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La proletarizzazione dei professionisti

Venerdì, 3 Maggio 2013

I Comuni di tutta Italia pubblicano bandi alla ricerca di professionisti (architetti, ingegneri, giornalisti) disposti a lavorare senza compenso. Il vantaggio? una citazione sul curriculum

Si lavora gratis con la pubblica amministrazione. A volte si lavora solo se si paga. L’unico vantaggio è ottenere una citazione sul curriculum, anche se la partecipazione al piano urbanistico di Battipaglia non è proprio un intervento che apra le porte dei migliori uffici europei d’architettura. È una nuova forma, e una nuova piaga, del precariato nazionale: le pubbliche amministrazioni, ridotte sul lastrico da finanziarie governative, spending review e stagioni di politica dissipante, sempre più spesso emanano bandi che non prevedono soldi per i professionisti, per i loro servizi. C’è un sindacato, l’Inarsind, che tutela ingegneri e liberi professionisti e ha organizzato su Facebook un Osservatorio sugli incarichi pubblici chiedendo a ingegneri e liberi professionisti di segnalare le loro storie di tecnici non pagati (contro l’articolo 36 della Costituzione: “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro”).

Il caso estremo ruota attorno al progetto del nuovo stadio di Pisa, firmato dall’architetto Gino Zavanella, già autore dello Juventus Stadium. L’Associazione Geosport (geometri sportivi) dallo scorso 19 gennaio fornisce formazione  -  secondo bando del Comune di Pisa  -  ai centocinquanta giovani prescelti incassando una quota di iscrizione ai corsi pari a 600 euro cadauno, Iva esclusa. In cattedra lo stesso architetto Zavanella, lezioni fino a giugno. Non solo i geometri forniranno il lavoro di base per la costruzione del nuovo stadio, ma dovranno versare all’associazione organizzatrice, un privato senza fini di lucro, 90 mila euro. Pagano per progettare lo stadio di un’archistar per un club di Prima divisione, che è comunque società per azioni. Se si iscrivono allo stage, e poi non possono partecipare, devono versare tutto e zitti. La Geosport ha fatto sapere ai centocinquanta, baldanzosa, di essere riuscita a recuperare stanze nello stesso hotel dove soggiorna il Pisa calcio durante i ritiri: i geometri stagisti pagheranno 75 euro una doppia più venti euro per la cena fissa di venerdì. E che ringrazino per l’opportunità.

I bandi gratis riguardano comuni di media grandezza come Parma, che cerca un gruppo di sviluppatori informatici. E aree urbane da 4 milioni di abitanti: il Comune di Roma, infatti, affiderà un incarico a titolo gratuito a un professionista, in questo caso il dottor Farinelli, per creare il cosiddetto “Campidoglio 2″, che significa la riorganizzazione in un anno degli uffici decentrati dell’amministrazione. Un compito ciclopico. Il Comune di Bologna ha chiesto agli architetti di inviare progetti per riqualificare il centro storico: “Chi vince il concorso non avrà soldi, ma un po’ di visibilità”. L’Ordine di Bologna ha scoraggiato i progettisti, giovani e meno, a partecipare al bando “Di nuovo in centro”. Fin qui all’Istituto nazionale di urbanistica sono arrivati zero progetti. “Prima l’assegno, poi il disegno”, ha fatto sapere l’architetto Gianni Accasto.

Urbanistica gratis a Francavilla e a Reggio Calabria niente corrispettivo per offrire idee per la sistemazione dei Bronzi di Riace: il bando si è chiuso il 28 marzo, qui i progetti arrivati sono stati molti e di qualità. Per il Piano urbanistico del Comune di Battipaglia il municipio ha pubblicato l’avviso per la costituzione di un gruppo di volontari, laureati in Ingegneria civile, edile, ambientale e informatica, che intende “partecipare e fornire gratuitamente” il proprio contributo alla redazione del principale strumento di pianificazione della città. Li cercano altamente qualificati, poi non li pagano. Il Comune di Bolsena, entroterra romano, per un lavoro di due anni necessario per rilasciare nulla osta idrogeologici verserà al vincitore 54 euro lordi e onnicomprensivi per ogni pratica. Il sindacato dei liberi professionisti fa notare: se il bando sarà vinto da un ingegnere con sede a Roma, con quei soldi non riuscirà a pagarsi la benzina consumata per raggiungere i luoghi di lavoro.

Restando nella provincia di Roma, il Comune di Manziana ha affidato a un tecnico il compito di ristrutturare un centro anziani (costo dell’intervento 116.000 euro). L’emolumento per il tecnico è di 1.258,40 euro lordi e comprende il pagamento in proprio di Inps, Iva, cassa previdenziale, tutte le assicurazioni necessarie, le copie degli atti e dei progetti. Il povero prescelto dovrà procurarsi, spendendo di suo, i pareri propedeutici ai lavori (Telecom, Acea, Italgas, Anas, sovrintendenze, uffici comunali, vigili del fuoco, Asl). E dovrà essere lui a convincere l’ente finanziatore dell’opera, la Gal Tuscia romana, a sborsare il contributo da 96 mila euro senza il quale la ristrutturazione non si farà. Se non ci riuscirà, non prenderà la paghetta. Ogni giorno di ritardo sulla consegna “zac”, cento euro tagliati. Sempre lo sparagnino Comune di Manziana ha affidato a un tecnico il consolidamento di un intero plesso scolastico, ovviamente “a titolo gratuito”. L’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici ha dovuto scrivere una lettera al sindaco di Manziana spiegando come i lavori di Architettura e Ingegneria non si possano fare senza un compenso.

Il sindaco di Acicastello in provincia di Catania ha conferito a un agronomo e a un geometra l’incarico di collaborare (per tre e sei mesi) con l’assessorato all’Ambiente. A titolo gratuito, con l’assicurazione antinfortuni a carico del prescelto, nel caso il dottor Giuseppe Boninelli, ultraquarantenne con un passato di collaborazioni volontarie. Il Comune di Santa Cristina Gela in provincia di Palermo paga 200 euro lordi il responsabile della sicurezza per il recupero di un abbeveratoio. Il Comune di Brolo in provincia di Messina ha chiesto a un architetto di curare il piano particolareggiato per il recupero del centro storico. Il rimborso forfettario è di 4.000 euro e si richiedono in cambio: censimento degli edifici costituenti l’antica struttura con rilievo fotografico, rilievo del piano terreno e della sezione tipologica con l’indicazione delle soprastrutture, rilievi particolareggiati di ogni singolo edificio e di ogni elemento che presenti pregi architettonici o artistici, analisi delle condizioni igieniche generali, le condizioni statiche e di conservazione, stato della proprietà e destinazione d’uso dei vari piani (lavoro che dovrebbe essere affidato, in verità, ai vigili urbani). Ancora, individuazione e documentazione dei valori architettonici, ambientali e monumentali. Servono relazioni, planimetrie in scala 1:200 e 1:500, calcoli sulla popolazione e si chiede all’architetto un preventivo delle spese che il Comune dovrà effettuare per il recupero finale. Una fatica d’Ercole lunga nove mesi con 4.000 euro (lordi) forfeit.

Gratuito è anche il lavoro del giornalista che il sindaco di Modica, provincia di Ragusa, vuole a fianco a sé per rivedere il sito internet del Comune: “L’incarico si intende conferito a titolo gratuito e il succitato professionista non potrà pretendere alcunché a titolo di compenso o rimborso”. Neppure il rimborso. c. Zunino repubblica

La cultura dei muri dritti (by Bruni)

Sabato, 9 Febbraio 2013

 

Di lavoro si discute molto, ma ci si sofferma troppo, se non esclusivamente, sui suoi aggettivi: precario, dipendente, autonomo, nero, eccetera. Mentre è elusa la domanda decisiva: che cosa è il lavoro? Eppure senza tentare di rispondere a questa domanda si resta solo sulla superficie del ‘fatto tutto umano’ del lavoro, terminando così il discorso proprio sull’uscio dei suoi luoghi più rilevanti.

Innanzitutto, dovremmo ricordarci che il lavoro è sempre attività spirituale, perché prima e dietro una qualsiasi attività lavorativa, da una lezione universitaria alla pulizia di un bagno, c’è un atto intenzionale di libertà, che è ciò che fa la differenza tra un lavoro ben fatto e un lavoro fatto male. Ed è quindi attività umana altissima in ogni contesto nel quale si compie.

Persino, e paradossalmente, in un lager, come ricordava Primo Levi in una sua memoria molto nota: «Ma ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del ‘lavoro ben fatto’ è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i nazisti, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale».

Sono proprio la ‘dignità professionale’ e il ‘bisogno del lavoro ben fatto’ che si stanno progressivamente e inesorabilmente allontanando dall’orizzonte della nostra civiltà, che era stata invece fondata eminentemente su quei pilastri. L’etica delle virtù, che ha dato vita nei secoli anche all’etica delle professioni e dei mestieri, si basava su una regola aurea, una vera e propria pietra angolare dell’intera fabbrica civile: la prima motivazione del lavoro ben fatto si trova nella dignità professionale stessa.

La risposta alla ipotetica domanda: «Perché questo tavolo o questa visita medica vanno fatti bene?» era, in una tale cultura, tutta interna, intrinseca, a quel lavoro e a quella determinata comunità o pratica professionale. La necessaria e importante ricompensa, monetaria o di altro tipo, che si riceveva in contraccambio di quella opera, non era – e qui sta il punto – la motivazione del lavoro ben fatto, ma era solo una dimensione, certamente importante e co-essenziale, che si poneva su di un altro piano: era, in un certo senso, un premio o un riconoscimento che quel lavoro era stato fatto bene, non il suo ‘perché’.

La cultura economica capitalistica dominante, e la sua teoria economica, sta operando su questo fronte una rivoluzione silenziosa, ma di portata epocale: il denaro diventa il principale o unico ‘perché’, la motivazione dell’impegno nel lavoro, della sua qualità e quantità. Tutta la teoria economica del personale, che si basa esattamente su questa ipotesi antropologica, sta producendo lavoratori sempre più simili alla teoria.

È questa la cultura dell’incentivo, che si sta estendendo anche ad ambiti tradizionalmente non economici, come la sanità e la scuola, dove è divenuto normale pensare, e agire di conseguenza, che un maestro o un medico diventano buoni (eccellenti), solo se e solo in quanto adeguatamente remunerati e/o controllati. Peccato che una tale antropologia, parsimoniosa e quindi errata, sta producendo il triste risultato di riavvicinare sempre più il lavoro umano alla servitù se non alla schiavitù antica, perché chi paga non compra solo le prestazioni, ma anche le motivazioni delle persone e quindi la loro libertà. E dopo oltre un secolo e mezzo in cui abbiamo combattuto battaglie epocali di civiltà per la difesa dei diritti dei lavoratori dalla loro mercificazione e asservimento, oggi restiamo silenti e inermi di fronte al capitalismo contemporaneo che nel silenzio ideologico sta riducendo veramente il lavoro a merce, e non solo quello degli operai ma anche dei manager, sempre più proprietà delle imprese che li pagano, e li comprano.

Il disagio del mondo del lavoro è anche il frutto del dilagare incontrastato di questa anti-cultura del lavoro, che non vedendo il ‘bisogno del lavoro ben fatto’ come la vocazione più radicale presente nelle persone, tratta i lavoratori come moderni animali domabili con bastone (sanzione-controllo) e carota (incentivo).

E se trasformiamo così i lavoratori, non dobbiamo poi stupirci se le imprese si ritrovano persone pigre, opportuniste e (o perché?) infelici. Il capitalismo, a causa degli ‘occhiali antropologici’ sbagliati che ha purtroppo inforcato, non capisce che quell’animale simbolico che chiamiamo homo sapiens ha bisogno di molto di più del denaro per dare il meglio di sé al lavoro, ha pensato di poterlo ‘addestrare’ (parola oggi di nuovo troppo usata da manager e ministri) e controllare, senza ancora riuscirci del tutto.

Grazie a Dio. C’è, allora, un urgente bisogno di una nuova-antica cultura del lavoro, che, senza guardare nostalgicamente indietro guardi politicamente avanti, torni a scommettere sulle straordinarie risorse morali presenti in tutti i lavoratori, che si chiamano libertà e dignità, che non possono essere comprate, ma solo donate dal lavoratore. Risorse morali che bisogna valorizzare e alle quali bisogna saper educare, con la parola (anche quella che transita per le leggi) e con l’esempio.

Senza questa nuova-antica cultura del lavoro, continueremo a discutere di articolo 18 e dintorni, ma resteremo troppo distanti dalle officine, dalle fabbriche, dagli uffici, che ancora vanno avanti perché, in barba alla teoria economica, tanti continuano a lavorare e a tirar su ‘muri dritti’ prima di tutto per dignità professionale, anche quando non dovrebbero farlo sulla base degli incentivi monetari. Fino a quando resisteranno? l. bruni da Avvenire dell’1/4/2012  cia Il Centro culturale Gli scritti (8/4/2012)

Se non cresce il PIL, che cresca il ben-essere (by Leozappa)

Martedì, 3 Aprile 2012
Una medaglia è il premio per chi sale sul podio alle Olimpiadi. Una medaglia è il premio dei militari e delle Forze dell´ordine che si sono distinti nel loro servizio. Quelle degli sportivi, dei militari e dei poliziotti sono attività che richiedono un impegno personale che va ben oltre l´ordinario, tanto che si parla comunemente di sacrificio. Eppure per queste attività la ricompensa non è costituita dal denaro, ma da un oggetto che ha un valore solo simbolico. La medaglia è il segno dell´onore che la società tributa a chi si è distinto. È significativo che proprio le attività che impongono sacrifici, anche fisici, abbiano un sistema premiale del tutto estraneo alla sfera economica.Quello degli onori è un meccanismo motivazionale che mette in crisi il main-stream della società di mercato basato sull´homo oeconomicus, che agisce solo razionalmente alla ricerca dell´utile/profitto. La tradizione millenaria e l´emozione corale che caratterizza le premiazioni dimostra che l´onore è radicato nella psicologia sociale dell´essere umano. L´onore riesce ad incentivare comportamenti virtuosi che, spesso, vanno anche oltre il dovere statuito legalmente. Esso si alimenta nella considerazione sociale. La medaglia è il pubblico riconoscimento che una comunità riserva a chi l´ha meritoriamente servita. La gratifica economica non va oltre la sfera intersoggettiva: è un corrispettivo attribuito a una prestazione eccezionale da parte di chi ne ha tratto vantaggio.La medaglia, invece, viene conferita in cerimonie corali perché rappresenta l´omaggio che la collettività tributa a chi ha reso un servizio nell´interesse generale. La forza incentivante che continua ad avere, anche nella disincantata società del XXI secolo, il meccanismo degli onori meriterebbe la sua generale adozione nei settori che riconoscono il valore del merito e della condotta virtuosa. Penso, in primis, al settore della formazione, di ogni ordine e grado. Poco importa che il premio per il miglior studente porti alla memoria esperienze non edificanti della storia recente del nostro Paese. I giovani hanno bisogno di incentivi e, se si vuole una scuola di eccellenza, l´eccellenza deve essere pubblicamente riconosciuta. Serve a gratificare chi ha meritato e, aristotelicamente, a stimolare negli altri l´emulazione. Così nel mondo delle professioni. L´esercizio di una professione richiede comportamenti virtuosi. I codici deontologici non bastano. Occorre andare oltre la logica punitiva. Oggi solo l´anzianità viene formalmente riconosciuta dal sistema ordinistico. Si tratta di un omaggio doveroso, ma privo di ricadute virtuose. L´istituzione di premi per i professionisti che, nella loro attività, hanno reso benefici (anche) alla collettività consentirebbe di riscoprire le finalità sociali della professione, offrendo esempi comportamentali che frenino la deriva mercantile che un demagogico richiamo ai modelli europei sta imponendo anche nel nostro Paese. Economisti, come Luigino Bruni, hanno già indagato la validità del sistema premiale (L´Ethos del mercato). Peraltro, è un sistema che appartiene alla storia italiana. Fu teorizzato da Giacinto Dragonetti che, nel Settecento, diede alle stampe il libello Delle virtù e dei premi. Filosofi, come Kwame Anthony Appiah, hanno invece esplorato il ruolo dell´onore nella società occidentale e orientale, mostrandone i limiti ma anche la forza performante: può attivare comportamenti virtuosi, altrimenti non ottenibili legalmente (Il codice d´onore). Valga per tutti l´esempio dei militari, il cui eroismo spesso non ha altra motivazione che il senso dell´onore proprio e della patria. Mi rendo conto che potrebbero essere considerazioni in-attuali. Ma anche il mondo delle imprese ha riscoperto l´importanza della credibilità sociale. “Etica & impresa”, “Impresa e cultura”, “Bilancio sociale”: sono tutti premi che promuovono il ruolo sociale delle imprese onorandole. Non hanno equivalenti nel sistema delle professioni intellettuali e in quello della formazione, scolastica e universitaria. Si potrebbe partire da qui. Perché promuovere comportamenti virtuosi forse non aumenta il Pil, ma migliora sicuramente il ben-essere delle persone. a.m. leozappa formiche

Medici low cost

Martedì, 20 Marzo 2012

NON solo studi sconosciuti di periferia, medici di dubbia professionalità e dalla diagnosi facile che prelude a nuovi accertamenti e nuove spese. Il low cost in sanità è anche sicurezza e serietà. E non è legato soltanto al marketing via web. Il settore, in particolare nel campo delle attività ambulatoriali e dell’odontoiatria, è in grande crescita, complice la crisi. La crisi, da un lato rosicchia l’offerta del pubblico e, dall’altro, spinge chi già si rivolgeva al privato a cercare soluzioni che facciano spendere meno. La stima di Assolowcost riportata dal Censis è di un aumento di attività del 25-30 per cento all’anno per un giro d’affari di alcune centinaia di milioni. Si tratta di una piccola ma sempre più ampia fetta degli 11 miliardi spesi dagli italiani per la sanità privata ambulatoriale. Il professor Mario Del Vecchio insieme a Valeria Rappini ha realizzato per la Bocconi di Milano uno studio sulla sanità low cost, dove si stima che in certe strutture il cittadino spenda tra il 30 e il 50 per cento in meno rispetto agli standard. “Siamo rimasti sorpresi di trovare soprattutto imprese che vogliono essere integrative rispetto al sistema sanitario nazionale e non cercano il profitto. Alcune sono legate alla cooperazione o al mondo del no profit”. Lo studio conclude spiegando che “il low cost, trapiantato da contesti molto differenti sembra aver superato la fase critica ed essere avviato ad assumere un ruolo specifico nell’insieme delle risposte a una domanda pressante di servizi sanitari”.  Fare una visita presso uno specialista pubblico costa almeno una ventina di euro di ticket e spesso obbliga il paziente a lunghe attese. Nel privato “tradizionale” si superano facilmente i 100 euro. Da tempo associazioni di volontariato come Pubbliche Assistenze dell’Anpas e Misericordie, soprattutto in Regioni come la Toscana o l’Emilia, hanno ambulatori dove gli specialisti vedono il paziente nel giro di un paio di giorni a un prezzo anche inferiore al doppio del ticket. È sanità low cost questa? Secondo molti no, anche se si tratta di un sistema che fa risparmiare i cittadini. Luca Foresti è amministratore delegato del centro medico Sant’Agostino di Milano, una delle strutture iscritte ad Assolowcost, che coinvolge anche aziende come Decathlon e Ryanair e muove un fatturato da 10 miliardi. “L’attività low cost è diversa dal volontariato, deve avere volumi alti e processi produttivi pensati per risparmiare – spiega Foresti – noi ad esempio prendiamo prenotazioni online ma anche via sms, cosa che velocizza la risposta e abbatte i costi. Le visite costano 60 euro”. Sant’Agostino è una delle realtà studiate nella ricerca della Bocconi. “Può essere assimilata ad una impresa sociale – dice Del Vecchio – Tra le altre ci sono Amico dentista, Welfare Italia Servizi, che ha ambulatori in tutto il paese ed è un ente no profit, ma anche il Nuova città, vicino a Bari. L’odontoiatria è una attività con molte esperienze di low cost. Del resto l’offerta è basata su un sistema frammentato, di tantissimi studi di singoli professionisti e dunque si possono immediatamente ridurre i costi di produzione unendo più medici, cosa che in tanti stanno facendo”. Amedeo Bianco è il presidente della Federazione degli Ordini dei medici, che ha in piedi un contenzioso con Groupon, il sito di offerte, anche sanitarie. “Il low cost non è sinonimo di bassa qualità – dice – L’importante è che la concorrenza si faccia senza che vengano meno gli standard di sicurezza. Dobbiamo stare quindi attenti al rispetto delle regole, anche riguardanti gli ambienti e il trattamento del personale, quando troviamo dei prezzi che si scostano di molto dai costi standard. Per quanto riguarda il no profit puro lo considero come un affiancamento del sistema sanitario”. E Groupon? “Quello è un modo per utilizzare strumenti di marketing – dice Foresti – non è di low cost”.di MICHELE BOCCI repubblica

Caos da tariffe (by Leozappa)

Martedì, 14 Febbraio 2012

L’abrogazione delle tariffe professionali sta avendo un impatto dirompente sulla amministrazione della giustizia. Il Tribunale di Cosenza ha già sollevato la questione di legittimità avanti la corte Costituzionale ritenendo che i compensi – nell’attesa dei decreti ministeriali che dovranno definire i parametri per le liquidazioni da parte degli organi giudiziari – non possano essere decisi secondo equità (ordinanza 1 febbraio 2012).Il Presidente del Tribunale di Roma ha, invece, raccomandato di continuare a fare riferimento ai valori ricavabili dalla (abrogate) tariffe forensi (comunicazione del 9 febbraio 2012). Il Presidente del Tribunale di Verona, in attesa dei decreti ministeriali, ha prospettato la sospensione della liquidazione delle parcelle relative all’assistenza con patrocinio a carico dello Stato, sia nei giudizi penali che in quelli civili, nonché quelle relative ai difensori d’ufficio ex art. 32 att. C.p.c. (comunicazione del 1 febbraio 2012).“Prassi operative” sono state definite tra l’Ordine degli avvocati di Brescia e il presidente del relativo Tribunale. Invero, è difficile comprendere le ragioni della abrogazione delle tariffe se si tiene presente che, quest’ultima, nulla ha a che fare con il dichiarato risultato di liberalizzare i compensi professionali. La inderogabilità delle tariffe era già stata soppressa dal governo Prodi, con le c.d. Lenzuolate del ministro Bersani.Dal 2006 la definizione dei compensi era rimessa all’accordo tra cliente e professionista (mi riferisco a minimi e fissi, i massimi essendo stati mantenuti a tutela del consumatore). La abrogazione delle tariffe, disposta dal decreto Monti, non poteva liberalizzate, quindi, quanto già risultava (da anni) libero.Ha piuttosto determinato la cancellazione dall’ordinamento dei parametri a cui il codice civile imponeva di fare riferimento nell’ipotesi di mancato preventivo accordo tra le parti. Ma l’utilità e l’esigenza di un riferimento oggettivo è dimostrata, ictu oculi, dal fatto che lo stesso decreto Monti, nell’abrogare le tariffe vigenti, demanda ai ministeri competenti la definizione di nuovi parametri.Perché, allora, non è stato definito un regime transitorio? Forse, si è trattato di una svista, di un errore. O, forse, si è ritenuto di testare gli effetti della abrogazione in modo da poter valutare (se o) in che termini dare attuazione al disposto legislativo sui parametri.Nell’una e nell’altra ipotesi, quella di abrogare le tariffe, ormai da anni divenute meramente orientative, appare una decisione dall’alto, che ha preteso di imporsi sulla società civile, le cui intrinseche dinamiche sono state del tutto ignorate. Il risultato perverso è non solo la fallacia dell’intervento ma l’erosione della fiducia in misure che, rispondendo a concezioni economiche ancora estranee alla cultura del cittadino carnale, richiederebbero un consenso ben altrimenti coltivato. a.m.leozappa nuvola.corriere.it

Tu difendi il mondo che ami… sic

Giovedì, 26 Gennaio 2012

gli avvocati difendono i tuoi diritti. tu difendi il mondo che ami – quella che avete letto è la pubblicità a pagamento con la quale il consiglio nazionale forense protesta sui giornali per le misure che il governo ha o intende intraprendere per la riforma della professione. il mondo che ami: e poi si chiedono come mai le professioni siano nell’occhio del ciclone…. temis

 

Ritorno all’ordoprofessionalismo (by Leozappa

Mercoledì, 11 Gennaio 2012
La decisione del governo Monti di prevedere l´abrogazione degli ordinamenti professionali ove non si riesca a riformarli entro il 12 agosto 2012 è emblematica della gravità della rottura che si è consumata tra la società civile e i professionisti. La prima non crede più ai secondi. Non riconosce più la validità di un modello rigorizzante dell´attività economica che appartiene ad una tradizione millenaria e ha segnato la stessa identità italiana (E. Galli della Loggia). È evidente che la minaccia della cancellazione serve a ridurre il rischio che, anche questa volta, i veti incrociati delle lobby (professionali, sindacali e imprenditoriali) blocchino una riforma che l´Unione europea e la Bce considerano fondamentale per il rilancio dell´economia.Ma è altrettanto evidente che, così facendo, si sancisce la fungibilità degli ordinamenti professionali, utili forse, ma certo non più indispensabili all´architettura istituzionale della nuova Italia. È un verdetto storico, ancora prima che politico, che nemmeno il varo della riforma potrà mai cancellare. Tanto più significativo in quanto emesso da un governo tecnico, come tale, espressione della società civile. Società civile che, infatti, ha poco, se non nulla, solidarizzato con la protesta dei professionisti. La disamina delle cause e responsabilità della crisi del modello professionale meriterebbe ben altro spazio di quello riservato a questa rubrica. È indubbio, però, che le professioni sono in-attuali nella odierna società di mercato.Sociologi come E. Freidson ed economisti come W. Ropke hanno, da tempo, evidenziato come le professioni non siano tollerate dalla ideologia della sovranità del mercato. Stefano Zamagni e Luigino Bruni hanno denunciato i processi di isoformismo organizzativo che, con la complicità del vigente sistema socio-economico, condannano alla perdizione forme ed esperienze diverse da quelle dell´impresa capitalistica. Nella delegittimazione del modello professionale un ruolo determinante è stato svolto dalle politiche pro-concorrenziali della Commissione europea e dell´Antitrust, che non hanno esitato ad ignorare la diversa posizione della Corte di giustizia europea che, anche di recente, ha confermato la validità e utilità sociale dell´attività orientata “in un´ottica professionale”. Non rispondendo a logiche di profitto, quest´ultima è in grado di meglio tutelare, rispetto all´impresa, l´interesse della collettività (vedi la giurisprudenza sulle farmacie). Ma è proprio confrontando il ruolo e la funzione riconosciuta dalla Corte europea con quanto risulta nella cronaca quotidiana che appare la ragione ultima della crisi del modello professionale e della rottura con la società civile. Da tempo, i professionisti hanno abdicato alla loro missione (quia sacerdotes appellat, recitava il Digesto), progressivamente arrendendosi alle logiche di quel mercato rispetto al quale continuano a dichiararsi estranei, con il risultato di apparire corporativi e perdere ogni residua credibilità. Già Milton Friedman, sarcasticamente, si chiedeva come mai le misure che i professionisti rivendicano in nome della collettività trovino raramente il sostegno delle associazioni di cittadini e consumatori.Ora, i maestri insegnano che, nei momenti di crisi, occorre tornare alla Costituzione per recuperare valori e principi di riferimento. L´art. 33, comma 5, prevede l´esame di Stato per le professioni che incidono su interessi generali e che, come tali, richiedono di essere esercitate da coloro che hanno dimostrato di possedere le necessarie abilità. Si deve evitare l´errore che la severità del giudizio sulle professioni, che la storia ci ha trasmesso, travolga con sé il modello giuridico. Come ribadito dalla Corte di giustizia, quest´ultimo è (ancora e sempre) utile alla collettività perché dedito ad un valore che trascende il guadagno, quello della conoscenza specifica da applicare in modo socialmente utile. Se si è disponibili a mettere da parte pregiudizi ideologici e pretese corporative, l´art. 33 è, quindi, un prezioso riferimento per creare le condizioni necessarie al proficuo esercizio della delega entro l´agosto del 2012 rinnovando e restaurando i principi dell´ordoprofessionalismo. a.m.leozappa formiche 1/2012

 

Le tariffe son tornate…! (by Leozappa)

Martedì, 15 Novembre 2011

E se il maxi-emendamento alla legge di stabilità avesse reintrodotto le tariffe professionali? Ben lungi dall’essere una boutade, una lettura incrociata del maxi-emendamento, della legge n. 148/2011 (manovra-bis) e del codice civile evidenzia che la misura appena varata dal Governo porta ad un risultato opposto rispetto a quello che ha meritato i titoli dei giornali.Più che abolire le tariffe (minime) le rilancia nella loro funzione di regolazione di supplenza. Occorre, anzitutto, una precisazione. Il carattere vincolante delle tariffe minime era già stato abolito dalle c.d. Lenzuolate del ministro Bersani (legge n. 248/2006). In altri termini, da cinque anni le tariffe esistono ma non sono vincolanti.Ciò detto, né la manovra-bis né il maxi-emendamento hanno abolito le tariffe in quanto tali. Sia la manovra-bis che il maxi-emendamento (ancora un volta) si sono occupate degli effetti delle tariffe esistenti, ossia della loro capacità di regolare la determinazione del compenso.Più precisamente, il maxi-emendamento ha abrogato la disposizione della manovra-bis che prevedeva che la pattuizione dei compensi andasse fatta “prendendo come riferimento le tariffe professionali” e quella che ammetteva “la pattuizione  dei  compensi  anche  in   deroga   alle   tariffe”. A tutta evidenza, le disposizioni della manovra-bis (ora abrogate dal maxi-emendamento) nulla aggiungevano a quanto già disposto dalla legge Bersani: la piena derogabilità delle tariffe professionali!La vera novità della manovra-bis è, piuttosto, la previsione dell’obbligo di pattuire per iscritto i compensi professionali, sopravvissuto al maxi-emendamento. In altri termini, attualmente la disciplina dei compensi professionali è la seguente: “il compenso spettante al professionista e’ pattuito per iscritto all’atto del conferimento dell’incarico professionale. Il professionista  e’  tenuto, nel rispetto del principio di trasparenza, a rendere noto al  cliente il  livello  della  complessità  dell’incarico,  fornendo  tutte  le informazioni utili circa  gli  oneri  ipotizzabili  dal  momento  del conferimento alla  conclusione  dell’incarico. In  caso  di  mancata determinazione consensuale del compenso, quando il committente e’  un ente pubblico, in  caso  di  liquidazione  giudiziale  dei  compensi, ovvero  nei  casi  in  cui  la  prestazione  professionale  e’   resa nell’interesse  dei  terzi  si  applicano  le  tariffe  professionali stabilite con decreto dal Ministro della Giustizia”.Questa disciplina andrebbe, però, letta alla luce del codice civile. All’art. 2233 si prevede che se il compenso “non è convenuto dalle parti e non può essere determinato secondo le tariffe o gli usi, è determinato dal giudice, sentito il parere dell’associazione professionale [l’Ordine, Ndr] a cui il professionista appartiene” (1° comma).Questa disposizione non è mai stata abrogata e, a ben vedere, risulta ripresa, nella sua ratio, dalla manovra-bis che ha esteso l’applicazione delle tariffe, in caso di mancata pattuizione del compenso, ai rapporti tra professionista ed enti pubblici e alle prestazioni rese “nell’interesse dei terzi”.Parimenti, continua a trovare applicazione il 2° comma dell’art. 2233 c.c. che prevede che “in ogni caso la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione”. La norma è stata, ripetutamente, censurata dall’Antitrust per il criterio del decoro della professione, ma le c.d. liberalizzazioni la hanno del tutto ignorata.Infine, è sempre vigente il 3° comma dell’art. 2233 c.c. che prevede che “sono nulli, se non redatti in forma scritta” i patti sui compensi tra avvocati e clienti. Questa disposizione consente di evidenziare come l’obbligo di pattuire per iscritto i compensi previsto dalla manovra-bis per tutte le categorie professionali non sia sanzionato dalla nullità, per cui per valutare, compiutamente, le conseguenze del mancato accordo occorrerà attendere l’esito dei primi (inevitabili) contenziosi.In definitiva, i nuovi interventi legislativi, ben lungi dall’aver liberalizzato il settore, rendono con la loro disorganicità oltremodo complicata la interpretazione della disciplina vigente (con il rischio di implementare il contenzioso in un settore nel quale è già alto) e le tariffe sembrano continuare a trovare applicazione in caso di mancato accordo tra le parti. Insomma, tanto rumore per nulla… a.m.leozappa generazionepropro.corriere.it

Professionisti, morituri

Venerdì, 11 Novembre 2011

le professioni italiane sono condannate all’estinzione. non crediamo al darwinismo, ma questa volta forse dobbiamo ricrederci. l’incapacità e l’inadeguatezza condannano all’estinzione. l’introduzione delle società professionali con la presenza maggioritaria del capitale segna la fine delle professioni. a questo punto, ben venga. le professioni sono incapaci di andare oltre il proprio orto. escluse dagli appelli che tutte le organizzazioni economiche hanno in questi mesi rivolto al governo, ieri hanno comprato paginate sui quotidiani per lamentare la riduzione del proprio mercato (i revisori legali da 3 passanno a 1). continuando a guardare il dito e non la luna, con l’imminente varo delle società professionali non si sono rese conto che quel dito non è più puntato verso la luna…temis

Onorevoli e avvocati, ragioni di una incompatibilità

Venerdì, 14 Ottobre 2011

E’ preliminarmente da ricordare che, nel regno monarchico, lo Statuto albertino (4 marzo 1848) all’art. 50 così testualmente recitava: “Le funzioni di senatore e di deputato non danno luogo ad alcuna retribuzione o indennità”. Successivamente però con la riforma elettorale del 1912 (l. 30 giugno 1912, n. 365) fu riconosciuta ai deputati un’indennità configurata sotto forma di rimborso di spese per la corrispondenza e di compenso per altri titoli, con l’argomentazione che all’estensione del corpo elettorale non poteva non corrispondere una adeguata tutela della libertà degli eletti, soggetti al vincolo della soggezione economica senza la corresponsione appunto di un’indennità parlamentare. Nel vigente ordinamento repubblicano, l’art. 69 Cost. fissa il principio dell’indennità parlamentare, rinviandone la determinazione alla legge ordinaria, sicché al legislatore ordinario spetta ormai la più ampia libertà nella configurazione dell’indennità. Si osservi che, ai sensi dell’attuale normativa, la suddetta indennità non può formare oggetto di rinuncia o cessione, o essere sequestrata o pignorata. Dal punto di vista della sua natura, l’indennità parlamentare oggi è da qualificarsi come una vera e propria retribuzione (come specificato dalla Corte Costituzionale nel 1968).In sintesi, lo stipendio dei nostri parlamentari è composto da una parte utile per il calcolo dei contributi previdenziali e da molte altre voci che incrementano notevolmente la cifra finale (come la diaria di soggiorno, remunerazione giornaliera per provvedere alle spese di mantenimento che si aggiunge all’indennità per chi è fuori sede), né si devono trascurare i gettoni di presenza e i rimborsi per i collaboratori.Vi è poi il vitalizio, ciò la rendita cui ha diritto un parlamentare che ha completato almeno una legislatura effettiva e dopo aver raggiunto un determinato requisito di età (65 o 60 anni a seconda dei casi). A parte altri benefici connessi alla status di parlamentare (o di ex parlamentare) tanto basta per esprimere forti perplessità sulla possibilità, oggi concessa, di rivestire la funzione di parlamentare e contemporaneamente di esercitare la libera professione forense. Una volta acquisito che nell’attuale configurazione (che ha alterato l’originaria natura giuridica) l’indennità rappresenta il riconoscimento di una funzione pubblica costituzionale fondamentale e ha assunto altresì la caratteristica di una retribuzione fissa pecuniaria (fissata dalla legge) l’esercizio della professione di avvocato confligge, sul piano deontologico, con lo stato di parlamentare in un ordinamento democratico che, per di più, come il nostro, è fondato sulla centralità del parlamento (c.d. forma di governo democratico parlamentare).Non è ozioso ricordare che già nel 44 a.C. Marco Tullio Cicerone nel De Officiis chiamava praecpta officii (canoni deontologici) per la professione forense quei precetti che denotano l’insieme delle regole di condotta, aventi preminente valore etico, che devono essere rispettati da tutti coloro che esercitano la professione di avvocato: valore etico che, peraltro, nel contesto dell’ordinamento giuridico forense, acquista un’intrinseca giuridicità, in correlazione con la dignità della toga che implica, fra l’altro la “parità delle armi con l’avversario” (principio presente in vari scritti Ciceroniani) oggi solennemente consacrato nell’art. 111, comma 2 Cost. novellato ove, come è noto, è stabilito che “ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo ed imparziale”. Ora chi riveste la status di parlamentare con tutte le guarentigie ad esso connesse facendo parte di un potere costituzionale fondamentale ben difficilmente, allorché esercita contemporaneamente la libera professione forense, si può considerare in posizione di parità (e non invece di plusvalenza) con il difensore dell’altra parte e con lo stesso pubblico ministero.Si può anche sospettare che (attese le funzioni costituzionali del parlamento e dei suoi singoli membri) egli possa esercitare quantomeno a livello psicologico un certo potere di influenza sull’organo giudicante che invece deve sempre rimanere terzo e imparziale (e quindi equidistante fra le parti, i loro difensori e gli interessi versati in giudizio); se poi accada che il parlamentare – avvocato sia componente o addirittura Presidente (come attualmente avviene) della Commissione permanente giustizia (che rappresenta un filtro in cui sono vagliati tutti i provvedimenti comunque aventi ad oggetto il pianeta giustizia) si crea una situazione perniciosa e deleteria per la stessa credibilità delle istituzioni democratiche già oggi alquanto scosse. Il che, come è agevole osservare, oggi non ha giustificazione alcuna, anche in considerazione del fatto che la funzione di parlamentare, non è, come prevedeva invece il precitato Statuto albertino, gratuita. Non si mette in dubbio la probità delle singole persone ma, nel campo della giustizia, questo non basta perché quella che conta è anche l’immagine dell’avvocatura di fronte all’opinione pubblica del nostro Paese.Non è inutile ricordare che il celebre Piero Calamandrei, membro della Assemblea Costituente, insigne processualista, all’indomani della liberazione, da Presidente del Consiglio Nazionale Forense, (che riunisce, come è noto, tutti gli avvocati iscritti all’albo) ha costantemente sostenuto l’incompatibilità tra la funzione di parlamentare e l’esercizio della libera professione forense, come si può leggere nelle opere giuridiche di Calamandrei, curate dall’allievo M. Cappelletti (vol. II, Morano, Napoli, 1966) e come, fra l’altro in un suo bellissimo saggio sullo stesso Calamandrei, ci ricorda il costituzionalista Augusto Barbera. m. stipo l’occidentale