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L’università paralizzata dalla Gelmini – 1

Giovedì, 24 Marzo 2011

La Legge Gelmini, oggi, ha fermato le università italiane. A partire dal mondo della ricerca, l’asset più citato, il più fragile in verità. Il motivo principe del motore fermo, e quindi dello spaesamento di matricole, studenti di lungo corso, assegnisti, ricercatori, finanche dei “prof” vicini alla cattedra, dipende dal fatto che la riforma universitaria è un tomo lungo e complesso e i decreti attuativi di cui abbisogna per essere trasformata in sostanza richiederebbero Consigli dei ministri in seduta permanente e non occupati dall’incandescente quotidianità della cronaca nazionale e internazionale.Ci sono tre fonti che oggi consentono di certificare il “blocco universitario”: le voci degli studenti universitari, i blog dei ricercatori (in particolare della Rete 29 Aprile), le proiezioni della Cgil scuola e ricerca. Uno dei nodi universitari è il nuovo ciclo del dottorato di ricerca: non può essere avviato perché occorrerebbe un decreto ministeriale, appunto, su proposta dell’Anvur, l’associazione nazionale di valutazione che è ancora lontana dall’essere operativa. Con la riforma tutte le borse di studio post-laurea sono state abolite, ad eccezione degli assegni di ricerca: i nuovi assegni sono bloccati, però, perché occorre un decreto ministeriale che ne fissi l’importo minimo. Gli assegnisti, va ricordato, nelle università italiane sono 16 mila.Non è ancora chiaro se si potranno far partire i bandi per i nuovi ricercatori a tempo determinato: secondo la Cgil violerebbero la legge Tremonti che riduce drasticamente la possibilità di assunzioni a tempo determinato nella pubblica amministrazione (le assunzioni del 2011 dovranno essere inferiori al 50% delle assunzioni dell’anno precedente). E, tra l’altro, occorrerebbero regolamenti d’ateneo che oggi non possono vedere la luce visto che siamo ancora alla fase precedente ai regolamenti: la revisione degli statuti. Lo hanno già messo in evidenza gli universitari della Rete della conoscenza: la “Gelmini” esclude dalla partecipazione ai progetti di ricerca gli attuali borsisti e contrattisti, gli studenti della triennale e delle scuole di specializzazione, gli studiosi stranieri. Difficile non pensare che questa scelta non sia impugnabile come “discriminazione”.Sono bloccate, e il motivo va ricercato nella necessità di mettere a posto i regolamenti d’ateneo, le chiamate su posti di associato dei futuri abilitati e poi chi volesse assumere qualcuno degli attuali idonei non chiamati (oltre 1.500) non potrebbe beneficiare dei fondi del piano straordinario previsto dall’ultima legge di stabilità (anche qui siamo in attesa di un decreto ministeriale).Questo è lo stato dell’arte dell’università italiana. Se si guarda in avanti, la situazione si fa disperante. Nel 2012 la maggior parte degli atenei italiani, condannati a bilanci in rosso fisso, potrebbe trovarsi nell’impossibilità di reclutare docenti, a tempo determinato, a tempo indeterminato, per i vincoli finanziari aggravati dai nuovi tagli al finanziamento ordinario e dalle nuove regole di calcolo dei costi. La Cgil stima che il pensionamento previsto per il prossimo quinquennio porterà fuori dal sistema universitario il 50% dei professori ordinari e il 25% di associati e ricercatori: la metà non sarà reintegrata e ogni anno l’università italiana assisterà alla fuoriuscita di 600 professori ordinari mentre l’ingresso dei mille associati annunciati sarà frenato dal fatto che il 50% degli atenei non potrà fare assunzioni. Il taglio ai corsi di studio eccessivi e bizzarri, così voluto dal ministro Gelmini, si realizzerà naturalmente per la moria degli insegnanti.I ricercatori? Tra pensionamenti e passaggi alla docenza si ridurranno di 2.000 l’anno. Un ricercatore borsista dell’Università di Parma, Cristian Cavozzi, dipartimento di Scienze della terra, ha segnalato la sua personale situazione. Il borsista da tre anni è impegnato insieme ad altri due colleghi in un progetto di ricerca finanziato interamente dall’Eni, ma nell’ultima stagione tutto è stato bloccato: “Non rientra più nelle forme contrattuali previste dal decreto legge”. Per il 2011 la legge Gelmini non prevede il rinnovo per il bando ad hoc. Laura Romanò, rappresentante dei ricercatori, conferma: “Mancano i decreti attuativi, la legge ha azzerato tutto. Si rischia di andare avanti così per molto tempo”. I tre ricercatori propongono una “moratoria” in nome del buon senso: “Non si potrebbe concedere una deroga alle borse in fase di rinnovo? Almeno prorogarle di qualche mese per dare un minimo di garanzie di continuità ai progetti di ricerca in corso”. “La riforma”, spiega Alessio Bottrighi, presidente dell’Associazione precari della ricerca, “non chiarisce se i vecchi assegni di ricerca possono essere rinnovati. E per i nuovi bisogna attendere il decreto del ministro”. I vuoti normativi, dice Mimmo Pantaleo, segretario della Cgil scuola, “sta bloccando ogni forma di reclutamento e portando ad autentici licenziamenti di massa”. c. zunino

Caos università – l’effetto Gelmini – 2

Giovedì, 24 Marzo 2011

gelmini_mariastellaAllarmi e proteste ormai non si contano: le funzioni della ricerca (tutte), la chiamate di progettisti, associati e docenti sono bloccate. La legge – e si sapeva – ha bisogno di molteplici decreti che il governo dimentica. La Legge Gelmini, varata con l’intento di “mettere ordine” negli atenei, sta producendo situazioni caotiche fin dalla sua entrata in vigore, ormai due mesi fa. Sono gli effetti macroscopici che abbiamo raccontato nella prima puntata di questa inchiesta.Ma non si tratta di fisiologici “effetti collaterali”: l’Effetto-Gelmini sta colpendo i gangli del sistema universitario omettendo di dare risposte certe, coperture di spesa e soluzioni pratiche per i mille problemi con cui devono confrontarsi ogni giorno studenti, docenti e tutte le altre figure che animano il variegato microcosmo universitario. Le disfunzioni riguardano molteplici aspetti della vita tra le mura accademiche: lo testimoniano le centinaia di segnalazioni che quotidianamente riceve il nostro sito, le migliaia di discussioni aperte sui forum della Rete, le innumerevoli iniziative promosse “dal basso” – praticamente in ogni ateneo e in tutte le facoltà – per portare a conoscenza situazioni locali di “disagio” rispetto a un progetto di “riordino” del sistema universitario che sta producendo invece un “blocco forzato”, soprattutto per l’assenza di linee-guida da seguire e per la mancanza di un disegno veramente organico di riforma.Razionalizzazione o tagli? Uno dei cavalli di battaglia della Legge Gelmini – che il ministro ripete spesso come un vero e proprio “mantra” – è stato quello della “lotta agli sprechi”: “Con la Riforma dell’Università ci sarà una razionalizzazione delle risorse”. All’atto pratico questa dichiarazione di buonsenso si traduce in determinate azioni che il Miur metterà in atto fin dal prossimo anno accademico: l’accorpamento e/o la cancellazione di corsi di laurea per mere ragioni di budget d’ateneo, mettendo totalmente in secondo piano la didattica e la ricerca.Accorpamenti e cancellazioni. L’antipasto è stato servito a fine febbraio con l’annuncio del “progetto pilota” di riorganizzazione dei sette atenei campani: il “contenimento del numero dei corsi di studio per evitare inutili sovrapposizioni” ha portato alla soppressione di trentaquattro corsi e all’eliminazione di sei sedi decentrate, tra cui quella della facoltà di Giurisprudenza di Nola (città natale del filosofo Giordano Bruno e sede di Tribunale) che attualmente conta 7 mila iscritti. Ma il piatto forte di questa “razionalizzazione” arriverà scaglionato nei prossimi anni: a Bologna (il più antico ateneo d’Europa) entro il 2013 le attuali ventitré facoltà dovrebbero diventare dodici, o ridursi addirittura soltanto a cinque attraverso maxi-accorpamenti eterogenei per rispettare i rigidi dettami della Legge. Su questa scia, a Catania la facoltà di Lingue finirà inglobata in Lettere e Filosofia. E così via.Senza appello. La contrazione degli appelli d’esame è una situazione comune a tutte le facoltà e va a “colpire” soprattutto chi si è iscritto con un vecchio ordinamento ormai “in scadenza”. La politica di concentrazione dei momenti di verifica sta portando a situazioni di disagio in moltissime facoltà: chi di regola aveva 5 appelli ordinari e 2 appelli straordinari per tutte le materie si è ritrovato quest’anno con un appello ordinario in meno e con l’impossibilità di sostenere esami in quelli straordinari, riservati a fuoricorso e ripetenti. Queste regole stanno generando un circolo vizioso: in questo modo, infatti, è molto più facile andare fuoricorso o essere ripetenti perché non si ha la possibilità di rimediare “in corso” a eventuali battute d’arresto.Ricerca solo per pochi. La Legge Gelmini, all’articolo 18 comma 5, prevede che solo alcune figure possano svolgere progetti di ricerca e partecipare ai gruppi che se ne occupano. Restano fuori – come denuncia il Coordinamento Precari dell’Università – gli assegnisti e chi non è “strutturato”. Ma, come sottolinea Link – Coordinamento Nazionale Universitario, questa situazione tocca anche gli studenti delle lauree triennali che potranno portare avanti soltanto lavori compilativi per la tesi: chi sta svolgendo progetti di ricerca e tesi sperimentali non ha più la copertura legale per farlo e rischia di essere allontanato dai laboratori ed escluso dai gruppi di ricerca. E così: “La riforma che dovrebbe avvicinare gli studenti al mondo del lavoro, in realtà impedisce loro di fare un’esperienza reale di ricerca sperimentale fin dai primi tre anni di università”.Tassati e tartassati. “L’aumento delle tasse è una extrema ratio che non vogliamo prendere in considerazione”. Il ministro Mariastella Gelmini rassicura gli studenti, eppure alcuni atenei hanno già cominciato a ritoccare verso l’alto la retta annuale. Ad esempio il 15 febbraio il Senato Accademico dell’Università di Tor Vergata ha deliberato un aumento indiscriminato delle tasse universitarie per tutti gli studenti nella misura del 13%, indipendentemente dalla condizione economica in cui versano. E questa non sarebbe una conseguenza diretta dell’entrata in vigore della Riforma Gelmini? Ormai dovrebbe essere abbastanza chiaro che le “riforme a costo zero”, specie in un settore delicato e complesso come quello accademico, non esistono e non possono funzionare: un ateneo, proprio come una macchina, ha bisogno di carburante (cioè risorse) per funzionare e di continua manutenzione degli ingranaggi per restare in carreggiata ed evitare di andare in panne. m. massimo repubblica

Sciopero della fame di 3 prof contro la Gelmini

Martedì, 13 Luglio 2010

Pance vuote e digiuno forzato contro i tagli all’Università. Docenti di ogni ordine e grado a partire da oggi deporranno forchette e coltelli e sigilleranno le dispense per dire un no al blocco del turnover e degli stipendi ai giovani ricercatori. E per informare la cittadinanza «Sulla condizione attuale degli atenei italiani e sui pericoli che ne minano la sopravvivenza» hanno scelto una forma di protesta poco chiassosa, ma che difficilmente passerà inosservata: sciopero della fame sul listòn. I pionieri della provocazione, che effettueranno la prima 24 ore di astensione dal cibo, si piazzeranno tra palazzo Moroni e il Bo. Sono tre docenti del dipartimento di Chimica, la locomotiva del dissenso: la ricercatrice Chiara Maccato e i professori ordinari Maurizio Casarin e Giorgio Moro. «Cari colleghi», scrivono nel messaggio che annuncia la protesta «come auspicato nelle mozioni recentemente approvate dalla facoltà di Scienze e dal Senato accademico, riteniamo sia indispensabile informare l’opinione pubblica agendo in maniera incisiva. A tal fine ci facciamo promotori di un’iniziativa di sciopero della fame da parte di ricercatori e professori della nostra Università». La lettera – sottoscritta anche dai docenti Lorenzo Franco e Alberto Gasparotto – dopo la critica al «Ministero che latita rispetto all’obbligo di definizione di procedure concorsuali», annuncia la protesta: «L’iniziativa consiste nella presenza pubblica per 24 ore nella piazzetta tra Comune e palazzo del Bo» previa sistemazione di una tenda, tavolino con sedie, strutture per esposizione di manifesti». I promotori chiedono ai docenti di impegnarsi a gruppi di tre per 24 ore filate. Di aderire allo sciopero ad oltranza che, ribadiscono, «Si svolgerà su base puramente volontaria». Fischio d’inizio della protesta questa mattina alle 10: Maccato, Casarin e Moro saranno i primi tre a stazionare sul listòn un giorno ed una notte senza toccar cibo, consentita solo l’acqua per evitare collassi, data la calura. Rimarranno a disposizione dei cittadini, tenteranno di spiegare alla gente che cosa significa «ddl Gelmini» e «tagli al fondo di finanziamento ordinario dell’Università». Concetti che secondo i docenti devono travalicare le mura delle Università per riversarsi sulle strade. Vogliono che tutti capiscano che se non c’è ricerca non c’è futuro. Tradurre uno slogan in realtà. La protesta che parte oggi da Padova investe sotto altre forme tutte le Università italiane. Ieri a Roma sono stati effettuati esami all’aperto, mentre stasera sarà la volta delle interrogazioni in notturna, «Perché la riforma Gelmini», dicono «mette su una strada professori e ricercatori e fa calare le tenebre sugli atenei». I professori protestano contro tagli, mancate assunzioni dei giovani, blocco dei compensi e per il ridimensionamento della figura del ricercatore.  (f.pesci mattino di padova)

La riforma della giustizia – vignetta Giannelli

Venerdì, 13 Novembre 2009

Riforma dell’Università – ecco il testo del disegno di legge Gelmini

Domenica, 8 Novembre 2009

DISEGNO DI LEGGE

Art. 1.

(continua…)

Più ricercatori più servi della gleba – lettera al Ministro Gelmini tradita dai Baroni universitari

Martedì, 11 Novembre 2008

E’ un boomerang, caro Ministro, il decreto legge sull’Università che reca il suo nome. Non mettendo mani alla riforma dello status di ricercatore, le misure che consentono l’assunzione di altre centinaia di giovani mirano solo ad incrementare il numero dei servi della gleba che la baronia universitaria utilizza per gestire gli insegnamenti. Affermazioni, le nostre, che proviamo ad argomentare. Il ricercatore è un vincitore di concorso che istituzionalmente deve fare ricerca, ma che può essere "anche" utilizzato, previo bando, per l’insegnamento. In tal caso, dopo tre anni può avvalersi del titolo di professore aggregato, ma solo per il periodo dell’insegnamento. Il ricercatore, pertanto, non è un professore. Lo può diventare solo a seguito e durante il corso. Diversamente da quanto affermato da Il Sole 24 ore nella ricerca di ieri, la docenza in Italia è articolata non in tre, ma in due fasce: i professori ordinari e i professori associati. I ricercatori non ne fanno parte, anche se le università per la loro offerta formativa (sic!) non possono prescinderne. Senza l’affidamento di corsi ai ricercatori, la maggior parte delle università italiane dovebbe chiudere i battenti per carenza di organico. In tale incontrovertibile – ma poco nota – situazione, caro Ministro lei ha dato il via libera a nuovi concorsi di ricercatore. Meraviglioso! aumenterà il numero di coloro che sopperiranno alle carenze delle università, che allieveranno il carico didattico di ordinari e associati senza essere professori e senza, spessissimo, guadagnare nulla. E sì, perchè anche questo va detto, le università il più delle volte non prevedono compensi per l’attività di insegnamento, anche se non rientra nei compiti istituzionali del ricercatore. Lo possono tranquillamente fare perchè i ricercatori non hanno alternative. Se non accettano il corso si mettono contro i baroni e l’Università, perdendo ogni possibilità di futura carriera. Dinanzi a questa situazione, solo chi non conosce il concreto funzionamento dell’università può gioire alla notizia che sono stati banditi altri posti per ricercatore. E’ evidente che i giovani che fanno volontariato nelle università si vedono riconosciuta una chance, dinanzi alla disoccupazione è meglio questo che nulla. Ma se la questione viene considerata oggettivamente, è altresì vero che il decreto potenzia la baronia perchè perpetua uno status che non abbia timore ad assimilare a quello dei servi della gleba. Gli ordinari e gli associati, gli unici istituzionalmente deputati ad insegnare, potranno lavorare di meno perchè faranno affidare i corsi, che diversamente dovrebbero tenere personalmente, ai giorvani ricercatori, gratis e sottraendoli alla loro vera occupazione: studiare e fare ricerca. Caro ministro, sia coerente. Se vuole dei ricercatori, abolisca la previsione normativa che consente alle Università di avvalersi dei ricercatori per gli insegnamenti. Se vuole dei ricercatori-docenti, riconosca loro lo status di professori.   

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La sovranità del mercato è alternativa alla democrazia liberale – Leozappa su Formiche

Martedì, 8 Luglio 2008

 

"L’ideale della sovranità del mercato non è un complemento, bensì una alternativa alla democrazia liberale". A dirlo non è Giulio Tremonti, ma Eric Hobsbawn, che così scrive: "di fatto, esso è un’alternativa a ogni sorta di politica, poiché nega la necessità di decisioni politiche, che sono esattamente le decisioni sugli interessi comuni o di gruppo in quanto distinti dalla somma di scelte, razionali o che siano, dei singoli individui che perseguono i propri interessi personali".

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La riforma delle professioni è destinata a fallire

Martedì, 15 Gennaio 2008

            E’ un errore continuare a spiegare il travagliato iter di riforma delle professioni con l’incapacità delle forze politiche di prendere una decisione dinanzi alle posizioni conflittuali degli Ordini e delle Associazioni delle professioni non regolamentate. La soluzione di continuità tra il Governo Prodi e i precedenti esecutivi è netta. Con le c.d. lenzuolate di Bersani e il pacchetto UE della Bonino, il Centrosinistra ha mostrato un decisionismo che non ha precedenti.

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Ammessa la legge di riforma di iniziativa popolare delle professioni intellettuali!

Martedì, 15 Gennaio 2008

3277: questo è il numero con il quale la Presidenza della Camera ha contrassegnato la proposta di riforma delle professioni intellettuali, presentata a dicembre da un comitato di cittadini a cui hanno partecipato tutte le categorie professionali. TEMIS aveva sostenuto la raccolta delle firme, che si è chiusa con quasi 100 mila adesioni. Si tratta di un importante contributo al dibattito politico, perchè la proposta di riforma è stata elaborata tenendo conto del confronto interno alle 26 categorie organizzate in Ordini e Collegi. Cosa faranno adesso i parlamentari?

Riforma delle professioni: raccolte 20.000 firme – aderisci anche tu!

Domenica, 9 Settembre 2007

Anche durante l’estate è continuata la raccolta delle firme per la legge di iniziativa popolare di riforma delle professioni. Il disegno di legge è promosso da un comitato, di cui fanno parte esponenti della società civile e rappresentanti delle categorie professionali. La raccolta delle firme prosegue a settembre. Al momento ne sono state raccolte 20.000 in tutta Italia. L’obiettivo è arrivare a 50.000, è il numero di firme necessario per presentare in Parlamento il testo. Firma anche tu il disegno di legge. TEMIS ne condivide l’ispirazione e il contenuto in quanto la riforma è apartitica e intende offrire un contributo al Parlamento per migliorare il testo del governo. Nel sito troverai altre notizie e commenti.