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La manovra e le professioni (by Leozappa)

Giovedì, 22 Settembre 2011

La delega per riformare le professioni, nella manovra, è prevista tra “le misure per favorire lo sviluppo”. Ha ad oggetto: l’accesso, la formazione, il tirocinio, i compensi, l’assicurazione, i collegi disciplinari, la pubblicità informativa.  Occorre attendere i prossimi mesi per conoscere se il Governo eserciterà la delega per scardinare, andando incontro alle richieste dell’Antitrust, l’attuale sistema o per operare un restyling, rendendo più moderni gli ordinamenti delle categorie ordinistiche, sin troppo datati.Intanto, però, si può sin da ora anticipare che, molto difficilmente, le disposizioni potranno essere effettivamente utili a favorire lo sviluppo di un settore certo non risparmiato dalla crisi.  Le materie interessate dalla delega riguardano la vita professionale e il rapporto con il cliente.Non sono previsti interventi di sistema.  Vero è che, nella maggior parte dei c.d. mercati dei servizi professionali, gli iscritti agli albi sono chiamati a competere con le imprese. Gli ingegneri e gli architetti con le società di ingegneria. Avvocati e commercialisti con le società di revisione e consulenza. Chimici e biologi con i laboratori.Ma i professionisti non possono contare su infrastrutture, finanziarie ed assicurative, specializzate e, più in generale, su quella rete di istituzioni, servizi e intermediari che opera, invece, a sostegno delle imprese.  Manca un vero sistema di incentivi, agevolazioni e finanziamenti finalizzati.I professionisti, a ben vedere, esercitano la loro attività con forme contrattuali e societarie pensate per le imprese, non essendo più il contratto d’opera intellettuale e la società semplice in grado di regolare le esigenze della vita professionale.  Si guardi alla situazione dello “studio”.Non essendo, sostanzialmente, disciplinato, non può costituire una risorsa durante la vita professionale, ad esempio per ottenere finanziamenti o fee in caso di malattia; e, dopo la morte del titolare, non lo è per gli eredi (che non hanno alcun diritto) e, quindi, accade, spesso, che si estingua o venga cannibalizzato. In definitiva, ben vengano le misure della manovra, ma se non si creeranno le condizioni perché le professioni diventino sistema è difficile che possano essere volano di sviluppo per il Paese. a.m.leozappa generazionepropro.corriere.it

Dignità ai vecchi mestieri

Venerdì, 22 Aprile 2011

tumblr_ljib4ju20t1qc61zuo1_500“Così ridiamo dignità ai mestieri”: è il titolo di una breve ma stuzzicante intervista a Paola Mastrocola, apparsa il 12 aprile su un quotidiano nazionale (il Giornale, 12 aprile 2011). Le lapidarie risposte della professoressa/scrittrice, a commento dei dati presentati proprio in questi giorni dal Rapporto sulla Sussidiarietà 2010, come spesso accade colpiscono nel segno, acute e provocatorie.Difficile tacere, del resto, di fronte a numeri così significativi. Sì, perché il Rapporto ci dice che il 38% degli studenti considera la scuola “un luogo dove non si ha voglia di andare”; e poi perché ci dice che in Italia il 30% circa degli iscritti alla prima superiore non riesce a terminare gli studi, mentre tra coloro che permangono nel sistema di istruzione i tassi di assenza scolastica sono in costante crescita; e come dimenticare, infine, i ”famosi” neet (not in education, emplyoment or training), quel 29% di giovani tra i 15 e i 29 anni che è disoccupato o volutamente inoccupato? Una sistema scolastico in profonda crisi, insomma, le cui cause, secondo la brava scrittrice,  sono attribuibili ad “alcune scelte disastrose” fatte dalla sua/nostra generazione e da “luoghi comuni che ci opprimono da 40 anni”. Sotto accusa, in particolare, la scolarizzazione forzata e la liceizzazione eccessiva del nostro sistema di istruzione, frutti di “uno sbagliato schematismo culturale in base al quale sembra quasi che il figlio di un professionista debba vergognarsi di seguire un istituto tecnico”. Per la Mastrocola, dunque, sarebbe necessario rivalutare i mestieri, e “se il figlio di un avvocato volesse studiare per diventare un intarsiatore del legno, dovrebbe poterlo fare senza sensi di colpa né da parte sua né della famiglia”; una operazione di rivalutazione che dovrebbe giungere fino al punto di istituire facoltà per consentire, a chi sceglie lavori artigianali di formarsi a livello universitario, così come avviene in altri paesi europei.Mi è capitato, un po’ di tempo fa, di aver bisogno di un falegname per rinnovare le persiane della mia casa, così mi sono rivolto ad una ditta di decoratori consigliatami da un amico. All’appuntamento prefissato si presenta un giovane che, dopo qualche istante di incertezza, riconosco come un mio ex alunno, ritiratosi qualche anno prima dalla frequenza scolastica, a metà della prima superiore. Mi racconta, così, di avere lasciato la scuola perché “proprio non ce la facevo, prof, non era roba per me…” e di aver poi frequentato un corso di formazione professionale in falegnameria. Assunto quasi subito, aveva dovuto fare –giustamente- un po’ di gavetta, però era soddisfatto: “Mi piace, prof, sono contento. Ho trovato la mia strada!”
E non mentiva: guardandolo lavorare, facendogli domande sugli smalti e sulla lavorazione del legno, mi sono reso conto che davvero ne sapeva, aveva passione e gusto per quel che faceva, e non ho potuto fare a meno di pensare ai miei tanti studenti demotivati, tristi o arrabbiati che quotidianamente incontravo a scuola…Già, bisognerebbe ridare dignità ai mestieri. I dati del Rapporto sulla Sussidiarietà 2010 ci confermano, del resto, che il 74% di quelli che hanno frequentato un CFP (privato o appartenente al mondo no-profit) è contento di quello che ha fatto, e questa dunque sembra essere una strada privilegiata che può e deve essere sostenuta per raggiungere un simile obiettivo.
Ma da una traguardo così arduo ci separa ancora, purtroppo, un enorme gap culturale, tipico di un’Italia che non ha completamente smaltito le tossine di una “certa” ideologia, quella che ha identificato nel lavoro perlopiù una condizione negativa, fonte permanente di disuguaglianze sociale, conflitti e sfruttamento, anziché uno strumento di realizzazione della persona e del bene comune. Siamo impantanati nell’idea –così poco cristiana- che “il lavoro non nobilita l’uomo”, mentre sarebbe necessaria una rivoluzione culturale che ci portasse a riconoscere non tanto che “il lavoro nobilita l’uomo”, quanto che “è l’uomo a nobilitare il lavoro”, poiché la persona non vale per ciò che produce o per il gradino che occupa nella scala sociale, ma semplicemente perché esiste.Per questo è auspicabile, come ha scritto la Mastrocola, che i giovani possano “scegliere loro, in prima persona, la vita che vorranno, ignorando ogni pressione, sociale e familiare”; ma, ancor più e ancor prima (perché diversamente la scelta non avrebbe modo di esercitarsi concretamente) sono auspicabili tutti quegli interventi che incrementano i meccanismi di flessibilità e la gamma delle opzioni educative/formative, in un sistema di reale libertà di scelta.Nell’istruzione, come nel lavoro, ognuno ha la sua strada e ogni strada è degna, perché degno è l’uomo. Liberiamo il passaggio, è la vera carta vincente del futuro. m.lepore labussolaquotidiana

Tariffe professionali a go go (by Leozappa)

Domenica, 6 Marzo 2011

Il Foglio ha dato conto del rapporto dell’Antitrust sui vantaggi economici connessi alla abolizione delle tariffe professionali. L’Autorità ha invocato per anni l’abolizione delle tariffe minime sino a quando la ha ottenuta, nel 2006, con il decreto Bersani (le c.d. Lenzuolate). E’ stato sostenuto che le tariffe minime sarebbero un ostacolo alla concorrenza e un danno per i clienti, per cui la loro abolizione sarebbe una soluzione tecnica e un vincolo derivante dalla adesione al Trattato Ue.  Nel sopprimere le tariffe minime e fisse, la legge n. 248/2006 ha stabilito che “Sono fatte salve (…) le eventuali tariffe massime prefissate in via generale a tutela degli utenti”. In definitiva, quindi, le tariffe “minime” sarebbero illegittime in quanto danneggiano i clienti/consumatori, le “massime”, invece, legittime in quanto li proteggono dalle pretese dei professionisti.
Vero è, però, che la Corte di giustizia europea, chiamata a pronunciarsi proprio sul regime degli avvocati italiani, ha riconosciuto la compatibilità – almeno in via di principio – delle tariffe minime con l’ordinamento comunitario (sentenza 5 dicembre 2006, cause riunite c 94/04 e c 202/04); mentre la Commissione europea, nel marzo 2007, ha aperto una procedura di infrazione contro la Repubblica Italiana per il mantenimento delle tariffe massime obbligatorie (cfr. l’articolo “Avvocati, la UE avvia la procedura di infrazione sulle tariffe massime pubblicato” ne Il Sole 24 ore del 23 marzo 2007).  Indubbiamente quello delle tariffe è un tema complesso e articolato e sarebbe quantomeno semplicistico risolverlo esaltando il contrasto tra la visione pro-concorrenziale della Corte di giustizia europea e quella dell’Antitrust e della Commissione europea (che, a seguito del decreto Bersani, ha archiviato la procedura di infrazione a carico dello Stato Italiano per le tariffe minime inderogabili di architetti e ingegneri n. 2005/4216). Il contrasto, però, svela il dogmatismo della visione dell’Antitrust e dimostra come la sua posizione sulle tariffe non possa essere considerata una soluzione strettamente “tecnica”. D’altro canto, l’articolo 53 della direttiva 2004/18/CE sugli appalti pubblici consente espressamente agli Stati membri di regolare la remunerazione di specifici servizi e la reintroduzione delle tariffe è stata pubblicamente invocata dal Presidente della Autorità di vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi  forniture (cfr. l’intervento di L. Gianpaolino, “Oltre le tariffe – come rendere meritocratica e aperta a tutti la partecipazione alle gare delle stazioni appaltanti pubbliche” al Convegno “Oltre le tariffe” del 9 dicembre 2009, consultabile sul sito www.oice.it). Le tariffe minime continuano ad essere una rivendicazione degli Ordini professionali. A loro dire – ma anche di L. Giampaolino – le tariffe minime garantirebbero la qualità della prestazione. Il fatto che le associazioni dei consumatori non si uniscano alla rivendicazione degli Ordini porta, però, alla mente quanto scriveva Milton Friedman in Capitalismo e Libertà: “Nelle argomentazioni di solito addotte per promuovere, da parte degli organi competenti, la regolamentazione legislativa delle diverse professioni, la giustificazione fondamentale è sempre quella della necessità di salvaguardare l’interesse pubblico. Tuttavia, la pressione su tali organi affinché promuovano codeste regolamentazioni è raramente esercitata da cittadini che siano stati truffati o in qualche modo danneggiati dai membri delle diverse professioni. Al contrario, la pressione è sempre esercitata proprio dai membri delle categorie professionali interessate”. Sempre più maliziosamente, Friedman così concludeva: “Naturalmente, essi sanno meglio degli altri in che misura sfruttano il cliente e perciò forse possono avanzare diritti di competenza specialistica”. Sono, però, i risultati di uno studio predisposto da due economisti delle Università di Bologna e del Salento ad avvertire che la questione va considerata anche sotto il profilo sociale (C. Benassi – A. Chirco, “Minimi tariffari e concorrenza nel settore delle libere professioni. Un’indagine preliminare”, consultabile sul sito: www.cnpi.it). Lo studio rivela che l’abolizione delle tariffe minime dà vita ad una radicale trasformazione della pratica professionale, che è destinata a segnare e alterare il genere di cooperazione e di affidamento che è implicito nel suo esercizio. Per fronteggiare la dinamica concorrenziale, il passaggio obbligato dalla dimensione individuale a quella aggregata comporta, infatti, il trasferimento delle risorse umane dai piccoli ai grandi studi con due effetti di sicura rilevanza sociale. Il primo è tutto interno alle professioni: l’espulsione dei piccoli studi dal mercato. Si dirà: nulla di cui sorprendersi in una logica di mercato. Vero. Ma l’esigenza di procedere ad economie di scala è destinata a depauperare l’offerta sul territorio perché i professionisti tenderanno ad aggregarsi presso i capoluoghi e le grandi città, quando oggi anche il più piccolo insediamento urbano conta sulla presenza di professionisti, pre-condizione – questa – perché la clientela possa instaurare e mantenere un rapporto diretto con il professionista. Rapporto che, molto probabilmente, non potrà più sussistere – e, con ciò, vengo al secondo effetto: la spersonalizzazione della pratica professionale – in quanto la prevalenza della formula organizzativa dello studio di grandi dimensioni comporta una standardizzazione delle prestazioni che non consentirà di tener conto dei bisogni singolari, come è invece nella tradizione italiana della pratica professionale. Lo studio affronta anche le ricadute più strettamente economiche della abolizione delle tariffe. E’ stato osservato come in un mercato con forti asimmetrie informative, come quello professionale, l’assenza di prezzi minimi favorisca una gara al ribasso, che se da un canto sembra avvantaggiare i consumatori, dall’altro favorisce l’uscita dal mercato dei professionisti più qualificati, i quali ritengono non più remunerativa l’offerta di determinati servizi. Con l’inevitabile conseguenza dello scadimento della qualità dell’”offerente”. Se è vero che la selezione dell’accesso assicura il possesso dei requisiti minimi di professionalità per il singolo, è però altrettanto vero che il mercato professionale è fortemente dinamico e richiede un continuo investimento, di tempo e denaro, nella formazione. Il che comporta significative differenziazioni tra prestatore e prestatore e la presenza di corrispettivi minimi adeguati sembra garantire la permanenza sul mercato dei professionisti più qualificati e, quindi, l’effettiva possibilità di scelta del cliente. Dinanzi a queste considerazioni, la presa di posizione sulle tariffe dell’Antitrust – che la dissonanza rispetto a quella della Corte di Giustizia europea ha già scoperto fragile nel suo fondamento tecnico – rischia di apparire oltremodo dogmatica, se non arbitraria, posto che l’abrogazione delle tariffe non solo non ha avuto, anche sotto il profilo economico, i professati effetti propulsivi ma – e a sostenerlo è il presidente dell’Autorità di settore – ha inciso in senso negativo almeno in un mercato di primaria importanza quale è quello della progettazione. Soprattutto in momento di crisi come quello che stiamo vivendo, un tema così impegnativo merita, quindi, di essere affrontato senza pregiudizi ideologici e in attesa della frustata liberalizzatrice che il Governo sta studiando per rilanciare l’economia, non rimane che ricordare il monito di Luigi Einaudi: “conoscere per deliberare”. a.m.leozappa ilfoglio 2+2 oikonomia

Ma quali liberalizzazioni!! (by Leozappa)

Venerdì, 11 Febbraio 2011

Nel dizionarietto ragionato per dare una frustata all’economia il Foglio ha proposto “la liberalizzazione degli Ordini”. La chiede anche l’Antitrust e qualche esponente della maggioranza sta tentando di inserire misure sulle professioni nel ddl. sulla concorrenza, che – per legge – il governo è chiamato a predisporre proprio tenendo conto dei rilievi e delle segnalazioni dell’Autorità garante della concorrenza. Vero è, però, che quella delle professioni intellettuali è una materia che non può essere affrontata solo in un’ottica economica perchè siamo in presenza di attività che incidono su interessi generali (la salute, la difesa, il risparmio, il paesaggio, etc.). La priorità è rappresentata dalla tutela della collettività ma c’è, indubbiamente, ampio spazio per eliminare le incrostazioni corporative e gli orpelli ereditati da leggi troppo risalenti nel tempo. Il mercato delle professioni rappresenta il 9 per cento del pil nazionale. Ci sono più di due milioni di iscritti agli albi e l’indotto coinvolge oltre quattro milioni di persone. Ci sono quattro misure a costo zero che potrebbero servire a rilanciare il settore o quantomeno a fronteggiare la crisi. 1. Accesso ai finanziamenti, agevolazioni, garanzie previste per le piccole e medie imprese. Il governo, ieri, ha varato un provvedimento per la riorganizzazioni e razionalizzazione degli incentivi alle imprese. I professionisti non possono contare su nulla di simile. Eppure, quello delle attività professionali non è più un mercato protetto. In numerosissimi settori (lavori, pubblici e privati, consulenza, sanità, etc.) competitor dei professionisti sono le imprese e la mancanza di un sistema di finanziamenti, agevolazioni e garanzie analogo a quello delle imprese rischia di alterare il confronto concorrenziale a danno dei professionisti, ma anche degli utenti finali. In attesa della riforma, sarebbe opportuno consentire ai professionisti l’accesso alle misure di cui beneficiano le piccole e medie imprese, che risultano compatibili con il regime normativo e l’ organizzazione che connota gli studi professionali. 2. Lo studio come risorsa economica. I professionisti incontrano, soprattutto nei primi anni di esercizio dell’attività, grosse difficoltà ad accedere al credito. Sono penalizzati dal fatto che lo studio – inteso come centro di imputazione dei rapporti con la clientela – non è riconosciuto giuridicamente e, quindi, non può avere funzioni di garanzia o costituire una risorsa (economica) per il professionista. Il problema diventa particolarmente gravoso in caso di impedimento temporaneo o di decesso. Chi si ammala può contare solo sulla comprensione dei colleghi, non potendo stipulare contratti di gestione che assicurino fee in attesa del rientro. Così, in caso di decesso, gli eredi vantano diritti solo sull’immobile e sugli arredi. In taluni casi la giurisprudenza si è mostrata favorevole all’applicazione delle norme sull’azienda, ma indubbiamente lo studio non è una azienda ed è bene evitare improprie assimilazioni. Sarebbe, pertanto, necessario predisporre una disciplina ad hoc che valorizzi le componenti economiche dell’organizzazione degli studi, salvaguardandone le specificità. Ciò consentirebbe l’emersione di una ricchezza oggi latente, della quale beneficerebbe non solo il titolare (e gli eredi), ma prospetticamente anche il sistema economico-finanziario e quello fiscale.  3. Ristrutturazione dei debiti.  Il professionista non può avvalersi degli strumenti negoziali di ristrutturazione del debito previsti dalla riforma fallimentare. Risponde illimitatamente delle obbligazioni contratte e, ovviamente, non può ricorrere alle forme di segregazione patrimoniale previste per le imprese. Il suo patrimonio garantisce i debiti professionali e personali (compresi, spesso, quelli che hanno origine nei vincoli di solidarietà familiare). Qui non si tratta di mettere in discussione tale regime normativo – che è coerente con i principi dell’ordinamento settoriale e segna l’autonomia del modello professionale rispetto all’impresa -; piuttosto di valutare l’ opportunità di estendere anche ai professionisti le misure di ristrutturazione del debito di cui beneficiano le imprese. Un professionista, travolto dai debiti (suoi o della famiglia), che smette di lavorare non è utile a nessuno, in primis ai debitori. 4. Riduzione dei costi relativi alle competenze professionali. Le incertezze sull’applicazione della normativa sulle competenze generano un contenzioso che condiziona negativamente il funzionamento dei settori socio-economici nei quali operano I professionisti. I tribunali sono sommersi di cause tra le categorie e tra professionisti, imprese e amministrazione e la loro giurisprudenza (civile, amministrativa e penale) alimenta più che risolvere i conflitti di attribuzione. Sull’esempio di quanto accade nel sistema fiscale, sarebbe pertanto opportuno introdurre istituti che consentano una composizione preventiva dei contrasti circa la latitudine dei riparti di competenza. a.m.leozappa il foglio-oikonomia 2+2

Perchè Santoro non fa gionalismo

Martedì, 25 Gennaio 2011

i magistrati hanno accertato quanto balle racconta la Macrì. Perchè lo stesso non è stato fatto dai giornalisti di AnnoZero? si sono limitati a fare da ufficio stampa alla escort, hanno diffuso l’intervista senza verificare nessuna delle notizie ivi contenute. questa è una errata concezione del giornalismo. fare giornalismo non è dare notizie (mandare in onda le dichiarazioni della macrì in quanto dirompenti ed esclusive), ma dare notizie verificate (non ci si può limitare a raccogliere quanto dichiarato dall’intervistato). quello di annozero è un difetto comune a molto giornalismo italico, ma la troupe di santoro ha raggiunto livelli di eccellenza. dinanzi a una così palese violazione delle regole della professione, che cosa fa l’ordine dei giornalisti? temis

Previti fa sempre l’avvocato

Giovedì, 6 Gennaio 2011

“L’avvocato Cesare Previti? E’ fuori studio, può riprovare domattina”. Fa impressione sentire la voce cortese che risponde al telefono dello studio Previti fondato nel 1958 dall’allora esordiente Cesare insieme al padre Umberto e ora ereditato dai figli. Non tanto perché l’avvocato amico di Silvio Berlusconi sia in giro per Roma. Teoricamente sarebbe stato condannato a sette anni e mezzo di carcere ma si sa come vanno le cose in Italia: l’avvocato settantaseienne ha scontato pochi giorni di galera nel maggio del 2006 e poi un periodo di arresti domiciliari e di affidamento ai servizi sociali all’associazione di don Picchi. Grazie all’indulto e ai tanti sconti, alcuni introdotti dal Governo Berlusconi come la legge ex Cirielli, Previti è libero dal dicembre del 2009. Nel 2007, per evitare che la Camera dei deputati lo cacciasse in esecuzione della pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, Previti si dimise. Per far abbandonare la poltrona al deputato pluripregiudicato ci vollero un anno e mezzo di cavilli, ricorsi e sedute della giunta per le elezioni. Nulla al confronto di quello che si sta verificando sul fronte professionale. L’avvocato Cesare Previti ha subito l’interdizione perpetua da parte dei giudici con sentenza definitiva e la radiazione da parte dell’Ordine degli avvocati ma resta iscritto regolarmente all’albo dei cassazionisti come risulta dal sito Internet dell’Ordine di Roma. Sono passati quindici anni da quando Stefania Ariosto raccontò le mazzette pagate negli anni ottanta ai giudici dall’avvocato per vincere le cause di Berlusconi e di altri clienti. Previti è stato condannato in via definitiva due volte e prescritto per una terza vicenda. Sono passati più di quattro anni e mezzo dalla prima condanna definitiva per corruzione in atti giudiziari per la vicenda Imi – Sir, una bazzecola da mille miliardi di allora. Sono passati 3 anni e cinque mesi dalla seconda condanna per la sentenza in favore di Silvio Berlusconi sul Lodo Mondadori, una robetta da 750 milioni di euro, eppure l’ex ministro della difesa è ancora iscritto all’albo degli avvocati. L’avvocato che aveva trasformato il foro romano in un suk è stato graziato dalla lentezza della giustizia della casta dell’Ordine professionale che si è dimostrata incredibilmente più lenta di quella della casta dei parlamentari. Non uno dei 25 mila avvocati di Roma ha trovato da ridire sulla sua iscrizione all’Ordine. Un silenzio che offre argomenti a chi invoca l’abolizione di un’istituzione che limita la concorrenza e che dovrebbe giustificare la sua stessa esistenza con la tutela dell’ etica e della deontologia. Il Fatto Quotidiano si era occupato dell’incredibile caso della mancata radiazione nell’ottobre del 2009. Allora ci spiegarono che Previti era stato radiato dall’Ordine di Roma nel 2008 ma la decisione era stata impugnata davanti al Consiglio Nazionale Forense. Il presidente nazionale, il professor Guido Alpa nell’ottobre scorso ha fatto il suo dovere: “Il consiglio su mia proposta ha disposto la radiazione dell’avvocato Previti ma esiste un terzo grado di giudizio”. Ovviamente Previti non si è fatto sfuggire l’occasione: “Abbiamo presentato ricorso in Cassazione”, spiega il difensore dell’ex ministro della difesa, Alessandro Sammarco “così la sanzione disciplinare dell’Ordine è sospesa fino alla decisione definitiva delle sezioni unite civili della Cassazione”. Ci vorrà almeno un altro anno. “Fino ad allora”, continua Sammarco, “Cesare Previti è un avvocato a tutti gli effetti e potrebbe difendere in giudizio i suoi clienti anche se, per sua scelta, preferisce non farlo”. Secondo l’Ordine di Roma le cose non stanno così: Previti non potrebbe operare comunque perché la sentenza di condanna prevede per lui l’interdizione perpetua che impedisce l’esercizio della professione a prescindere dalla radiazione dell’Ordine. “Quella pena accessoria però”, ribatte sicuro l’avvocato Alessandro Sammarco, “si è estinta a seguito dell’esito positivo dell’affidamento ai servizi sociali nel dicembre del 2009. L’articolo 47 comma 12 dell’Ordinamento penitenziario dice chiaramente che: ‘l’esito positivo del periodo di prova estingue la pena e ogni altro effetto penale’, quindi”, prosegue Sammarco, “anche le pene accessorie”. E qui arriva il colpo di scena: tutte le pene accessorie, anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici in sede politica. Ergo, come spiega l’avvocato Sammarco, “in linea teorica Cesare Previti potrebbe candidarsi alle prossime elezioni, anche se si tratta di un’ipotesi astratta come quella della sua difesa in un processo”. Altro che scandalo per la presenza del difensore Cesare Previti in un tribunale. Presto l’avvocato potrebbe tornare in Parlamento. E allo studio di via Cicerone, per parlare con il pluripregiudicato, bisognerà chiedere dell’“Onorevole avvocato Previti”. m. lillo da Il Fatto Quotidiano del 5 gennaio 2011

Sugli Ordini mettiamo al bando l’ideologia (by Leozappa)

Sabato, 27 Novembre 2010

“Piove (forte) sul bagnato”: il miglior titolo per i tanti luoghi comuni della vulgata liberista riproposti da questo, peraltro  stimolante, commento alla riforma della professioni forensi ospitato su 2+2, blog di economia e finanza del Foglio. Non intendo difendere le singole misure, ma discutere dei principi che dovrebbero informare l’impianto normativo. Confrontarsi con le parole di Sileoni è a tal fine utile perché, nelle stesse, è forte la eco di quella ideologia della “sovranità del mercato” che mal tollera le professioni perché estranee al paradigma assiologico dell’impresa capitalistica (comunità verso individuo; solidarietà verso profitto; responsabilità verso libertà) Nell’articolo si sostiene che quella dell’avvocato è una “operazione commerciale” come tante altre perché prevede uno “scambio”: beni intellettuali verso denaro. E’ corretto. Mentre non lo è il corollario che se ne trae, ossia che – “pertanto” – nulla distinguerebbe il lavoro dell’avvocato dagli altri scambi praticati sul mercato. Innanzitutto, come insegna Natalino Irti, è forse il caso di ricordare che non c’e un (solo) mercato – mitologicamente ordinato da “leggi naturali” -  ma tanti mercati quante sono le norme che li regolano (il mercato è locus artificialis, non naturalis). Quindi, che nei mercati ci possono essere attività sottoposte a regimi speciali in ragione della natura e portata degli interessi sui quali incidono. Si tratta delle attività “pericolose” per la collettività. Il principio è lo stesso che impone la patente a chi vuole guidare. Perché condurre una automobile è una attività pericolosa (per sé e) per la collettività. Di qui, la legge che riserva la guida a chi abbia la patente, ossia a chi abbia dimostrato di avere la necessaria abilità. Lo stesso dicasi per attività “pericolose” come quelle di cui si occupano il medico o l’avvocato.
Rimanendo al tema, avanti al Tribunale sono in gioco valori e diritti fondamentali per la persona, uno per tutti: la libertà. E’ pensabile che, in questi casi, il cittadino possa difendersi da solo? No, come non è pensabile che sia chiamato a decidere, motu proprio, se avvalersi o meno di un professionista. Sono troppe le incognite di un processo perché una persona non esperta posa valutarle tutte preventivamente. Ecco perché, nel nostro sistema, la legge prevede che l’’attività di difesa in giudizio sia riservata a chi ha titoli e capacità adeguate e l’obbligo di farsi assistere da un avvocato (stabilendo per chi non ha i mezzi la difesa d’ufficio). Per Sileoni la circostanza che in altri Paesi un tale obbligo non sia previsto sarebbe la prova che non è necessario. L’’argomento è debole, debolissimo. In Europa ci sono delle norme che stabiliscono materiali e qualità dei giocattoli a tutela dei bambini. La Cina è priva di queste norme. Significa, forse, che queste norme, per ciò stesso, siano ingiustificate? Credo che nessuno possa sostenerlo, piuttosto la questione è se siano o meno utili e funzionali alla tutela dell’interesse (legittimo) che dovrebbero proteggere.  Lo stesso ragionamento vale per la riforma della professione di avvocato. Lo riconosce anche l’’ordinamento comunitario che non esclude pregiudizialmente che la disciplina più rigorosa prevista da uno Stato membro possa essere compatibile con i suoi principi. Al contempo, è indubbio che nella normativa italiana in materia di professioni si siano stratificate norme corporative. Ma questo non significa né comporta che il sistema abbia perso la sua ragion d’essere (tra l’altro, quando si colpevolizzano gli Ordini per le barriere all’accesso alla professione – smentite dalla crescita esponenziale degli iscritti agli ordini- non si tiene conto che l’esame di Stato non è gestito dai professionisti, che sono minoranza nelle commissioni ministeriali). Anche perché non bisogna dimenticare che quando si sostiene che quella dell’avvocato sia niente altro che una attività commerciale si accetta l’idea che la stessa possa essere esercitata secondo i criteri utilitaristici che presiedono l’attività commerciale. Si accetta in altri termini che l’avvocato, come l’idraulico, possa decidere – per riprendere le parole della Sileoni – di non vendere più la sua prestazione ad un determinato cliente perché, quel giorno, ritiene più remunerativo impegnare tempo ed energie a favore di un altro più remunerativo. Se non è questo il risultato che, come mi auguro, si vuole ottenere dalla riforma del settore, non si può fare a meno di riconoscere la specificità delle professioni che come quella dell’avvocato incidono su interessi generali e da qui partire, rinunciando a pregiudizi e suggestioni ideologiche, per costruire un ordinamento che, debitamente depurato dalle incrostazioni della storia, sia utile alla collettività. a.m.leozappa ilfoglio-2+2

Catricalà il corporativo

Domenica, 14 Novembre 2010

2 stipendi per catricalà. il presidente dell’antitrust oltre al doveroso emolumento per l’attività che svolge presso l’autorità incassa quello relativo al suo ruolo di magistrato, dal quale però è in aspettativa. gli e lo permette la legge. ma suoi colleghi hanno riunciato a questi privilegio. catricalà, no. eppure è proprio il presidente dell’antitrust che, periodicamente, si straccia le vesti per le corporazioni che a suo dire avvelenano l’italia. zavorre d’italia si chiama il suo libro (non compratelo) dedicato al fenomeno. temis

Il diritto dei neonazisti ad esistere

Sabato, 13 Novembre 2010

il chirurgo ebreo che si è rifiutato di operare un neonazista andrebbe radiato . è venuto meno al giuramento di ippocrate e come tale non è più degno di esercitare la sua professione. poco importa che sia ebreo (musulmano, cristiano, etc), un medico deve operare il paziente che è stato assegnato alle sue cure, anche se sul suo petto ha scoperto una svastica (o un altro segno che considera sacrilego o offensivo per il suo credo). il chirurgo tedesco ha giustificato la sua decisione come obiezione di coscienza in quanto ebreo. ma qual è la (sua) coscienza nel nome della quale ha rifiutato di prestare la sua opera? è aberrante anche ipotizzare che un medico possa rifiutarsi di salvare un uomo perchè non crede alle opinioni che quest’ultimo professa, per quanto aberranti possano essere (e quella del neonazista indubbiamente lo è). l’obiezione di conoscienza consente al medico di astenersi dalle pratiche ritiene immorali: l’aborto, l’eutanasia, etc. Seguendo il ragionamento del medico, dovremmeo concludere che per un medico ebreo curare un (neo)nazista sia immorale. ma allora qual è la differenza tra un ebreo e un nazista? temis

Lei è assicurato? vignetta di Altan

Venerdì, 22 Ottobre 2010

jpg_2136323dedicata agli Ordini professionali – vignetta di Altan su l’espresso