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Marrazzo: l’atto della Procura (testo integrale)

Domenica, 25 Ottobre 2009

Visti gli atti del procedimento sopra indicato nei confronti tra gli altri di:
1) Simeone Luciano n. Napoli il 26.12.1979
Tagliente Carlo n. Ostuni (Br) il 14.12.1978;
Tamburrino Antonio n. Parete (Ce) il 26.2.1981;
Testini Nicola, n. Andria (Ba) il 25.4.1972;
in ordine:
Simeone, Tagliente, TestiniA) al delitto di cui agli articoli 110, 615 c.p., perché in concorso fra loro, il Simeone e il Tagliente quali Carabinieri Scelti in servizio presso la Compagnia Roma Trionfale, abusando dei poteri inerenti alle loro funzioni, s’introducevano e si trattenevano illegalmente nell’appartamento sito in Roma, in uso a persona non compiutamente identificata, individuata con il nome di Natalie, e ciò in concorso previo accordo con il Testini, Maresciallo capo in servizio presso lo stesso Comando; fatto commesso in Roma in data compresa fra i giorni 1 e 4 luglio 2009.B) al delitto di cui agli artt. 110, 317 c.p., perché, in concorso come sopra (Simeone e Tagliente realizzando la condotta materiale in concorso previo accordo con il Testini), presentandosi come Carabinieri e così abusando della loro qualità, con la minaccia di gravi conseguenze, costringevano Marrazzo Piero a consegnare loro tre assegni, dell’importo complessivo di 20.000 euro; fatto commesso nelle stesse circostanze sub A);IL PIANO SEGRETO DELLE MELE MARCE
C) al delitto di cui agli artt. 110, 61 n.9, 628 comma 3 n.1) e.p., perché, in concorso come sopra (Simeone e Tagliente realizzando la condotta materiale in concorso previo accordo con il Testini) con violazione dei doveri inerenti alla funzione da loro esercitata, agendo Simeone e Tagliente riuniti tra loro, con modalità intimidatorie, derivanti dalle circostanze e modalità di condotta descritte nei capi che precedono, si impossessavano della somma complessiva in contanti di 5.000 euro, di altrui proprietà; fatto commesso nelle stesse circostanze sub A);D) al delitto di cui agli artt. 110, 61n.9 c.p., 73 commi 1 e 6 D.P.R. 309/1990, perché, in concorso come sopra (Simeone e Tagliente realizzando la condotta materiale in concorso in previo accordo con il Testini), con violazione dei doveri inerenti alla funzione da loro esercitata, detenevano illegalmente un quantitativo non esattamente determinato di cocaina; fatto commesso nelle stesse circostanze sub A);

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Agnelli: perchè la Procura non apre l’inchiesta?

Giovedì, 2 Luglio 2009

Povero Papi. Per 2 escort e qualche festino si ritrova addosso le procure di mezza Italia. Gli Agnelli per una possibile evasione fiscale di 1.000.000.000 di euro dormono tranquilli…..

De Magistris: storia di un fallito di successo

Mercoledì, 29 Aprile 2009

Luigi De Magistris è candidato alle elezioni europee ma anche alla poltrona di peggior magistrato italiano della storia recente. Sin dal 1996, appena insediato alla Procura di Catanzaro, si occupò di reati contro la pubblica amministrazione, però nessuno dei suoi indagati è stato mai condannato per reati, appunto, contro la pubblica amministrazione. Neanche uno. Mai.

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caro Ministro Alfano, ecco perchè la giustizia non va

Giovedì, 12 Marzo 2009

Se c’è una verità che la tempesta perfetta chiamata crisi economica sta insegnando a tutti è questa: dobbiamo cambiare abitudini. Molte cose che facciamo da anni per inerzia non possiamo più continuare a farle nello stesso identico modo. C’ero arrivato da parecchio tempo in privato. Mi sono definitivamente persuaso dopo aver passato una mattinata al Palazzo di giustizia di Milano. Lì ho capito che il pur volenteroso Angelino Alfano s’è prefisso un compito immane. Mi creda, signor ministro: l’unica riforma possibile è infilare l’apparato giudiziario nel Bravo Simac.

Spiego perché. Circa un mese fa comincio a ricevere, con periodicità quasi settimanale, raccomandate da un avvocato di Bologna che difende un giornalista (mai conosciuto in vita mia), il quale è sotto processo per diffamazione su querela di un noto personaggio del jet set. Si chiamano «atti di intimazione testimoniale»: sono obbligato a riferire in aula, appunto in qualità di testimone, circostanze che potrebbero essere a mia conoscenza. Quali, lo ignoro. Solo che lo studio legale spedisce le raccomandate due o tre giorni prima dell’udienza, e per di più in redazione anziché a casa mia, cosicché io lo vengo sempre a sapere in ritardo.
Finalmente, alla quarta o quinta intimazione, riesco a presentarmi a Milano. L’avvocato del Giornale, fra l’altro, mi aveva informato che in caso di persistente renitenza avrei rischiato «l’accompagnamento coattivo a mezzo della forza pubblica nonché la condanna al pagamento di un’ammenda» (di 500 euro, pare). Non sono l’unico convocato: con me devono testimoniare gli amici e colleghi Pierluigi Magnaschi e Claudio Sabelli Fioretti; il direttore degli Affari legali della Rai, Rubens Esposito; il presidente della casa produttrice di format televisivi Endemol, Marco Bassetti; il presidente della Camera nazionale della moda, Mario Boselli; e via vippeggiando. Che cosa mai vorrà sapere il giudice da tutti noi? Mistero.

Ho dovuto mettermi in viaggio alle 7 per essere un’ora prima all’ingresso. Lunga coda. Si entra tre per volta. Svuotamento delle tasche. Suona l’allarme del metaldetector. Quale arma nasconderò? Mi passano gli abiti col rilevatore elettromagnetico: ohibò, salta fuori una bustina di caramelle balsamiche Fisherman’s Friend. «L’interno è foderato di stagnola», mi assolve il vigilante.
Nell’androne c’è più ressa che in un suk. Salgo al terzo piano, VII sezione penale. Sorpresa: trovo un altro amico chiamato a testimoniare, Marco Benatti, noto imprenditore del ramo pubblicità. All’ispezione giù di sotto è stato più fortunato di me: ha dovuto soltanto appoggiare lo zainetto, con dentro pc portatile, cellulare, agende, insomma mezzo ufficio, sul nastro trasportatore dei raggi X. La guardia giurata al monitor non ha visto che in una tasca c’era un coltello da campeggio. Non male, come controlli di sicurezza.
Le nebbie cominciano a diradarsi. Da me intervistato quattro anni fa sul Giornale, Benatti aveva dichiarato che lui non era in grado d’influenzare con la pubblicità i palinsesti televisivi, non essendo mai stato «né parrucchiere né imputato per spaccio di cocaina». L’affermazione gli era valsa una querela da parte di un manager dello spettacolo al quale si adattavano entrambe le situazioni. Quell’impresario negava d’essere stato uno spacciatore di droga. Adesso scopro che il giornalista a me ignoto è sotto processo per aver ripreso l’intervista col pubblicitario. Il querelante è lo stesso che trascinò in giudizio Benatti, ovviamente. È su questo punto che il signor giudice vorrà ascoltarmi?

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Edoardo Agnelli è stato ucciso – la messinscena del suicidio per il controllo della Fiat

Giovedì, 5 Febbraio 2009

Il settimanale ‘Visto’ pubblica, nel numero in edicola da domani, un’intervista a Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero – La tragica morte di Edoardo Agnelli" (Koine’ edizioni), con prefazione di Ferdinando Imposimato. Il 15 novembre del 2000 il corpo del figlio di Gianni Agnelli venne trovato sotto un viadotto della Torino-Savona, in provincia di Cuneo. In tempi brevissimi gli investigatori conclusero che si trattava di suicidio, a otto anni di distanza Puppo solleva alcuni inquietanti interrogativi.

Puppo parla di "indizi e sospetti che mi portano a pensare che Edoardo Agnelli sia in realta’ stato ucciso, mettendo in scena il suo suicidio". Nel volume si sottolinea, fra l’altro, che "nessuno ha visto Edoardo Agnelli buttarsi da quel viadotto, in un tratto dell’autostrada dove transitavano otto macchine al minuto", ricordando che "in quel periodo, Edoardo Agnelli zoppicava e usava il bastone:

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Amanda ride? fa bene!

Sabato, 17 Gennaio 2009

Perchè non dovrebbe farlo? è da mesi in prigione, ancora prima che una corte la condanni. e in italia nessuno è colpevole prima del 3 grado di giudizio. la detenzione di amanda non si giustifica. non ci si venga a dire che potrebbe andare in america. è vero, è un rischio, ma allora perchè i pm hanno incarcerato anche sollecito? perchè potrebbe scappare in puglia? guardando l’attenzione con cui media seguono il processo di perugia, non ci si può sottrarre alla sensazione che alla detenzione dei due giovani non sia estraneo il clamore mediatico che ha segnato la vicenda. amanda è giovane, afferma di essere innocente, e trascorre la sua giovinezza in carcere senza essere stata ancora condannata. è giusto che rida e sorrida. almeno questo concediamoglielo . senza falsi moralismi – prima che sia riconosciuta colpevole.

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Ghedini: il ministro ombra della giustizia

Martedì, 13 Gennaio 2009

C’è un’ombra che si aggira per il governo. È il fantasma di Palazzo Chigi. Qualcuno l’ha addirittura scambiato per Lurch della Famiglia Addams. È Niccolò Ghedini, avvocato di fiducia del Cavaliere nonché suo plenipotenziario giuridico. Per molti è lui il vero ministro della Giustizia. Gli attribuiscono la paternità del lodo Alfano, della norma "blocca processi", del disegno di legge sulle intercettazioni.

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L’archivio “illegale” di De Magistris

Lunedì, 8 Dicembre 2008

I magistrati di Catanzaro impegnati nella «guerra» con Salerno sostengono di aver scoperto, nelle carte del processo Why not sottratto all’ex pubblico ministero Luigi de Magistris, la «illegale costituzione e conservazione, ad opera del consulente tecnico dr. Genchi, di una banca dati, telefonica e telematica, per molti aspetti acquisiti in modo illegale ed in spregio di guarentigie costituzionali, nei confronti delle massime autorità dello Stato, di parlamentari, appartenenti all’ordine giudiziario, ai Servizi informativi e di sicurezza».

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Quel concorso da giudice tutto truccato

Giovedì, 27 Novembre 2008

«Una scena che non dimenticherò facilmente. Marasma totale, candidati che chissà come erano riusciti a portarsi appresso intere enciclopedie giuridiche, nessuno che sapeva che pesci pigliare, e in mezzo al caos un membro della commissione che strillava "Fermate quello spelacchiato che incita le persone". Sembrava di essere al mercato, non al concorso per una delle professioni più delicate della nostra società».

Questo è il racconto di V. che ha trent’anni e – per motivi che spiegherà più avanti – non vuole vedere il suo nome sui giornali. Ma il suo nome ce l’ha il ministro della Giustizia Angiolino Alfano, in calce all’accorata lettera che V. gli ha mandato per raccontargli le condizioni surreali in cui si è svolto a Milano, dal 19 al 21 novembre, il concorso per 500 posti da magistrato. Delle decine di testimonianze come quella di V. si dovranno occupare in diversi. Il ministero, che ha avviato una inchiesta interna. Il Consiglio superiore della magistratura che – su richiesta dei Movimenti riuniti e di Md – stamattina aprirà una sua indagine. E la Procura della Repubblica di Milano sul cui tavolo sono arrivati gli esposti che alcuni candidati inferociti si sono precipitati a depositare dopo avere rinunciato a portare avanti la prova.

«Io non voglio buttarla in politica», dice V., «non voglio ipotizzare che ci fossero forme di corruzione o di connivenza. Non sta a me accertarlo. A noi spetta denunciare le irregolarità macroscopiche che erano sotto gli occhi di tutti e che la commissione ha fatto finta di non vedere. Adesso leggo che il ministero per fare luce sulla vicenda ha chiesto una relazione al presidente della commissione. Che obiettività ci si può aspettare? Perché non vengono sentiti anche i candidati?».

Tema dello scandalo: l’introduzione – da parte di numerosi candidati all’oceanica prova d’esame convocata presso la Fiera di Milano – di vietatissimi codici commentati. Tradotto per i profani: agli esami per magistrato i temi riguardano faccende astruse («diritto di abitazione del coniuge superstite e della tutela del legittimario nel caso di atti simulati da parte del de cuius», recitava una traccia di settimana scorsa) cui i candidati debbono rispondere basandosi unicamente sui testi di legge, e non sui codici assai diffusi in commercio che, in fondo alle pagine, forniscono le risposte a ogni dubbio. Peccato che alla Fiera di Milano i codici del secondo tipo circolassero quasi liberamente. Risultato: sollevazione degli onesti, assalto alla presidenza, la prova che si blocca, riparte, finisce a notte inoltrata tra urla di «vergogna, buffoni», minacce, metà dei 5.600 candidati che abbandonano senza consegnare il compito. Come è stato possibile? Il presidente della commissione d’esame, il consigliere di Cassazione Maurizio Fumo, rifiuta ogni spiegazione. Così per ricostruire i fatti – che rischiano di portare all’annullamento della prova – bisogna affidarsi al racconto di V. e degli altri candidati.
«La mia non è una denuncia anonima – dice V. – il ministro ha il mio nome in mano. Ma io quell’esame voglio riprovare a affrontarlo, stanno per essere banditi altri 350 posti. E se il mio nome girasse ne uscirei enormemente penalizzata».

Che una aspirante magistrata sia convinta che il «sistema» si vendicherebbe della sua denuncia civile la dice lunga sull’aria che tira. V. non si dichiara ancora ufficialmente una disillusa, ma poco ci manca. «Io da sei anni non faccio altro che prepararmi per questo concorso. Voglio fare il magistrato, e credo che lo farei bene. Non ho aspirazioni missionarie, non ho una visione giustizialista della società. Ma credo che ogni società abbia bisogno di una cultura delle regole, e che per questo servano magistrati equilibrati e preparati. Io credo di essere entrambe le cose. Consideravo il concorso per magistratura l’ultima trincea della meritocrazia, evidentemente mi sbagliavo. All’idea che questo concorso premi i furbi che "ci hanno provato" mi sento profondamente indignata».

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La Marcegaglia nel mirino di PM e Fisco

Martedì, 11 Novembre 2008

Diciassette conti congelati, da "porre in collegamento con le dichiarazioni rese da Marcegaglia Antonio". È il Ministero pubblico della Confederazione elvetica, con una missiva spedita la scorsa settimana all’ufficio del procuratore aggiunto di Milano, Francesco Greco, a rialzare il sipario sui conti esteri della famiglia Marcegaglia. Una parte dei quali – quattro per la precisione – erano già stati scandagliati durante l’inchiesta Enipower, una storia di tangenti pagate per accaparrarsi commesse milionarie e che ha visto tra i numerosi protagonisti anche il rampollo della famiglia industriale mantovana. A marzo 2008 il figlio del fondatore del colosso dell’acciaio ha patteggiato una pena (sospesa) di 11 mesi per corruzione. E ha pagato oltre 6 milioni di euro.

Gli inquirenti svizzeri vogliono ora capire cosa fare di quei rapporti bancari, conti da paperoni intestati anche a Steno ed Emma Marcegaglia – presidente di Confindustria – gestiti da Antonio, e finiti nel frattempo sotto la lente dell’Agenzia delle Entrate di Mantova per verificare eventuali reati fiscali. Ma di che conti si tratta?

Per una decina d’anni, tra il 1994 e il 2004, il gruppo Marcegaglia era riuscito a interporre negli acquisti di materie prime e di macchinari alcune società offshore, in modo da creare fondi neri da depositare su conti esteri. Il meccanismo, noto a tutta la famiglia, era semplice: la Marcegaglia Spa non comprava direttamente l’acciaio, ma lo rilevava da alcune società di trading incaricate di riversare i margini di guadagno su appositi conti cifrati. Una di queste, la londinese Steel Trading operava attraverso il conto Q5812712 presso la Ubs di Lugano. Le plusvalenze milionarie venivano poi trasferite sul conto Q5812710 aperto sempre presso la stessa banca svizzera e intestato a una società delle Bahamas, la Lundberg Trading. Il beneficiario finale dei conti era Steno Marcegaglia, padre e fondatore dell’omonima azienda.

Lo stesso meccanismo funzionava per altri due conti svizzeri, intestati a Steno e alla figlia Emma. La Scad Company Ltd che gestiva le vendite dell’acciaieria bulgara Kremikovtzi, versava in nero le differenze di prezzo della materia prima e i frutti economici di eventuali contestazioni favorevoli ai Marcegaglia sul conto cifrato 688342 della Ubs di Lugano. La Springleaf Capital Holding, la Cameo International e la Macsteel International Uk Ltd facevano le medesime operazioni per alcune acciaierie indiane. E sullo stesso conto cifrato della famiglia sono stati convogliati anche i proventi di due vendite in nero: il 31 gennaio 2004 un cliente iraniano ha versato 150mila euro per l’acquisto di un macchinario e ad aprile 2004 un cliente argentino altri 44mila euro per alcuni pezzi di ricambio venduti dalla Marcegaglia Spa. Tutte le provviste accumulate sul conto 688342, oltre un milione di dollari in poco più di un anno, sono state poi riversate sul conto cifrato 688340 della Ubs di Lugano, anch’esso riconducibile a Steno ed Emma. Complessivamente, i soldi transitati sui quattro conti sono nell’ordine di diversi milioni. Quando ad agosto 2004 sono stati chiusi i rapporti bancari della Steel Trading e della Lundberg, il saldo era di 22 milioni, un importo che la famiglia ha provveduto a trasferire a Singapore, prima dell’arrivo della magistratura.

"Si tratta di questioni legate a una società che all’epoca ha svolto una effettiva attività di trading di acciaio esclusivamente a prezzi di mercato, pagando regolarmente le tasse nel Paese di competenza. Società che, peraltro, ha già cessato da molti anni ogni sua attività", spiegano fonti ufficiali del gruppo Marcegaglia interpellate da Repubblica.

Ora tutta la documentazione dei conti analizzati dalla procura di Milano è nelle mani del nucleo tributario della Guardia di finanza e della Agenzia delle Entrate di Mantova per verificare possibili reati fiscali, soprattutto connessi a compravendite in nero e a eventuali false fatturazioni. Mentre l’Autorità giudiziaria elvetica si trova con un elenco di conti sui quali sono transitati i frutti milionari del trading dell’acciaio e aspetta indicazioni dalla procura di Milano. Era stato Antonio Marcegaglia, nella ricostruzione davanti ai pm, ad alzare il velo su altri rapporti cifrati e a spiegare come venivano utilizzati quei fondi: si tratta di "risorse riservate – aveva messo a verbale il 30 novembre 2004 – che abbiamo sempre utilizzato nell’interesse del gruppo per le sue esigenze non documentabili". Con quei soldi venivano pagati estero su estero i bonus per i manager che lavorano al di fuori dell’Italia, come quelli che gestivano i rapporti con i trader russi e con i paesi arabi, destinatari di commissioni e provvigioni per migliaia di dollari. "Per tutte le esigenze di questo tipo che avevo a Mantova – spiegava ancora Antonio Marcegaglia – mi facevo consegnare presso il mio ufficio il denaro che occorreva per pagare fuori busta dirigenti, collaboratori ed altro". A volte i contanti servivano per acquistare beni, come una Mercedes o un casale in Toscana. "Il patrimonio familiare – precisa oggi il gruppo Marcegaglia – si trova per la sua stragrande maggioranza in Italia, mentre una sua minima parte è all’estero e comunque in regola con le normative fiscali italiane".

Dall’estero, i soldi della famiglia arrivavano in Italia grazie a un vero e proprio servizio di "spallonaggio" che la Ubs offriva chiedendo una percentuale dell’1%. I conti d’appoggio li forniva sempre la banca elvetica. Dal rapporto cifrato 688340 intestato a Steno ed Emma Marcegaglia, per esempio, tra settembre e dicembre 2003, sono stati trasferiti sul conto della Preziofin Sa presso la Ubs di Chiasso oltre 750mila euro per essere poi prelevati in contanti e portati in Italia. Qualcosa come 3 milioni di euro più circa 800mila dollari sono stati trasformati in denaro sonante tra il 2001 e il 2003 dal conto cifrato 664807 aperto nella filiale Ubs di Lugano. Allo stesso servizio obbedivano i conti 614238 presso la Ubs di Chiasso e il conto intestato alla Benfleet presso la filiale di Lugano.

Un altro conto d’appoggio e riconducibile ad Antonio Marcegaglia è il conto "Tubo". Qui per esempio nel ’97 sono stati versati dal conto Lundberg 1,6 milioni di dollari per pagare parte dell’acquisto dello stabilimento di San Giorgio di Nogaro. E, secondo la ricostruzione del rampollo di casa Marcegaglia, anche i versamenti effettuati sui conti "Verticale", "Vigoroso", "Borghetto" e "Diametro" (poco più di 2 milioni di euro) non sono altro che pagamenti in nero, l’ultimo dei quali a maggio 2003, destinati alla Mair Spa di Thiene per l’acquisto senza fattura di un macchinario per la fabbricazione di tubi.

Ininterrottamente poi dal ’97 al 2004 è stato alimentato un conto cifrato (JC 251871) presso la Ubs di Lugano: 175 milioni di lire l’anno, finché era in voga il vecchio conio, e 90mila euro l’anno con l’avvento della moneta unica. "Trattasi di pagamenti in nero a favore dello Studio Mercanti di Mantova in relazione a consulenze di tipo amministrativo", ha dichiarato Antonio Marcegaglia. Lucio Mercanti è il presidente del collegio sindacale del gruppo mantovano, proprio colui che è preposto a vigilare sui bilanci della società.

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