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Il presidente Napolitano, massone?

Venerdì, 29 Novembre 2013

«Il presidente Napolitano è stato sempre garante dei poteri forti a livello nazionale e degli equilibri internazionali sull’asse inclinato dal peso degli Stati Uniti» scrivono i giornalisti di inchiesta Ferruccio Pinotti (del Corriere della sera) e Stefano Santachiara (Il Fatto) in I panni sporchi della sinistra (ed. Chiarelettere).

Il primo ritratto, di 60 pagine, è dedicato proprio al presidente della Repubblica («I segreti di Napolitano»), «l’ex ministro degli esteri del Pci» come lo definì Bettino Craxi interrogato dal pm Di Pietro nel processo Enimont. I rapporti con Mosca, quelli controversi con Berlusconi (il mensile della corrente migliorista del Pci, Il Moderno, finanziato da Fininvest, ma anche dai costruttori Ligresti e Gavio), e le relazioni oltreoceano, con Washington.

Una storia complessa, dalla diffidenza iniziale del Dipartimento di Stato Usa e dell’intelligence americana («nel 1975 a Napolitano gli fu negato il visto, come avveniva per tutti i dirigenti comunisti»), alle aperture dell’ambasciata Usa a Roma, al «misterioso viaggio» di Napolitano negli Stati uniti nel ’78, nei giorni del sequestro Moro, l’altro viaggio insieme a Occhetto nel 1989, fino «all’incontro festoso, molti anni dopo, nel 2001, a Cernobbio, con Henry Kissinger, ex braccio destro di Nixon, che lo saluta calorosamente: “My favourite communist”, il mio comunista preferito. Ma Napolitano lo corregge ridendo: “Il mio ex comunista preferito!”».

Il credito di Napolitano presso il mondo anglosassone si dipana nel libro-inchiesta anche su un fronte diverso, che Pinotti segue da anni, la massoneria, e che si intreccia con la storia più recente, in particolare con le dimissioni forzate di Berlusconi nel 2011, a colpi di spread e pressioni delle diplomazie internazionali. Su questo terreno gli autori fanno parlare diverse fonti, tra cui una, di cui non rivela il nome ma l’identikit: «Avvocato di altissimo livello, cassazionista, consulente delle più alte cariche istituzionali, massone con solidissimi agganci internazionali in Israele e negli Stati Uniti, figlio di un dirigente del Pci, massone, e lui stesso molto vicino al Pd».

Il quale racconta: «Già il padre di Giorgio Napolitano è stato un importante massone, una delle figure più in vista della massoneria partenopea» (proprio nei giorni successivi all’uscita del libro sarebbe spuntata, dagli archivi di un’associazione massonica di primo piano, la tessera numerata del padre di Napolitano, ndr). Tutta la storia familiare di Napolitano è riconducibile all’esperienza massonica partenopea, che ha radici antiche e si inquadra nell’alveo di quella francese…».

Avvocato liberale, poeta e saggista, Giovanni Napolitano avrebbe trasmesso al figlio Giorgio (legatissimo al padre) non solo l’amore per i codici «ma anche quello per la “fratellanza”» si legge. E poi: «Per quanto riguarda l’attuale presidente, negli ambienti massonici si sussurra da tempo di simpatie della massoneria internazionale nei confronti dell’unico dirigente comunista che a metà anni Settanta, all’epoca della Guerra fredda, sia stato invitato negli Stati Uniti a tenere un ciclo di lectures presso prestigiosi atenei. Napolitano sarebbe stato iniziato, in tempi lontani, direttamente alla «fratellanza» anglosassone (inglese o statunitense)».

Da lì il passo ad accreditare la tesi, molto battuta in ambienti complottisti, di un assist guidato a Mario Monti, è breve, e viene illustrata da un’altra fonte, l’ex Gran maestro Giuliano Di Bernardo («criteri massonici nella scelta di Mario Monti») e da uno 007 italiano.

L’asse di Berlusconi con Putin – specie sul dossier energia – poco gradito in certi ambienti, entra in questo quadro (fantapolitica?). Con un giallo finale nelle pagine del libro, raccontato dalla autorevole fonte (senza nome): Putin avrebbe dato a Berlusconi delle carte su Napolitano. Se queste carte esistono, riguardano più i rapporti americani di Napolitano che quelli con i russi». Materiale per una avvicente spy story su Berlusconi, Napolitano, Monti, Putin, la Cia, il Bilderberg… Paolo Bracalini per “Il Giornale

 

Il rito massonico dell’elezione del Capo dello Stato

Domenica, 21 Aprile 2013

IL libero voto segreto dei parlamentari ha ricostituito in extremis l’unità rappresentativa della nazione con la rielezione di Giorgio Napolitano. Ma prima ci siamo giocati Franco Marini (intesa e condivisione) e ci siamo giocati Romano Prodi (rottura e divisione) a colpi di voto segreto. Il luogo politico dell’affaire è la lotteria massonica detta anche «elezione del presidente» secondo la Costituzione più bella del mondo (firmato: Roberto Benigni).

Lo strumento è il libero voto segreto di deputati e senatori, definiti cecchini o franco-tiratori sul modello della guerra tra Prussia e Francia degli anni 1870 e 1871. Ragioniamo. Adottiamo questo modo di fare ormai esotico, così lontano dai clic della mente retina, così inusuale: ragioniamo, argomentiamo, scaviamo nei concetti. Almeno un po’, senza boria, tanto meno boria del dotto. Sulla scorta del senso comune o del buon senso. Dunque.

Perché sia dannato come spergiuro e traditore un deputato o senatore, il quale aderisca formalmente a una decisione del suo gruppo parlamentare ma poi nell’urna voti in modo difforme, occorre che si diano delle condizioni tassative. Bersani, comprensibilmente adirato con gli altri e non con se stesso, la fa troppo facile.

La prima condizione è che quel voto in dissenso dato nell’ombra colpisca una decisione maturata nella libertà, argomentata razionalmente, presa in un contesto in cui esistevano alternative visibili, dunque una decisione democratica effettiva.

La seconda condizione è chiarire in modo esauriente a che cosa serva il voto segreto, protetto da un catafalco e da opportune tendine, e perché sia considerato irritale e di cattivo gusto sottrarsi alla regola del voto segreto magari fotografando la scheda con il telefonino o ricorrendo a mezzucci grafici, come per esempio la formulazione «R. Prodi» che sarebbe stata adottata da Vendola e dai suoi nel fatale quarto scrutinio di venerdì pomeriggio in cui Prodi cadde con grande fragore e dolore.

La mia tesi è che, prima condizione, le decisioni prese per acclamazione, come nelle tribù barbariche, e proposte nominativamente qualche ora prima del voto, sono una caricatura della democrazia politica, e corrispondono purtroppo al metodo di elezione del capo dello Stato che è proprio della nostra Costituzione, che non è la più bella del mondo, sul modello dell’adunata massonica.

La segretezza è il codice, il linguaggio preferito della procedura costituzionale di elezione del primo magistrato della Repubblica. Se fatti in pubblico, si dice che i nomi si bruciano. Nessuno mai si candida con un programma e con le sue idee e per realizzare un certo modello politico civile, tutti sono sempre portati, sostenuti, inventati da kingmaker che non sono corpi elettorali scelti dai cittadini ma forze potenti, ovvero oligarchie del sistema dei partiti (e anche estranee ad esso).

Il parlamentare è da sempre il terminale, che si vorrebbe inerte ma talvolta non lo è, di questa procedura decisamente antidemocratica. Tutto parte da una circostanza, la scadenza del mandato o le dimissioni del presidente in carica, e dalla fissazione di una data nella quale le Camere si riuniscono come seggio elettorale, il che significa che sono chiamate ad eleggere al buio, senza alcun potere di discussione parlamentare, o sulla scorta di indicazioni sghembe, traversali, presuntive, l’uomo fatale che sarà per sette lunghi anni l’inquilino del Quirinale.

Se è così, ribellarsi è giusto, come diceva il Grande Timoniere cinese. Si obietterà. Ma ribellati a viso aperto, perdinci, non essere ipocrita, non è una bella cosa mentire, dire che sì, si è d’accordo su un nome, e poi «impallinarlo» nel segreto dello scrutinio mettendo nei guai il tuo partito o la tua coalizione, per non parlare di un Paese smarrito.

Ma l’espressione importante è «nel segreto dello scrutinio», tutto il resto è retorica o questione etica che vale nei comportamenti privati o pubblici, in famiglia e nella professione, ma non nell’esercizio della sovranità politica democratica. Qui siamo in una istituzione repubblicana che si è voluta regolare, e su tali questioni avviene in tutto il mondo, con la procedura sacra del voto segreto.

E perché? Ora io affermo una cosa evidente ma accuratamente nascosta tra le righe dell’ipocrisia del potere. Il voto segreto serve proprio a consentire con il timbro della legalità lo svincolarsi del parlamentare da decisioni non democratiche, sebbene a quel modo acconciate tanto per far scena. Il voto segreto è garanzia che l’eletto sia prescelto da un’assemblea libera, che ha sempre il potere di rigettare, comunque si siano espresse, pressioni e trappole che imprigionano la volontà e obbligano in una certa direzione.

Il parlamentare rappresenta la nazione, dice la Costituzione, e in questo non sbaglia. Non è una pedina in mano ai gruppi dirigenti dei partiti e dei movimenti anche a 5 Stelle. E lo strumento che gli consente di rappresentare la nazione si chiama voto segreto. Dunque, i franco-tiratori sono gli eroi della libertà parlamentare e il voto segreto che li legittima e li giustifica è la garanzia che le decisioni siano prese in nome del popolo italiano, e non di Bersani o chi per lui.

Per Franco Marini mi dispiace, ma il quorum era troppo alto, la forza persuasiva di un’intesa tra il Pd e il Cav e Monti è logorata e non unifica due terzi dei rappresentanti della nazione. Per Romano Prodi non posso dire che mi dispiaccia, anche senza maramaldeggiare, ma anche lì vale lo stesso ragionamento.

Per Napolitano, la proposta era persuasiva, sapeva di democrazia politica efficiente e seria, ed è passata senza problemi anche a voto segreto. Sempre che si possa continuare a ragionare, direi, tra un tweet e l’altro, tra un golpe e una marcia da operetta, che non tutto è bene quel che finisce bene, ma provvisoriamente è finita bene. Grazie ai traditori. g. ferrara ilgiornale.it

La Bonino, una vita in poltrona (i ritratti al vetriolo di Perna)

Lunedì, 15 Aprile 2013

Mentre gli altri papabili per il Quirinale stanno acquattati, la radicale Emma Bonino si agita da matti.

Va capìta. È dal lontano 1976 – trentasette anni fa! – che per la prima volta resta senza poltrona. Tutto a causa della batosta elettorale di Amnistia e libertà, la lista sua e di Pannella, che, inchiodata a una percentuale da trigliceridi (0,3), li ha tagliati fuori.

Se ora non trova subito uno strapuntino su cui sedere, Emma rischia una crisi di astinenza. Di qui, la foga che mette per salire al Colle.

Da tempo, batte la grancassa. Ogni giorno, dozzine di sondaggi la dichiarano favorita per le sue personali virtù e il suo essere donna. Pilota una squadra di ammiratori che ne sostengono la candidatura. Sono della compagnia di giro, la stilista Anna Fendi, l’astroscienziata Margherita Hack, Renzo Arbore, Lucrezia Lante della Rovere, Franca Valeri. Hanno mandato una lettera al Corsera per «Bonino presidente», Alessandro Gassman, Sergio Castellitto, Gianmarco Tognazzi, altri così.

Gira sulla Rete un video con diversi divi dello spettacolo che recitano, ammiccanti, slogan più o meno stupidotti, pro Bonino. Si va dal: «Ora al Quirinale c’è la possibilità di avere una donna, talmente straordinaria che andrebbe bene anche se fosse un uomo» di Rocco Papaleo (attore) a: «Il nuovo presidente della Repubblica? Me lo immagino durante il discorso di fine anno: senza cravatta!» di Valeria Solarino (attrice).

Al vociare si aggiunge Marco Pannella il quale, ogni volta che trova un microfono, ripete che la massa degli italiani null’altro vuole che Bonino al Quirinale. Se qualcuno ne dubita, com’è successo nella radiotrasmissione la Zanzara – dove il conduttore ha ricordato il recente 0,3 elettorale di Emma – Marco spacca a pugni lo studio, non tanto per difendere Bonino quanto per la rabbia di sentirsi rinfacciare il fiasco di cui è largamente corresponsabile. In diversi ambienti Emma ha buona stampa. Si ricordano le battaglie laiche e quelle pacifiste. Salì alla ribalta, nei primi anni Settanta, per gli aborti che procurava con una pompa di bicicletta, raccogliendo i feti in un vaso che contenne marmellata. Era il suo modo di combattere alla luce del sole gli aborti clandestini. Sull’onda di queste performance, fu eletta alla Camera nel 1976 con la prima pattuglia radicale entrata in Parlamento (lei, Pannella, Mauro Mellini, Adele Faccio).

Per lo spirito energico e l’alone che circonda i radicali, Bonino è considerata un’idealista che combatte buone battaglie. Senza entrare nel merito di questa impressione, va però aggiunto che ha fatto notevoli giravolte per continuare a godere ininterrottamente dei privilegi propri dei politici. Dal debutto parlamentare, a 28 anni, ai suoi attuali 65, Bonino – come il più logoro personaggio della casta – ha vissuto di poltrone e prebende. Quando Casini e Fini entrarono a Montecitorio (1983), lei era lì da sette anni; all’arrivo di D’Alema e Veltroni (1987), era già veterana da undici.

Emma ha fatto, tra Camera e Senato, sette legislature, toccando il massimo pensionistico. Vanno aggiunte le quattro stagioni al Parlamento di Strasburgo, quattro anni come commissario Ue e due da ministro di Prodi (2006-2008). La sua vita politica, come quella di Pannella, è distinta in tre periodi. Durante la prima Repubblica erano autonomi. Poi, con il bipolarismo, si sono schierati prima con il Cav, poi con la sinistra.

Nel 1994, Emma fu rieletta alla Camera sotto le insegne di Forza Italia e della Lega Nord. Il Berlusca la volle poi commissario Ue agli Aiuti umanitari. Finita l’esperienza, la ricandidò come parlamentare Ue. Dopo dieci anni abbondanti di centrodestra, Bonino e Pannella passarono a sinistra continuando a prosperare con i nuovi amici. Solo nelle elezioni di febbraio si sono messi in proprio, deragliando. Da commissario europeo (1995-1999), Bonino fu travolta dallo scandalo della collega Edith Cresson che aveva elevato il proprio dentista a un alto incarico.

Si scoprì che non era il solo abuso e che gli imbucati erano ovunque. Anche da Emma che amministrava il denaro per Paesi infelici come Bosnia e Ruanda. La commissione Santer, unica nella storia Ue, dovette dimettersi in anticipo. Emma rientrò in Italia e, orfana di poltrone, avviò all’istante una campagna per conquistare il trono del Quirinale basandola, da vera impunita, sui suoi meriti Ue. Prevalse però Ciampi. Era il maggio 1999. In giugno, con perfetto tempismo e i voti del centrodestra, tornò all’Ue come deputato.

Per i lunghi soggiorni esteri, le si accredita una visione globale. In verità, il suo mentore in materia è George Soros, noto speculatore internazionale (suo l’attacco alla lira del 1992), filantropo a tempo perso. George è iscritto al Pr ed Emma si abbevera ai suoi scritti mondialisti. La fama boninana di esperta internazionale poggia su tali letture. In questi ambiti scivolosi, Bonino ha trascinato anche Pannella, con cui – più in generale – ha rapporti nevrastenici. Passano giorni a ingiuriarsi, per poi ritrovare l’armonia in nome della ditta radicale di cui sono i padroni.

Emma ha una tecnica sperimentata quando nel Pr i dibattiti prendono una piega sgradita. Seduta al tavolo di discussione, raccoglie non vista la borsetta che ha ai piedi della sedia, se la stringe sottobraccio pronta a uscire di scena e finge un malore. Quando gli altri gridano allarmati: «Emma che hai?», si accascia da fare pena e si fa portare a casa, centrando l’obiettivo.

Nel 2006, Bonino passò al centrosinistra. Mesi prima, aveva detto di Prodi: «Ha il cervello piatto». Ma, cambiata casacca, gli si mise attorno e diventò ministro delle Politiche europee nel suo governo, con Di Pietro, un manettaro che ai radicali dovrebbe fare orrore, e con marxisti incalliti, tipo Paolino Ferrero, che a liberali come Pannella e soci dovrebbero dare l’orticaria. Emma invece si adattò perfettamente alla sinistra.

Ogni tanto si concedeva un’impennata radicale, ma sotto sotto faceva capire ai nuovi sodali che si potevano fidare. Per fornirne la prova, nella scorsa legislatura, Emma e i radicali hanno addirittura autorizzato l’arresto preventivo di diversi parlamentari, calpestando la loro storia libertaria. Il caso peggiore fu quello di Alfonso Papa del Pdl, dato in pasto al solito Woodcock, con la scusa – spiegò Emma per tutti – che non c’era fumus persecutionis. Così, tradendo se stessi, mostrarono pure di essere ciechi. Oltre al fumo c’era infatti anche l’arrosto, come stabilì poi la Cassazione che dichiarò illegittimo l’arresto per «insussistenza dei presupposti».

Se vogliamo una donna al Quirinale perché cominciare da questa furbacchiona?Giancarlo Perna per “il Giornale

 

Prodi, l’uomo dei misteri punta al Quirinale

Lunedì, 25 Marzo 2013

Autorevoli personalità, anche se trite e ritrite, danno Romano Prodi al Colle dopo Giorgio Napolitano. Settimane fa, si sbilanciò per lui il Corsera che lo ebbe tra i collaboratori. L’augusto Paolo Mieli, che già nel 2006 lo candidò a Palazzo Chigi, lo vede favorito al 95 per cento.

Di simil parere sono il mordace Enrico Mentana e il pensoso Gad Lerner. Non ha ancora profetato il venerando Eugenio Scalfari ma le sue inclinazioni prodiane sono note.
Prodi ha un cursus di peso – presidente Ue, due volte premier – anche se, essendo accanitamente di parte, difetta della neutralità che sarebbe il più bell’ornamento di un inquilino quirinalizio. Il nodo, però, sono i misteri che aleggiano sulla sua persona.

C’è intorno a lui un quid inesplorabile, emerso in diverse circostanze, che egli stesso, trincerandosi dietro il famoso sorriso giocondo, rifiuta di chiarire. L’episodio che lo rese famoso è la seduta spiritica del 2 aprile del 1978, sedici giorni dopo il sequestro di Aldo Moro. Il professore, con altri amici, si trovava nel rustico del collega Alberto Clò, in località Zappolino, trenta chilometri da Bologna. Con i bimbi in giardino e le mogli in cucina, gli uomini si chinarono su un foglio con le lettere dell’alfabeto e, chiedendo lumi sulla prigionia di Moro, lo percorsero con una medianica tazzina di caffè. Gli spiriti risposero: Gradoli. Prodi si precipitò a Roma nella sede Dc di Piazza del Gesù, per comunicare il responso dell’Aldilà. Causa equivoci, gli inquirenti finirono a Gradoli, paese laziale, anziché nella romana via Gradoli, dove effettivamente Moro era incarcerato. Vi giunsero solo giorni dopo, col covo ormai vuoto e la sorte del prigioniero segnata. Ma ciò che conta, è che l’informazione era buona.

ROMANO PRODICome l’aveva veramente avuta Prodi? Lui ha sempre giurato sulla seduta spiritica. Tutti sono invece convinti che si sia inventato un paravento per coprire un tizio in carne e ossa. I più – da Andreotti, al ds Pellegrino, all’ex vicepresidente Csm, Galloni – pensano che la soffiata venisse dai collettivi universitari bolognesi o da Autonomia operaia, ossia tipi loschi vicini alle Br.

ROMANO PRODIDa 35 anni, Romano convive con questo sospetto. Nessuno finora lo ha preso per la strozza ingiungendogli di dire il vero. Dormono le autorità, ronfa la stampa e le illazioni infittiscono. L’ultima, del 2005, è che ci sia stato lo zampino del Kgb. Per un uomo che potremmo vedere presto sul Colle, l’alone è pesante. Ma lui fa lo gnorri. Imperterrito.

Seduta spiritica a parte, di connessioni tra Romano e spionaggio sovietico si è supposto molto nell’ultimo decennio. Primo a parlarne, nel 2006, fu un eurodeputato britannico, Gerard Batten. Stando a costui, l’ex agente dell’Urss, Alexander Litvinenko (poi ucciso col polonio dagli ex colleghi) gli avrebbe rivelato che «il nostro agente in Italia è Romano Prodi». Colma la lacuna, una seconda testimonianza che in parte conferma e in parte attenua questo imbarazzante passato prodiano.

Un altro ex Kgb, Oleg Gordievsky, in un’intervista al senatore Paolo Guzzanti, già presidente della Commissione d’inchiesta Mitrokhin, disse: «Non ho mai saputo se Prodi fosse o no reclutato dal Kgb, ma una cosa è certa, quando ero a Mosca, tra il 1981 e il 1982, Prodi era popolarissimo nel Kgb: lo trovavano in sintonia dalla parte dell’Unione sovietica».

Dunque, se non agente, perlomeno simpatizzante del paradiso socialista in anni in cui Romano era già stato ministro (1978) e assumeva la guida dell’Iri (1982). Quanto ci sia di vero, è impossibile dire. Sconcerta però che Prodi (ma neanche la magistratura) abbia diradato quest’ombra. Lui tace per ridimensionare, ma l’effetto è di lasciare se stesso in balia di sconcertanti interpretazioni.

Ora, si è aperto il capitolo Cina. Romano, dopo la delusione per la cattiva prova del suo ultimo governo (2006-2008), ha rivolto l’attenzione al gigante orientale. Da anni, è più a Pechino e Shangai che a Bologna. Tiene corsi alla scuola del Partito comunista, è popolare mezzobusto nelle tv locali, pontifica nelle università. È il perito dei cinesi per i loro affari nell’Ue e in Italia.

Il suo compito più rilevante è quello di consulente della nuova agenzia di rating cinese, Dagong, che fa valida concorrenza alle tre sorelle Usa, Moody’s, Fitch e S&P. Poiché Dagong, a fine 2011, da poco insediato il governo Monti, abbassò l’affidabilità del debito italiano, ci si chiese che parte avesse avuto Prodi nella bocciatura. Più o meno esplicitamente fu accusato di essere il cavallo di Troia cinese nelle nostre faccende. Romano querelò Libero che aveva alluso senza però degnarsi di spiegare il suo ruolo nella vicenda. Con il risultato di tingersi ancora più di fosco.

Sempre sull’indecifrabilità del suo comportamento, ve ne racconto un’altra. Il primo che cercò di dare con beni pubblici una bella mano all’arricchimento di Carlo De Benedetti, proprietario di Repubblica, è stato il nostro Prodi (gli altri furono Carlo Azeglio Ciampi e Giulianino Amato). Graziosamente introdotto dal giornalista Scalfari, l’Ingegnere si presentò da Romano presidente dell’Iri e gli chiese di cedergli la Sme, holding alimentare.

All’istante, Prodi si accordò per vendergliela a 497 miliardi di lire. Un regalo. Tanto che il governo Craxi (siamo nel 1985), ignorando la stipula, mandò il piano all’aria.

Si seppe poi che prima dell’Ingegnere si era fatta avanti la Heinz. Fu il ministro liberale dell’Industria, Renato Altissimo, ad annunciare a Prodi l’interesse della multinazionale. Romano però fu secco: «Neppure alla lontana c’è l’ipotesi di una vendita Sme. Hai idea del prezzo? Stiamo parlando di millecinquecento miliardi».

Un mese dopo, saltò fuori che aveva firmato con De Benedetti. Altissimo, infuriato, andò da Prodi e gli chiese: «Perché a Renato (cioè a lui, ndr) hai detto no e a Carlo sì?». Romano, con un sorrisone da zucca di Halloween, replicò: «Perché Carlo ha un taglietto sul pisello che tu non hai». Sottile allusione al fatto che De Benedetti, essendo ebreo, fosse circonciso. Con annesso sottinteso che non si poteva dire no alla fantomatica «lobby ebraica».

Se Altissimo gli avesse anche chiesto perché valutando la Sme 1.500 miliardi in maggio, abbia tentato di venderla in giugno per 497, la risposta sarebbe stata oltremodo interessante. Ma ciò non avvenne. Il silenzio si aggiunge alla lista dei misteri di Prodi. Vogliamo davvero al Quirinale un uomo che porta con sé un simile fardello da spy story? g. perna ilgiornale

Al Presidente Napolitano, la ns Costituzione violata (by Dagopsia)

Domenica, 16 Dicembre 2012

Signor Presidente, gentile Re Giorgio,

Siamo un sito web piccolo ma libero e, visto che non lo fanno altri mezzi di comunicazione più importanti di noi, ci rivolgiamo direttamente a Lei come garante supremo e custode della Costituzione, nel suo spirito e nella sua prassi, per sottoporre alla Sua alta considerazione alcuni aspetti della contraddittoria evoluzione del quadro politico nelle ultime settimane, cosa che alimenta disorientamento e confusione tra gli italiani, italiani peraltro gia’ duramente provati da una crisi economica che le attuali generazioni mai avevano dovuto affrontare.

Noi siamo certi che Ella soltanto possa riportare tali aspetti nell’alveo dell’ineccepibilita’ istituzionale, poiché sa bene che la miscela di una crisi che impoverisce e di una politica che rischia di uscire dai binari istituzionali costituiscono un rischio effettivo per la nostra democrazia che Lei, Signor Presidente, ha a cuore più di ogni altra cosa.

Lunedì si apre la settimana decisiva della legislatura e dell’attuale governo. E subito dopo tutto sara’ nelle Sue mani per le ultime determinazioni, che sono di competenza propria del Capo dello Stato. Approvata la legge di stabilita’, il professor Monti Le ha preannunciato che verra’ a rassegnare nelle Sue mani le dimissioni irrevocabili del governo, dimissioni che, secondo i più, avranno come conseguenza l’immediato scioglimento delle Camere e l’indizione delle elezioni politiche generali conseguenti.

Qui ci permettiamo di sottoporLe una questione molto delicata: sulla base di cosa Lei potrà accettare le dimissioni del presidente Monti e procedere al decreto di scioglimento? Vi e’ stato forse un voto di sfiducia al governo in una delle due Camere o il governo avendo posto la fiducia su di un atto di particolare rilievo del proprio indirizzo politico non l’ha ottenuta?

Nessuna di queste precondizioni si e’ verificata, infatti il presidente del Consiglio in carica vorrebbe basare le sue dimissioni con il discorso in Aula dell’onorevole Angelino Alfano e con la successiva astensione del Pdl, partito di maggioranza relativa, su due provvedimenti tutto sommato non decisivi per l’azione del governo come la legge di stabilita’ su cui pure verra’ posta la fiducia e sulla quale il medesimo Alfano ha gia’ annunciato il voto favorevole del partito che formalmente egli continua a guidare.

Se anche si volesse strumentalizzare il discorso in aula dell’onorevole Alfano, esso manca di un requisito essenziale ai fini della valutazione del Capo dello Stato: Alfano non ebbe a concludere il suo discorso invitando il presidente del Consiglio a recarsi al Quirinale per le conseguenti determinazioni. Ci siamo andati a rileggere il resoconto stenografico dell’intervento di Alfano e abbiamo potuto vedere che tutto ciò non c’è.

C’e’ invece quanto basta, Signor Presidente, secondo le nostre a tutta evidenza modeste nozioni di diritto costituzionale, per consigliare al presidente Monti una verifica politica della sua maggioranza attraverso un formale dibattito in Parlamento su di un documento politico proposto dal governo per verificare il consenso dei deputati e dei senatori.

Se il presidente Monti, come sembra, non intendesse fare ciò prima delle dimissioni Lei avrebbe ampia materia per rinviare il governo in Parlamento in modo da verificare se la fiducia e’ venuta davvero meno e dunque il presidente del Consiglio ritorna dal Capo dello Stato a reiterare le proprie dimissioni, che solo a quel punto diventano davvero irrevocabili secondo il dettato costituzionale e non secondo gli umori dello stesso presidente del Consiglio. E’ questo, crediamo, il percorso coerente con la prassi costituzionale di cui Ella e’ garante.

nel caso del presidente Monti vi e’ di più:

1. Egli venne al Quirinale a dirLe che si sarebbe dimesso irrevocabilmente per via del discorso di Alfano ma meno di 48 ore dopo il capo vero del Pdl, Silvio Berlusconi, e lo stesso Alfano (ovviamente) chiedono al professor Monti di fare il candidato premier di una larga coalizione di centrodestra, cosa legittima ma che dimostra ancor più come non sia venuta meno la fiducia del Pdl nell’attuale premier. Che gioco e’ questo, Signor Presidente?

2. Dopo le recenti decisioni del Tar sul Lazio, che ha revocato l ‘obbligo di votare il 3 e il 4 di febbraio e venute meno le polemiche circa l’accettazione dell’election day da parte delle forze politiche, ci permettiamo di chiederLe: perché votare il 17 febbraio e non tornare invece alla ipotesi della seconda domenica di marzo o al 7 aprile, che sappiamo essere di Suo gradimento, attraverso un percorso, questo si davvero ordinato, di fine legislatura, come da Lei sempre auspicato?

3. Lei sa, Signor Presidente, che i partiti che non sono in Parlamento, nonostante il numero sia stato dimezzato, non riusciranno a raccogliere le firme necessarie entro il 12 di gennaio. E sa anche che Beppe Grillo sta gia’ gridando dal suo blog alla democrazia dimezzata. Il suo movimento si sta muovendo per raccoglierle ma se si accorge di non farcela ci mette poco a boicottare le elezioni in segno di protesta e il rischio che, come in Sicilia, l’astensionismo superi il 50 per cento degli aventi diritto diventa reale.

Che ne sarà’ in tal caso del futuro Parlamento, quale legittimazione e quale autorevolezza avrà il governo che ne sarebbe espressione? Senza contare, come lo stesso Grillo paventa, l’eventualità del cattivo tempo, molto comune in febbraio come ad esempio proprio il 12 febbraio dell’anno scorso, data della bufera di neve a Roma e nel Centro Italia, quella bufera che il sindaco di Roma, Alemanno, ben ricorda.

4. Sappiamo bene, Signor Presidente, che i nostri destini sono legati all’Europa, ma non Le sembra che l’attuale premier, che in Italia appare molto “choosy” verso tutti, a Bruxelles o Strasburgo non tema di prendere partito, aiutato magari in tale operazione da membri italiani del Parlamento europeo come gli onorevoli Mauro Mario e Mastella Clemente? Non sarebbe il caso di spiegargli che non e’ poi così opportuno e apprezzato dagli italiani farsi definire, mentre presenta in tv il suo libro sulla democrazia in Europa, “Governatore della regione Italia” dalla sua coautrice e moltissimo amica Sylvie Gaulard, mentre egli stesso la guarda adorante?

Affidiamo a Lei con rispetto, Signor Presidente, queste domande che Aldo Moro avrebbe definito “angosciose”, consapevoli come siamo che solo Lei ha l’autorità, l’autorevolezza e le prerogative assegnateLe dalla Costituzione per mettere al bando tutte le miserie, oggettive (a partire dai “mercati” che non rispettano i paesi che non si fanno rispettare) e soggettive (dispetti, ombrosità, ambizioni giuste o sbagliate e quant’altro), rammentando a tutti che la forma e il rispetto delle regole in democrazia sono sostanza e non orpelli.

Con deferente stima, a nome dei nostri lettori. I collaboratori e il Fondatore

POST SCRIPTUM.
Signor Presidente, gentile Re Giorgio, anche noi abbiamo cercato di incanalare nella più corretta forma istituzionale il nostro pensiero. E’ nostro dovere aggiungere, agganciati come siamo al pensiero vero di un paese tanto stremato quanto arrabbiato, che se non si rispettano le regole tanto vale che Lei, nell’ordine:

1. Faccia un decreto per prolungare il Suo mandato al Colle per altri tre anni e si occupi direttamente un paio di ore al giorno di crescita e sviluppo, facendo squadra con Mario Draghi.

2. Ne faccia un altro per spostare le elezioni ad anno e secolo da destinarsi, almeno risparmiamo

3. Riconfermi direttamente Monti a palazzo Chigi e ne informi Lei la signora Merkel e anche il signor Barroso e Goldman Sachs ovviamente. Se crede, gli metta Bersani come vice ma senza Alfano, basta Letta Gianni per ogni evenienza. Per Casini, se necessario, veda Lei qualcosa così il suocero e’ contento.

4. Nomini, sempre con lo stesso decreto, Luca di Montezemolo ministro degli Esteri. Fara’ certamente meglio di Terzi di Santaqualcosa, così non perde tempo a fare il partito e può liberare i maro’ detenuti in India usando la sua amicizia con Ratan Tata, sbloccando contemporaneamente anche gli affari Finmeccanica in quel Paese, tanto le cose appaiono ormai ben legate. A patto che resti presidente della Ferrari, ciò e’ evidentemente necessario al miglior espletamento delle funzioni di ministro.

5. Revochi la nomina di senatore a vita al professor Monti e nomini al suo posto per sei mesi l’anno Beppe Grillo (così anche gli italiani che non vanno sul web possono godere di un suo show in Senato) e per gli altri sei mesi Silvio Berlusconi (resta inteso che nei sei mesi di Grillo Berlusconi se ne starà a Malindi o in altra località esotica con la sua o con le sue fidanzate, così e’ al riparo dai giudici cattivi tutto l’anno).

Anche in questo caso, ne siamo certi, il Paese gliene renderà merito. Se si muovesse con tempestivita’ salverebbe anche l’esimio professor Monti dall’abbraccio di tutti i riciclati, voltagabbana, ex banchieri e banchieri in servizio, incandidabili e ciellini che stanno salendo sulla sua zattera.

via Dagospia

I finti tagli del Quirinale

Lunedì, 13 Febbraio 2012

Giorgio Napolitano parla di tagli al Quirinale. Dice che nel suo settennato c’è stato un risparmio di sessanta milioni di euro. Il personale è stato ridotto di 394 unità e, nel 2011, ha provveduto alla riforma delle pensioni di anzianità. la riduzione degli straordinati. Il Colle ci informa che anche lì si fanno sacrifici in un momento in cui a tutti viene chiesto di tenere duro. Tra le misure adottate c’è anche anche il blocco del turn over del personale, e l’applicazione di un contributo di solidarietà del 5 e del 10 per cento per le indennità degli altri gradi. Ma al di là dei tagli, resta un dato: il Quirinale ha spese enormi se confrontate con quelle di altre istituzioni paragonabili. La spesa per i beni e i servizi è aumentata di 300mila euro (ma il Quirinale lo spiega con le spese sostenute per il 150° anniversario dell’unità d’Italia. Ma nonostante tutto il Quirinale ha a bilancio ancora 228 milioni di euro, per il 2012 sono previste 245,3 milioni di spesa. Per farci un’idea: la Casa Bianca costa 136,5 milioni di euro, l’Eliseo 112,5, Buckingham Palace 57. Insomma, nonostante il primo passo compiuto da Napolitano, la strada per abbattere davvero i costi è ancora lunga e il traguardo lontanissimo.libero

Quirinale, costi folli

Giovedì, 5 Gennaio 2012

(…) Prendendo lo spunto da una vacanza presidenziale a Villa Rosebery, il Ratti si chiede perché Napolitano non vada in albergo.

 E propone che la villa sia visitata a pagamento dai turisti, che il Quirinale diventi prevalentemente museo, che la tenuta di Castelporziano accolga bambini disabili e bisognosi.Proposte che corrispondono, ne sono sicuro, ai desideri di tanti italiani.Nell’essenziale la polemica riguarda una struttura mastodontica che ha duemila dipendenti e comporta spese molto superiori a quelle concesse alla regina Elisabetta (secondo cifre non aggiornatissime trecento dipendenti), o al re di Spagna (543), o a Barack Obama (466), o a Sarkozy (941). Con l’avvertenza che Barack Obama e Sarkozy sono Capi di Stato operativi, non con funzioni prevalentemente notarili o di moral suasion, come l’italiano e il tedesco.Perché mai, si domandano i contribuenti, il Quirinale costa oltre duecento milioni di euro l’anno e la presidenza tedesca un decimo? Sono proprio necessarie, per lo svolgimento dei compiti assegnati al Presidente, le 1200 stanze del magnifico palazzo che fu residenza dei Papi? È chiaro che, a lume di buon senso non lo sono. Non lo erano nemmeno quando ospitavano i Re d’Italia (ma Vittorio Emanuele III adibiva il Quirinale solo ad ufficio, preferiva vivere nella villa dove Mussolini fu ricevuto il 25 luglio 1943 per un ultimo colloquio, e poi caricato su un’ambulanza).L’anomalia del Quirinale sta nella sua grandiosa vastità. Lo scandalo del Quirinale sta nel numero degli addetti. Non so oggi, ma fino a qualche tempo fa vi si contavano 20 cuochi, 20 addetti alla biancheria, 6 addetti alle livree. Personalità straniere sono spesso ospiti del Presidente. Ma quest’apparato appare spropositato.È oltretutto strapagato. Si dà per inteso che chiunque, nell’ambito pubblico, debba lavorare nei centri del potere (il Quirinale o Palazzo Chigi o le Camere) debba avere un sensibile aumento di retribuzione. Che poi rivendicherà, come diritto acquisito, quando sarà restituito alle normali mansioni. In una delle sue sacrosante crociate contro lo spreco, Raffaele Costa propose che per il personale in servizio al Quirinale fossero soppresse «l’indennità di alloggio, l’indennità informatica, l’indennità di guida, l’indennità di servizio caccia, l’indennità di cassa, l’indennità di incarico, la quattordicesima mensilità, la triplice gratifica annua». Temo – ma non oso addentrarmi nei segreti della contabilità ufficiale stando alla quale i parlamentari italiani sono i meno pagati d’Europa – che poche tra queste escrescenze burocratiche siano state smantellate. Anche perché a difesa dei peggiori privilegi si mobilitano sempre i sindacati del pubblico impiego oltre ai vari Tar, Consiglio di Stato e se necessario Corte costituzionale.La responsabilità del gigantismo quirinalesco non ricade sull’attuale presidente. Viene da lontano e ricade su chi, per una straordinaria voluttà d’amplificazione dei compiti e di moltiplicazione del personale, ha ideato la struttura della presidenza. (Non diversamente vanno le cose quando viene istituita una qualsiasi «autorità»). La prima preoccupazione dei politici e di molti burocrati è quella d’assegnare poltrone e stabilire emolumenti destinati possibilmente a familiari, amici, clienti.Il marchingegno cui si è fatto ricorso per dilatare il Quirinale è stato semplice. Al Capo dello Stato sono stati attribuiti dei consiglieri – per gli esteri, per gli interni, per le finanze, per la giustizia e così via – ma questi personaggi, anziché limitarsi a informarlo doverosamente sui fatti riguardanti la loro competenza, hanno finito per guidare complessi e affollati uffici con impiegati, segretarie, uscieri, auto blu. Ministeri bonsai che riproducevano e riproducono nella Presidenza la grande struttura dello Stato.Il Quirinale come sintesi – in verità tutt’altro che sintetica – dello Stato.Bisognerebbe tagliare, sfoltire, restituire i consiglieri al loro ruolo individuale d’esperti, senza un seguito microministeriale. Ma chi prova a metter mano in quegli ingranaggi rischia d’esserne stritolato. Anche con la maggiore buona volontà si procede a ritocchi, non a riforme, si usano le forbici anziché il machete. Nelle spese per il Quirinale l’appannaggio del Presidente ha un’incidenza minima. Circa 220mila euro lordi l’anno, pur sempre una bella cifra ma meno di quanti percepisce un europarlamentare italiano.Si può e si deve discutere dell’opportunità che il Capo dello Stato abbia a sua disposizione più residenze (il fasto cerimoniale che caratterizza la monarchia inglese non può caratterizzare una repubblica). Ma il male oscuro non sta tanto in questo tipo d spese – comunque da ridimensionare – quanto nel modo in cui il Quirinale, pigmeo del potere stando alla Costituzione, s’è trasformato in un colosso burocratico: e nessuno riesce a porre rimedio infrangendo – salvo che con modifiche timide – la regola italiana secondo la quale gli organici degli uffici pubblici possono variare solo in crescita, mai in diminuzione. m. cervi ilgiornale.it

Le 35 auto blu di Napolitano

Venerdì, 9 Dicembre 2011

La primissima mossa del governo Monti, si apprende, sarà usare il più possibile le auto nazionali (blu) e meno quelle straniere, ma ci sono problemi. Pare infatti che il parco auto «italiano» dei ministeri, da una prima ricognizione, sia ingolfato da Fiat Croma prima serie, Alfa Romeo 166, Lancia K e lancias Dedra: roba spesso inutilizzabile e fuori produzione. Fa niente: dopo anni di amarezze sarà contento almeno Luca Cordero di Montezemolo: Silvio Berlusconi, da premier, ha infatti sempre rifiutato le auto del gruppo Fiat e ha sempre prediletto le tedesche. L’ex premier si presentò in Mercedes persino al funerale di Gianni Agnelli e rifiutò una Maserati Quattroporte regalata da Montezemolo in persona, la stessa che ora ha a disposizione Mario Monti. Il punto è che anche Gianfranco Fini, Vincenzo Visco, Romano Prodi, Umberto Bossi e Fausto Bertinotti preferirono Bmw. Lancia Thesis, invece, per la controparte storica di Montezemolo: i tre leader confederali. Una beffa.A comprar straniero, primo paradosso, aveva cominciato il governo di centrosinistra alla fine del 2000: le tedesche facevano forti sconti mentre il gruppo Fiat proponeva solo vecchie Lancia K o Alfa 166. Cominciò Vincenzo Visco con una notevole Bmw 745, presto imitato da Ottaviano Del Turco. Gianfranco Fini e Umberto Bossi, intanto, guidavano Bmw serie 5 e serie 3 mentre Romano Prodi, il 9 agosto 2005, giorno del suo 66esimo compleanno, annunciò che si sarebbe regalato una Fiat Croma: ma venne beccato da Striscia la notizia mentre lo scarrozzavano su un’altra Bmw serie 5. Striscia beccò su analoga auto anche Bertinotti, che peraltro si era da poco speso in un’accorata difesa del made in Italy. Ma per Montezemolo la beffa, come detto, fu che a viaggiare italiano rimanevano soltanto i sindacati.La disputa tra Montezemolo e Berlusconi risale al dicembre 2007 e tutto sommato è divertente: «Trovo umiliante per la Fiat e per il Paese», disse il primo, che una persona così eminente viaggi in macchine straniere». Qualcuno aveva avuto a insolentirsi anche quando Berlusconi, nel gennaio 2003, si era presentato in Mercedes al funerale di Gianni Agnelli: eppure l’Avvocato, primo paradosso, amava moltissimo proprio le Mercedes; le portava soprattutto in Costa azzurra anche perché le Fiat non erano poi tanto veloci: «Quando guidava», il racconto è di Henry Kissinger, «non rispettava limiti né segnaletica stradale. Ogni tanto imboccava le strade contromano». Nella dichiarazioni dei redditi del 2002, in compenso, Agnelli vantava tredici Panda mentre Berlusconi aveva una Bmw 750, un’Audi 100, una Mercedes 600 e una sorprendente Citroen Dyane. Manco una italiana.Le cose sembrarono poter cambiare nel 2002, quando Berlusconi, da premier, provò la nuova Lancia Thesis: disse che gli ricordava la mitica Fiat 130 – che aveva avuto a suo tempo – e improvvisò che avrebbe prese «almeno sei». Morale: non ne prese nessuna. Si mormorò di alterchi con Agnelli, ma altri confermarono semplici ragioni di sicurezza: le auto tedesche del Cavaliere erano particolarmente blindate e per guidarle al meglio i suoi autisti potevano seguire particolari corso a Ingolstad, sede tedesca della Audi. Ecco allora che due anni dopo, nel luglio 2004, Montezemolo regalò a Berlusconi una blindatissima Maserati Quattroporte: grigio Palladio, interni in pelle beige, inserti in palissandro intarsiato. Carlo Azeglio Ciampi ne aveva appena ricevuta una uguale. Il dettaglio è che Berlusconi ringraziò, ma continuò discretamente a usare la sua Audi A8 e poi anche una Mercedes. Il perché, entro certi limiti, restano affari suoi. Come il fatto che molte sue «amiche» (chiamiamole) ebbero il regalo soltanto Mini, Smart e Mercedes.Per i più curiosi, comunque, ecco un elenco palesemente incompleto di auto blu in uso a celebrità varie.Ex ministro Ignazio La Russa, prima della Maserati: Audi A6 blindata. Presidente della Sardegna Ugo Cappellacci: Audi A6. Presidente del Trentino Alto Adige Alois Durnwalder: Audi A6. Presidente del Molise Michele Iorio: Audi A8. Avvocato dello Stato Ignazio Francesco Caramazza: Audi A6. Sindaco di Genova Marta Vincenzi: Toyota Prince ibrida. Ex ministro Michela Vittoria Brambilla: Audi A8 di sua proprietà e, a Roma, Bmw serie 5 della presidenza del Consiglio. Presidente della Provincia di Milano Guido Podestà: Audi A8 presa a noleggio. Governatore della Puglia Nichi Vendola: Wolkswagen Passat e, occasionalmente, Bmw già in uso alla scorta. Governatore della Lombardia Roberto Formigoni: Lexus. Presidente della Sicilia Raffaele Lombardo: Audi A6.Nota: il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha a disposizione un parco macchine di 35 autovetture; tre sono Lancia Thesis blindate, usate alternativamente; due sono autovetture storiche – Lancia Flaminia 335 del 1961 – e quattro sono di alta rappresentanza a disposizione di Capi di Stato esteri in visita in Italia. Avanzano 24 autovetture, compresi due pulmini. f. facci ilpost

Il Cav. dà corpo ai timori di Napolitano by Caldarola

Giovedì, 3 Marzo 2011

La macchina berlusconiana avanza come uno schiacciasassi sulle istituzioni. È un crescendo aggressivo come le prime scene di Apocalypse now. Dove non arrivano le invettive e le frasi roboanti prende il sopravvento l’iniziativa parlamentare. La decisione dei capigruppo della maggioranza di chiedere a Gianfranco Fini di sollevare il conflitto di attribuzione per salvare il premier dal processo di Milano è l’ultima prova di come la strategia berlusconiana voglia trascinare in un conflitto di proporzioni mai viste lo stesso Parlamento. Qualche giorno fa il presidente della Repubblica, in una intervista a un giornale tedesco, aveva chiarito come la via maestra che Berlusconi ha di fronte a sé, per respingere le accuse in nome delle sue ragioni, è quella di difendersi nel processo essendo previste nell’ordinamento tutte le garanzie che possono assicurare un giudizio giusto. In molte occasioni precedenti Napolitano aveva invitato tutte le forze in campo a non coinvolgere le istituzioni in uno scontro rovinoso. Né l’uno né l’altro appello sono stati accolti da Berlusconi. Il cosiddetto conflitto di attribuzione corrisponde a una strategia tesa a elevare al massimo il livello dello scontro per creare una pubblica opinione favorevole all’imputato eccellente, per riscaldare il clima in vista di un voto, per stabilire le condizioni di una trattativa favorevole al premier. Due obiettivi si pone la destra con questa scelta. Il primo è quello di contrapporre il Parlamento alla magistratura. Non solo. Un’eventuale conflitto di attribuzione investirebbe anche la Corte costituzionale, ovvero la Corte di cassazione come sostengono alcuni. Saremmo di fronte a un incrocio di conflitti che porterebbe a una paralisi e a una situazione senza via d’uscita. L’altro obiettivo è quello di portare a compimento lo scontro con la presidenza della Camera chiamata in queste ore a decidere se la materia sottopostagli dai capigruppo della destra sia di pertinenza dell’ufficio di presidenza ovvero dell’Aula. La terza carica dello Stato si trova quindi messa al centro dello scontro fra governo e magistratura. Mancano le armi, ma è una vera guerriglia armata dal fortino di Palazzo Grazioli. La crisi politica sta assumendo quindi sempre più i contorni di una crisi di sistema del tutto imparagonabile con altre situazioni analoghe. Il quadro che si delinea vede la presidenza del Consiglio pronta a scatenare una straordinaria rissa istituzionale pur di garantire a Berlusconi l’immunità dal processo. Camera e Corte costituzionale diventano ostaggio di una strategia che non vuole solo tutelare un uomo potente ma anche smontare l’assetto istituzionale al prezzo di un blocco politico senza precedenti. Per coprire l’inefficienza del governo niente deve più funzionare. Quanto tutto ciò abbia a che fare con i problemi veri dell’Italia è davanti agli occhi di tutti. Si fa sempre più strada la convinzione che c’è qualcosa di nuovo e di terribile in quel che sta agitando le iniziative della destra. Siamo di fronte al tentativo di una vera spallata all’assetto repubblicano con una sorta di giudizio di Dio sulla intoccabilità del premier che coinvolge ogni aspetto della vita pubblica. Tutto ciò aveva temuto il Capo dello Stato nei suoi insistenti tentativi di riportare lo scontro entro una cornice più accettabile. Finora il governo ha mostrato viceversa una propensione verso una strategia opposta. Non è facile prevedere quel che accadrà. Sappiamo solo che il concetto di “ad personam” conosce una dilatazione senza precedenti nelle democrazie occidentali con un premier che non solo subordina l’attività legislativa alle sue esigenze ma provoca fratture dentro le istituzioni per le stesse ragioni. C’è quanto basta per gridare all’allarme. La ricaduta di questo conflitto nella società civile provoca fenomeni dannosi di lunga durata con un mondo di sostenitori del premier che vivranno come stranieri in patria e si sentiranno nemici delle istituzioni che non assecondano le esigenze del loro beniamino, e un’altra parte che si convincerà una volta di più che l’associazione belusconismo uguale autoritarismo sia la più convincente. Gli statisti, da che mondo è mondo, uniscono il paese, almeno cercano di farlo, Berlusconi, invece, dopo aver alzato un suo personale muro di Berlino nella società italiana, ora forza la mano con toni, messaggi e obiettivi dalle finalità distruttive. È troppo per un paese ormai stremato. p. caldarola il riformista

Napolitano, il Pd lo protegge con lo scudo: perchè?

Martedì, 6 Luglio 2010

Perché mai i senatori del Pd vogliono dotare il presidente della Repubblica di uno scudo quale non si è mai visto, sottraendolo, durante il suo mandato, a qualsiasi legge penale? La risposta che ci hanno dato lascia di stucco: per evitare che l’attuale maggioranza servendosi di “magistrati politicizzati” possa mettere fuori gioco il capo dello Stato. Al Quirinale dicono di essere all’oscuro dell’iniziativa. Non abbiamo dubbi che sia così. Sarebbe incredibile che oltre a trovarsi accanto a Berlusconi nell’imbarazzante lodo Alfano, Napolitano chiedesse per sé una super-protezione. Si torna quindi alla domanda iniziale: di cosa hanno avuto sentore i senatori Pd che possa minacciare l’inquilino del Colle? Per carità, in questa Italia torbida dove i ministri cadono uno dopo l’altro travolti dagli scandali, nulla si può escludere. Tanto meno un complotto per indebolire le massime istituzioni onde lasciare mano libera al Caimano. E chi sarebbero poi questi “magistrati politicizzati” azzurri e non rossi, espressione pericolosamente identica a quella cara ai berluscones? Infine, ci si rende conto che lo scudo oggi costruito per Napolitano potrebbe, domani, dare a un mister B. assiso al Quirinale la sempiterna immunità? Oppure i Pasticcioni Democratici ne hanno combinata un’altra delle loro? (a. padellaro il fatto quotidiano)

2 – I DEMOCRATICI VOGLIONO RENDERE IL “QUIRINALE” IMMUNE DAI REATI PENALI
Eduardo Di Blasi per il Fatto Quotidiano
La preoccupazione principale, enunciata dal senatore Pd Stefano Ceccanti, era quella di dotare il Capo dello Stato di uno scudo “ampio” e a suo modo “diverso” da quello che il Lodo Alfano cosiddetto “costituzionalizzato” riserva al Presidente del Consiglio. Uno scudo che lo sganciasse, anche, da una eventuale “pressione politica” da parte della maggioranza di governo. Il risultato individuato e messo agli atti con l’emendamento “1.5″ presentato in commissione Affari Costituzionali del Senato, a firma sua e degli altri esponenti Democratici (Adamo, Bastico, Bianco, Della Monica, De Sena, Incostante, Mauro Maria Marino, Sanna, Vitali e Casson) afferma, però, senza mezzi termini: “Al di fuori dei casi previsti dall’articolo 90 della Costituzione, il Presidente della Repubblica, durante il suo mandato non può essere perseguito per violazioni alla legge penale”. Durante il settennato, l’inquilino del Colle può dunque macchiarsi delle peggiori nefandezze, escluso l’alto tradimento e l’attentato alla Costituzione (che sono quelli espressamente previsti dall’articolo 90 della Costituzione), senza dar conto a nessuno. Come è possibile? Per Ceccanti quello individuato era l’unico modo per evitare che il Presidente della Repubblica potesse essere messo sotto processo dalla maggioranza parlamentare. Perchè, spiega, l’articolo 1 del testo Alfano presentato al Senato dal Pdl permetteva proprio questo. Dava cioè la possibilità al Parlamento, in seduta congiunta, di dare il via libera ad eventuali inchieste della magistratura sul Presidente della Repubblica in carica.  Ceccanti la spiega così la stortura alla quale si può andare incontro mantenendo il testo della maggioranza: “Se un magistrato politicizzato decidesse di aprire un’inchiesta su Napolitano, basterebbe un voto del Pdl in Parlamento a mettere in mora il Presidente della Repubblica, e non possiamo permettere una impropria relazione fiduciaria tra il garante delle istituzioni e le forze politiche”. Una preoccupazione che, seppur non appaia prossima, potrebbe essere anche giudicata legittima: ma perchè dire che il Presidente non può essere processato tout court? Non bastava fare un emendamento che prevedesse una “maggioranza qualificata” invece che una maggioranza semplice di modo da bloccare il potere di impeachment da parte di una singola fazione politica? Per Ceccanti l’emendamento del Pd taglia, in qualche modo, la testa al toro, sganciando “la figura di garanzia del Presidente dalla partita politica”.  Felice Casson, anche lui firmatario del documento Pd, chiarisce che l’emendamento è parte di una strategia più complessa di “riduzione del danno” in una materia delicata: “Abbiamo presentato anche emendamenti soppressivi, e quelli sulle maggioranze qualificate. Se questi ultimi fossero accolti saremmo i primi a non presentare quello che allarga la tutela del Presidente della Repubblica”. Il problema, ribaltiamo, si porrebbe se l’emendamento del Pd fosse invece accolto. “Capisco il rischio – ribatte – ma la discussione procede per gradi, è in itinere, ed è ancora lunga. Del resto – obietta – è ovvia la nostra contrarietà al Lodo Alfano”. Certo, ammette, tra le fila dei Democratici, ci sono posizioni anche molto diverse, e non sono in pochi, ad esempio, a volere anche il ritorno dell’immunità parlamentare per deputati e senatori. Contrarissimi, al lodo ma anche all’emendamento “blinda-Colle” del Pd, sono il senatore Democratico Gerardo D’Ambrosio, e Francesco Pancho Pardi che siede, unico esponente dell’Idv, in commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama. “Ma che stiamo scherzando? – esclama il primo – È una cosa da matti. Stiamo perdendo il senso della misura”. E articola: “Non riesco a capire perchè si decida di emendare un testo del genere. Ma non riesco neanche a comprendere perchè il Capo dello Stato debba essere giustificato dal compiere o dall’aver compiuto dei reati di natura penale. L’inquilino del Colle ha già tutte le garanzie proprie del ruolo. Alla Presidenza della Repubblica, inoltre, deve andare un uomo specchiato, eccellente, non chi può aver commesso reati e deve fuggire dalle condanne. La più alta carica dello Stato non può avere processi pendenti”. Spiega, ancora, che se il problema è rappresentato da una “magistratura politicizzata” che inquisisce il Capo dello Stato per fini di parte, “non si procede a blindare il Presidente ma a ricercare le responsabilità o anche a riformare la magistratura”. D’Ambrosio, d’altronde, è sulla linea della “inemendabilità” di testi come quello sul Lodo Alfano che ora è all’attenzione del Senato (il termine per la presentazione degli emendamenti in commissione è scaduto il 23 giugno). Annuncia che parlerà al collega Ceccanti, così come ha già fatto anche Pardi: “Li ho messi sull’avviso – afferma l’esponente dell’Idv – Perchè a me appare chiaro il pericolo che al Colle possa finirci anche Silvio Berlusconi. E allora che si fa? Ho scritto più volte a Ceccanti per avvertirlo del pericolo. Mi pare una sottovalutazione del problema assai simile a quella che portò Massimo D’Alema, all’epoca, a non fare la legge sul conflitto di interessi”. Dal Quirinale nessun commento ufficiale. Nessuna conoscenza del provvedimento.