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Ecco come creare lavoro (by Gallino)

Martedì, 22 Maggio 2012
Le preoccupazioni espresse dal ministro Passera circa le conseguenze nefaste della disoccupazione di massa dovrebbero far riflettere molti nel governo, in Parlamento e nei partiti. Di là dai numeri, la disoccupazione comporta povertà, perdita della casa, criminalità, denutrizione, abbandoni scolastici, antagonismo etnico, famiglie spezzate e altri problemi sociali. Ne parlava in questi termini già vent’anni fa un economista che si è battuto a lungo per dimostrare che la disoccupazione è un male assai peggiore del deficit (era William Vickrey, premio Nobel 1996). Sentirle riecheggiare ora nelle dichiarazioni di un ministro di primo piano fa pensare se non sia giunto il momento di attribuire alla creazione diretta di occupazione un peso, nella politica economica e sociale, non minore di quello attribuito finora al deficit e al debito pubblico.Ho richiamato mesi fa su queste stesse colonne quali caratteristiche dovrebbe avere la creazione diretta di occupazione. Lo Stato assume direttamente, tramite un’apposita agenzia, il maggior numero di disoccupati e di precari, che però vengono gestiti dal punto di vista operativo da enti locali. Gli assunti dovrebbero venire occupati in programmi di pubblica utilità diffusi sul territorio e ad alta intensità di lavoro. C’è solo da scegliere, dagli acquedotti che perdono il 40 per cento dell’acqua che distribuiscono alle scuole per metà fuori norme di sicurezza, dal riassetto idrogeologico del territorio alla tutela dei beni culturali. Il salario offerto dovrebbe aggirarsi sul salario medio o poco al disotto, cui andrebbe aggiunto il costo dei contributi sociali per sanità e previdenza. In totale, circa 25.000 euro l’anno a testa. Volendo cominciare con un numero capace di incidere positivamente sulla situazione, bisognerebbe ipotizzare l’assunzione di almeno un milione di persone, per un costo totale di 25 miliardi l’anno. Non molto, a fronte dei 7 milioni di persone disoccupate o maloccupate indicate dal ministro Passera, ma comunque un miglioramento.Dinanzi a una proposta del genere si affollano le obiezioni. Mi soffermerò su alcune delle più ovvie: nessun Paese ha mai attuato interventi statali di simile scala; il loro costo sarebbe insostenibile; ce lo vieta l’Europa.
Interventi del genere, su scala assai maggiore, sono stati effettuati negli Usa durante il New Deal. Con una disoccupazione che sfiorava il 25 per cento, tra il 1933 e il 1943 tre agenzie statali – la Civil Works Administration, la Federal Emergency Relief Administration e la Works Progress Administration – diedero lavoro a parecchi milioni di persone al mese. E non per scavare buche che altri poi riempivano. Quegli occupati costruirono o ristrutturarono 400.000 chilometri di strade, 4.000 chilometri di fognature, 40.000 scuole, 1000 aeroporti, e piantato un miliardo di alberi. Centinaia di migliaia di disoccupati furono avviati al lavoro nel volgere di tre mesi dalla creazione di dette agenzie. Da notare che gli Stati Uniti contavano allora 125 milioni di abitanti, poco più del doppio dell’Italia di oggi. C’è qualche lezione da imparare guardando a quel periodo.Affermare che il costo della creazione diretta di un milione di posti di lavoro sarebbe insostenibile è privo di senso ove non si proceda a stendere un piano economico che tenga conto di almeno tre elementi. I primi due si contrastano a vicenda. Infatti, da un lato occorre considerare che vi sarebbero spese aggiuntive: i servizi per l’impiego, ad esempio, andrebbero potenziati per metterli in grado di gestire i progetti locali. D’altro lato, si potrebbe scoprire che molti neo-occupati costano meno di 25.000 euro l’anno, perché vi sarebbero aziende disposte volentieri a pagarne la metà o un terzo, così come recuperi di fondi potrebbero venire dalla cessazione del sussidio di disoccupazione per i neo-assunti, o dai cassintegrati che a fronte della conservazione del posto nell’azienda d’origine scelgono liberamente di lavorare a 1.200 euro al mese invece che stare a casa con 750. Ma l’elemento da considerare è che l’occupazione non è un costo: è un fattore che crea ricchezza. Come scriveva un altro economista, J. M. Keynes, che vedeva nella disoccupazione il peggiore dei mali: “L’insieme della forza lavoro dei disoccupati è disponibile per accrescere la ricchezza nazionale”.Quanto all’obiezione che sarebbe l’Europa, cioè la Ue, a vietarci di creare occupazione in modo diretto, essa è mezza vera, ma un rimedio ci sarebbe, e mezza falsa. Il divieto di creare occupazione appare insito non tanto nella lettera, quanto nel dispositivo di rientro dal debito pubblico previsto dal Trattato di stabilità firmato dal governo italiano e da 24 altri governi Ue a Bruxelles nel marzo scorso (anche noto come “Patto fiscale”). Il Trattato dovrebbe entrare in vigore, previa approvazione dei rispettivi parlamenti, il 1° gennaio 2013. L’articolo 4 prevede che un Paese avente disavanzi eccessivi – ossia con un debito che supera il 60 per cento del Pil – operi “una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo all’anno”. Poiché il debito dell’Italia supera il 120 per cento del Pil, pari a oltre 1.900 miliardi, essa dovrebbe ridurre il suo debito giusto della metà, cioè 950 miliardi. Si tratta quindi di ridurre il debito di 1/20° di tale somma, vale a dire 45 miliardi l’anno. Quanto basta per assicurare al nostro Paese non solo un ventennio di recessione, bensì di miseria nera, impedendo di destinare alla creazione di occupazione un solo euro. Resta soltanto da sperare che qualcuno in Parlamento si renda conto di quale trattato capestro il governo italiano ha firmato, e si adoperi per impedirne l’approvazione. Come forse faranno i francesi dopo la vittoria di Hollande.D’altra parte, chi volesse insistere sulla necessità di creare occupazione per evitare guai nel prossimo futuro, potrebbe trovare appoggio proprio nel Trattato istitutivo della Ue (che il citato Patto fiscale, secondo alcuni giuristi, calpesta in diversi modi). La versione consolidata di esso, del 2008, contiene infatti una “Dichiarazione concernente l’Italia”, la n. 4 9, che recita testualmente: “Le parti contraenti… ritengono che le istituzioni della Comunità debbano considerare, ai fini dell’applicazione del trattato, lo sforzo che l’economia italiana dovrà sostenere nei prossimi anni, e l’opportunità di evitare che insorgano pericolose tensioni, in particolare per quanto riguarda la bilancia dei pagamenti o il livello dell’occupazione, tensioni che potrebbero compromettere l’applicazione del trattato in Italia”. Se il ministro Passera crede davvero che sia a rischio la tenuta economica e sociale del Paese, ci sono due o tre cose di cui dovrebbe discutere con i suoi colleghi e il presidente del Consiglio.
di Luciano Gallino, da Repubblica, 15 maggio 2012

L’Italia laboratorio della tecnocrazia che guiderà l’Europa

Venerdì, 20 Aprile 2012
Si è parlato per vent’anni di un presunto “laboratorio italiano” intorno all’esperimento di Berlusconi. Una tesi piuttosto assurda. Il berlusconismo non è stato il laboratorio politico di nulla, semmai una specie di riedizione comica, pasticciata e terminale della destra autoritaria del Novecento, da Mussolini al maccartismo e al neoliberismo, un’espressione politica della nostalgia di un Paese in declino. Nostalgia dominante anche fra gli oppositori di Berlusconi, divisi fra il postcomunismo estenuato di Pds, Ds e ora del vertice del Pd, e il qualunquismo vecchio stile di Di Pietro e Grillo. Per non parlare del centro cattolico, che da un ventennio cerca di far risorgere la Democrazia cristiana.
Nella Seconda repubblica, l’unica vera novità era rappresentata da Romano Prodi, un tecnocrate riformista consapevole, a differenza dei nostri provinciali politici, delle conseguenze della globalizzazione. Le due brevi stagioni di Prodi sono state l’unico laboratorio politico italiano e infatti hanno preparato il terreno a Mario Monti. Con il governo Monti l’Italia è diventata davvero un laboratorio del futuro.
Quello che accadrà nei prossimi anni è la progressiva sostituzione dei governi politici con governi tecnici. Governi tecnici per modo di dire, dal momento che è chiaro a tutti come il governo Monti stia in realtà facendo molta più politica dei predecessori. Tecnici nel senso della provenienza professionale dalla scuola dei grandi burocrati internazionali, in particolare europei.
Una polemica alla moda sostiene che la burocrazia di Bruxelles abbia fallito nel progetto di unificazione dell’Europa, fermandosi allo stadio dell’unità monetaria. È una tesi molto superficiale. In realtà, Bruxelles è servita a formare una classe dirigente che la politica non è più in grado di produrre ed è ora pronta a prendere il potere in tutti i governi nazionali europei. È accaduto per ora in Italia e Grecia, ma avrebbe potuto già realizzarsi da tempo in Francia, se prima Jacques Delors non avesse rifiutato la candidatura all’Eliseo e poi Dominique Strauss-Kahn non fosse stato travolto dal noto scandalo. Domani potrebbe toccare alla Germania e alla Spagna.
Per quanto riguarda l’Italia, dovrebbe essere evidente a tutti che, dopo Monti, non ci sarà un altro governo politico vecchio stile, con Bersani o l’improbabile Alfano premier, ma un altro gabinetto “tecnico”, il cui teorico presidente del Consiglio dovrà in ogni caso fare i conti con l’autentico premier, il governatore Mario Draghi. Questa sarà la politica nei prossimi anni, il resto sono slogan.
di Curzio Maltese Tratto dal “Venerdi di repubblica” 13.4.2012
 

L’ideologia dei tecnici (by Lerner)

Domenica, 1 Aprile 2012

Il disincanto con cui Monti il tecnico si rivolge dall’ estero al Paese malato che gli tocca governare – considerandolo impreparato a comprendere del tutto la terapia da lui somministrata, e però ben allertato contro la malapolitica dei partiti – ormai sta assumendo i tratti di una vera e propria ideologia. Poco importa se il premier la lasci trasparire per passione, per stanchezza o per calcolo: anchei tecnici hanno un cuore e, dunque, un credo. Resta da vedere se tale ideologia tecnica, niente affatto neutrale, risulti adeguata a corrispondere e guidare lo spirito dei tempi, in una società traumatizzata dalla crisi del suo modello di sviluppo. O se invece si riveli anch’ essa retaggio di un’ epoca travolta da una sequenza di avvenimenti nefasti che non aveva previsto e che ha contribuito a provocare. Per prima cosa Monti insiste a comunicarci la sua provvisorietà, e non c’ è motivo di dubitare che sia sincero. Che sia per modestia o al contrario per supponenza, poco importa, egli si compiace di descriversi quale commissario straordinario a termine: «Sarà fantastico, per me il dopo Monti», scherza. Né difatti ha alcuna intenzione di dimettersi da presidente dell’ Università Bocconi, la vera casa cui intende fare ritorno. La forte motivazione implicita in questo annuncio ripetuto è il disinteresse. Immune da ambizioni personali di carriera che non siano il prestigio “di scuola”, egli rivendica di stare al di sopra e al di fuori degli interessi di parte delle rappresentanze sociali e politiche. Sa bene che alla lunga non può esistere governo neutrale rispetto agli interessi in campo, e anche per questo allude continuamente alla sua provvisorietà. Ma non gli basta per essere creduto: anche lui ha una biografia, non viene dal nulla. Ha partecipato da indipendente ai consigli d’ amministrazione di grandi aziende; manifesta una convinta lealtà alle istituzioni dell’ Unione Europea in cui ha operato per un decennio; ha frequentato da protagonista i think thank del capitalismo finanziario sovranazionale. Un pedigree autorevolissimo che, unitamente al suo percorso accademico, lo connota quale figura cosmopolita organica a un establishment liberale conservatore, che in Italia è sempre rimasto minoritario. La cui pubblicistica da un ventennio raffigura (a torto o a ragione) le rappresentanze sociali e politiche del nostro Paese come cicale, se non addirittura come cavallette. Qui s’ impone il passaggio successivo dell’ ideologia montiana o, se volete, l’ idea di giustizia sociale di cui è portatore il tecnico di governo. Dovendo “scontentare tutti”, almeno in parte, con le sue ricette amare, non basterebbe certo a legittimare cotanta severità il fatto che ci venga richiesta dalla troika (Fmi, Bce, Commissione europea) e dai mercati finanziari. L’ italiano Monti, per quanto provvisorio, non può presentarsi a noi come il “podestà forestiero” di cui nell’ agosto scorso aveva paventato l’ avvento. Ecco allora l’ autorappresentazione di sé come portatore di un interesse mai rappresentato al tavolo delle trattative con le parti sociali: i giovani, i nostri figli, i nostri nipoti, addirittura le generazioni future. Prima d’ ora solo la cultura ambientalista si era concepita come portavoce lungimirante dei non ancora nati, dentro le controversie del presente. Declinata in prosa tecnica, tale ambiziosa pretesa di redistribuzione intergenerazionale cambia decisamente di segno; com’ è apparso chiaro nelle motivazioni pubbliche che hanno accompagnato il varo della riforma delle pensioni, prima, e del mercato del lavoro, poi. Retrocessa in subordine, o addirittura liquidata come obsoleta la contraddizione fra capitale e lavoro, negata ogni funzione progressiva alla lotta di classe, il tecnico di governo assume come impegno prioritario il superamento di una presunta contrapposizione fra adulti “iper-garantiti” (parole testuali di Monti) e giovani precari. Riecheggia uno slogan di vent’ anni fa, “Meno ai padri, più ai figli”. Come se nel frattempo non avessimo verificato che, già ben prima della recessione, i padri hanno cominciato a perdere cospicue quote di reddito e posti di lavoro; mentre la flessibilità ha generalizzato la precarietà dei figli. Qui davvero l’ ideologia offusca e mistifica il riconoscimento della vita reale, fino all’ accusa rivolta ai sindacati di praticare niente meno che l’”apartheid” dei non garantiti. In una lettera aperta a sostegno della modifica dell’ articolo 18, promossa da studenti della Bocconi e pubblicata con risalto dal Corriere della Sera il 21 febbraio scorso, leggiamo addirittura: “I nostri padri oggi vivono nella bambagia delle tutele grazie a un dispetto generazionale”. Bambagia? Davvero è questa la rappresentazione del lavoro dipendente in Italia che si studia nelle aule dell’ ateneo del presidente del Consiglio? Corredata magari dal rimprovero ai giovani che aspirano alla monotonia del posto fisso? Ben si comprende, in una tale visione culturale, che la negazione del reintegro per i licenziamenti economici (anche se immotivati) venga considerata un “principiobase” irrinunciabile dal capo del governo. Così come si capisce la sintonia con le scelte di Sergio Marchionne in materia di libertà d’ investimenti e rifiuto della concertazione. La stessa “politica dei redditi” concordata fra le parti sociali, auspicata mezzo secolo fa da La Malfa e in seguito messa in atto da Ciampi, viene liquidata come un ferrovecchio. Mario Monti non è paragonabile a Margaret Thatcher, come ci ha ben spiegato ieri John Lloyd. Ma l’ afflato pedagogico con cui si propone di cambiare la mentalità degli italiani per sottrarli a un destino di declino e sottosviluppo, sconfina ben oltre la tecnica: che lo si voglia o no, è biopolitica. Ha certo la forza sufficiente per tenere a bada gli attuali partiti gravemente screditati; ma al cospetto del malessere sociale rischia di manifestarsi come ideologia a sua volta anacronistica. Non a caso il presidente Napolitano si prodiga nel tentativo di attutirne gli effetti di provocazione. Padri e figli potrebbero indispettirsi all’ unisono. g. lerner repubblica

Medici low cost

Martedì, 20 Marzo 2012

NON solo studi sconosciuti di periferia, medici di dubbia professionalità e dalla diagnosi facile che prelude a nuovi accertamenti e nuove spese. Il low cost in sanità è anche sicurezza e serietà. E non è legato soltanto al marketing via web. Il settore, in particolare nel campo delle attività ambulatoriali e dell’odontoiatria, è in grande crescita, complice la crisi. La crisi, da un lato rosicchia l’offerta del pubblico e, dall’altro, spinge chi già si rivolgeva al privato a cercare soluzioni che facciano spendere meno. La stima di Assolowcost riportata dal Censis è di un aumento di attività del 25-30 per cento all’anno per un giro d’affari di alcune centinaia di milioni. Si tratta di una piccola ma sempre più ampia fetta degli 11 miliardi spesi dagli italiani per la sanità privata ambulatoriale. Il professor Mario Del Vecchio insieme a Valeria Rappini ha realizzato per la Bocconi di Milano uno studio sulla sanità low cost, dove si stima che in certe strutture il cittadino spenda tra il 30 e il 50 per cento in meno rispetto agli standard. “Siamo rimasti sorpresi di trovare soprattutto imprese che vogliono essere integrative rispetto al sistema sanitario nazionale e non cercano il profitto. Alcune sono legate alla cooperazione o al mondo del no profit”. Lo studio conclude spiegando che “il low cost, trapiantato da contesti molto differenti sembra aver superato la fase critica ed essere avviato ad assumere un ruolo specifico nell’insieme delle risposte a una domanda pressante di servizi sanitari”.  Fare una visita presso uno specialista pubblico costa almeno una ventina di euro di ticket e spesso obbliga il paziente a lunghe attese. Nel privato “tradizionale” si superano facilmente i 100 euro. Da tempo associazioni di volontariato come Pubbliche Assistenze dell’Anpas e Misericordie, soprattutto in Regioni come la Toscana o l’Emilia, hanno ambulatori dove gli specialisti vedono il paziente nel giro di un paio di giorni a un prezzo anche inferiore al doppio del ticket. È sanità low cost questa? Secondo molti no, anche se si tratta di un sistema che fa risparmiare i cittadini. Luca Foresti è amministratore delegato del centro medico Sant’Agostino di Milano, una delle strutture iscritte ad Assolowcost, che coinvolge anche aziende come Decathlon e Ryanair e muove un fatturato da 10 miliardi. “L’attività low cost è diversa dal volontariato, deve avere volumi alti e processi produttivi pensati per risparmiare – spiega Foresti – noi ad esempio prendiamo prenotazioni online ma anche via sms, cosa che velocizza la risposta e abbatte i costi. Le visite costano 60 euro”. Sant’Agostino è una delle realtà studiate nella ricerca della Bocconi. “Può essere assimilata ad una impresa sociale – dice Del Vecchio – Tra le altre ci sono Amico dentista, Welfare Italia Servizi, che ha ambulatori in tutto il paese ed è un ente no profit, ma anche il Nuova città, vicino a Bari. L’odontoiatria è una attività con molte esperienze di low cost. Del resto l’offerta è basata su un sistema frammentato, di tantissimi studi di singoli professionisti e dunque si possono immediatamente ridurre i costi di produzione unendo più medici, cosa che in tanti stanno facendo”. Amedeo Bianco è il presidente della Federazione degli Ordini dei medici, che ha in piedi un contenzioso con Groupon, il sito di offerte, anche sanitarie. “Il low cost non è sinonimo di bassa qualità – dice – L’importante è che la concorrenza si faccia senza che vengano meno gli standard di sicurezza. Dobbiamo stare quindi attenti al rispetto delle regole, anche riguardanti gli ambienti e il trattamento del personale, quando troviamo dei prezzi che si scostano di molto dai costi standard. Per quanto riguarda il no profit puro lo considero come un affiancamento del sistema sanitario”. E Groupon? “Quello è un modo per utilizzare strumenti di marketing – dice Foresti – non è di low cost”.di MICHELE BOCCI repubblica

Il capitalismo, una religione che divora il futuro (by Agamben)

Venerdì, 17 Febbraio 2012

 Per capire che cosa significa la parola “futuro”, bisogna prima capire che cosa significa un´altra parola, che non siamo più abituati a usare se non nella sfera religiosa: la parola “fede”. Senza fede o fiducia, non è possibile futuro, c´è futuro solo se possiamo sperare o credere in qualcosa. Già, ma che cos´è la fede? David Flüsser, un grande studioso di scienza delle religioni – esiste anche una disciplina con questo strano nome – stava appunto lavorando sulla parola pistis, che è il termine greco che Gesù e gli apostoli usavano per “fede”. Quel giorno si trovava per caso in una piazza di Atene e a un certo punto, alzando gli occhi, vide scritto a caratteri cubitali davanti a sé Trapeza tes pisteos. Stupefatto per la coincidenza, guardò meglio e dopo pochi secondi si rese conto di trovarsi semplicemente davanti a una banca: trapeza tes pisteos significa in greco “banco di credito”. Ecco qual era il senso della parola pistis, che stava cercando da mesi di capire: pistis, ” fede” è semplicemente il credito di cui godiamo presso Dio e di cui la parola di Dio gode presso di noi, dal momento che le crediamo. Per questi Paolo può dire in una famosa definizione che “la fede è sostanza di cose sperate”: essa è ciò che dà realtà a ciò che non esiste ancora, ma in cui crediamo e abbiamo fiducia, in cui abbiamo messo in gioco il nostro credito e la nostra parola. Qualcosa come un futuro esiste nella misura in cui la nostra fede riesce a dare sostanza, cioè realtà alle nostre speranze.
Ma la nostra, si sa, è un´epoca di scarsa fede o, come diceva Nicola Chiaromonte, di malafede, cioè di fede mantenuta a forza e senza convinzione. Quindi un´epoca senza futuro e senza speranze – o di futuri vuoti e di false speranze. Ma, in quest´epoca troppo vecchia per credere veramente in qualcosa e troppo furba per essere veramente disperata, che ne è del nostro credito, che ne è del nostro futuro?
Perché, a ben guardare, c´è ancora una sfera che gira tutta intorno al perno del credito, una sfera in cui è andata a finire tutta la nostra pistis, tutta la nostra fede. Questa sfera è il denaro e la banca – la trapeza tes pisteos – è il suo tempio. Il denaro non è che un credito e su molte banconote (sulla sterlina, sul dollaro, anche se non – chissà perché, forse questo avrebbe dovuto insospettirci – sull´euro), c´è ancora scritto che la banca centrale promette di garantire in qualche modo quel credito. La cosiddetta “crisi” che stiamo attraversando – ma ciò che si chiama “crisi”, questo è ormai chiaro, non è che il modo normale in cui funziona il capitalismo del nostro tempo – è cominciata con una serie sconsiderata di operazioni sul credito, su crediti che venivano scontati e rivenduti decine di volte prima di poter essere realizzati. Ciò significa, in altre parole, che il capitalismo finanziario – e le banche che ne sono l´organo principale – funziona giocando sul credito – cioè sulla fede – degli uomini.
Ma ciò significa, anche, che l´ipotesi di Walter Benjamin, secondo la quale il capitalismo è, in verità, una religione e la più feroce e implacabile che sia mai esistita, perché non conosce redenzione né tregua, va presa alla lettera. La Banca – coi suoi grigi funzionari ed esperti – ha preso il posto della Chiesa e dei suoi preti e, governando il credito, manipola e gestisce la fede – la scarsa, incerta fiducia – che il nostro tempo ha ancora in se stesso. E lo fa nel modo più irresponsabile e privo di scrupoli, cercando di lucrare denaro dalla fiducia e dalle speranze degli esseri umani, stabilendo il credito di cui ciascuno può godere e il prezzo che deve pagare per esso (persino il credito degli Stati, che hanno docilmente abdicato alla loro sovranità). In questo modo, governando il credito, governa non solo il mondo, ma anche il futuro degli uomini, un futuro che la crisi fa sempre più corto e a scadenza. E se oggi la politica non sembra più possibile, ciò è perché il potere finanziario ha di fatto sequestrato tutta la fede e tutto il futuro, tutto il tempo e tutte le attese.
Finché dura questa situazione, finché la nostra società che si crede laica resterà asservita alla più oscura e irrazionale delle religioni, sarà bene che ciascuno si riprenda il suo credito e il suo futuro dalle mani di questi tetri, screditati pseudosacerdoti, banchieri, professori e funzionari delle varie agenzie di rating. E forse la prima cosa da fare è di smettere di guardare soltanto al futuro, come essi esortano a fare, per rivolgere invece lo sguardo al passato. Soltanto comprendendo che cosa è avvenuto e soprattutto cercando di capire come è potuto avvenire sarà possibile, forse, ritrovare la propria libertà. L´archeologia – non la futurologia – è la sola via di accesso al presente. G. Agamben Repubblica 16.2.2012

Ale-danno, per Alemanno è sempre colpa degli altri

Lunedì, 6 Febbraio 2012

Sedicente scalatore provetto, Alemanno dovette arrendersi nella scalata allo Shishapangma, il quattordicesimo monte tibetano più alto della terra e il più basso tra gli “Ottomila”, per un raffreddore o, come dicono i tanti zelatori miracolati dal sindaco dal cuore nero, per una broncopolmonite. Stavolta non ai ghiacciai si è arreso, ma alle falde dei pochi metri del Gianicolo e dell’Aventino, sotto 30 centimetri di neve. Ma senza rinunciare a una puerile e improvvida polemica con il capo della Protezione Civile che, come non capita di frequente, stavolta sembra avere tutte le carte in regola negli avvisi lanciati per l’emergenza in arrivo con i venti gelidi del nord.Trentacinque millimetri? Se nevica, come tutti sanno, e non solo i campioni di arrampicate, fanno 35 centimetri di neve. Ma lo scalatore tibetano non lo sa, cade nell’equivoco, pensa di uscirne con la guerra dei millimetri e ci alluviona di interviste televisive. “Millimetri, come il suo cervello”, ne conclude un blogger più che incazzato nella tundra gelida. Il senso di Alemanno per la neve diciamo che più che alla “K2″ è un po’ alla “barisienne”, dalla città portuale pugliese dove nacque, o alla “pariola”, il quartiere capitolino dove il papà generale dell’esercito lo condusse giovanetto a esercitarsi, tra piazza Euclide e piazza Pitagora, nelle arti del picchiatore nero, nutrito tra le mura del Liceo scientifico Righi.Incedere affrettato, sguardo basso, tratto alquanto isterico, debolezza evidente e autorità alquanto scadente rispetto agli squaletti neri affamati che lo attorniano in nome dei vecchi tempi delle mazze e delle molotov, il sindaco di Roma capitale delle calamità è diventato lui stesso “la calamità” agli occhi di migliaia di romani che nella notte di venerdì lo ha maledetto sul raccordo in una scena che neanche Federico Fellini era riuscito a rendere così cupa e ansiogena.Nel felliniano “Roma” il raccordo allagato era l’inferno metropolitano, nella “Fascistopoli” capitolina il raccordo imbiancato è diventato la tomba della Roma della “destra sociale”, sotto cui si radunarono, conquistato il potere municipale, le antiche pattuglie romane di Terza posizione, Forze nuove, Naziskin, Avanguardia nazionale e ultrà fascisti e profittatori di ogni specie.Stavolta sono arrivati davvero quasi tutti al potere con Gianni lo scalatore. Da Mokbel, l’uomo della grande truffa a Finmeccanica, fino a Vattani, il figlio console dell’ambasciatore Umberto animatore di Casa Pound e a Fabrizio Mottironi, ex Nuclei armati rivoluzionari, messo a capo di Buonitalia Spa. E intorno decine e decine di vecchi camerati che spuntano dappertutto in ruoli istituzionali, comunali e economici, come per placare un appetito di potere che viene da lontano e che dopo interi lustri seguiti alla sdoganamento berlusconiano, non è ancora placato.E che l’ex piccolo camerata del Liceo Righi non riuscirà mai a placare. L’ufficio di collocamento di Roma capitale di “Fascistopoli” non dimentica nessuno degli antichi camerati, in un’orgia di inadeguatezza e incapacità, talvolta popolata di incredibili figuri muniti di doppiopetto e cravatta.Talvolta antropologicamente simili agli eredi della Banda della Magliana, che negli ultimi mesi con le sparatorie hanno messo a ferro e fuoco la capitale in un continuo romanzo criminale.Questa è la Roma “legge e ordine” che Alemanno aveva promesso. Per i posti apicali, come si dice, il grande consulente del sindaco è il solito Luigi Bisignani, che ha appena patteggiato per gli imbrogli della P4. È dell’ex piduista, poi passato allo stato maggiore di Gianni Letta, che il sindaco si fida per le nomine più importanti, come quella di Cremonesi alla Camera di Commercio e di Basile all’Atac. Come ormai tutti sanno, Bisignani è un cultore della prevalenza del cretino nei ruoli di potere, perché così quelli che colloca li controlla meglio, come ha rivelato in una ormai famosa intercettazione telefonica.Con il sindaco di Roma va giù morbido, come nel burro: ogni parente suo o di qualcuno dei suoi che Alemanno colloca, l’inesauribile Bisi gli impone il suo cretino di turno. Ora la neve. Ma con l’acqua, come sul raccordo anulare di Fellini, il sindaco aveva già avuto a che fare un sacco di volte. Purtroppo sembra che, nella sua arroganza, anche l’esperienza riesca a insegnargli poco. Nel dicembre 2008 ci fu la piena del TevereAnche allora il sindaco se la prese con la Protezione civile. Ma nessuno in municipio aveva pensato a controllare la pulizia dalle foglie delle caditoie, i tombini romani per la cui manutenzione erano lautamente pagate le imprese napoletane di Alfredo Romeo. Fino al 20 ottobre scorso, quando Roma andò di nuovo sott’acqua e, come al solito, lui, sorpreso e stupito come fosse un passante, frignò contro qualche altro presunto colpevole.Ora ci racconta che il piano-neve – guarda un po’ – è stato ostacolato dalla neve. E va in tivù trenta volte in poche ore a chiedere una commissione d’inchiesta. È uno scherzo? O chiede che qualcuno lo metta finalmente sotto inchiesta per liberare da lui stesso Roma Capitale? Non vi illudete, per lui la colpa è sempre di qualcun altro. E con i suoi spin doctor ha deciso di spezzare le reni al ghiaccio. Mediaticamente. Ma sapete chi sono gli ultimi suoi spin doctor, dopo l’assunzione di circa 25 addetti al suo ufficio stampa? Tenetevi forte: il più ascoltato è Luigi Crespi, quel tipo che si definisce sondaggista, che visse per un po’ alle spalle di Berlusconi e che poi finì in bancarotta.Poi c’è Iole Cisnetto, la consorte di quel Cisnetto che organizza, finanziato soprattutto dalle imprese più care a Bisignani, “Cortinaincontra”, una specie di passerella di amministratori delegati in cerca di una ripresa televisiva e di una marchetta giornalistica, in cambio di un modesto contributo pagato dai loro azionisti. Alemanno la frequenta insieme alla sorella Gabriella, direttrice dell’Agenzia del Territorio. Andate a spalare la neve, ha detto il sindaco ai romani quando ha visto che le cose si mettevano male.Ma a Roma non si può fare. Uno che a Trastevere lo ascoltava in televisione ha commentato: “Aho, questo è più paraculo de Schettino, se vò godè la scena di Roma che lui ha affondato dallo scojo! Ci vada e ci resti, così non si bagna”.  a. statera repubblica.it

Il governo Monti dimostra che i ribaltoni sono costituzionali

Giovedì, 8 Dicembre 2011

quante volte abbiamo sentito dire che se il governo “eletto” dal popolo perde la maggioranza occorre andare alla elezioni? che i ribaltoni sono incosttituzionali in quanto spetta al popolo,  e solo al popolo scegliere governo e premier? demagogia, pura demagogia, come abbia sempre sostenuto. il governo Monti, mai eletto dal popolo, è la dimostrazione che siamo (ancora) una repubblica parlamentare e che spetta al parlamento e non al popolo la decisione circa governo e premier. temis

Germania, piano segreto per controllare l’Europa

Venerdì, 18 Novembre 2011

C’è un piano segreto di Berlino per creare un Fondo monetario europeo in grado di soccorrere gli Stati dell’eurozona in preda a gravi difficoltà o crisi del debito sovrano, e di fatto ridurre significativamente la loro sovranità in politica economica e di bilancio in cambio degli aiuti. Lo scrive stamane il quotidiano conservatore britannico The Daily Telegraph, citando un asserito documento di sei pagine in merito stilato dal ministero degli Esteri tedesco. La notizia viene lanciata dal Telegraph proprio mentre il premier britannico David Cameron è in una difficile missione a Berlino, tra contrasti con Angela Merkel sul futuro monetario e politico dell’Europa e affermazioni del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble secondo cui presto il Regno Unito abbandonerà la sterlina e si unirà all’euro. E intanto la Cancelliera chiede modifiche ai trattati europei, offrendo rinunce tedesche alla sovranità devolvendola all’Europa.Il fondo monetario europeo, scrive il Telegraph affermando di citare appunto un documento riservato del ministero degli Esteri tedesco, avrà il potere di mettere i paesi in crisi in gestione controllata e di gestire la loro economia. Il documento s’intitola ‘Il futuro dell’Unione europea: i necessari miglioramenti di integrazione politica per la creazione di un’unione di stabilità”. “Il dibattito sulle modalità di un’unione politica europea deve iniziare non appena si è tracciata la strada per procedere verso un’unione della stabilità”, afferma il paper secondo il quotidiano britannico. Il quale sottolinea il timore, specie di Londra, che la posizione tedesca apra la strada sia a una possibilità di default dei paesi in crisi di debito sovrano, sia  -  con le proposte modifiche ai trattati e la devoluzione di sovranità nazionale all’Europa  -  alla creazione di un superStato europeo. Il Telegraph scrive anche che limitare l’effetto delle modifiche dei trattati proposti ai soli dell’Eurozona (ma le modifiche dovrebbero venir approvate da tutti i 27 membri della Ue) renderebbe più facile la ratifica e renderebbe necessari meno referendum. Ciò anche per dissuadere Londra da un referendum sulla Ue, sempre secondo l’interpretazione del quotidiano britannico. a. tarquini repubblica

Le mignotte di Berlusconi (secondo la Procura)

Giovedì, 15 Settembre 2011

arcudaddar-123866Il procuratore di Bari, Antonio Laudati, e i pubblici ministeri Eugenia Pontassuglia e Ciro Angelillis contestano agli indagati l’associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione. Ma nelle dieci pagine dell’avviso di conclusione delle indagini, notificato questa mattina agli otto indagati (i fratelli Gianpaolo e Claudio Tarantini, le starlette Sabina Began, Francesca Lana e Letizia Filippi, l’avvocato Salvatore Castellaneta, “il referente delle feste private di Berlusconi a Milano, Pierluigi Faraone, Massimiliano Veroscia) viene documentato lo scambio tra favori sessuali e partecipazione ad appalti pubblici, di cui il presidente del consiglio Silvio Berlusconi diventa lo snodo. Sono oltre 100 mila le conversazioni telefoniche e ambientali effettuate fino all’estate del 2009 nell’ambito dell’inchiesta.Scrivono i pm: «Il Tarantini promotore e organizzatore dell’associazione, al fine di consolidare il rapporto con Silvio Berlusconi (avviato nell’estate del 2008), ottenere per il suo tramite, incarichi istituzionali e allacciare avvalendosi della sua intermediazione rapporti di tipo affaristico con i vertici della Protezione civile, di Finmeccanica spa, di società a quest’utlima collegate (Sel Proc sc., Selex sistemi integrati spa e Seicos spa), di Infratelitalia spa e altre società, provvedeva a:1) Ricercare le donne, personalmente o per il tramite di altri partecipi, persuadendole a prostituirsi o rafforzando il loro iniziale proposito di prostituirsi, in occasione degli incontri che egli stesso organizzava presso le residenze di Silvio Berlusconi;2) Selezionare le donne, personalmente o per il tramite degli altri partecipi, secondo specifiche caratteristiche fisiche (giovane età, corporatura esile)3) Impartire, in occasione di tali incontri, disposizioni sull’abbigliamento da indossare e sulcomportamento da assumere;4) Sostenere le spese di viaggio e soggiorno delle donne proveniente da varie parti d’Italia, mettere loro a disposizione il mezzo per raggiungere il luogo dell’incontro». repubblica.it
IL LUNGO ELENCO DI DONNE PER BERLUSCONI
Nell’atto notificato agli indagati i pubblici ministeri indicano i nomi delle donne «indotte all’attività di prostituzione esercitata in favore di Silvio Berlusconi». Ci sono grandi nomi del mondo dello spettacolo, compresa Manuela Arcuri, che tuttavia rifiutò. Scrivono infatti i pm: «Gianpaolo Tarantini la indusse a prostituirsi in favore di Silvio Berlusconi con la promessa che lo stesso l’avrebbe favorita per la conduzione del festival di Sanremo, non riuscendo a portare a termine il suo proposito a causa del rifiuto opposto della stessa».Altre donne, al contrario, accettarono lo scambio e parteciparono alle “serate galanti” organizzate nelle residenze del Presidente del Consiglio: Maria Teresa De Nicolò, detta Terry (palazzo Grazioli), Carolina Marconi, Daniela Lungoci (villa San Martino), Francesca Lana, Hawa Kardiatau, Karen Buchanan (palazzo Grazioli), Camille Charao Cordeiro (Palazzo Grazioli), Barbara Montereale (villa Certosa), Sara Tommasi, Sebbar Fadoua (Palazzo Grazioli), Chiara Guicciardi (palazzo Grazioli), Vanessa di Meglio, Sonia Carpentone, Roberta Nigro (palazzo Grazioli), Maria Josefa De Brito Ramos (palazzo Grazioli), Grazia Capone (Arcore e villa San Martino), Luciana de Freitas Francioli (Arcore), Michaela Pribisova, Maria Ester Garcia Polanco (centro Messeguè di Melezzole), Mariasole Caci (Arcore), Ioana Visan, Barbara Guerra, Patrizia D’Addario (palazzo Grazioli), Sara Tommasi, Lucia Rossini (palazzo Grazioli). via dagospia

Bunga bunga kennedyano

Martedì, 9 Agosto 2011

agnelli-kennedy-119455È la voce della Prima Vedova d´America a parlare dall´oltretomba e a formulare un´accusa tremenda, per ora senza prove: Jacqueline Kennedy era convinta che “l´infame”, che l´assassino, fosse quell´uomo di fronte a lei sull´aereo funebre, quel Lyndon Johnson che aveva preso il posto di suo marito.Questo, nella propria rabbia e nella propria disperazione di vedova e di donna tradita due volte, prima dal marito in vita e poi dal suo vice presidente in morte, Jacqueline Bouvier Kennedy disse allo storico Arthur Schlesinger pochi giorni dopo quel funerale che tutto il mondo guardò piangendo con lei e con i bambini. Fu una confessione segreta che sarebbe dovuta restare segreta per mezzo secolo. Ma che la figlia Caroline ha cominciato a svelare a pezzi e brandelli, scatenando un altro capitolo sensazionale del libro infinito dei misteri kennedyani, se le sue rivelazioni sono autentiche e se davvero questo dice la voce dal passato.Dalla fine del 1963, dunque qualche settimana dopo avere dovuto lasciare la Casa Bianca insieme con i due orfani, John John e Caroline, a oggi, i nastri della lunga confessione di Jackie a Schlesinger, allo storico che più di ogni altro aveva contribuito a creare il mito di “Camelot”, della corte kennediyana, sono rimasti chiusi nella cassaforte della Biblioteca ufficiale di JFK a Boston.Jackie aveva ordinato che restassero sottochiave per mezzo secolo, rendendosi conto dell´enormità delle accuse. Ma ora che uno dopo l´altro i Kennedy “veri” se ne sono andati e restano soltanto gli avanzi di una dinastia tramontata, che John John il principe ereditario è sprofondato con il proprio Piper nelle acque davanti a Hyannis Port, che Ted l´ultimo grande vecchio è stato sepolto e lei è rimasta sola, Caroline ha rotto il sigillo del silenzio.Sono cominciate a sgocciolare accuse terribili, come quella diretta al vice presidente Lyndon B. Johnson di essere stato il ragno che aveva tessuto la tela con altri “pezzi da 90″ texani per attirare Kennedy a Dallas, dove l´odio dei “JR”, dei miliardari, dei bovari e petrolieri per il presidente troppo liberal, troppo di sinistra, troppo yankee, troppo nordista, era implacabile, e tramare per eliminarlo.Filtra come un vento acre la collera di una donna che dietro il sorriso diafano ed enigmatico, sotto gli abiti di “haute couture” che indossava per il pubblico da magnifica mannequin del mito, sapeva tutto delle porcherie del marito, raccontando a Schlesinger di avere trovato slip da donna ovviamente non suoi sparsi per la casa. E di avergli reso pan per focaccia, racconta in quei nastri ascoltati dalla figlia Caroline, tradendolo con uomini come Giovanni Agnelli, il presidente della Fiat durante vacanze italiane e con il suo attore preferito, il bellissimo William Holden.Più che il Castello di Re Artù, che la propaganda degli Schlesinger, il narratore dei “mille giorni”, o le parole alate di Ted Sorensen, il trovatore che diede le ali all´oratoria kennedyana dal discorso inaugurale in poi, la Casa Bianca di quegli anni sembra essere stata una corte dei Borgia, un nido di avvelenatori e ballerine, di pugnalatori e di favorite.Sono soltanto frammenti, questi che la figlia sta facendo cadere dalla tavola dei misteri, e non necessariamente verità, perché non é affatto dimostrabile che Jackie sapesse davvero chi avesse mandato Lee Harvey Oswald con un fucile a cannocchiale al sesto piano del deposito di libri a Dallas. Ma sono gocce di piombo fuso.Alcune delle cose che Caroline sta facendo uscire, secondo i media come il Daily Mail inglese che hanno raccolto queste anticipazioni, per preparare il mercato al libro che sta scrivendo e per i documentari che la network Abc diffonderà in autunno, collimano con ciò che sappiamo e che è stato da tempo scoperto.La candida villa della famiglia modello, ostentatamente cattolica nella opportunistica devozione, assisteva a orgette e inseguimenti di segretarie attorno alle scrivanie, all´assunzione di impiegate disponibili, come le due ragazze che il Servizio Segreto aveva soprannominato “Fiddle” e “Faddle”, agli incontri brutali e rapidi in piedi nei guardaroba con la “bambola” mandata dal padrino mafioso Sam Giancana, Judith Campbell, all´andirivieni notturno di Bob, il fratello, attraverso il tunnel sotterraneo che collega la Casa Bianca all´adiacente ministero del Tesoro, che Bob usava per entrare e uscire non visto dai reporter. Un clima da dormitorio universitario, da “Animal house”, che gli apologeti più tardi tenteranno di giustificare con gli «squilibri ormonali» di un presidente costretto a continue cure di steroidi per il morbo di Addison, un´afflizione grave delle ghiandole surrenali.Anche i sospetti sul vice Lyndon Johnson, il gigante texano e boss ferreo del Senato che John e Bob Kennedy avevano indicato come candidato alla vice presidenza pur sapendo che Johnson detestava quei due turd, quegli stronzetti di Boston come ripeteva a tutti, scattarono subito dopo le esplosioni dei colpi.Johnson era stata una nomina di ripiego, un´astuzia tattica, fatta dopo il rifiuto di tre “prime scelte”, indicato dai fratelli Kennedy soltanto per fare un gesto verso il Texas e l´elettorato del Sud che minacciava di far perdere le elezioni. Entrambi, John (“Jack” come era chiamato dagli amici) e Bob restarono di stucco quando LBJ accettò, intrappolandoli nel loro gioco e costringendoli a portarselo alla Casa Bianca.Da questo intenso disprezzo fra due uomini, e due clan, fra i Kennedy e i Johnson, fra gli irlandesi bostoniani e i texani, a immaginare che il vice sia stato l´ideatore e il promotore dell´assassinio con la complicità della sua “gang”, occorre compiere un salto che gli storici e i ricercatori non si sentono di fare e che la furia di una donna offesa e sfrattata dal nuovo inquilino della propria casa, può invece giustificare.Ma spiegherebbe la frettolosa rapidità con la quale il nuovo presidente, colui che aveva giurato sul Boeing 707 che trasportava la bara di JFK, davanti a Jackie in tailleur ancora imbrattato dal sangue e dagli schizzi di cervello del marito, chiuse l´inchiesta ufficiale condotta dal giudice Warren.Riguardiamo quella foto ufficiale, la sola scattata sull´Air Force One in volo di ritorno verso Washington nella notte di venerdì 22 novembre 1963: una vedova insanguinata, la bara del morto e l´uomo che lei, dentro di sè, credeva essere l´assassino. Un triangolo di odio shakespeariano che neppure quarant´anni hanno potuto estinguere e che continua ad ardere. v. zucconi repubblica