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I guai di Marino

Giovedì, 10 Ottobre 2013

Il sindaco ciclista cammina già in salita. Sono passati quattro mesi dall’elezione di Ignazio Marino, ma la «luna di miele» del chirurgo dem – che il 10 giugno sconfisse al ballottaggio Gianni Alemanno e riconquistò per il centrosinistra il Campidoglio – è finita. O meglio, non è mai cominciata. Problemi con la sua maggioranza, isolamento rispetto ai vertici del Pd, «gaffe» a ripetizione, immobilismo nell’azione politica, pasticci amministrativi, come quello sulla nomina del nuovo capo della Polizia Municipale. Vicenda «opaca», che espone sindaco e Comune ad una clamorosa figuraccia, tra selezioni poco chiare, titoli mancanti e dietrofront.

Marino, appena insediato, ha «silurato» il precedente comandante Carlo Buttarelli, lanciando poi un avviso pubblico per individuare il successore. Dopo oltre due mesi, la scelta di Oreste Liporace, colonnello dei carabinieri: presentazione ufficiale, foto di rito, stretta di mano. A distanza di poche ore, la marcia indietro: Liporace non ha i requisiti – cinque anni da dirigente – richiesti dal Comune. Nomina «congelata» e, di fatto, decaduta. Problema risolto? Nemmeno per sogno. Perché Marino vuole comunque nominare un comandante «esterno» al corpo, scatenando la rivolta dei vigili, pronti allo sciopero. Il sindaco tira dritto: «Vogliono la guerra? La avranno».

Ma non ci sono solo i vigili. Marino, in 120 giorni, un braccio di ferro dopo l’altro, è riuscito nell’impresa di mettersi tutti (o quasi) contro: il centrosinistra, i sindacati, commercianti, imprenditori. Prima la pedonalizzazione dei Fori Imperiali, l’unico progetto finora portato avanti dalla giunta capitolina, che ha scatenato le proteste di abitanti e negozianti delle zone limitrofe. Poi la nuova discarica a Falcognana, vicino al Divino Amore. E infine sui cantieri della metro C, ingaggiando una querelle con colossi del settore: Astaldi, Ansaldo di Finmeccanica, le coop ma, soprattutto, col «nemico» Francesco Gaetano Caltagirone, editore del Messaggero, proprietario della Vianini.

Estate complicata, e autunno «caldo». A settembre, con la ripresa dell’attività amministrativa, sono iniziati i problemi con la maggioranza. Il Pd, in questa fase, è decisamente «di traverso». Marino viene accusato di «non ascoltare nessuno», di essersi chiuso «nel suo cerchio magico», con uno staff che – in gran parte – non è di Roma e che conosce poco la città. La giunta non produce delibere, e il consiglio comunale – di conseguenza – è fermo.

Alcuni assessori (come Daniela Morgante, responsabile del Bilancio) sono già nel «mirino» dei partiti: possibile, già a gennaio, un rimpasto a tempi di record. Coi leader del partito, da diverse settimane, è calato «il gelo». Anche con chi – come Goffredo Bettini e Nicola Zingaretti – è stato il principale sponsor per la candidatura di Marino alle primarie del centrosinistra. Adesso, la definizione che circola con maggiore insistenza è «inaffidabile» e c’è chi ipotizza la necessità di una «musata» per il sindaco: «Prima la da, e prima corregge la rotta», il commento di un autorevole esponente pd.

Bettini, dopo averlo «guidato» e consigliato in campagna elettorale, lo ha mollato. Marino non lo cerca da mesi, e lo «stratega» si è messo alla finestra, dedicandosi al suo Campo democratico. Anche con Zingaretti, sotto traccia, ci sono state delle incomprensioni. Il governatore del Lazio, infatti, ha mal digerito la titubanza di Marino su Falcognana, un certo presenzialismo sulla Sanità (settore di competenza regionale) e la continua richiesti di fondi.

Ma la «goccia» è stato l’invito fatto da Marino a Matteo Renzi, per una «passeggiata» sui Fori Imperiali in bicicletta: la visita poi c’è stata, la pedalata no, a causa della ressa che si era creata. Tanto che lo stesso sindaco di Firenze è andato via infastidito e piuttosto perplesso. ?Come se non bastasse, ecco le grane col Bilancio, la vera montagna da scalare per il sindaco ciclista.

Per far quadrare i conti, entro il 30 novembre, mancano 867 milioni. Marino, per scongiurare il commissariamento e il default, ha chiesto aiuto al governo. E, alla fine, il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni ha dato la disponibilità ad una norma «salva Roma», per inserire parte di quei debiti nella gestione commissariale pre-2008. Ma nel 2014 i problemi si ripresentano, con un altro miliardo da recuperare. E, in questo senso, il no di ieri del Senato all’emendamento per il pre-pensionamento dei dipendenti comunali è solo l’ennesima tegola per un sindaco già col fiato corto.

Ernesto Menicucci per il “Corriere della Sera

2. LO SCIVOLONE DI MARINO SUL NUOVO CAPO DEI VIGILI
Francesco Merlo per “La Repubblica”

Aveva scelto come nuovo capo dei vigili di Roma un ufficiale dei carabinieri che ha tre lauree ed è dunque ideale per un ufficio studi ma, come ha stabilito l’Avvocatura costringendolo poi a dimettersi, non ha sufficienti titoli di comando. E con questo suo ultimo pasticcio Ignazio Marino ha esaurito il credito che gli era dovuto perché è di sinistra e perché ha sconfitto Alemanno.

In un solo colpo infatti il sindaco ha ridicolizzato l’arma dei carabinieri, il corpo dei vigili urbani, il diritto amministrativo, la sapienza giuridica del capo di gabinetto, e per finire anche la parola curriculum sulla quale pedala più che sulla sua stucchevole bicicletta.
Venerdì scorso Marino ha dunque presentato alla stampa il colonnello dei carabinieri Oreste Liporace, scelto «tra 99 curricula» per «la straordinaria preparazione scolastica».

E si capisce che a un amante dell’America come il sindaco ex chirurgo, che ha operato a Pittsburgh e a Filadelfia, un capo dei vigili urbani con tre lauree, un master, un diploma di consgliere giuridico e un’abilitazione come commercialista, deve essere sembrato una specie di Clint Eastwood colto, uno sceriffo di pensiero e un professore di azione.

Convinti dunque di avere trovato l’incrocio tra Norberto Bobbio e il generale Dalla Chiesa, il sindaco e i suoi uffici (tutti plurilaureati?) non si sono accorti che Liporace è colonnello dal gennaio scorso e dunque è dirigente solo da nove mesi e non dai cinque anni richiesti dal regolamento e specificati dallo stesso Marino nel suo avviso pubblico, nella sua richiesta di curricula, che sono l’ossessione sua e dei grillini.

Ebbene, nonostante tutto, il nostro primo pensiero è stato: non impicchiamo il sindaco ai dettagli e agli eccessi della burocrazia. Tanto più che un ufficiale dei carabinieri poteva davvero essere una buona scelta per mettere ordine nel corpo dei 6.300 pizzardoni romani che non sono solo la faccia bonaria di Roma, l’autorità comprensiva che non fa mai paura, ma sono anche considerati, e magari a torto, come i campioni della piccola corruzione e del ricatto al mondo del commercio e dell’edilizia, sicuramente inefficienti nella gestione del traffico, spesso sbracati…

E si capisce che c’è molto pregiudizio, ma certo è duro immaginare il pizzardone come il piccolo eroe urbano che calma le risse, come la divisa sempre amica, anche se tutto è possibile dopo averli visti arrancare in bicicletta dietro la bici del sindaco, fisicamente costretti nel ruolo ancillare di ciclo-moschettieri per la foto sui giornali. E vale la pena ricordare che la Panda rossa del sindaco, che abita in centro, è stata fotografata nel parcheggio del Senato, dove non doveva più stare.

Comunque è davvero bizzarro pensare a un carabiniere nella pelle di un vigile romano. E basta notare che nel cinema italiano, nonostante le barzellette, il carabiniere è stato reso famoso dall’eleganza di Vittorio De Sica mentre il vigile romano deve tutto alla goffaggine di Alberto Sordi.

E infatti nel film Pane amore e gelosia quando il sindaco di Sorrento annunzia alla cittadinanza che «il maresciallo dei carabinieri in congedo Carotenuto cavaliere Antonio è il nuovo comandante delle guardie municipali», Vittorio De Sica si tormenta per avere abbandonato la sua bella divisa carica di storia e avere indossato quella ben più modesta del vigile. E si vergogna al punto da farsi alla fine disegnare una uniforme tutta per lui. E quando la sua perpetua in armi Tina Pica, “carabiniera” per affinità elettiva, gli dà del «vigile! », si mette a caccia di eufemismi e la corregge: «Metropolitano, prego». Certo, Vittorio De Sica non passava, come legittimamente accadrebbe a Liporace, da un stipendio lordo annuo di circa 70mila euro a uno di 190mila.

Per la verità ci aspettavamo che il sindaco chiedesse scusa e ritirasse la candidatura di Liporace invece di sfidare i vigili urbani e legittimare le loro proteste sindacali, sino alla lettera giustamente indignata che gli hanno indirizzato ben 25 dirigenti. E certo l’Arma dei carabinieri non c’entra nulla, ma è sicuro che hanno fatto un richiamino ufficioso al colonnello che rimane un carabiniere, anche se aveva chiesto e non ancora ottenuto l’aspettativa dal ministero della difesa. E non si tratta qui di disciplina ma di opportunità e di eleganza militari. Si possono dare infatti le dimissioni anche da cariche non ancora ricoperte, basta dire «ringrazio, ma non mi presto».

E invece per troppo tempo Liporace si è intestardito: «Non mi ritiro, ognuno si prenda le sue responsabilità ». E mettendo a frutto i suoi blasonati diplomi si è applicato

nel distinguere tra avviso e bando, ha spiegato che nessuno è parte offesa perché non c’è un secondo classificato visto che non c’è graduatoria, e che non si sarebbe dimesso visto che non lo avevano ancora nominato, anche se per la verità aveva già ordinato la tinteggiatura dell’ufficio dove aveva fatto scaricare gli scatoloni del trasloco con le carte, le foto di famiglia e le sue cose più care. Solo ieri, alle nove e venti di sera, si è arreso all’evidenza: «Tolgo la mia disponibilità a ricoprire l’incarico».

Di sicuro hanno ragione i carabinieri che, a differenza di Marino, sanno leggere i curricula e pensano che l’abbondanza di dottrina, che è una rara magnificenza se la si sa impiegare, in genere corrisponda ad una mancanza operativa. Liporace ha comandato una compagnia impegnativa a Castellamare di Stabia e poi ha maturato i suoi meriti a Castelgandolfo e negli uffici del ministero della Difesa e del comando generale dell’arma. Marino, che davvero non lo conosceva prima, lo aveva scelto tra 99 candidati tra i quali comandanti ed ex comandanti dei vigili urbani di Firenze, Torino, Forlì, il vicequestore Raffaele Clemente, l’ex pubblico ministero Carlo Lasperanza…

È dunque tempo di mettere in fila tutti i pasticci di demagogia di Marino, comprese le 75 assunzioni nello staff e nell’ufficio stampa e proprio mentre Rosario Crocetta in Sicilia licenziava i suoi 86 giornalisti. Marino giri pure in bicicletta se gli piace, ma sia meno goffo nella battaglia contro la minaccia del fallimento economico, cominci a fare qualcosa contro la sporcizia e il degrado del centro storico sempre più pittoresco terzo mondo, contro i finti centurioni e la mafia della cartellonistica abusiva che di nuovo ha invaso Roma come dimostrano ogni giorno le immagini messe in rete da www.romafaschifo.it.

E si ricordi della manutenzione ordinaria e della povera gente che sempre più dorme per strada dentro i cartoni. L’inverno sta arrivando anche per lui: dopo aver svelato il sindaco macchietta sullo spalaneve potrebbe innevare di ridicolo anche il sindaco che pedala sui curricula.

 

 

La macchina cieca dei mercati (by Gallino)

Giovedì, 27 Giugno 2013

Uscito di prigione dov’era finito per aver esagerato con i suoi traffici, il finanziere Gordon Gekko dice al pubblico stipato in sala che, guardando il mondo da dietro le sbarre, ha fatto delle profonde riflessioni. E le condensa in una domanda: «Stiamo diventando tutti pazzi?» La scena fa parte di un film su Wall Street, ma la stessa domanda uno poteva porsela giovedì 20 giugno mentre gli schermi tv e tutti i notiziari online sparavano ancora una volta notizie del tipo: “I mercati prendono male le dichiarazioni del governatore della Fed”; “crollo delle borse europee”; “bruciati centinaia di miliardi”; “preoccupati per il futuro, i mercati affondano le borse”. E, manco a dirlo, “risale lo spread”.

Esistono due ordini di motivi che giustificano il chiedersi se – cominciando dai media e dai politici – non stiamo sbagliando tutto preoccupandoci dinanzi a simili notizie di superficie in cambio di ciò che realmente significano. In primo luogo ci sono dei motivi, per così dire, tecnici. Nel mondo circolano oltre 700 trilioni di dollari (in valore nominale) di derivati, di cui soltanto il dieci per cento, e forse meno, passa attraverso le borse. Il resto è scambiato tra privati, come si dice “al banco”, per cui nessun indice può rilevarne il valore. Ma anche per i titoli quotati in borsa le cose non vanno meglio. Infatti si stima che le transazioni che vanno a comporre gli indici resi pubblici riguardino appena il 40 per cento dei titoli scambiati; gli altri si negoziano su piattaforme private (soprannominate dark pools, ossia “bacini opachi” o “stagni scuri”) cui hanno accesso soltanto grandi investitori. Di quel 40 per cento, almeno quattro quinti hanno finalità puramente speculative a breve termine – niente a che vedere con investimenti “pazienti” a lungo termine nell’economia reale.

Non basta. Di tali transazioni a breve, circa il 35-40 per cento nell’eurozona, e il 75-80 per cento nel Regno Unito e in Usa, si svolgono mediante computer governati da algoritmi che esplorano su quale piazza del mondo il tale titolo (o divisa, o tasso di interesse o altro) vale meno e su quale vale di più, per avviare istantaneamente una transazione. L’ultimo primato noto di velocità dei computer finanziari è di 22.000 (ventiduemila) operazioni al secondo, ma è probabile sia già stato battuto. Ne segue che chi parla di “giudizio dei mercati” dovrebbe piuttosto parlare di “giudizio dei computer”. Con il relativo corredo di ingorghi informatici, processi imprevisti di retroazione, episodi d’imitazione coatta, idonei a produrre in pochi minuti aumenti o cadute eccessive dei titoli, del tutto disconnessi da fattori reali.

In sostanza, i mercati finanziari presentati al pubblico come fossero divinità scese in terra, alla cui volontà e giudizio bisogna obbedire se no arrivano i guai, sono in realtà macchine cieche e irresponsabili, in gran parte opachi agli stessi operatori e ancor più ai regolatori. E, per di più, pateticamente inefficienti. Soltanto dal 2007 in poi la loro inefficienza è costata a Usa e Ue tra i 15 e i 30 trilioni di dollari. Emergono qui i motivi politici per guardare ai mercati in modo diverso da quello che ci chiedono. Cominciando, ad esempio, a rivolgere ai governanti e alle istituzioni Ue una domanda (un po’ diversa da quella di Gekko, ma nello stesso spirito): se in effetti sono i mercati ad essere dissennatamente indisciplinati, perché mai continuate a raccontarci che se noi cittadini non ci assoggettiamo a una severa disciplina in tema di pensioni, condizioni di lavoro, sanità, istruzione, i mercati ci puniranno?

In verità una domanda del genere governi e istituzioni Ue se la sono posta da tempo, pur senza smettere di bacchettarci perché saremmo noi gli indisciplinati. Fin dal 2007 la Ue aveva introdotto una prima Direttiva sui mercati degli strumenti finanziari (acronimo internazionale Mifid). Non è servita praticamente a nulla, meno che mai a temperare la crisi. Ma governi e istituzioni Ue non si sono arresi. Prendendosi non più di cinque o sei anni di tempo, intanto che i mercati finanziari contribuivano a devastare l’esistenza di milioni di persone, si sono messi alacremente al lavoro per elaborare una Mifid II. E poche settimane fa l’hanno sfornata – in ben tre versioni differenti. Esiste infatti una versione del Consiglio dell’Unione, una del Parlamento europeo e una della Commissione europea. Gli esperti assicurano che nel volgere di un anno avremo finalmente una versione definitiva, che emergerà dal “trialogo” fra le tre istituzioni. Quando entrerà pienamente in vigore, nel volgere di un biennio o due dopo l’approvazione come si usa, anche i mercati finanziari saranno finalmente assoggettati a una robusta disciplina, non soltanto i cittadini che han dovuto sopportare, a colpi di austerità, il costo delle loro sregolatezze. Saranno trascorsi non più di otto o dieci anni dall’inizio della crisi.

È tuttavia probabile che di una vera e propria azione disciplinare i mercati finanziari non ne subiranno molta, e di certo non tanto presto. In effetti, il meno che si possa dire della tripla Mifid è che le divergenze fra le tre versioni sono altrettanto numerose e consistenti delle convergenze, mentre in tutte quante sono pure numerose e vaste le lacune. Da un lato ci sono notevoli distanze nei modi proposti per regolare le piattaforme di scambio private (i dark pools), le transazioni computerizzate ad alta frequenza, l’accesso degli operatori alle stanze di compensazione. Dall’altro lato, non si prevede alcun dispositivo per regolare i mercati ombra; vietare la creazione e la diffusione di derivati pericolosi perché fanno salire i prezzi degli alimenti di base; limitare l’entità delle operazioni meramente speculative. Ovviamente, tra divergenze e assenze le potenti lobbies dell’industria finanziaria ci guazzano. Sono già riuscite a ritardare l’introduzione di qualsiasi riforma di una decina d’anni dopo gli esordi della crisi, una riforma che sia una di qualche incisività a riguardo sia dei mercati sia del sistema bancario; se insistono, magari riescono pure a raddoppiare questi tempi. I governi e le istituzioni Ue hanno dunque larghi spazi e tempi lunghi davanti, per insistere nel disciplinare i cittadini invece dei mercati finanziari. di Luciano Gallino, da Repubblica, 26 giugno 2013 via micromega

La proletarizzazione dei professionisti

Venerdì, 3 Maggio 2013

I Comuni di tutta Italia pubblicano bandi alla ricerca di professionisti (architetti, ingegneri, giornalisti) disposti a lavorare senza compenso. Il vantaggio? una citazione sul curriculum

Si lavora gratis con la pubblica amministrazione. A volte si lavora solo se si paga. L’unico vantaggio è ottenere una citazione sul curriculum, anche se la partecipazione al piano urbanistico di Battipaglia non è proprio un intervento che apra le porte dei migliori uffici europei d’architettura. È una nuova forma, e una nuova piaga, del precariato nazionale: le pubbliche amministrazioni, ridotte sul lastrico da finanziarie governative, spending review e stagioni di politica dissipante, sempre più spesso emanano bandi che non prevedono soldi per i professionisti, per i loro servizi. C’è un sindacato, l’Inarsind, che tutela ingegneri e liberi professionisti e ha organizzato su Facebook un Osservatorio sugli incarichi pubblici chiedendo a ingegneri e liberi professionisti di segnalare le loro storie di tecnici non pagati (contro l’articolo 36 della Costituzione: “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro”).

Il caso estremo ruota attorno al progetto del nuovo stadio di Pisa, firmato dall’architetto Gino Zavanella, già autore dello Juventus Stadium. L’Associazione Geosport (geometri sportivi) dallo scorso 19 gennaio fornisce formazione  -  secondo bando del Comune di Pisa  -  ai centocinquanta giovani prescelti incassando una quota di iscrizione ai corsi pari a 600 euro cadauno, Iva esclusa. In cattedra lo stesso architetto Zavanella, lezioni fino a giugno. Non solo i geometri forniranno il lavoro di base per la costruzione del nuovo stadio, ma dovranno versare all’associazione organizzatrice, un privato senza fini di lucro, 90 mila euro. Pagano per progettare lo stadio di un’archistar per un club di Prima divisione, che è comunque società per azioni. Se si iscrivono allo stage, e poi non possono partecipare, devono versare tutto e zitti. La Geosport ha fatto sapere ai centocinquanta, baldanzosa, di essere riuscita a recuperare stanze nello stesso hotel dove soggiorna il Pisa calcio durante i ritiri: i geometri stagisti pagheranno 75 euro una doppia più venti euro per la cena fissa di venerdì. E che ringrazino per l’opportunità.

I bandi gratis riguardano comuni di media grandezza come Parma, che cerca un gruppo di sviluppatori informatici. E aree urbane da 4 milioni di abitanti: il Comune di Roma, infatti, affiderà un incarico a titolo gratuito a un professionista, in questo caso il dottor Farinelli, per creare il cosiddetto “Campidoglio 2″, che significa la riorganizzazione in un anno degli uffici decentrati dell’amministrazione. Un compito ciclopico. Il Comune di Bologna ha chiesto agli architetti di inviare progetti per riqualificare il centro storico: “Chi vince il concorso non avrà soldi, ma un po’ di visibilità”. L’Ordine di Bologna ha scoraggiato i progettisti, giovani e meno, a partecipare al bando “Di nuovo in centro”. Fin qui all’Istituto nazionale di urbanistica sono arrivati zero progetti. “Prima l’assegno, poi il disegno”, ha fatto sapere l’architetto Gianni Accasto.

Urbanistica gratis a Francavilla e a Reggio Calabria niente corrispettivo per offrire idee per la sistemazione dei Bronzi di Riace: il bando si è chiuso il 28 marzo, qui i progetti arrivati sono stati molti e di qualità. Per il Piano urbanistico del Comune di Battipaglia il municipio ha pubblicato l’avviso per la costituzione di un gruppo di volontari, laureati in Ingegneria civile, edile, ambientale e informatica, che intende “partecipare e fornire gratuitamente” il proprio contributo alla redazione del principale strumento di pianificazione della città. Li cercano altamente qualificati, poi non li pagano. Il Comune di Bolsena, entroterra romano, per un lavoro di due anni necessario per rilasciare nulla osta idrogeologici verserà al vincitore 54 euro lordi e onnicomprensivi per ogni pratica. Il sindacato dei liberi professionisti fa notare: se il bando sarà vinto da un ingegnere con sede a Roma, con quei soldi non riuscirà a pagarsi la benzina consumata per raggiungere i luoghi di lavoro.

Restando nella provincia di Roma, il Comune di Manziana ha affidato a un tecnico il compito di ristrutturare un centro anziani (costo dell’intervento 116.000 euro). L’emolumento per il tecnico è di 1.258,40 euro lordi e comprende il pagamento in proprio di Inps, Iva, cassa previdenziale, tutte le assicurazioni necessarie, le copie degli atti e dei progetti. Il povero prescelto dovrà procurarsi, spendendo di suo, i pareri propedeutici ai lavori (Telecom, Acea, Italgas, Anas, sovrintendenze, uffici comunali, vigili del fuoco, Asl). E dovrà essere lui a convincere l’ente finanziatore dell’opera, la Gal Tuscia romana, a sborsare il contributo da 96 mila euro senza il quale la ristrutturazione non si farà. Se non ci riuscirà, non prenderà la paghetta. Ogni giorno di ritardo sulla consegna “zac”, cento euro tagliati. Sempre lo sparagnino Comune di Manziana ha affidato a un tecnico il consolidamento di un intero plesso scolastico, ovviamente “a titolo gratuito”. L’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici ha dovuto scrivere una lettera al sindaco di Manziana spiegando come i lavori di Architettura e Ingegneria non si possano fare senza un compenso.

Il sindaco di Acicastello in provincia di Catania ha conferito a un agronomo e a un geometra l’incarico di collaborare (per tre e sei mesi) con l’assessorato all’Ambiente. A titolo gratuito, con l’assicurazione antinfortuni a carico del prescelto, nel caso il dottor Giuseppe Boninelli, ultraquarantenne con un passato di collaborazioni volontarie. Il Comune di Santa Cristina Gela in provincia di Palermo paga 200 euro lordi il responsabile della sicurezza per il recupero di un abbeveratoio. Il Comune di Brolo in provincia di Messina ha chiesto a un architetto di curare il piano particolareggiato per il recupero del centro storico. Il rimborso forfettario è di 4.000 euro e si richiedono in cambio: censimento degli edifici costituenti l’antica struttura con rilievo fotografico, rilievo del piano terreno e della sezione tipologica con l’indicazione delle soprastrutture, rilievi particolareggiati di ogni singolo edificio e di ogni elemento che presenti pregi architettonici o artistici, analisi delle condizioni igieniche generali, le condizioni statiche e di conservazione, stato della proprietà e destinazione d’uso dei vari piani (lavoro che dovrebbe essere affidato, in verità, ai vigili urbani). Ancora, individuazione e documentazione dei valori architettonici, ambientali e monumentali. Servono relazioni, planimetrie in scala 1:200 e 1:500, calcoli sulla popolazione e si chiede all’architetto un preventivo delle spese che il Comune dovrà effettuare per il recupero finale. Una fatica d’Ercole lunga nove mesi con 4.000 euro (lordi) forfeit.

Gratuito è anche il lavoro del giornalista che il sindaco di Modica, provincia di Ragusa, vuole a fianco a sé per rivedere il sito internet del Comune: “L’incarico si intende conferito a titolo gratuito e il succitato professionista non potrà pretendere alcunché a titolo di compenso o rimborso”. Neppure il rimborso. c. Zunino repubblica

Ecco chi finanzia Letta

Venerdì, 26 Aprile 2013

Chi finanzia VeDrò, il think-tank bipartisan che ha fatto di Enrico Letta l’uomo giusto per un governo di larghe intese?

Sponsor privati, ovviamente. Dall’Enel al gruppo dell’industria alimentare Cremonini, fino all’Eni e ad Autostrade per l’Italia. Il motivo? Ritorno di visibilità, loghi su brochure e siti internet. E la politica? La politica non c’entra, dicono: «Noi non negoziamo la nostra posizione intellettuale», dice subito il tesoriere Riccarco Capecchi.

Vedrò, anzi vedremo: «Dobbiamo lavorare molto sul tema delle privatizzazioni», è la posizione nota di Enrico Letta: «Il patrimonio pubblico è ancora enorme: bisogna cominciare a mettere nel mirino nuove privatizzazioni pezzi di Eni, Enel e Finmeccanica». E poi: «Sarà uno dei temi del nostro governo, quando gli elettori ci faranno governare», conclude il prossimo Presidente del Consiglio.

Sul tema dei finanziamenti privati ai think-tank, Mattia Diletti, docente e ricercatore di scienza politica all’Università La Sapienza di Roma, ha fatto un lavoro molto articolato: «Questo tipo di fondazioni politiche hanno bilanci molto simili e possono contare su budget medi di 800 mila euro».

E Vedrò? «E’ poco sopra la media», dice Diletti. «Quello che colpisce però del sistema di finanziamento riguarda soprattutto i finanziatori piuttosto che i finanziati», spiega: «Sono prevalentemente ex monopoli pubblici, che hanno un rapporto ancora stretto con la politica e che finanziano un po’ tutti, con cifre ridotte, a pioggia, sia la destra che la sinistra.

Funziona un po’ «all’americana», dice Diletti. E come si riempie, in America, un bilancio da 800 mila euro? Lo si capisce prendendo in mano una qualunque brochure delle attività di Vedrò. Enel, Eni, Edison, Telecom Italia, Vodafone, Sky, Lottomatica, Sisal, Autostrade per l’Italia, Nestlé, Farmindustria, il gruppo Cremonini (la carne Montana): sono tante le aziende che concorrono al fabbisogno del pensatoio.

Quello che non sappiamo è quanto sia il contributo specifico di questi sponsor, quali sono economici e quali invece in servizi. Quello che sappiamo è che gli sponsor hanno spesso un ruolo attivo, all’interno del dibattito, contribuendo al contenitore ma anche al contenuto.

Enel, ad esempio, promuove così l’appuntamento estivo di Vedrò, sul proprio sito: «Un think-net aperto e dedicato anche alla mobilità elettrica e alle smart cities», dove «Enel, sponsor della manifestazione, è protagonista del working group ‘Vedrò Energie’».

Vedrò vive tutto l’anno, organizza convegni, aperitivi e presentazioni. L’evento centrale è però la tre giorni che si svolge a fine agosto a Dro’, paese trentino di 4.500 abitanti, una quindicina di chilometri a nord del lago di Garda, in un’ex centrale idroelettrica.

Nonostante la chilometrica lista di sponsor, l’evento non è gratuito. Anzi. Gli hotel della zona costano cari, e tutti gli ospiti – o quasi – pagano di tasca propria. In più, ovviamente, c’è una quota di iscrizione: 150 euro per gli under trenta, 300 euro o più per tutti gli altri.

Avarizia degli organizzatori? Piuttosto, ricerca dell’esclusività. Già così – per la prossima edizione – sono previste oltre mille persone: ben più di quelle arrivate l’anno scorso, che erano 800. «Le loro quote», ci spiega il tesoriere Riccardo Capecchi, «servono a coprire i costi vivi della manifestazione, l’allestimento della centrale, le navette con gli alberghi, il catering per i tre giorni».

Ma non bastano. A Vedrò lavora una decina di persone («ma io come altri sono volontario», dice sempre Capecchi) e sono le sponsorizzazioni a tenere in piedi il tutto. Con quanto? Quanto basta per coprire tutti i costi, ma di più non si può sapere: «Noi – dice Capecchi – per ovvie ragioni di privacy non diffondiamo l’entità delle contribuzioni». Ma bisogna stare tranquilli, assicura, perché ««gli accordi che prevalentemente sono sulla visibilità, rispettano i parametri standard».

«Quello che posso dire», continua Capecchi, «è che la contribuzione media è di circa 30 mila euro. Anche se poi, ovviamente c’è chi dà meno e chi dà molto di più». Luca Sappino per “Espresso.Repubblica.it”

“Fondata sul lavoro” – la solitudine dell’art. 1 (by Zagrebeksky)

Lunedì, 4 Febbraio 2013

1. (Fondata sul lavoro?) Se, per esempio, l’Autore dei Ricordi dal sottosuolo fosse tra noi e riprendesse la parola, troverebbe nel nostro tempo ragioni per convalidare quella che, allora, fu formulata, e generalmente considerata, come la farneticazione d’un visionario: “allora tutte le azioni umane saranno matematicamente calcolate secondo quelle leggi, faranno una sorta di tabella di algoritmi, fino a 108.000, e verranno inserite nei bollettini d’aggiornamento; oppure, meglio ancora, ci saranno pubblicazioni benemerite, sul genere degli attuali lessici enciclopedici, in cui ogni cosa verrà calcolata e stabilita tanto esattamente, che al mondo non si daranno più azioni né avventure” (ma si finirà nella noia mortale, aggiungeva Dostoevskij). Forse, l’opera non è ancora conclusa, né tantomeno è conclusa con generale soddisfazione, ma certamente è in corso, come tentativo o, almeno, tendenza. Eppure, quel “fondata sul lavoro” che apre la nostra Costituzione vorrebbe, per l’appunto, essere il preannuncio di azioni e avventure indipendenti dalle tabelle di logaritmi econometrici. Vorrebbe starne fuori, anzi prima.

Fuori dalle immagini letterarie, la questione è formulabile nei semplici termini seguenti. La Costituzione pone il lavoro a fondamento, come principio di ciò che segue e ne dipende: dal lavoro, le politiche economiche; dalle politiche economiche, l’economia. Oggi, assistiamo a un mondo che, rispetto a questa sequenza, è rovesciato: dall’economia dipendono le politiche economiche; da queste i diritti e i doveri del lavoro. Dicendo “dipendere” non s’intenda necessariamente determinare, ma condizionare, almeno, questo sì. Ora, il senso del condizionamento o, come si dice, delle compatibilità è certamente rovesciato. Il lavoro è il risultato passivo di fattori diversi, con i quali deve risultare compatibile. Non sono questi altri fattori a dover dimostrare la loro compatibilità col lavoro. Il lavoro, da “principale”, è diventato “conseguenziale”. Su questa constatazione, credo non ci sia bisogno di spendere parola. La Repubblica, possiamo dirla, senza mentire, “fondata” sul lavoro?

2. (L’inizio) La vigente Costituzione rappresenta un momento della lunga storia del costituzionalismo moderno, una storia che ha inizio con la Restaurazione liberale, dopo la Rivoluzione e l’età napoleonica. L’ideale del costituzionalismo è senza tempo: istituzioni libere e garanzia dei diritti, con ciò che ne consegue: rappresentanza politica entro la separazione dei poteri, legalità e garanzia dei diritti, habeas corpus, tribunali indipendenti, libertà di stampa e libera formazione della pubblica opinione.

Ma, la storia del costituzionalismo è fatta di sviluppi a partire da quel nucleo: acquisizioni e ampliamenti, frutti di aspirazioni intellettuali, quando esse siano divenute obiettivi di lotte sociali. Nulla, infatti, si ottiene solo perché pare buono, giusto e bello. Ora, in taluni casi, le lotte sociali hanno comportato veri e propri capovolgimenti dei punti iniziali. Questo è il caso del lavoro, il nostro caso.

La Rivoluzione in Francia, che si era dapprima rivoltata contro i privilegi dell’Antico Regime -  secondo l’interpretazione datane da Constant e dai “dottrinari” di quell’epoca  -  aveva superato il segno, onde ne doveva seguire necessariamente  -  come infatti ne seguì – una reazione terribile, secondo l’universale ed eterna legge del pendolo nelle cose politiche: “Ogni eccesso suole portare con sé una grande trasformazione in senso opposto: così nelle stagioni come nelle piante e nei corpi e anche, in sommo grado, nelle costituzioni” (Platone, Repubblica 563e, 564a).

In che cosa la Rivoluzione aveva superato il segno? Nella pretesa di superare politicamente quella che, nella concezione liberale, doveva essere la naturale divisione della società tra coloro che sono e coloro che non sono “padroni di se stessi”. I non-padroni di se stessi erano coloro che lavorano per vivere, cioè dipendono da un salario; i padroni di se stessi, invece, coloro che vivono di profitto o rendita. La distinzione, dal punto di vista analitico, non divide il campo in modo chiaro. Per esempio, Kant (Sopra il detto comune: “Questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica” (1793), in Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto, a cura di N. Bobbio, L. Firpo, V. Mathieu, Torino, Utet, 1956, p. 260) la precisò così: sono padroni di se stessi anche coloro che vendono un proprio opus  – gli artifices, gli artisti e gli artigiani -; non lo sono gli operarii, che lavorano mettendosi al servizio di un padrone, ammettendo comunque che “è difficile determinare i requisiti per ambire alla condizione di uomo padrone di se stesso (sui iuris)”.

Politicamente, la questione era però chiara. La società è divisa: da una parte stanno i lavoratori, i quali dipendono da altri e dunque sono in condizione servile; dall’altra stanno gli uomini liberi, la cui libertà dipende dalla condizione dei primi. Questa era la visione di fondo, una visione considerata naturale, perfino “di diritto naturale”, dunque insuperabile, una visione che ha radici nella notte dei tempi. Perché ci possa essere la libertà di alcuni, ci deve essere la condizione servile di altri. Senza la seconda, non ci può essere la prima. Ora, la partecipazione piena alla vita della città, in una società libera, per la contraddizione che non consente altrimenti, può spettare solo a uomini liberi. L’estensione ai non-liberi dei diritti politici, cioè della piena cittadinanza, sarebbe infatti una promessa di violenza, di prevaricazione del numero bruto e delle passioni sulla ragione, un attentato alla libertà (e alla proprietà) degli uomini liberi. Da qui, il suffragio ristretto, cioè il rifiuto dell’idea di cittadinanza generale, rifiuto non per ragioni contingenti, cioè per la momentanea e rimediabile condizione d’ignoranza e d’indigenza delle masse lavoratrici, ma per ragioni sociali strutturali. Se le costituzioni dell’800 fossero iniziate con una formula del tipo di quella del nostro art. 1, avrebbero detto: “fondate sulla proprietà”.

Il costituzionalismo, come dottrina politica, nasce con questo marchio classista che innanzitutto l’oppone alla democrazia, il cui ideale è la libertà e la partecipazione di tutti a una vita politica comune. La democrazia, come ideale, dovrebbe tendere a restituire a ciascuno la libertà originaria ch’egli ha ceduto nel momento della sua entrata in società, secondo la formula della quadratura del cerchio di J. J. Rousseau: “ubbidire al potere comune, restando libero”. Il costituzionalismo, all’opposto, riteneva che la partecipazione di tutti alla vita politica avrebbe comportato la perdita della libertà per tutti. Inoltre, il costituzionalismo, come dottrina a fondamento dualista,  si oppone, per altro verso, alla sociologia marxiana che assume sì la società divisa tra proprietari e proletari, ma non per ragioni naturali: al contrario, come effetto di rapporti di produzione storicamente determinati, che la storia e le forze che in essa operano come “levatrici” si sarebbero presto assunti il compito di condannare e superare.

3. (Il rovesciamento) Il costituzionalismo delle origini ha compiuto un lungo cammino che giunge fino a noi. Se ciò non fosse avvenuto, lo considereremmo soltanto un’anticaglia, e non invece una forza ideale che tuttora alimenta le aspirazioni politiche delle nostre società. Per comprendere quanto lungo sia stato il cammino storico-concreto che è stato compiuto da allora, basta aprire, solo per esempio, la nostra Costituzione, al suo primo articolo: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. Quello che, all’inizio della storia, era criterio di discriminazione dalla vita politica  -  l’essere lavoratore  -  è diventato fondamento della vita comune, della res publica. È diventato il principio dell’inclusione.

Che cosa c’è stato tra quel lontano esordio del costituzionalismo e questo punto d’approdo? C’è stata l’ascesa delle masse popolari, cioè del mondo del lavoro, alla vita politica e l’accesso alle sue istituzioni. C’è stata, in una parola, la diffusione della democrazia, sia nella sua dimensione politica che in quella sociale. Di questa diffusione sono figli la generalizzazione dei diritti e l’uguaglianza rispetto ai beni primari della vita, come la salute, l’istruzione, la previdenza sociale, e il rigetto del privilegio. Primario tra i beni primari, il lavoro è stato accolto come fondamento della democrazia repubblicana.

Di “rovesciamento”, rispetto all’inizio, si può parlare con riguardo al valore sociale del lavoro: dall’esclusione all’inclusione nella cittadinanza. Non è stato un rivoluzionamento dei rapporti sociali originari, cioè un classismo alla rovescia. Per comprendere questo punto, possiamo considerare che, già dall’antichità  -  e il costituzionalismo delle origini condivideva questa considerazione – la democrazia non si considerava, a differenza di come noi oggi pensiamo, il “regime di tutti”, ma il regime del démos, e il démos non era tutto, ma parte. Lo si definiva per differenza, rispetto agli ottimati, cioè ai possidenti, e comprendeva la parte della società composta da quanti vivevano del loro lavoro, in sintesi “i poveri”, indicati così: “agricoltori, artigiani, marinai, manovali, bottegai” (Aristotele, Politica 1291b). Quando si parlava di democrazia, s’indicava un regime di classe, opposto all’aristocrazia, il regime dell’altra classe. Pericle, nel celeberrimo discorso sulla costituzione ateniese pronunciato in occasione dell’elogio funebre dei primi morti della guerra del Peloponneso, parla di democrazia come del governo che “si qualifica non rispetto ai pochi, ma alla maggioranza”; cioè non rispetto a tutti ma al maggior numero: noi diremmo ai lavoratori. Ma l’orgoglio di Atene – ciò per cui egli poteva dire che “noi non copiamo nessuno; piuttosto siamo noi a costituire un modello per gli altri” – non stava nella democrazia, un concetto infido, sospetto. Stava invece nella isonomìa, cioè nell’uguaglianza nell’accesso alle cariche pubbliche “in virtù del merito”, non della nascita o del censo: stava dunque nel carattere aristocratico del governo, sia pure un governo aperto a tutti i meritevoli (Tucidide, La guerra del Peloponneso, II, 37). Aristotele, che disprezzava la democrazia e apprezzava la politèia, arrivava ad affermare che sarebbe democrazia anche un regime di pochi se, sia pure improbabilmente, i poveri fossero meno numerosi dei ricchi (Politica, 1279b): “La ragione sembra dimostrare che l’essere pochi o molti sovrani nella polis è un elemento solo accidentale, l’uno delle oligarchie, l’altro delle democrazie, dovuto al fatto che i ricchi sono pochi e i poveri sono molti dovunque [...] mentre ciò per cui realmente differiscono tra loro la democrazia e l’oligarchia sono la povertà e la ricchezza: di necessità, quindi, dove i capi hanno il potere in forza della ricchezza, siano essi pochi o molti, ivi si ha oligarchia; dove invece lo hanno i poveri, la democrazia: e tuttavia capita [...] che quelli siano pochi, e questi molti”. È comprensibile, allora, il giudizio negativo, anzi la condanna, che per secoli ha aleggiato sulla democrazia. Se essa si basa sulla presa del potere di chi non ha nulla, se non il suo lavoro, allora regna l’ignoranza, l’invidia e la sopraffazione dei tanti poveri nei confronti dei pochi eletti.

Non è questa la nozione odierna di democrazia, nei Paesi in cui essa deriva da quella lontana radice. La democrazia non è il regime del dèmos nel senso stretto, riduttivo e anche spregiativo anzidetto, ma è il regime aperto a tutti. Non è democrazia socialista, nel senso in cui la formula significava nei Paesi dove s’era verificata una rivoluzione sociale. Il riconoscimento del lavoro come fondamento della res publica, la cosa o la casa comune, significa compimento d’un processo storico d’inclusione nella piena cittadinanza, durante la quale non si è verificata alcun ribaltamento dei rapporti di classe: inclusione non rivoluzione, conformemente alla logica dello sviluppo storico del costituzionalismo, una dottrina che aborre i rivolgimenti, mentre è aperta all’evoluzione per acquisizioni cumulative, cioè evoluzioni.

4. (All’Assemblea costituente) Il dubbio che nel discorso sul lavoro potesse celarsi un sottinteso classista ha dominato l’elaborazione della Costituzione, manifestandosi soprattutto di fronte alla proposta di parte socialista e comunista: “L’Italia è una Repubblica democratica di lavoratori”, una proposta cui aderirono peraltro i repubblicani, in nome della loro ispirazione sociale mazziniana. Sebbene i proponenti stessi avessero precisato che, nelle loro intenzioni, il concetto di “lavoratore” doveva intendersi nel modo più ampio e comprensivo, la proposta fu respinta tre volte. La maggioranza dei Costituenti ritenne che “di lavoratori” potesse indurre a credere che la Repubblica democratica fosse “della classe lavoratrice”, nel significato proveniente dalla storia delle moderne “lotte di classe” e che si tendesse a un regime economico “collettivistico”. Si temeva che, con quella sola parola, carica di una storia di conflitti sociali, si potesse determinare una frattura nella storia del costituzionalismo e si potesse alimentare il sospetto che il percorso politico che l’Italia si accingeva a percorrere inclinasse verso i Paesi socialisti, le cui costituzioni contenevano formule simili, piuttosto che verso le democrazie dell’Occidente.

In breve, il “lavoro” che compare nella formula della Costituzione è il “lavoro in tutte le sue forme e applicazioni” (art. 35, comma 1) e non è dunque prerogativa della “classe lavoratrice”.  Sono lavoratori e lavoratrici gli operai, gli impiegati, i dirigenti, gli imprenditori, i liberi professionisti, le casalinghe (si disse già allora), i giornalisti e perfino i professori universitari: secondo la formula allora in uso, tutti i lavoratori “del braccio e della mente”. Il lavoro in tutte le sue manifestazioni è, dunque, titolo d’appartenenza  alla comunità nazionale, alla cittadinanza. È un fattore d’unità e d’inclusione: il lavoro spetta a tutti i cittadini e, rovesciando i termini dell’implicazione (dal cittadino al lavoro, dal lavoro al cittadino), con riguardo a chi viene dall’estero per lavorare da noi, si potrebbe aggiungere che  -  a certe condizioni di stabilità e lealtà  -  a tutti i lavoratori deve spettare la cittadinanza.

Questa è la nozione costituzionale generale del lavoro. Tale nozione, tuttavia, si scinde poi in nozioni particolari, a seconda delle situazioni e delle esigenze di tutela che ne derivano: la sicurezza, la dignità, la salute, la stabilità del lavoratore, ad esempio, non pongono i medesimi problemi quando si tratti di lavoro operaio o libero-professionista, di lavoro in fabbrica o casalingo, di lavoro stabile o precario, retribuito in base al tempo o in base al prodotto, maschile o femminile, ecc.  Queste categorie non devono essere annacquate in un unico calderone, nel quale le differenze si perdano. Su tutte, la divisione che domina è quella tra lavoro salariato e non salariato, perché nel primo maggiore e più frequente è la possibilità, si sarebbe detto un tempo, di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. La maggior parte delle disposizioni costituzionali sul lavoro si riferiscono a questa divisione.

5. (Il valore sociale e politico del lavoro) Il valore inclusivo del “fondata sul lavoro” si arresta però di fronte al parassitismo sociale, cioè di fronte a coloro che vivono esclusivamente del lavoro altrui. Si tratta di coloro che si sottraggono al dovere, stabilito nell’art. 4, comma 2, di “svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Questa norma negletta ci trasmette l’idea di una società impegnata a perseguire il bene di tutti o, se si vuole, il “bene comune”. Il lavoro è dunque visto in questa prospettiva politica, politica non certo nel senso della politica dei partiti, ma in quello della responsabilità verso la vita della pòlis. L’orgoglio del lavoro ben fatto – di qualunque lavoro si tratti -, di cui parla Primo Levi, è un sentimento profondamente costituzionale.

Questa concezione del lavoro però, al contrario di quel che potrebbe apparire, non deriva da una concezione organicista: il lavoro come funzione al servizio dell’economia nazionale o dell’impresa. I lavoratori non sono api al servizio dell’alveare, com’era invece in certe concezioni della sociologia di fine Ottocento o dei totalitarismi del Novecento. Sono i singoli, secondo le loro libere scelte, attitudini e vocazioni, a doversi orientare nel vasto campo del lavoro e ivi valorizzare i propri talenti.

Si disse, già da subito, che questo dovere attiene alla solidarietà sociale (art. 2) che è, prima di tutto, una virtù civica che, mancando di sanzioni giuridiche, ha valore essenzialmente morale, ma non per questo è meno essenziale. Anzi: attiene ai presupposti d’una società libera, poiché, dove manca, può essere surrogata soltanto dalla costrizione. Ciò che più è importante non sta nelle leggi, né nelle Costituzioni, ma in atteggiamenti spirituali che le precedono, senza i quali anche queste sarebbero nulla. Nel progetto di Costituzione si prevedeva bensì che l’inadempimento di tale dovere privasse dell’esercizio dei diritti politici. La proposta cadde in Assemblea, anche per l’impossibilità di stabilire con chiarezza e, soprattutto, senza addentrarsi in valutazioni da “stato etico”, la linea di confine tra i lavori che “concorrono al progresso materiale e spirituale della società” e quelli dettati da motivi puramente individuali ed egoistici.

Il ricordo del suicidio della democrazia, soprattutto nella Germania di Weimar, era, d’altra parte, troppo vivo perché non si considerasse il lavoro anche come precondizione della democrazia. Quell’esempio stava a dimostrare, se pure ce ne fosse stato bisogno che, più ancora dell’inflazione succeduta alla sconfitta nella Grande Guerra, era stata l’ondata di disoccupazione di milioni di persone, provocata dalla devastazione del sistema finanziario nazionale e internazionale seguito alla  “grande crisi” del ’29 e da politiche economiche recessive, ad alimentare la rivolta contro la democrazia. Il disagio sociale e la disperazione del lavoro, quando diventano psicologia collettiva, sono un’apertura di credito a favore dei demagoghi che promettono miracoli. Com’è possibile, si chiede la classe media, che, d’un tratto, dall’agio della vita nasca la miseria, per di più per cause immateriali che stanno in cose come “il credito”, “il debito”, “le banche”, “il disavanzo”. Ci deve essere qualcosa di losco. Ben venga colui che svela l’inganno. La democrazia è accusata d’essere la forma che nasconde l’inganno.

Il significato profondo del collegamento, stabilito nell’art. 1, tra democrazia e lavoro sta qui: la questione democratica è questione del lavoro. Che cosa importa la democrazia se non è garantito un lavoro che permetta di affrontare i giorni della vita, propria e dei propri figli, e di affrontarli con un minimo di tranquillità? La democrazia non è solo questione di regole formali, ma anche di condizioni materiali dell’esistenza, come dice l’art. 3, secondo comma, della Costituzione. Il lavoro è la prima di queste condizioni materiali.

6. (Quale lavoro?) La formula “fondata sul lavoro” fu, da parte di alcuni del Costituenti, criticata perché generica.  Forse solo nei regni del bengodi, come quelli cui pensavano gli utopisti del ’6-’700, dove bastava alzare lo sguardo e allungare la mano per cogliere i frutti spontanei della natura, oppure nell’utopico “regno della libertà” marxiano, è possibile vivere senza lavoro. Si osservò che anche le società schiavistiche, a iniziare da quell’Atene del V secolo a. C. che continuiamo a considerare culla della democrazia, fino allo schiavismo moderno praticato legalmente in certi Stati dell’America fino al 1865 e in Russia fino al 1861, erano “fondate sul lavoro”.  Lo stesso, al tempo dell’industrialismo, quando uomini donne e bambini, senza protezioni e con salari da mera sussistenza, erano macchine da lavoro, all’opera giorno e notte. Lo stesso nei regimi totalitari, il cui simbolo sono le scritte come quelle che accoglievano i deportati nel campo di Auschwitz (“il lavoro rende liberi”) o, vicino a noi, i detenuti politici nel Forte di Fenestrelle (“Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce”): citazioni tragicamente parodistiche e beffarde del progetto comunista di liberazione dal lavoro per mezzo del lavoro di lavoratori associati in un medesimo disegno di emancipazione. Lo stesso, ancora oggi, in tante parti del mondo, dove l’economia dello sfruttamento si svolge al di fuori d’ogni controllo legale. In quelle condizioni l lavoro non è un diritto, ma una dannazione.

Si può pensare che la nostra Repubblica democratica si fondi su una dannazione?  Qualcuno, ad esempio il ministro d’un governo di qualche tempo fa, lo pensa e, per questo, crede essere un’idea brillante il sostituire “fondata sul lavoro” con “fondata sulla libertà”, quasi che, così, ci si possa liberare dalla maledizione biblica: “Tu mangerai il pane col sudore del tuo volto, fin che tu non ritorni alla terra” (Gn 3, 19) e tornare al paradiso terrestre. I Costituenti erano perfettamente consapevoli del lato oscuro, della fatica, dello sfruttamento che sempre alligna, come rischio, nel lavoro umano. Ma pensavano anche che esso può essere fattore di autonomia e dignità. L’homo faber è l’opposto dell’animal laborans, il servo, l’umiliato, lo sfruttato.

Il lavoro può essere concepito come condizione d’una “esistenza libera e dignitosa” (art. 36), cioè del “pieno sviluppo della persona umana” e della “effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3, secondo comma, Cost.).

Questa consapevolezza è alla base delle disposizioni costituzionali in materia di diritti sociali e di modalità d’uso della proprietà e d’esercizio dell’attività economica, disposizioni che prevedono limiti quali l’utilità sociale, la sicurezza, la libertà, la dignità, la funzione sociale, il diritto alla giusta  retribuzione, la durata massima della giornata lavorativa, il diritto al riposo, il limite minimo d’età per il lavoro salariato, la protezione speciale del lavoro femminile, la previdenza sociale per i lavoratori in caso d’infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia e di disoccupazione involontaria. Il lavoro non solo deve consentire un’esistenza libera e dignitosa, ma deve anche svolgersi in modo libero e dignitoso e, quando per qualcuno manca, la collettività deve assumersi gli oneri relativi.

7. (L’istituzionalizzazione delle relazioni nel mondo del lavoro) Non è superfluo ricordare, soprattutto oggi, la ragione della “sindacalizzazione istituzionalizzata” dei rapporti di lavoro che ha il suo centro nella contrattazione collettiva dell’art. 39 della Costituzione.  Il diritto del lavoro, dopo l’industrializzazione senza regole degli inizi, si basa su una convinzione che è anche una constatazione: dal lato dei lavoratori subordinati, il potere contrattuale o è collettivo o non esiste, mentre l’impresa è di per sé, dal punto di vista economico-sociale, un “potere collettivo”. Che così sia, soprattutto in periodi di diffusa disoccupazione, quando il mercato del lavoro è sbilanciato da tanta domanda e da poca offerta, non c’è bisogno di dimostrare. Il lavoratore, come singolo, sarebbe in balia delle condizioni stabilite dalla controparte. Il lavoro è quella “merce sociale” per la quale si è disposti, se si è lasciati soli, a rinunciare a tutto il resto, anche alla dignità: lavoro, letteralmente, “a ogni costo”.

Sebbene si dica spesso il contrario, cioè che il sistema costituzionale delle relazioni sindacali ricalca il modello corporativo, le differenze, derivanti dall’intento di rovesciarlo, nel senso della libertà e del pluralismo, sono tante e così evidenti che non merita soffermarcisi. Ciò che interessa, per comprendere la situazione odierna, è la collocazione del contratto individuale di lavoro all’interno della contrattazione collettiva e il riconoscimento dello sciopero come diritto, anch’esso collettivo, quale strumento delle rivendicazioni del mondo del lavoro subordinato (art. 40).

L’art. 39 della Costituzione  -  peraltro inattuato per diversi aspetti, a cominciare dal riconoscimento dei sindacati, dalla verifica del carattere democratico della loro organizzazione e dal valore erga omnes dei contratti da essi stipulati tramite rappresentanze proporzionali  -  è chiarissimo, sotto quest’aspetto. Si partiva dalla convinzione che la posizione dei lavoratori si rende tanto più debole quanto più la contrattazione delle condizioni di lavoro si riduce di scala, fino al rapporto uno a uno. Per questo, le cosiddette relazioni industriali sono concepite secondo due principi-guida: generalità e unitarietà. La generalità consiste nella validità del contratto collettivo per intere categorie produttive; l’unitarietà, nella stipulazione attraverso rappresentanze sindacali comuni, costituite in proporzione degli iscritti. Nel contratto collettivo avrebbe così trovato forma l’incontro delle due componenti del mondo del lavoro, le imprese e i lavoratori dipendenti, ciascuna rappresentata nel loro insieme.

Sindacati e contratti collettivi sono dunque i due aspetti qualificanti delle relazioni tra datori di lavoro e lavoratori volute dalla Costituzione. Non sono elementi accidentali. Sono protezione del lavoro come diritto, dell’uguaglianza sostanziale e dell’esigenza di rapporti equilibrati tra le parti contraenti, portatrici d’interessi potenzialmente confliggenti.

Generalità e unitarietà della rappresentanza non escludono, ovviamente, che il contratto collettivo possa prevedere, per determinate materie che richiedono discipline meno astratte, contratti collettivi di livello inferiore, sia di categoria che territoriale, fino alla contrattazione aziendale. Tra questi accordi il rapporto è di gerarchia, al punto più alto essendo collocato il contratto nazionale, il quale, a sua volta, non può derogare le prescrizioni imperative di legge, poste a tutela di interessi pubblici non negoziabili, come previsti dai principi della Costituzione. Questo è il sistema che la Costituzione ha voluto.

8. (Il lavoro come diritto) Il “fondata sul lavoro” è dunque formula pregnante, nella quale convergono e si compongono i numerosi elementi della cosiddetta “costituzione economica”. Si comprende, però, che tutto sarebbe vano se il lavoro, il bene-lavoro, non fosse un diritto e fosse invece una semplice eventualità, oppure una concessione, un favore da parte di chi può disporne. Come si potrebbe “fondare la Repubblica” su un’eventualità, un favore e non su un diritto? Infatti, unico tra i diritti, il diritto al lavoro è esplicitamente enunciato tra i “principi fondamentali” della Costituzione. Ma, che genere di diritto è?

È chiaro che non si tratta d’uno dei diritti che i giuristi chiamano “perfetti”, diritti che il titolare può far valere in giudizio, nei confronti dell’obbligato, per ottenere il riconoscimento dell’obbligazione del secondo verso il primo e la sua condanna in caso d’inadempimento. Nulla di tutto ciò. L’accesso al lavoro deriva dall’equilibrio tra domanda e offerta sul “mercato del lavoro”, una condizione che a sua volta dipende da numerosi fattori d’ordine economico e sociale e non certo, primariamente, giuridico. Non esiste legge, non esiste tribunale al quale il lavoratore possa appellarsi per ottenere un “posto di lavoro”. Il lavoro, nell’attuale momento storico, non è un bene che esista in natura, sul quale possano accamparsi diritti. I posti di lavoro non si creano con la bacchetta magica dei giuristi o delle sentenze dei giudici. Di diritti in senso pieno si può parlare solo entro il rapporto bilaterale istituito con il contratto di lavoro. Ma nessuno, in un sistema basato sulla libertà, può imporre di contrattare e stipulare. Dovranno essere le circostanze a stimolare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. E anche la stabilità nel lavoro dipende primariamente da fattori economici relativi alla vita dell’impresa. Il recesso ad nutum da parte del datore di lavoro non è più un principio generale del nostro ordinamento e il licenziamento è circondato da garanzie, queste sì di natura giuridica, previste per evitare arbitri e discriminazioni. Ma, la crisi irrimediabile dell’impresa ha effetti, a loro volta irrimediabili, sul lavoro degli occupati.

Ciò significa che si tratta d’un diritto che non è tale, o che è solo un’aspirazione che la Costituzione retoricamente denomina diritto? Si osservi che la stessa domanda si può porre, ed è stata posta, con riguardo ad altri “diritti”, anch’essi previsti dalla Costituzione, che pure non possono essere fatti valere direttamente davanti a un tribunale: il diritto alla salute, all’istruzione, alla previdenza sociale, ad esempio; o anche il diritto di formarsi una famiglia, di potersi permettere un’abitazione. Ma chi oserebbe oggi dire che questi “diritti di giustizia” non sono diritti? Che riguardano i pochi che se li possono permettere e che, gli altri, peggio per loro o ci pensi la beneficienza o la provvidenza? Negare loro la qualifica di diritti significherebbe negare valore alle pretese che li riguardano.

Semplicemente, invece, dobbiamo dire che vi sono pretese di diverso tipo: alcune si configurano come diritti perfetti e hanno come luoghi tutelari i tribunali; altri hanno come referente la politica, concetto generale che, in termini costituzionali, si dice “Repubblica”: legislazione, amministrazione, forze economiche e sociali, cioè tutte le componenti di possibili “politiche del lavoro”. Che tali pretese si rivolgano non ai tribunali, ma alla politica, non significa affatto ch’esse siano meno urgenti, meno cogenti nei riguardi di coloro che devono dare loro risposte: che non siano diritti.

Si può dire, ovviamente, che le politiche del lavoro, in quanto, per l’appunto, “politiche” non possono essere costrette in alcun modo, se non con modalità politiche. Se lo potessero, sarebbero diritti perfetti. Invece si tratta di diritti condizionati da politiche congruenti. La Costituzione non può che fare due cose, predisporre le condizioni e le forme necessarie, che devono però essere riempite di contenuto perché il diritto sia reso attuale.

In verità, quando, con una certa enfasi ma non necessariamente con la consapevolezza del significato, si dice che “il lavoro non è un diritto”, si dichiara semplicemente che si aderisce non all’algoritmo della costituzione – dal lavoro, alla politica, all’economia – ma al suo contrario  -  dall’economia, alla politica, al lavoro -.

9. (Capovolgimento n.1) In effetti, questo rovesciamento è sotto gli occhi di tutti, come prevalenza dell’effettività sulla legittimità.

Innanzitutto, il mondo del lavoro è in fase di decostruzione. I due principi-guida delle relazioni industriali, l’unitarietà e la generalità, sono insidiate dalla frammentarietà e dalla specialità. L’art. 39 della Costituzione proclama bensì la libertà di associazione sindacale e quindi il pluralismo e la reciproca autonomia delle organizzazioni dei lavoratori. Ma esso vuole altresì ch’esse operino solidariamente  nei rapporti contrattuali con le controparti aziendali. Questo vuol dire la “rappresentanza unitaria” degli interessi dei lavoratori. Questa parte dell’art. 39 non ha trovato attuazione e le ragioni di ciò sono altrettanto note. Ma, pur in assenza di attuazione legislativa, l’esigenza costituzionale unitaria era pur stata soddisfatta dalla convergenza d’intenti, se non perfino dall’unità d’azione, dei sindacati. Oggi non è più così. La rottura dell’unità pone le organizzazioni dei lavoratori l’una indipendentemente dall’altra, di fronte alle aziende alcune delle quali, a loro volta, hanno rotto il fronte comune, uscendo dalla loro associazione di categoria. Ne deriva, come conseguenza, che le aziende possono contrattare con questa o quell’organizzazione sindacale, possono cioè scegliere il contraente più disposto ad aderire all’accordo, e lasciare da parte chi lo è meno o non lo è affatto, lasciando senza tutela diretta i lavoratori non iscritti ai sindacati contraenti (salva la tutela che, in taluni casi, può essere offerta contro i “comportamenti antisindacali”). In più, viene introducendosi un fattore di privilegio a favore dei sindacati contraenti e a sfavore di quelli non contraenti, i quali, secondo l’art. 19 dello Statuto dei lavoratori, non potrebbero costituire rappresentanze aziendali. Può trattarsi di alterazione anche grave, non solo nel rapporto tra lavoratori e datori di lavoro,  ma anche nei rapporti tra i sindacati stessi tra loro e con la propria base associativa, a seconda della disponibilità più o meno marcata ad accordarsi con la controparte aziendale. Ciò non comporta la violazione di alcuna norma di legge, poiché vale il principio di libertà sindacale, ma certo determina un tipo di relazioni tra capitale e lavoro non conforme allo spirito, cioè al principio di unitarietà al quale s’ispira l’art. 39 medesimo.

Ma anche il principio di generalità, che si esprime nel contratto collettivo nazionale è oggi soggetto a logoramento. Anzi, è espressamente contraddetto da una norma contenuta nella “legge di stabilità” del 2011,  che rappresenta un vero e proprio rivoluzionamento del sistema ricevuto delle fonti giuridiche in materia di relazioni industriali: una norma che si presenta col titolo dimesso e apparentemente amico di “contratti di prossimità”. Si tratta di contratti collettivi di scala minore, aziendale o territoriale, sottoscritti dalle associazioni dei lavoratori “più rappresentative sul piano nazionale o territoriale ovvero da rappresentanza sindacali aziendali”. Le intese così realizzate sono obbligatorie nei confronti di tutti i lavoratori, se sottoscritte da rappresentanze sindacali aziendali maggioritarie, e possono riguardare pressoché tutti gli aspetti del rapporto di lavoro. La finalità è quella di superare rigidità e uniformità, e favorire l’aderenza alla condizioni di realtà aziendali particolari. L’aspetto di maggior rilievo è che questi “accordi di prossimità” possono derogare, cioè contraddire, i contratti collettivi nazionali e perfino le disposizioni della legge. Queste norme diventano cedevoli, come dicono i giuristi, e nei contratti particolari possono stabilirsi, per i lavoratori, condizioni peggiorative. La Corte costituzionale (sent. n. 221 del 2012) con una motivazione sorprendentemente apodittica  -  si tratterebbe d’una limitata eccezione  -  ha salvato questa norma. Ma è facile comprendere ch’essa rappresenta, invece, l’allontanamento, se non il rovesciamento, dello spirito della Costituzione.

In sintesi, l’abbandono dell’unitarietà e della generalità ha come effetto di spezzare il fronte sindacale e di spostare il baricentro della contrattazione nella dimensione prossima alle esigenze vitali immediate dei lavoratori: dove si tratti di ciò, le resistenze evidentemente diminuiscono, e così la capacità contrattuale nei confronti dell’azienda. Quando poi è in gioco la garanzia del posto di lavoro, quando l’azienda subordina investimenti e occupazione alla sottoscrizione di determinati patti, di fronte a un simile Diktat, nel quale la disparità di posizione si rivela allo stato puro, l’accordo formale copre cedimenti sostanziali, rinunce a posizioni acquisite nel passato, disponibilità a condizioni di lavoro più pesanti. Se poi a ciò si aggiunge la consultazione referendaria che conferma il cedimento, è la democrazia sindacale a risultare svuotata.

Si dirà che tutto ciò non deriva che da condizioni oggettive imposte dal mercato mondializzato, non da volontà sopraffattrice delle aziende, che operano anch’esse in stato di necessità imposto dalla concorrenza globale. Si dirà che oggi imprenditori e loro dipendenti devono considerarsi non contrapposti negli interessi, ma accomunati nella medesima impresa, di cui tutti sono, a seconda dei ruoli, funzionari o “servitori” (come Federico II di Prussia, che diceva di sé d’essere il primo servitore e magistrato dello Stato). Ma questa è altra questione, diversa dal rilevare il discostamento dalla Costituzione, che rinvia alle possibilità e alle responsabilità della politica, nel promuovere e imporre standard comuni di tutela del lavoro e nel combattere l’omologazione del lavoro verso il basso.

10. (Capovolgimento n. 2) C’è poi un secondo, ancor più generale e profondo, rovesciamento. Il primo, di cui s’è detto, riguarda le relazioni industriali, le loro istituzioni e la condizione dei lavoratori subordinati. Ma questo secondo riguarda immediatamente il bene-lavoro, senza il quale vano è parlare del lavoro come diritto, delle sue istituzioni, delle sue condizioni.

Si dice che l’attività economica si è oggi spostata dalla cosiddetta “economia reale” alla “economia fittizia”, l’economia finanziaria. Questa seconda, in una specie di sortilegio, mira a produrre denaro dal denaro, attraverso transazioni finanziarie, più o meno spericolate, più o meno lecite, che producono però quelle che si chiamano “bolle speculative”, scoppiate o in attesa di scoppiare in giro per il mondo.

Ora, l’economia reale può produrre lavoro e stabilità sociale; quella fittizia, no. Sottrae risorse al mondo del lavoro, produce instabilità sociale e favorisce i pochi signori della finanza, fino a quando non saranno anch’essi travolti, e noi con loro, da un sistema privo di fondamento. Essa dirotta le risorse finanziarie là dove conviene, al fine di riprodurre e ingigantire se stessa e i suoi attori, attori che non sono né i lavoratori né gli imprenditori. Questa finanza “mangia” l’economia reale, l’indebolisce, è nemica del lavoro. Perfino nelle difficoltà dell’economia reale s’avvantaggia. Le crisi finanziarie che s’abbattono sui conti degli Stati non sono eventi della natura, come tsunami o alluvioni. Sono prodotte dagli interessi finanziari medesimi e sono certificate da agenzie indipendenti solo in apparenza, in un colossale conflitto (o, sarebbe meglio dire, in una colossale connivenza) d’interessi.  Che cosa ha prodotto, del resto, il “risanamento finanziario” che il mondo finanziario internazionale chiede agli stati, come condizione dei loro investimenti? Chiede “riforme”. E queste riforme a che cosa hanno portato? Finora, a contrazione dell’economia reale, a crisi delle imprese, a diminuzione dei posti di lavoro, al peggioramento delle condizioni dei lavoratori, a emarginazione del lavoro femminile, a riduzione delle protezioni sociali. Sono conseguenze congiunturali, come pensa chi crede che al “risanamento” seguirà una seconda fase di sviluppo, oppure sono conseguenze strutturali d’una economia controllata da una finanza finalizzata a se stessa?

Bisogna dire con chiarezza: la finanza come mezzo e come fine, e non come mezzo finalizzato all’economia reale, è nemica della Costituzione, oltre che nemica dei popoli su cui si abbatte la sua speculazione. La speculazione finanziaria è interessata non a costruire stabilmente, ma a sfruttare l’instabilità che, per chi si muove sul mercato globale, è un’opportunità (salve le rovine che lascia dietro di sé). La finanza che genera lavoro s’è trasformata in finanza che lo distrugge.

11. (Capovolgimento n. 3) All’inizio di questa esposizione, s’è detto dell’algoritmo che la tutela costituzionale del lavoro dovrebbe implicare: dal lavoro, le politiche del lavoro; dalle politiche, l’economia. Il posto centrale è occupato dalle politiche. Oggi, assistiamo all’impotenza della politica, per quanto riguarda il capovolgimento n. 1. Nel mercato globale, si constatano due “scollamenti”, uno dimensionale e l’altro temporale: dimensionale, perché le politiche degli Stati non coincidono con i fenomeni globali della concorrenza; temporale, perché alla velocità delle delocalizzazioni delle unità produttive corrisponde la perdita di capacità contrattuale dei lavoratori, evidentemente non altrettanto facilmente “delocalizzabili”, come se fossero macchine e materia bruta. La politica subisce, non governa. La Costituzione aveva previsto il rischio e per questo ha detto: “La Repubblica promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro” (art. 35).

Quanto al capovolgimento n. 2, di fronte alla pervasiva forza, legale e illegale, della finanza, la politica si dimostra troppo spesso succuba, connivente o collusa. Chi sa resistere alla forza del danaro, che corrompe o, almeno, debilita le forze che dovrebbero regolarla?

Ora si pone la domanda che nessun giurista vorrebbe mai doversi porre: l’effettività, cioè i rovesciamenti costituzionali di cui s’è detto, sono solo eventualità che possono correggersi, governare, contrastare? Oppure sono necessità che possono solo essere assecondate, perché ogni resistenza sarebbe vana? Siamo padroni dei rapporti sociali ed economici o siamo condannati al darwinismo sociale? Se vale questa seconda risposta, la Costituzione, per la parte del lavoro, dovremmo dirla antiquata, superata dalla forza delle cose. Se vale la prima, resta aperta la possibilità d’una politica costituzionale del lavoro. Chi deve parlare, e agire di conseguenza, sono le forze politiche, sindacali e culturali. A loro, la risposta.

12. (Ultima domanda) Ora, in fine, un’osservazione, per così dire, da umanista, da “uomo del sottosuolo”. Di fronte ai disastri sociali della finanza speculativa, occorre ritornare alla “economia reale”, cioè alla produzione di ricchezza per mezzo non di ricchezza, ma di lavoro e di ricchezza investita sul lavoro. I “piani per il lavoro” di cui si discute in questi giorni significano questo. La parola d’ordine è “crescita”. Per aversi crescita occorre stimolare i consumi, affinché i consumi, a loro volta, diano la spinta alla produzione e, dalla produzione, nasca lavoro cioè reddito che, a sua volta, alimenta i consumi: una ruota che deve girare. Quando la ruota gira bene oliata, ciascuno di noi è una particella in funzione della ruota, cioè siamo produttori e consumatori. Tanto più consumiamo, tanto più lavoriamo e tanto meglio svolgiamo la nostra parte. Naturalmente, non è detto che tutti lavorino e consumino come gli altri. Ci sarà chi può lavorare di meno e consumare di più, e chi deve consumare di meno e lavorare di più. Dipende dai rapporti sociali, cioè dalla distribuzione dei vantaggi e degli svantaggi, cioè dai criteri di giustizia vigenti. In ogni caso, c’è qualcosa di sinistro in questa raffigurazione: l’essere umano che lavora per poter consumare e consuma per poter lavorare. Sembra la trama di una qualche raffigurazione mitologica d’una tragica spirale che deve girare sempre e, possibilmente, sempre più veloce, per funzionare a dovere.

Tuttavia, non è detto che si debba lavorare sempre nello stesso modo e consumare sempre le stesse cose. Su questo, almeno, la storia dice che le cose possono cambiare, che c’è una certa libertà di autodeterminazione. In effetti, ogni periodo di crisi d’un sistema economico ha avuto sbocco in qualche cosa di nuovo, e il nuovo è sempre cresciuto spontaneamente dal suo seno. Dall’economia di potenza, schiavistica e latifondistica dell’impero romano, si è sviluppata l’economia curtense alto-medievale, basata sull’autoconsumo di piccole unità economiche. Dall’eccedenza produttiva di queste, si è sviluppata l’economia mercantile e finanziaria delle signorie rinascimentali; da queste, il latifondo feudale; da questo, la fisiocrazia e le grandi manifatture pubbliche al servizio dello Stato assoluto; da ciò, l’economia capitalista, dapprima in dimensioni nazionali. Da qui, il gigantismo delle imprese multinazionali che ha generato ingenti concentrazioni di capitali, orientati infine alla finanza speculativa, ignara d’ogni responsabilità e generatrice d’instabilità sociale. Anche il fatto che si sia qui riuniti a discutere di queste cose, con il senso dell’urgenza che tutti avvertiamo, è la riprova che siamo ora dentro a una crisi di questo sistema.

Qui viene l’osservazione “umanistica”. L’economia mondializzata, omologata agli standard produttivi delle grandi imprese che operano sul mercato mondiale, la grande distribuzione al loro servizio, la pubblicità che orienta i consumi standardizzandoli e crea stili di vita uniformi: tutto ciò produce un’umanità funzionalizzata, ugualizzata nei medesimi bisogni e nelle medesime aspirazioni: in una parola, confluisce in una medesima cultura. Ciò significa elevare il conformismo a virtù civile. E’ questo ciò che vogliamo? O non occorrerebbe invece prestare attenzione a ciò che di originale, sotto la calotta in crisi dell’economia finanziarizzata su scala mondiale, si muove e cerca di crescere: nuove e antiche professioni, che cercano di emergere o riemergere, nuove forme di produzione, di collaborazione tra produttori, nuove reti di collegamento solidale tra produttori, nuove modalità di distribuzione e di consumo; riscoperta di risorse e patrimoni materiali e culturali esistenti, ma finora nascosti o dimenticati. Il nostro Paese avrebbe tante cose e tante energie da portare alla luce nell’interesse di tutti, cioè nell’interesse del “progresso materiale e spirituale della società”, come recita l’art. 4 della Costituzione. Nelle società libere, la politica non ha mai inventato o imposto nulla di completamente nuovo. Il suo compito è capire, orientare e aiutare ciò che di fecondo cresce e, parallelamente, opporsi a ciò che cerca di riproporsi, secondo esperienze che hanno già fatto il loro tempo.

Su questo terreno, mi pare che debba cercarsi la risposta a quella che, altrimenti, sarebbe solo una stucchevole controversia: la risposta alla domanda che cosa, oggi, voglia dire essere conservatori o innovatori. di GUSTAVO ZAGREBELSKY repubblica.it

 

Scrittori fai da te

Giovedì, 27 Dicembre 2012

Sono ormai decine i moderni scrittori fai-da-te che vendono i loro libri direttamente ai propri lettori, senza danneggiare le foreste pluviali e ricavandone anche un discreto utile. Spiega Helen Fielding, fortunata autrice dei libri di Bridget Jones: «Nell’era della rete, il passaparola si diffonde come non era mai accaduto prima, perciò sospetto che il fenomeno dell’autopubblicazione è destinato ad aumentare ».

Il piccolo cavallo di Troia che ha incoraggiato una tale rivoluzione editoriale è qualcosa che magari possedete già. Nel 2007, Amazon ha lanciato per la prima volta negli Stati Uniti il lettore digitale Kindle e da allora l’e-reader del gigante commerciale è diventato un fenomeno internazionale. Ne sono appena state lanciate nuove versioni perfezionate: il Kindle Paperwhite e il Kindle Fire HD. Esistono anche altri e-reader dedicati – Kobo, Nook, Sony Reader, Samsung E61 – ma il Kindle è quello che riscuote più successo.

Secondo la società di sondaggi YouGov, su un totale di 1,33 milioni di e-reader regalati lo scorso Natale in Gran Bretagna, 1,22 (pari al 92%) erano Kindle. I tablet come iPad, invece, assommavano soltanto a 640.000. Nel corso del 2011, secondo la Publisher Association, tra i consumatori inglesi le vendite di libri digitali sono aumentate del 366% rispetto all’anno precedente, con un fatturato di 92 milioni di sterline.

E quest’anno il boom è continuato: in agosto è arrivata la notizia che in Gran Bretagna, per la prima volta, le vendite di e-book, su Amazon, hanno superato quelle dei tascabili e delle edizioni con copertina rigida. A settembre è stato annunciato che nella prima metà del 2012 le vendite di romanzi digitali hanno  by Browse to Save” href=”http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/fastbook-cos-il-trionfo-delle-cinquanta-sfumature-ha-cambiato-leditoria-sono-ormai-decine-gli-48592.htm#”>registrato un aumento del 188% rispetto allo stesso periodo del 2011.

Naturalmente, gran parte dei libri digitali che il pubblico divora sono opera di autori famosi e provengono da case editrici tradizionali. Ma contemporaneamente al lancio del Kindle, Amazon ha commercializzato, senza pubblicizzarla troppo, anche una cosa che si chiama Digital Text Platform. L’evento non ha suscitato grande impressione fino a quando i Kindle non hanno cominciato ad essere venduti in quantità enormi e Amazon, nel 2011, ha deciso di cambiare il nome della piattaforma in Kindle Direct Publishing (KDP).

Usando KDP, chiunque abbia scritto un’opera letteraria può inserirla direttamente nello Store Kindle. Questo sistema ha riscosso un successo enorme: lo scorso settembre Amazon ha annunciato che tra i suoi 100 libri digitali più venduti ce ne sono almeno 27 pubblicati attraverso la piattaforma KDP.

Amazon riconosce agli autori che pubblicano attraverso KDP due possibili percentuali sui diritti, secondo il prezzo al quale l’autore sceglie di vendere il proprio libro. Essenzialmente, se il vostro libro viene venduto ad un prezzo fino a 1,48 sterline (1,85 euro), avrete il 35% delle royalty; se lo vendete a una cifra superiore, riceverete il 70%.

Paragonando queste cifre a quelle dei diritti d’autore tradizionali che, se siete fortunati, possono arrivare al 15%, è facile vedere immediatamente l’enorme vantaggio dell’autopubblicazione. Se mettete il vostro romanzo in vendita su Amazon a 2,86 sterline, basterà venderne solo 500 copie per guadagnarne più di mille (Amazon attualmente aggiunge una tassazione del 3% al prezzo del vostro e-book, che voi verserete poi direttamente al fisco).

Alcuni autori hanno guadagnato molto più di queste cifre. Del Kindle Million Club – l’associazione non ufficiale che raccoglie gli scrittori che hanno venduto un milione di e-book – fa parte anche un gruppo ristretto di scrittori di successo che hanno scelto di autopubblicarsi, come gli americani John Locke e Amanda Hocking, specializzati rispettivamente in romanzi gialli e racconti paranormali.

Di questo club fa parte anche la scrittrice inglese EL James, pseudonimo di Erika Leonard. La sua serie di Cinquanta sfumature di grigio ha visto la luce su Internet nel 2009 come fanfiction, basata sui personaggi di Twilight ed è poi stata riscritta in chiave “soft-porno”, modificando il nome dei personaggi, per poi essere caricata su KDP. Successivamente la serie ha ottenuto un contratto editoriale standard e da allora si ritiene che i guadagni percepiti dalla James superino le 640.000 sterline alla settimana.

 

Ma la pubblicazione fai-da-te non è sempre la via più rapida per abbandonare il lavoro di tutti i giorni. Un’indagine svolta da Taleist.com, un sito specializzato per gli scrittori che si autopubblicano, è giunta alla conclusione che la somma media guadagnata l’anno scorso da questo tipo di autori è stata di circa 6.236 sterline. Benché questa somma rappresenti una cifra dignitosa per arrotondare il reddito principale, va detto che il 50% degli scrittori
che si autopubblicano ha guadagnato meno di 310 sterline. Altri astuti autori autopubblicati stanno scoprendo in fretta i trucchi del mondo degli e-book.

Agli inizi di quest’anno ne ho incontrati a decine al convegno dal titolo How to Get Published (“Come farsi pubblicare”) organizzato a Londra da The Writers’ & Artists’ Yearbook, dove abbiamo ascoltato l’intervento di Kerry Wilkinson, un giornalista sportivo di 31 anni che, con 250.000 copie, è stato l’autore più venduto dell’Amazon Store in Gran Bretagna negli ultimi 3 mesi del 2011.

Per Wilkinson la scoperta fondamentale è stata che i campioni gratuiti di e-book disponibili nel Kindle Store equivalgono esattamente al 10% di ogni volume. «Così ho risistemato un pochino il mio libro, facendo in modo che il campione gratuito del 10% coincidesse esattamente con il punto in cui si chiude il terzo capitolo, il che ha creato una certa suspense».

L’era letteraria del Kindle è spesso paragonata alla rivoluzione che l’MP3 ha portato nella musica negli anni Novanta. Ma la moda dell’autopubblicazione assomiglia di più allo scossone che è stato il punk rock negli anni Settanta. Uno dei siti di self-publishing assicura: «Puoi creare bestseller elettronici anche se non hai mai scritto più di una cartolina!», il che ricorda la rivista punk che nel 1977 pubblicò tre accordi di chitarra e scrisse «Adesso formate una band».

Ma l’industria si sta già adattando al fenomeno dell’autopubblicazione. Così come l’industria musicale, alla fine degli anni Settanta, aveva trasformato il fenomeno punk rock in una fonte di profitto, così gli editori tradizionali si stanno accaparrando gli autori fai-da-te di maggior successo. Kerry Wilkinson ha firmato un accordo a sei zeri con Pam Macmillan per sei libri. In ottobre si è saputo che è stato siglato un altro contratto milionario tra la Coronet, di proprietà di Hodder & Stoughton, e lo scrittore trentenne Nick Spalding. L’accordo riguarda anche due commedie romantiche, Love…From Both Sides,
e Love… And Sleepless Nights, che sono già stati autopubblicati riscuotendo un buon successo. La mega-fusione anglo-tedesca tra Penguin e Random House, annunciata lo scorso 29 ottobre, è stata interpretata da molti come un modo per concentrare le forze contro i sapientoni di Amazon, Apple e Google.

L’accordo, che dovrebbe essere perfezionato il prossimo anno, creerà un gigante globale dell’editoria con profitti potenziali superiori ai 270 milioni di sterline. Pearson, proprietario di Penguin, ha dichiarato che la nuova società non soltanto investirà in modo cospicuo nel settore degli e-book, ma sarà «più disponibile a sperimentare nuovi modelli nell’affascinante mondo, in continua evoluzione, dei libri e dei lettori digitali».

Molti addetti ai lavori prevedono che gli e-book e il fenomeno dell’autopubblicazione continueranno a crescere. Ma ci sono ancora delle resistenze: l’idea stessa della lettura elettronica divide gli autori più affermati. «A me pare», dice Penelope Lively, «Che una persona la cui biblioteca consista in un Kindle appoggiato sul tavolo sia un fissato insensibile».

Il romanziere americano Jonathan Franzen, all’inizio di quest’anno, aveva espresso le sue critiche nei confronti dei libri digitali, sostenendo che mancano del «senso di permanenza». Helen Fielding dice di non aver intenzione di usare un Kindle: «personalmente, mi piace stare alla larga dalla tecnologia quando voglio rilassarmi, perciò non voglio un e-book perché mi ricorderebbe il lavoro e probabilmente continuerebbe a impallarsi e a fare cose strane, ma questa è solo un’opinione personale». Jilly Cooper invece non ha un Kindle. «Non te lo puoi portare nella vasca», dice, «e l’idea di andare in vacanza con mille libri è così deprimente: non avrei il tempo di frequentare nessuno, non ti pare?».

Tony Barrell per la Repubblica - © The Sunday Times Magazine / NI Syndication (Traduzione di Antonella Cesarini)

Scalfari, de profundis (by Pannunzio)

Sabato, 3 Novembre 2012

‘’La sola storia possibile è quella che si ricostruisce da dentro, attraverso la memoria di sé”. La sera andavamo in via Veneto: tra Mario Pannunzio, Franco Libonati, Sandro De Feo, Ercole Patti, Moravia e Paolo Pavolini, il convitato di pietra era Marcel Proust. Poi c’era lui, Eugenio Scalfari, che di questo libro datato 1986 è proprio Swann, io narrante di un’età dell’oro che comincia alla fine degli anni Quaranta. Qualcuno ha notato che curiosamente il memoir scalfariano – il lavoro più famoso, assieme a Razza padrona – manca nella poderosa opera omnia, uscita a settembre per i prestigiosi Meridiani Mondadori. Frugando tra le pagine leggere leggere – a sfogliarle c’è sempre il timore di romperle – ci s’imbatte in una nota dell’editore che spiega come, nel Meridiano, si è proceduto per sottrazione: risultano, nel testo definitivo, “dolorose esclusioni”. Tra cui La sera andavamo in via Veneto, di cui però il lettore troverà “ampli stralci nel Racconto autobiografico” che precede la selezione dei testi. Ampi, ma non esaustivi.

Per esempio al rapporto con Mario Pannunzio, intellettuale liberale e fondatore del Mondo, Scalfari dedica nel Meridiano poche righe, peraltro in condominio: “Pannunzio e Arrigo Benedetti furono i miei maestri. A entrambi debbo moltissimo. Con entrambi e in modi diversi ebbi una rottura forte, come avviene tra padri e figli. A tanti anni di distanza ne porto ancora nel cuore l’insegnamento e la memoria”.

Di quella rottura si trova invece traccia in un epistolario tra Pannunzio e Leo Valiani che in questi giorni l’editore Aragno dà alle stampe: 17 anni di lettere che s’intitolano “Democrazia laica”. Dentro: la politica, motore per nulla immobile di tutto, gli amici (e i nemici) che attorno al giornale gravitavano, discutevano, (si) dibattevano, fondavano il Partito radicale, organizzavano furiose sessioni di lavoro (i famosi Convegni dell’Eliseo). In due missive, entrambe dei primi anni Sessanta, Pannunzio racconta la sua frattura con Scalfari a Valiani (azionista, padre costituente, collaboratore del Mondo e de L’Espresso). I giudizi sono definitivi, le conclusioni sofferte: “Instabile, femmineo, esuberante. Non ha veri legami o affinità ideali e morali con nessuno. Tutto è strumentale, utilitario; tutto deve servire alla sua splendida carriera. Ma ha sempre avuto la sensazione di perdere tempo stando con noi”.

E poi: “Un pasticcione e libertino, politico, economico, che nel campo della sinistra democratica ha portato i sistemi scarfoglieschi e angiolilliani”. Pannunzio ce l’aveva, e parecchio, con Renato Angiolillo. Il suo Taccuino in risposta alla provocazione del Tempo contro la “malapianta azionista” e i visi pallidi acidi, moralisti, calvinisti, è ancora oggi celebre. È l’invettiva contro i “visi rosei”, qualunquisti, indifferenti, pronti a commuoversi se la nazionale di calcio perde, pieni di una comprensione che si scioglie di fronte “a un piatto di spaghetti alle vongole”. Voilà, il battesimo degli “italiani alle vongole”: espressione carissima al fondatore di Repubblica, che in ‘La sera andavamo in via Veneto’ dedica invece molte pagine al discepolato contrastato e all’ultimo strappo con il padre-maestro. Gli anni Sessanta albeggiano e gli screzi tra il Mondo e il partito radicale, che tante firme del giornale avevano contribuito a far nascere, cominciano a diventare scontri: sulla politica estera e su quella interna, soprattutto in merito ai rapporti con quel Psi che Scalfari avrebbe poi sposato, diventando deputato nel 1968.

Poi scoppia il caso Piccardi (Leopoldo, soprannominato dagli amici del Mondo “Papiniano” per le sembianze solenni). Renzo De Felice scrive che Piccardi aveva preso parte a un convegno sulla razza, organizzato nel ‘38 in Germania: boom. Nell’autunno del ’61, la rivelazione diventa casus belli e scatena una tempesta all’interno del Partito radicale (di cui Scalfari è vicesegretario): i rapporti tra Eugenio e Mario vanno in frantumi. “La rottura del ’62 non coinvolse soltanto il nostro piccolo partito (…). Mise fine all’amicizia tra Pannunzio e me, o meglio al rapporto padre-figlio che tra noi era cominciato in un pomeriggio del settembre ’49, ed era cresciuto rapidamente fino a diventare – almeno per me – uno degli elementi essenziali della mia vita intellettuale e politica. Nel cupio dissolvi che lo prese (…) ritenne fermamente che, una volta distrutta quella che in gran parte era stata l’opera sua, nessuno avrebbe potuto proseguirla (…). Dopo la rottura – così credo che pensasse – non ci sarebbe potuto esser altro che una recherche del passato, la memoria volontaria e involontaria celebrate da Proust, via della Colonna Antonina e il caffè Rosati come il cortile di palazzo Guermantes in Faubourg Saint- Honoré”.E fu la fine del Mondo, nella versione di Scalfari: “Mario troncò consapevolmente tutte queste cose e tutti questi rapporti il giorno in cui s’accorse che ciascuno di essi si stava affrancando dal complesso del padre nei suoi confronti. Forse capì che i figli non sarebbero stati in grado di liberarsi di lui”.

La metafora del padre mutuata dalla psicanalisi – una teoria che per un secolo ha fatto incalcolabili danni spacciandosi per scienza – è una via d’uscita come tante, forse la più semplice. “La memoria di sé, assunta come fatto centrale dell’esistenza e della sensibilità, crea un problema d’importanza enorme che Proust solleva quasi senza accorgersene (…). L’immagine che io ho di me stesso, l’immagine che ho degli altri che mi circondano, l’immagine che suppongo che gli altri abbiano di me, l’immagine di sé che gli altri pensano che io abbia di loro. Basta che vi sia, in uno qualunque di questi specchi, un piccolo mutamento dovuto a un fatto, una parola, un ricordo, che subito quel mutamento si dipana su tutta la galleria degli specchi” Così è lo stesso Scalfari, scomodando la Recherche (sempre in ‘’La sera andavamo in via Veneto”), a illuminare la prospettiva della “madeleine bifronte”: si può essere discepoli di Pannunzio e insieme “reprobi” votati solo alla propria, “splendida”, carriera. E in qualche modo risponde anche a Roberto D’Agostino che qualche settimana fa – riportando sul suo sito un editoriale domenicale (“Io sono liberale di sinistra per formazione culturale. Ho votato per molti anni per il partito di Ugo La Malfa. Poi ho votato il Pci di Berlinguer, il Pds, i Ds e il Pd”) – si domandava come mai Scalfari avesse dimenticato il Psi che l’aveva mandato, seppur da indipendente, in Parlamento. Colpa di Proust. Silvia Truzzi per Il Fatto

Germania ricca, tedeschi poveri (by Leozappa )

Venerdì, 10 Agosto 2012

La Germania, con l´euro, è certamente diventata più ricca e potente. Ma, a quanto pare, non lo sono diventati i tedeschi, anzi. Il paradosso è spiegato da Alessandro Penati in “Germania nell´euro non è obbligatorio”, pubblicato lo scorso 7 luglio su la Repubblica: “Nei 14 anni della moneta unica la Germania è cresciuta in media all´1,35%” ma “il livello dei consumi privati è rimasto sorprendentemente stagnante (0,7% la crescita media)”, “con i salari netti cresciuti mediamente dell´1,3%, mentre il costo della vita aumentava dell´1,6%”.
Secondo Penati, “per le imprese tedesche, l´euro è stata manna dal cielo; ma per Herr Muller è stato un pessimo affare”. Ciò in quanto “tutti gli incrementi di produttività sono andati in profitti. I tedeschi hanno perso anche con il mattone. Caso unico: i prezzi delle case sono oggi più bassi che nel 1998 (in Italia +40%, Francia +100%). Lo Stato ha contribuito, facendo gravare su consumi e reddito da lavoro il 90% dell´intero gettito fiscale”.
 
La crescente ricchezza della Germania, quindi, non corrisponde a quella dei tedeschi perché si è, sostanzialmente, tradotta in profitti per le imprese. Ho parlato di paradosso, ma i dati illustrati da Penati confermano quanto sostengono, da tempo, autorevoli economisti e filosofi, come Amartya Sen e Martha Nussbaum, secondo i quali il denaro prodotto da una nazione non ha necessariamente effetti positivi sulla felicità e il benessere delle persone che vi abitano, dipendendo questi ultimi dalle possibilità di sviluppare le proprie capacità e dalle occasioni di poterle applicare nella società in cui si vive.
 
Non è questa la sede per prendere posizione sui diversi modelli di sviluppo. Ma certo dinanzi a dati come quelli forniti da Penati non si può fare a meno di chiedersi quale sia la attuale giustificazione dei paradigmi economici che orientano le azioni dei governi e in nome dei quali vengono richiesti continui sacrifici ai cittadini dell´area euro.
Tutti convengono che quella in corso è una crisi di sistema. Proprio per questo non può che sorprendere l´incapacità o, forse dovremmo dire, la indisponibilità di chi ha responsabilità di governo, a livello nazionale e comunitario, ad aprire una riflessione sui fondamentali del modello di sviluppo socio-economico sin qui adottato.
 
Se la crescente ricchezza della Germania (l´unica economia che esce, veramente, rafforzata dall´avventura dell´euro) si traduce in profitti per le imprese senza vantaggi per i redditi dei tedeschi, delle due, l´una. O è viziato il modello economico di riferimento e, allora, sarebbe quantomeno opportuno procedere ad una pubblica riflessione su cause e prospettive. Ovvero, in mancanza di iniziative in tal senso, non può che ritenersi che siano cambiati gli obiettivi dell´azione di governo, con il profitto delle imprese che prende il posto del benessere dei cittadini.
Le perplessità aumentano se si considera che, nella letteratura economica, è messa ormai in discussione la identificazione tra benessere e reddito. Il paradosso della felicità denuncia che, oltre un certo livello, il reddito non porta ben-essere. Ma allora perché l´azione di governo, a livello sia nazionale sia comunitario, è tutta concentrata sul Pil, tanto da riproporre la riduzione delle festività? Per aumentare il Pil, si sostiene, occorre lavorare di più e, pertanto, è necessario sopprimere qualche giorno di festa. La ricchezza cessa di essere come, invece, insegna Aristotele mezzo per la felicità e diventa essa stessa fine, per di più, a danno della felicità. Questo sì che è un paradosso.
 
Un paradosso che svela le intrinseche contraddizioni dell´attuale modello di sviluppo ove l´economia non è più un ordine tra gli ordini al servizio dell´uomo ma, in ragione della pretesa naturalità delle sue leggi, si è sostituita alla politica, definendone l´orizzonte. Ma se la ricchezza della nazione non si traduce (di per sé) in quella dei suoi abitanti e se la ricchezza degli abitanti non comporta (necessariamente) la loro felicità/benessere, l´azione di governo potrà avere successo solo ristabilendo le priorità, ossia rimettendo al centro delle sue politiche le persone. Altrimenti si potrà anche uscire dalla crisi economica ma senza che a beneficiarne siano i cittadini. A.m.leozappa formiche

L’Euro ha fatto male anche i Tedeschi (ma non alle imprese e finanza)

Martedì, 10 Luglio 2012

Sembra che investitori, opinione pubblica e governi (per quanto celatamente) siano convinti che la Germania alla fine sia disposta a tutto pur di mantenere in vita l’euro, essendo il Paese che ne ha tratto i maggiori benefici e che, quindi, sarebbe più danneggiato dalla sua fine. Per la stessa ragione, monta il risentimento nei confronti dei tedeschi che, egoisticamente, rifiutano di aiutare i Paesi oggi in crisi, proprio a causa dei sacrifici che devono sopportare per mantenere in vita l’euro.Di primo acchito sembrerebbe così: nei 14 anni della moneta unica la Germania è cresciuta in media all’1,35%, un dato forse non portentoso ma di tutto rispetto alla luce della crisi finanziaria ed economica che ormai dura dal 2008. Molto più degno di nota la capacità di mantenere la produttività in crescita a un tasso medio dell’1,25%, che ha
garantito una crescita del Pil pro capite in linea con quella dell’economia nel suo complesso. Il tutto trainato da una poderosa capacità di esportare, che ha trasformato il deficit commerciale del 1998 in un avanzo pari al 5,5% del Pil nel 2012, ineguagliato perfino dalla Cina, oggi scesa al 2,7%.Per le imprese tedesche, l’euro è stata manna dal cielo; ma per herr Muller è stato un pessimo affare. Alle fortune delle imprese tedesche non è corrisposto un miglioramento del tenore di vita in generale: in 14 anni di euro, infatti, il livello dei consumi privati è rimasto sorprendentemente stagnante (0,7% la crescita media). Per sostenere le imprese nell’era dell’euro, i tedeschi hanno tirato la cinghia con i salari netti cresciuti mediamente dell’1,3%, mentre il costo della vita aumentava dell’1,6%. E tutti gli incrementi di produttività sono andati in profitti.I tedeschi hanno perso anche con il mattone. Caso unico: i prezzi delle case sono oggi più bassi che nel 1998 (in Italia +40%, Francia +100%). Lo Stato ha contribuito, facendo gravare su consumi e reddito da lavoro il 90% dell’intero gettito fiscale. Ma, alla fine, è herr Muller che va a votare. Farebbe bene a ricordarlo chi conta sulla volontà della Germania di salvare l’euro, e non capisce lo scetticismo di herr Muller nei confronti della moneta unica: lui i profitti della Volkswagen non li ha visti. Inoltre non è più vero che un crollo dell’euro metterebbe in ginocchio la Germania produttiva: perché ha sfruttato l’euro per comprimere salari e ristrutturare, diventando più competitiva non solo nell’eurozona, ma nel mondo intero. Dall’inizio dell’euro, del 14% complessivamente secondo la Bundesbank.E perché si sta progressivamente sganciando dall’Eurozona: le esportazioni verso gli altri Paesi euro si sono ridotte dal 46% (fine 1998) al 37% attuale; a vantaggio di quelle verso il resto dell’Europa e verso l’Asia (salite rispettivamente al 32% e 16%). Più passa il tempo, quindi, meno l’euro diventa importante anche per il Made in Germany.Se poi si considera che all’interno dell’Eurozona Paesi come Austria o il Belgio contano, in termini di scambi con la Germania, come o più di Italia e Spagna, e che l’Est e il resto d’Europa contano quanto l’Eurozona, ci si rende conto che la Grande Germania, economicamente, è una realtà, i cui confini non corrispondono a quelli della moneta unica. Una moneta che in Germania sarà sempre meno spendibile politicamente.Un eventuale crollo dell’Euro andrebbe a danno dello Stato tedesco, che dovrebbe accollarsi le perdite della Bundesbank, esposta a marzo per 630 miliardi nei confronti dell’Eurosistema; e delle banche tedesche, con 438 miliardi di esposizione verso i Paesi in crisi dell’Eurozona.Me se alla fine la Germania fosse costretta a intervenire per salvare l’euro dall’estinzione, il costo ricadrebbe comunque sulle sue finanze pubbliche. Più passa il tempo, perdura la crisi e si aggrava la recessione, che ormai lambisce la Germania, più il cittadino tedesco vedrà solo vantaggi dell’uscita dall’euro, e minori saranno i costi per le imprese tedesche. Fantascienza? Forse. Ma più di un investitore ci sta già pensando.Alessandro Penati per “la Repubblica

Confesso, sono il corvo

Lunedì, 28 Maggio 2012

Chi sono i “corvi” del Vaticano? “La mente dell’operazione non è una sola, ma sono più persone”. “Ci sono i cardinali, i loro segretari personali, i monsignori e i pesci piccoli. Donne e uomini, prelati e laici. Tra i “corvi” ci sono anche le Eminenze. Ma la Segreteria di Stato non può dirlo, e fa arrestare la manovalanza, “Paoletto” appunto, il maggiordomo del Papa. Che non c’entra nulla se non per aver recapitato delle lettere su richiesta”. Un quartiere alto di Roma nord, un tavolino di un bar, sempre un po’ di traffico intorno. All’ora di pranzo di una domenica mattina finalmente tersa uno dei “corvi”, gli autori della fuoriuscita di lettere segrete dalla Santa Sede, spiega i dettagli dell’operazione. “Chi lo fa – dice subito – agisce in favore del Papa”. Per il Papa? E perché?
“Perché lo scopo del “corvo”, o meglio dei “corvi”, perché qui si tratta di più persone, è quello di far emergere il marcio che c’è dentro la Chiesa in questi ultimi anni, a partire dal 2009-2010″.
Ma chi sono? Chi siete?
“Ci sono quelli che si oppongono al segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Quelli che pensano che Benedetto XVI sia troppo debole per guidare la Chiesa. Quelli che ritengono che sia il momento giusto per farsi avanti. Alla fine così è diventato un tutti contro tutti, in una guerra in cui non si sa più chi è con chi, e chi è contro”.
La persona è tormentata. Vuole parlare, ma allo stesso tempo ha paura, e ha forti dubbi. Niente nomi da pubblicare, ne andrebbe della sua sicurezza. Molti silenzi, molti sguardi. “Posso fidarmi di lei? Questa cosa è terribilmente delicata”. Proviamo.
Com’è nata la fuga dei documenti dal Vaticano?
“Nasce soprattutto dal timore che il potere accumulato dal Segretario di Stato possa non essere conciliabile con altre persone in Vaticano”.
Ma c’è anche una pista dei soldi?
Una mano nei capelli, gli occhi guardano intorno, le mani tormentano un anello.
“C’è sempre una pista dei soldi. Ci sono anche interessi economici nella Santa Sede. Nel 2009-2010 alcuni cardinali hanno cominciato a percepire una perdita di controllo centrale: un po’ dai tentativi di limitare la libertà delle indagini che monsignor Carlo Maria Viganò stava svolgendo contro episodi di corruzione, un po’ per il progressivo distacco del Pontefice dalle questioni interne”.
Le macchine intorno strombazzano. Due cani finiscono per azzannarsi. Cambiamo posto. Saliamo. Altro bar, giardino all’interno, un po’ di quiete. Il discorso prosegue più fluido.
“Che cosa è successo a quel punto? Viganò scrive al Papa denunciando episodi di corruzione. Chiede aiuto, ma il Papa non può far nulla. Non può opporsi perché questo significherebbe creare una frattura pubblica con il suo braccio destro. Pur di tenere unita la Chiesa sacrifica Viganò. O meglio, finge di sacrificarlo perché, come si sa, la nunziatura di Washington è quella più importante. Così i cardinali capiscono che il Papa è debole e vanno a cercare protezione da Bertone”.
Che cosa fa a questo punto il Pontefice?
“Il Papa capisce che deve proteggersi. E convoca cinque persone di sua fiducia, quattro uomini e una donna. Che sono i cosiddetti relatori. Gli agenti segreti di Benedetto. Il Papa cerca consiglio da queste persone affidando a ciascuno un ruolo, e alla donna quello di coordinare tutti e cinque”.
C’è una donna che aiuta il Papa in questo?
“Sì, è la stratega. Poi c’è chi materialmente raccoglie le prove. Un altro prepara il terreno, e gli altri due permettono che tutto ciò sia possibile. In questa vicenda il ruolo di queste persone è stato quello di informare il Papa su chi erano gli amici e i nemici, in modo da sapere contro chi combattere”.
E intanto la fuoriuscita dei documenti come va avanti?
“Cominciano a uscire. Sono individuati dei canali e dei giornalisti”.
Come escono?
“A mano. L’intelligence vaticana, che ha sistemi di sicurezza integrati nei sotterranei del Palazzo apostolico guidati da un giovane ex hacker di 35 anni, e sono addirittura più evoluti della Cia, con sistemi sofisticatissimi, non possono farci nulla. Perché i cardinali sono abituati a scrivere i loro messaggi a penna e a dettarli. Li fanno poi recapitare a chi vogliono brevi manu. E i documenti fuoriusciti sono lo strumento con cui si sta combattendo questa guerra. L’obiettivo primario era quello di colpire il Papa. Di fiaccarlo e convincerlo a mollare le questioni politiche ed economiche della Chiesa. Bisognava reagire”.
E il presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, letteralmente cacciato?
“È accaduta la stessa cosa. Eppure era vicinissimo al Papa: hanno steso insieme l’enciclica Caritas in veritate. Gotti non rispondeva a nessuno, ma lo faceva direttamente al Papa, a cui mandava anche dei memorandum per descrivere la situazione interna allo Ior. E così anche le operazioni che fallivano, come la legge antiriciclaggio o la scalata per il San Raffaele. Bertone si ingelosisce, accusa Gotti, e decide di tagliargli la testa. Quando giovedì scorso il Papa ha saputo del licenziamento di Gotti, si è messo a piangere per “il mio amico Ettore”".
Il Papa che piange?
“Sì, ma poi si è arrabbiato moltissimo e ha reagito dicendo che la verità su questa vicenda sarebbe venuta fuori”.
Ma non si poteva opporre?
“Avrebbe potuto farlo, ma opporsi avrebbe significato una frattura clamorosa con il suo Segretario di Stato”.
E poi, il giorno dopo?
“E il giorno dopo il Papa è stato nuovamente colpito, e nel personale, quando è stato arrestato Paoletto. Ora il Papa è disperato. Ma Paoletto non è il corvo, i corvi sono tanti, tutt’al più è stato usato da qualcuno”.
Hanno detto di Gotti che è uno dei corvi.
“Gotti è una persona onesta, che tace, come ha fatto anche nel mezzo dell’indagine della magistratura sullo Ior. E come sta facendo adesso dopo la sua defenestrazione. Non si è prestato a nessun gioco, non è lui il corvo”.
Anche padre Georg, il segretario del papa, è nel mirino?
“Per una fazione è stato uno degli obiettivi da colpire: rappresenta oggi più che mai l’elemento di congiunzione fra tutti i dicasteri all’interno del Vaticano e il Papa, fa da filtro, decide e consiglia il Papa”.
Siamo ormai da tre ore a colloquio, in pieno pomeriggio, al terzo caffè. La persona è molto informata, conosce dettagli, meccanismi, persone interne alla Santa Sede come pochi.
Perché ha deciso di uscire allo scoperto?
“Per far emergere la verità. E quindi far cessare la gogna mediatica alla ricerca estrema di un colpevole nelle vesti di un corvo (il maggiordomo), di un prete (don Georg), o di un alto funzionario o di un cardinale (Gotti, il cardinale Piacenza o altri). Il ruolo fondamentale della Chiesa è di difendere il valore del Vangelo, non quelli di accumulare potere e denaro. E quello che faccio è fatto in nome di Dio, io non ho paura”.di MARCO ANSALDO repubblica.it