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Ma la Madonna non è ecumenica

Giovedì, 18 Luglio 2013

Gaude Maria Virgo, cunctas hæreses sola interemisti in universo mundo. Rallegrati, Vergine Maria: tu solo hai distrutto tutte le eresie nel mondo intero. Questo si leggeva, sino al Concilio Vaticano II, nelBreviarium Romanum. La Madonna era celebrata come debellatrice di ogni errore dottrinale, come custode e garante indiscussa della Fede cattolica.

Poi certi termini sono caduti in disuso, ritenuti ormai superati e poco adatti al mondo contemporaneo. E negli ultimi decenni la Madonna è diventata semplicemente Maria, l’umile ragazza di Nazareth, più o meno illibata, servizievole, buona moglie e madre di famiglia e niente più. È il mito della “ferialità” della Vergine Santissima. Sia chiaro, la Madonna è stata anche tutto questo, ma non può assolutamente essere ridotta a ciò. Secoli e secoli di Teologia cristiana hanno fatto sì che davvero de Maria numquam satis, con buona pace dei modernisti. Di Maria Santissima non diremo mai abbastanza. Di qui i dogmi e i privilegi mariani riconosciuti dalla Chiesa nel corso della storia: la Verginità perpetua, la Maternità divina, l’Immacolata concezione, l’Assunzione, senza dimenticare la proclamazione della sua Regalità e in attesa del riconoscimento dogmatico di Maria come Mediatrice di tutte le grazie e Corredentrice.
La Madonna, già nel protovangelo (cf. Gen 3,15) ha visto delineata la missione affidatagli da Dio. Ipsa conteret caput tuum: è Maria Santissima che, cooperando all’opera della Redenzione in maniera tutta speciale, schiaccia il capo dell’infernale nemico. Proprio Lei assicura la vittoria sul demonio ad ogni singolo cristiano che le è devoto e alla Chiesa, di cui è Madre. La storia lo dimostra in modo inequivocabile. E testimonia pure come gli interventi della Madonna siano stati tutt’altro che feriali e dimessi. Anzi, potremmo dire, forse banalizzando un po’, che Nostra Signora è stata, è e sarà sempre tutt’altro che politicamente corretta. Basti prendere ad esempio alcuni episodi.
Chi ha assicurato la vittoria della Cristianità sul nemico islamico che minacciava di invadere l’Europa e persino la Basilica di San Pietro? A Lepanto (1571), così come a Vienna (1683), è stata proprio la Madonna a proteggere e guidare l’esercito cristiano. I Papi delle due battaglie hanno visto il suo materno intervento nelle vittorie conseguite. Infatti, dopo Lepanto san Pio V istituì la festa della Madonna del Rosario (la vittoria era stata ottenuta con questa potentissima ed efficacissima preghiera) e inserì nelle litanie lauretane l’invocazione Auxilium christianorum, ora pro nobis; dopo Vienna, invece, il beato Innocenzo XI riconobbe l’intervento della Madonna e istituì la festa del Santissimo Nome di Maria, che tanto era stato invocato dai buoni soldati cristiani. A quanto pare, dunque, la Vergine Maria non gradisce l’islamizzazione europea e non si è mai mostrata favorevole, ovviamente facendo la volontà del Figlio suo, verso il dialogo interreligioso così come lo si intende oggi. Che debba essere accusata di islamofobia e intolleranza?
Poi vi sono altri eventi. Forse non tutti conoscono uno splendido intervento mariano nella Guerra dei Trent’anni, che vide opporsi cattolici e protestanti. Nel 1620, l’esercito cattolico ottenne una vittoria epocale nella battaglia della Montagna Bianca. In questo modo, il dilagare della rivoluzione protestante venne frenato. Il successo si ebbe grazie ad una tavoletta raffigurante la Madonna e trovata in Boemia da un padre carmelitano scalzo. Dopo essere stata portata in trionfo in tutta Europa, oggi questa immaginetta si trova a Roma, nella chiesa di Santa Maria della Vittoria. Anche questo fatto, che i modernisti evitano di ricordare, sta con ogni evidenza a sottolineare che la Madonna non è ecumenica. E forse proprio per questo oggi verrebbe scomunicata. Così come verrebbe seriamente redarguita da certe autorità ecclesiastiche per quel che si è permessa di fare con Alfonso Ratisbonne, il 20 gennaio 1842. Mentre visitava la chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, a Roma, il Ratisbonne, che era ebreo, ebbe la visione della Madonna, che in pratica lo portò a convertirsi al Cattolicesimo e addirittura a farsi sacerdote. La Madre di Dio ha quindi confermato che solo in Cristo c’è Salvezza e che pertanto anche gli ebrei devono convertirsi a Lui. La comunità ebraica di oggi griderebbe allo scandalo, purtroppo insieme a molti cattolici, e sosterrebbe che la Vergine Maria è antigiudaica e, forse, persino un po’ antisemita.
Non bisogna poi dimenticare i miracoli mariani avvenuti durante l’invasione giacobina dell’Italia alla fine del Settecento. Numerosi dipinti della Madonna, anche davanti allo stesso Napoleone, girarono gli occhi e piansero. La Vergine dunque non era contenta della Rivoluzione francese, né degli ideali da essa scaturiti. Una Madonna rivelatasi antimoderna, quindi, e contro quei presunti “diritti” dell’uomo voluti dalla massoneria…
Prima di queste vicende, ce n’è anche un’altra che merita di essere menzionata: l’apparizione della Madonna di Guadalupe, in Messico, nel 1531, quindi nell’epoca dei conquistadores spagnoli. La Vergine apparve ad un azteco convertito al Cristianesimo, san Juan Diego. Anche qui non si può non intravedere la benedizione che la Madonna diede all’opera di evangelizzazione delle Americhe portata avanti soprattutto dalla Spagna. Eppure oggi c’è chi ancora parla di imposizione della Fede con la forza, di colonialismo becero e quant’altro. Come in tutte le opere umane, ci sono luci e ombre. Ma l’aver condotto a Cristo un intero Continente è stato davvero un capolavoro della grazia divina, confermato, per l’appunto, dall’apparizione mariana tanto cara ai messicani e non solo.
Infine, ma l’elenco sarebbe ancora molto lungo, non si può non parlare di Fatima. Innanzi tutto perché a Fatima, nel 1917, la Madonna ha messo in guardia l’umanità dal comunismo, con buona pace di quei tanti cattolici che, ieri come oggi, cercano un dialogo con le forze di sinistra. In secondo luogo perché proprio a Fatima la Vergine, oltre a esortare alla penitenza per la conversione dei peccatori (altro concetto risibile per i modernisti), ha profetizzato la crisi di fede che sarebbe avvenuta nella Chiesa e di cui siamo oggi testimoni diretti. Accanto a questo ha promesso il Trionfo del suo Cuore Immacolato. Un Trionfo che, si deve pensare, non sarà solo nei cuori dei suoi devoti, ma anche su tutta la società. Un Trionfo che porterà finalmente al cosiddetto Regno di Maria, un regno in cui la regalità sociale di Cristo sarà pienamente attuata, sempre con buona pace di chi ora straparla di laicità positiva e di libertà religiosa.
D’altronde, alcuni prodromi li si è visti, per un po’, nelle vicende politiche del Portogallo. Nel 1931, dopo un periodo di grande caos e anticlericalismo diffuso, l’episcopato portoghese, rispondendo all’invito della Vergine, consacrò la Nazione al suo Cuore Immacolato. E il Portogallo non solo fu preservato dalle guerre, ma nel 1933 vide diventare capo del governo il prof. Antonio de Oliveira Salazar, fervente cattolico e amico di suor Lucia, la veggente superstite di Fatima. Con Salazar si ebbe un ritorno all’ordine sociale cattolico, aumentò il numero di matrimoni in chiesa e crebbero le vocazioni religiose. Tra l’altro, fatto che farà storcere il naso a molti, la stessa suor Lucia ebbe da Dio l’incarico di esortare i vescovi portoghesi a sostenere Salazar alle elezioni del 1945. Pur rilevando alcuni limiti, la Veggente fece sapere che «Salazar è la persona che Dio ha scelto per continuare a governare la nostra patria, è a lui che saranno accordate la luce e la grazia per condurre il nostro popolo per le strade della pace e della prosperità». Dal che si evince l’approvazione dall’Alto, almeno relativa, di un governo di destra corporativa, certo non corrispondente ai canoni democratici prevalenti. E Salazar si recava a visitare suor Lucia, le telefonava e implorava le sue preghiere quando si trovava schiacciato da pesanti preoccupazioni.
Che aggiungere dopo questo breve excursus? Come scriveva Plinio Corrêa de Oliveira, Maria è «la patrona di quanti lottano contro la Rivoluzione. La mediazione universale e onnipotente della Madre di Dio è la più grande ragione di speranza dei contro-rivoluzionari. E a Fatima Ella ha già dato loro la certezza della vittoria». Dovremo passare attraverso i castighi, ma alla fine il Cuore Immacolato di Maria trionferà. E per diventare davvero i soldati e gli apostoli della guerra contro satana, affrettando così la preannunciata primavera, dobbiamo consacrarci alla Madonna, farci suoi schiavi, diventare suoi cavalieri. Cor Jesu, adveniat Regnum tuum! Adveniat per Mariam! f. catani

Fonte: Il Settimanale di Padre Pio via libertaepersona

La moglie di Gesù? solo demagogia

Domenica, 23 Settembre 2012

Karen L. King, affermata docente ad Harvard, ha svelato appena ieri a Roma l’esito delle sue ricerche su un anonimo papiro che – udite udite – parlerebbe di un Gesù ammogliato. La King è una grande esperta di gnosticismo, ha in passato commentato il vangelo-bufala gnostico di Giuda. Oggi si cimenta in un’impresa fenomenale: ribaltare la visione comune della figura di Gesù, applicando le sue personali  convinzioni all’ermeneutica di un brandello di papiro di provenienza sconosciuta. Ed è da queste convinzioni della King, già autrice di opere discutibili e danbrowniane come “Il Vangelo di Maria Maddalena: Gesù e la prima donna apostolo“, che bisogna partire. Vediamo infatti cosa dice la professoressa King in qualche modo off-the-records, nel reportage esclusivo scritto da Ariel Sabar per lo Smithsonian Magazine:

Come mai solo la letteratura che afferma che [Gesù] era celibe è sopravvissuta? E tutti i testi che mostrano che aveva una relazione intima con la Maddalena o che era sposato non sono sopravvissuti? E’ una casualità? O è per via del fatto che il celibato è divenuto un ideale per la Cristianità? [...] Il papiro mette in grande questione l’assunzione secondo cui Gesù non era sposato, che egualmente non ha alcuna evidenza.”
E aggiunge:

Mette in dubbio l’intera affermazione cattolica che il celibato sacerdotale sia basato sul celibato di Gesù. Loro dicono sempre ‘questa è la tradizione, questa è la tradizione’. Ora vediamo che questa tradizione alternativa è stata messa sotto silenzio. Ciò che mostra [questo testo] è che ci sono stati dei primi cristiani per i quali le cose non stavano così, che potevano comprendere invero che l’unione sessuale nel matrimonio poteva essere una imitazione della creatività e della generatività di Dio e poteva essere spiritualmente giusta e appropriata“.

Ecco chiarito il senso della scoperta. Ecco chiarita l’ideologia che muove certo mondo accademico. La King nel suo studio sul papiro si mostra cauta e nega che la sua volontà sia quella di attestare l’esistenza di un legame maritale fra Gesù e la Maddalena, mentre nel reportage organizzato con lo Smithsonian Magazine (perché organizzare un reportage se ci si predica schivi e riservati?) manifesta i suoi veri obiettivi. Ma veniamo al dunque. Il papiro è scritto in dialetto copto-saidico e risale, secondo la datazione della King, al IV secolo d.C. Di che parla? Impossibile chiarirlo, dato il testo mutilo, ma ecco la traduzione datane dalla King, riga per riga (con tanto di congetture):

1. “no [a] me. Mia madre mi ha dato la vi[ta…” 
2 ] I discepoli dissero a Gesù, “.[ 
3 ] negare.  Maria è degna di
4 ]……” Gesù disse loro, “mia moglie . .[  
5 ]… sarà capace di essere mia discepola . . [ 
6 ] Che i malvagi si corrompano … [ 
7] Per me, io abito con lei per… [ 
8] una immagine [
Va precisato che allo stato attuale il testo è considerato spurio o falso da almeno uno dei tre reviewers nominati dall’Università di Harvard per valutarne l’autenticità. In particolare a colpire è l’uso dell’inchiostro che – guardacaso – è più marcato nei pressi della parola “ta hime” (mia moglie). 

E poi c’è da dire che il papiro proviene da un anonimo collezionista che lo avrebbe acquistato nel 1997 da un altro collezionista che lo acquistò negli anni ’60 nella Germania dell’Est. Ce n’è per un bel romanzo…

Ora, il centro del testo è appunto quell’espressione “mia moglie”, in copto saidico “ta hime”. “Shime” e “hime” sono usati in questo dialetto per tradurre sia donna che moglie (guné), ma non è questo il punto. Anzitutto va precisato che questo testo rientra necessariamente nella serie infinita di testi gnostici redatti a cavallo fra il II e il IV secolo dopo Cristo. Nella gnosi infatti il legame fra Gesù e Maria Maddalena giustifica l’unione divina fra il Cristo e la Sofia, emanazioni dirette della divinità che si oppone al Demiurgo, ossia al creatore del mondo come noi lo conosciamo. 
E visto che con tutta probabilità questo papiro proviene sempre dallo stesso contesto in cui furono redatti i codici di Nag Hammadi, è interessante notare come la parola “hime” diventi sinonimo della parola “hotre” o “koinonos” che sempre identificano il ruolo della Maddalena quale “convivente” di Gesù nel cosiddetto Vangelo di Filippo. Va però compreso perché – come nota il famoso ricercatore finlandese dei testi di Nag Hammadi, Antti Marjanen – nello pseudo-Vangelo di Filippo la parola “hime” non ricorra mai per definire il rapporto fra Gesù e la Maddalena. Dunque è il Vangelo di Filippo a sbagliarsi su questa relazione o è il papiro anonimo a tradurre malamente (i testi in copto sono traduzioni dal greco) un termine proprio della “teologia” gnostica  (come ad esempio il greco syzygos)?
In ogni caso siamo dinanzi ad una palese mistificazione della storia. Far passare il messaggio che la Chiesa Cattolica – a questa restringe il suo campo di accuse la King – avrebbe manipolato la storia della tradizione dei testi evangelici al fine di imprimere la propria ideologia sessista fondata sul maschilismo e il celibato sacerdotale è oltre che antistorico, palesemente infondato. Perché chi si intenda minimamente di storia della tradizione saprà che nell’antichità era l’autorevolezza delle fonti e la loro antichità a decretare l’accoglimento o meno di un testo. Insomma, non c’era internet dove chiunque può pubblicare una propria versione fantasiosa di un fatto storico e raggiungere potenzialmente lo stesso pubblico di una fonte autentica.
Sappiamo d’altra parte che la gnosi non deriva dal Cristianesimo, ma si è appropriata di alcuni aspetti del Cristianesimo e li ha rielaborati a suo uso e consumo. Purtroppo però questa visione “settaria” della Gnosi non è condivisa dalla professoressa King, che nel suo volume What is Gnosticism? (del cui acquisto mi pentii quattro anni fa solo dopo aver letto le prime pagine), invece di indagare la storia e la dottrina gnostica, si profonde in dotte elucubrazioni metodologiche che lasciano passare questa idea di fondo: la Gnosi in quanto dottrina separata dal Cristianesimo e dall’identità propria non esiste. E’ stato piuttosto il Cristianesimo del II e III secolo a mettere ciò che non gli andava a genio nel bidone dei rifiuti chiamato poi Gnosi. 
Questo spiega il clamore che la “scoperta” sta suscitando ovunque nel mondo. Decontestualizzando un pezzo di papiro venuto fuori dalla spazzatura dell’antichità si finisce per operare non certo a favore della ricerca e del progresso degli studi storici, ma si dà solo sfogo alle proprie ideologie anticattoliche, a quell’ansia incontenibile di intaccare attraverso un lacerto di storia la solidità di secoli di tradizione, nella convinzione che la Chiesa Cattolica continui ad essere una sorta di onnipotente e malvagia setta intenta a coprire la verità del Gesù storico. E così anche un eminente accademico scade al livello meschino di un Dan Brown. 
f.colafemmina fidesetforma.blogspot.com

L’ideologia del lavoro (by de Benoist)

Lunedì, 30 Luglio 2012

L’ideologia del lavoro sembra avere origine nella Bibbia, dove l’uomo è definito, sin dal momento della creazione, dall’azione che esercita sulla natura: «Fruttificate, moltiplicatevi, riempite la terra, sottomettetela’) (Gen., 1, 28). Dio ha collocato l’uomo nel giardino dell’Eden ut operatur, “perché lavori» (Gen., 2, 15). Questo brano precede il racconto del peccato originale; il risultato di quel peccato non è quindi il lavoro, come troppo spesso si dice, ma solamente la condizione più penosa in cui esso dovrà da quel momento in poi essere svolto. Dopo il peccato, l’uomo si guadagnerà il pane “con il sudore della fronte”.Con la missione assegnata all’uomo di “sottomettere” la terra si inaugura già il dispiegamento planetario e incondizionato dell’essenza della tecnica moderna, come punto d’arrivo di una metafisica che instaura tra l’uomo e la natura un rapporto puramente strumentale. L’uomo ha la vocazione al lavoro, e il lavoro ha la vocazione a trasformare il mondo; esso rappresenta pertanto una rottura con l’essere, un dominio su un mondo fatto oggetto della signoria umana. Come l’uomo è l’oggetto di Dio, così la terra diventa l’oggetto dell’uomo, che la trasforma assoggettandola alla ragione tecnica. Nel contempo, il lavoro assume un valore eminentemente morale. Dirà san Paolo: “Se qualcuno non vuole assolutamente lavorare, non mangi», frase originariamente enunciata sotto forma di constatazione (“chi non lavora non mangia») ma che ben presto diventa una formula prescrittiva: “Chi non lavora non ha il diritto di mangiare».

liberarsi dalla necessità Questa visione del mondo, che oggi ci appare cosi familiare, è segnata da una rottura totale con la concezione prevalente nella quasi totalità delle società tradizionali, dove non solo la necessità non detta legge. ma l’ambito di ciò che è specificamente umano si situa viceversa nel rifiuto di assoggettarsi al regno della necessità materiale. Marshall Sahlins, ad esempio, ha mostrato in maniera convincente che le società “primitive,) sono società nelle quali non si lavora mai più di tre o quattro ore al giorno, perché i bisogni vengono volontariamente limitati e al “tempo liberoo, viene assegnata la priorità rispetto all’accumulazione dei beni1.Nell’Antichità europea, il lavoro viene disprezzato proprio perché è considerato il luogo per eccellenza dell’assoggettamento alla necessità. Questo disprezzo lo troviamo tanto nei greci e nei romani quanto nei traci, nei lidii, nei persiani e negli indiani. I’idea più comune è che, essendo per definizione deperibile tutto ciò che l’economia produce, il lavoro, motore dell’economia, non è adatto a rappresentare quel che va oltre la semplice naturalità dell’esistenza umana. In Grecia, soprattutto, il lavoro è percepito come un’attività servile che, in quanto tale, è in antagonismo con la libertà, e quindi anche con la cittadinanza2. “Un pastore ateniese”, nota a questo proposito Alain Caillé, “è un cittadino, a differenza dei ricchi artigiani, non perché è un lavoratore, come penserebbero i moderni, ma al contrario perché è un ozioso, perché dispone di quel tempo libero (skholè) che è la sola prerogativa in grado di rendere gli uomini pienamente umanio,3. “Non è possibile esercitare la virtù quando si fa la vita di un artigiano O” scrive Aristotele4.Sarebbe sbagliato vedere in questa svalutazione del lavoro semplicemente il riflesso di una visione gerarchica della società e la conseguenza della (‘comoditào, rappresentata dall’esistenza di schiavi. Essa esprime in realtà un’idea molto più importante: l’idea che la libertà (come del resto anche l’eguaglianza) non può risiedere nella sfera della necessità, e che vi è autentica libertà solo nell’affrancamento da tale sfera, Qvverosia nell’al di là dell’economico. AI limite, come spiega Hannah Arendt, lo schiavo non lavora perché è schiavo, ma è schiavo perché lavora. «Il lavoro era indegno del cittadino”, aggiunge André Gorz, “non in quanto era riservato alle donne e agli schiavi; anzi, era riservato alle donne e agli schiavi perché “lavorare significava asservirsi alla necessità”. E poteva accettare quell’asservimento soltanto chi, alla maniera degli schiavi, aveva preferito la vita alla libertà e dunque dato prova di spirito servi le. I’uomo libero, invece, rifiuta di sottomettersi alla necessità; padroneggia il proprio corpo onde non essere schiavo dei suoi bisogni e, se lavora, lo fa solo per non dipendere da ciò che non controlla, cioè per assicurare o accrescere la propria indipendenza». Per questo motivo, «l’idea stessa di “lavorare” era inconcepibile in quel contesto: il “lavoro”, votato alla servitù e alla reclusione nella domesticità, lungi dal conferire un’”identità sociale”, definiva l’esistenza privata ed escludeva dall’ambito pubblico quelle e quelli che gli erano asserviti»5.Il fatto che questa contrapposizione tra regime della necessità e ambito della libertà si sovrapponga, nell’ideale antico, alla contrapposizione tra sfera privata e sfera pubblica è rivelatore. Secondo Aristotele, l’economia ha a che vedere con l’ambito “familiare”. Essa si definisce, in senso proprio, come un insieme di regole di amministrazione domestica (oikos-nomos) , che Aristotele distingue del resto nettamente dalla produzione di beni in vista di uno scambio mercantile, cioè dalla crematistica.ln quanto tale, essa si contrappone alla sfera pubblica, ambito della libertà, il cui godimento e la partecipazione alla quale presuppongono l’«oziosità». La libertà è una faccenda pubblica; non può essere ottenuta nel privato o attraverso di esso.Non esiste d’altronde all’epoca nessuna parola generica per designare il lavoro. I termini più correntemente utilizzati dai greci (ponos, ergon, poiesis) testimoniano un apprezzamento qualitativamente differenziato delle attività umane, giudicate secondo la conformità alla natura o in base al valore d’uso e alla qualità del prodotto. “Nel contesto della tecnica e dell’economia antica”, sottolinea Jean-Pierre Vernant, “il lavoro appare solo [...] nel suo aspetto concreto. Ogni compito viene definito in funzione del prodotto che punta a fabbricare [...] Non si considera il lavoro nella prospettiva del produttore, come espressione di un unico sforzo umano creatore di valore sociale. Non troviamo quindi, nell’antica Grecia, una grande funzione umana, il lavoro, che copre tutti i mestieri, bensì una pluralità di mestieri diversi, ciascuno dei quali costituisce un tipo particolare di azione che produce la propria opera”6.Lo stesso stato d’animo vige a Roma. A proposito del lavoro manuale, Seneca dice che è “privo d’onore e non potrebbe rivestire neppure la semplice apparenza dell’onestà”. Cicerone aggiunge che ,cil salario è il prezzo di una servitù,’, che «niente di nobile potrà mai uscire da un negozio», che «il posto di un uomo libero non è in una fabbrica»7. La lingua latina distingue nettamente il labor, che evoca il lavoro penoso ed oppressivo, e l’opus, l’attività creativa. «Lavorare» (laborare) ha spesso il significato di «soffrire»; laborare ex capite, “soffrire di mal di testa”, Viceversa, la parola otium non designa affatto la pigrizia o il fatto di “non fare niente”, bensì l’attività superiore orientata verso la creazione, di cui il commercio rappresenta la negazione (negotium, “negozio”)’ Quanto alla parola moderna francese “travail”, essa viene, come è noto, da tripalium, che in origine era uno strumento di tortura…Sin dai primi secoli della nostra era, il cristianesimo si è sforzato di lottare contro il disprezzo del lavoro.Gesù e i suoi apostoli erano dei lavoratori manuali. In breve tempo non si conteranno più i santi patroni dei diversi mestieri. Ciononostante, per Secoli sopravviverà l’idea che l’uomo non è fondamentalmente fatto per lavorare, che il lavoro non è altro i che una triste necessità e non qualcosa da nobilitare o lodare, e che talune attività sono incompatibili con la qualità di uomo libero. Per reagire a questa idea fortemente radicata, la borghesia, soprattutto a partire dal XVII secolo, moltiplicherà le critiche contro il carattere «improduttivo», e quindi «parassitario», del modo di vita aristocratico.André Gorz è uno di coloro che hanno colto meglio in che misura ciò che noi oggi chiamiamo lavoro è, nella sua stessa generosità, un’invenzione della modernità. L’idea contemporanea del lavoro”, scrive, «appare in effetti solo con il capitalismo manifatturiero. Sino a quel momento, cioè sino al XVIII secolo, il termine «lavoro” (Iaboul; Arbeit, travai) designava la pena dei servi e dei giornalieri che producevano beni di consumo o servizi necessari alla vita che dovevano essere rinnovati giorno dopo giorno, senza che nulla potesse essere dato per acquisito. Gli artigiani, invece, che fabbricavano oggetti durevoli, accumulabili, che gli acquirenti di regola trasmettevano ai posteri, non “lavoravano”, “operavano”, e nella loro “opera” potevano utilizzare i “lavoro” di uomini di fatica chiamati a svolgere i compiti grossolani, poco qualificati. Soltanto i giornalieri e i manovali erano pagati per il loro “lavoro”; gli artigiani facevano pagare la propria “opera” in base a un tariffario fissato da quei sindacati professionali che erano le corporazioni e le gilde, le quali proibivano severamente qualsiasi innovazione ed ogni forma di concorrenza. [...] La “produzione materiale” non era dunque, nell’insieme, retta dalla razionalità economica»9.Per molto tempo infatti il lavoro, benché riabilitato, è rimasto in una certa misura al riparo da considerazioni puramente utilitarie o mercantili. Nel Medioevo, in particolare, il mestiere ha un valore li integrazione sociale. E innanzitutto un modo di vita, una maniera di stare al mondo, e, in quanto tale, rimane dipendente da un certo numero di atteggiamenti etici, che vanno al di là della sfera della sola materialità ed impregnano nel suo insieme una società nella quale si giustappongono e si incrociano modi di vita organica differenti. I mestieri hanno le proprie regole, le proprie tradizioni. Alloro esercizio sono associate abitudini festive e credenze p0polari che contribuiscono a limitare gli effetti della sola ragione economica.Il lavoro speso nella costruzione delle cattedrali è tutto salvo che un lavoro che miri all’utilità, come ha rimarcato, in una pagina molto nota, Georges Bataille: «L’espressione dell’intimità nella chiesa [...] risponde al vano consumo del lavoro: sin dall’inizio la destinazione sottrae l’edificio all’utilità fisica, e questo primo movimento si esprime in una profusione di vani ornamenti. Perché la costruzione di una chiesa non è l’impiego vantaggioso del lavoro disponibile, ma il suo consumo, la distruzione della sua utilità. L’intimità è espressa in modo condizionato da una cosa: purché questa cosa sia in fondo il contrario di una cosa, il contrario di un prodotto, di una merce: un consumo e un sacrificio» 10.È a questa forma di lavoro che Péguy allude quando evoca la pietà dell’«opera ben fatta», il tempo in cui si cantava mentre si lavorava e si dava nellavoro il meglio di sé perché in quel lavoro ne andava della realizzazione di se stessi: «Abbiamo conosciuto operai che avevano voglia di lavorare [...] Lavorare era la gioia stessa, la radice profonda del loro essere [...] Esisteva un onore incredibile del lavoro [...] Bisognava che un bastone di sedia fosse ben fatto [...] Non doveva essere fatto bene per il salario o a causa del salario [...] per il padrone o per i conoscitori [...] Bisognava che fosse fatto bene in sé [...] E lo stesso principio delle cattedrali…». Péguy, tuttavia, respinge sia la concezione calvinista, in cui la coazione al lavoro trova la propria legittimità nell’ordine della fede (il lavoro come sottomissione necessaria all’esigenza di salvezza), sia la concezione borghese, che considera lavoro autentico solo quello che non procura alcun divertimento. Egli non fa del lavoro lo scopo supremo dell’esistenza. Pone al di sopra dei compiti necessari alla sussistenza le attività dello spirito che permettono alla personalità di fiorire. Sa che i valori etici e culturali sono superiori alla semplice produzione deg!i oggetti. Ed è il primo a convenire che il lavoro è radicalmente cambiato da quando è governato solamente dalle leggi economiche dell’offerta e della domanda, della produzione e del mercato.Con la Riforma, e poi con l’emergere delle teorie liberali, il «valore-lavoro) diventa infatti nel contempo valore dominante e valore in sé. In Locke, ad esempio, la proprietà si fonda sul lavoro e non più sui bisogni, atteggiamento che già giustifica l’appropriazione illimitata (e che Louis Dumont giustamente definisce tipicamente moderna). Nel contempo, la giustizia viene fondata su un diritto di proprietà posto come assoluto, agli antipodi del pensiero tradizionale che rapporta la giustizia all’equità e a relazioni ordinate all’interno di un tutto. La proprietà risalirebbe allo «stato di natura» e sarebbe il frutto del lavoro individuale, cioè dell’appropriazione da parte dell’individuo di tutto ciq che egli sottrae alla natura e prende alla terra. E la nascita di quello che Macpherson chiama l’«individualismo Possessivo».Il lavoro è non meno fondamentale in Adam Smith. L:introduzione de La ricchezza delle nazioni si apre su queste parole: «Il lavoro annuo di una nazione è il fondo primitivo che fornisce al suo consumo annuale tutte le cose necessarie e comode della vita; e queste cose sono sempre o il prodotto immediato del lavoro, o acquistate dalle altre nazioni assieme a quel prodotto)»11 Smith aggiunge immediatamente l’idea concomitante che la ricchezza prodotta dal lavoro (le «cose necessarie e comode della vita”) può essere accresciuta dal progresso costante dei metodi di rendimento. E sostiene inoltre che lo scambio fra le ricchezze in tal modo prodotte, scambio il cui unico motore è l’esclusiva ricerca dell’interesse egoistico, consente la diffusione ottimale di tutti i benefici risultanti dalla divisione del lavoro. Il valore si identifica quindi essenzialmente con il lavoro, che ne costituisce in un certo senso la sostanza e ne è l’unico metro di misura, ed è nello scambio mercantile che questo valore si cristallizza. «Il lavoro», scrive Adam Smith, «è la misura reale del valore scambiabile di ogni merce»12.Per Smith, il giusto prezzo è dunque quello del mercato: la merce che viene scambiata sul mercato è venduta esattamente per ciò che vale («prezzo naturale»), e il suo valore espresso in denaro rimanda al lavoro che essa rappresenta: «Il lavoro misura il valore, non soltanto di quella parte del prezzo che si risolve in lavoro, ma anche di quella che si risolve in rendita, e di quella che si risolve in profitto13. E ancora: «Non è con l’oro o con l’argento, ma con il lavoro che tutte le ricchezze del mondo sono state acquistate originariamente; e il loro valore per coloro che le possiedono e che cercano di scambiarle con nuove produzioni è esattamente uguale alla quantità di lavoro che esse li mettono in condizione di acquistare o di ordinare” 14. L’intera opera di Smith si fonda su questo legame fra lo scambio e il lavoro, in cui il primo ingloba il secondo nelle condizioni moderne dell’attività economica ma il secondo forma la pietra angolare dell’intero edificio.Luomo pertanto è così «naturalmente» commerciante che è «lavoratore»: «ln tal modo, ogni uomo vive di scambi e diventa una sorta di mercante, e la società stessa è propriamente una società commerciante»15. Come scrive Louis Dumont, «insomma, ogni cosa è lavoro e il lavoro è ogni cosa, cosicché noi lavoriamo persino quando non lavoriamo e ci accontentiamo di scambiare» 16.In effetti, in Smith troviamo due definizioni del valore-lavoro. Nella prima, che è implicita, il valore consiste nella quantità di lavoro necessaria alla produzione di un bene. Nella seconda, che ne deriva ed è altresì la principale, il valore di un bene consiste nella quantità di lavoro che è possibile ottenere in cambio di quel bene (giacché lo scambio consente in un certo senso di “verificare” il valore-lavoro connesso alla sola produzione). In entrambi i casi, ci si trova di fronte ad un’affermazione (o ad un argomento di diritto naturale) priva di ogni valore empirico od operativo. La teoria si limita semplicemente a postulare che l’uomo crea il valore per i) tramite del proprio lavoro, che lo fa padrone e sovrano trasformatore della natura. «Questa relazione naturale dell’uomo individuale con le cose», nota Louis Dumont, «si riflette in qualche modo nello scambio egoistico tra uomini che, pur essendo un succedaneo del lavoro, impone ad esso la propria legge e ne consente il progresso. Come nella proprietà di Locke, è il soggetto individuale ad essere esaltato, l’uomo egoista che scambia o lavora, che, nella pena, nell’interesse e nel profitto, lavora [...] al bene comune, alla ricchezza delle nazioni»17.Adam Smith tuttavia devia quando, basandosi sulla teoria del valore-lavoro, si sforza di giustificare il sistema dei salari e il gioco del capitale. Egli afferma infatti che il lavoratore deve condividere con il datore di lavoro il prodotto del capitale. Questa affermazione sembra smentire la convinzione secondo cui il valore del prodotto si ricollega alla quantità di lavoro necessaria alla produzione, dal momento che tale quantità è stato solo il lavoratore a produrla. Consapevole della difficoltà, Smith scrive: «La quantità di lavoro comunemente spesa per acquistare o produrre una merce non è più dunque l’unica circostanza sulla quale si deve regolare la quantità di lavoro che quella merce potrà comunemente acquistare, ordinare od ottenere in scambio. E chiaro che sarà dovuta ancora una quantità addizionale per il profitto del capitale che ha anticipato i salari di tale lavoro e ne ha fornito i materiali»18. Questa «quantità addizionale» rimane però misteriosa. Smith tenta in effetti di assimilare il valore-lavoro inerente ad un prodotto al salario che il lavoratore riceve per quel prodotto, come se il valore del lavoro pagato dal salario fosse identico al valore reale creato da quel lavoro: “Quel che costituisce la ricompensa naturale o il salario del lavoro, è il prodotto del lavoro»19. Ma questa assimilazione è arbitraria, cosa che Marx non mancherà di rilevare. L’approccio di Smith trova il suo fondamento nell’idea che la djversità delle attività umane possa essere interamente ricondotta a un’unica sostanza, e che sia tale sostanza, nella fattispecie il lavoro, a permettere di trasformare l’eterogeneo in omogeneo, la qualità in quantità. Nel contempo, Smith afferma che ogni lavoro deve essere (‘produttivo”, cioè diretto verso la produzione di merci utili il cui consumo c0nsentirà a sua volta di produrre nuove cose consumabili. Ne consegue che l’attività non «produttiva» è un non-senso rispetto alla vita delle società.Questa idea di un lavoro che sarebbe alla base dell’esistenza umana la si ritrova in Ricardo, per il quale “il valore di una merce dipende della quantità relativa di lavoro necessaria alla sua produzione”20. I successori di Smith si divideranno in seguito sull’importanza relativa da attribuire rispettivamente al lavoro e allo scambio.La teoria neoclassica, particolarmente in Walras, cercherà di assimilare valore di scambio e valore d’uso spiegando il primo attraverso la limitazione di una quantità utile, cioè attraverso la rarità. I’idea che il valore debba essere indicizzato esclusivamente sull’utilità non è infatti sostenibile: l’acqua è più utile del diamante ma infinitamente meno costosa; il piano del prezzo e quello dell’utilità sono irriducibili l’uno all’altro. Gli economisti liberali si sforzeranno quindi di prendere contemporaneamente in considerazione l’utilità e la rarità, e i marginalisti svilupperanno un punto di vista che consisterà nel valutare non più la quantità globale di beni, bensì il valore «marginale», assunto dall’ultimo di essi, ma “senza riuscire a operare la sintesi utilità-rarità in “una spiegazione coerente”21. Questa teoria finisce infatti con il rendere insolubile il problema della trasformazione del valore in prezzo di produzione.Il modo in cui ai nostri giorni la parola (,lavoro” viene indistintamente applicata a qualunque forma di attività o di occupazione regolare, in diretta contrapposizione con l’ideale ereditato dall’Antichità, riflette piuttosto bene le teorie di cui abbiamo or ora sinteticamente accennato. Operai, dirigenti, artisti, ricercatori, intellettuali, creatori: ormai tutti “lavorano”. Anche i contadini si sono trasformati in “produttori agricoli,), il che dimostra che i loro compiti quotidiani non definiscono più un modo di vita incomparabile rispetto a tutti gli altri. Nondimeno, questo onnipresente lavoro esige di essere colto e definito con precisione. “Il “lavoro”, nel senso contemporaneo”, scrive André Gorz, “non si confonde né con i bisogni, ripetuti giorno dopo giorno, che sono indispensabili al mantenimento e alla riproduzione della vita di ciascuno; né con la fatica, per quanto impegnativa possa essere, che un individuo fa per realizzare un compito di cui lui stesso o i suoi sono i destinatari e i beneficiari; né con quel che noi decidiamo di fare di testa nostra, senza tener conto del tempo e della fatica, per uno scopo che ha importanza soltanto ai nostri occhi e che nessuno potrebbe raggiungere al posto nostro. Se ci ca. pita di parlare di “lavoro” a proposito di queste attività del “lavoro domestico”, del “lavoro artistico del ‘avoro’ di autoproduzione, lo facciamo assegnando all’espressione un significato fondamentalmente diverso da quello che ha il lavoro posto dalla metà alla base della propria esistenza, strumenti cardinale e nel contempo obiettivo supremo… La caratteristica essenziale di quel tipo di lavoro quello che noi “abbiamo”, “cerchiamo”, “offriamo” consiste infatti nell’essere un’attività nella sfera publlica, richiesta, definita, riconosciuta utile da altri e, a questo titolo, da essi remunerata. Grazie al lavoro remunerato (e più in particolare attraverso il lavoro salariato) apparteniamo alla sfera pubblica, acquisiamo un’esistenza e un’identità sociali (vale a dire una “professione»), siamo inseriti in una rete di relazioni e di scambi nella quale ci misuriamo con gli altri e ci vediamo conferire dei diritti su di loro in cambio dei nostri doveri verso di loro. La società industriale viene intesa come “una società di lavoratori” e, a questo titolo, si distingue da tutte Quelle che l’hanno preceduta, perché il lavoro socialmente remunerato e determinato è anche per quelle e quelli che ne cercano, vi si preparano o ne mancano il fattore di gran lunga più importante di socializzazione»22.Perciò, prosegue André Gorz, “la razionalizzazione economica del lavoro non è consistita semplicemente nel rendere più metodiche e meglio adattate allo scopo delle attività produttive preesistenti. Fu una rivoluzione, una sovversione del modo di vita, dei valori, dei rapporti sociali e con la natura, l’invenzione nel senso pieno del termine di qualcosa che non era ancora mai esistito. L’attività produttiva veniva privata del suo senso, delle sue motivazioni e del suo oggetto per diventare il semplice mezzo per guadagnarsi un salario. Smetteva di far parte della vita per diventare il mezzo per “guadagnarsi da vivere”. Il tempo di lavoro e il tempo di vivere venivano staccati; il lavoro, i suoi strumenti, i suoi prodotti acquistavano una realtà separata da quella del lavoratore e dipendevano da decisioni estranee. La “soddisfazione di operare” in comune e il piacere di “fare” venivano soppressi a vantaggio esclusivo delle soddisfazioni che il denaro può acquistare [...] La razionalizzazione economica del lavoro avrà pertanto ragione dell’antica idea di libertà e di autonomia esistenziale. Essa dà vita a un individuo che, alienato nel lavoro, lo sarà anche, per forza, nei consumi ed, infine, nei bisogni»23. Alain de Benoist via ariannaeditrice

NOTE

1 Cfr. Marshall Sahlins, Age de pierre, age d’abondance. L’économie des soclétés primltlves, Gallimard, Parls 1976 (tr. It. Economia dell’età della pietra, Bompiani, Milano 1980).

2 A queslo proposito si veda sopraltutto Hannah Arendt, La condition de l’homme moderne, Calmann-Lévy, Parls 1961 (tr. it. Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 1993),

3 Alain Caillé, Vers de nouveaux fondements symboliques. Pour une création mondiale de revenus de citoyenneté nationaux, in «Dossier n. 3, Transversales science/culture», pag. 28.

4 Aristotele, Politica, 111, 2, 8. Si sa anche che uno dei motivi del. rostilità di Platone nei confronti dei sofisti (Protagora, Gorgia, Prodico) stava nel fatto che costoro accettavano di farsi pagare per il loro insegnamento filosofico.

5 André Gorz. Métamorphoses du travail. Quete du senso Critique de la raison économique, Galilée, Paris 1991, pagg. 26-28 ttrad. it. Metamorfosi del lavoro, Bollati Boringhieri, Torino 1992).

6 Jean-Pierre Vernant, Mythe et pensée chez les Grecs, La Découverte, Paris. Pag. 296 (tr. il. Mito e pensiero presso i greci, Eiraudi. Torino 1981).

7 Seneca, Ce Officiis I, 42.

8 Questo significato è sopravvissuto in francese e in italiano nell’espressione che evoca il ..travaglio» (travai/) della donna partoriente e i dolori che lo accompagnano.

9 André Gorz. op. cit., pagg. 28-29.

10 Georges Bataille, La part maudite. Précédé de: La notion de dépense, Minuit, Paris 1990. pago 168 (tr. it. La parte maledetta, Bertani. Verona 1972).

11 Adam Smith, Recherches sur la nature et les causes de la richesse des nations. vol. I, Flammarion, Paris. p. 65 (ed. il. Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Mondadori. Milano 1977).

12 Ibidem. libro I, capitolo S, pag, 100.

13 Ibidem, libro I. capitolo 6, pago 120,

14 Ibidem. libro I, capitolo S, pag.101.

15 Ibidem. libro I, capitolo 4, pago 91.

16 Louis Dumont, Homo Aequalls. Genèse et épanouissement de l’idéologie économique, Gallimard, Paris 1977, pago 225 (tr. il. Homo Aequalis, Adelphi, Milano 1984),

17 Ibidem, pag, 122.

18 Adam Smith. op. cit., libro I, capitolo 6, pago 119. Ibidem, libro I, capitolo 8, pago 135,

19 David Ricardo, Sui principii dell’economia politica e della tassazione, Mondadori, Milano 1979. capitolo I.

20 André Piettre, Pensée économique et théories contemporaines, Sa ed., Dalloz, Paris, pag, 93. La nozione di rarità tende inoltre a fare della relazione economica un gioco a somma zero (cosa che essa non è). da! momento che, in un universo interamente assoggettato alla rarità, non si potrebbe dare all’uno senza prendere all’altro. Simmel ha fatto osservare che. dal punto di vista economico, il momento dell’utilità corrisponde alla domanda, quello della rarità all’offerta. Thorstein Veblen (Teoria della classe agiata, Einaudi, Torino 1971) mostra inoltre che il prezzo e l’utilità di un bene non ne esauriscono il significato. nella misura in cui quel bene è anché l’esponente di uno status sociale. I’oggetto economico diventa perciò il referente dell’oggetto-segno. Cfr. anche Jean Baugrillard, Le système des objets, Gallimard, Paris 1968.

21 André Gorz, op. cit., pagg. 25-26.

22 Ibidem, pagg. 36-37.

Lo scippo del libero arbitrio

Lunedì, 12 Marzo 2012
Gran parte della storia dell’umanità si è ispirata a una visione dualistica che distingue tra la sfera naturale e la sfera mentale e spirituale. È una visione che ha permeato la struttura del sistema della conoscenza, già nel mondo pagano. Il pensiero di Aristotele è articolato nella considerazione della fisica, della metafisica, della logica, dell’etica e dell’estetica, e non mira a ridurre l’una all’altra. Anche la distinzione medioevale tra “trivio” e “quadrivio”, pur non riconducibile direttamente a quel dualismo, riflette la distinzione tra saperi “scientifici” e saperi “letterari”, senza ordinarli gerarchicamente. Una siffatta gerarchia venne invece introdotta da Galileo quando additò l’Iliade e l’Orlando Furioso come opere di fantasia in cui la verità di quel che vi è scritto è la cosa meno importante. L’attribuzione di un valore di verità alle sole scienze naturali, e la negazione di un valore di conoscenza razionale all’esplorazione letteraria dell’animo umano, riflettono l’entusiasmo suscitato dagli straordinari successi delle scienze fisico-matematiche. Ma, nonostante tutto, siamo ben lontani dalla negazione del dualismo. Per i grandi fondatori della scienza moderna – come Galileo, Descartes, Newton, Leibniz, Keplero – non è in discussione che esista una sfera naturale, esplorata con successo dal metodo matematico-sperimentale, e una sfera spirituale che è dominio della filosofia, della religione, della letteratura e dell’arte. Il monismo materialista ha lontani antecedenti, ma il suo pieno ingresso sulla scena avviene con le teorie settecentesche dell’uomo-macchina di Lamettrie e con la medicina materialista di Cabanis. Si trattò di una parentesi perché il pensiero dominante dell’Ottocento fu prevalentemente dualista. Anche un matematico come Cauchy sosteneva che non bisognava «ostentare le scienze matematiche al di là del loro dominio» e non ci si doveva illudere «che si possa affrontare la storia con delle formule, e sanzionare la morale con dei teoremi». Sono frasi in cui traspare una tensione. La sortita del materialismo settecentesco, se pur in momentanea ritirata, aveva aperto una ferita insanabile. Era di fatto solo una tregua. Agli inizi del Novecento si ripresentò un riduzionismo materialista più agguerrito che mai che trasformò la distinzione tra le due sfere del pensiero in una condizione di conflitto permanente. Circa mezzo secolo fa, il termine “le due culture” fu coniato da C. P. Snow nell’omonimo saggio in cui denunciava l’incomprensione crescente tra scienziati e umanisti: «trent’anni fa le due culture non si rivolgevano la parola, ma almeno si sorridevano freddamente. Ora la cortesia è venuta meno, e si fanno le boccacce». Allo scienziato che condanna come una perdita di tempo la lettura di un romanzo, si oppone la sprezzante vanteria dell’umanista di non saper fare neppure una moltiplicazione. Tuttavia il conflitto non si pone in termini astrattamente equivalenti. Non esiste un tentativo riduzionista delle scienze umane. Esiste invece un riduzionismo naturalistico sempre più pervasivo. L’unico progetto in campo è quello che mira a superare il dualismo tra le due culture riducendo l’una all’altra, riassorbendo la sfera umana entro la sfera naturale, riducendo l’uomo a fisica e biologia. Tutto il complesso delle scienze umane consolidato nei secoli deve essere riscritto nel linguaggio delle scienze naturali, ed eventualmente matematico. In attesa che il progetto si realizzi quel complesso è messo in mora, come privo di valore e interesse.
La problematica conoscitiva si salda strettamente con una tematica metafisica: difatti, il progetto riduzionistico non è scientifico, bensì metafisico. L’obbiettivo non è più quello di studiare la natura, bensì di dimostrare che tutto si riduce a processi materiali. Gli sviluppi contemporanei della scienza ne forniscono la conferma più evidente. In un periodo in cui la fisica conosce una stasi, il ruolo di “big science” è assunto dalla biologia, o meglio dalla genetica e dalle neuroscienze; che si ripartiscono in due filoni: uno di direttamente tecnologico e l’altro volto a “dimostrare” l’assunto metafisico di cui si diceva. La dimensione teorica della biologia – già di per sé esile, perché non esiste una biologia teorica analoga alla fisica teorica – è sparita e si è trasformata in una metafisica materialistica che gioca il ruolo di supporto teorico della pratica manipolativa. Come ha osservato Gilbert Hottois, caratteristica della tecnoscienza è l’abbandono dell’approccio “logoteorico” della scienza classica, a favore dell’operatività. Eppure mai come ora la tecnoscienza ambisce a dare risposte metafisiche, proprio mentre predica la fine della filosofia. In realtà, vuole sostituirsi ad essa e fornire risposte alle classiche domande della filosofia gabellandole come risultati scientifici. Lo scopo è di dissolvere la questione antropologica naturalizzando la sfera umana, riducendo l’uomo a un complesso biofisico contingente e modificabile nel genoma e nel cervello. La natura simbolica dell’uomo sparisce e viene ridotta ad altro, a processi materiali: la mente è cervello e null’altro; l’essere è genoma e null’altro; la sfera simbolica è un prodotto tecnobiofisico; la vita e la morte sono l’accensione e lo spegnimento di una macchina; l’uomo-macchina è interamente manipolabile. Con la questione antropologica è dissolta la questione morale, ridotta a una questione di conformazioni neuronali. La religione viene dissolta nella neuroteologia. Si potrebbe obiettare che tutto ciò sarebbe legittimo se fosse scientificamente dimostrabile; se la scienza contemporanea avesse realizzato il miracolo di trasformare i classici problemi della metafisica in problemi scientifici risolubili in termini positivi. Proprio su questo occorre misurarsi senza reticenze. I “risultati” che sosterrebbero queste “scoperte” offrono un panorama di edifici pieni di crepe e la cui stabilità è a dir poco precaria. Non sono in discussione i singoli risultati sperimentali bensì le deduzioni arbitrarie che ne vengono tratte. Quale risultato sperimentale avvalla la tesi secondo cui «tutto è genetico»? Come osservò il biologo Henri Atlan, proprio il successo (pur fortunoso) della clonazione ha demolito conclusivamente quella tesi. Eppure essa viene riproposta come un truismo, tanto che è divenuta un luogo comune. Consideriamo tre esempi relativi all’ossessione dominante nell’ambito delle ricerche neuronali e genetiche: dimostrare che il libero arbitrio non esiste. Esiste un ampio filone di ricerche in tal senso che può essere rappresentato dal libro Mind Time di Benjamin Libet. Si tratta di esperimenti volti a dimostrare che l’esperienza soggettiva della libertà è un’illusione e che le nostre azioni sono prodotte da processi cerebrali inconsci che agiscono prima che noi si sia consapevoli delle nostre intenzioni. Tali esperimenti consistono nel misurare l’attività elettrica cerebrale che si manifesterebbe in concomitanza con l’assunzione di una decisione e nel confrontare l’istante d’inizio di tale attività cerebrale con il momento in cui la decisione viene presa, segnalato dal soggetto mediante la pressione su un bottone, o con un atto analogo. Si sarebbe mostrato che l’attività cerebrale ha inizio prima della pressione del bottone: lo scarto varia tra qualche millisecondo e un decimo di secondo. I ricercatori più scrupolosi, rendendosi conto che un simile esile scarto potrebbe rientrare negli errori di misura, hanno seguito un’altra via: fare una ricerca e uno studio delle aree del cervello che «predeterminano le intenzioni consapevoli», misurarne l’attività con tecniche di risonanza magnetica individuando l’inizio della «fase preparatoria della decisione». In tal caso, lo scarto salirebbe ad alcuni secondi. Non è difficile vedere i vizi di questa procedura. In primo luogo, dare per scontato che esistano aree che «predeterminano» le intenzioni consapevoli indica che la tesi dell’inesistenza del libero arbitrio viene data per dimostrata prima di averlo fatto, anzi viene usata per dimostrarla. Inoltre, è chiaro che è improprio chiedere a una persona di annunciare l’istante in cui egli assume una decisione per confrontarlo con un istante di natura totalmente diversa: quello in cui ha inizio una vaga «attività preparatoria» nel corso della quale viene elaborata la decisione: è evidente che il momento in cui rifletto se uscire o no di casa viene prima del momento in cui decido di uscire. Ma c’è un vizio ancor più grave. Da un lato si misurano grandezze fisiche, osservabili misurabili con apparecchi di laboratorio: intensità di correnti, flussi sanguigni. Dall’altro lato si ha a che fare con qualcosa di diverso, ovvero con un rapporto con cui il soggetto dichiara l’esistenza di uno stato mentale: “premo il bottone o indico una lettera, e così informo di aver compiuto la scelta”. È qualcosa di analogo ai rapporti verbali (un “racconto”) in cui il soggetto descrive quel che prova soggettivamente. È del tutto arbitrario considerarlo come la determinazione esatta dell’istante temporale della presa di decisione, analoga alla misurazione diretta con un apparecchio. Qui vengono identificate cose diversissime: un rapporto dichiarativo e uno stato mentale. Per controllare la coincidenza della “dichiarazione” con lo stato mentale occorrerebbe penetrare direttamente in questo. Ma il rapporto dichiarativo può essere verificato soltanto con altri rapporti dichiarativi, in un’impossibile regressione all’infinito verso il “foro interiore” della persona senza che sia possibile mettere in atto qualcosa di simile alla misurazione diretta di una corrente elettrica. Pertanto mettere a confronto quelle due “misurazioni” del tempo è un grave errore metodologico indotto dalla pressione dell’assunto metafisico. Una situazione analoga si presenta nella teoria dei neuroni specchio, che M. Jacoboni nel suo Neuroni specchio definisce come gli elementi neurali determinanti per il comportamento sociale. Anche qui l’identificazione di aree che si attivano nei rapporti sociali e nelle situazioni di “empatia” non autorizza a considerarle come un fattore causale, come il fattore materiale che «colma il divario tra il sé e l’altro». Soprattutto se si ammette che «sembra esservi nel cervello, oltre al sistema dei neuroni specchio, un altro sistema neurale, il sistema della condizione di default, implicato sia con il sé sia con l’altro, nel quale il sé e l’altro sono interdipendenti». Mentre i neuroni specchio hanno a che fare con gli aspetti fisici del sé e dell’altro, il sistema della condizione di default dovrebbe «concernere aspetti più astratti della relazioni tra il sé e l’altro: i loro rispettivi ruoli nella società o comunità cui appartengono». In attesa di capire di cosa si tratti, l’indimostrata riduzione dell’empatia a neurobiologia deve far fronte al problema del perché talora l’empatia non si manifesti e vi siano piuttosto manifestazioni di insofferenza persino atroci. S’invoca allora l’ipotesi che gli stessi meccanismi che provocano l’empatia diano luogo alla violenza imitativa. La legislazione dovrebbe tenerne conto e modellarsi sui codici sociali descritti dalla neurobiologia. Si lamenta al riguardo che il riconoscimento del ruolo di guida della scienza nell’etica pubblica sia ostacolato dai pregiudizi, in particolare dalla credenza nel libero arbitrio, così svelando che il vero obbiettivo è quello di distruggere questo “pregiudizio” e non di attenersi a risultati positivamente dimostrati. Sorge inoltre il problema di come dovrebbe avvenire la riorganizzazione sociale basata sull’accettazione ufficiale del determinismo biologico.
Un indizio lo fornisce il nostro terzo esempio. Esso è dato da una serie di ricerche sui ratti effettuate dal neuroscienziato statunitense Jean Decety. Egli ha constatato che un ratto cui viene offerto un pezzo di cioccolato davanti a un suo simile imprigionato preferisce spesso liberarlo e dividere con lui il cioccolato anziché comportarsi in modo egoistico. Massimo Piattelli Palmarini riferisce che, secondo Decety, i circuiti cerebrali coinvolti in questi processi sono gli stessi che nell’uomo e così gli ormoni legati all’attivazione di questi circuiti. Il neurofilosofo Peter Singer si è posto allora il problema del manifestarsi di casi reali opposti, e cioè di persone totalmente indifferenti al dolore altrui. Sarebbe un buon motivo per concludere che il libero arbitrio esiste… E invece no. Dando ancora una volta per scontato quel che andrebbe dimostrato, e cioè che l’empatia sia un processo cerebrale, determinato da una struttura neuronale (con meccanismi non univoci o meccanismi sconosciuti, visto che essa può esservi o no), Singer si chiede se non sia possibile fabbricare una pillola dell’empatia che la susciti in chi ne è sprovvisto. Siamo di fronte alla patente alleanza tra metafisica materialista e tecnoscienza manipolatoria. Piattelli Palmarini si ribella di fronte a questa deriva e denuncia la presenza di una «crescente neuromania» e «genetomania», aggiungendo che non è bene assumere «un atteggiamento scientista e potenzialmente manipolatore»: «il libero arbitrio è un peso ma dobbiamo sopportarlo». Non credo che il libero arbitrio sia un peso da sopportare. Penso, al contrario, che sia ciò che rappresenta il fattore distintivo (e nobile) dell’uomo. Ma la pressione del riduzionismo scientista è tale che termini come “libero arbitrio”, “libertà”, “persona” e “dignità della persona” sono visti come relitti di un passato oscurantista. Eppure la fragilità di queste costruzioni pseudoscientifiche non giustifica alcuna soggezione nei loro confronti e tantomeno l’accettare che tutta la conoscenza venga assoggettata al prefisso “neuro-”. È vergognoso dirsi spiritualisti? In verità, per un religioso, che crede in un Dio creatore diverso da un Giove tonante, e che crede che l’uomo porti in sé una scintilla dello spirito divino, non dirsi tale è negare sé stesso. E non esistono scoperte scientifiche che dimostrino la metafisica materialista. Occorre avere il coraggio di dirlo. Anche per il bene della scienza.
(L’Osservatore Romano, 4 marzo 2012) via gisrael.blogspot.com

Il capitalismo, una religione che divora il futuro (by Agamben)

Venerdì, 17 Febbraio 2012

 Per capire che cosa significa la parola “futuro”, bisogna prima capire che cosa significa un´altra parola, che non siamo più abituati a usare se non nella sfera religiosa: la parola “fede”. Senza fede o fiducia, non è possibile futuro, c´è futuro solo se possiamo sperare o credere in qualcosa. Già, ma che cos´è la fede? David Flüsser, un grande studioso di scienza delle religioni – esiste anche una disciplina con questo strano nome – stava appunto lavorando sulla parola pistis, che è il termine greco che Gesù e gli apostoli usavano per “fede”. Quel giorno si trovava per caso in una piazza di Atene e a un certo punto, alzando gli occhi, vide scritto a caratteri cubitali davanti a sé Trapeza tes pisteos. Stupefatto per la coincidenza, guardò meglio e dopo pochi secondi si rese conto di trovarsi semplicemente davanti a una banca: trapeza tes pisteos significa in greco “banco di credito”. Ecco qual era il senso della parola pistis, che stava cercando da mesi di capire: pistis, ” fede” è semplicemente il credito di cui godiamo presso Dio e di cui la parola di Dio gode presso di noi, dal momento che le crediamo. Per questi Paolo può dire in una famosa definizione che “la fede è sostanza di cose sperate”: essa è ciò che dà realtà a ciò che non esiste ancora, ma in cui crediamo e abbiamo fiducia, in cui abbiamo messo in gioco il nostro credito e la nostra parola. Qualcosa come un futuro esiste nella misura in cui la nostra fede riesce a dare sostanza, cioè realtà alle nostre speranze.
Ma la nostra, si sa, è un´epoca di scarsa fede o, come diceva Nicola Chiaromonte, di malafede, cioè di fede mantenuta a forza e senza convinzione. Quindi un´epoca senza futuro e senza speranze – o di futuri vuoti e di false speranze. Ma, in quest´epoca troppo vecchia per credere veramente in qualcosa e troppo furba per essere veramente disperata, che ne è del nostro credito, che ne è del nostro futuro?
Perché, a ben guardare, c´è ancora una sfera che gira tutta intorno al perno del credito, una sfera in cui è andata a finire tutta la nostra pistis, tutta la nostra fede. Questa sfera è il denaro e la banca – la trapeza tes pisteos – è il suo tempio. Il denaro non è che un credito e su molte banconote (sulla sterlina, sul dollaro, anche se non – chissà perché, forse questo avrebbe dovuto insospettirci – sull´euro), c´è ancora scritto che la banca centrale promette di garantire in qualche modo quel credito. La cosiddetta “crisi” che stiamo attraversando – ma ciò che si chiama “crisi”, questo è ormai chiaro, non è che il modo normale in cui funziona il capitalismo del nostro tempo – è cominciata con una serie sconsiderata di operazioni sul credito, su crediti che venivano scontati e rivenduti decine di volte prima di poter essere realizzati. Ciò significa, in altre parole, che il capitalismo finanziario – e le banche che ne sono l´organo principale – funziona giocando sul credito – cioè sulla fede – degli uomini.
Ma ciò significa, anche, che l´ipotesi di Walter Benjamin, secondo la quale il capitalismo è, in verità, una religione e la più feroce e implacabile che sia mai esistita, perché non conosce redenzione né tregua, va presa alla lettera. La Banca – coi suoi grigi funzionari ed esperti – ha preso il posto della Chiesa e dei suoi preti e, governando il credito, manipola e gestisce la fede – la scarsa, incerta fiducia – che il nostro tempo ha ancora in se stesso. E lo fa nel modo più irresponsabile e privo di scrupoli, cercando di lucrare denaro dalla fiducia e dalle speranze degli esseri umani, stabilendo il credito di cui ciascuno può godere e il prezzo che deve pagare per esso (persino il credito degli Stati, che hanno docilmente abdicato alla loro sovranità). In questo modo, governando il credito, governa non solo il mondo, ma anche il futuro degli uomini, un futuro che la crisi fa sempre più corto e a scadenza. E se oggi la politica non sembra più possibile, ciò è perché il potere finanziario ha di fatto sequestrato tutta la fede e tutto il futuro, tutto il tempo e tutte le attese.
Finché dura questa situazione, finché la nostra società che si crede laica resterà asservita alla più oscura e irrazionale delle religioni, sarà bene che ciascuno si riprenda il suo credito e il suo futuro dalle mani di questi tetri, screditati pseudosacerdoti, banchieri, professori e funzionari delle varie agenzie di rating. E forse la prima cosa da fare è di smettere di guardare soltanto al futuro, come essi esortano a fare, per rivolgere invece lo sguardo al passato. Soltanto comprendendo che cosa è avvenuto e soprattutto cercando di capire come è potuto avvenire sarà possibile, forse, ritrovare la propria libertà. L´archeologia – non la futurologia – è la sola via di accesso al presente. G. Agamben Repubblica 16.2.2012

La sfida degli eroi agli dei dell’Olimpo (by Citati)

Venerdì, 3 Febbraio 2012

Il mito greco, a cura di Giulio Guidorizzi, è un libro bellissimo. Il primo volume, Gli dèi, è uscito nel 2010: il secondo, Gli eroi, è in uscita (I Meridiani, Mondadori). Non saprei se elogiare di più la conoscenza illimitata della letteratura greca e latina, che Guidorizzi possiede, o la sapienza nella costruzione del libro, divisa in parti mentali, o la bontà della maggior parte delle traduzioni, o la precisione delle note, o la liquidità e l’eleganza dello stile, che cercherò di imitare. Ciò che incanta i lettori è poter percorrere il libro non come un manuale, sia pure ottimo, come quello antico dello Pseudo-Apollodoro o quello moderno di Karl Kerenyi: ma come un corpo vivo, che vibra, si muove, ha echi e aloni, dove la Grecia racconta se stessa e la sua sterminata fantasia mitica.La mitologia greca non è una costruzione sistematica: non lo è almeno nei grandi poeti, come Omero e Ovidio; se mai, lo è soltanto nei tardi (e spesso eccellenti) mitografi, che razionalizzano ciò che non dovrebbe venire razionalizzato. Non si può immaginare una costruzione più mobile e vasta. Tutti gli dèi ed eroi hanno rapporti con altri dèi ed eroi: ogni personaggio ed evento trova un’eco in una parte lontanissima della costruzione; e persino ogni figura è mobile, perché si presenta in molte forme e varianti, che posseggono tutte lo stesso grado di realtà e verità, non importa se registrate in un grande poema o in un meticolosissimo manuale come la Guida della Grecia di Pausania o in uno scolio in margine a un testo minore. Le vicende e i personaggi hanno conosciuto dapprima una lunga esistenza orale, poi una lunghissima esistenza scritta. Non sono state raccolte per essere credute (non esiste una fede negli dèi greci), ma per venire raccontate senza interruzione, con sempre nuove aggiunte e metamorfosi. Sono trascorsi più di tremila anni dalla mitologia del periodo miceneo; eppure tutto vive, muove, palpita, si agita, si esibisce, si contraddice, come nel libro di Guidorizzi che ricostruisce così fedelmente il mito greco. Sia gli ebrei sia i cristiani hanno dedicato un culto ai primi capitoli della Genesi, che raccontano la creazione dell’universo, la separazione delle cose, la doppia creazione, spirituale e fisica, dell’uomo, quella della donna, e il peccato di Adamo ed Eva, che generò una specie di seconda creazione. Nella mitologia greca, non esiste nulla di simile alla creazione biblica originaria: esistono creazioni o ricreazioni successive, come quella di Deucalione e Pirra, mirabilmente raccontata da Ovidio nelle Metamorfosi. Ma i rapporti tra dèi, eroi e uomini sono complicatissimi. Da un lato, la distanza tra loro resta incolmabile: dall’altra, sebbene non sia stato creato dagli dèi, l’uomo e tanto più l’eroe è una creatura nobilissima, che leva lo sguardo verso il cielo e le stelle; mentre gli dèi osservano le sue vicende, vi partecipano con passione, lo proteggono, lo guidano, lo sorreggono, lo condannano, talvolta senza ragione o per ragioni che ci restano incomprensibili.Nei tempi più antichi, gli dèi, gli eroi e gli uomini vivevano insieme. Discendevano dalla stessa razza: conducevano un’esistenza comune; avevano comuni «le mense e i concili». Allora gli uomini vedevano gli dèi nel loro «sembiante» e nel loro «splendore». Ancora ai tempi dell’Iliade e dell’Odissea, popolazioni arcaiche, gli Etiopi e i Feaci, vivevano insieme agli dèi, banchettavano con loro, e li guardavano nel loro «sembiante». Il più famoso tra gli eroi greci, Achille, forma un caso particolare. Come dice il primo verso dell’Iliade, che è al tempo stesso il primo verso della letteratura greca, viene posseduto da una passione, la mènis, l’ira, che appartiene soltanto agli dèi: è una parola tabù che né gli dèi né gli uomini possono pronunciare. Questa passione, in Achille, esclude tutte le altre, ed egli non può trascurarla o dimenticarla un solo istante. Omero considera la mènis con un doppio sguardo. Da un lato, essa rivela lo splendore divino di Achille: la sua identità con gli dèi; e Omero, come tutti i greci, venera la rivelazione divina negli spiriti eroici e umani. D’altra parte, Omero sa che gli eroi e gli uomini non sono dèi e non possono nutrire i loro stessi sentimenti: quindi la mènis incombe su di lui come una colpa sinistra, una catastrofe.Se dèi e uomini appartengono alla stessa razza, tanto più gli eroi sono affini alla natura umana. Non posseggono poteri soprannaturali, non sono polimorfi, non compiono nulla che un uomo non possa compiere, sia pure con le sue forze limitate. Poche generazioni separano l’eroe capostipite dai suoi discendenti, che nei tempi storici abitano la città. Dal profondo della tomba, gli eroi emanano le loro forze sotterranee: proteggono il territorio, guariscono, compiono miracoli, rendono oracoli: ma possono anche inviare malattie e punire gli empi. In primo luogo, gli eroi sono dei mediatori. Sebbene la differenza tra mondo divino e umano sussista, gli uomini entrano in rapporto con gli dèi attraverso il riflesso, il barlume, il profumo che colma il mondo eroico. Col passare del tempo, gli eroi si trasformano: i guerrieri di Omero, dominati dal senso della gloria e dell’onore, diventano, nella tragedia classica, uomini lacerati e sofferenti. Così Eracle arcaico è colui (come dice Bacchilide) che mai nessuno vide asciugarsi una lacrima: mentre l’Eracle tragico esperimenta nella propria anima i morsi del dolore, che piega l’uomo più forte e temprato.Infine, avviene la totale separazione tra i mondi. Il sacro diventa proibito. Se qualcuno compie la follia di fissare gli dèi negli occhi si perde senza rimedio. Con l’ Odissea, gli dèi si allontanano, si ritirano, abbandonano la terra: nessuno li vede più nella loro figura, ma soltanto nella loro maschera umana. Quando appare Ulisse, l’eroico si scioglie completamente nell’umano: egli è l’ultimo degli eroi, il primo degli uomini. Non appartiene né al mondo degli dèi, come Achille con la sua mènis, né a quello per metà utopico dei Feaci. Vuole essere uomo: nient’altro che uomo: uomo effimero; sebbene il suo orizzonte sia attraversato dalle lampeggianti rivelazioni divine. Nemmeno noi uomini, che non discendiamo come lui da Ermes, possiamo rinunciarvi. La nostra vera esistenza consiste in questi bagliori, che ci giungono dall’alto.Come racconta Angelo Brelich in un libro famoso, la luce radiosa o sinistra dell’eccezionale avvolge spesso gli eroi greci. Talvolta sono reietti: figli di amori irregolari, bambini abbandonati, rischiano di venire uccisi appena nati, oppure sono salvati e sopravvivono in modo prodigioso. Alcuni sono segnati, mutilati: zoppi o ciechi, o portano nel corpo l’impronta di una ferita, come Ulisse, o punti vulnerabili, come Achille; oppure la loro mente è visitata da una follia intermittente o continua. Non sono virtuosi. Compiono incesti o parricidi o matricidi o stupri o assassinii: o massacrano i figli. Sempre, o quasi sempre, sono vittime della hybris: si scontrano contro i limiti del destino, della natura o degli altri esseri umani; e lo scontro è così terribile, che ne vengono travolti: travolti dagli altri, ma in primo luogo dalle forze immense che portano dentro se stessi. Tutto, in loro, è eccessivo: passioni, imprese, io, destino. Cercano di realizzare l’impossibile, e talvolta, attraverso strade straordinarie, ci riescono. Così diventano i grandi colpevoli, e debbono venire purificati dagli dèi, che spesso, come Apollo, hanno conosciuto le loro stesse colpe. Nemmeno la loro morte è comune: fulminati, smembrati vivi, inghiottiti dal terreno.Non tutti gli eroi sono guerrieri, come insegna persino l’Iliade. Tra di essi, ci sono inventori, medici, sciamani indovini, profeti; Palamede inventa le leggi scritte, le lettere, i metri e le misure, il numero, i segnali di fuoco, i dadi, gli scacchi. Alcuni, tra i più venerati, fondano città: vengono da molto lontano, fuggiaschi o esiliati, e portano con sé il ricordo di un delitto compiuto, o il presagio di sciagure nelle quali saranno coinvolti. Appena giunti sulla nuova terra, aboliscono il passato: i criminali diventano prescelti, i perseguitati indossano le vesti dei re; e la terra selvaggia e incolta riceve una legge, un ordine, un’armonia.Tutti gli eroi greci, senza eccezione, desiderano la gloria, nella quale vedono il solo compimento e la sola giustificazione della loro esistenza terrena. In primo luogo, la ama Achille: con la stessa purezza e intensità con cui la amava Hölderlin. Come a esaudire la sua attesa, l’ultimo libro dell’Odissea gli edifica il supremo monumento. I Greci lo piangono: dal mare vengono la madre e le ninfe marine, gridando: le Nereidi gemono: le nove Muse intonano il lamento, «per diciassette giorni e diciassette notti ininterrottamente»; e la diciottesima notte i Greci lo ardono insieme a pecore e buoi. Achille viene cremato: bagnato di unguento e di miele; le sue ossa sono raccolte nel vino e chiuse in un’anfora insieme a quelle di Patroclo. Infine i Greci innalzano sopra di esse un tumulo nell’Ellesponto:
«perché da lontano fosse visibile agli uomini in mare,
a quanti vivono ora, e a quanti vivranno in futuro».Come vuole la legge della gloria, il tempo è vinto, l’immortalità conquistata. Eppure Achille, che ama ed esalta la gloria e in apparenza non può fare a meno di lei, denigra la religione della gloria nella quale credono gli eroi greci. «Che peso hanno – dice nell’Iliade ai messi di Agamennone – la gloria, la ricchezza, lo splendore? Ciò che conta è soltanto la vita: questa cosa così fragile e leggera: dura un istante: esce così presto dalla bocca; vale così poco davanti alla forza e alla bellezza degli dèi – ma niente vale la vita. Nulla può pagarla, o sostituirla o farla dimenticare». Questo è il più sublime paradosso della civiltà eroica greca, che Giulio Guidorizzi ha così accortamente fatto rivivere. p. citati corriere della sera

 

Lo spazio magico del labirinto

Mercoledì, 1 Febbraio 2012

Dai giardini pensili di Babilonia agli hortiromani ai boschi sacri dei Druidi, fin dai tempi più antichi l’uomo ha pensato l’architettura dei giardini intesi come un vero e proprio “spazio magico”. Oggi noi moderni solo a fatica possiamo intuire, in parte, il suo significato profondo: per noi uno spazio, vegetale o architettonico, è “magico” quando produce nel nostro animo sensazioni arcane di mistero, quando tocca certe corde dimenticate del nostro senso estetico o vagamente religioso.Per gli antichi, così come per le culture tradizionali, uno spazio è “magico” nel senso pieno e letterale del termine, quando viene concepito e realizzato per fungere, in base a precise caratteristiche strutturali e funzionali, quale luogo d’incontro tra l’umano e il divino. È quindi sinonimo di spazio “sacro” (da sacer che significa consacrato a una divinità, ma anche offerto come vittima e perciò maledetto, esecrando, abominevole, infame, ed ha, quindi, una doppia valenza), di luogo della ierofania: la rivelazione del divino. Con questa sfumatura di differenza. Che il “magico” implica una operazione teurgica, una consapevole operazione per catturare e imbrigliare un potere supernaturale ad opera di un sapere esoterico e tradizionale considerato, anch’esso, di origine superiore all’umana, e del quale il sacerdote-mago è in fondo un depositario temporaneo e condizionato, non un padrone assoluto (con l’unica, vistosa eccezione della magia nera).Se questo è vero; se lo spazio magico-sacrale del giardino nasce come tentativo per propiziare il ristabilimento di un “ponte” fra il piano terrestre e il piano astrale-divino (si ricordi che “pontefice” viene appunto da pontifex: colui che getta un ponte), il tutto nella prospettiva olistica di un cosmo vivo in cui nulla è inerte, nulla è sepratao e trascurabile: ecco allorache nel Labirinto, figura architettonica magico-sacrale per eccellenza, culmina e trionfa il progetto esoterico di un rinnovato sposalizio tra le forze umane e superumane, celesti.Quando noi percorriamo i viali armoniosi e ordinati di un giardino costruito secondo i dettami di questa sapienza antichissima, ne ritraiamo una indimenticabile sensazione di pace, di serenità, di equilibrio, e al tempo stesso avvertiamo una indefinibile atmosfera di sospensione e di attesa che, nel caso del labirinto vegetale, evoca talvolta la dimensione del numinoso, ma anche, al limite, del pauroso e del tremendum.Il fatto è che esiste una geometria sacra che è fatta di matematica esoterica, di proporzioni perfette e misteriose: la sezione aurea, i numeri di Fibonacci. Una matematica che è già presente nella natura stessa (la sequenza di Fibonacci, ad esempio, è sempre presente nella spirale di nuove foglie che sbocciano lungo il fusto di una determinata pianta) e che il giardino-labirinto evoca e riproduce con puntigliosa precisione. Chi ignora il segreto della sezione aurea, ad esempio, percepisce vagamente il senso di pienezza e di equilibrio che da essa mirabilmente si sprigiona; ma solo l’iniziato, il giardiniere-sacerdote, ne conosce l’esatta origine, il significato e le correlazioni a livello botanico, astronomico e astrologico. Non si tratta di perseguire criteri genericamente estetici; ogni essenza vegetale ha il suo preciso scopo esoterico e propiziatorio; ogni allineamento astrale ha la sua valenza magico-simbolica; ogni fase zodiacale evoca o respinge determinati influssi e determinate forze celesti.La psicologia moderna, soprattutto junghiana, ha riscoperto questa antica forma di sapienza sotto la forma dell’inconscio collettivo. Il labirinto, allora, non è un semplice gioco della fantasia ma un potente archetipo, un simbolo ancestrale radicato in una verità primordiale che sfida qualsiasi evoluzionismo biologico e qualsiasi riduzionismo materialistico. Il Labirinto torna così ad essere per noi moderni, come lo era per gli antichi, il simbolo di un lungo e difficile cammino d’iniziazione, di una ricerca inesausta del “centro” (l’asse cosmico che non è un luogo materiale ma corrisponde a una sacra geografia interiore). Un vero e proprio mandala rimasto volutamente aperto, incompiuto.Questo intendevano fare gli antichi abitanti dell’isola di Götlan, in Svezia, con i loro imponenti allineamenti di pietre; questo i mosaicisti delle cattedrali medioevali con i loro “chemins à Jérusalem”, che il fedele percorreva inginocchiato e in preghiera, come sostitutivi del pellegrinaggio in Terra Santa. Certo poco hanno capito, delle valenze magico-iniziatiche del labirinto, psicologi come W. S. Small ed i suoi epigoni comportamentisti, che lo hanno ridotto al rango di dispositivo per lo studio del comportamento del ratto bianco. Sulla base di “prove ed errori”, l’animale vi impara ad evitare i percorsi ciechi e a raggiungere il cibo per la via più breve. Questa è una degradazione, per non dire una profanazione del sacro archetipo del Labirinto magico-iniziatico; ma tant’è; ogni epoca ha la scienza che si merita e ogni scienza esprime l’orientamento culturale che la mette a battesimo.Lasciamo i comportamentisti ai loro tristi esperimenti e reivolgiamo invece un grato pensiero ai sacerdoti-architetti mesopotamici, cretesi, celti, medievali e rinascimentali che hanno elaborato le forme del Labirinto vegetale come duplice ponte verso la dimensione celeste everso la dimensione interiore; che sono poi, in fondo – secondo la Tradizione iperborea – due maniere diverse di esprimere, anzi di balbettare, cioè di tentar di esprimere, una sola ed unica realtà ultima. Pensiamo, per esempio, a quei druidi che hanno progettato, estratto, trasportato ed eretto grandiose architetture megalitiche, profondendovi un immane patrimonio d’intelligenza, di spiritualità, di lavoro fisico apparentemente non remunerativo. Oppure pensiamo ai maestri comacini, a quei costruttori di cattedrali che, in un linguaggio iniziatico (argotico, per dirla con Fulcanelli, da cui deriva “arte gotica”) hanno innalzato verso il cielo quelle stupefacenti montagne di pietra in cui ogni singolo elemento ha una sua funzione non solo statica, ma sapienziale; in cui tutto parla, tutto vive: dalle guglie più ardite all’ultima vetrata e all’ultima scultura che adorna i portali o il pulpito o i capitelli delle colonne e dei pilastri.Meditazione, preghiera, ritorno alla vera casa in interiore hominis. Questo è anche il senso riposto del labirinto: ricerca inesausta della realtà altra, cammino iniziatico dai tempi lunghi e solenni, dunque tempo sacro oltre che luogo sacro, contrapposto allo spazio-tempo profano; nostalgia sublime di una perduta saggezza, di una perduta armonia, di una perduta – ma forse non per sempre – comunione magica col grande Tutto. f.lamendola centrostudilaruna (Prolusione all’apertura annuale dell’Orto Botanico Locatelli a Mestre (Parco della Bissuola), in collaborazione con l’Associazione Eco-Filosofica (già Associazione Filosofica Trevigiana), Maggio 2005).

Islam e piani di Dio (cristiano

Sabato, 28 Gennaio 2012
Una domanda che spesso si fanno gli studiosi dell’islam è questa: “Che posto ha l’islam nei piani di Dio? E’ possibile che l’islam sia nato e si sia diffuso così rapidamente senza avere un suo ruolo storico nei piani di Dio?”. Naturalmente nessuno conosce o può conoscere il pensiero di Dio. Ma è possibile proporre e discutere varie ipotesi, per chiarificarci le idee e avere di fronte all’islam un atteggiamento che favorisca “il dialogo”, come il Papa e i vescovi continuamente raccomandano, e non “lo scontro di civiltà” (o la “III guerra mondiale” come alcuni pessimisti immaginano).Nel 2007 in Libia, il vescovo di Tripoli, mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, mi diceva: “Ritengo che l’islam abbia un significato nella storia e nei piani dì Dio. Non è nato per caso. Io penso che oggi l’islam ha il compito storico di richiamare in modo forte e anche scioccante, contraddittorio a noi cristiani occidentali, secolarizzati e laicizzati (viviamo come se Dio non esistesse), il senso della presenza di Dio in ogni momento della vita dell’uomo e della società, il dovere di essere sottomessi a Dio, il forte senso di appartenenza ad una comunità religiosa universale, il coraggio di essere testimoni di Dio. E poi la preghiera. Vado a visitare – mi diceva mons. Martinelli – molte famiglie musulmane amiche. Una volta non era prevista la mia visita ed era il tempo della preghiera: in una stanza c’erano sette uomini in ginocchio che pregavano rivolti alla Mecca. L’islam significa sottomissione a Dio. Noi in Occidente abbiamo perso questo riferimento a Dio e al soprannaturale. Non approviamo certamente uno stato teocratico e meno che mai il terrorismo o “la violenza per Dio”), ma nemmeno lo spirito prevalente nella società occidentale, che pensa di fare a meno di Dio per risolvere i problemi dell’uomo”.Il card. Carlo Maria Martini nel suo “L’lslam e noi” (1990) si poneva anche lui questa domanda: “Cosa pensare dell’islam in quanto cristiani? Che cosa significa per un cristiano, dal punto di vista della storia della salvezza e dell’adempimento del disegno divino nel mondo? Perchè Dio ha permesso che l’islam, unica tra le grandi religione storiche, sorgesse sei secoli dopo l’evento cristiano, tanto che alcuni tra i primi testimoni lo ritennero un’eresia cristiana?… In un mondo occidentale che ha perso il senso dei valori assoluti e non riesce più in particolare ad agganciarli ad un Dio Signore di tutto, la testimonianza del primato di Dio su ogni cosa e della sua esigenza di giustizia, ci fa comprendere i valori storici che l’Islam ha portato con sé e che ancora può testimoniare nella nostra società”.Nella intervista al padre Davide Carraro del Pime, giovane missionario che ha studiato l’arabo per due anni in Egitto ed è già stato in Algeria dove tornerà presto, mi dice: “Ho visto in Algeria che quando risuona la voce del muezzin, si fermano i pullman, i mezzi pubblici, per consentire a chi vuole di fare la sua preghiera in pubblico. In Egitto no, ma anche in Egitto il richiamo pubblico alla preghiera  è molto forte tre volte al giorno e molti si fermano a pregare. Il senso della presenza di Dio nella giornata lavorativa è forte e richiama anche noi cristiani, i copti egiziani e gli operatori occidentali nei pozzi di petrolio in Algeria”.   “Sono stato un anno in Algeria come cappellano nei pozzi petroliferi del deserto del Sahara, continua Davide, ad Hassi-Messaoud, una città in pieno deserto dove c’è una chiesa e i lavoratori cattolici del petrolio, italiani, francesi, spagnoli, filippini, ecc. In questa città ci sono una sessantina di Compagnie del petrolio e io andavo a visitarle tutte per invitarle a Messa. In questa città avevo la mia sede e poi a Natale e Pasqua venivo chiamato in altri centri petroliferi per la funzione religiosa e incontrare i petrolieri. Allora con i loro piccoli aerei andavo da una parte e dall’altra del deserto e celebravo la Messa nelle varie Compagnie. Hassi-Messaoud, con 50.000 abitanti, è solo una città petrolifera e ci sono gli uffici delle Compagnie petroliere, con circa 2.000 stranieri e gli altri algerini. E’ una vera città con tutto, ristoranti, prostituzione, discoteche, pensioni, hotel, negozi, ecc.I cattolici venivano a Messa e dicevano che nel loro paese in Europa a Messa ci andavano pochissimo. Qui, nell’atmosfera che si respira in un paese islamico, sembrava loro naturale andare a chiedere l’aiuto di Dio. Non solo, mi dicevano, ma vedendo la fede dei musulmani siamo provocati e interrogati a ripensare alla nostra fede cristiana”.Dico a Davide che nel 2007 ero a Tripoli e in una festa degli italiani nei locali dell’ambasciata d’Italia ho incontrato un ingegnere di Torino con la sua signora, in Libia da anni per lavoro, che mi confidavano: ”In Italia a Messa non ci andiamo quasi mai, ma in questa non facile società islamica ci andiamo sempre, abbiamo ritrovato il senso di appartenere ad una comunità di fede che ti sostiene e la gioia degli antichi canti natalizi e devozioni che avvicinano a Dio. Abbiamo tre figli in Italia, due già sposati, e tornando diremo anche a loro questa nostra esperienza”.Non tiro nessuna conclusione,penso che questo tema, qui appena accennato, dovrebbe essere provocatorio per tutti noi battezzati e credenti in Cristo: quanto e come Dio è presente nella nostra vita quotidiana? di Piero Gheddo labussolaquotidiana

Giove, la stella dei Magi

Sabato, 17 Dicembre 2011

Uno dei dettagli più indagati dei Vangeli riguarda l’astro di cui scrive san Matteo. Abbiamo già raccolto elementi comprovanti che l’eclisse di Luna che Giuseppe Flavio associa alla morte di Erode, successiva alla nascita di Gesù, non è quella del 4 a.C. bensì la seconda di quelle del 1 a.C.  L’astronomia oltre alle eclissi lunari ci fornisce altri indizi. La stella che i Magi vedono apparire nel cielo d’oriente e che li spinge a partire alla volta della Palestina non è affatto mitologica.Il vocabolo greco usato nel Vangelo è astron e intende in generale una stella o un fenomeno della volta celeste. Studiosi di ogni epoca hanno formulato ipotesi di quale fosse questo evento.Le principali sono:1- una cometa: una famosa solcò il cielo intorno al 12 a.C., ipotesi troppo lontana dal tempo presunto di data di nascita di Gesù, ma che incise profondamente sull’iconografia; se nelle raffigurazioni della prima età cristiana prevaleva l’immagine della stella, dal Medioevo prevalse quella della cometa: tra i primi a raffigurarla fu Giotto, impressionato al suo tempo dalla vista di quella di Halley.2- una supernova: si verifica quando una stella giunge agli ultimi momenti della sua vita ed emanando una fortissima luce può rischiarare fino a sembrare, temporaneamente, un secondo sole. Secondo le antiche cronache cinesi delle Ventiquattro storie, una supernova brillò nel cielo intorno al 5 a.C., una data vicina a quella della nascita di Gesù e potrebbe essere stata visibile in tutto il Medioriente. Ipotesi suggestiva, ma il Vangelo parla di un astro che «sorse a oriente e precedeva i Magi guidandoli lungo il cammino», quindi con una durata e un movimento incompatibili con un lungo viaggio.3- una tripla congiunzione planetaria potrebbe essere il fenomeno definito da Matteo come stella: una molto spettacolare si è verificata nel 7 a.C. (la congiunzione è definita tale quando per tre volte in un anno i pianeti interessati sono vicini). Tanto per rendere l’idea, quando in cielo c’è la distanza di un grado, vuol dire che l’osservatore vede due stelle lontane un diametro di Luna (e non è poco). Per parlare di congiunzioni e addirittura sovrapposizioni (con un potenziale “effetto-cometa”) bisogna essere nell’ordine di distanze non superiori al decimo di grado. Il fenomeno dura poco tempo, ma può ripetersi ed essere calcolato e previsto. Vittorio Messori ha riportato nel suo celebre Ipotesi su Gesù che, secondo antichi documenti astronomici babilonesi facenti parte dell’Almanacco di Sippar, tale congiunzione si verificò tra i pianeti Giove e Saturno nel 7 a.C.: i due pianeti erano visibili dopo il tramonto e il loro allineamento molto spettacolare per la forte illuminazione del cielo (fenomeno che si verifica ogni 800 anni circa, e che fu visto anche da Giovanni Keplero a Praga nel 1603). Verso la fine del 7 a.C. tale congiunzione coinvolse anche Marte e si concluse nei primi mesi del 6 a.C.La terza ipotesi appare la più confacente, ma la data del 7-6 a.C. non esaurisce le sue possibilità di essere accreditata. Infatti ci fu una serie di congiunzioni planetarie che si verificarono tra il 3 ed il 2 a.C. (verificabili ancor oggi con un qualsiasi software astronomico, disponibile persino su internet):a) la congiunzione di Giove e Venere il 12 agosto del 3 a.C;b) il 14 settembre Giove si congiunse con Regolo;c) la cosa si riverificò il 17 febbraio del 2 a.C.;d) la spettacolare congiunzione del 17 giugno 2 a.C. tra Giove e Venere nella costellazione del Leone;e) il 27 agosto del 2 a.C. addirittura Giove, Venere, Marte e Mercurio si congiunsero nella costellazione del Leone;f) dal 12 agosto del 3 a.C. Giove è sempre presente: è il pianeta dei re, è molto visibile: ebbene, (scherzi dell’astronomia?), proprio attorno al 25 dicembre del 2 a.C. Giove inverte il proprio moto rispetto alle stelle fisse più vicine, in pratica “fermandosi” in cielo. Per un astronomo sono tra le più appariscenti degli ultimi tremila anni: le congiunzioni planetarie hanno la caratteristica di un movimento apparente particolare nella volta celeste, per effetto del corso dei pianeti distinto rispetto al moto delle stelle fisse. Ci torneremo più in dettaglio.Erode e i Magi potrebbero essersi incontrati a fine dicembre. Successivamente Giuseppe avrebbe portato la sua famiglia in Egitto, mentre Erode, già nel 1 a.C., scatenava l’eccidio dei bambini fino a due anni, giacché era trascorso ancora qualche mese e proprio perché i Magi dovevano avergli dettagliatamente raccontato delle congiunzioni astrali da loro osservate nel 3 e nel 2 a.C.. Erode morì poco dopo, tra un’eclisse di luna e la pasqua successiva, come descritto da Giuseppe Flavio.  Le ipotesi relative alla data di nascita di Gesù possono essere svariate, ma non così misteriose da non essere verificabili tanto da scartare le inverosimili e individuare quella certa. L’enigma continua a tormentare gli studiosi e gli uomini di ogni epoca in cerca della Verità, simboleggiati dai Magi, pellegrini di una Verità che li chiama a verificare il proprio sapere razionale pur non avendo ancora conoscenza della realtà che li muove. Questa Verità ci sfugge dalle mani e ci obbliga a riflettere sul significato stesso della nostra esistenza e su come sia possibile che Dio si sia fatto carne e sia venuto a stare in mezzo a noi, condividendo i dolori dell’umana esistenza. L’ha fatto, spiegherà poi Gesù, per salvare con il Suo sacrificio un’umanità perduta; si è manifestato nelle vesti di un bambino. Dio si è manifestato in silenzio; tale, per chi ci crede è la Sua grandezza. Impariamo dai Magi che dicono di essere venuti ad adorarlo.Adesso abbiamo una traccia misteriosa per l’avvento di Dio nella storia. Per capirne meglio tutta la sensatezza, riprendo più diffusamente la quarta e ultima delle ipotesi astronomiche avanzate. I più curiosi possono verificare la descrizione che segue ricorrendo in Internet al planetario virtuale di Skyglobe.Agosto del 3 a.C: il mattino presto nel cielo della Persia è possibile osservare Giove e Venere brillare allineati a Regolo. Giove simboleggia il re, mentre una stella fissa, Regolo, il piccolo re, è anche una delle stelle più luminose, nella costellazione del Leone, ancora simbolo di regalità e simbolo di Israele. Il mattino del 12 agosto i due pianeti si “congiungono” (a ¼ di grado, meno di mezza Luna), a oriente.Tra il 6 e il 9 settembre, a sera, Venere si congiunge a Mercurio (il messaggero degli dèi), mentre il 14 settembre Giove si congiunge a Regolo. I pianeti e la stella regale appaiono uniti, ben visibili alla competenza degli astronomi di quei tempi. Giove continua il suo movimento verso est nella costellazione del Leone ancora per qualche giorno, poi “si ferma” e comincia muoversi in direzione opposta (questo movimento è dovuto alla Terra, che muovendosi più velocemente di Giove attorno al Sole crea un effetto sorpasso). Il movimento retroverso di Giove riporta questo pianeta (allora considerato stella) a tornare presso Regolo il 17 febbraio del 2 a.C. (sera), per poi proseguire verso ovest, fermarsi e poi riprendere il movimento verso est, ritrovando Regolo il giorno 8 maggio (date espresse nel calendario giuliano).Difficilmente degli astronomi, per di più con qualche convinzione messianica, avrebbero trascurato simbologie così portentose del cielo, che suggerivano una nascita, un re e la terra di Giuda, dal momento che lo sfondo di questi fatti era la costellazione del Leone. Inoltre, durante questi mesi, la costellazione del Leone, in cui c’è Giove, è visibile in un movimento apparente verso ovest, finchè, a giugno, la scena è a ovest dopo il tramonto, in direzione della Palestina per chi abitava in Persia. Per chi scruta il cielo e conosce qualche sacro testo, il messaggio è quello di un re e un popolo, la tribù di Giuda.Il 17 giugno del 2 a.C. Venere e Giove, guardando a ovest dalla Persia, sono nuovamente tecnicamente congiunti. Sono ad uno straordinario 1/50° di grado, sembrano fusi in una evidente formazione luminosa. Regolo viene sovente occultato dalla Luna e, più raramente, anche dai pianeti. In effetti è una situazione molto particolare e senza precedenti. Avvicinandosi a Giove, Venere si congiunge ricordando agli osservatori quello che avevano già visto meno di un anno prima.Il 27 agosto del 2 a.C. molti pianeti si avvicinarono ancora. Dal 23 settembre Giove entrò nella costellazione della Vergine, sopra alla stella fissa di Zavijava. Per gli eruditi astrologi babilonesi, istruiti alle credenze zoroastriste e non ignari delle profezie ebraiche (dopo la deportazione di Nabucodonosor) furono segnali decisivi. Tutti richiami a una nascente regalità: in Giove poteva essere riconosciuta la stella predetta nello Zend Avesta, una raccolta di testi cultuali e componimenti di Zoroastro in persona (vissuto nel VI secolo a.C. e noto anche al profeta Daniele ai tempi della deportazione degli ebrei a Babilonia). Zend Avesta fa anche riferimento a una vergine e i Magi non dovevano essere ignari né della profezia delle settanta settimane di Daniele (in anni il periodo più o meno tornava), né del messianismo ebraico, considerando anche il passo di Numeri 24, 17 con la profezia di Balaam.Quando per i Magi è tempo di partire per la Giudea, la strada da percorrere è la classica, che risale l’Eufrate per aver acqua e poi scende ad Antiochia o a Damasco, in un percorso già comune ad Abramo e Giacobbe e più recentemente a Esdra (cap.7). In un percorso che non possiamo certo pensare in linea d’aria, significa sorbirsi a dorso di cammello dai 1200 ai 1400 chilometri di carovana. Esdra (come si può leggere nel libro omonimo) impiegò quattro mesi, movendosi però in massa. Il viaggio di un manipolo di uomini ben organizzati e spinti dall’urgenza, possiamo ben immaginarlo molto più breve.Tenendoci aperte tutte le possibilità, la partenza può aver avuto luogo in un arco di tempo da fine settembre (quando Giove fu nella costellazione della Vergine, e dopo aver studiato, dibattuto ed organizzato il viaggio), a fine novembre (immediatamente a ridosso della nascita di Gesù). I Magi potrebbero benissimo essersi mossi anche dopo la nascita di Gesù: dieci ore al giorno di cammino, a tappe forzate, in tardo autunno/inizio inverno, disponendo di mezzi di prim’ordine (erano re) e forse di uomini al servizio, avrebbero permesso di percorrere in un mese fino a 1500 km, distanza sufficiente a raggiungere la meta prefissata partendo dalla Mesopotamia.Giove fu la stella che essi osservarono dalla fine dell’estate, nei loro Paesi d’origine, fino a Gerusalemme e Betlemme. Il pianeta del Re stette sempre davanti a loro guardando verso la Giudea. Per sei settimane salì nella volta celeste, il 6 novembre toccò Zaniah, a metà novembre arrivò allo zenit e muoveva ancora verso ovest. Giove era adesso tra due stelle fisse, Zaniah e Porrima, preziosi punti di riferimento astrale. Giove poi avanzò lentamente verso Porrima fino al 18 dicembre, poi si fermò qualche giorno prima di tornare indietro verso Zaniah. I Magi videro “fermarsi” Giove (rispetto ai 2 punti fissi del firmamento costituito dalle 2 stelle della costellazione della Vergine), nel punto più occidentale tra il 20 e il 30 dicembre del 2 a.C.: stava nel meridiano a sud di Gerusalemme, apparendo così sopra Betlemme, a 65° sopra l’orizzonte meridionale.La “fermata” della stella coincise con gli stessi giorni del solstizio d’inverno, il giorno in cui la luce torna a prevalere sulle tenebre. Il bambino era già nato da alcuni giorni, probabilmente quando gli ebrei celebravano la loro festa della luce, hanukkah (quell’anno tra il 20 e il 27-28 novembre, cioè tra il 25 di kislev e il 2 o il 3 di tevet).Abbiamo così l’anno (il 2 a.C.), la stagione (fine autunno/inizio inverno), la stella (Giove), la festa (hanukkah), la data degli eventi: fine novembre/fine dicembre. Sono logici tutti i riferimenti (vicenda di Zaccaria, Erode vivo, primo censimento di Quirinio, nascita degli agnelli e pastori a vegliere di notte, tempo di viaggio dei Magi, tragica scelta di Erode di uccidere i bambini fino a due anni di età). San Matteo e San Luca sono credibili, verosimili, coerenti tra loro. Non così i critici faciloni nel biasimarli…r.sangalli labussolaquotidiana

 

Quando i pedofili sono ebrei ortodossi (by Introvigne)

Martedì, 13 Dicembre 2011

85 indagati e 117 bambini molestati in tre anni scoperti da una delle più grandi operazioni anti-pedofilia della storia criminale americana, che ha colpito a Brooklyn una comunità religiosa, accusata di preferire una «gestione interna» della crisi senza coinvolgere le autorità secolari. La solita parrocchia cattolica? No: questa volta si tratta della comunità ebrea ortodossa, numerosa e spesso anche decisiva elettoralmente a New York e dintorni.Non si può non notare anzitutto il curioso e provinciale atteggiamento della grande stampa italiana, che ha dedicato alla notizia solo qualche trafiletto. Non è difficile immaginare che cosa sarebbe successo se a Brooklyn fossero stati fermati 85 preti cattolici accusati di pedofilia. La disparità di trattamento è così clamorosa da richiedere un commento.La nostra stampa laicista nasconde il caso di Brooklyn perché mette in dubbio il dogma anticattolico secondo cui la pedofilia è più diffusa tra il clero cattolico che altrove, e lo è per colpa del celibato. I sociologi sanno da anni che non è così. Intendiamoci: ha ragione il Papa quando afferma che i sacerdoti pedofili esistono e che le loro azioni criminali e disgustose devono essere occasione di vergogna e penitenza per la Chiesa – e per tanti vescovi colpevolmente poco vigilanti. Ma sapere quanti sono i preti pedofili e se ci sono più pedofili fra i preti o altrove non è irrilevante.Si deve ricordare qui il lavoro svolto nel 2011 con il suo terzo rapporto sul tema dall’autorevole John Jay College di New York , riepilogando e aggiornando i dati quantitativi, che a sette anni dal suo primo rapporto del 2004 – di cui si troverà una sintesi nel mio libro «Preti pedofili» (San Paolo, Cinisello Balsamo [Milano] 2010) – rimangono ancora poco conosciuti, specie in Italia. Lo studio del 2004 riferiva che nell’arco dei cinquantadue anni dal 1950 al 2002 4.392 sacerdoti americani su circa 109.000 che avevano esercitato il ministero, cioè il 4%, erano stati accusati di rapporti sessuali con minori. Accusati, naturalmente, non significa condannati: a una condanna penale si era arrivati in meno di metà dei casi, in qualche caso forse per l’abilità degli avvocati o la prescrizione ma in altri perché gli accusati erano effettivamente innocenti.Ma il rapporto del 2011 dice soprattutto – e giova rileggerlo oggi dopo il caso di Brooklyn – che l’impressione che i media danno secondo cui i preti cattolici sono una categoria «a rischio» per quanto riguarda la pedofilia è falsa. Dopo avere osservato che nessun’altra istituzione ha aperto i suoi archivi e favorito ricerche così precise come quelle che negli Stati Uniti hanno interessato la Chiesa Cattolica, il rapporto passa in rassegna le comunità protestanti, i Testimoni di Geova, i mormoni, gli ebrei, e ancora le scuole pubbliche, le società sportive giovanili, i boy scout e conclude che – benché i dati limitati non permettano conclusioni certe – tutti gli elementi parziali che emergono sembrano indicare almeno che in tutti questi ambienti il rischio di abusi di minori non è più basso rispetto alle parrocchie e alle scuole cattoliche. Se poi si passa a un dato di carattere generale, si nota che negli Stati Uniti 246 minori ogni centomila sono vittima di abusi sessuali. Non è possibile sapere quanti minori «vengono in contatto» con preti cattolici, ma se prendiamo come riferimento i cresimati possiamo concludere che vittime di abusi in ambienti cattolici sono quindici minori ogni centomila. Detto in altre parole, le parrocchie e le scuole cattoliche purtroppo ospitano anche loro dei «pedofili» ma sono un ambiente sedici volte più sicuro rispetto alla società in genere.Vorrei anche sottolineare che sarebbe sbagliato criminalizzare dopo l’episodio di Brooklyn tutto l’ebraismo ortodosso. Lo stanno facendo certi ambienti liberal di New York, che hanno da rimproverare agli ebrei ortodossi soprattutto l’opposizione alla legge che introduce il matrimonio omosessuale nello Stato della Grande Mela. Se gli imputati saranno condannati potremo concluderne che ci sono più pedofili a New York tra gli ebrei ortodossi che tra i preti cattolici. Ma meno che tra i maestri di scuola pubblica o gli allenatori di squadre sportive giovanili. L’esplosione della pedofilia coinvolge tragicamente anche le comunità religiose – Chiesa Cattolica compresa, e il Papa invita a non sottovalutare mai quello che è comunque un gravissimo scandalo – ma non viene dalla religione. Viene dall’atteggiamento distorto nei confronti della sessualità nato con la rivoluzione sessuale degli anni 1960 e amplificato dalla pornografia via Internet e dal relativismo che distrugge i valori morali tradizionali. Non si tratta di spostare il linciaggio morale dai preti cattolici agli ebrei ortodossi,  le cui comunità anzi spesso testimoniano una convinta e lodevole adesione ai «principi non negoziabili» in materia morale. Ma di far notare che i preti non sono più a rischio pedofilia di altri, che il celibato non c’entra – ovviamente gli ebrei ortodossi si sposano, rabbini compresi – e che la furia anticattolica troppo spesso impedisce di vedere la dimensione globale del dramma pedofilia. m. introvigne labussolaquotidiana