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La Bonino, una vita in poltrona (i ritratti al vetriolo di Perna)

Lunedì, 15 Aprile 2013

Mentre gli altri papabili per il Quirinale stanno acquattati, la radicale Emma Bonino si agita da matti.

Va capìta. È dal lontano 1976 – trentasette anni fa! – che per la prima volta resta senza poltrona. Tutto a causa della batosta elettorale di Amnistia e libertà, la lista sua e di Pannella, che, inchiodata a una percentuale da trigliceridi (0,3), li ha tagliati fuori.

Se ora non trova subito uno strapuntino su cui sedere, Emma rischia una crisi di astinenza. Di qui, la foga che mette per salire al Colle.

Da tempo, batte la grancassa. Ogni giorno, dozzine di sondaggi la dichiarano favorita per le sue personali virtù e il suo essere donna. Pilota una squadra di ammiratori che ne sostengono la candidatura. Sono della compagnia di giro, la stilista Anna Fendi, l’astroscienziata Margherita Hack, Renzo Arbore, Lucrezia Lante della Rovere, Franca Valeri. Hanno mandato una lettera al Corsera per «Bonino presidente», Alessandro Gassman, Sergio Castellitto, Gianmarco Tognazzi, altri così.

Gira sulla Rete un video con diversi divi dello spettacolo che recitano, ammiccanti, slogan più o meno stupidotti, pro Bonino. Si va dal: «Ora al Quirinale c’è la possibilità di avere una donna, talmente straordinaria che andrebbe bene anche se fosse un uomo» di Rocco Papaleo (attore) a: «Il nuovo presidente della Repubblica? Me lo immagino durante il discorso di fine anno: senza cravatta!» di Valeria Solarino (attrice).

Al vociare si aggiunge Marco Pannella il quale, ogni volta che trova un microfono, ripete che la massa degli italiani null’altro vuole che Bonino al Quirinale. Se qualcuno ne dubita, com’è successo nella radiotrasmissione la Zanzara – dove il conduttore ha ricordato il recente 0,3 elettorale di Emma – Marco spacca a pugni lo studio, non tanto per difendere Bonino quanto per la rabbia di sentirsi rinfacciare il fiasco di cui è largamente corresponsabile. In diversi ambienti Emma ha buona stampa. Si ricordano le battaglie laiche e quelle pacifiste. Salì alla ribalta, nei primi anni Settanta, per gli aborti che procurava con una pompa di bicicletta, raccogliendo i feti in un vaso che contenne marmellata. Era il suo modo di combattere alla luce del sole gli aborti clandestini. Sull’onda di queste performance, fu eletta alla Camera nel 1976 con la prima pattuglia radicale entrata in Parlamento (lei, Pannella, Mauro Mellini, Adele Faccio).

Per lo spirito energico e l’alone che circonda i radicali, Bonino è considerata un’idealista che combatte buone battaglie. Senza entrare nel merito di questa impressione, va però aggiunto che ha fatto notevoli giravolte per continuare a godere ininterrottamente dei privilegi propri dei politici. Dal debutto parlamentare, a 28 anni, ai suoi attuali 65, Bonino – come il più logoro personaggio della casta – ha vissuto di poltrone e prebende. Quando Casini e Fini entrarono a Montecitorio (1983), lei era lì da sette anni; all’arrivo di D’Alema e Veltroni (1987), era già veterana da undici.

Emma ha fatto, tra Camera e Senato, sette legislature, toccando il massimo pensionistico. Vanno aggiunte le quattro stagioni al Parlamento di Strasburgo, quattro anni come commissario Ue e due da ministro di Prodi (2006-2008). La sua vita politica, come quella di Pannella, è distinta in tre periodi. Durante la prima Repubblica erano autonomi. Poi, con il bipolarismo, si sono schierati prima con il Cav, poi con la sinistra.

Nel 1994, Emma fu rieletta alla Camera sotto le insegne di Forza Italia e della Lega Nord. Il Berlusca la volle poi commissario Ue agli Aiuti umanitari. Finita l’esperienza, la ricandidò come parlamentare Ue. Dopo dieci anni abbondanti di centrodestra, Bonino e Pannella passarono a sinistra continuando a prosperare con i nuovi amici. Solo nelle elezioni di febbraio si sono messi in proprio, deragliando. Da commissario europeo (1995-1999), Bonino fu travolta dallo scandalo della collega Edith Cresson che aveva elevato il proprio dentista a un alto incarico.

Si scoprì che non era il solo abuso e che gli imbucati erano ovunque. Anche da Emma che amministrava il denaro per Paesi infelici come Bosnia e Ruanda. La commissione Santer, unica nella storia Ue, dovette dimettersi in anticipo. Emma rientrò in Italia e, orfana di poltrone, avviò all’istante una campagna per conquistare il trono del Quirinale basandola, da vera impunita, sui suoi meriti Ue. Prevalse però Ciampi. Era il maggio 1999. In giugno, con perfetto tempismo e i voti del centrodestra, tornò all’Ue come deputato.

Per i lunghi soggiorni esteri, le si accredita una visione globale. In verità, il suo mentore in materia è George Soros, noto speculatore internazionale (suo l’attacco alla lira del 1992), filantropo a tempo perso. George è iscritto al Pr ed Emma si abbevera ai suoi scritti mondialisti. La fama boninana di esperta internazionale poggia su tali letture. In questi ambiti scivolosi, Bonino ha trascinato anche Pannella, con cui – più in generale – ha rapporti nevrastenici. Passano giorni a ingiuriarsi, per poi ritrovare l’armonia in nome della ditta radicale di cui sono i padroni.

Emma ha una tecnica sperimentata quando nel Pr i dibattiti prendono una piega sgradita. Seduta al tavolo di discussione, raccoglie non vista la borsetta che ha ai piedi della sedia, se la stringe sottobraccio pronta a uscire di scena e finge un malore. Quando gli altri gridano allarmati: «Emma che hai?», si accascia da fare pena e si fa portare a casa, centrando l’obiettivo.

Nel 2006, Bonino passò al centrosinistra. Mesi prima, aveva detto di Prodi: «Ha il cervello piatto». Ma, cambiata casacca, gli si mise attorno e diventò ministro delle Politiche europee nel suo governo, con Di Pietro, un manettaro che ai radicali dovrebbe fare orrore, e con marxisti incalliti, tipo Paolino Ferrero, che a liberali come Pannella e soci dovrebbero dare l’orticaria. Emma invece si adattò perfettamente alla sinistra.

Ogni tanto si concedeva un’impennata radicale, ma sotto sotto faceva capire ai nuovi sodali che si potevano fidare. Per fornirne la prova, nella scorsa legislatura, Emma e i radicali hanno addirittura autorizzato l’arresto preventivo di diversi parlamentari, calpestando la loro storia libertaria. Il caso peggiore fu quello di Alfonso Papa del Pdl, dato in pasto al solito Woodcock, con la scusa – spiegò Emma per tutti – che non c’era fumus persecutionis. Così, tradendo se stessi, mostrarono pure di essere ciechi. Oltre al fumo c’era infatti anche l’arrosto, come stabilì poi la Cassazione che dichiarò illegittimo l’arresto per «insussistenza dei presupposti».

Se vogliamo una donna al Quirinale perché cominciare da questa furbacchiona?Giancarlo Perna per “il Giornale

 

I radicali, la più diabolica setta politica italiana

Mercoledì, 20 Giugno 2012

Marco Pannella che si presenta alle riunioni «mano nella mano con l’ultimo dei suoi fidanzati», e poi lo impone «come futuro dirigente o futuro parlamentare». Pannella che si fa trovare nudo nella vasca da bagno quando Gaetano Quagliariello gli va ad annunciare la sua uscita dal partito. Pannella che fa lo sciopero della fame e della sete, sì, ma con una scorta di pipì già pronta da bere, bollita e sterilizzata, nel frigo.Pannella il grande seduttore, lo strabordante visionario, l’eterno padre padrone di quella singolare famiglia, allargata eppure claustrofobica, che è il partito radicale. Un partito «dove il denaro, tanto denaro, veniva dilapidato». E dove Emma Bonino, da sempre, sogna di diventare la prima donna presidente della Repubblica. A raccontare vita, soldi, amori e dolori della «più diabolica setta politica italiana» è un pamphlet online di ben 208 pagine, “Da servo di Pannella a figlio libero di Dio” (www.fedecultura.com ). Caso politico-editoriale assicurato: la prefazione è di monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino, vicinissimo a Cl; la casa editrice è l’ultra cattolica Fede&Cultura, vicina a riviste di apologetica come Radici cristiane; quanto all’autore, Danilo Quinto, collabora con l’agenzia Fides e con L’Osservatore Romano, con Scienza e Vita e La Voce di don Camillo.E in effetti è una storia che sarebbe piaciuta a Giovanni Guareschi. Prima di convertirsi al cattolicesimo, e per ben dieci anni, Quinto è stato infatti tesoriere radicale e custode degli affari societari del partito; nel 2005 ha rotto drammaticamente con Pannella, è stato denunciato e condannato per l’appropriazione indebita di 230 mila euro, e, a sua volta, ha fatto causa per 5 milioni di contributi mai pagati, tredicesime e ferie non retribuite, danni morali e materiali. E’ dunque un ex. Pentito. E dopo essere passato nelle file del nemico, ha scritto un’antropologia del mondo pannelliano che a Pannella e ai suoi non piacerà per niente. A cominciare dallo slogan sulla copertina: la «più formidabile macchina mangiasoldi della partitocrazia italiana». Aspettatevi il botto.Laura Maragnani per “Panorama.it

ESTRATTO DEL LIBRO DI DANILO QUINTO, “DA SERVO DI PANNELLA A FIGLIO LIBERO DI DIO”…

IL DIGIUNO COME ARMA DI SEDUZIONE E DI POTERE…
Quel che veramente interessa a Pannella – per avere successo con i suoi digiuni – è raggiungere l’obiettivo dell’audience: mostrare in televisione e nelle fotografie che compaiono sui giornali, il suo volto perennemente in lotta per i più deboli e gli indifesi, per coloro che soffrono e sono umiliati. «Stampiamo la fotografia del corpo emaciato di Giovanni Negri disteso sul divano, in digiuno da quaranta giorni» ripeteva sempre Pannella a chi realizzava i giornali radicali.Di quel corpo del giovanissimo Negri era ancora innamorato. Il digiuno, quindi, non solo come arma di ricatto, ma anche di seduzione. Gaetano Quagliariello mi raccontò una volta un aneddoto della sua vita. È il 1980 ed è uno dei tre vice-segretari di Pannella, che aveva assunto le redini del Partito Radicale; gli altri due erano Francesco Rutelli e la povera Maria Teresa Di Lascia. «Quando decisi di dimettermi, Pannella mi invitò a casa sua, per parlarmi » mi disse Quagliariello.«Salii le scale e la porta era aperta, ma non c’era nessuno. Udii, però, una voce. La seguii. Pannella era nella vasca da bagno, nudo. In quel momento era in digiuno, che si protraeva da molti giorni. “Vedi in che stato sono?” mi disse, quasi piangendo. “E tu vorresti dimetterti proprio ora e lasciarmi solo così? Non capisci il dolore che mi dai?”». «E tu che facesti, Gaetano?» chiesi a Quagliariello.«Non dissi nulla. Capii che dovevo solo sottrarmi e scappare» mi rispose. Ecco come Pannella cerca di sedurre e manipolare. I digiuni di Pannella servono innanzitutto ad azzerare il dibattito interno, perché di fronte a un digiuno nessuno si permette d’interloquire politicamente, di discutere, e l’unico elemento di riflessione riguarda la salute del capo, rispetto alla quale sono tutti molto partecipi. Si sentirebbero soli e abbandonati senza di lui, incapaci persino di pensare, tanto sono abituati a essere, tutti, dei meri esecutori.A un certo punto del digiuno può accadere che – naturalmente davanti a una telecamera – Pannella beva la sua orina, fatta bollire prima del digiuno e conservata in frigorifero, al fine di allungare i giorni dell’impresa nonviolenta. L’episodio mi fu raccontato dal suo medico di fiducia d’allora, anche lui radicale. Ho visto piangere persone che dal vivo osservavano questa scena, ignare di come tutto, anche i digiuni, possano essere programmati e preparati nei dettagli, a livello scientificoPuò anche capitare che, nel bel mezzo di un digiuno, il nutrito collegio dei medici che lo assiste – e che stila più volte al giorno bollettini sulla salute medica del digiunatore – premuroso, imponga il ricovero. Ecco che i grandi giornali ne parlano e all’ospedale corrono le telecamere. Vengono mandate in onda lunghe interviste o chiama in diretta televisiva il Presidente della Repubblica.Una volta, il 20 aprile 2002, lo fece Carlo Azeglio Ciampi, alla trasmissione di Canale 5 Buona Domenica. Conduceva Maurizio Costanzo e in studio c’erano Pannella e Roberto Giachetti, allora deputato della Margherita ed ex radicale, ora segretario del gruppo del Partito Democratico alla Camera dei Deputati, uno dei più fedeli ex ancora legati al leader radicale, trait d’union con un altro ex famoso, Francesco Rutelli. I due protestavano per la mancata elezione da lungo tempo, da parte del Parlamento, di due giudici della Corte Costituzionale.Giunse – preparata dai radicali, nei giorni precedenti, con lunghe e continue conversazioni con gli ambienti del Quirinale – la telefonata del Presidente della Repubblica, che così si espresse: “Vorrei dire, in relazione a quanto hanno detto ora l’onorevole Pannella e l’onorevole Giachetti, che le loro preoccupazioni per il vuoto creatosi in una istituzione fondamentale, quale è per il nostro Stato la Corte Costituzionale, sono da me pienamente condivise. E sono state da me espresse preoccupazioni più volte. Basta ricordare la lettera che inviai ai presidenti delle due Camere circa due mesi fa e che resi pubblica. Da martedì, il Parlamento passerà a votazioni continuative: mi auguro che ciò porti a un risultato positivo.Alcuni giornali oggi hanno fatto riferimento all’ipotesi di un mio messaggio. È una possibilità, a me ben presente, nel caso di deprecabili, ulteriori ritardi”. Poi Ciampi si rivolse direttamente a Pannella e Giachetti, dicendo: “Voglio ricordar loro che il principio fondamentale della nostra civiltà è il rispetto per la vita, anche per la propria. E di tutto cuore rivolgo un caldo appello: caro Pannella, caro Giachetti, sospendete subito questo sciopero della sete e della fame”.Nello studio televisivo c’era, giusto per un puro caso, un carrello, con sopra due bicchieri pieni d’acqua. Costanzo lo fece inquadrare: “Approfittatene subito” disse pronto e quasi trafelato il Presidente della Repubblica. Pannella rispose in maniera solenne, quasi aulica: “Grazie al suo umile e forte gesto passo dallo sciopero della sete allo sciopero della fame” e bevve, insieme a Giachetti, il bicchiere d’acqua.Pensai a questa divertente gag quando, il 6 marzo del 2005, durante una riunione della direzione di Radicali Italiani, sentii parlare così Pannella di Ciampi e incidentalmente di Silvio Berlusconi: “Da noi c’è anti-legalità, vissuta, assorbita dai Presidenti della Repubblica. Noi abbiamo questa testa di cazzo, ignorante di politica e di altro, ma anche furbo e abile, che ogni giorno distrugge… con un governo che non sa che cazzo sia, per tutte le sue componenti, stato di diritto e libertà, non fa parte del suo vissuto, che non ha mai ricordato ai Presidenti della Repubblica e a questo, tu parli di politica sotto la mia responsabilità, se no stai zitto (…) Noi abbiamo il più pulito dei Presidenti. Questa testa di cazzo ci è e ci gioca, ci fa”.Le posizioni mutano, si adeguano. Del resto, quella di Pannella – nei confronti dei potenti e del potere – è una strategia antica quanto micidiale. Nel 1998 mi capitò di partecipare a una riunione a Botteghe Oscure. Il segretario dell’allora Partito Democratico della Sinistra, Massimo D’Alema, riceveva Pannella per discutere dei problemi dell’informazione televisiva e degli spazi che venivano dedicati ai radicali. Durò due ore la pazienza di D’Alema nell’ascoltare Pannella. Ogni tanto lo interrompeva, ma ci riusciva solo per qualche istante. Spesso l’ex leader comunista mi guardava, come per dirmi ma questo, che cosa vuole? e io alzavo gli occhi al cielo.Dopo lo sproloquio di Pannella – il solito, contro l’informazione che a suo parere lo censurava – i due si salutarono. Si sarebbero rivisti molte volte negli anni seguenti, quando si trattava di comprendere quale incarico internazionale si sarebbe dovuto assegnare a Emma Bonino. Il rapporto tra loro è solido e di lunga data e non c’è molto da stupirsi, quindi, quando Pannella parla così di D’Alema: “Capisco perché Massimo D’Alema se ne vuole andare in yacht: perché il territorio, grazie a lui, è merda pura” (Radio Radicale, 5 giugno 2011). Pannella e il potere.Una vicenda ondivaga ed equivoca. Anche torbida. Come non ricordare l’elezione a Presidente della Repubblica di Oscar Luigi Scalfaro, di cui Pannella, che ne era stato l’artefice, si vantò? «Scalfaro?» disse il leader radicale a “Il Mattino” il 3 giugno 1992, «il presidente che sognavamo». Per poi affermare, il 26 gennaio 1996, a “Il Giornale”: «È prepotente come don Rodrigo. Per questo i cittadini lo puniranno» e il 28 gennaio dello stesso anno, in una dichiarazione: «Scalfaro ha sfidato il Paese e il Parlamento. È un eversore fuorilegge che, solo per questo, merita la messa in stato d’accusa… Qui c’è una sola persona che deve fare un passo indietro, fino al limite della galera: è Scalfaro».Scalfaro si ricordò di queste parole e il 29 aprile 2006, mentre presiedeva la prima seduta del Senato di quella legislatura, disse a Pannella che protestava a gran voce e inviperito dalla tribuna del pubblico per la mancata elezione: «Le auguro un miglior risultato la prossima volta». E ancora, si può dimenticare quel che Pannella diceva di Prodi il 29 agosto 1995? “Il professore Prodi se ne torni a casa” affermò “rendendo più tempo al solo sport nel quale ha raggiunto significativi successi: lo spiritismo. Anzi, a questo proposito, una domanda: ma perché mai di queste mie allusioni o piuttosto sarcastiche rievocazioni di un episodio saliente della vita di Prodi tutti fanno finta di non accorgersi? (…) Caro Prodi, davvero: se ne torni a Gradoli e dintorni” (“Il 3 aprile 1978, nel corso di una seduta spiritica a cui partecipa il futuro presidente dell’Iri, Romano Prodi – racconta Gianluca Neri ne Il caso Moro: Romano Prodi, Via Gradoli e la seduta spiritica – una ‘entità’, nella fattispecie, e come risulterà dal verbale, gli spiriti di don Sturzo e La Pira, avrebbe indicato ‘Gradoli’ come luogo in cui era tenuto prigioniero Aldo Moro.Sulla base della segnalazione dall’aldilà, il 6 aprile viene organizzata una perlustrazione a Gradoli, un paesino in provincia di Viterbo. Al ministero dell’Interno, che aveva in precedenza ricevuto la segnalazione su via Gradoli, nessuno mette in collegamento le due cose. È la moglie di Moro, Eleonora, a chiedere se non potrebbe trattarsi di una via di Roma. Cossiga in persona, secondo la testimonianza resa in commissione da Agnese Moro, risponde di no. In realtà via Gradoli esiste, e sta sulle pagine gialle”).Pannella continua a scagliarsi contro Prodi nel 2005 – “se questo centrosinistra prodiano andasse al potere io lascerei l’Italia”, “Corriere della Sera” del 18 aprile 2005, pag. 8 – ma poi le prospettive cambiano e nel 2006, incassata la promessa della presenza di Emma Bonino nel governo, afferma “saremo i suoi ultimi giapponesi” (“L’Unità”, 5 dicembre 2006). Che groviglio di posizioni e quale spessore di interessi! Chissà che cosa dirà Pannella, tra qualche mese o qualche anno, di Giorgio Napolitano. Per ora i due si coccolano e sembrano amarsi.Nell’estate del 2011, dopo l’ennesimo digiuno, il Presidente della Repubblica è autore di una lettera rivolta a Pannella, in sciopero della fame e della sete sulla questione delle carceri. Il 30 giugno, così scriveva Pannella a Napolitano: “La davvero straordinaria, quotidiana, pubblica, sapiente opera – e fatica – nella quale il suo ottantaseiesimo anniversario ha colto il Presidente della Repubblica trova il Paese sensibile e riconoscenteQuanto la sua forza morale consente a tutti di riconoscergli la sua continua eccezionale creazione di energia anche fisica e intellettuale, anziché il suo spendersi e consumarsi, come umanamente certo più consueto, più ‘normale’”. Al presidente Cossiga, che esternava quotidianamente il suo pensiero, perché si rendeva conto, con le sue cosiddette picconate, che solo così avrebbe potuto salvare quel che rimaneva della Prima Repubblica, Pannella, furibondo, rivolgeva accuse violentissime, come quella di attentato alla Costituzione. L’avrebbe voluto addirittura in carcere.Al presidente Napolitano, che molto più di quanto facesse il suo predecessore, interviene nel dibattito politico, talvolta orientandolo, spesse volte condizionandolo, il leader radicale rivolge il suo omaggio, definendolo “fortemente animato dalla sua capacità di dedizione anche personale alla funzione di massima magistratura dello Stato italiano, evoca – insomma e finalmente – la grande virtù repubblicana”(!).Per poi ricordare che “il Presidente ha voluto recentemente tornare ad altamente onorarmi di suoi pubblici elogi e riconoscimenti”. Quest’ultima affermazione è assolutamente vera. La lettera rivolta dal Presidente della Repubblica al leader radicale del 23 giugno 2011, mentre questi si era fatto ricoverare in clinica a seguito del suo sciopero della sete, esordiva amorevolmente così: “Credo che l’Italia ti debba il giusto riconoscimento per la determinazione con la quale hai intrapreso tante battaglie per sollecitare una piena affermazione e tutela delle libertà civili e dei diritti dei cittadini.”E continuava: “Alcuni temi che nei decenni passati hanno via via sensibilizzato e coinvolto la pubblica opinione del nostro Paese, come quelli del divorzio, della regolamentazione dell’aborto, del riconoscimento dell’obiezione di coscienza, del pluralismo dell’informazione, della tutela dell’ambiente, della necessità, invocata con indiscutibile lungimiranza, di combattere e debellare la fame nel mondo e di eliminare in tutti i Paesi la pena di morte, sono diventati patrimonio culturale comune di larga parte della società italiana”.L’investitura che il Presidente della Repubblica fa del leader radicale è un atto politicamente sconcertante. Rappresenta anche la testimonianza di quale sorta di legami ambigui e ricattatori Marco Pannella possa godere nei confronti del potere e di quante lusinghe – consapevolmente – per accattivarselo e tenerselo buono, il potere usi nei suoi confronti. Inquietante è la capacità di Pannella di avere rapporti complessi – e qualche volta misteriosi, anche se spesso è egli stesso, nella sua megalomania a darne notizia – con le varie forme di potere segreto, parallelo a quello istituzionale.Il 30 agosto 2011, su “La Bussola Quotidiana”, Riccardo Cascioli faceva notare la curiosa coincidenza tra le dichiarazioni di Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia che riguardavano la Chiesa Cattolica, a cui “va tolta” diceva Raffi “l’esenzione dall’Ici per i beni immobili non destinati al culto” e “va congelato l’8 per mille per tre anni fino al raggiungimento del pareggio di bilancio” e l’iniziativa dei radicali, che lo stesso giorno, il 19 agosto, annunciavano un emendamento alla manovra finanziaria per “escludere qualsiasi esenzione sull’Ici per gli immobili che svolgono attività commerciali, indipendentemente da eventuali finalità di culto”.”In pratica – scriveva Cascioli – la stessa proposta di Raffi, detta in altro modo. E dietro ci va gran parte del Partito Democratico”. Su questo tema, i radicali sono stati pervicaci, capziosi e pericolosi. L’esenzione dall’Ici, infatti, è materia estranea agli accordi concordatari. Deriva dalla legislazione ordinaria, si applica alle sole attività religiose e di rilevanza sociale ed è del tutto uguale a quella di cui si giovano gli altri enti non commerciali, in particolare il terzo settore.Tanto pervicaci i radicali, quanto insipida e timida la Conferenza Episcopale Italiana, che li ha affrontati in maniera blanda, a volte stucchevole. La posizione radicale è stata sovente giustificata dall’esistenza di un dossier che sulla questione aveva aperto nel 2007 l’Unione europea. In quel periodo, al governo c’era Romano Prodi e uno dei suoi ministri era guarda caso Emma Bonino che, quando si diffuse la notizia dell’iniziativa europea, dichiarò: “Il governo esaminerà le ulteriori richieste quando arriveranno”.Era stato proprio uno dei deputati radicali, Maurizio Turco, a segnalare alla Commissione europea il particolare trattamento Ici riservato, a suo dire, agli immobili della Chiesa. Era tutto, quindi, consequenziale, preordinato e scritto. La decisione del governo Monti – definita rivoluzionaria, storica, da coloro che come gli opinionisti di “Repubblica”, costituiscono, con le loro campagne denigratorie e infamanti, la quintessenza dell’anti-cristianesimo in questo Paese – ha solo ratificato un’atmosfera che ha individuato un nemico e lo vuole abbattere.Ora, c’è chi festeggia e si prepara ancora a tramare e a sferrare altri attacchi, come quello che mira all’abrogazione del Concordato. Io, se fossi Gelli, mi presenterei nelle liste del Partito Radicale, cantava Giorgio Gaber, con preveggenza, in un album del 1985. Il 27 settembre 1987 “La Repubblica” a pagina 8 scriveva: “Alle ultime elezioni politiche Licio Gelli fu sul punto di candidarsi nelle liste del Partito Radicale. “L’Espresso” in edicola domani riferisce alcuni particolari della trattativa: il capo della P2, allora latitante all’estero (si è consegnato alle autorità svizzere solo lunedì scorso), affidò la proposta di candidatura al suo amministratore in Italia, che garantì di averla fatta pervenire a Marco Pannella.Per definire meglio l’operazione entrò in scena il figlio di Gelli, Maurizio, che ebbe una serie di incontri con un gruppo ristrettissimo di esponenti radicali”. Nella stessa data, Pannella, sul “Giornale d’Italia” precisava: “Troppo occupati da Cicciolina, scagliata contro il Pr per cercare di occultarne discorsi, obiettivi e altri candidati, settimanali e quotidiani italiani – a eccezione del ‘Corriere della sera’ nell’unica intervista che mi fu consentita – ritennero di dover occultare l’informazione del tentativo da me fatto di far tornare in Italia Licio Gelli, libero di parlare senza temere conseguenze giudiziarie, e impegnato personalmente a farlo, con precise garanzie in proposito.Non è che tale informazione la ignorassero. Ma in campagna elettorale, mentre potevamo rispondere a eventuali speculazioni alla Tv, nei comizi, nelle piazze e nelle radio, si ritiene evidentemente troppo rischioso e a noi troppo favorevole aprire una polemica sull’argomento”. Dopo le elezioni – scriveva ancora Pannella – anche in discorsi parlamentari e in interviste radiofoniche e televisive, ho cercato di provocare un dibattito sull’argomento, dichiarando che il solo partito che avesse lottato anche in Parlamento contro le mene della P2, quando era in auge e gli editori dell’Espresso, ad esempio, stilavano con Tassan Din e la Rizzoli piduista vergognosi e criminali patti di spartizione della stampa, era anche il solo impegnato e interessato – oggi – a far tornare e se possibile parlare l’ex capo della P2. Come ebbi a dichiarare durante la campagna elettorale, anche al ‘Corriere della Sera’, il tentativo non andò in porto, e non certo per i motivi – inesistenti – evocati dal settimanale di Caracciolo e Scalfari”.E Pannella, in conclusione, avvertiva, non sappiamo chi, ma avvertiva: “Ora Gelli è tornato in circolazione. Ha fatto bene. Deve però stare attento ai caffè alla Pisciotta o alla Sindona, e ci pare assolutamente improbabile che voglia rischiare simili ingestioni o anche semplicemente suicide esposizioni a denunce per calunnia da parte di potenti e potentissimi. Anche per questo abbiamo già approntato la richiesta di una commissione d’inchiesta parlamentare che, nell’arco di cento giorni al massimo, svolga un supplemento di indagine e di attività di accertamento giudiziale della verità, interrogando, se vorrà, Licio Gelli.Stiamo a vedere se la richiesta sarà votata e con tutta l’urgenza che merita e da quali forze parlamentari. Ci auguriamo che non accada di nuovo quel che accadde nella legislatura cruciale, quella 1976-79, quando i quattro deputati radicali furono i soli a prendere iniziative parlamentari per denunciare il pericolo quando era rischioso e difficile farlo, anziché collaborare con gli esponenti della P2 ai più alti livelli militari e del quarto potere”.Il 31 dicembre ‘87, sempre “La Repubblica” a pagina 7 raccontava: “La candidatura di Licio Gelli nelle liste del Partito Radicale alle elezioni politiche dello scorso giugno non si concretizzò a causa del poco tempo a disposizione, che non avrebbe permesso l’organizzazione di una campagna elettorale destinata al successo. È quanto afferma Maurizio Gelli, figlio del maestro della P2, in una lunga intervista all’Espresso. ‘Ho incontrato varie volte Marco Pannella in un albergo romano di via Veneto’ dice Maurizio Gelli. ‘C’erano anche Rutelli e Negri. Loro erano interessati al progetto, anche se ci sono stati momenti di perplessità’.Secondo il figlio del venerabile, alcuni esponenti del Pr temevano che il partito potesse essere addirittura disintegrato dalle polemiche che avrebbero accompagnato una simile candidatura. ‘Ma il progetto era pronto, tutto era stato stabilito puntualmente: mio padre avrebbe dovuto costituirsi poco prima delle elezioni’ racconta Maurizio Gelli ‘ottenere prevedibilmente gli arresti domiciliari, tenere conferenze stampa per spiegare la sua decisione di candidarsi, essere eletto, parlare alle Camere per chiarire ogni accusa e, infine, rinunciare all’immunità parlamentare’”.Durante il Congresso del Partito Radicale, che si svolgeva a Rimini, il 17 maggio 1989, “La Repubblica” a pagina 4 riportava: “(…) Applaude in prima fila anche il biondo figlio minore di Licio Gelli, quel trentenne Maurizio che dice di essere amico da due anni di Pannella e d’essere stato invitato al congresso radicale. È in compagnia della moglie, è arrivato assieme al democristiano Egidio Carenini, il cui nome stava nelle liste della P2.Rolex d’oro massiccio al polso, giacca blu mare e pantaloni grigi, Gelli junior dice di condividere molte delle idee sostenute da Pannella. Non è ancora iscritto, aggiunge (…)”. Il 18 febbraio ‘98, nel corso dell’audizione presso la Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Pannella chiariva: “Per quanto riguarda la domanda su Licio Gelli e la sua candidatura nel 1987, devo dire che Gelli è stato potente, la sua organizzazione della politica è stata quanto meno rispettata dalle grandi forze politiche e dai poteri italiani”.Pannella, aggiungeva: “Quell’anno – Gelli era da almeno un anno in una giungla, irrintracciabile – nella nostra sete di verità io pensai e dissi pubblicamente che eravamo disposti ad andare al disastro elettorale – perché non avremmo avuto modo di spiegarci agli Italiani, grazie all’assenza di democrazia e di rispetto dei diritti in Italia per quello che ci riguarda – pur di offrire a Gelli l’immunità parlamentare dietro la garanzia che lui avrebbe raccontato la verità. C’era stato un precedente e vi ho già fatto cenno: il generale De Lorenzo, che era stato attaccato soprattutto da “L’Espresso” e dai radicali, a un certo punto chiese a Franco De Cataldo di difenderlo.Dopo averne parlato con me personalmente, Franco De Cataldo gli rispose che l’avrebbe difeso se egli avesse raccontato quello che sapeva, cambiando linea difensiva; e le cose che si seppero in quel moento emersero proprio in base a questo impegno di De Lorenzo. Quindi la nostra idea – lo dicemmo pubblicamente – era di offrire l’immunità al fuggiasco, a colui che poteva essere ammazzato da un momento all’altro. Ormai Gelli non faceva più comodo a parecchie persone e infatti scappava perché pensava che qualcuno avrebbe potuto ucciderlo.Abbiamo tentato di avere la garanzia che, in cambio dell’immunità parlamentare, ancorché relativa, Gelli si impegnava con noi a raccontare la sua verità; ma avemmo la sensazione che non poteva o non voleva dare questa garanzia e quindi non se ne fece nulla. Voglio sottolineare ancora che questa notizia la demmo noi”. Il 30 dicembre 1998, l’agenzia Ansa batteva questa notizia: “Un appello a Licio Gelli di Marco Pannella sarà pubblicato oggi – annuncia un comunicato della Lista Pannella – dai quotidiani ‘La Nazione’, ‘Il Resto del Carlino’ e ‘Il Giorno’: ‘Non diventi complice del suo proprio assassinio di Stato. Cerchi di vivere’.Pannella ricorda che Gelli, ‘80 anni, in gravissime condizioni secondo tutte le perizie mediche, ridotto a una larva’, si vede negare gli arresti domiciliari, malgrado il fatto che fra 8 mesi dovrà essere scarcerato, ‘se ancora vive’”. Da Gelli a Raffi, passando per l’enfasi con la quale Pannella ha proposto ed evocato ripetutamente, nel corso degli anni, la figura di Ernesto Nathan, sindaco di Roma agli inizi del secolo scorso e più volte Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia. Corsi e ricorsi storici per i radicali o solo pura casualità? Per Pannella e Bonino, parafrasare lo slogan di Kennedy, siamo tutti berlinesi, sostituendo l’ultima parola con radicali, non è una boutade. È la realtà. Chi non è stato radicale?Con spregiudicata disinvoltura, nell’arco di decenni, sono state raccolte le simpatie, le adesioni e le iscrizioni – spesso anche le candidature e gli eletti – tra i personaggi più disparati. Attori e registi, cantautori e scrittori, giornalisti e politici. Anche uomini – e donne – di Chiesa. Ieri, tra i sacerdoti, era don Gianni Baget Bozzo a dire: “Marco Pannella in realtà è una figura interna alla cristianità italiana. Non è un politico. È un profeta. Pannella è un impolitico, non guarda al governo: vuole, attraverso la politica, riformare l’orizzonte spirituale degli uomini. La visione di Pannella non è solo politica. È una visione religiosa.È stato lui a introdurre il digiuno, la nonviolenza e tutto l’universo di Gandhi in Italia. Pannella trascende la politica: castiga il corpo per elevare l’anima”. Oggi don Andrea Gallo sostiene che “Pannella è l’unico profeta laico disarmato che testimonia in difesa dei diritti civili”. Gli fa eco don Antonio Mazzi – autore, nel mese di settembre del 2011, della trovata sull’abolizione dei seminari – che fa il presidente dei comitati pro-amnistia promossi dai radicali e apre, al fianco di Pannella, le sue marce. Una suora, Marisa Galli, nel 1979 venne eletta deputata con i voti del Partito Radicale. vi dagospia

 

 

Per Radio Radicale i soldi ci sono sempre

Mercoledì, 28 Dicembre 2011

Iniziamo, con i nomi di Mario Baccini, Laura Bianconi, Luigi Bobba, Pierluigi Castagnetti, Renato Farina, Giuseppe Fioroni, Marco Follini, Maria Pia Garavaglia, Gero Grassi, Franco Marini, Savino Pezzotta, Eugenia Roccella, Gianfranco Rotondi. Vi chiederete perché questi nomi. Sono alcuni parlamentari cattolici – solo alcuni, l’elenco completo dei 568 deputati e senatori è disponibile sul sito di Radio Radicale – firmatari dell’appello che in questi mesi i radicali hanno fatto circolare al fine di ottenere la proroga della convenzione con lo Stato, decisa con la legge 28 ottobre 1994 n. 602, approvata con la legge 11 luglio 1998, n. 224, rinnovata nel 2001, 2004 – Governo Berlusconi – 2006  – Governo Prodi – 2009 Governo Berlusconi – ogni volta all’interno delle norme della legge finanziaria. L’ultimo importo della convenzione prevedeva 9,9 milioni di euro l’anno per tre anni, fino al 31 dicembre 2011. Per il 2012, i radicali avevano già ottenuto tre milioni di euro dal “ddl stabilità” – l’ultimo atto del Governo Berlusconi – approvato nello scorso mese di novembre. Per il resto, ci avrebbe pensato il nuovo Governo, fu detto.Così, Pannella aveva minacciato il 22 dicembre: “Domani si deciderà non dell’avvenire di Radio radicale, ma del servizio esclusivo che essa ha svolto gratuitamente per lustri, riuscendo a far conoscere, in un regime partitocratico che lo stava impedendo in modo assoluto, i dibattiti parlamentari e la realtà del Parlamento. La convenzione è stata sempre confermata. Adesso ci giunge notizia che pare che il governo dei tecnici stia per subire e far propria una scelta clamorosa. Adesso (non mi frega chi, forse la ragioneria dello Stato) dice che c’é un problema di soldi. Presidente della Repubblica, mi dispiace, ma questa classe dirigente aggrava ogni giorno di più il carattere letteralmente criminale della Repubblica italiana, che ha il sapore di radici fasciste e nazicomuniste. Stiamo attenti. Forse per qualcuno è bene che Radio Radicale non disturbi il monopolio di continuità fascista, comunista, anticostituzionale che è dominante nel nostro Paese. Ma mi auguro che in queste ore ci sia un soprassalto di decenza”.In effetti, sono stati attenti e la decenza, quella che chiedeva Pannella, c’è stata. Il nuovo Governo – quello dei tecnici, dei banchieri, dei professori della Cattolica, del Presidente della Comunità di Sant’Egidio, dei cattolici riuniti a Todi e del Presidente della Repubblica – ci ha pensato. E bene.Il decreto Milleproroghe, approvato dal Consiglio dei Ministri il 23 dicembre, ha previsto il rinnovo della Convenzione tra il Ministero dello Sviluppo Economico e il Centro di Produzione S.p.A., proprietaria di Radio Radicale, autorizzando la spesa di sette milioni di euro per l’anno 2012, che sarà coperta da una “riduzione dell’autorizzazione di spesa” degli stanziamenti previsti nella legge del 25 febbraio del 1987 N. 67, che rinnova la legge 416 sull’editoria. Meno soldi ai giornali, più soldi a Radio Radicale.Sette milioni di euro più i tre ottenuti a inizio dicembre, fanno dieci. Per un solo anno. Più i quattro milioni di euro che Radio Radicale incassa ogni anno in base alla legge sull’editoria, in quanto organo della Lista Pannella. Quattordici milioni di euro, circa ventotto miliardi di vecchie lire. Sempre per un anno. Uno spreco che definire inutile è poco, nonostante la legge 11 luglio 1998, n. 224 dica che la convenzione è solo “provvisoria”, perché il servizio di trasmissione radiofonica delle sedute parlamentari deve essere concesso alla Rai attraverso una rete radiofonica (in aggiunta alle tre esercitate in base all’atto di concessione) riservata esclusivamente a tale scopo. E la Rai, dal canto suo, ha iniziato la trasmissione delle sedute parlamentari attraverso Gr parlamento, così come le sedute parlamentari vengono trasmesse costantemente sui canali satellitari.Radio Radicale, quindi, svolgerà ancora un servizio che questo Stato ritiene pubblico e essenziale: trasmettere le sedute di Camera e Senato e le commissioni parlamentari, per un tempo prefissato nella convenzione della sua programmazione giornaliera.Ci inchiniamo davanti a questa scelta così lungimirante. Siamo davvero grati a questo Governo di non aver operato nessuna discontinuità rispetto al passato. Non dubitavamo, peraltro, che sarebbe andata a finire in questo modo, considerata la forza dirompente dei poteri trasversali che continueranno a consentire a Pannella e ai radicali, con il denaro di provenienza pubblica – nel tempo che intercorre tra la trasmissione di una seduta parlamentare e l’altra – d’infangare la Chiesa Cattolica con l’accusa di simonia, come la chiamano. Simonia, dal vocabolario Treccani, è definita “compravendita di cose sacre di natura spirituale (cioè sacramenti, indulgenze, consacrazione, ecc.) o anche di cose temporali che abbiano acquisito carattere sacro”. Resta anche tutto il tempo che serve per consolidare la distruzione dell’istituto familiare e il sacramento del matrimonio; chiedere allo Stato del Vaticano d’istituire una commissione d’inchiesta sulla questione della pedofilia all’interno della Chiesa; esaltare l’eutanasia e il suicidio assistito, in base al primato della libertà assoluta e del principio di autodeterminazione; far intendere che la verità sulla scomparsa di Emanuela Orlandi la si deve cercare all’interno delle mura vaticane; sostenere la necessità del matrimonio tra coppie dello stesso sesso, certamente in grado di educare e far crescere i bambini; invocare, con una operazione mistificatoria, peraltro sollecitata anche dalla massoneria, che anche la Chiesa paghi l’IMU sui suoi immobili e chiedere la revisione delle norme relativa all’otto per mille a favore della Chiesa; condurre le loro iniziative sulla procreazione assistita; definire un “grumo di cellule” la vita nascente; auspicare il “rientro dolce” dell’umanità, minacciata da una bomba demografica che non esiste; negare i principi del diritto naturale, i soli che possono salvare l’essere umano, così come l’abbiamo conosciuto da millenni a questa parte, da una modernità che lo sta mutando dal punto di vista antropologico; ascoltare cose analoghe a questa, ad esempio: “Nei giorni del Conclave andavo in piazza San Pietro con un cartello che invocava Giovanni XXIV o Francesco I. Ci hanno dato Ratzinger e ho sperato che il carisma lo trasformasse. Non è accaduto. Il Papa è espressione massima di un blocco di potere mai così forte. Ma è, al contrario, pressoché nulla la forza spirituale, etica, morale dell’attuale potere Vaticano e delle gerarchie ecclesiastiche anche presso il popolo dei fedeli, dei credenti, dei religiosi, delle altre comunità cristiane. Si rovescia ovunque uno tsunami di immenso potere, immagini faraonico-holliwoodiane, con scenografie che richiamano in modo preoccupante le immense manifestazioni popolari di tutti i regimi autoritari e totalitari. Dietro tutto questo si punta a conquistare e usare con violenza il ‘braccio mondano’ degli Stati, quelli democratici e di diritto, considerati come i veri, attuali nemici da piegare e sottomettere” (Marco Pannella, al Corriere della Sera, 26 giugno 2005).Questo giornale ha documentato in questi mesi la vicenda della convenzione tra lo Stato e Radio Radicale, che oggi viene rinnovata ancora per un anno. L’ha fatto per una ragione di giustizia e perché non intendiamo piegarci ai ricatti di Pannella e soci. Non così evidentemente i parlamentari cattolici (ma anche giornalisti) che hanno sostenuto le ragioni dei radicali con il pretesto della difesa della libertà di stampa. Pura ipocrisia: abbiamo dimostrato più volte che il finanziamento di Radio radicale non c’entra nulla con la libertà di stampa, è solo una distorsione di fondi pubblici – le nostre tasse – a favore di un gruppo che non esita a ricorrere al ricatto pur di ottenere i propri scopi.In realtà dietro il pretesto della libertà di stampa c’è solo la paura del potere ricattatorio di Pannella e dei radicali. Chissà cosa hanno da nascondere…d.quinto labussolaquotidiana

I finti poveri della impresa Radicale

Mercoledì, 27 Luglio 2011

Le vite cambiano. Nel 1999, Paolo Vigevano – storico editore di Radio Radicale e, insieme a Sergio Stanzani, costruttore principe dell’«impresa radicale» per conto di Pannella – vince più di un terno al lotto. Gli viene presentato un mecenate, il cui intervento, in termini di apporti economici, può evitare di rendere fallimentare la situazione debitoria in cui versano i radicali: sono circa 30 i miliardi di vecchie lire da pagare ai fornitori delle iniziative dell’ultimo anno volute da Pannella.Il mecenate si chiama Marco Podini, membro della famiglia proprietaria della catena di supermercati «A&O», il quale prima acquista per 15 miliardi il provider «Agorà Telematica», di proprietà di una delle società dei radicali, e poi diviene socio di minoranza della centro di produzione SPA, comprando, al prezzo di 25 miliardi, il 25% delle azioni di Radio radicale, il cui valore totale quindi è stimato in almeno cento miliardi.  Vigevano, detentore della restante parte delle azioni, trova il coraggio – chi lo conosce bene sa che non è mai stato un cuor di leone – di farsi prezzare le sue azioni e intasca una formidabile liquidazione. Pannella è stato molto generoso con me, dirà, riconoscente.La nuova vita, porta l’editore di Radio Radicale – ormai ex, ma quanti ex rimangono in ottimi rapporti con gli amici di un tempo – ad essere prima capo della segreteria tecnica del Ministro per l’Innovazione e le Tecnologie, Lucio Stanca, colui che avrebbe dovuto rivoluzionare l’Italia con la banda larga, per poi divenire presidente di “Innovazione Italia SpA”, società creata per l’attuazione appunto del piano per la banda larga nel Mezzogiorno, vice Presidente del Comitato ICCP (Information Communications Computer Policies) all’OCSE, consigliere di amministrazione di Sogei S.p.a. e componente del Consiglio Superiore delle Comunicazioni, membro del cda di Finmeccanica, direttore delle relazioni istituzionali del gruppo ALMAVIVA (Cos-Finsiel); amministratore delegato di “Acquirente Unico”.Solo due anni prima del ’99, Vigevano eseguiva – naturalmente, convintissimo – per conto di Pannella, una delle più demagogiche e strumentali operazioni messe in campo dai radicali: la distribuzione, nelle piazze di San Giovanni e del Campidoglio a Roma, a migliaia di persone, che si mettevano in fila sin dall’alba, per ricevere ciascuna una banconota di 50mila lire timbrata proveniente dalla quota del finanziamento pubblico spettante ai radicali.Per l’«impresa radicale» – ha ragione da vendere Pannella a definirla tale, una vera e propria «impresa politico-imprenditoriale» – quella distribuzione di denaro pubblico aveva il connotato della propaganda. Equivaleva ad un investimento pubblicitario, nel tentativo di far credere all’opinione pubblica che c’era chi, tra i partiti, nulla aveva a che spartire con i cosiddetti «costi della politica», con i finanziamenti di carattere pubblico che il “sistema” metteva a disposizione di tutti.D’altra parte, i radicali non hanno mai rinunciato alla loro quota di finanziamento pubblico, sin dalla legge che ha istituito in Italia questa possibilità. Per lunghi anni, quei soldi pubblici sono stati utilizzati per pagare le spese di Radio Radicale – «li restituiamo ai cittadini, attraverso il servizio pubblico di Radio Radicale», dicevano i radicali, convincendo anche i Governi che si trattasse di «impresa di interesse generale» – poi, anche dopo il referendum promosso nel 1993 contro la legge che istituiva il finanziamento pubblico a favore dei partiti, sono stati utilizzati o per le campagne politiche (le cui spese, in preventivo, venivano persino pensate in ragione dei risultati che si sarebbero ottenuti e con il conseguente denaro che si sarebbe incassato) o per coprire i costi degli apparati e delle strutture. «Se rinunciassimo a quello che la legge prevede ci spetti, la nostra quota se la dividerebbero gli altri», sostenevano con lungimiranza.Il Centro di Produzione SPA – proprietario di un immobile di 644 mq. vicino alla Stazione Termini, che gode della convenzione con lo Stato e le provvidenze derivanti dalla legge sull’editoria a favore di Radio Radicale, organo della “Lista Marco Pannella”, alle quali non si è mai pensato di rinunciare – è solo un’articolazione dell’impresa che fa capo ai radicali.C’è poi la società Torre Argentina Servizi, fondata nel 1987, proprietaria dell’immobile di 685 mq, che si sviluppa su due piani di Via Torre Argentina 76, a Roma, dove hanno sede i soggetti politici dell’area radicale. All’interno di questa società, esiste una divisione, chiamata Centro d’Ascolto dell’Informazione Radiotelevisiva: tra i suoi committenti, ha annoverato, negli anni, la Camera dei Deputati, il Garante per la radiodiffusione e l’editoria, poi sostituito dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom), la Radio Televisione Italiana, oltre a Mediaset, la Fieg, la Scuola Superiore di Studi Avanzati di Trieste; i Gruppi Parlamentari dei Verdi; il Partito dei Democratici di Sinistra (2005), il Gruppo Regionale Margherita – Piemonte; il “Robert Schuman Centre – European Univeristy Institute”, testate giornalistiche (Epoca, Panorama, L’Espresso, L’Europeo, la Repubblica), il Censis, le università (Torino, Perugia, Roma).Tra i soggetti politici della galassia radicale – così la definisce Pannella – spiccano Non c’è pace senza giustizia, che si occupa del tribunale penale internazionale e delle mutilazioni genitali femminili e Nessuno tocchi Caino, che si occupa di pena di morte.«Le attività dei programmi di Non c’é pace senza giustizia – si legge nel sito internet – vengono attuate attraverso progetti multi-regionali sostenuti da diversi donatori, coinvolgendo altre ONG, attori della società civile, decisori politici e istituzioni di alto livello, parlamentari, esponenti di governo e istituzioni intergovernative».Tra i partner e i donatori: The Commonwealth Secretariat, The Forum for the Future, The Special Court for Sierra Leone, The United Nations Democracy Fund (UNDEF), The United Nations Children’s Fund (UNICEF), the United Nations Development Program (UNDP), The United Nations Office for Project Services (UNOPS), The United Nations Population Fund (UNFPA), The World Bank; European Union; the Governments of : Belgium, Burkina Faso, Cambodia, Canada, Czech Republic, Djibouti, East Timor, France, Finland, Germany, Ghana, Greece, Ireland, Italy (MOFA), Kenya, Lesotho, Mali, Mexico, Morocco, Netherlands, New Zealand, Senegal, Sierra Leone, Spain, Sweden, Switzerland, Trinidad and Tobago, Turkey, Uganda, United Kingdom (British Foreign and Commonwealth office), USA (USAID and MEPI), Yemen; the Iraqi Council of Representatives, the Kurdistan National Assembly–Iraq and the Kurdistan Regional Government; the Afghan Independent Human Rights Commission (AIHRC), the Egyptian National Council for Childhood and Motherhood (NCCM), the Kenya National Commission on Human Rights (KNCHR).Dal canto suo, Nessuno tocchi Caino, nel corso degli anni, ha ricevuto il sostegno non solo morale, ma anche economico per la sua attività, di  15 Regioni italiane, 40 Province e 120 Comuni, oltre ad accedere – com’è accaduto per l’altra associazione – ai finanziamenti derivanti dalle risorse provenienti dall’Unione europea per progetti legati alle attività da svolgere.
Siamo di fronte, insomma, ad una holding molto articolata e ben costruita, che non si è mai privata ed ha perseguito un rapporto molto stretto e sinergico con il “pubblico”, con il potere, perché da questo trae le risorse economiche che gli consentono di vivere.E’ proprio il rapporto con il pubblico che consente ai radicali di essere così ben voluti, stimati e apprezzati da chi conta e da chi ha potere. Questi ultimi, s’inchinano di fronte ai moralizzatori della vita pubblica italiana (e, naturalmente, europea e mondiale) e consentono che il potere radicale si accresca e diventi sempre più seduttivo, manipolativo e pericoloso, perché non si alimenta della verità, ma dell’ipocrisia e dell’ambiguità. d.quinto labussolaquotidiana

La Bonino rappresenta i poteri forti USA. Il PD lo sa?

Giovedì, 7 Gennaio 2010

Ma bersani sa che la Bonino è componente del board europeo de ECFR – European Council on Foreign relations, uno degli organismi ai quali i complottisti attribuiscono la regia del governo mondiale? Basta andare sul sito: http://www.ecfr.eu/content/council/ della sezione europea del ECFR e il nome della Bonino spicca in bella vista. non ci si prenda in giro con la storia della radicale pura e dura. chi entra nel cfr rappresenta gli interessi dell’amaerica e dei poteri forti, nulla di male, per carità, ma sarebbe giusto che la bonino e il PD rendessero pubblica questa adesione.  

Il decalogo nero dell’ideologia anti-life

Mercoledì, 12 Novembre 2008

Una strategia nichilista per far accettare le pratiche contro la vita: dall’aborto all’eutanasia, dalla Fivet alle sperimentazioni embrionali. Un compendio in dieci punti degli elementi essenziali della cultura di morte. Un «segno eloquente di una pericolosissima crisi del senso morale, che diventa sempre più incapace di distinguere tra il bene e il male, persino quando è in gioco il diritto fondamentale alla vita. Di fronte a una così grave situazione, occorre più che mai il coraggio di guardare in faccia alla verità e di chiamare le cose con il loro nome, senza cedere a compromessi di comodo o alla tentazione di autoinganno» (Evangelium vitae, n. 58).
di Tommaso Scandroglio
[Da «Studi Cattolici» n. 569/70, luglio-agosto 2008]

Pirandello era dell’opinione che la vita fosse regolata dal caso. Tommaso d’Aquino gli avrebbe risposto che solo alcune cose avvengono per caso ma non tutte (1). Tra queste ultime con sicurezza devono essere annoverate quelle sconfitte culturali e giuridiche subite, a livello nazionale e non, nel campo della bioetica e più in generale in quello della morale naturale. Aborto, eutanasia, fecondazione artificiale, sperimentazione su embrioni, contraccezione, divorzio, riconoscimento giuridico delle convivenze comprese quelle omosessuali, legalizzazione della cannabis, et simìlia sono realtà su cui già si è legiferato – o si ha intenzione di farlo – oppure sono fenomeni ampiamente accettati dal sentire comune. Ma come si è arrivati a questo punto? Per caso? No di certo. Infatti per raggiungere simili risultati occorre una strategia coerente e ben strutturata. Proviamo ora a vedere quali sono gli elementi di questa strategia, una sorta di decalogo nero che disconosce le verità fondamentali sull’uomo (2).

1. Un passo alla volta. È la soluzione tattica più frequentemente usata, dagli effetti assai perniciosi e su cui perciò ci soffermeremo un poco più a lungo. Parte da una costatazione evidente: la vetta si conquista pian piano, metro per metro. Di questo sono ben coscienti coloro che vogliono sovvertire l’ordine naturale del creato. Si tratta della famosa teoria del piano inclinato. Provate a mettere una biglia su un piano inclinato: questa all’inizio si muoverà lentamente ma poi acquisterà sempre più velocità. Tale principio è rinvenibile nella legge 194 che permette l’aborto procurato.

Se si legge con superficialità tale norma, l’aborto risulta essere l’extrema ratio, l’ultima spiaggia, e non la prima soluzione a cui ricorrere per chi affronta una gravidanza indesiderata. Il fronte pro-choice in modo furbesco ha convinto un po’ tutti che è lecito abortire solo dopo aver percorso obbligatoriamente un iter che prospetta alla donna una serie efficace di alternative per ovviare alla scelta abortiva: non riconoscere il figlio, chiedere aiuto per mezzo dei consultori agli enti locali e non, obbligo dei consultori di rimuovere tutti quegli ostacoli, di qualsiasi natura essi siano, che possano impedire la nascita del bambino, ecc.
Purtroppo la maggior parte di tali oneri vengono in essere solo se la donna si rivolge ai consultori. Se invece, come accade il più delle volte, si reca da un medico di fiducia (non necessariamente il medico di famiglia) o presso una struttura socio-sanitaria, molti di questi adempimenti evaporano. Così ai nemici della vita è bastato dipingere nella 194 la possibilità di abortire come ultima chance, o meglio: farla percepire alla gente come tale, ben sicuri che in poco tempo da ultima opzione si sarebbe trasformata in quella privilegiata, mutando poi gli eventuali obblighi di legge in mere formalità da trascurare.
È anche ciò che sta accadendo per il dibattito sull’eutanasia: molte forze progressiste hanno proposto progetti di legge in cui non si fa menzione esplicita della possibilità di ricorrere all’eutanasia ma si propone solo lo strumento del testamento biologico. Questo sarà il primo passo, la testa di ponte per avere l’eutanasia a tutti gli effetti. Così ha previsto Piergiorgio Welby nel suo Lasciatemi morire (3). Ecco infatti gli steps che egli suggerisce per arrivare alla legalizzazione della dolce morte. Avere una legge sul testamento biologico (fase giuridica); assegnare alla Commissione Sanità lo studio degli aspetti legati a nutrizione e idratazione (fase medica); indagine sull’eutanasia clandestina (fase sociologica); formare i medici (fase pedagogica); legge sull’eutanasia (fase finale giuridica).
L’effetto domino – fai cadere una tessera e cadranno tutte le altre – è ben riscontrabile in questa materia fuori dai confini del nostro Paese, dove sono venuti in essere scenari realmente inquietanti. In Olanda la depenalizzazione dell’eutanasia risale al 1993. Dieci anni dopo, nel giugno 2003, la prestigiosa rivista scientifica Lancet ci comunica che il 2,6% dei certificati di morte redatti in Olanda nell’anno 2001 erano da addebitarsi ad atti eutanasici (3.647 persone) di cui lo 0,7% senza consenso del paziente (982 persone).
Come vuole la logica del «un passo dopo l’altro» l’ordinamento giuridico del Paese dei tulipani cercò apparentemente di mettere riparo alla situazione rendendo lecite nel 2001 le pratiche eutanasiche ma nel rispetto di rigorose condizioni. Tale legge infatti prevedeva per la richiesta di volontaria soppressione una serie di requisiti – i famigerati paletti tanto invocati anche da molti politicanti nostrani -così stringenti e severi che parevano a prova di bomba: soggetto cosciente e maggiorenne, volontà reiterata, firma di due medici, stadio terminale, solo per atroci sofferenze e senza prospettive di miglioramento. Passa qualche anno ed Eduard Verhagen, autore del protocollo Groningen sull’eutanasia infantile in Olanda ci informa dalle colonne del New England Journal of Medicine del 10 marzo 2005 che questi paletti sono saltati tutti: su 1.000 bambini che muoiono in un anno, 600 smettono di vivere per una pratica eutanasica.

Libido di morte

La libido di morte è poi di per sé diffusiva, ed è aiutata anche da una prassi abortiva che in Europa ha assunto i toni della normalità. Infatti all’inizio di quest’anno il Sunday Times rendeva nota un’intervista a John Harris, medico inglese, professore di bioetica dell’Università di Manchester, membro della Commissione governativa Human Genetic, il quale si domandava retoricamente perché possiamo uccidere il feto malformato e non un neonato malformato. Sulla stessa scia omicida si pongono i recenti pareri del Royal College di Ostetricia e Ginecologia e del Nuffield Council on Bioethics.
Il primo propone l’eutanasia attiva per i neonati disabili, così si risparmiano ai parenti shock emozionali e dissesti finanziari, affermando che una bambino disabile è una famiglia disabile (4).
Il secondo suggerisce per i prematuri nati sotto la 23a settimana la non assistenza perché hanno poche possibilità di salvezza. Proposte a cui fa eco la decisione della ginecologa Giovanna Scassellati del San Camillo di Roma, responsabile del centro per le interruzioni volontarie di gravidanza, la quale ha affermato che nel suo reparto chi decide per un aborto tardivo firma un «consenso informato» per non far rianimare il piccolo, qualora sopravvivesse (5).
Insomma: provocate una fessura nella parete di una diga e prima o poi crollerà la diga intera. Lo scivolamento verso il basso e sempre più accelerato è ben visibile nelle tecniche di fecondazione artificiale. Nate in principio per soddisfare il desiderio del figlio si sono trasformate ben presto in strumenti per soddisfare le voglie di maternità di donne single o appartenenti a coppie lesbiche, oppure di vedove che possono utilizzare gameti del marito morto da una dozzina di mesi (si veda per questi ultimi tre casi per esempio la legislazione in Spagna [6]).
Poi si sono involute in tecniche per l’uccisione di embrioni al fine di trovare improbabili terapie per malattie a oggi incurabili, magari attraverso la cosiddetta clonazione terapeutica come avviene sempre in terra iberica (7). E infine in mezzi per creare mostri. Infatti all’inizio del settembre 2007 la Hfea, forse la massima autorità di bioetica inglese, si era dichiarata favorevole alla creazione di ibridi attraverso un procedimento di clonazione: ovocita di mucca con all’interno Dna totalmente umano.
Il risultato sarebbe un essere (umano?) con il 99,9% di patrimonio genetico umano e una minima frazione di percentuale, lo 0,01%, di patrimonio genetico animale (8). «Percentuale variabile di umanità» si legge sulla prima pagina de Il Foglio di mercoledì 5 settembre. Trascorrono pochi mesi e nel maggio 2008 il Parlamento inglese ha votato a favore degli ibridi umano-animali. Anche riguardo allo snaturamento dell’istituto matrimoniale si è scelto di procedere con prudenza. Grillini nel luglio 2002 fu il primo firmatario di una proposta di legge (9) che prevedeva sic et simpliciter il matrimonio omosessuale.
Resosi conto che i tempi erano prematuri per un simile passo si risolse a chiedere successivamente forme attenuate dello stesso, cioè il riconoscimento delle convivenze anche per gli omosessuali. Infatti così lo stesso Grillini motiva la sua strategia nella Proposta di legge denominata «Disciplina dell’Unione affettiva» dell’aprile 2003 (10): «Si è [...] ritenuto di optare per un criterio gradualistico e realistico (tale cioè di rendere realistica la possibilità che la proposta di legge venga presa in seria considerazione, e che essa non possa anzi essere ignorata o accantonata)».

2. Chiedi 100 per ottenere 50. È una strategia opposta alla precedente. Nel suo enunciato è semplice: se chiedi molto qualcosa avrai. Così le forze politiche, che oggi si ha il vezzo di chiamare «della sinistra radicale», al tempo della legalizzazione dell’aborto procurato chiedevano che si potesse interrompere la gravidanza sempre e comunque. I cattolici, almeno quelli veri, si opponevano all’aborto, in modo esattamente speculare, sempre e comunque. Il legislatore si pose nel mezzo cercando, con malcelato spirito liberale, di accontentare tutti o scontentare tutti: aborto sì, ma a certe condizioni. Stessa idea è oggi perseguita dai radicali per il dibattito sul testamento di fine vita: chiedono l’eutanasia per avere perlomeno il Dat, le dichiarazioni anticipate di trattamento. Si possono rintracciare i segni di questa particolare tattica culturale anche nelle affermazioni dell’onorevole Fassino pronunciate nella puntata dell’8 febbraio 2006 di Otto e mezzo il quale ammise che se non fossero divenuti legge i Pacs forse era sperabile che perlomeno i Contratti di convivenza solidale proposti da Rutelli potessero passare perché forma meno radicale rispetto ai primi.

Normale = giusto

3. Rendere lecito ciò che accade nella prassi. Se un comportamento è diffuso nei costumi delle persone vuoi dire che è normale, quindi giusto (11). Se è giusto sotto il profilo morale allora non si vede la ragione per non renderlo lecito dal punto di vista giuridico. Il sillogismo per nulla aristotelico è stato applicato molte volte nel passato e suggerito spesso nel presente. L’aborto e l’eutanasia clandestina, le separazioni di fatto all’interno dei nuclei familiari, l’uso di droghe erroneamente definite leggere, la diffusione della convivenza prematrimoniale, il ricorso alle tecniche di fecondazione artificiale, legittimano di per sé il parlamentare a produrre norme per rendere lecito ciò che è già presente come comportamento tra la gente, o supposto come tale.
L’ottica perversa attraverso la quale si vuole avere una legge afferma che è sicuramente buono ciò che accade (12). Lo Stato quindi non sceglie più quali azioni punire o semmai tollerare perché lesive del bene comune, ma semplicemente prende atto di «come vanno le cose», registra le condotte degli individui e quando queste raggiungono un numero rilevante non può che legittimarle con tanto di carta bollata. Il ragionamento è diventato verità dogmatica soprattutto riguardo alla fecondazione artificiale. Quante volte infatti abbiamo sentito o letto che la legge 40 poneva ordine in una situazione da «far west» e quindi era da salutarsi come una buona legge?
Pochi sono stati coloro che hanno invece obiettato che di fronte alle pratiche diffuse della procreazione artificiale l’opzione della legittimazione della stessa non era lecita moralmente dovendo il legislatore all’opposto vietarla (13). I costumi però mutano negli anni, o, come si sente spesso ripetere, se i tempi cambiano, cambia anche la morale. È di questo avviso Grillini che nella seduta del 21 luglio 2005 della Commissione Giustizia fa intendere che la Costituzione non parla esplicitamente di coppie conviventi dato che il fenomeno sociale era pressoché inesistente. Oggi invece essendo le convivenze numericamente più diffuse lo Stato non può far altro che tutelarle giuridicamente.
Seguendo dunque la logica che sono le condotte diffuse nella società a dettar legge è doveroso domandarsi a quando la legalizzazione di furti e omicidi, dato che – a quanto ci risulta – sono assai diffusi?

4. Rispettare l’opinione della maggioranza.
In regime di democrazia l’unica voce che conta è quella del popolo, e poco importa che questo spesso, ma non sempre, sia bue. Caso paradigmatico in questo senso è quello della legge spagnola n. 35/88 in tema di tecniche riproduttive che parla di «un’etica di carattere civico o civile con attenzione al consenso sociale vigente». Ed ecco allora per suffragare le proprie decisioni politiche snocciolare i dati di sondaggi i quali con previdenza non possono che portare acqua al proprio mulino. Per citare uno tra i tanti casi, facciamo riferimento a un’indagine svolta dall’Eurispes su eutanasia, accanimento terapeutico e testamento biologico, svolta tra metà novembre e metà dicembre 2006.
Ben il 74% degli italiani intervistati si mostrava favorevole all’eutanasia. Peccato che la domanda fosse equivoca, potendo essere interpretata dall’uomo della strada sia come rifiuto a trattamenti che configurerebbero l’accanimento terapeutico, sia come accettazione di pratiche eutanasiche (14) Peccato poi che il sondaggio si svolse proprio nel periodo in cui il caso Welby era caldissimo, influenzando molto le risposte, date sull’onda emotiva delle immagini di Welby sofferente che milioni di italiani vedevano quotidianamente in Tv o sui principali giornali nazionali. Infatti proprio un anno prima era stata condotta un’indagine simile dando risultati ben diversi: solo 4 italiani su 10 si mostravano favorevoli alla dolce morte.
Senza contare il fatto che i dati delle ricerche vanno resi pubblici unicamente se sono di conforto alle proprie tesi. Nella bufera sui Dico di circa un anno fa, ben pochi organi di informazione resero noto che, secondo un sondaggio della società Codres di Roma (febbraio 2007), su 1.000 intervistati solo il 6% riteneva i Dico una questione importante. Tale risultato faceva da riscontro al dato della sparuta percentuale del 3,9% delle coppie di fatto che hanno voluto la registrazione della propria situazione di convivenza nel Registro delle Unioni civili, già esistente in alcuni comuni italiani così come previsto da una legge del ’90 (15).
Ma se il destro non può venire dai sondaggi, rimangono sempre i referendum su cui fare affidamento. Quelli persi su divorzio e aborto vengono sempre citati per sostenere la tesi che «così vuole il popolo». Quello invece riguardante la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, disertato da più del 70% dell’elettorato, chissà perché è già caduto in prescrizione. Insomma pare proprio che la maggioranza debba essere ascoltata solo se la pensa come il politico progressista.

5. Sfruttare l’emozione del caso limite. È la ragione che è deputata a determinare quali atti sono leciti o illeciti sotto il profilo morale. Non il sentimento. Far leva sulle emozioni è invece una strategia furba e iniqua. Argomentare che l’aborto volontario è sempre iniquo comporta passaggi logici complessi e spesso lunghi. Raccontare invece la storia di una donna violentata che ha scelto di abortire porta molti più consensi e più velocemente. Spiegare le differenze tra atti eutanasici e accanimento terapeutico è laborioso, sbattere in prima pagina il viso gonfio e privo di espressione di Welby invece cattura più facilmente l’attenzione del telespettatore e lo recluta all’istante tra le file dei filo-eutanasici.
È inutile poi domandarsi perché solo alcuni casi pietosi hanno i meriti sufficienti per avere gli onori della ribalta. Che dire infatti di quel gruppetto di pazienti affetti dalla stessa malattia di Welby che nel settembre del 2006, mentre quest’ultimo scriveva a Napolitano, furono portati in barella davanti alla sede del Ministero della Sanità chiedendo non di morire ma più soldi per la ricerca? Che dire del professor Melazzini, primario oncologo, anch’egli colpito da sclerosi laterale amiotrofica, che muove solo tre dita e vuole continuare a vivere? Anche in questo caso i media hanno assunto come propria la regola del «due pesi e due misure».

Una specialità dei radicali

6. Mentire. È un trucco che si impara fin da piccoli. Il problema diventa serio quando tale comportamento viene assunto da persone adulte, con responsabilità pubbliche e su temi importanti. La menzogna è una specialità propria dei radicali. Ancor oggi è possibile ascoltare qualche loro esponente il quale asserisce con sicumera che grazie alla 194 gli aborti clandestini sono diminuiti del 79%. Questo è un clamoroso autogol. Infatti come si può sapere con tale precisione a quanto ammontavano, o a quanto ammontano, gli aborti clandestini dato che sono clandestini e che quindi non esistono documenti, carte o testimonianze le quali ci potrebbero fornire qualche numero a riguardo? Senza poi tenere in considerazione il fatto che all’anno vengono celebrati nel nostro Paese dai 30 ai 50 processi per aborto clandestino.
Segno inequivocabile che il numero di interventi praticati in strutture non idonee è assai più rilevante che 30 o 50, dato che si finisce davanti a un giudice solo se qualcosa è andato storto. È insomma una prova indiretta che la 194 è ben lungi dall’aver eliminato il fenomeno delle interruzioni delle gravidanze «al buio». Falsa è anche la cifra di 25.000 donne che ogni anno morivano per aborto clandestino prima della 194. Se il numero di aborti clandestini non si può contare, non così avviene per il numero di donne che muoiono nell’arco di 12 mesi.
È bastato andare a vedere le statistiche sulle cause di morte e si è scoperto che la mortalità femminile annua, delle donne in età fertile, negli anni Settanta era atte¬stata sui 10.000-15.000 decessi, provocati non solo dall’aborto ma a seguito di qualsiasi altro fattore quali malattie, incidenti, omicidi, ecc. Menzognera è infine l’affermazione che la legalizzazione dell’aborto ha causato una diminuzione delle richieste di interrompere la gravidanza. Si affermava che prima del 1978, anno in cui fu approvata la legge 194, si praticavano 3.000.000 di aborti, quando invece nel primo anno di applicazione della legge si arrivò alla cifra di 187.000. È ben difficile immaginare che nel giro di un solo anno si sia passati da 3 milioni di aborti a 187.000, soprattutto per il fatto che prima della 194 l’aborto era reato e poteva prevedere anche la reclusione.
L’escamotage della menzogna è stato usato con successo anche nell’attuale battaglia per il riconoscimento giuridico delle unioni di fatto. Grillini, nella già citata proposta di legge dell’aprile 2003 riguardante la disciplina delle «Unioni affettive», afferma per rassicurare gli animi che in questo documento non si chiede la possibilità che una coppia omosessuale possa adottare un bambino aggiungendo che «nessuno degli ormai numerosi progetti di legge presentati negli scorsi anni alle Camere in questa materia su sollecitazione delle associazioni gay italiane ha mai affrontato la questione» (16).
Peccato che fu lo stesso Grillini a chiedere qualche mese prima, precisamente nel luglio 2002, l’adozione per la coppie omosessuali all’art. 3 della Proposta di legge n. 2.982: «Al rapporto di unione civile e al matrimonio fra persone dello stesso sesso sono estesi i diritti spettanti al nucleo familiare, secondo criteri di parità di trattamento. In particolare si applicano le norme civili, penali, amministrative, processuali e fiscali, vigenti per le coppie che hanno contratto matrimonio, ivi compresi l’accesso agli istituti dell’adozione e dell’affidamento» (17). Senza poi contare le due proposte dell’onorevole De Simone, quella dell’onorevole Malarba e un disegno di legge Malarba-Sodano, tutte antecedenti all’aprile 2003 e che chiedevano l’adozione per le coppie omosessuali.
In sintesi: la menzogna poggia su una duplice e realistica considerazione. In primo luogo pochi andranno a verificare l’affermazione fatta, e in secondo luogo è molto più facile mentire che contestare punto per punto una falsità dato che ciò comporta studio, tempo e fatica.

7. Usare il volto noto. Le più riuscite campagne pubblicitarie sono quelle in cui il prodotto da vendere è presentato da un personaggio conosciuto. Il viso noto sponsorizza l’articolo da mettere in commercio. Tale strategia di marketing è usata spesso anche nelle battaglie sulle questioni etiche. Pensiamo al caso della sorridente coppia Veronesi-Ferilli che si è spesa per la modifica della legge 40 al tempo del referendum del 2005; o al solo Veronesi ideatore della costituzione di un Registro nazionale per i testamenti biologici; o al presentatore Cecchi Paone e all’attore Lino Banfi, alias nonno Libero, in prima linea per il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali.
Lo sfruttamento di questi e altri testimonial si incardina su un fondamentale punto di ordine psicologico: si estende indebitamente la competenza professionale del personaggio famoso in un ambito invece che non gli è proprio (18). In tal modo la fiducia che l’uomo della strada accredita alla celebrità a motivo delle sue doti di oncologo o di showman si trasferisce poi illogicamente in campi non strettamente pertinenti allo loro attività. Le tesi più contrarie al buon senso si ammantano di autorevolezza.
Chiamare per esempio Margherita Hack, come è avvenuto in una puntata di un’edizione del Maurizio Costanzo show, a pronunciarsi sulla liceità dell’eutanasia produce uno sconfinamento delle competenze della scienziata, la quale sarà pure un’eminenza nell’astrofisica ma nel campo della morale naturale non può vantare uguale preparazione. E così l’opinione dell’accademico VIP diventa tesi scientifica assolutamente credibile. Di frequente poi la presenza del volto noto si accompagna ad atti provocatori: Pannella che distribuisce hashish ai passanti di Piazza Navona; il filosofo Gianni Vattimo che fa da testimone insieme a Grillini alla celebrazione di fìnte nozze gay da parte di due signori presso il Consolato francese a Roma, avvenuto aderendo al Pacs made in Francia, con tanto di scambio di fedi nuziali sullo scalone del Consolato a vantaggio degli obiettivi dei reporter.

Rivoluzione linguistica

8. Le parole. Cambiare il senso delle parole porta a cambiare la percezione della realtà. Nella battaglia culturale è di primaria importanza la rivoluzione linguistica (19). Più che il significato dei termini è importante il loro suono, la loro eufonia. Non più omicidio prenatale, ma aborto. Anzi: interruzione volontaria della gravidanza che scolora nell’ancor più asettico e mite acronimo Ivg. Non omicidio del consenziente o aiuto al suicidio: assolutamente meglio eutanasia. Ma dato che quest’ultima può evocare spettri nazisti si preferiscono le perifrasi «dolce morte», «testamento biologico» (insieme al suo «zio d’America» living will), o i termini coniati da Welby quali biodignità, ecomorire, fine cosciente (20).
Non fecondazione artificiale ma procreazione medicalmente assistita che rappresenta in modo falso la realtà dato che il medico non aiuta la coppia a procreare ma si sostituisce a essa in questo atto. Non convivenza more uxorio ma patti civili di solidarietà, così chi fosse contrario a essi verrebbe tacciato di essere incivile e poco solidale. Non marito e moglie ma semplicemente coniugi, termine che annulla in sé le differenze di sesso potendo essere i coniugi entrambi maschi o entrambe femmine. Non droghe punto e basta. Ma droghe leggere, quasi che la salute o la vita fossero cose di poco conto, pari al peso minimo di uno spinello.

9. L’esterofilia. Per sapere se le nostre leggi sono buone la pietra di paragone non è il bene comune, bensì spesso sono gli ordinamenti giuridici di altri Stati. L’Italia – così si sente ripetere come un mantra – è all’ultimo posto in Europa nella sperimentazione sugli embrioni, nell’accesso alle tecniche di fecondazione artificiale, nel riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali ecc. L’argomentazione è con evidenza debolissima: se il mio vicino di pianerottolo ammazza e ruba significa che anch’io posso ammazzare e rubare? Strano poi che anche in questo caso si faccia a monte una selezione all’ingresso delle leggi straniere che dovrebbero essere emulate nei nostri confini. Chissà perché non si ode un simile vociare per importare da noi le norme che permettono in Francia lo sfruttamento dell’energia nucleare, o quelle cinesi sul lavoro subordinato.

Il nemico da abbattere

10. Il nemico è la Chiesa. In ogni guerra c’è un nemico. Nel conflitto culturale quale miglior nemico da scegliere se non la Chiesa cattolica? Nell’immaginario collettivo la Chiesa è frequentemente dipinta come nemica del progresso, antagonista della felicità dell’uomo, misogina, sessuofoba, colpevole di posizioni discriminatorie contro gli omosessuali (21), ostinatamente e insensatamente contraria alla ricerca scientifica, gelosa depositaria di oscure verità inconfessabili. È lei che ha negato i funerali a Welby, è lei che fa ingerenza nella politica italiana, è lei che con una straordinaria azione di plagio parrocchiale ha mobilitato più di un milione di persone al Family Day (22).
Se la Chiesa è il nemico occorrerà ovviamente far di tutto per indebolirla. Per citare solo alcuni esempi tra i tanti: all’indomani della sconfitta sul referendum della legge 40, i radicali, non potendosela prendere con gli italiani (è sempre poco elegante avercela con l’elettorato), indirizzarono tutto il loro rancore verso Santa Romana Chiesa chiedendo a più riprese la revisione del Concordato. Questo atteggiamento polemico fece eco a una posizione emersa nell’agosto 2003 a una riunione all’Onu dell’Unglobe, associazione dei dipendenti Onu di solo orientamento omosessuale o bisessuale, in cui si individuò il principale nemico da abbattere nella Chiesa. A questo proposito è bene sottolineare che le lobbies gay esercitano un po’ dovunque e in molti ambiti.
In Scozia, per esempio, a seguito dell’
Equality Act 2006 le agenzie cattoliche per l’adozione potrebbero essere obbligate ad affidare bambini anche a coppie omosessuali. Infine – a mo’ di paradigma delle discriminazioni che devono subire gli organismi di ispirazione cattolica – ricordiamo il caso di Mukesh Haikerwal della Australian Medical Association, il quale recentemente ha auspicato che gli enti legati alla Chiesa cattolica non gestiscano più gli ospedali di non forniscono servizi quali l’aborto, la sterilizzazione e la fecondazione in vitro.
Dieci mosse per mettere in scacco la cultura cristiana e ancor prima il senso comune. Ma dalle nefandezze degli altri si può sempre imparare qualcosa di utile: perché non rubare a costoro qualche trucchetto e usarlo a fin di bene?

(1) Tommaso D’Aquino, Somma Teologica, I, q. 2, a. 3.
(2) Cfr M. Palmaro, Il male radicale, in Il Timone, n. 41, marzo (2005), pp. 12-13.
(3) Cfr P. Welby, Lasciatemi morire, Rizzoli, Milano 2006, pp. 111-112.
(4) II vescovo anglicano Tom Butler, della diocesi di Southwark, concorda con le posizioni eutanasiche del Royal College. Infatti il prelato rende noto attraverso le colonne del Sunday Times del 12 novembre del 2006 che «in alcune circostanze può essere giusto fermare o togliere una cura, sapendo che è possibile, probabile o anche certo che ciò provocherà la morte. [...] Ci sono situazioni in cui, per un cristiano, la compassione deve prevalere sul principio secondo cui la vita va preservata a tutti i costi». L’articolo chiarisce che il vescovo non si riferisce all’accanimento terapeutico bensì all’eutanasia omissiva.
(5) Cfr Corriere della Sera, 10 marzo 2007. Sul tema dell’eutanasia neonatale cfr L. Guerrini, Eutanasia neonatale, in I quaderni di Scienza & Vita, n. 3 (giugno 2007), pp. 93-107.
(6) Cfr artt. 6 e 9 Legge n. 14/2006.
(7) Cfr Ley de investigacìon biomédica, del 15/06/07.
(8) La percentuale animale deriverebbe dal patrimonio genetico mitocondriale contenuto nell’ovocita bovino.
(9) Proposta di legge n. 2.982 dell’8 luglio 2002.
(10) Proposta di legge n. 3.893 del 14 aprile 2003, p. 8.
(11) Per Benedetto Croce la storia non è giustiziera ma giustificatrice. Cfr B. Croce, Teoria e storia della storiografia, Adelphi, Milano 1989.
(12) II reale è razionale, affermava Hegel. Cfr G.W.F. Hegel, La fenomenologia dello spirito, Rusconi, Milano 1995.
(13) Tutta ancora da provare, a parere irrilevante di chi scrive, l’affermazione che la legge 40 costituisse in quel frangente il maggior bene possibile e l’unica scelta percorribile, evitando così mali peggiori.
(14) La domanda era così formulata: «Lei è favorevole o contrario all’eutanasia, la possibilità cioè di concludere la vita di un’altra persona dietro sua richiesta allo scopo di diminuirne le sofferenze negli ultimi momenti di vita?». Riportiamo a margine, come prova della confusione in cui versavano gli intervistati su questo tema, che per il 32% di costoro tenere in vita una persona in coma era considerato accanimento terapeutico.
(15) Anche le amministrazioni comunali si mostrano scettiche nei confronti di Dico, Pacs e Cus dato che solo una trentina di comuni a oggi ha aderito in tutta Italia a tale Registro.
(16) Proposta di legge n. 3893 del 14 aprile 2003, p. 8.
(17) Proposta di legge n. 2982 dell’8 luglio 2002, art. 3.
(18) Cfr T. Scandroglio, Tv accesa Cervello spento, Edizioni Art Milano 2005, p. 58.
(19) P.G. Liverani, La società multicaotica con il Dizionario dell’antilingua, Ares, Milano 2005.
(20) Cfr P. Welby, Lasciatemi morire, cit., p. 103. Due pagine prima l’autore così motiva i neologismi: «Dobbiamo arrenderci all’evidenza, la parola "eutanasia" non piace, anzi, stimola repulsa».
(21) Cfr Proposta di legge n. 3893 del 14 aprile 2003: «Disciplina Unioni affettive», p. 8, in cui Grillini parla di «facile demagogia di gruppi clericali o razzisti».
(22) Valutazione tra l’altro un poco precisa, dato che la grande affluenza del 12 maggio è da accreditarsi soprattutto ad altre realtà diverse da quelle parrocchiali, quali movimenti, associazioni e gruppi di preghiera.

(continua…)

Welby: i radicali sbagliano a pretendere che il giudice diventi legislatore.

Sabato, 16 Dicembre 2006

Con la loro protesta civile, i radicali, nel porre all’attenzione del Paese e della politica un problema vero, rischiano però di crearne uno ancora più grande, le cui ricadute vanno ben al di là del caso specifico. Pur essendo parte della maggioranza di governo, i radicali non riescono ad ottenere che il Parlamento si occupi dell’eutanasia e si sono rivolti alla magistratura. Una scelta, quest’ultima, solo a prima vista legittima in quanto essi non chiedono al magistrato di applicare la legge, ma di forzarla consapevolmente per ovviare a quella che viene dipinta come una insopportabile arretratezza del nostro sistema giuridico. La medicina è peggiore della malattia. Negli anni di Tangentopoli, abbiamo già visto i magistrati esercitare funzioni di supplenza rispetto alla politica. Si è trattato di iniziative che hanno profondamnete lacerato il Paese non tanto per i valori che sostenevano – più che condivisibili – ma per le modalità con cui si è cerato di affermarli. La separazione tra poteri è la base della democrazia, per cui nulla può giustificare il suo superamento. TEMIS ha criticato la gestione della finanziaria da parte del governo Prodi, che ha messo la fiducia sul maxi-emendamento senza consentire al Senato alcuna valutazione di merito. Analoghe riserve merita oggi la pretesa dei radicali che la magistratura risolva un problema prettamente legislativo. Con l’aggravante, che in questo secondo caso si passa dalla sfera pubblica a quella privata, la cui esclusiva soggezione alla legge costituisce un principio cardine di tutto il sistema!