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Università e società. La fine del pluralismo (by Cofrancesco)

Venerdì, 20 Aprile 2012
Ci sono tanti modi per sopprimere il pluralismo ma quello più indolore consiste nel circondarlo di leggi e di circolari ministeriali che, ispirate all’imparzialità e all’universalità poste a fondamento della comunità democratica, in pratica ne restringono gli spazi irreparabilmente. In questo campo si manifesta, ancora una volta, tutta la potenzialità totalitaria dell’idea di eguaglianza quando essa non nasce dal basso, ovvero dall’interscambio tra concreti individui portatori di interessi e di valori non sempre compatibili, ma viene imposta dall’alto, per decreto di autorità provvide e benefiche. L’autentico pluralismo crea, di continuo, situazioni di ineguaglianza: il fatto stesso di associarsi mette a disposizione dei soci risorse, anche soltanto simboliche, che li rende ‘diversi’ dagli altri e ne fa, talora, dei privilegiati. L’esprit égalitaire non riesce a tollerare queste separatezze che si costituiscono su iniziativa di individui, che condividono certe caratteristiche, e giustamente vi vede l’ombra della ‘discriminazione’. Per questo i giacobini diffidavano dei partiti, delle associazioni economiche, dei salotti, delle accademie: chi vi stava ‘dentro’ era diverso da chi ne rimaneva ‘fuori’e questo si traduceva in un indebolimento della ‘fraternité’. L’esprit libéral, al contrario, non nega che ogni costituzione del “noi” si traduca in una (potenziale) discriminazione verso di “loro” ma ritiene che l’unico rimedio compatibile con la libertà e la dignità degli esseri umani consista nel rendere possibile a tutti organizzare le proprie specificità distinte.In una società pluralista – nel senso occidentale del termine non nel senso orientale e ottomano dove per pluralismo si intendeva la convivenza, più o meno forzata, di comunità chiuse e incomunicabili garantita dal pugno di ferro della Sublime Porta – le cerchie sociali sono tante e ciascuna ha i suoi codici, i suoi costumi, le sue tradizioni. Si prenda quel vasto campo in cui si colloca “il lavoro intellettuale come professione”. Nell’Ottocento c’erano, come nel secolo successivo, camarille letterarie, consorterie politico-intellettuali, giornalisti impegnati, ‘partiti culturali’ma, accanto ad essi, continuavano a vivere istituzioni accademiche e scuole universitarie, che spesso potevano, sì, fornire alla stampa impegnata nel civile personaggi e penne autorevoli ma non si ‘scioglievano’, per così dire, nella feccia di Romolo della lotta per il potere. Testate autorevoli, come le riviste non conformiste del primo Novecento, potevano far entrare aria nuova nei vecchi Atenei della penisola ma i barbogi rappresentanti delle istituzioni accademiche, a ragione o a torto, ci tenevano a distinguere la scienza, in senso lato, dall’engagement culturale, anch’esso da intendere in senso lato.Nel secondo dopoguerra la dissociazione è continuata: da una parte, il mondo universitario, con le sue regole, i suoi concorsi, le sue norme di reclutamento, dall’altra, la political culture, per lo più laica e, in larga misura ,di sinistra e progressista, con le sue riviste, le sue terze pagine, le sue case editrici. Spesso, anche allora, le due dimensioni si intrecciavano sicché autorevoli studiosi, come Norberto Bobbio o Guido Calogero, potevano fare la spola tra i ‘due mondi’ e consolidare il meritato prestigio acquisito anche in virtù della ‘doppia appartenenza’. Quando, però, si trattava di fare entrare nella vecchia casa del sapere nuovo personale docente, non contavano molto le notorietà dovute a una collaborazione continuativa a grandi (o a prestigiose) testate o alla pubblicazione dei propri lavori in collane editoriali molto apprezzate dalla più ampia ‘repubblica dei dotti’ – che non comprendeva certo i soli baroni universitari.Poteva così accadere che a un noto politologo, autore di neologismi entrati nel linguaggio politico italiano e di libri pubblicati da case editrici doc, venissero preferiti studiosi poco noti i cui scritti erano stati consegnati a imprenditori della carta stampata più simili a tipografi che a veri e propri editori. Nella logica della vecchia accademia erano irrilevanti l’indice di notorietà del candidato, le riviste alle quali aveva collaborato e i nomi del suo stampatore – un libro pubblicato dall’editore Brambillone di Casalpusterlengo stava sullo stesso piano di un (esteticamente) raffinato prodotto di Laterza o di Einaudi. In un’età che non conosceva ancora le delizie di Internet poteva capitare di ascoltare una lectio magistralis di un docente di elevata cifra intellettuale e di dover poi faticare per procurarsene i libri giacché i suoi editori erano semisconosciuti (chi non ricorda i diverbi con i librai che, trattandosi di cifre modeste, non avevano nessuna voglia di far ricerche e ordinazioni?). In teoria, chi faceva parte dell’accademia, non poteva escludere, a priori, che una nuova Critica della ragion pratica potesse veder la luce per i tipi del suddetto Brambillone o che su una rivista di un collegio barnabita si potesse leggere un’analisi della filosofia analitica che sarebbe stato meglio pubblicare sulla ‘Rivista di Filosofia’ di Nicola Abbagnano.In molti casi, i cultori appassionati delle scienze, del resto, non avevano nessuna voglia di fare il giro delle redazioni e vendere le loro ‘merci’ a distratti direttori editoriali che, dinanzi a emeriti sconosciuti, affettavano cortesi dinieghi e sorrisi freddi. D’altra parte, quei cultori, se facevano parte di una scuola stimata e rispettata, sapevano bene che la loro carriera dipendeva dai ‘Maestri’ e che questi, tutt’al più, erano disposti a presentare i lavori degli allievi a editori ‘sotto casa’ e specializzati in certi settori tematici (esempio classico, Giuffré per le scienze giuridiche e politiche) ma di sicuro poco presenti in libreria e lontani dagli orizzonti massmediatici. Due esempi mi sembrano non poco significativi. Una studiosa geniale, come Anna Maria Battista, cattedratica di ‘Storia delle dottrine politiche’in una delle più importanti Facoltà di Scienze Politiche del nostro paese, quella della Sapienza di Roma, ha pubblicato monografie fondamentali – sui libertini, sui giacobini, su Tocqueville – con editori noti solo agli addetti ai lavori (Giuffré, QuattroVenti, Jaca Book etc.) eppure ciò non le impedì di vincere un concorso di ordinariato né di venir considerata assieme al grande Luigi Firpo,a Nicola Matteucci e a pochissimi altri uno dei docenti più autorevoli della materia.Lo stesso vale per Mario Stoppino, lo scienziato politico di Pavia allievo ed erede di Bruno Leoni, i cui scritti, che hanno aperto davvero nuove vie alla riflessione sul potere politico e sul metodo delle scienze storico-sociali, sono apparsi presso grandi editori di nicchia (Giuffré) o piccoli editori universitari (Ecig di Genova) o prestigiosi librai-editori (Guida di Napoli etc.) quasi tutti semisconosciuti nei salons dell’intellighentzia interessata all’attualità politica. Qualche anno fa un valentissimo studioso italiano di Benjamin Constant, Stefano De Luca, per pubblicare la sua pregevole monografia sul principe dei liberali francesi della Restaurazione, s’è dovuto rivolgere a un coraggioso, poco noto, editore calabrese (Costantino Marco) giacché nessuno dei grandi nomi dell’editoria italiana se l’era sentita di ‘puntare’ su uno sconosciuto (grazie a quel libro, però, lo ‘sconosciuto’, che ha superato un concorso a cattedra e ora insegna nella storica Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, è stato l’unico italiano invitato a collaborare al ‘The Cambridge Companion to Constant’ edito da Helena Rosenblatt nel 2009).Ricordando queste vicende, non intendo di sicuro fare il processo alla nostra ‘repubblica delle lettere’ ma, al contrario, far rilevare l’esistenza di un ‘pluralismo reale’,fondato su una naturale divisione di risorse e di ‘utilità’. A quanti appaiono spesso nel grande teatro dei dibattiti di ‘politica e cultura’ vanno gli allori della notorietà, i gettoni di presenza, le pingui remunerazioni per gli articoli che scrivono sui grandi quotidiani o gli interventi nelle trasmissioni ‘impegnate’ di maggior successo; a quanti fanno ritirata vita accademica si prospetta una carriera universitaria tutto sommato ben retribuita e la stesura di tomi a ridotta circolazione, destinati ad essere letti prima dai loro commissari concorsuali e poi dai loro studenti. Da una parte il fumo della fama, dall’altra, l’arrosto del posto assicurato che, nel nostro paese, è il sogno nel cassetto dell’80 % degli italiani; da una parte, articoli e interventi brillanti che fanno discutere e spesso danno la stura sui quotidiani a tormentoni che sembrano inesauribili, dall’altra, ricerche filologiche (più o meno utili e riuscite) destinate ad essere citate ‘in nota’ per qualche decina di anni. (Diamo per scontato che i due campi non siano separati da una muraglia cinese e che, ad esempio, un grande filologo classico come Luciano Canfora possa trovarsi a proprio agio sia nell’uno che nell’altro).Fin qui tutto andrebbe ancora bene e sarebbe stolto lamentarsi avendo in vista una società ideale in cui tutti i valori buoni convergono su uno stesso punto (ma poi siamo davvero sicuri che ci piacerebbe?). In Italia, però, c’è un fattore che rende molto problematico il “pluralismo reale” che pur vi si trova : da noi,più che in altri paesi europei, per ragioni storiche che non è qui il caso di ricordare, la political culture contrapposta alla academic culture sembra avere un solo colore, il rosso che può sfumare sino al rosa o accendersi sino al rosso fuoco. Gli intellettuali impegnati appartengono, fin dai tempi del Risorgimento, quasi tutti all’area progressista e fanno parte di una consorteria che, in pratica, decide le linee editoriali delle grandi case (anche quando appartengono a Silvio Berlusconi), dei grandi magazine, delle trasmissioni radiofoniche e televisive che “fanno cultura”. E’ difficile entrare nel ‘sistema’ per chi non fa parte della ‘comunità dei credenti’, e quei pochi che ci sono riusciti (come Marcello Veneziani) sembrano fungere solo da ‘alibi pluralisti’. Mediocrissimi studiosi, seguaci di mode culturali effimere, come il republicanism, in quanto sono dei “nostri”, possono così pubblicare qualsiasi sbrodolatina retorica con gli editori di Benedetto Croce e di Rosario Romeo, di Antonio Gramsci e di Luigi Einaudi, di Gaetano Salvemini e di Adolfo Omodeo.Un esito triste e malinconico di una grande stagione letteraria e filosofica, non c’è che dire: ma anche qui, per un liberale, non ci sono rimedi possibili e praticabili. Se le stelle del firmamento editoriale sono stelle cadenti peggio per loro,non si può, certo, imporre la ‘qualità’ dei manufatti letterari e scientifici per decreto legge.Sennonché, si avvertiva da tempo che dell’esistente non ci si accontentava più, che la sindrome dell’asso pigliatutto si stava impadronendo degli animi e che, con la crescente insoddisfazione per quello che si ha e si è, si assisteva alla liquidazione(non si sa quanto inconsapevole o programmata) del pluralismo: agli intellettuali militanti, invitati e celebrati nei Convegni, esaltati sulle terze pagine, discussi a Fahrenheit, non bastava più il palcoscenico mediatico. Ma come?, constatavano masticando amaro, l’aver pubblicato tre/quattro libri con Laterza non dovrebbe dare un maggior diritto a occupare una cattedra universitaria rispetto a quanti, nei concorsi, presentano libri del CET (Centro Editoriale Toscano) o dell’Editoriale Scientifica di Napoli? Dagli oggi, dagli domani, questa logica sembra essere stata pienamente recepita dal legislatore. Per evitare gli arbitri concorsuali, il Ministero ha redatto un elenco minuzioso di case editrici e di riviste, disposte in ordine di rilevanza scientifica, che dovrebbe assicurare parametri di obiettività nei giudizi comparativi sui candidati. Non più le valutazioni a casaccio, non più la discrezionalità dei commissari, non più il doppiopesismo: ormai si è tutti eguali davanti alla legge e le logiche separate che tenevano in vita il pluralismo culturale vanno cancellate.Come capita, però, spesso in Italia, l’eguaglianza e l’universalismo sono taroccati :la legge che vale ‘erga omnes’, infatti, non viene dettata dall’interesse generale, dal ‘bonum commune’ (posto che esista) ma dalla ‘ragion sociale’ della ‘pars sanior’, dei “pochi ma buoni” che mettono la conoscenza al servizio dell’Umanità – ovvero traducono il sapere in programmi politici – e che vengono riconosciuti dalla stampa e dalla TV come i nuovi principi della Repubblica delle Lettere. A partire dalla riforma universitaria, infatti, saranno i riflettori massmediatici, l’attenzione riservata agli autori sui domenicali vari, il numero di interviste rilasciate ai ‘canali televisivi intelligenti’, a mettere gli studiosi in cattedra : ai commissari resterà una sola funzione, quella notarile. E’ il sogno eterno dei giacobini di ogni colore: eliminare ogni tipo di ‘discrezionalità nei rapporti sociali e affidare tutto alle leggi e alle loro ‘norme attuative’, senza essere minimamente sfiorati dal dubbio che possa esserci un legame ‘naturale’ tra libertà e discrezionalità
In un’ottica liberale, che si esercitino ‘influenze’, che si formino grumi sociali di ineguaglianza, che alcuni (giornali, editori etc.) contino de facto più di altri non può essere oggetto di lamentazione. E non lo può in base al principio che, per quanto spiacevoli e deprecabili siano le ineguaglianze, che si costituiscono nella ‘società civile’, esse risultano sempre preferibili alle eguaglianze imposte dall’alto, per decreto legge e destinate, pertanto, a ricreare altre ineguaglianze e altri privilegi : quelli degli ingegneri sociali incaricati, appunto, di renderci tutti uguali.Quello che è intollerabile, invece, è che le risorse a disposizione dei detentori del ‘potere intellettuale’ (redazioni, TV, case editrici) di una stagione storica diventino parametri di valutazioni che passano per oggettivi e imparziali sicché quanti, ad esempio, hanno libero accesso alle edizioni del ‘Mulino’possono considerarsi, ipso facto, in pole position per il reclutamento universitario. Ci si chiede, però, come faccia uno stato di diritto a conferire un potere riconosciuto, sia pure indirettamente, dalle leggi – il mio libro edito dal Mulino ha più valore del tuo edito da Brambillone – a decisori che sono stati cooptati in una redazione, più che per i loro meriti scientifici , per il loro schieramento ideologico-culturale. (il che non significa necessariamente ‘di partito’). Nulla vieta, beninteso, che del Comitato scientifico di Laterza possa far parte legittimamente anche il tesoriere del SEL o del PD a patto, tuttavia, che quel Comitato non costituisca quasi una pre-commissione concorsuale, tenuta a trasmettere i suoi ‘atti’ – ovvero i testi col marchio della fabbrica libraria à la page – a quella nominata dal Ministero.Facendo parte della corporazione dei (presunti) baroni universitari, so bene che gli Atenei non sono più quelli ereditati dall’età giolittiana e sopravvissuti (in parte) alla dittatura fascista. Demagogia e università di massa hanno fatto a pezzi la serietà degli studi, hanno svuotato il valore dei diplomi di laurea, hanno rinunciato a esigere dai docenti un impegno didattico e scientifico all’altezza dei tempi. Sentendo parlare certi colleghi, mi viene da pensare, talora, che la loro preparazione non sia superiore a quella dei miei vecchi professori di scuola media. Nessuno di questi avrebbe accettato di far da relatore a un allievo che, sostenendo con me il suo ultimo esame (‘Storia del pensiero politico’), prima della discussione della tesi, mi aveva risposto che non sapeva nulla di John Locke, del costituzionalismo inglese e della Gloriosa Rivoluzione del 1688 giacché si stava laureando in Storia contemporanea non….in Storia moderna! Detto questo, però, ribadisco che non c’è illusione più fatale e pericolosa di quella che vuol raddrizzare i costumi con le leggi e far corrispondere all’aumento dei segni di decadenza un aumento parallelo delle norme intese a’ porre un freno’ alla deriva morale dei tempi. E’ una lezione che aveva già dato Alessandro Manzoni nel capitolo sui Promessi Sposi in cui si parla delle grida contro i bravi ma i nostri governanti non sembrano averne fatto tesoro.Invece di ridurre drasticamente il numero dei ‘baroni’ degeneri, eliminando sul serio le facoltà inutili (a cominciare da quelle periferiche) e la moltiplicazione dei pani e dei pesci degli insegnamenti e dei corsi di laurea, i nostri illuminati ministri hanno preferito non toccare i privilegi dei professori – tanto, con l’età,è il loro calcolo, molti se ne andranno in pensione – ma li hanno privati di ogni potere e di ogni discrezionalità valutativa. Chiaramente i docenti non ispirano più alcuna fiducia e, pertanto, non si può più correre il rischio che considerino un saggio pubblicato (per caso) sui ‘Quaderni del Tempietto’ dei Salesiani di Cornigliano più profondo di un’analisi ospitata nei ‘Quaderni di Scienza politica’ fondati dal compianto Mario Stoppino. Mala tempora currunt ma quel che più spiace e fa tristezza è l’applauso dei garantisti, di quanti, equivocando Montesquieu, pensano che più leggi ci sono, più protetti e più liberi ci ritroviamo. Finalmente, esultano, abbiamo regolamenti oggettivi e imparziali ! E quale intima gioia non procura loro la norma che, nella formazione delle commissioni universitarie e nella redazione delle riviste e delle collane editoriali ‘accreditate’ dagli esperti nominati dal Ministero della P:I. e dell’Università, debbono figurare professori stranieri! Ma tale disposizione può davvero costituire una garanzia di serietà e di rigore per i nostri studi superiori? Farebbero un prezioso acquisto in Italia le scienze umane se uno dei nostri maître-à-penser – di quelli che scrivono su ‘Repubblica’ e su ‘Micromega’ e che pubblicano da Laterza qualsiasi cosa venga loro in mente – riuscisse a far cooptare in qualche redazione un suo corrispondente francese o qualche violino di spalla della filosofia rawlsiana, incontrato alla Columbia University? Chi sia lo straniero che fa status, e in base a quali criteri sia stato scelto dai responsabili del periodico e della casa editrice ,che per questo vengono così apprezzati dalle autorità scolastiche, non sembra avere alcuna importanza. E in effetti non ce l’avrebbe se la sua presenza o la sua assenza non facesse collocare, per legge, la rivista in una fascia superiore o in una inferiore.Nella società aperta non ci sono poteri de facto i cui deliberati legis habent vigorem: le decisioni vincolanti per tutti, debbono essere assunte da figure”pubbliche” reclutate in base a precise normative e tenute a rispondere del loro operato, in caso di comportamenti arbitrari e discriminativi, davanti alla magistratura. Se un direttore editoriale, pubblicando il libro di Tizio, dà a Tizio un punteggio concorsuale superiore a quello di Caio – che presenta un libro pubblicato da una casa di serie C – quel direttore editoriale si ritrova a svolgere un ruolo ‘ufficiale’ che non può non porre problemi di legittimità (chi gli ha affidato un incarico così importante?) e di controllo (come garantirsi da eventuali favoritismi?). Ancora una volta, in Italia, tra la ‘via liberale’ e la ‘via statalista’ si interpone la ‘terza via’: nessuna interferenza dello Stato nella nomina di uno staff editoriale – affidata al mercato, a considerazioni di opportunità, a legami familiari, a vincoli di appartenenza ideologica etc. – ma rilevanza pubblica alle decisioni prese dallo staff. Che nella presunta patria del diritto nessun giudice, nessun giurista abbia rilevato tale anomalia la dice lunga sulla nostra civic culture!In realtà, una commissione concorsuale che si rispetti, anche senza i parametri degli esperti ministeriali, prenderebbe in seria considerazione un libro pubblicato dal Mulino ma non sarebbe tenuta a concludere che basti il marchio di fabbrica della premiata ditta bolognese per farlo ritenere superiore al libro pubblicato da Brambillone di Casalpusterlengo; la presenza di uno studioso straniero in un comitato redazionale attesta una indubbia apertura intellettuale agli scambi e alla collaborazione internazionale ma non garantisce, in quanto tale, il raggiungimento dell’obiettivo – il reciproco arricchimento dei saperi che si confrontano e si trasmettono. Poiché di studiosi stranieri mediocri ce ne sono tanti (almeno quanti se ne trovano nel nostro paese), il prestigio di una pubblicazione non è assicurato dagli apporti esterni ma dal valore scientifico dei suoi collaboratori, che potrebbero essere, indifferentemente, in parte italiani e in parte stranieri o, al contrario, tutti italiani. Tra una rivista che avesse un comitato direttivo composto da quattro italiani, due francesi e due tedeschi, tutt’e otto di scadente qualità intellettuale, e un’altra con un direttivo composto da otto italiani, tutti studiosi di cifra elevata, in base alle norme ministeriali, la prima dovrebbe venir considerata più ‘virtuosa’ della seconda. Ha davvero senso tutto questo? Spero proprio, per il bene del nostro paese, di non essere il solo a farsi la domanda. Se le riforme pensate in Italia ci facessero unicamente sprofondare nel ridicolo, potremmo anche sopportarle e fare buon viso a cattivo gioco ma, purtroppo, da noi il ridicolo è sempre, per citare il Canto XIII dell’Inferno dantesco, un “tristo annunzio di futuro danno”. d. coafrancesco annali del centro pannunzio via loccidentale

Pilato e l’abolizione del valore legale del titolo di studi (by Leozappa)

Domenica, 1 Aprile 2012
E´ stata lanciata la consultazione web sulla abolizione del valore legale del titolo di studio. Ne “Il ‘Crufige!´ e la democrazia”, Gustavo Zagebrelsky denuncia la decisione di Pilato di rimettere alla piazza la liberazione di Barabba o Gesù. Sappiamo come è andata a finire. Ha vinto chi era meglio organizzato e gridava di più. Non ha trionfato la giustizia, ma la forza. Ora, a che titolo i risultati della consultazione web possono essere fonte di legittimazione per il Governo? Il web è un fantastico terreno di coltura per gli zeloti del XXI secolo: è il regno dei contatori: è, tipicamente, preordinato a registrare la vittoria di chi grida e non di chi ha ragione, della quantità e non della qualità. Può un governo tecnico vincolarsi all´opinione pubblica? Delle due, l´una: o la questione della abolizione del valore legale del titolo di studi è politica e allora, almeno in via di principio, non dovrebbe essere affrontata dal governo tecnico; o è tecnica e, allora, non dovrebbe essere soggetta ad una verifica di consenso (per di più, mediatico). Se è vero che la società post-moderna rinnega il reale a favore del consenso, è altresì vero che il consenso può essere fonte di legittimazione solo se “misurabile” sulla base di regole preventivamente definite. La storia insegna che il metodo Pilato ha avuto un grande successo nei regimi non propriamente democratici. E´ per questo che, anche quando sussistono le migliori intenzioni, non può essere avallato. Io non voterò perché qui – ancora prima del già rilevante oggetto della consultazione (l´abolizione del valore legale del titolo di studio) che meriterebbe, secondo i principi della democrazia partecipativa, un dibattito informato prima della consultazione pubblica – ad essere messe in discussione sono le stesse regole del gioco democratico. A prescindere dai risultati, una massiccia partecipazione alla consultazione web segnerebbe il trionfo del metodo Pilato. Ed è un rischio, questo, che non possiamo permetterci di correre. A.m.leozappa formiche.net

Quelle risate tra nemici che l’Italia non capisce

Lunedì, 26 Marzo 2012

La foto. Lui ha gli occhiali, i capelli bianchi, il sorriso quasi tenero e la guarda senza girare del tutto il volto, comunque divertito, spezzando per un attimo ogni traccia di austerità.

 
Lei è più alla mano, si vede, la testa è leggermente tirata indietro, la risata è più vera- non ha le inibizioni dell’uomo – con le meches, il collo arrossato e gli occhi chiusi che non trattengono l’allegria. Lei ha davanti l’acqua, lui un bicchiere di vino mezzo vuoto (o mezzo pieno). Davanti, come dimenticato, un vassoio di dolci, s’intravedono tre marron glacè. La foto, si diceva, e uno potrebbe pensare che come questa se ne sono viste tante. È una pausa conviviale sul lago di Como, a Cernobbio, durante un forum della Confcommercio, solo che un attimo dopo l’anomalia si fa evidente, c’è qualcosa che non torna, non nella foto, ma nell’atmosfera. Quei due ridono. Ridono, porca della miseria. Come se tutto il resto non esistesse o stesse dall’altra parte della parete, sul palcoscenico, lì dove si apre il sipario della finzione e, come cantava il Caruso di Dalla, ogni dramma è un falso. Lì, nella contea nordica dei Gallio, nobiltà scomparsa, la politica arriva solo come un rumore di scena. Fuori c’è un mondo, con il suo canovaccio dove ogni commediante ha la sua parte e recita a soggetto, e gli spettatori si accapigliano e rumoreggiano,tifando per l’uno o per l’altra, discettando di diritti e morale, come se quelle parole e quei gesti fossero vita. E il bello è che gli spettatori siete voi. Siamo noi. Ecco cosa c’è di stralunato in quella foto. Lui sorride, lei ride. E i due sono Mario Monti e Susanna Camusso.Allora a noi spettatori all’improvviso increduli viene con un po’ difastidio da urlare:ma che ridete? Che c’avete da ride . Non c’era là, fuori da Cernobbio, il muso a muso sull’articolo 18? Che fine ha fatto la contraddizione insanabile sulla riforma del lavoro, con la Cgil che evoca i fantasmi dell’operaio massa e il governo dei tecnici con il loro bagaglio di cattedre bocconiane, di buona borghesia metropolitana e nordista, di regolamentari camicie azzurre e giacche blu libere finalmente dal rigore invernale del loden? Non c’è.O meglio,esiste come rappresentazione. È simbolismo, è narrazione, è interessi, è identità, è senza dubbio soldi e perfino sopravvivenza, custodia della poltrona, che poi è l’istituzionalizzazione del ruolo. Ma la vita è altrove. Questo non significa che la politica sia solo un’inutile menzogna, ma che quando si presenta nuda, senza i costumi,spiazza l’elettorespettatore. La foto di Cernobbio è un fuori onda. E sembra irreale perché abbiamo bisogno dei nostri mostri. È chi sta dall’altra parte del palcoscenico che sente il bisogno di mettere la maglietta con scritto «la Fornero al cimitero». Sono per noi i litigi a cena con gli amici su destra e sinistra. È al di là del teatro che gli antiCav disprezzano i Cav. Questo non capita ai commedianti. O davvero credete che Di Pietro sia l’acerrimo nemico di Berlusconi? No, anzi, Tonino per un momento ha tremato quando il Cav ha lasciato Palazzo Chigi.Si è sentito come l’attore a cui stavano sforbiciando la parte. È come nell’epopea dei Pupi siciliani. A cosa serve Gradasso senza Orlando o Agrimante senza Rinaldo? È così che Di Pietro senza Berlusconi deve inventarsi un altro canovaccio. Solo qualche volta capita che l’antipatia personale, la vita, prenda il sopravvento sulla messinscena. Accadde con Berlinguer e Craxi, e questo segnò il destino della sinistra italiana. È successo nel divorzio tra Fini e il Cavaliere. Un colpo di scena irrazionale dove l’attore per una volta ha vinto sul personaggio. Non si sopportavano più, non si vedevano,urticanti l’uno per l’altro, senza fiducia, senza rispetto. Il paradosso è che critici e spettatori fecero di tutto per far credere che quel litigio fosse solo un’improvvisazione, un artificio, la brutta storia di cinici sceneggiatori.
Videro la vita e pensarono fosse teatro, magari perché troppo abituati al teatro. E invece non sarà facile vedere Silvio e Gianfranco ridere come Susanna e Mario. La foto, appunto. Se qualcuno di voi si è chiesto, allora, cosa avesseroda ridere lui e lei non deve pensare nulla di male. È quello che accade nel retrobottega del Palazzo. Certo, può anche accadere che due attori non si sopportino davvero. Succede, succede spesso, anche a Hollywood, ma non ha nulla a che fare con la politica. La politica la fate voi, non loro. Voi, spettatori, potete togliere il saluto a un condomino per una scelta di campo, per un commento in più. Non loro. La bella, disillusa verità è che in politica di solito nessuno si odia. V. Macioce ilgiornale

Art. 18, la riforma non potrà essere approvata prima delle elezioni

Lunedì, 26 Marzo 2012

Complice anche la pausa pasquale, l’iter della riforma non potrà iniziare sul serio prima del 21 maggio, cioè fin quando non saranno stati votati i ballottaggi delle amministrative: nessun partito, sino a quel momento, cederà un millimetro su un tema esplosivo come quello del lavoro. Come sempre, poi, le Camere dovranno dare la precedenza ai decreti in scadenza. E se la riforma non sarà già in fase avanzata prima della pausa estiva, il problema si farà serio. Perché alla ripresa autunnale senatori e deputati saranno alle prese con la sessione di bilancio, ma soprattutto perché a settembre sarà iniziata la campagna elettorale per le politiche. Tirando le somme Maurizio Gasparri, che di lavori parlamentari qualcosa ne mastica, ritiene che ci sia «una possibilità su cento che le nuove norme sul lavoro possano vedere la luce». da f. carioti libero

10 Premi Nobel contro il pareggio di bilancio in Costituzione (ma nessuno ne parla!)

Mercoledì, 21 Marzo 2012

Il 6 marzo, la Camera ha approvato in seconda lettura, il disegno di legge che introduce il vincolo del pareggio di bilancio nella Costituzione italiana. La nuova normativa prevede l’equilibrio tra entrate e uscite anno per anno, contraddicendo così uno degli elementi cardini dell’economia keynesiana, ovvero il raggiungimento dell’equilibrio in un intero ciclo economico. Fa un passo avanti decisivo, quindi, la costruzione di quella “Europa tedesca” voluta dal nuovo patto fiscale, promosso dalla cancelliera Merkel, sulla base di una errata analisi della crisi europea, tutta concentrata sull’ipotesi che essa sia dovuta alla “prodigalità” dei paesi periferici (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna). Abbiamo invece visto che tale ipotesi è contraddetta dai fatti, come si ostinano a sottolineare molti economisti. Il testo tuttavia presenta alcuni alleggerimenti al fine di tenere conto del ciclo economico. Come si può leggere sul sito della Camera: In particolare, le novelle all’art. 81 della Costituzione, che detta regole sulla finanza pubblica e sulla formazione del bilancio, sanciscono il principio del “pareggio di bilancio”, in base al quale lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle diverse fasi – avverse o favorevoli – del ciclo economico. Si prevede tuttavia una eventuale deroga alla regola generale del pareggio, stabilendo che possa consentirsi il ricorso all’indebitamento solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e al verificarsi di eventi eccezionali, che possono consistere in gravi recessioni economiche; crisi finanziarie e gravi calamità naturali. Per circoscrivere e rendere effettivamente straordinario il ricorso a tale deroga, si dispone che il ricorso all’indebitamento connesso ad eventi eccezionali sia autorizzato con deliberazioni conformi delle due Camere sulla base di una procedura aggravata, che prevede un voto a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti. Viene comunque a cadere la possibilità di un fine tuning del ciclo economico attraverso la spesa pubblica che gli economisti keynesiani americani hanno spesso sollecitato nel dopoguerra. Si deve inoltre tenere conto che l’Italia, in quanto membro dell’Eurozona, non ha più alcuna possibilità di intervento sulla politica monetaria, quindi sul tasso di interesse e sul controllo della base monetaria, altro strumento principe del fine tuning. La modifica va poi letta nel contesto europeo del “fiscal compact”, che obbligherà il nostro paese al rientro dal debito fino a raggiungere la ratio del 60% sul Pil e l’impossibilità di produrre deficit oltre lo 0,5%. Ciò che il premier britannico David Cameron, pur sostenitore dell’austerity, ha definito “proibire Keynes per legge” Nulla viene inoltre detto rispetto all’obiettivo finale dell’intervento pubblico teorizzato nella macroeconomia keynesiana, ovvero la piena occupazione. Anche gli Stati Uniti, nel 2010, si sono trovati di fronte ad una proposta simile, avanzata dai Repubblicani. La proposta avveniva in un quadro in cui l’Amministrazione Obama procedeva a stimoli economici che hanno portato allo sfondamento del “tetto” del debito pubblico, che ha raggiunto il 100% sul Pil, il più alto debito pubblico della storia del Paese dalla seconda guerra mondiale. Nonostante questo quadro la proposta è stata rigettata dall’Amministrazione progressista ed è stata oggetto di un duro e circostanziato dibattito. Tra gli altri, quattro premi Nobel, affiancanti da altri economisti di prestigio, scrissero un appello contro il pareggio di bilancio nel quale si affermava:

Una modifica [costituzionale] che introduce il pareggio di bilancio avrebbe effetti perversi di fronte alla recessione. In una recessione economica le entrate fiscali cadono mentre alcune uscite, come ad esempio l’indennità di disoccupazione, aumentano … Mantenere il bilancio in pareggio ogni anno aggraverebbe le recessioni. [...]

Induce inoltre a manovre contabili dubbie (come la vendita di terreni pubblici e altre attività, contando i proventi come entrate a riduzione del disavanzo), e altri trucchi di bilancio. Le controversie sul significato di pareggio di bilancio probabilmente finirebbero nei tribunali, con una politica economica che finirebbe sotto il controllo della magistratura. [...] Anche durante le espansioniun vincolo di spesa potrebbe danneggiare la crescita economica, perché l’aumento dei rendimenti derivanti da investimenti, anche quelli interamente pagati con entrate aggiuntive, sarebbe considerati incostituzionali, se non compensati da altre riduzioni di spesa. L’appello, firmato tra gli altri dai Nobel Kenneth Arrow, Peter Diamond, Eric Maskin, Robert Solow mette in evidenza gli effetti perversi del vincolo del pareggio di bilancio, sia in un periodo di recessione che di espansione. Come il caso italiano, anche quello americano prevedeva alcune scappatoie, ma i Nobel sottolineavano che le procedure rafforzate “sono ricette per la paralisi.” Come si è già detto, di vincolo di bilancio non si è più parlato negli USA per l’opposizione ferma del Presidente Obama, del Partito Democratico e di larga parte degli economisti. L’Europa invece ha ormai imboccato una strada opposta, legandosi progressivamente le mani proprio nel momento in cui è necessaria una politica economica coraggiosa ed espansiva. E lo ha fatto con un vincolo costituzionale imposto ai paesi membri che avrà conseguenze sull’azione di qualsiasi governo futuro.

Tratto da http://keynesblog.com/2012/03/07/pareggio-di-bilancio-in-costituzione-litalia-proibisce-keynes-per-legge-gli-usa-no/

L’appello dei premi Nobel al Presidente Obama contro il pareggio di bilancio in Costituzione.

Cari presidente Obama, presidente Boehner, capogruppo della minoranza Pelosi, capogruppo della maggioranza Reid, capogruppo della minoranza al Senato McConnell,

noi sottoscritti economisti sollecitiamo che venga respinta qualunque proposta volta ad emendare la Costituzione degli Stati Uniti inserendo un vincolo in materia di pareggio del bilancio. Vero è che il Paese è alle prese con gravi problemi sul fronte dei conti pubblici, problemi che vanno affrontati con misure che comincino a dispiegare i loro effetti una volta che l’economia sia forte abbastanza da poterle assorbire, ma inserire nella Costituzione il vincolo di pareggio del bilancio rappresenterebbe una scelta politica estremamente improvvida. Aggiungere ulteriori restrizioni, cosa che avverrebbe nel caso fosse approvato un emendamento sul pareggio del bilancio, quale un tetto rigido della spesa pubblica, non farebbe che peggiorare le cose.

1. Un emendamento sul pareggio di bilancio avrebbe effetti perversi in caso di recessione. Nei momenti di difficoltà economica diminuisce il gettito fiscale e aumentano alcune spese tra cui i sussidi di disoccupazione. Questi ammortizzatori sociali fanno aumentare il deficit, ma limitano la contrazione del reddito disponibile e del potere di acquisto. Chiudere ogni anno il bilancio in pareggio aggraverebbe le eventuali recessioni.

2. A differenza delle costituzioni di molti stati che consentono di ricorrere al credito per finanziare la spesa in conto capitale, il bilancio federale non prevede alcuna differenza tra investimenti e spesa corrente. Le aziende private e le famiglie ricorrono continuamente al credito per finanziare le loro spese. Un emendamento che introducesse il vincolo del pareggio di bilancio impedirebbe al governo federale di ricorrere al credito per finanziare il costo delle infrastrutture, dell’istruzione, della ricerca e sviluppo, della tutela dell’ambiente e di altri investimenti vitali per il futuro benessere della nazione.

3. Un emendamento che introducesse il vincolo del pareggio di bilancio incoraggerebbe il Congresso ad approvare provvedimenti privi di copertura finanziaria delegando gli stati, gli enti locali e le aziende private trovare le risorse finanziarie al posto del governo federale. Inoltre favorirebbe dubbie manovre finanziarie (quali la vendita di terreni demaniali e di altri beni pubblici contabilizzando i ricavi come introiti destinati alla riduzione del deficit) e altri espedienti contabili. Le controversie derivanti dall’interpretazione del concetto di pareggio di bilancio finirebbero probabilmente dinanzi ai tribunali con il risultato di affidare alla magistratura il compito di decidere la politica economica. E altrettanto si verificherebbe in caso di controversie riguardanti il modo in cui rimettere in equilibrio un bilancio dissestato nei casi in cui il Congresso non disponesse dei voti necessari per approvare tagli dolorosi.

4. Quasi sempre le proposte di introduzione per via costituzionale del vincolo di pareggio di bilancio prevedono delle scappatoie, ma in tempo di pace sono necessarie in entrambi i rami del Congresso maggioranze molto ampie per approvare un bilancio non in ordine o per innalzare il tetto del debito. Sono disposizioni che tendono a paralizzare l’attività dell’esecutivo.

5. Un tetto di spesa, previsto da alcune delle proposte di emendamento, limiterebbe ulteriormente la capacita’ del Congresso di contrastare eventuali recessioni vuoi con gli ammortizzatori gia’ previsti vuoi con apposite modifiche della politica in materia di bilancio. Anche nei periodi di espansione dell’economia, un tetto rigido di spesa potrebbe danneggiare la crescita economica perche’ gli incrementi degli investimenti ad elevata remunerazione – anche quelli interamente finanziati dall’aumento del gettito – sarebbero ritenuti incostituzionali se non controbilanciati da riduzioni della spesa di pari importo. Un tetto vincolante di spesa comporterebbe la necessita’, in caso di spese di emergenza (per esempio in caso di disastri naturali), di tagliare altri capitoli del bilancio mettendo in pericolo il finanziamento dei programmi non di emergenza.

6. Per pareggiare il bilancio non è necessario un emendamento costituzionale. Il bilancio non solo si chiuse in pareggio, ma fece registrare un avanzo e una riduzione del debito per quattro anni consecutivi dopo l’approvazione da parte del Congresso negli anni ’90 di alcuni provvedimenti che riducevano la crescita della spesa pubblica e incrementavano le entrate. Lo si fece con l’attuale Costituzione e senza modificarla e lo si può fare ancora. Nessun altro Paese importante ostacola la propria economia con il vincolo di pareggio di bilancio. Non c’è alcuna necessità di mettere al Paese una camicia di forza economica. Lasciamo che presidente e Congresso adottino le politiche monetarie, economiche e di bilancio idonee a far fronte ai bisogni e alle priorità, così come saggiamente previsto dai nostri padri costituenti.

7. Nell’attuale fase dell’economia è pericoloso tentare di riportare il bilancio in pareggio troppo rapidamente. I grossi tagli di spesa e/o gli incrementi della pressione fiscale necessari per raggiungere questo scopo, danneggerebbero una ripresa già di per sé debole.

Firmato:

KENNETH ARROWpremio Nobel per l’economia 1972
PETER DIAMOND,  premio Nobel per l’economia 2010
WILLIAM SHARPEpremio Nobel per l’economia 1990
CHARLES SCHULTZEconsigliere economico di J.F. Kennedy e Lindon Johnson, animatore della Great Society Agenda 
ALAN BLINDERdirettore del Centro per le ricerche economiche della Princeton University
ERIC MASKINpremio Nobel per l’economia 2007
ROBERT SOLOWpremio Nobel per l’economia 1987
LAURA TYSONex direttrice del National Economic Council
 
http://www.senzasoste.it/economia/l-appello-dei-premi-nobel-contro-il-pareggio-di-bilancio
via scienzeumanegiudici
 

La retorica dell’inglese per tutti (by Gregory)

Giovedì, 8 Marzo 2012

Mentre la conoscenza e la pratica della lingua italiana regredisce nelle nostre scuole medie e la capacità di comprendere un testo scritto è sempre più ridotta negli adulti, si apre il miraggio dell’inglese come lingua comune dalle scuole alberghiere all’università: tutti dovranno parlare inglese, i portieri d’albergo come i professori, almeno per i dottorati di ricerca. Questo lo strumento essenziale per modernizzare e internazionalizzarele nostre malconce università, secondo le magnifiche sorti progressive prospettate dal ministro Profumo, raccogliendo ampi consensi soprattutto nei luoghi dedicati all’insegnamento politecnico e manageriale. Proprio perché da questi ambienti viene la proposta di lasciare la lingua italiana per l’inglese (povera lingua, ridotta a un modesto basic ), l’auspicata modernizzazione e l’internazionalizzazione sono finalizzate al rapporto con le imprese che, del progetto (addirittura definito «progetto Paese»), è «l’aspetto più importante». In quella stessa prospettiva si pone l’Anvur, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario della ricerca, che propone i parametri per valutare quello che, significativamente, è definito «prodotto», termine usato per indicare il risultato della ricerca scientifica. Prodotto perché quantitativamente valutabile in base a criteri bibliometrici, cioè al «successo», identificato con il numero di citazioni nel giro di pochi anni. Dunque università, prodotto, impresa: questo il circolo «virtuoso» che si pensa di promuovere con la mediazione dell’inglese, come se il valore della ricerca e dell’insegnamento dipendesse dalla lingua in cui si esprime. Purtroppo gli alfieri della modernizzazionee dell’internazionalizzazione esclusivamente legate all’uso dell’inglese (nessun cenno alla qualità dell’insegnamento) non si limitano ai loro rispettabili campi disciplinari, ma sembrano offrire la loro ricetta come panacea universale da applicare anche a quelle forme di insegnamento e di studio che non forniscono «prodotti» per le imprese, ma cultura come sapere disinteressato capace di formare l’uomo libero, collocandolo fuori dall’angoscia del successo economico e del profitto immediato. Cultura che se è tale non «produce» beni di consumo (o comunque ne prescinde), ma vuole promuovere l’educazione della persona e del cittadino, renderlo capace di godere di beni immateriali, una poesia, un quadro, uno spettacolo (invece il Miur, fissando norme per i progetti di ricerca 2011-2013, nell’unico rapido accenno al patrimonio culturale, si preoccupa di precisare che esso deve essere studiato per la sua «valorizzazione come generatore di attività economiche»). In realtà, anche in termini di sviluppo economico, la cultura «disinteressata» nel tempo lungo apre ben più positive prospettive rispetto al «prodotto» di pronto uso e si afferma come essenziale motore di creatività e di crescita in ogni settore del Paese. E poiché si è parlato- come segno di internazionalizzazione – della crescente presenza di studenti cinesi nelle nostre università, andrà ricordato che sin qui la maggiore attrattiva della cultura italiana e il maggior contributo del nostro Paese allo sviluppo della Repubblica Popolare Cinese è costituito dall’importanza paradigmatica dei nostri studi di diritto romano, assunti come modello per il processo di codificazione avviato in quel Paese con la traduzione in cinese di tutto il Corpus iuris, compresi i fragmenta: non sono un «prodotto», ma la testimonianza del valore della nostra cultura classica e giuridica e del suo prestigio internazionale; fra l’altro agli studenti dell’Estremo Oriente non insegniamo l’inglese – che conoscono benissimo – ma il latino. La verità è che gli studi umanistici, classici, letterari, filologici, storici- nei quali l’Italia occupa ancora un posto di primo piano – sono del tutto fuori dagli orizzonti di coloro che da decenni hanno governato e governano la nostra scuola e i nostri enti di ricerca. Le prove sono infinite: non solo è significativo che parlando di eccellenza nella ricerca non vengano mai ricordati gli studi umanistici (pure nel Cnr essi sono al vertice della valutazione da parte di un’apposita commissione internazionale), ma nella scuola media si è proceduto alla sistematica riduzione del numero di ore dedicate al loro insegnamento, con una totale insensibilità per la caduta nella conoscenza della lingua italiana (ne è ultimo esito il miserabile stile di gran parte delle tesi di laurea) e l’accantonamento del problema dell’analfabetismo di ritorno.  Si dimentica che, senza una scuola efficiente, dotata di laboratori e biblioteche(non bastano l’iPad e l’ebook signor ministro), con professori adeguatamente retribuiti (almeno come i commessi della Camera), con forti processi selettivi e incentivi che assicurino la mobilità sociale, non vi è riforma universitaria che regga, anzi non vi sono cultura e vita civile.  È in questo settore che vanno indirizzati gli investimentie non v’è internazionalizzazione se il nostro Paese resta ai livelli più bassi nelle spese per l’istruzione e per la ricerca senza un impegno prioritario per la scuola preuniversitaria, struttura portante di un Paese moderno.  Cerchiamo di formare cittadini colti attraverso percorsi scolastici rigorosi: saranno anche migliori i «prodotti» per le imprese. (T. Gregory Corriere delle sera)

Popper, senza speranza per l’Università italiana

Domenica, 26 Febbraio 2012

Del mercato dovrebbe dirsi ciò che si dice della democrazia: che è il peggior modo di assegnare premi e castighi, ad eccezione di tutti quanti gli altri. In una società seria ed operosa, sono i cittadini-consumatori a stabilire quali prodotti scegliere e quali evitare, per quali marche d’auto    sborsare migliaia di euro e da quali,invece, tenersi alla larga, anche se i prezzi sono inferiori.E’ un discorso che vale anche per la fornitura di servizi sociali particolarmente pregiati come un’elevata istruzione universitaria. Le Facoltà d’eccellenza costano di più giacché, reclutando i migliori cervelli, affrontano spese di gestione di gran lunga maggiori rispetto alle facoltà meno attrezzate e meno esigenti.Una caratteristica tipica dei paesi, in cui la ‘malapianta’ del liberalismo non è mai attecchita, invece, è quella di affidare la valutazione delle merci, materiali e culturali,non agli uomini della strada, titolari in astratto della sovranità sia politica che economica, ma a commissioni di esperti, nominate dall’alto, insediate in ministeri, sepolte nei bunker di pratiche infinite, che richiedono sempre più spazi, più impiegati, più ruoli.E il bello è che queste esplosioni di metastasi burocratiche vengono presentate come una grande conquista, un progresso di cui essere orgogliosi. Così lo presenta Simonetta Fiori su ‘Repubblica’,con toni trionfalistici che ricordano le veline di tanti anni fa: “Una rivoluzione silenziosa sta per scuotere l’accade­mia italiana, minacciando di intac­care feudi consolidati, blasoni fa­sulli e inutili diplomifici. Per la pri­ma volta i sessantamila docenti ita­liani – dai ricercatori agli ordinari -di novantacinque università pub­bliche e private dovranno sottopor­re a un giudizio esterno l’attività di ricerca svolta nell’arco di sei anni (dal 2004 al 2010). Sulla base dei lo­ro lavori sarà stilata una classifica degli atenei e dei dipartimenti, che indicherà per ciascuna disciplinale eccellenze e le vergogne. Una map­patura da cui dipenderanno la di­stribuzione di 832 milioni di euro e soprattutto il futuro della ricerca italiana – meno isolata rispetto al contesto internazionale – e anche degli studenti, che disporranno di uno strumento certo per orientare le proprie scelte”.Verranno, in tal modo, valutati 200 mila ‘prodotti’(avete letto bene: 200 mila!) “sia con metodi bibliometrici sia con la peer review” dove il criterio bibliometrico misura l’interesse suscitato nella comunità scientifica da un lavoro – articolo, libro etc. -mentre la peer review si riferisce alla  valutazione che studiosi di pari grado danno di quel lavoro. Come si vede, è in via di allestimento un enorme e costosissimo apparato centralizzato a ulteriore dimostrazione del fatto che la retorica delle autonomie, se sotto non c’è il mercato, serve solo a smantellare quel che resta dello Stato risorgimentale e a creare nuovi poteri e nuove istituzioni illiberali, al di fuori di qualsiasi controllo democratico. Al fondo, c’è la grande illusione di rimediare alle insufficienze a alle inaffidabilità degli uomini con criteri chiari, razionali, oggettivi. Le Commissioni della bibliometria e della peer review come i cardinali riuniti in Conclave, si presume ispirate dallo Spirito Santo della Scienza: niente più favoritismi, niente più nepotismi, nessuno spazio riservato alla ‘discrezionalità’. Nella fattispecie, i Pari, competenti per le facoltà umanistiche,  possono stabilire che la produzione scientifica di un collega è superiore a quella di un altro, in considerazione del numero di pagine di uno scritto, della rivista o della casa editrice che lo ha accolto.E non sono, questi, parametri oggettivi, si dirà? In realtà, non lo sono: non lo erano nell’Italia di autentici ‘luminari’ come Norberto Bobbio e Guido Calogero, quando, per pubblicare La società aperta e i suoi nemici di Karl Popper ci si dovette rivolgere a una piccola casa editrice di pubblicazioni pedagogiche (Armando); non lo sono oggi che quei ‘luminari’ sono scomparsi ed editori che pubblicarono Kant e Croce, Hegel e Gentile sono monopolizzati da avventurieri delle patrie lettere, abilissimi venditori di fumisterie ideologiche.Nello spirito della ‘società aperta’ sono le singole Facoltà, i singoli Atenei, che debbono assumersi il compito gravoso di reclutare docenti e ricercatori, un compito che comporta la libertà di dare una cattedra  anche all’autore di un saggio di venti pagine che, a loro avviso, abbia  segnato una svolta epocale in un settore scientifico. Sarà il prestigio che ne deriverà all’istituzione non la ‘classifica nazionale delle Università’ a dire se la loro scelta sarà stata saggia e lungimirante.Per questo si dovrebbe (finalmente) accogliere la proposta di Luigi Einaudi di rendere obbligatoria accanto al titolo dottorale l’Università che l’ha conferito:sarebbe la vecchia maniera liberale di  rispettare l’autonomia degli individui e delle istituzioni e di sottoporre le loro opere non al giudizio dei super-esperti, riuniti nella capitale, ma a quello dell’opinione pubblica e del tempo che raramente si sbagliano. d. cofrancesco, loccidentale

Il bluf del Tribunale delle imprese

Giovedì, 16 Febbraio 2012

Il governo si è inventato  il “Tribunale delle imprese”. Bel nome, ma dietro c’è il nulla. Non sono altro che  le “Sezioni specializzate in materia  di proprietà  industriale ed intellettuale” esistenti ed operanti in Italia dal 2003. Da oggi si occuperanno anche di: rapporti societari, appalti pubblici, class action. Ma con gli stessi locali e lo stesso  organico. Le sezioni in Italia sono: 12. Sì, 12!!  Quella bolognese si occuperà delle imprese  dell’Emilia -Romagna e delle Marche;  la romana del Lazio dell’Abruzzo e della Sardegna. sic! temis

L’art. 41, un treno per fare altro

Mercoledì, 9 Febbraio 2011

Per le liberalizzazioni non serve modificare l’art. 41. Anche ieri lo ha ribadito su Il sole 24 ore Valerio Onida, già presidente della corte costituzionale (e candidato alle primarie PD di Milano, ma lo diciamo solo per onestà intellettuale). Ma allora perchè il governo si intestardisce? due le possibili ragioni. La prima, di bassissimo respiro: gattopardescamente si propone una modifica della costituzione per non fare nulla, vista i tempi che la modifica richiede. La seconda, di infimo respiro: si parte dall’art. 41 e poi si incardina su un treno che, per l’argomento, potrebbe viaggiare veloce la modifica di altre disposizioni della costituzione che servono a realizzare i sogni del Cavaliere e che, ove presentate da sole, non sarebbero nemmeno incardinate all’o.d.g.  temis

Riforma Gelmini Università approvata

Giovedì, 23 Dicembre 2010

ecco il testo della riforma dell’università

http://www.unifi.it/uspur/upload/sub/D_d_l_%20Gelmini_licenziato_dalla_Camera%20_AS_1905_b_30_11_10.pdf