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Putin e il Papa (by Buttafuoco)

Lunedì, 9 Dicembre 2013

La scena di Vladimir Putin che consegna l’icona santissima al vescovo di Roma racconta al meglio cosa è diventata la religione nelle mani degli occidentali, pure quelli venuti dalla fine del mondo. Il leader russo – un vero patriota, un fervente credente, formatosi nello stalinismo – consegna il Beato Volto della Vergine al pontefice. Ne mira dunque la perfezione, ne scruta i riflessi, ne avverte tutta la potente vibrazione celeste e perciò non si capacita di come quell’uomo accanto a sé – il capo della chiesa di Roma – passi quasi in cavalleria cotanta consegna e così, come in un istinto di salvaguardia dell’icona, prima di staccarsene, Putin – che, quasi incredulo domanda: “Ma l’è piaciuta?” – s’inabissa in un solenne inchino segnandosi col triplice segno ortodosso e il momento diventa così concitato (per dirla diplomaticamente) che il Papa torna indietro di un passo e ripete inchino e segno di croce. Quell’icona, infine, è la copia di quella che Giuseppe Stalin, al tempo del conflitto con la Germania, fece trasportare in volo sulla città di Mosca per poi restituirla all’altare affinché col suo manto di grazia e misericordia la Madonna potesse confortare i soldati, la popolazione radunata in baracche dai grossi catenacci e la Santa Madre Russia nel momento terribile della guerra patriottica. In quell’icona, accarezzata da raffiche di mitragliatrice, si specchiano i sacrifici, i fuochi, le tragedie e la Resurrezione di una schiatta resa forte dalla millenaria fedeltà al proprio speciale spirito, quello dell’eroica misericordia forgiata nella pietas. Certo, ci vuole un’aquila bicipite sulla bandiera per attraversare l’inferno del materialismo e svegliare così il bianco delle nevi alla vita rinnovata nella luce. Ci vuole lo spirito russo. E ci vuole un comunista – non uno di sinistra ma un co-mu-ni-sta! – per insegnare al Papa che cosa deve fare un Papa.

Pietrangelo Buttafuoco ilfoglio

L’asse Roma – Mosca – Ankara

Venerdì, 25 Marzo 2011

Un caccia francese ha distrutto un jet della famiglia Gheddafi che tentava di violare la “no fly zone” in vigore sui cieli della Libia. Il raid è avvenuto ieri su Misurata ed è stato confermato da fonti americane. Non è l’unico attacco portato a termine dalla coalizione: gli aerei europei hanno sorvolato Tripoli e si sono spinti sino a Sabha, che si trova a 750 chilometri dalla costa. La maggior parte degli obiettivi militari risulta distrutta dopo una settimana di bombardamenti. La flotta aerea di Gheddafi non esiste più, le strade intorno a Bengasi sono pulite e le strutture difensive del regime hanno ormai ceduto. Ma gli scontri tra l’esercito e i ribelli proseguono da Ajdabiya a Misurata, e i caccia alleati non possono fare molto per fermarli. Questo punto è ben chiaro agli ambasciatori che si muovono da giorni nei corridoi della Nato così come al governo francese, che rimane l’unico, vero sostenitore della guerra contro Gheddafi. Il ministro degli Esteri di Parigi, Alain Juppé, ha domandato pazienza ai partner europei e ha aggiunto che la campagna potrebbe durare “giorni o settimane”. Il numero dei paesi entusiasti cala giorno dopo giorno.Cresce, al contrario, quello dei governi che si preparano a mediare con Gheddafi – o che hanno già cominciato a farlo. Gli impegni assunti con la Nato non impediscono a Roma di cercare una soluzione diplomatica alla crisi: il capo della Farnesina, Franco Frattini, ha avuto ieri un colloquio con il leader dei ribelli e ha rinnovato il sostegno al cessate il fuoco in Libia.Sulla stessa linea è la Turchia, che fa parte della Nato e ha un ruolo di leadership nel medio oriente. Pochi giorni fa, il premier Recep Tayyip Erdogan diceva che non avrebbe mai appoggiato un intervento militare, ma l’attivismo di Nicolas Sarkozy lo ha convinto a cambiare opinione. Erdogan ha compreso che l’unico modo per ridurre il peso dei francesi è trasferire il comando delle operazioni al Patto atlantico.Il governo di Ankara ha garantito quattro navi e un sommergibile alla causa, e il ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, ha annunciato che la guida delle operazioni passerà alla Nato “nel giro di due giorni” – si studia l’ipotesi di un comando formato dai paesi che contribuiscono alla missione, sul modello Isaf. La Turchia ha ancora diplomatici a Tripoli: i quattro giornalisti del New York Times liberati in settimana dall’esercito sono stati consegnati proprio all’ambasciatore turco, segno che i contatti fra i due governi sono costanti.Con Italia e Turchia si muove la Russia, uno dei paesi del Consiglio di sicurezza che si sono astenuti al momento di votare la “no fly zone”. Il presidente, Dmitri Medvedev, ha accolto tutte le decisioni della comunità internazionale, ma ha un canale aperto per la mediazione. Mosca ha appena nominato un nuovo inviato nell’Africa del nord, Mikhail Margelov, lo stesso uomo che ha gestito il dossier Sudan. “Non sappiamo se le trattative porteranno risultati – dice oggi Margelov – Quello di cui siamo certi è che la Russia ci può provare”. l. de biase ilfoglio

Obama caccia Berlusconi

Lunedì, 14 Febbraio 2011

Per alcuni analisti di politica internazionale sì, anche se il motivo non è certo Ruby, bensì la linea dell’amministrazione Obama. Così come il capo del Paese tuttora più potente del mondo ha spinto perché il rais egiziano lasciasse subito il potere, altrettanto, dicono questi analisti, sta avvenendo nei confronti di Berlusconi, anche se ovviamente in maniera più discreta, trattandosi di un alleato in un Paese sicuramente democratico. A pensarla così sono anche le teste più fini di là dal Tevere, a cominciare dal cardinale Camillo Ruini. L’influenza degli americani nei Paesi alleati, e in particolare in Italia, non è nuova. Solo una volta si sono sentiti dire un secco e duro no: da Bettino Craxi per la vicenda Sigonella. E tutti ricordano come è andata per lo statista socialista. Anche allora fu il diretto interessato a dare una mano importante a chi lo voleva fuori dalla politica per il suo coinvolgimento nelle tangenti, poco importa se per il partito o per le sue tasche, come però non sembrerebbe a giudicare da quanto ha lasciato. E indubbiamente anche Berlusconi sta aiutando chi, fra gli americani, lo vuol veder cadere, con i suoi eccessi sessuali o se si preferisce la sua eccessiva disinvoltura nel ritenere che la privacy possa valere anche per un uomo che da quando è entrato in politica ha attirato su di sé il risentimento del terzo potere dello Stato, appunto i magistrati: basta pensare al trattamento che ricevette quando presiedeva il G8 a Napoli con un avviso di reato finito prima sul Corriere della Sera e poi sulla sua scrivania per un procedimento conclusosi con l’assoluzione. Se invece di attaccare ogni giorno i giudici, Berlusconi si limitasse a ricordare quei fatti, nessuno potrebbe accusarlo di voler creare un conflitto istituzionale, visto che allora furono i magistrati a travalicare il loro potere e a voler confliggere con il capo del governo. Ma in realtà i Bunga Bunga non sono la causa bensì l’occasione per cercare, da parte di alcuni esponenti dell’amministrazione americana, di sospingere fuori dal vertice del governo Berlusconi: la causa è descritta e documentata nelle carte della diplomazia statunitense resa pubblica da Wikileaks, confermate da un’infelice dichiarazione del segretario di Stato, Hillary Clinton, e rettificate (dalla stessa Clinton) solo dopo una vigorosa protesta del ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini. Così come l’amministrazione americana non sopporta più che l’Egitto, per quanto alleato fedele e unico difensore di Israele nello scacchiere medio-orientale, abbia una dittatura mascherata da democrazia e teme che prima o poi il fanatismo islamico porti il Paese nell’influenza di Al Qaida, allo stesso modo l’amministrazione Obama non tollera più il rapporto stretto e amichevole di Berlusconi con il (ritornato) nemico Vladimir Putin. Mentre l’amministrazione di George W. Bush era d’accordo che Berlusconi facesse da mediatore con la Russia, l’amministrazione democratica di Obama vuole andare ben oltre Berlusconi e continua a vedere nella Russia il vecchio nemico comunista. La fede nella democrazia assoluta da parte di Barack Obama è testimoniata non solo dal suo credo che internet debba essere totalmente libero, senza alcun controllo ma anche dai reiterati pronunciamenti di questi giorni sul fatto che gli Stati Uniti sono a fianco del popolo egiziano. La democrazia fin dal tempo dei greci è stata la più bella conquista della dignità di ogni essere umano, ma la fede cieca in essa prescindendo da qualsiasi valutazione della fase contingente ha fatto spesso compiere in passato errori madornali ai presidenti democratici statunitensi, come per esempio a Jimmy Carter, che pur di far cadere lo scià di Persia non si accorse che stava consegnando il Paese all’integralismo islamico di Khomeini. Oggi molti pensano che la pressione fatta su Mubarak per una sua immediata uscita di scena esporrà l’Egitto a non pochi rischi di un’affermazione integralista. Del resto, proprio la sua insistenza ha esposto Obama nei giorni scorsi a pessime figure, visto che Mubarak si è dimesso solo ieri, mentre il presidente degli Stati Uniti aveva più volte annunciato la caduta del raís quando ancora Mubarak spiegava dalla televisione che avrebbe lasciato solo a fine mandato, vale a dire a settembre. E figura ancora più brutta, ancorché le pressioni questa volta siano sotterranee, l’amministrazione americana rischia di farla con Berlusconi. Il quale, per esistere oltre, non solo attacca la magistratura e l’opposizione, a suo giudizio antidemocratica, ma ha deciso di tornare a governare l’economia con il Consiglio dei ministri straordinario di mercoledì 9. La manovra approvata, di fatto a costo zero per le casse dello Stato, è stata giudicata un po’ da tutti inadeguata ai fini dell’obiettivo: generare cioè uno shock capace di imprimere un’accelerazione forte allo sviluppo economico attualmente troppo modesto, vero cancro del Paese Italia. All’interno della maggioranza di centro-destra oggi esistono due correnti. Quella di Berlusconi, di Gianni Letta e di recente, di nuovo, di Giuliano Ferrara. (In particolare, il direttore del Foglio si sta spendendo per sostenere che almeno i 10 miliardi incassati in più dallo Stato grazie all’efficienza dell’Agenzia delle entrate dovrebbero essere investiti per cercare di creare sviluppo e lavoro). E quella del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ormai quinta essenza dell’intransigenza a non spendere, preoccupato com’è (e giustamente) che il Paese venga attaccato dalla speculazione come accadde a Grecia, Portogallo e, in parte, alla Spagna. Ha scritto Il Foglio venerdì 11: è stato Franco Bassanini con la sua legge di accorpamento dei ministeri, in particolare del Tesoro e delle Finanze, a dare troppo potere a Tremonti. Oggi l’ex deputato del Pd è presidente della Cassa depositi e prestiti, cioè il braccio operativo del ministro Tremonti. La Cassa vanta una liquidità di ben 140 miliardi, un capitale con il quale si potrebbe fare una manovra davvero shock per spingere la ripresa, anche se la Cassa stessa deve tenere liquidi almeno 70 miliardi a garanzia dei 200 miliardi di risparmio postale. Come mai Tremonti non decide di investire almeno i 70 miliardi liberi? Perché è legittimamente ossessionato dal rischio che la speculazione prenda di mira il Belpaese e l’Unione europea presto chieda di ridurre significativamente il debito. Pur essendo oggi la Cassa una spa di diritto privato partecipato da molte fondazioni ex bancarie, quei capitali sono una buona riserva di sicurezza per poter comprare Bot e Cct in caso di attacco della speculazione. Per questo la Cassa, il suo presidente Bassanini e l’amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini stanno battendo la strada dell’attrazione di capitali esteri, in particolare di quei Paesi come la Cina che stanno accumulando enormi riserve. A inizio febbraio sono stati ospiti della Cassa il presidente e il top management del più grande fondo sovrano cinese, il Cic, capace di investire centinaia di miliardi. È sicuro che la Cina voglia investire in Italia anche per una razionale diversificazione Paese. Il grandissimo fondo dell’ex Impero celeste è disponibile anche a investimenti diretti, ma finora la Cassa gli ha potuto offrire solo l’investimento in altri fondi da essa promossi o partecipati, come il Fondo delle Pmi, che ancora ha quote importanti da sottoscrivere, o quello per le Infrastrutture. Infatti, esistono ancora forti impedimenti burocratico-fiscali per la formula preferita dai cinesi del project financing che avrebbe la capacità di muovere una forte leva grazie ai finanziamenti bancari. Bassanini, che è uno specialista di semplificazioni burocratiche, riconosciuto anche all’estero (è nella commissione nominata dal presidente francese Nicolas Sarkozy), ha preso di petto il problema e ha partecipato allo studio richiesto dal sottosegretario leghista, Roberto Castelli, responsabile degli investimenti infrastrutturali per mettere a nudo i vari impedimenti. I lacci e i lacciuoli, come li chiamava Guido Carli, sono numerosi e condizionanti: si va dai tempi di approvazione delle licenze per le opere alla possibilità di fatto per gli appaltatori di incrementare incondizionatamente il costo delle opere stesse fino alla lungaggine tipica della giustizia italiana per i possibili contenziosi. I cinesi, che studiano tutto nei minimi dettagli, hanno confermato di essere interessati al project financing per le grandi opere, ma solo quando questi lacci e lacciuoli saranno eliminati. Questo quadro dimostra che la mancanza di capitali massicci è la prima causa del modesto sviluppo italiano, ma ben altre cause esistono nel non favorire lo sviluppo quando anche i capitali sono disponibili. L’idea, quindi, di approcciare il problema sviluppo da parte del governo dal lato della semplificazione normativa non è un’idea peregrina; ma quanto è stato varato dal Consiglio dei ministri di mercoledì 9 non è sufficiente, né perfettamente congruo. È perciò auspicabile che lo studio recentemente consegnato al sottosegretario Castelli generi provvedimenti di riforma della normativa per gli investimenti. Per questo tutta l’attenzione politica, di maggioranza e opposizione, dovrebbe essere concentrata sulle riforme liberandosi, almeno mentalmente, dagli scandali sessuali e dalle battaglie giudiziarie. Ma occorre anche che Tremonti, la cui politica di rigore non può essere che apprezzata, superi una sorta di sindrome di Stoccolma per il debito e non aspetti il varo della sua pur necessaria riforma fiscale (attesa per aprile-maggio) per essere parte attiva della politica di rilancio dell’economia. Mercoledì 9 alla conferenza stampa per presentare la manovrina a costo zero ha partecipato per pochi minuti. Tutti hanno poi visto in televisione che effettivamente era andato a Reggio Calabria per un impegno con il sindacalista Raffaele Bonanni. Ma è chiaro che senza la partecipazione di Tremonti, non solo per il potere che ha ma anche per la sua intelligenza finanziaria, non ci può essere manovra di forte peso reale. Caro Signor Ministro, giusto il rigore, ma una sua partecipazione di entusiasmo all’azione di politica economica è a questo punto necessaria. Anche per togliere spazio alle voci maliziose secondo le quali Lei aspetterebbe di poter incidere effettivamente sulla crisi economica solo quando sarà presidente del Consiglio. Purtroppo non c’è più tempo da perdere, neppure una settimana. Tanto più ora che Lei ha ritrovato una sintonia con il governatore Mario Draghi, da Lei finalmente candidato al vertice della Bce con la sua dichiarazione di venerdì 11 alla stampa estera. Bravo. Paolo Panerai per “Milano Finanza”

L’oscuro dietro-front di Napolitano

Martedì, 21 Dicembre 2010

Il presidente della repubblica ha gioco un ruolo decisivo nella mancata sfiducia al governo berlusconi. Ai primi di novembre, Napolitano aveva marcato la sua distanza dal premier, non sottraendosi a battute sulla debolezza del governo. Poi, improvvisamente, un secco intervento a favore della legge di stabilità che ha portata a posticipare di un mese il voto di sfiducia. non è vero che la crisi di governo avrebbe impedito l’approvazione della legge sui conti.  anche in piena crisi il parlamento avrebbe potuto approvare la legge, come dimostra il voto a favore dei terzisti che avevano già dichiarato la loro intenzione di sfiduciare il governo. qualcuno dei finiani ha anche tentato di dirlo, ma il messaggio non è passato. così berlusconi ha avuto un mese per organizzarsi. e il mese è stato speso bene se si pensa che la chiesa ha preso posizione a favore del governo e la clinton ha definito il berlusca “il nostro migliore amico”. cosa sarà mai accaduto? cosa ha provocato il dietro-front di napolitano? i rumors invitano a cercare la risposta nella grande amicizia tra berlusconi e putin…temis

Dell’Utri e l’oro nero di Putin

Venerdì, 17 Dicembre 2010

Tra l’Italia di Berlusconi e la Russia di Putin ora spuntano gli affari petroliferi di Marcello Dell’Utri. Braccio destro del Cavaliere fin dagli anni Settanta, il senatore del Pdl è il mediatore d’eccezione in compravendite di greggio e trattative per forniture di gas definite “colossali”. Operazioni commerciali che vengono gestite attraverso una società energetica che ha sede in Svizzera, ma è controllata da un miliardario russo di origine ucraina: tra i suoi amministratori c’è un manager italiano, che Dell’Utri indica come il suo emissario, impartendogli istruzioni e direttive. Ma il dato più strabiliante è che questo business viene organizzato dal parlamentare berlusconiano, da poco condannato anche in appello per mafia a Palermo, accordandosi con un pregiudicato calabrese, emigrato in Venezuela per sfuggire a precedenti condanne per bancarotta, che ora è ricercato dai magistrati di Reggio Calabria che indagano nientemeno che sul clan Piromalli, la cosca della ‘ndrangheta di Gioia Tauro. A svelare questo assurdo intreccio tra petrolio, politica, mafia e affari è un faldone di intercettazioni internazionali finora inedite. Tra dicembre 2007 e aprile 2008 Dell’Utri parla a lungo al telefono con un certo Aldo Miccichè, ex politico della Dc calabrese trasferitosi in Sudamerica per sfuggire alla giustizia italiana. Miccichè viene intercettato perché ha rapporti strettissimi con la cosca mafiosa di Gioia Tauro, in particolare con Antonio Piromalli, oggi 38enne, che guida la famiglia dopo l’arresto del padre. L’inchiesta è delicata per molti motivi: gli appalti del porto stanno facendo scoppiare una guerra di mafia tra i Piromalli e i Molè, alleati “da cent’anni”; e il figlio del boss incarica Miccichè di muovere le sue conoscenze, tra massoneria e ministero della Giustizia, per far revocare il carcere duro (41 bis) al genitore. Miccichè parla anche di affari e politica: alla vigilia delle elezioni del 2008 garantisce a Dell’Utri di poter “bruciare e sostituire” migliaia di schede con i voti degli italiani all’estero. La polizia avverte subito il Viminale. E così, già due anni fa, i giornali pubblicano le prime intercettazioni, quelle sui progetti di frode elettorale. Gli affari petroliferi invece restano segreti.  Nel frattempo sono successe tante cose: nel luglio 2008 i magistrati hanno ordinato l’arresto di Miccichè, che da allora è latitante; i suoi amici del clan Piromalli sono stati incarcerati e condannati in primo grado; e nei processi l’accusa ha dovuto pubblicare anche le intercettazioni su gas e petrolio. Mentre i messaggi svelati da WikiLeaks hanno mostrato la preoccupazione degli Stati Uniti per i rapporti tra Berlusconi e Putin, con richieste ai diplomatici di scoprire i possibili interessi personali e i misteri degli accordi Eni-Gazprom. Ora “L’espresso” è in grado di fornire una prima risposta, documentata dalle chiamate dello stesso Dell’Utri. Che, essendo parlamentare, non è mai intercettabile direttamente, ma solo quando è al telefono con un intercettato per mafia. La prima chiamata è del 14 dicembre 2007, ore 18.39. Dell’Utri dice di aver “ricevuto il fax” su un affare petrolifero. Miccichè gli fa notare che “Massimo è un ragazzo in gamba”. E il senatore commenta: “Trovare persone valide è il mio mestiere”. Chi è questo “ragazzo” reclutato da Dell’Utri? È Massimo De Caro, che ad appena 34 anni è vicepresidente della Avelar Energy (gruppo Renova), che ha sede in Svizzera ma appartiene all’undicesimo uomo più ricco della Russia, Viktor Vekselberg (vedi box a pag. 44). La prima sorpresa è proprio questa: Dell’Utri ha un suo uomo al vertice di un colosso russo-elvetico dell’energia.
Le intercettazioni registrano tutte le fasi del primo affare: greggio venezuelano, che però è esportabile solo tramite triangolazioni con Mosca.  Il 29 dicembre proprio De Caro è al fianco di Dell’Utri mentre il senatore telefona a Miccichè, che lo saluta come “il miglior del mondo”. Leggendo “una nota segretissima”, il calabrese propone di acquistare greggio dalla compagnia venezuelana Pdvsa. Qui interviene De Caro: “Però la Russia… Gli conviene che a farla sia Viktor”. Viktor è il nome del padrone della Avelar. Eppure, secondo Miccichè, l’affare dipende da Dell’Utri: “Io vado lì e dico: mi manda Picone, e quando dico Picone intendo Marcello… È un’operazione perfetta”. Cosa c’entri la Russia con il greggio venezuelano, lo si capisce solo quando Dell’Utri tira in ballo un intermediario “che poi vende tutto a Gazprom”, il gigante energetico controllato dagli uomini di Putin. Le telefonate con il manager De Caro chiariscono anche le cifre di questo primo affare. Si tratta di vari tipi di petrolio: “Un milione di “crudo oriente” e tre milioni di “napo” ogni mese”. Il calabrese Miccichè precisa che “il greggio parte per Mosca, ma poi in effetti va a Londra”. E aggiunge che “il vero segreto è che bisogna dare 1,50 dollari al barile sottobanco” ai manager di Caracas. Solo questo “sottobanco”, fatti i conti, vale “4,5 milioni di dollari al mese”. Miccichè però punta molto in alto. “Dopo il petrolio, cominciamo l’operazione gas, che è di un’importanza colossale… È l’operazione che stanno tentando la Germania, la Francia…”. E Dell’Utri, elogiandolo, cita ancora i russi: “Perfetto… Può essere che Gazprom faccia da copertura”. Il 10 gennaio il calabrese di Caracas parla di una “seconda operazione petrolifera”: stando alle intercettazioni, almeno “sei milioni di tonnellate metriche” di greggio russo, chiamato in gergo D2. Trattando l’affare con il solito Miccichè, il manager De Caro spiega che “Avelar non ha raffinerie”, ma fa parte del gruppo Renova e quindi del consorzio russo Tnk-Bp, per cui potrà usare gli impianti di Mosca. C’è però un problema, annunciato da un avvocato italiano: la raffineria russa ha bisogno dello “svincolo dei servizi”. E il 19 febbraio Avelar viene bocciata, perché gli 007 di Mosca sospettano che voglia “rivendere il petrolio a paesi ostili”. Lo stop sembra insuperabile. Invece, per gli amici di Dell’Utri, si risolve in dieci giorni. Il 28 febbraio infatti Miccichè comunica al senatore lo sblocco del contratto con queste parole: “I russi hanno mollato, stasera dovremmo avere il via libera per il D2. Questo è un colpo grosso, ma ricordati che tutto deve passare attraverso di te, se no io non faccio niente”. Dell’Utri: “Benissimo”. Come sia stato possibile superare così in fretta il veto dei servizi di Mosca, resta un mistero solo fino a quando scoppia una lite sui profitti dell’affare. Sentendosi dire dall’avvocato che “De Caro vuole prendersi tutti i meriti e i compensi”, Miccichè diventa furibondo: “Farò intervenire direttamente Dell’Utri… perché chi ha messo lì Massimo è stato Marcello!”. E di seguito aggiunge: “I rapporti con il russo sono di Marcello perché Berlusconi, allora, ha dato a lui questo rapporto, chiaro?”. Come dire che De Caro è nella Avelar solo perché lo ha scelto Dell’Utri. E il senatore, a sua volta, può entrare nel business del petrolio solo perché lo ha voluto Berlusconi. Forte di un accordo personale con la Russia di Putin, mai rivelato, che sembra risalire al suo secondo governo (2001-2006), visto che nel 2007-2008 viene già rispettato. Da notare che Miccichè, infuriato dopo lo stop dei servizi di Mosca, spiega al suo avvocato che “questo russo fa parte della catena di Putin”, però “sta giocando con tutti, anche con Berlusconi e quindi con Marcello”. E l’8 marzo 2008, quando protesta che “il ragazzo, De Caro, non si muove bene”, Dell’Utri gli risponde così: “Per questo bisogna accreditarlo”. La Avelar, in tutti questi affari, fa solo da intermediario: compra, rivende all’estero e trattiene un guadagno. Le intercettazioni fanno pensare che tra gli acquirenti finali del petrolio ci fosse un gruppo americano con uffici a Los Angeles. Ed è alla fine di questo giro stesso di telefonate che Miccichè spiega al senatore come truccare “i cosiddetti voti di ritorno” degli italiani all’estero. Con Dell’Utri che risponde: “Chiarissimo”.  Il 18 marzo anche l’affare D2 sembra chiuso: l’avvocato comunica che potranno usare quattro diverse raffinerie russe, ma “il massimo della produzione lo determinerà Gazprom”. E il primo aprile De Caro annuncia di aver fissato “la prossima settimana l’appuntamento tra Marcello Dell’Utri e Igor Akhmerov”, che è il manager numero uno della Avelar. Ma proprio alla vigilia dell’incontro tra i big, la nostra polizia non sente più nulla: una talpa ha avvisato gli indagati che “tutti i telefoni sono sotto controllo”. Le intercettazioni, quindi, non svelano altri dettagli o ulteriori affari. Per saperne di più, “L’espresso” ha interpellato De Caro, che nel frattempo ha lasciato la Avelar ed è diventato consulente ministeriale, mentre il gruppo Renova creava in Italia un impero nei parchi eolici e nelle bio-energie. Sugli affari con Dell’Utri nel 2008, però, oggi De Caro ricorda poco: non fa alcun cenno al greggio russo D2 e cita solo “due trattative tra Avelar e Pdvsa, una per il petrolio venezuelano, l’altra per commercializzare in Italia il loro gas”, sostenendo che “non andarono in porto, perché Miccichè si vendeva come rappresentante della Pdvsa e invece non aveva alcun mandato”. Una versione che contrasta con quelle fornite proprio da Dell’Utri e Miccichè nel 2008, quando nessuno parlava della Avelar e il loro unico problema era smentire brogli elettorali. Dell’Utri spiegava così a “La Stampa” le sue telefonate al calabrese: “Lui in Venezuela si occupava di forniture di petrolio. Io ero in contatto con una società russa che ha sede anche in Italia, per cui conoscendo questi russi ho fatto da tramite… Non vedo dove sia la materia del contendere”. E Miccichè, da Caracas, ribadiva al “Corriere”: “Non ci siamo mai visti. C’eravamo sentiti via telefono alcuni mesi fa per un contratto di compravendita di petrolio. Io da una parte, alcuni suoi amici russi dall’altra e lui da trait d’union. Ho capito che avrebbe potuto portare a compimento il contratto. Cosa fatta magistralmente e con molta affettuosità”. L. abbate p. biondani espresso

In mutande nella dacia (by De Gregorio)

Lunedì, 29 Novembre 2010

Incapace, vanitoso, inefficace come leader europeo moderno. Noi qui a baloccarci coi giochi democristiani ripescati in soffitta, a fare a rimpiattino con la sfiducia – ma sì, ma no, ma solo un po’, magari più tardi – e i sondaggi che dicono, e le possibili conseguenze del voto quali sarebbero. Loro, anzi lei chiude la questione con un telex di sette parole. Si chiama Elisabeth Dibble l’incaricata d’affari che firma la mirabile sintesi. Meno male che è americana, da noi avrebbero scatenato i cani e le loro copertine. Non è detto che non lo facciano comunque. Sarà certo un uragano, questo dei documenti riservati delle ambasciate Usa pubblicati dal sito Wikileaks, qualunque siano le origini e le ragioni che portano alla divulgazione di quelle carte. Sarà la Caporetto della diplomazia otto e novecentesca di sicuro: del resto viviamo nel Duemila, per chi non se ne fosse accorto la rivoluzione del web è questa. La moltiplicazione delle fonti, l’accesso diretto alle informazioni, la senescenza degli intermediari. Sarà il giorno zero, quello di ieri, e si immaginano broccati e stucchi dei palazzi dove frusciano carte spazzati via dallo tsunami di un clic. Quel che a noi italiani dovrebbe fare più vergogna è che nemmeno in una situazione come questa, in cui tutti sono messi allo stesso modo alla berlina, ci spetta un posto dignitoso nella gerarchia del male possibile. Che so: un piano di politica internazionale efferato, un progetto visionario e malvagio di dominio del mondo. Niente. Gli altri alla berlina, noi in mutande ai piedi del letto. Sarebbe stato interessante, in un certo senso, sapere che come il Pakistan abbiamo avuto una parte nel determinare gli accordi sui combustibili nucleari, che come a Berlino c’è una spia nei palazzi, che come in Belgio e in Slovenia c’è una trattativa sui prigionieri di Guantanamo, che come in Turchia abbiamo ordito un piano segreto. Nulla. Ci tocca la foto delle donnine nude insieme a Putin e Gheddafi ma un po’ indietro sulla scena: a far da maggiordomi. Sesso e soldi: festini e interessi economici personali. Di questo parlano i rapporti. Putin “alpha dog”, maschio alfa o capobranco, anche lui machista e autoritario, a cui il signor B. fa da portavoce condividendone come ricompensa le piacevolezze della dacia e qualche milione da mettere in tasca per l’affare Southstream. I nostri lettori lo ricorderanno: molti mesi fa abbiamo dedicato la copertina alla “banda del tubo”, quella del gasdotto che viene dalla Russia. Hillary Clinton aveva avuto lo stesso sospetto e dato incarico di indagare, sappiamo oggi. Abbiamo perso quel giorno, per diktat del maggiordomo, molti inserzionisti pubblicitari. Abbiamo continuato a scriverlo, siamo stati a lungo gli unici a farlo, siamo stati denunciati per danni. Sarebbe interessante sapere se Mavalà Ghedini sarà incaricato di chiedere risarcimento al governo americano e alla Clinton in specie. Se il disperato Frattini (ieri: «quei documenti sono corpi di reato») si appellerà al quinto emendamento ingaggiando una battaglia legale contro l’evidenza. Molto interessante, interessantissimo anche osservare la reazione degli italiani, in primo luogo di quelli che lo hanno votato. Incapace, vanitoso, inefficace. Che comunista, questa Dibble. Sarà una Mata Hari? E chi guida il complotto, Bersani? O è Fini che si vendica manovrando Hillary a suo piacere? c. de gregorio unità

Berlusconi palpa Putin (by Guzzanti)

Mercoledì, 15 Settembre 2010

66961Putin palpato da Berlusconi (che avrebbe lo stesso vizietto anche con altri uomini e, soprattutto, donne). E’ il gustoso gossip di questa intervista a Guzzanti di Telese. “Paolo Guzzanti vanta l’insolito primato: aver coniato un lemma che oggi corre sulla bocca di tutti, e senza di cui non è più possibile fare cronaca politica: “Mignottocrazia”. Ora, mentre divapano le polemiche su compravendita, prostituzione, ipotesi di baratto fra corpi e seggi, è impegnato in una corsa contro il tempo per consegnare alle stampe un pamphlet con lo stesso titolo, Mignottocrazia: esce in ottobre per Aliberti. Senatore Guzzanti, perché non ha chiuso le bozze? Vuole la verità? Ogni giorno salta fuori una notizia macroscopica sul tema, che mi costringe a riaprire i capitoli. Ad esempio?  Ultima settimana tre volte: compravendita di deputati, dichiarazioni di Angela Napoli, esternazione di Giorgio Stracquadanio, che ha il merito, va detto, di far chiarezza. Come ha impostato il suo pamphlet?  Il sottotitolo provvisorio, non so se diventerà definitivo, è: La sera andavamo a ministre.Potrebbe non esserci perché si è pentito in corso d’opera?  Al contrario. Mi piaceva l’assonanza con ‘La sera andavamo in via Veneto’ di Scalfari. Rende bene la bassezza di un’epoca, il dramma di una classe dirigente. E perché non lo tiene?  Fra le ministre ci sono persone, come la Prestigiacomo, su cui potrei giurare, in fatto di estraneità alla mignottocrazia…Com’è il sistema che ha definito con questa parola? Semplice: la mignottocrazia è un sistema politico fondato sul sex appeal. Che oggi è diventato – attenzione, non solo nel centrodestra, come dimostrano tanti casi – un sistema di selezione delle classi dirigenti. In alcuni casi, purtroppo l’unico. Da quando è così, se è così?
Ho avvertito che qualcosa era cambiato un giorno che, durante una convention di Forza Italia di quelle con i cieli azzurrini e le ragazze vestite con il tubino di Armani, ebbi definitivamente chiaro l’atteggiamento maschilista di Berlusconi. Cosa accadde? Nulla di clamoroso, per gli altri. Ma per me sì. L’incontro era finito, c’era una baraonda pazzesca, ci trovammo io e Berlusconi in mezzo a tanti corpi. E…  E lui, gridando alleegramente mi disse: “Paoloooo! hai visto che pezzo di fica dietro di te? Perché non allunghi la mano e non le tocchi il culo?”. Si potrebbe obiettare che non era la prima, e nemmeno l’ultima battuta.  Ma era gridata in pubblico, da un presidente del Consiglio. L’idea che un premier occidentale potesse esprimersi così era per me inconcepibile. Lo conosceva già, e bene.
Non certo dall’infanzia. E c’è una differenza fra ciò che si può dire in privato, magari di dubbio gusto, e ciò che si può gridare in pubblico. Craxi amava le donne….  Aveva delle pubbliche amanti, se per questo, come Anja Pieroni. So che aveva assediato anche delle giornaliste che lo intervistavano, al Raphael… Ma non avrebbe mai gridato dalla tribuna di un congresso, che gli piacevano le tette o le gambe delle donne socialiste. Si dice: la differenza è che Berlusconi non è ipocrita in pubblico. Cosa risponde? Che è un modo di pensare pericoloso. L’ipocrisia, in moltissimi casi, è un valore. Se io vedo una bellissima ragazza per strada, può passarmi per la mente di strapparle le mutande. Ma se lo faccio divento uno stupratore, non una persona… sincera . Lei dice che Berlusconi porta questo elemento istintivo ancestrale in politica…   Ho coniato il termine Mignottocrazia quando la sessualità di Berlusconi non era ancora tema di interesse nazionale. Ora sono convinto che per lui questo tratto sentimentale sia comune al privato e alla politica… Cioè?  Berlusconi esalta la legittimità dell’istinto, ma la civiltà moderna è la fine dell’istinto. Con lo stesso slancio con cui vuole strappare le mutande alle ragazze che gli passano davanti, Berlusconi vuol strappare le mutande alla Costituzione. Diranno: lei fa moralismo.  Ma io voglio essere moralista in questo. Lui è a suo modo un genio, un genio del male, perché è riuscito a imporre un passaggio di epoca alla politica italiana… Però?  Però non si può accettare senza ribellarsi un sistema dove il sex appeal diventa criterio discriminante rispetto all’intelligenza . È definitivamente acquisita questa mutazione?  Basta guardare il Pdl di oggi per capire che Berlusconi ha solo due modi per giudicare le donne: o belle mignotte in carriera, o brutte da segare. Susciterà un altro putiferio.  Perché? Qualcuno nega che fra una graziosa troietta e una grassa geniale ci sia partita nel Pdl?Lo negano le donne del Pdl.  Non voglio polemizzare, con loro. Ma trovo ipocrita che nel Pdl in cui tutti si danno di gomito, quando c’è una nuova ragazza in carriera, le mie colleghe giochino al rito dell’indignazione. Cosa pensa del caso Noemi?  Non so, quindi non ne parlo. Però ho letto che anche lei si aspettava una carica. E… E cosa sa, invece?  So che Berlusconi prende le cotte, palpeggia, tocca, allunga le mani. Anche con gli uomini, e non certo per fini sessuali. So che persino Putin è furibondo perché lui lo tocca, ogni volta diventa pazzo. Ma produce consenso?
La mignottocrazia ammicca agli elettori. Gli suggerisce l’idea: faccio quello che volete fare voi, quindi è giusto. Invece non lo è affatto, per questo la combatto. (l. telese fatto quotoidiano)

Son tornate le spie bone…

Mercoledì, 30 Giugno 2010

anna_chapman-e1277895184689-300x284Bentornati fra noi, Mikhail, Natasha, Igor, Vladimir, o qualunque sia il vostro nome dietro le identità false di spie della porta accanto. Grazie per averci riportato a un mondo più comprensibile e in fondo più sicuro, buoni e cattivi, indiani e cowboy, Cia e Kgb, noi qui voi là e Le Carrè in mezzo a raccontarci il gioco. Vi avevamo un po’ persi di vista, nel bordello angoscioso e amorfo del terrorismo sanguinario senza stati o bandiere e degli “affari bagnati” alla Litvinenko che puzzano più di mafie che di funerali a Berlino, ma voi non eravate mai scomparsi. Eravate sempre lì, nostri vicini di casa. Anche se forse lo avreste voluto, travestiti da ordinarie famigliole di suburbanites americani sparsi nei sobborghi della Virginia e del New Jersey, per vent’anni assegnati a vivere la vita dell’erba da tagliare, del barbecue per il Quattro di Luglio, delle lezioni di nuoto e di soccer per i bambini, i vostri burattinai e i vostri cani da guardia non vi avevano mai dimenticato. “Ricordatevi perché siete lì” li aveva rimbrottati un cazziatone dello “Sluzhba Vneshney Razvedki”, che era il Primo Direttorato del vecchio, caro Kgb, nel 2009: “Dovete raccogliere informazioni riservate politiche e militare e trasmetterle al C”, alla Centrale. Sveglia, ragazzi, non siete lì per divertirvi. Ma quando la processione di auto senza contrassegni dello Fbi e della polizia di Montclair, il sobborgo di New York sui monti Watchung dai quale nei giorni limpidi si vede benissimo lo skyline di Manhattan sdentato per sempre delle due torri, ha portato via i Murphys, Cynthia e il falso marito (un alias) dalla casetta bianca fra altre casette bianche, le due bambine (vere) sono uscite abbracciando spaventate il cuscino sul quale dormivano. Si credevano americane, come i loro compagni di scuola. Non sapevano di essere cucciole di spie. Da anni lo Fbi, il Federal Bureau of Investigation – non la Cia – che ha il compito del controspionaggio, vi teneva d’occhio, vi seguiva nei condomini di lusso di Capitol Hill, all’ombra della cupola del Parlamento a Washington, dove Mike Zottoli, la spia alle vongole, faceva la parte dell’italoamericano piacione con la finta moglie Patricia Mills, naturalmente “gli inquilini più simpatici del palazzo” secondo l’amministratore. Vi tallonava nei caffè da yuppies e da Sex and the City, tra cappuccini e wi-fi nei quali Anna la Rossa, la bellona genere classico da “honey trap”, da trappola al miele, cadde miseramente lei, nella trappola, quando un agente Fbi le chiese un passaporto falso e lei rispose “shit yes”, da disinvolta di mondo, “merda e come no?”. Vi osservavano, poveri travet dell’intelligence, sui treni del commuting, la ferrovia per pendolari assonnati del New Jersey che vi portava verso i vostri finti lavori, di agente immobiliare (Anna era arrivata a due milioni di dollari in commissioni legittime vendendo appartamenti ai milionari russi con soldi da nascondere), di consulente, di impiegati di banca, di giornalista. Vi avevano intercettato le e-mail, ripreso mentre nell’intervallo per la colazione a Central Park, sbocconcellando felafel bisunti o hot dog grondanti di senape, facevate il giochetto del “tocca e passa”, scambiando foglietti con apparenti sconosciuti urtati per caso. O spedivate i “radiogrammi”, che fanno tanto Guglielmo Marconi sulle colline di Bologna, ma sono invece bursts, sofisticatissime e brevissime esplosioni di segnali radio supercompressi e illeggibili, dagli apparecchi nella cantina delle vostre case, alla sera, mentre la finta moglie svuotava la lavastoviglie e i bambini veri, figli loro, si lavavano i denti prima di addormentarsi abbracciando il cuscino. Tutto come una volta, come negli anni nel quali sapevamo che russi e americani giocavano al “grande gioco” e non c’erano davvero segreti, dietro le paratie stagne che perdevano come colabrodi e le borse con i soldi per finanziare partiti, sindacati, politicanti astuti. E appena gli Usa e la Nato sfornavano un aereo nuovo, sei mesi più tardi un clone con la stella rossa già volava e andava bene così. Perché era sulla mancanza di veri segreti militari che riposava la certezza che né gli Stranamore del Pentagono pre, post o neo falchi, né i vecchi cardinali del Cremlino avrebbero mai osato pigiare il bottone del “Mad”, del reciproco annientamento garantito. Questi undici spioni della porta accanto e della scala B interno 4, o forse più perché il procuratore della repubblica di New York, Mike Farbiarz fa capire che il gomitolo non è stato del tutto dipanato, non avevano ombrelli letali, pillole radioattive, puntali di ferro avvelenati nelle scarpe. James Bond non prenderebbe il treno delle cinque del mattino con il blackberry in una mano e la tinozza del caffè nell’altra mano, né parteciperebbe a riunioni condominiali. Non c’era licenza di uccidere per queste talpe innocue e profondissime, spedite alcune nei primi anni ’90, quando i fessi pensavano che la storia fosse finita e i cari Boris, George, Bill, Ronald, Vladimir fossero divenuti soci di una bocciofila internazionale. Dimenticando il monito di Lord Palmerston, che le grandi nazioni non hanno amici permanenti, ma soltanto interessi permanenti. Dovevano semplicemente diventare americani, usare quell’inglese magari con accento italiano imparato nelle leggendarie scuole del Kgb, le stesse dove si è formato per sempre “il mio amico Putin con gli occhi sinceri”, come disse Giorgino Bush di lui. I Murphy del New Jersey avevano imparato tutte le statistiche di baseball, per essere come il vecchio Joe del cortile accanto. Facevano il tifo per i New York Jets, la squadra che va in ritiro proprio dove loro vivevano. Non c’erano fra di loro afroamericani, ma finti ispanici, come Vicky Pelaez. Si era fatto un piccolo nome, Viky, nel giornalismo e aveva una rubrica di opinioni su El Diario, uno dei massimi quotidiani in spagnolo del nord est. Quando li hanno visti portare via in manette con il solito sfoggio di agenti, furgoni, luci roteanti, non si capiva chi fosse più sbalordito, se i conoscenti o le spie. Non sappiamo ancora quali informazioni terribili avessero passato, ora che in qualunque Internet Cafè di Rawalpindi è possibile studiare e copiare i diagrammi di ogni arma, atomica o convenzionale, ma non dovevano essere gran cosa se nel 2009 la “Centrale” li cazziava per scarso rendimento. L’Fbi sospetta che i russi fossero interessati agli “schianta bunker”, a quelle nuove mini atomiche capaci sbriciolare anche le fortificazioni sotterranee più robuste. I messaggi e le istruzioni dal “C”, dalla Centrale, chiedevano di infiltrare i circoli politici di Washington, di fare quello che ogni secondo segretario di ambasciata fa abitualmente, sciroppandosi strazianti cocktail party a Georgetown per mandare rapportini al ministero che nessuno leggerà, di frequentare personalità dell’alta finanza che comunque non prevedono mai Borse o mercati. E poiché la nuova Russia dell’amico Vladimir tiene al soldo, fra le imputazioni agli undici c’è anche, guarda caso, quella di “riciclaggio di danaro sporco”, profumo di mafie e di paradisi fiscali. Se le accuse saranno provate, 20 anni di carcere attendono Anna la Rossa, Mike il Paisà, Kathy la Mamma. La sedia elettrica dei Rosenberg non funziona più. Ma le bambine dovranno aspettare a lungo per la prossima lezione di nuoto.

Putin: la guerra in Georgia serve a far vincere McCain in America

Domenica, 31 Agosto 2008

Alla CNN Putin ha detto: «C’erano cittadini americani nell’area del conflitto durante le ostilità in Georgia. Bisogna ammettere che possono essere stati lì solo su ordine diretto dei loro capi. Qualcuno in USA ha confezionato questo conflitto per creare un vantaggio per un candidato presidenziale».  [Qui l'articolo originale della CNN e il video-intervista]

(continua…)

Georgia-Russia: il bacio sul podio

Domenica, 10 Agosto 2008

L’abbraccio sul podio della pistola da 10 metri tra la russa Natalia Paderina (a sinistra) e la georgiana Nino Salukvadze. La Paderina ha vinto l’argento e la georgiana il bronzo. Nella notte, la squadra georgiana ha deciso di non ritirarsi nonostante il gravissimo conflitto in corso con Mosca. Dopo la decisione, la Salukvadze è andata a gareggiare ed è risalita dal quarto al terzo posto nella competizione vinta dalla cinese Guo. Poi l’abbraccio sul podio con la "nemica": "’E’ stato molto bello da parte sua venire da me dopo la finale per stringermi la mano"

(continua…)