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Prodi, l’uomo dei misteri punta al Quirinale

Lunedì, 25 Marzo 2013

Autorevoli personalità, anche se trite e ritrite, danno Romano Prodi al Colle dopo Giorgio Napolitano. Settimane fa, si sbilanciò per lui il Corsera che lo ebbe tra i collaboratori. L’augusto Paolo Mieli, che già nel 2006 lo candidò a Palazzo Chigi, lo vede favorito al 95 per cento.

Di simil parere sono il mordace Enrico Mentana e il pensoso Gad Lerner. Non ha ancora profetato il venerando Eugenio Scalfari ma le sue inclinazioni prodiane sono note.
Prodi ha un cursus di peso – presidente Ue, due volte premier – anche se, essendo accanitamente di parte, difetta della neutralità che sarebbe il più bell’ornamento di un inquilino quirinalizio. Il nodo, però, sono i misteri che aleggiano sulla sua persona.

C’è intorno a lui un quid inesplorabile, emerso in diverse circostanze, che egli stesso, trincerandosi dietro il famoso sorriso giocondo, rifiuta di chiarire. L’episodio che lo rese famoso è la seduta spiritica del 2 aprile del 1978, sedici giorni dopo il sequestro di Aldo Moro. Il professore, con altri amici, si trovava nel rustico del collega Alberto Clò, in località Zappolino, trenta chilometri da Bologna. Con i bimbi in giardino e le mogli in cucina, gli uomini si chinarono su un foglio con le lettere dell’alfabeto e, chiedendo lumi sulla prigionia di Moro, lo percorsero con una medianica tazzina di caffè. Gli spiriti risposero: Gradoli. Prodi si precipitò a Roma nella sede Dc di Piazza del Gesù, per comunicare il responso dell’Aldilà. Causa equivoci, gli inquirenti finirono a Gradoli, paese laziale, anziché nella romana via Gradoli, dove effettivamente Moro era incarcerato. Vi giunsero solo giorni dopo, col covo ormai vuoto e la sorte del prigioniero segnata. Ma ciò che conta, è che l’informazione era buona.

ROMANO PRODICome l’aveva veramente avuta Prodi? Lui ha sempre giurato sulla seduta spiritica. Tutti sono invece convinti che si sia inventato un paravento per coprire un tizio in carne e ossa. I più – da Andreotti, al ds Pellegrino, all’ex vicepresidente Csm, Galloni – pensano che la soffiata venisse dai collettivi universitari bolognesi o da Autonomia operaia, ossia tipi loschi vicini alle Br.

ROMANO PRODIDa 35 anni, Romano convive con questo sospetto. Nessuno finora lo ha preso per la strozza ingiungendogli di dire il vero. Dormono le autorità, ronfa la stampa e le illazioni infittiscono. L’ultima, del 2005, è che ci sia stato lo zampino del Kgb. Per un uomo che potremmo vedere presto sul Colle, l’alone è pesante. Ma lui fa lo gnorri. Imperterrito.

Seduta spiritica a parte, di connessioni tra Romano e spionaggio sovietico si è supposto molto nell’ultimo decennio. Primo a parlarne, nel 2006, fu un eurodeputato britannico, Gerard Batten. Stando a costui, l’ex agente dell’Urss, Alexander Litvinenko (poi ucciso col polonio dagli ex colleghi) gli avrebbe rivelato che «il nostro agente in Italia è Romano Prodi». Colma la lacuna, una seconda testimonianza che in parte conferma e in parte attenua questo imbarazzante passato prodiano.

Un altro ex Kgb, Oleg Gordievsky, in un’intervista al senatore Paolo Guzzanti, già presidente della Commissione d’inchiesta Mitrokhin, disse: «Non ho mai saputo se Prodi fosse o no reclutato dal Kgb, ma una cosa è certa, quando ero a Mosca, tra il 1981 e il 1982, Prodi era popolarissimo nel Kgb: lo trovavano in sintonia dalla parte dell’Unione sovietica».

Dunque, se non agente, perlomeno simpatizzante del paradiso socialista in anni in cui Romano era già stato ministro (1978) e assumeva la guida dell’Iri (1982). Quanto ci sia di vero, è impossibile dire. Sconcerta però che Prodi (ma neanche la magistratura) abbia diradato quest’ombra. Lui tace per ridimensionare, ma l’effetto è di lasciare se stesso in balia di sconcertanti interpretazioni.

Ora, si è aperto il capitolo Cina. Romano, dopo la delusione per la cattiva prova del suo ultimo governo (2006-2008), ha rivolto l’attenzione al gigante orientale. Da anni, è più a Pechino e Shangai che a Bologna. Tiene corsi alla scuola del Partito comunista, è popolare mezzobusto nelle tv locali, pontifica nelle università. È il perito dei cinesi per i loro affari nell’Ue e in Italia.

Il suo compito più rilevante è quello di consulente della nuova agenzia di rating cinese, Dagong, che fa valida concorrenza alle tre sorelle Usa, Moody’s, Fitch e S&P. Poiché Dagong, a fine 2011, da poco insediato il governo Monti, abbassò l’affidabilità del debito italiano, ci si chiese che parte avesse avuto Prodi nella bocciatura. Più o meno esplicitamente fu accusato di essere il cavallo di Troia cinese nelle nostre faccende. Romano querelò Libero che aveva alluso senza però degnarsi di spiegare il suo ruolo nella vicenda. Con il risultato di tingersi ancora più di fosco.

Sempre sull’indecifrabilità del suo comportamento, ve ne racconto un’altra. Il primo che cercò di dare con beni pubblici una bella mano all’arricchimento di Carlo De Benedetti, proprietario di Repubblica, è stato il nostro Prodi (gli altri furono Carlo Azeglio Ciampi e Giulianino Amato). Graziosamente introdotto dal giornalista Scalfari, l’Ingegnere si presentò da Romano presidente dell’Iri e gli chiese di cedergli la Sme, holding alimentare.

All’istante, Prodi si accordò per vendergliela a 497 miliardi di lire. Un regalo. Tanto che il governo Craxi (siamo nel 1985), ignorando la stipula, mandò il piano all’aria.

Si seppe poi che prima dell’Ingegnere si era fatta avanti la Heinz. Fu il ministro liberale dell’Industria, Renato Altissimo, ad annunciare a Prodi l’interesse della multinazionale. Romano però fu secco: «Neppure alla lontana c’è l’ipotesi di una vendita Sme. Hai idea del prezzo? Stiamo parlando di millecinquecento miliardi».

Un mese dopo, saltò fuori che aveva firmato con De Benedetti. Altissimo, infuriato, andò da Prodi e gli chiese: «Perché a Renato (cioè a lui, ndr) hai detto no e a Carlo sì?». Romano, con un sorrisone da zucca di Halloween, replicò: «Perché Carlo ha un taglietto sul pisello che tu non hai». Sottile allusione al fatto che De Benedetti, essendo ebreo, fosse circonciso. Con annesso sottinteso che non si poteva dire no alla fantomatica «lobby ebraica».

Se Altissimo gli avesse anche chiesto perché valutando la Sme 1.500 miliardi in maggio, abbia tentato di venderla in giugno per 497, la risposta sarebbe stata oltremodo interessante. Ma ciò non avvenne. Il silenzio si aggiunge alla lista dei misteri di Prodi. Vogliamo davvero al Quirinale un uomo che porta con sé un simile fardello da spy story? g. perna ilgiornale

Assegni d’oro

Lunedì, 12 Dicembre 2011

via nonleggerlo

UE, chi ha sbagliato adessi paghi

Giovedì, 24 Novembre 2011

Chi ha fatto male l’Europa, deve subirne le conseguenze. La chiamata a responsabilità vale per tutti. La crisi sta dimostrando che il vero problema è la struttura dell’Eurozona e il ruolo della BCE. I padri nobili dell’UE si stanno rivelando dei patrigni incapaciti.  Da Prodi, Amato, Ciampi, Fini a Monti. Nessuno di loro fa il mea culpa. Nessuno li chiama a responsabilità…. temis

Prodi, tutto un conflitto

Martedì, 15 Giugno 2010

oParliamo di conflitti d’interesse. Non quello noto e conclamato di Silvio Berlusconi. Sul quale, per inciso, la nostra personale opinione è che il Cavaliere non abbia vinto «grazie alle televisioni» ma per le sue capacità di raccogliere voti; quanto alle accuse che abbia costretto in schiavitù l’informazione italiana, pensiamo che non vi siano molti paesi nei quali giornali e tv pubblica facciano così liberamente e felicemente il tiro a segno sul capo del governo. Ciò di cui vorremmo parlare sono i conflitti d’interesse che sfiorano la sinistra. Dopo il disastro ambientale nel Golfo del Messico è emersa, assieme alla chiazza di greggio, la notizia che Romano Prodi è nell’advisory board della British Petroleum. Superconsulenti ingaggiati, come fanno spesso questi grandi gruppi con ex leader politici, per utilizzarne le competenze e soprattutto le conoscenze. Qualche quotidiano ci ha ricamato su ed è stato ieri prontamente querelato, forse nel quadro della campagna anti-bavaglio. Sporta la querela, i collaboratori del Professore hanno precisato che Prodi «è stato chiamato nell’advisory board di Bp da oltre un anno», che il suo ruolo è «per i temi di strategia internazionale e industriale», e che all’organismo «non compete la questione della marea nera». Anzi: «I membri del board si sono incontrati solo due volte e mai sono stati chiamati a parlare del Golfo del Messico». Non ne dubitiamo, ci mancava solo che Prodi fosse in qualche modo responsabile dei pellicani morti in Louisiana. Quello che però incuriosisce, e forse sconcerta, è la facilità di entrata e uscita del fondatore dell’Ulivo dal business alla politica e viceversa. Prodi, per vari mandati presidente dell’Iri e proprietario di Nomisma (consulenze e ricerche), lasciò per l’ultima volta la holding di via Veneto nel ’94; nel ’96 sconfisse Berlusconi per il governo del Paese. Da palazzo Chigi gestì privatizzazioni e dismissioni di settori dei quali fino a poco prima era il terminale pubblico. Tra questi la telefonia con il famoso metodo del «nocciolino», un’operazione non particolarmente brillante. Nel 1999 Prodi venne nominato alla Commissione europea. Nel frattempo era stato consulente della Goldman Sachs, la più grande banca d’affari del mondo. Nulla di scandaloso: quel ruolo lo hanno svolto in Italia personalità come Mario Monti e Gianni Letta, mentre Mario Draghi ne è stato vicepresidente e managing director per l’Europa. Il fatto è, però, che questi incarichi sono sempre stati noti e annunciati; nel caso di Prodi invece a rivelarli fu un’inchiesta del 2007 del quotidiano inglese Daily Telegraph. Il quale spiegò che il Professore, attraverso Nomisma, lavorò per la Goldman Sachs dal 1990 al 1993, e poi ancora nel 1997, tra palazzo Chigi e Bruxelles. Un’altra consulenza, secondo il Daily Telegraph, ci sarebbe stata con il colosso alimentare Unilever. Abbiamo già detto di come le corporation vivano in simbiosi con la politica. La stessa Goldman ha fornito al Tesoro americano due suoi top manager: Robert Rubin, democratico, con Bill Clinton, e Henry Paulson, repubblicano con George W. Bush. E’ altrettanto noto, però, che prima di entrare in carica ogni ministro Usa si sottopone ad un duro check up da parte del Congresso nel quale deve dire sotto giuramento tutto ciò che ha fatto e per chi ha lavorato. Mentre a fine mandato la sua attività pubblica viene riletta alla luce di quella privata, come è accaduto proprio con le banche d’affari dopo gli scandali del 2008-2009. Anche in Europa lo stesso Draghi trova nel periodo da dirigente della Goldman il più serio intralcio alla candidatura alla presidenza della Bce. Ma appunto stiamo parlando di carriere note a tutti. Al contrario, sui siti ufficiali di Romano Prodi fino a qualche giorno fa della consulenza per la Bp non vi era traccia. Così come nulla veniva detto a suo tempo dei rapporti con la Goldman Sachs. Mentre quando il Professore nel 2008 ha rifiutato l’offerta di presidenza del gasdotto South Stream propostagli dalla Gazprom, la notizia venne ampiamente pubblicizzata dal suo entourage, rimarcando che l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder aveva invece accettato di «promuovere» il gasdotto North Stream (e poi l’ex ministro degli Esteri Joschka Fischer ha fatto lo stesso con Nabucco, il terzo gasdotto). Dov’è dunque il problema? Secondo noi ce ne sono almeno tre. Primo: questi incarichi o si assumono a mandato politico definitivamente chiuso, o viceversa vanno sempre resi pubblici. Secondo: nel caso di Prodi sarebbe stata preferibile una maggiore trasparenza. Apprendere le cose dai giornali, in modo casuale e contorto, non è il ma ssimo.Terzo: quando si parla di banche e petrolio si parla dei settori più strategici del mondo. Non a caso le crisi planetarie vengono da lì. Eppure la commistione tra business e politica (comprese le famose dichiarazioni di voto dei banchieri ulivisti) prosegue, a dispetto di tutto. Infine, se il Professore ce la passa, un modesto consiglio: dopo gli scandali di Wall Street e la marea nera, Prodi si scelga un settore più tranquillo. Oppure faccia in modo che i suoi preziosi consigli vengano ascoltati. Marlowe per “Il Tempo

Torna Prodi e punta al Quirinale

Martedì, 25 Maggio 2010

prodi_pensiero_s1Le passeggiate bolognesi, il sogno Quirinale, ma soprattutto l’obiettivo della riabilitazione, intestandosi la linea rigorista del Tesoro. E indifferenza per i democrat.

Destino di tutti i molti Cincinnato del centrosinistra è tornare periodicamente alla ribalta. Dopo Walter Veltroni, anche Romano Prodi dà segni di ritrovato protagonismo. Interviste, commenti e giudizi, battute sparse sull’attualità e ieri anche una lettera al Corriere della Sera, per precisare quale fu la strategia del suo primo governo sui tempi d’ingresso dell’Italia nell’euro. Come accade ogni qual volta un ex leader torna a battere un colpo, o anche due, subito riparte il tam tam sulle sue reali intenzioni. E siccome quasi nessuno crede che Prodi sia tentato da una terza candidatura alla premiership, ad andare forte sono soprattutto gli scenari che lo vogliono teso a puntare al Quirinale, certo confidando in una futura maggioranza ben diversa da quella attuale, oppure deciso a farsi kingmaker del prossimo candidato a Palazzo Chigi.
In ribasso, invece, i teorici della virata su Bologna, dove con tutta probabilità si voterà per il nuovo sindaco solo nel 2011. Ma a cosa punti davvero il Professore – ammesso che abbia già un obiettivo per arricchire il suo cursus honorum – non è ancora chiaro.
Difficile è anche capire quanto davvero sia alto l’indice di gradimento dell’ex premier. Raccontano che la sua soddisfazione maggiore siano le sempre più frequenti passeggiate per le vie di Bologna, con le guardie del corpo a debita distanza, quasi sempre accompagnato da figli, nipotini e famigli vari, interrotte ogni pochi passi da un saluto, una stretta di mano, un’invocazione, «Ma perché non si ricandida?», ovvero un rimpianto, «Ah, quando c’era lei…». D’altra parte, il cruccio del Professore è sentirsi spesso chiamato in causa come il peggiore degli spauracchi, ogni qual volta il suo nome è più o meno maliziosamente accostato a quello dell’Unione. «Torna l’Unione di Prodi», è frase che, sia usata da destra o da sinistra, è capace di gettare nel panico e nello sconforto il più accanito e nostalgico degli elettori.
Solare e rimarcata è invece la distanza di Prodi dal partito di cui formalmente resta il Fondatore. L’ultima volta che ha parlato di Pd è stato all’indomani delle elezioni regionali, proponendo ai democrat di adottare una forma ultrafederale e di fatto sciogliendo i vertici nazionali. «Una proposta avanzata per aiutare Bersani a guardare avanti», hanno giurato gli esegeti prodiani. Bersani ha accolto per buona questa versione, ma al quartier generale democratico di largo del Nazareno in molti avrebbero fatto volentieri a meno dell’aiuto. Prima e dopo questa uscita, silenzio.
Negli ultimi giorni l’ex premier ha trovato modo e tempo di sviscerare ragioni e prospettive della crisi economica, di soffermarsi sul rischio Grecia («Dormirei sonni abbastanza tranquilli»), sul calo dell’euro («Sono abbastanza contento del suo indebolimento, ci favorisce»). Ha aperto al federalismo («Può aiutare il sud, ma non conosciamo i conti»), ha elogiato se stesso e Tremonti («Se non corriamo un “rischio-Grecia” è grazie alle finanziarie varate dall’ultimo mio governo e da quelle successive»), ma al ministro del Tesoro ha riservato anche qualche infervorato rimprovero («Una volgarità dire che far pagare le tasse significa mettere le mani in tasca ai cittadini»). Sul Pd, niente. Non una sillaba. Anche nei passaggi in cui è stato più duro col governo, il Prof non ha mai nemmeno citato una proposta o una parola d’ordine del Pd, tantomeno lo ha indicato come nel alternativa.
Oggi si riunisce l’Assemblea nazionale alla Fiera di Roma, dove il Professore non ha posto e non ha ruolo, né lo ha mai cercato. Questa è la grande differenza con Veltroni, che a sua volta non insegue incarichi di partito, ma che ha bisogno di combattere la sua nuova partita anche dentro il recinto del Pd se vuole continuare a coltivare sogni di premiership. Prodi mostra di essersi scelto un campo di gioco diverso. Si muove nella politica italiana come chi considera molto provvisorio lo scenario degli attuali partiti. Del governo parla come se Berlusconi, e con lui il Pdl, non ci fossero già più. Dell’opposizione non fa parola. Più arretrano le forze politiche organizzate, più ritrova il suo spazio vitale. Proprio come De Benedetti, ha individuato in Tremonti l’interlocutore principale di questa stagione, alla quale Prodi chiede (per ora) non una promozione, ma soprattutto una riabilitazione. Da tempo è in corso un flirt tra il ministro dell’Economia e il Prof. Al primo giova accumulare plausi bipartisan, al secondo conviene rivendicare continuità tra la sua linea rigorista e l’attuale, per intestarsi la primogenitura delle politiche anti-crisi e per riscattare le incertezze del suo esecutivo (non a caso, anche Tommaso Padoa-Schioppa si è lanciato nella medesima operazione pro-Tremonti, forse anche nel tentativo di far dimenticare quanto accidentato e sconnesso fu il varo della sua prima manovra finanziaria).
E se l’Ingegnere, con la lettera al Foglio, chiede al ministro dell’Economia di ridurre le tasse sul lavoro e spostarle sui patrimoni, Prodi ci tiene a ricordare che proprio questo era il combinato in cima alle sue intenzioni nel 2006, prima che le estenuanti mediazioni interne all’Unione – e, si potrebbe aggiungere, l’incapacità di imporsi sui riottosi alleati – archiviassero già in partenza le ambizioni di ridisegno del fisco italiano. Ma questo, i bolognesi che rimpiangono le due vittorie sul Cavaliere, potrebbero averlo già rimosso.

s.cappellini ilriformista

Riciccia Prodi: introduciamo il reato di gerontofilia per i politici

Martedì, 27 Ottobre 2009

non è possibile: il primo atto di bersani segreteraio pd? riesaumare prodi! non è possibile, introduciamo un reato riservato ai politici: gerontofilia!

Casini si candida alla guida del Centrosinistra

Mercoledì, 26 Novembre 2008

All’ultima riunione dei big del partito ha annunciato una piccola rivoluzione: "Nelle prossime settimane cambieremo tutti i nostri segretari regionali. Con un unico criterio: la novità. Non devono appartenere alla nostra storia passata. Anche a livello locale dobbiamo tirare su una nuova classe dirigente". Il repulisti di Pier Ferdinando Casini è stato benedetto dai notabili che compongono la cabina di regia dell’Udc: un organismo informale che da qualche tempo si riunisce ogni mercoledì mattina, composto da personaggi che certo nuovi non sono ma che tutti (o quasi) sono accomunati dal non aver partecipato alle precedenti vicende del partitino centrista. Oltre a Casini e al segretario Lorenzo Cesa, a Rocco Buttiglione, Francesco D’Onofrio e Michele Vietti, ci sono due transfughi di Forza Italia, il dc di lungo corso Angelo Sanza e l’eterno liberal, prima di sinistra, poi di destra, ora di centro, Ferdinando Adornato, l’attivissimo Bruno Tabacci, l’inquieto Savino Pezzotta e il sopravvissuto Ciriaco De Mita che coccola l’ex delfino di Arnaldo Forlani con i suoi ragionamenti.

Sono gli uomini che dirigono l’operazione Udc 2: cambiare pelle al partito centrista che per quattordici anni, da quando cioè Casini andò a bussare alle porte di Silvio Berlusconi dopo la fine della Dc, è stato una specie di corrente esterna di Forza Italia, soprattutto a livello locale: chi non trovava posto tra gli azzurri si rifugiava nello scudocrociato. È andata così fino alle ultime elezioni, quando il Cavaliere ha espulso Pier dalla coalizione di centrodestra dopo il suo rifiuto di entrare nel Pdl. In quel momento è finito l’Udc prima maniera ed è partita la seconda fase: la più spericolata. Quella che può terminare con un disastro o con un trionfo, con la scomparsa degli ultimi eredi della Balena bianca dalla scena politica o con Casini a Palazzo Chigi.

Lo scenario è stato evocato da un ex amico di Pier, il sottosegretario Carlo Giovanardi, uscito dall’Udc per accasarsi da Berlusconi: "Casini sarà il prossimo candidato del centrosinistra, appoggiato da Massimo D’Alema. Ricoprirà la funzione che ebbe Prodi nel 1996 e nel 2006: con ottime prospettive, quindi", ha previsto il deputato modenese in un’intervista al ‘Quotidiano Nazionale’. E già: in quelle due elezioni il Professore di Bologna, alla guida di una coalizione di centrosinistra, sconfisse Berlusconi. Antonio TabacciMusica per le orecchie dell’ex presidente della Camera: l’ennesimo segnale che dopo mesi di assalti berlusconiani al fortino centrista il clima sta cambiando. L’ultimo sgarbo, per esempio, è stato riassorbito come se nulla fosse. Una campagna acquisti ordita dai berlusconiani per sfilare qualche parlamentare all’Udc. Nella lista degli avvicinabili c’erano signori delle preferenze come il calabrese Mauro Tassone e il casertano Domenico Zinzi. Nessuno di loro, però, amava traslocare in compagnia. E così, alla fine, nel Pdl sbarcherà solo l’attuale portavoce dell’Udc, il deputato Francesco Pionati, l’ex mezzobusto del Tg1 metà uomo metà pastone. Un cambio di maglia che rischia di impensierire soprattutto il già fitto drappello di comunicatori del Pdl che si azzuffano per trenta secondi nei tg della sera, Cicchitto, Bocchino, Gasparri, Capezzone, Bonaiuti. Casini non ha fatto una piega. Anzi, la fuoriuscita di Pionati è la prova che si fa sul serio. Molto di più l’aveva impensierito lo strappo dell’Abruzzo. Qui, nella regione dove si vota tra pochi giorni per scegliere il successore di Ottaviano Del Turco, l’Udc aveva chiuso l’accordo con il Pdl. Da Roma, però, è arrivato il contrordine: Berlusconi in persona ha stracciato il patto già firmato dai vertici locali e ha espulso i centristi dalla coalizione. Non solo: ha fatto ponti d’oro ai centristi che abbandonavano l’Udc. Un gesto di arroganza che rischia di trasformarsi in un boomerang per il premier: i sondaggi più freschi danno il centrodestra in vantaggio di pochi punti sul centrosinistra. E l’Udc che corre da solo rimonta, ingrossando le sue liste di ex assessori e consiglieri regionali forzisti passati con Casini.

(continua…)

Le imboscate dei compagni a Prodi – rivelazioni

Martedì, 21 Ottobre 2008

Il grido di dolore fu quello che eruppe dal cuore lacerato di Clemente Mastella all’indomani dell’orgogliosa esternazione di Walter Veltroni: «Quale che sia il sistema elettorale, la prossima volta alle urne il Pd si presenterà con le sue liste». La presidenza del Consiglio Prodi stringeva i denti da venti mesi, forte, si fa per dire, solo dei suoi 101 fra ministri, viceministri e sottosegretari e di un’alleanza talmente eterogenea che ne faceva più una casa per malattie mentali che un governo, e ora il neo-leader del più importante partito alleato se ne usciva dicendo in sostanza «tana libera tutti. Ognuno da adesso gioca per sé»…

(continua…)

Così Prodi voleva far fuori Veltroni

Venerdì, 5 Settembre 2008

Qualcuno non la racconta giusta: sugli scambi di favori tra l’industriale farmaceutico Claudio Cavazza, numero uno della Sigma Tau, e l’allora presidente del Consiglio Romano Prodi e su quel finanziamento da 300 mila euro per lanciare le primarie «prodiane» del Partito democratico. Nuove intercettazioni e nuovi interlocutori oggi gettano luce sulle spiegazioni minimizzatrici rese da alcuni dei protagonisti dei colloqui pubblicati nello scorso numero di "Panorama".

Dai nastri si capisce che Alessandro Ovi, eminenza grigia di Prodi, chiedeva il sostegno di Cavazza come finanziatore di un particolare sondaggio che andasse a influenzare le primarie del costituendo Partito democratico. In altre parole, Cavazza doveva staccare per Renato Mannheimer un assegno da 300 mila euro (e non 280 come erroneamente scritto) per organizzare un grande evento: «Raccogliere 1.000 persone» racconta oggi lo stesso Mannheimer «rappresentative del Paese, farle votare subito per i candidati e farli rivotare l’indomani, dopo aver sentito dal vivo gli interventi dei candidati stessi. È il cosiddetto sondaggio informato inventato da James Fishkin».

Si voleva quindi evitare che Walter Veltroni ottenesse un suffragio bulgaro che avrebbe indebolito la corrente prodiana del partito. Interpellato sul punto, Cavazza nega di netto la circostanza, pur confermando aspetti meno rilevanti. Afferma di non aver mai e poi mai parlato di finanziamenti con Ovi. Quest’ultimo potrebbe quindi aver «millantato». Di sicuro le versioni confliggono. La questione sarebbe irrilevante, come si è affrettato a sostenere Prodi, se tale sponsorizzazione fosse stata a fondo perduto, frutto di un’amicizia trentennale tra il professore e Cavazza.

Ma in procura la pensano diversamente. Ritengono quelle intercettazioni quantomeno «ambigue», come sostiene il procuratore capo di Bolzano Cuno Tarfusser ("La Repubblica", 31 agosto). Perché collegano la sponsorizzazione del sondaggio informato a una richiesta avanzata da Cavazza a Prodi. L’accusa ipotizza che l’imprenditore, in cambio dei denari, avrebbe sollecitato un favore preciso: la defiscalizzazione della fondazione Sigma Tau, ovvero il suo inserimento nell’apposito elenco predisposto dal ministero dell’Economia per quegli enti non-profit.

L’agevolazione avrebbe fatto risparmiare almeno 1 milione di euro. Insomma, il triplo di quei 300 mila euro chiesti per l’Ulivo-Pd. Così nel fascicolo aperto dalla procura di Roma si ipotizza e si ripete che il finanziamento avrebbe avuto, testualmente, una specifica «contropartita»: appunto la sponsorizzazione in cambio di agevolazioni fiscali. Do ut des? Bisogna capirne di più. Per questo i magistrati di Bolzano si sono liberati di quelle intercettazioni, raccolte in un’indagine per corruzione e riciclaggio, e le hanno trasmesse a Roma ipotizzando il reato riformato dell’abuso d’ufficio, ma senza iscrivere nessuno nel registro degli indagati.

Anche perché l’aiuto che Prodi cerca di concretizzare per Cavazza tramite il suo staff sfuma quando entra nella fase operativa. Ovi cerca di spianare la strada alla fondazione di Cavazza e chiama il sottosegretario all’Economia Massimo Tononi, ma l’elenco delle fondazioni da aiutare è già sulla Gazzetta ufficiale. Troppo tardi. Che si parlasse soprattutto di soldi lo dimostrano le intercettazioni.

Basta scorrere i brogliacci: 16 giugno 2007, il giornalista Giancarlo Bosetti, già vicedirettore dell’"Unità" e oggi direttore della rivista "Reset", indicato nei documenti dell’accusa come «collaboratore di Mannheimer», «comunica a Ovi che a Verona si è creato un comitato locale che vorrebbe fare un sondaggio deliberativo del Pd per influenzare il 14 ottobre. Giancarlo spiega che con l’assenza di candidati sarà una catastrofe e dice cha ha parlato con Renato Mannheimer e sono concordi che la cosa si possa estendere a livello nazionale per 300 mila euro. Ovi riferisce che ne parlerà con Prodi e se è disponibile a incontro a tre».

Ma chi paga? La cifra è importante soprattutto per l’Ulivo, prossimo alla chiusura, e per un partito, il Pd, ancora da costituire. Spunta Cavazza. Ovi l’indomani gli manda un bel mazzo di fiori. E il 18 i due si sentono al telefono. Il discorso scivola subito sull’argomento caro all’industriale: la defiscalizzazione della sua fondazione. «Cavazza dice che Tremonti aveva fatto una legge per la defiscalizzazione delle fondazioni per la ricerca, ma Sigma Tau non è in elenco. Il Cavazza vista la situazione degenerata dei rapporti tra gli alleati di governo suggerisce a Ovi l’idea che Prodi possa prendere contatti con l’opposizione. Ovi risponde che cadrebbe il governo in quanto sparirebbe qualche decina di parlamentari».

Tra Prodi e Cavazza corre una salda amicizia. Sulla terrazza della casa romana del big del farmaco il Professore discetta di politica. Ma i tempi sono incerti e il futuro del Pd torna sulle labbra di Ovi e Cavazza. Così il 24 giugno Ovi fa capire a Cavazza la necessità di primarie con diversi candidati: Ovi: «Anche nell’interesse del futuro nuovo capo Veltroni, credo che a lui convenga che si arrivi a queste primarie non con una farsa da plebiscito ma con la presenza di altri candidati… insomma con un dibattito».

Cavazza: «Bisogna spaccare i berlusconiani!». Per evitare la «farsa del plebiscito» servono finanziamenti. E chi meglio di Cavazza? L’indomani Ovi chiama Cavazza: «Vengo a casa tua e ti porto quella cosa di cui ho parlato ieri… dell’iniziativa del capo (Prodi, ndr)». Poi avvisa Sandra Zampa, il capoufficio stampa del presidente del Consiglio, che sta raggiungendo l’imprenditore. L’indomani Ovi è euforico. Ci sono i soldi. E chiama subito il giornalista Bosetti. Ovi: «Abbiamo trovato uno sponsor per il nostro progetto importante (ovvero il sondaggio informato con 1.000 persone, ndr)!». Bosetti: «E chi è?». Ovi: «Cavazza! Che ha detto che vuol parlare con Scalfari e Mieli perché potrebbe diventare una bandiera di qualche grande giornale o una cosa del genere… le semifinali della Louis Vuitton cup delle primarie!».

Gli investigatori mostrano pochi dubbi: «Appare ovvio» scrivono, «che l’incontro avvenuto a casa del Cavazza abbia avuto quale scopo primario da parte dell’Ovi e del quale Romano Prodi era sicuramente a conoscenza, di trovare uno sponsor per il progetto delle primarie il cui costo era di 300 mila euro». Fin qui l’ipotesi di sponsorizzazione attribuita al Cavazza e da lui smentita per le primarie del Partito democratico. E in cambio? «Contropartita Ovi» scrivono gli inquirenti per raccontare la richiesta di defiscalizzazione.

Non solo: «Nell’ambito delle varie intercettazioni è stato possibile rilevare che Ovi si sia prodigato insieme ad altri due personaggi dello staff di Prodi affinché risolvessero un problema legato alla società Cyanagen con l’amico Cavazza». Poi però il sondaggio sfuma. «Era un bel progetto» ricorda Mannheimer «che dovevo fare con Bosetti. Certo costa molto, ma è in grado di offrire ai candidati le stesse possibilità di informare il campione di cittadini. Preparammo un preventivo ma poi non se ne fece nulla». Come mai? «Forse mancavano i soldi, peccato».

(continua…)

Finte spie tentano di incastrare Alemanno con un dossier su Prodi D’Alema Scajola

Venerdì, 11 Luglio 2008

Una truffa da 50 milioni di dollari, mica spiccioli. Obiettivo del raggiro organizzato da sedicenti 007 e pseudo-consulenti del comitato di controllo sui servizi segreti? Gianni Alemanno, oggi sindaco di Roma. Il pm Luca Tescaroli ha chiuso in questi giorni l’inchiesta che vede indagati – e prossimi destinatari di una richiesta di rinvio a giudizio – sei personaggi a vario titolo coinvolti in un’operazione d’«intossicazione politica» finalizzata a piazzare un dossier contenente informazioni devianti su parlamentari di maggioranza e opposizione.

Una storia torbida, venuta alla luce grazie all’intraprendenza dell’attuale sindaco che dopo aver fatto credere di essere interessato al rapporto custodito in una cassetta di sicurezza a Montecarlo, si è rivolto alla procura di Roma. Ideatore dell’iniziativa truffaldina sarebbe, secondo l’autorità giudiziaria, Fausto Bulli, nome noto alle forze dell’ordine per essersi trovato al centro di analoghe spy story. Con lui, uno stuolo di finti agenti segreti, finti poliziotti, finti consulenti di svariate commissioni d’inchiesta. Tutti impegnati a confezionare il «pacco» a Gianni Alemanno per il tramite dell’inconsapevole Giovanna Romeo, già membro della segreteria dell’ex ministro alle politiche agricole nonché assistente al Csm del consigliere Gianfranco Anedda.

«Pacco» costituito dalla vendita di un dossier di oltre 800 pagine, per la modica cifra di 70/80 milioni di dollari (la richiesta poi scenderà a 50) contenente informazioni «inerenti il coinvolgimento di alcune personalità politiche dell’allora maggioranza parlamentare e governativa – si legge nell’avviso di conclusione delle indagini – nelle vicende Parmalat, Cirio, Bond argentini, Unipol, Unicredit, Capitalia, Telecom Serbia, Conto protezione 6060».

Destinatari delle attenzioni dell’organizzazione criminale, Romano Prodi, Massimo D’Alema, Piero Fassino, l’attuale ministro Claudio Scajola e molti altri deputati e senatori, di centrodestra e centrosinistra. L’operazione, congegnata a tavolino con il supporto di elementi vicini a un’intelligence straniera, scatta nei primi mesi del 2007. Quando alla segretaria Giovanna Romeo si presentano, millantando cariche e credenziali inesistenti (dipendenti del Sismi, dirigenti della polizia di stato) gli emissari di questa fantomatica organizzazione.

Chiedono di incontrare Alemanno per illustrare i contenuti del dossier. L’aspirante sindaco si consulta con i suoi collaboratori, e pur sentendo odore di bruciato, accetta di incontrare due di questi sei personaggi. «Onorevole Alemanno – è l’esordio – abbiamo notizie concernenti attività delittuose poste in essere da uomini politici e fatti relativi alla loro vita privata…». Il tutto, se interessa, verrebbe a costare qualche milioncino di dollari. Trattabile.

Alemanno prende tempo, si consulta con il «collega» Marcello De Angelis, e alla fine manda un emissario a vedere le carte. Ma qualcosa s’intoppa. L’incontro salta nel momento in cui Giovanna Romeo bussa in procura con un esposto-denuncia dove sono riassunti i passaggi salienti di quello che il pm Tescaroli definisce una vera e propria «operazione d’intossicazione dell’informazione».

(continua…)