio quello leghista. Fa male dirlo a un terrone al ciento pe’ ciento, nonostante il cognome, ma è così. Col passare degli anni il partito più giovane del Parlamento è diventato il più antico e con l’età ha acquisito la saggezza; infatti, il partito più grezzo e più esagitato è diventato, almeno nei toni, il più sobrio ed equilibrato.

Vi ricordate cos’era la Lega alla fine del ’94, quando cadde il primo governo Berlusconi? Era considerato l’alleato più inaffidabile che ci fosse, pronto a giri di valzer con tutti. Invece, nel tempo, la prospettiva si è rovesciata e ancora non sappiamo dire se è per merito della Lega o per demerito altrui, ovvero per sopraggiunta inaffidabilità dei «leali» di un tempo. Sono gli altri ad aver fatto un passo indietro o la Lega a fare un passo avanti? Lascio a voi decidere.

Un campione di serietà, sobrietà e senso delle istituzioni appare ormai Bossi, che ormai sembra un vecchio capo pellerossa; il coccolone gli ha tolto forse grinta ma in cambio gli ha dato carisma. Bossi dispensa col suo tono da oracolo e da padre della patria, massime di saggezza, lealtà e buon senso.

L’altro giorno è riuscito perfino a toccare toni lirici e commoventi, mostrandosi arcitaliano, quando ha rivolto un saluto a sua madre novantenne che abita a due passi dalla piazza dove stava comiziando. Dal ce-l’ho-duro al ce-l’ho-tenero, nel nome dell’ideologia italiana del mammismo. Una svolta.

Ma non è solo Bossi ad acquistare punti nel Paese, è tutto un partito che appare strutturato, saldo, e assai legato alla terra e al territorio. Maroni è tra i migliori ministri dell’Interno e del presente governo, ha equilibrio e incisività e mi pare assai efficace nella lotta alla criminalità. Di poco serio e volubile ha solo la montatura degli occhiali. Zaia e Cota sono bravi e presentabili, come Tosi e molti sindaci leghisti.

Il vituperato Borghezio ha più attenzione verso la cultura e le idee di molti suoi colleghi moderati, illuminati e liberali. Perfino il pupone rubicondo Calderoli, che lo immagini quando è in casa con i calzoni corti e i calzettoni bianchi a giocare inginocchiato col trenino (linea cispadana, naturalmente), sembra più sensato e affidabile di molti suoi colleghi. Le loro cravatte verdi che fino a ieri li qualificavano come abitanti di un regno immaginario di cartoons, la Padania del dio Po, ora sembrano quasi un segno di deferenza istituzionale rispetto alla politica descamisada degli ultimi tempi.

Ma anche nelle più recenti turbolenze, il comportamento dei leghisti è stato misurato, confacente, istituzionale. Per esempio sulla vicenda delle liste abbiamo assistito increduli a due cose: agli stupefacenti errori di tempo e di luogo nell’iscrizione delle liste e poi, ancora più stupefacente e trasversale, all’incapacità di rimediare all’errore in modo rapido, concorde e sensato. Il primo errore, che riguarda in primis il centrodestra, suscita meraviglia e sconforto; ma il secondo, che è trasversale, induce a doppia meraviglia e disperazione…

In questa ignobile bagarre si è distinta la sinistra, che è stata prima possibilista sull’idea di trovare una soluzione ragionevole all’assurda esclusione; ma poi incalzata da Di Pietro e dalla fame elettorale, ha bocciato tutte le possibilità concrete di rimediare all’errore, perfino il rinvio proposto da Pannella e Scalfaro, nella torva speranza di vincere a tavolino. Beh, in quel bailamme, la Lega si è distinta per serietà, serenità, lealtà politica e istituzionale e buon senso. E anche, se permettete, per astuzia politica, mostrando buona volontà e toni bassi.

In Parlamento, l’altra mattina è stato un leghista, Andrea Gibelli, a rimbeccare opportunamente il presidente Fini che lo aveva richiamato per un suo giudizio critico verso un magistrato «non consono all’aula», a far notare che lo stesso presidente della Camera non aveva richiamato chi poco prima aveva chiamato in aula “latitante” il presidente del Consiglio… Una lezione di correttezza istituzionale e di bon ton.

Si dice che la Lega sia cresciuta a dismisura e condizioni pesantemente il governo. Sarà vero, ma ciò non dipende da abuso o sconfinamento della Lega e nemmeno dal cedimento in loro favore del premier, ma dall’alterazione di un equilibrio nella coalizione. Il centrodestra aveva un Re e vari principati che si bilanciavano a vicenda. Da quando Casini se l’è squagliata e Fini s’è squagliato, nessuno ha fatto più da contrappeso nell’alleanza di centrodestra alla Lega, ad esempio sul piano dell’identità nazionale e dello Stato unitario.

 

Se oggi la Lega è forte e conta troppo sul governo lo dobbiamo anche alle defezioni altrui, a chi non ha tenuto fede al suo impegno con i suoi stessi elettori… E più cresce la fronda nel centrodestra insieme agli errori tattici, formali e politici, più offrono lo scalpo trapiantato di Berlusconi a Toro Seduto Bossi. Non so se torneranno i tempi degli insulti, dei proclami grossolani e delle sparate di Bossi e dei leghisti, e francamente non mi sento affatto di escluderlo. Però, diamine, se dobbiamo dir pane al pane e rendere onore al merito, dobbiamo dire che rispetto alla Lega, gli altri partiti sembrano sprofondati ventimila leghe sotto i mari.

m. veneziani  ilgiornale.it