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Maria Elena Boschi, le piccole Carfagna crescono

Martedì, 7 Gennaio 2014

Pur avendoci incantato per garbo e delicatezza di tratti, Maria Elena Boschi non ci convince del tutto.

Intanto, la trentaduenne deputata del Pd e neo responsabile delle Riforme della segreteria di Matteo Renzi è un tantino invadente per le troppe volte che ci entra in casa su ogni possibile canale tv, dando l’impressione che null’altro faccia che promuovere se stessa.

Inoltre, pare parli essenzialmente per tenere in esercizio la bocca e non per dire cose. A meno che non consideriamo cose il suo continuo cinguettio, «Matteo qua, Matteo là», la calcata buona volontà espressa con i vari «noi ce la metteremo tutta» e sinonimi, l’ottimistica visione del nostro domani propinata con sperticate lodi sui benefici del renzismo.

Fin qui, la Boschi televisiva. Poi, c’è Twitter di cui, come il suo capo Renzi, è idolatra. Ecco un saggio di pensieri e umori di Maria Elena. Per le festività: «O è Natale tutti i giorni o non è Natale mai! Un felice Natale a tutti». Per la Leopolda (il festival fiorentino d’autunno di Renzi): «Pronti per dare un nome al futuro?». Per le primarie della segreteria Pd (vinte da Renzi): «È la nostra occasione! Questa è la volta buona!».

In un giorno a caso: «Con Matteo cambia verso all’Italia! Si riparte!». Per riassumere: una marea di esclamativi ed entusiasmo alle stelle, a conferma definitiva di una personalità giulivamente estroversa. Anche il suo profilo parlamentare è coerente. L’onorevole Boschi è molto presente in Aula, come in tv e su Twitter, ma se c’è da fare cose concrete marca visita: in dieci mesi non ha prodotto proposte di legge, limitandosi a firmarne alcune presentate da colleghi.

Classe 1981, dunque quasi giovanetta, Maria Elena merita già solo per questo la massima apertura di credito. Quel che ne ho detto finora, frutto di semplici osservazioni a distanza, non pregiudicano nulla. Renzi, per dire, la considera un fenomeno, se non alla sua stregua, degna almeno di stargli a fianco.

Se poi si pensa che in un anno, il 2013, Boschi è diventata deputato, è entrata nella segreteria del Pd (composta di dodici prediletti di Renzi, come gli apostoli), è stata acclamata Miss Montecitorio e se la batte per notorietà tv con una veterana come Mara Carfagna, si può affermare che è partita col piede giusto. Perfino il Cav ne è abbagliato. Un giorno le ha detto: «Lei è troppo bella per essere comunista». E lei, anziché lasciarsi lusingare, ha replicato seria e severa: «I comunisti non esistono più».

Ha già pure un soprannome: la Giaguara. Segno che ha acceso la fantasia dei cronisti. Tutto è nato alla Leopolda di due mesi fa – kermesse da lei brillantemente organizzata – quando giunse in scarpe leopardate, tacco dodici (che alterna con il dieci, ma è sempre in supertacco). I giornalisti, che nelle associazioni sono impagabili, hanno subito collegato il leopardo di Maria Elena al giaguaro di Bersani (quello che l’ex segretario pd si era fissato di volere smacchiare, alludendo al Cav).

Di qui il soprannome, quasi un omaggio alla grinta dimostrata dalla ragazza nell’infrangere il tabù che aveva portato iella a Bersani e al Pd. Parlando di scarpe, aggiungo quel che Maria Elena ha voluto farci sapere in un’intervista. Ora che passa a Roma cinque giorni la settimana (trascorre il week end nella natia Toscana), indossa sempre scarpe con ultratacchi a Montecitorio, ma ha con sé delle ballerine che calza invece per affrontare gli infidi sanpietrini romani tornando a casa. Un accorgimento che denota equilibrio tra vanità e testa sulle spalle.

Che sia ragazza quadrata, non ci piove, e neppure che sia ambiziosissima. Nata a Montevarchi, ma solo perché lì c’era Ostetricia, Maria Elena è di cospicua famiglia di Laterina, borgo aretino di qualche migliaio d’anime. Papà Pierluigi è dirigente della Coldiretti, direttore di un consorzio vinicolo e nel cda di BancaEtruria.

In sostanza, un ex democristiano traslocato nel Pd, via Margherita (stesso partito dei Renzi). Idem la mamma, Stefania Agresti, preside e vicesindaco pd del borgo. Pare che i Boschi e i Renzi – del Valdarno aretino gli uni, del fiorentino gli altri – siano vaghi conoscenti da prima che i rispettivi rampolli intrecciassero i destini, cosa che tra sparuti bianchi nella marea rossa locale, è del tutto verosimile.

Dopo una superlativa laurea in Legge, Maria Elena si specializzò in Diritto societario, iniziando la pratica legale. A studio con lei, c’era Francesco Bonifazi, di cinque anni maggiore, avvocato piddino col pallino della politica. I due diventarono amici – c’è chi dice qualcosa di più – e insieme sostennero nel 2009 la candidatura a sindaco di Firenze del dalemiano, Michele Ventura, contro Renzi.

Matteo però prevalse e Bonifazi, eletto unico consigliere comunale venturiano, il giorno successivo passò armi a bagagli con il vincitore diventandone, come tutti quelli che si allineano con Matteo, reggicoda. Ne è stato lautamente ricompensato: oggi è deputato e tesoriere del Pd. Fu lui a presentare al neo sindaco Maria Elena che, a sua volta, si mise a disposizione ricevendone altrettanti benefici. Per riassumere: la Nostra fanciulla, che non doveva all’inizio avere le idee chiare, debuttò in politica con un prodigioso salto della quaglia dall’universo togliattiano di D’Alema a quello indefinito di Renzi, suo rottamatore.

In quattro anni dall’entrata in scena, ecco quel che è accaduto. Il rapporto tra Matteo e Maria Elena è diventato più stretto, alimentando illazioni. È seguita la nomina dell’avvocata nel cda di Publiacqua (la maggiore azienda idrica toscana), l’attribuzione di un compito importante (la «tenuta dell’agenda» di Renzi!) nelle primarie 2012 in cui Matteo fu battuto da Bersani e un apprezzato contributo professionale di Maria Elena nella privatizzazione dell’Atef, l’azienda filotranvaria fiorentina. Operazione osteggiata con scioperi dalla Cgil, tra il pittoresco sacramentare degli utenti fiorentini. Per tali meriti, la ragazza è stata catapultata a Montecitorio con le ultime elezioni. Una carriera lampo, ricalcata su quella delle vituperate donne berlusconiane. Lei che di continuo esalta la via maestra delle primarie per selezionare i migliori, al dunque ha preso la scorciatoia del posto sicuro in lista sotto l’ala del protettore. «È una miracolata. Senza Renzi, non esiste», si mormora a Firenze. Veleni toschi, bella Boschi. Non ci badi. Dimostri a quelli che oggi hanno ragione che presto avranno torto. Giancarlo Perna per “il Giornale

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Quel bronzino di Renzi

Lunedì, 23 Maggio 2011

In un sofisticato articolo apparso di recente sulle pagine di un quotidiano molto autorevole – e proprio per questo, elzeviro quanto mai documentato e attendibile – a proposito della longeva stabilità del Granducato di Toscana, ovvero della sua assoluta impermeabilità quanto a incroci, ibridazioni e meticciati, a differenza del resto della Penisola percorsa invece e battuta da innumerevoli scorrerie sempre pronte a lasciare il segno (in un’iride inspiegabilmente pervinca, in un naso diritto e altero, o nel colorito ambrato della pelle), si concludeva dunque affermando, senza troppo girarci intorno, che proprio per quella impermeabilità, tra tutte le regioni d’Italia la Toscana proprio non può dirsi quella con la popolazione oggettivamente più bella.Che insomma, a forza d’incrociarsi tra loro, trovare in quelle terre un autentico toscano passabile è come cercare il solito ago nell’ennesimo pagliaio o, che è lo stesso, vincere un terno al lotto. Del resto, a essere sinceri, anche gli Etruschi loro progenitori, da quel che ne resta, non dovevano proprio essere un gran che.Ma si sa: bell’ambiente, cucina mediocre; e da quelle parti il paesaggio, la cultura e la civiltà hanno sempre avuto la meglio sul restante, anche fisiognomico. Lasciando che per le Veneri, gli Adoni e tutto l’armamentario mitologico-seduttivo, nella loro pittura e nelle arti plastiche si andasse un po’ così, di fantasia, inventando.Detto questo però, a Firenze, per la carica del sindaco, probabilmente proprio perché toccati nel vivo, da irregolari e bizzarri se non proprio brutti senza rimedio, i fiorentini ce l’hanno messa tutta, proprio tutta, per darsi un bell’aspetto, almeno simbolico. E con il precedente sindaco Dominici era come se, per lo scopo, fosse stato bandito un preventivo, pre-elettorale concorso di bellezza, o fossero state indette delle primarie a sfondo carnale.E lui, come un piccolo Della Robbia o un Donatello, ne fosse stato l’incomparabile vincitore. Di proporzioni auree, elegante, pieno di fascino e di bell’aspetto, cortese e persino con un sorriso, come si diceva, “rapinoso”. Attualmente è come fosse stato raschiato via dalla politica e risucchiato dalle foreste di Vallombrosa, ma quando sedeva a Palazzo Vecchio, al potere non c’era uno, uno solo, che potesse reggerne il confronto. In tutta la sinistra e tutta la destra messe insieme.E così, poiché come è noto i maschi sono particolarmente frivoli e rancorosi, le gelosie infuriarono e volarono coltelli. Ma, va ribadito, unicamente perché il più bello, non per altro.Poi è stata la volta di Matteo Renzi. E anche qui, seppure si abbia l’impressione che sul dato oggettivo stavolta abbia prevalso, di fatto, l’autoconvincimento del soggetto, sembra proprio che ancora una volta gli elettori si siano scelti qualcuno almeno grazioso, se non addirittura all’altezza dei tanti tesori di perfezione custoditi dalla città. E lui, l’aggraziato Renzi, dalla copertina del suo libro Fuori!, sembra fare del proprio meglio per non deluderli, quanto a risarcimento estetico alla cittadinanza. Uno per tutti: in un bell’esempio di efficace sineddoche.Più simile, in verità, al concorrente di un reality – una camicia scostumatamente slacciata indosso -, scruta l’acquirente diretto e sfrontato: la carnagione intatta, i capelli esorbitanti ravviati in una impeccabile voluta, il naso senza errori fremente, la bocca dischiusa.Forse persino un po’ troppo.
Sì, perché il nostro sindaco, per un vezzo che nasce probabilmente da un incauto amore di sé, dopo aver detto, senza una pausa d’incertezza, tutto ciò che si era prefissato di dire – a pioggia, a scroscio, a grandine, con ogni concetto al posto giusto e una consecutio irreprensibile -, dopo essersi convinto dunque di averla detta davvero grossa e incisiva, o almeno molto, molto convincente e bipartisan, resta sempre così, immobile, come folgorato e preda di un sortilegio, le belle labbra dischiuse in una ineccepibile, perfetta “o”.Che un tempo il popolo – per rustica esperienza -, grossolano e senza troppe limitazioni gergali qual’era, avrebbe subito indicato come del tutto simile (tradotto qui al meglio)all’anulo del deretano di un gallinaceo. Insomma, con un modo di dire indecente ma così tanto espressivo da apparire insostituibile. Ebbene, nemmeno sulla copertina del suo libro – anche se qui con cautela e controllo molto maggiori -, nemmeno lì il sindaco Renzi rinuncia ad accennare in un sorriso la sua espressione-capolavoro, il suo anulus gallinaceus. Né evidentemente qualcuno del suo staff, con l’ormai abusatissima tecnica del Photoshop (grazie alla quale la “moderatissima” Letizia Moratti sembra ormai regredita allo stato fetale), ha ritenuto di dover ricucire un tal equivoco andito. Segno che al sindaco quel dissigillarsi delle labbra è particolarmente caro.Che sia, Dio non voglia, per un consiglio estetico del nostro Cavaliere, ora anche stylist? (Lui, si sa, con i giovani e le giovani è sempre prodigo di consigli stilistici. Indispensabili per farcela.) Non è del tutto improbabile; anche se, nel caso del nostro più attraente fiorentino, non si tratterebbe che di una conferma, giacché il vezzo – naturalissimo, parrebbe – era preesistente all’infelice visita ad Arcore.Del resto, lui così piace tantissimo. E l’ingegnere acustico ministro Castelli, da Santoro, sembrava esserne divenuto pazzo. Come in una scena di Morte a Venezia: con Aschenbach-Castelli che lo mangiava con gli occhi e lui, il vezzosissimo Tadzio-Renzi, che accavallava e scavallava le gambe con spudorata abilità. Mentre protendeva le labbra nel suo più riuscito e classico numero di seduzione.Sì, perché d’altronde a qualcuno deve pur piacere, il sindaco Renzi; dal momento che nel centrosinistra è visto come fumo negli occhi. Come l’altro bronzo di Riace, l’efebo pugliese Nichi Vendola. Che, anche se messo un po’ peggio del fiorentino, pensa comunque sempre d’essere sprecato in quella coalizione: con quel bel corpo, quello sguardo, quella frangia; e la sua torrenziale, fioritissima parlantina ermetico-teoretica. Anche lui poco amato “perché bellissimo”, rimugina tra sé.
Due martiri, insomma, del sex appeal, si potrebbe affermare, dell’invidia e del livore: tra tutti quei Bersani scamiciati e quei D’Alema sfatti e stracotti. Di quella copertina, tuttavia, non va tralasciato comunque un ulteriore elemento: se possibile ancor più sorprendente e quasi sospetto, simile a un criptico e occulto messaggio cifrato, si direbbe. E che, all’improvviso, sembra poter illuminare di nuova luce l’intero centrosinistra o ciò che, purtroppo litigiosamente, ne resta.Ed è quel Fuori!, quel titolo che in copertina appunto, sotto l’eburneo volto ridente del giovane Matteo Renzi, non la finisce più di ricordare qualcosa di molto simile a una qualche (pruriginosa) pubblicazione di tanti, tanti anni fa.Fuori!, scritto così e con tanto di punto esclamativo, sotto quel giovane uomo dalle labbra procaci: ma… Ma non era stato il logo ufficiale delle pannelliane proto-battaglie omosessuali anni settanta?Anche da decisionisti, pseudoberluscoidi e Gran Rottamatori, cosa non si raccatta – diavolo di un fiorentino! – pur di vendersi; persino con un libro…Quirino Conti dagopsia

I vizietti di Renzi

Martedì, 21 Dicembre 2010

Renziopoli. Spese facili, folli, fantasmagoriche. Gli inciampi di «parentopoli» non danno certo lustro al sindaco di Firenze, Matteo Renzi, incarnazione del nuovo che avanza in casa Pd. La procura della corte dei conti della Toscana ha mandato sotto processo il «piccolo Obama fiorentino» (il copyright del soprannome del primo cittadino è dell’esponente pdl locale Giovanni Donzelli) e la sua ex giunta provinciale per l’assunzione di una ventina di «esterni» che non avrebbero avuto i titoli per occupare le ambite poltrone. I giudici hanno calcolato un danno erariale di oltre due milioni di euro. Situazione analoga al Comune di Firenze dove gli sprechi dell’amministrazione rossa, secondo uno studio dei consiglieri comunali del centrodestra, lieviterebbero a 10 milioni di euro con le assunzioni mirate negli uffici d’interesse del sindaco e della sua giunta: nell’elenco stilato dal consigliere comunale Donzelli figurano due ex assessori, l’ex portavoce di Lapo Pistelli (avversario politico alle primarie di Renzi), la figlia del direttore del Corriere fiorentino, una candidata del Pd non eletta, una giovane dirigente del partito, amici di famiglia, ex scout etc. Poi c’è il Tar che ha da poco revocato l’assunzione nel corpo dei vigili urbani della figlia di un direttore generale che, coincidenza, è stato capo dei vigili urbani ed è attualmente il responsabile di una società partecipata. Ma andiamo per gradi. E cominciamo dai posti assegnati in Provincia. Stando alle accuse dei magistrati contabili sarebbero state fatte una ventina di assunzioni con modalità non proprio cristalline con un danno erariale di 2 milioni e 155mila euro. Alcuni dei fortunati vincitori dell’impiego pubblico non avrebbero avuto i titoli, altri sarebbero sprovvisti della laurea, altri ancora sarebbero andati a occupare posti già occupati. Le persone assunte a tempo determinato entrarono a far parte dello staff personale di Renzi e delle segreterie particolari dei componenti della giunta, ed è per questo che una trentina di persone sono finite «a giudizio», a cominciare da Renzi e dall’ex assessore Andrea Barducci, già vice di Renzi, attuale presidente dell’amministrazione provinciale fiorentina. La «parentopoli gigliata» è sollevata ovviamente dal Pdl ma anche dalla sinistra. Per dire. Andrea Calò, capogruppo di Rifondazione comunista, rispetto all’avvio del «processo» presso la Corte dei conti, è arrivato addirittura a sollecitare l’istituzione di una apposita commissione d’inchiesta per fare luce «sulla corretta finalizzazione dell’uso delle risorse pubbliche sulle politiche del personale». Achille Totaro, senatore Pdl, ancora si chiede se era proprio necessario, nel 2004, buttare 2 milioni di euro dopo aver sperperato milioni «per iniziative, allegri banchetti, eventi e uno staff degno del suo livello». A difesa di Renzi parla il suo avvocato, Alberto Bianchi, che al Giornale rivendica la correttezza dell’operato di quella giunta a cui la legge, spiega, consentiva l’assunzione degli uffici a supporto dell’azione politica del presidente e degli assessori, e dunque, «vi è stata un’applicazione corretta delle norme che regolano la materia». ssando dalla Provincia al Comune, il risultato non cambia. Renzi s’è ritrovato a fare i conti col medesimo problema. Solo che qui, a dar retta all’interrogazione del solito Donzelli, i milioni sperperati sarebbero dieci spalmati in cinque anni per coprire ben quaranta assunzioni, ufficio stampa escluso. A detta del consigliere comunale Pdl, più che sui curriculum e sulle competenze specifiche, la scelta sarebbe stata fatta basandosi sull’«intuito personale» di Renzi o di chi gli sta vicino. Con i quaranta nuovi assunti «esterni» per cinque anni, si legge in un’interpellanza al sindaco, «si sfiorano i 10 milioni di euro l’anno, cifra che viene altamente superata se consideriamo che in questo conteggio sono esclusi i premi di produzione e gli straordinari». Tutto ciò, conclude Donzelli insieme al collega Sabatini, «senza dimenticare che il Comune conta 5.250 dipendenti interni, con capacità e competenze specifiche, ergo, 10 milioni di euro è una cifra da Superenalotto, uno schiaffo alla crisi, alle tasche dei fiorentini e ai 5250 dipendenti interni del Comune di Firenze». Settantotto persone solo per lo staff del sindaco portano gli esponenti del Pdl a ironizzare sulla considerazione che il primo cittadino avrebbe di sé: «Davvero crede di essere come Obama e di doversi creare uno staff da presidente degli Stati Uniti…». Il Comune ha risposto a tono ricordando che il numero degli impiegati è lo stesso dell’entourage del predecessore di Renzi a Palazzo Vecchio. «Bugia – ridacchia Donzelli – l’ex sindaco Leonardo Domenici aveva attinto quasi tutto il personale dal Comune, Renzi in grandissima parte da fuori!».  Gian Marco Chiocci per “Il Giornale