Articolo taggato ‘riformista’

Miglio, anti-italiano senza eredi

Mercoledì, 28 Settembre 2011

Roberto Saviano ha attaccato da TeleFazio il professor Gianfranco Miglio, che, essendo morto da dieci anni, non può più difendersi. Saviano ha riesumato un’intervista di Miglio del 1999, impiccandolo a un’affermazione lapidaria a proposito della costituzionalizzazione delle mafie. Si trattava di una delle provocazioni intellettuali alle quali il giacobino nordista, che ha tenuto a battesimo la Seconda Repubblica, ci aveva abituato. Come l’esaltazione del linciaggio come forma di giustizia politica «nel senso più alto della parola», ai tempi in cui Gabriele Cagliari, il socialista Moroni e altri si suicidavano travolti dall’onda di Tangentopoli e Miglio esortava a non provare pietà.Il paradosso della mafia-Stato andrebbe meglio contestualizzato, anzitutto per aiutare a comprendere il personaggio. Che cosa disse, in quella famosa intervista? Il Professore prese le mosse da una rivendicazione orgogliosa della “diversità” padana.«Noi abbiamo nelle vene sangue barbaro, siamo legati al negotium, al lavoro. I meridionali invece vivono per l’otium, il dolce far nulla, i sollazzi, un totale disprezzo per la fatica. Questa è la storia dei due popoli. Una differenza antropologica, inutile star lì». Miglio riconobbe che il Sud fosse stato danneggiato dal processo di unificazione nazionale. Poi l’affondo: «Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate».Si può, anzi si deve dissentire da una provocazione così luciferina. Ma essa prese le mosse dallo studioso e dallo storico delle dottrine politiche, più che dall’uomo politico. Miglio, poi, quando pronunciò quella dichiarazione, aveva già rotto da un pezzo con Bossi, quindi l’affermazione non può essere usata oggi come arma contundente contro la Lega. Ma, al di là della sostanza, ci preme cogliere la radice della provocazione. Le mafie non si sconfiggono con i balli in piazza. Le mafie, oltre che essere imprenditrici, sono istituzioni politiche parallele: offrono protezione a tutti gli italiani che non vogliono diventare cittadini e inchinarsi alla legalità repubblicana, ma si accontentano di restare sudditi. È questa “statualità” delle camorre che va spezzata, altrimenti dobbiamo dare ragione a Miglio. Il quale già molto prima, nel 1992, all’epoca delle stragi, aveva seminato scandalo dichiarando che in fondo Cosa Nostra era un affare dei siciliani. Del resto, l’isola raffigurata da Forattini come la testa di un coccodrillo rappresentava, per il Prufesùr, un modello ideale di repubblica indipendente centro-mediterranea, per sua natura estranea alla Penisola che egli immaginava “elvetizzata”, cioè divisa in Cantoni.
Il problema riguardante Miglio, però, è un altro. Come mai, a parte la “sparata” di Saviano, attorno a questo figlio di Radetzky è calato un assordante silenzio? Per quale ragione nessuna cultura politica, nemmeno quella leghista di cui pure fu profeta, vuole associare al proprio Pantheon questo visionario antiitaliano rimasto senza eredi?Oggi, un giovane di vent’anni forse non sa neppure chi era Gianfranco Miglio. E a penetrarne i segreti non ci hanno certo aiutato i “chierici” della cultura, vecchi e nuovi, che non l’hanno mai amato e non aiuteranno certo a riscoprirne la personalità eclettica e pirotecnica. Intestarsi Miglio non conviene a nessuno, tanto il personaggio – il cui pensiero e la cui profondità restano in gran parte inesplorati – è complesso e non riconducibile a una univoca matrice culturale e politica. Nell’era post-ideologica, il Professor Sottile va stretto a tutti, nel senso che la sua produzione dottrinale è per definizione ridondante in un Paese asfittico e allergico alle contaminazioni come il nostro.Nemico giurato delle etichette, Miglio non potrebbe stare oggi in nessuna “casa” politica: non certo nella famiglia socialista, o democratica che sia, perché l’uomo ha combattuto tutta la vita le posizioni di sinistra, tenendosi stretta la definizione di “reazionario” che gli veniva rovesciata addosso a ogni piè sospinto. Diffidente di Berlusconi, tanto da aver inutilmente tentato di dissuaderlo dallo scendere in campo, Miglio non starebbe comodo nel centrodestra convenzionale, né si farebbe “parcheggiare” nella variamente composta galassia di partitini e sigle di centro, Fini compreso, anche se fin dal 1994 vaticinò per l’attuale leader di Futuro e libertà un avvenire al Quirinale. Infine, la “sua” Lega, che oggi non lo ricorda, non lo pensa, non lo ama, così come nessun altro nutre affetto per questo padre putativo della Seconda Repubblica. E, del resto, come si può conciliare il patrimonio ideale di Miglio – in un anticipo di un secolo sulla storia – con gli intrighi, i maneggi e il piccolo cabotaggio dell’era delle escort?Purtroppo, duole ammetterlo, è l’anoressia mentale del presente ad aver sfrattato Miglio dal nostro panorama culturale. Il politologo del Gruppo di Milano, già negli anni Settanta-Ottanta, aveva previsto il tramonto dello Stato moderno, l’estensione dell’area del contratto-scambio, cioè del mercato, a spese della sfera dell’obbligazione politica. Miglio prevedeva addirittura il lento tramonto della democrazia elettivo-parlamentare, a vantaggio della promozione di nuove (ma, in realtà, antiche) forme di “delega”, legate alla organizzazione della rappresentanza per ceti, per strati sociali, con il progressivo abbandono della formula “una testa, un voto”. Miglio era un federalista e neocorporativista che giudicava con favore il rafforzamento dei poteri dell’esecutivo nell’ambito di una radicale ridefinizione degli istituti della cittadinanza contemporanea. Perciò, fanno molto male tutti coloro che ne hanno dimenticato la grande lezione, per difetto di cultura. Ci sia consentito di ricordare Miglio, ma a modo nostro. Il principe dei politologi italiani, il secondo Machiavelli, non fu soltanto un uomo di dottrina, ma anche un insigne enogastronomo, di gusti sofisticati nella scelta della varietà del suo abbigliamento, tanto che si può forse parlare di un Miglio’s style, che vale la pena di raccontare.Cominciamo dagli abiti. Si narra che, il sontuoso guardaroba del Professore, nella casa comasca di Salita dei Cappuccini (biblioteca di trentamila volumi, in stile “gotico”, con tanto di pulpito e confessionale adibito ad appendiabiti), fosse fornito di non meno d’un centinaio di camicie d’ogni foggia. Le preferite erano quelle a righine, che Miglio portava con il papillon alle sessioni d’esame in Università Cattolica.Durante il quotidiano rito della vestizione, assistito dalla moglie Myriam, il Professore indossava giacche impeccabili che lo hanno consacrato nell’Olimpo dei gentiluomini mitteleuropei. Ricca la varietà di cappotti invernali, con pelliccia o senza, in pellame, e dei beretti, molto curiosi, con pon pon, alla scozzese, e così via.
Noi studenti, nelle giornate corte e nebbiose, a Milano lo vedevamo salire e scendere dal convoglio delle Ferrovie Nord, a Piazza Cadorna, oppure lo incrociavamo lungo il suo abituale tragitto da e verso la Cattolica, che sembrava Amundsen, l’esploratore dei ghiacci. Sul cranio calvo calava una coltre di pelo tipo colbacco. Leggenda vuole che il Professore calzasse, nei rigidi climi invernali, mutandoni di lana, un genere di capo praticamente estinto. E, con i pochi fidati che aveva intorno, se ne lamentava: «Ormai non si trovano più. Li ha in dotazione soltanto l’esercito».Il treno era un must, nella vita di Miglio. Saliva alla stazione di Como Borghi e viaggiava, sempre e rigorosamente in prima classe, nelle vecchie carrozze della Nord, residuati svizzeri dell’anteguerra, con i sedili foderati di velluto rosso. Imprecava anche lui, come noi comuni mortali, per i ritardi e per il maltempo.
Anche a Roma, nell’ultimo decennio della sua vita, quando fu senatore della Lega e poi del Polo, si recava sempre in treno letto. L’aula di Palazzo Madama lo imbaldanziva: «Sembra un club inglese», diceva con una punta di civetteria, lui allergico da sempre al clima romano. Appena passata la linea gotica avvertiva il disagio. E si sentiva a casa soltanto quando, dal finestrino del suo scompartimento, poteva finalmente intravedere la cupola del Duomo di Como.Le sue radici, cattoliche con una punta di luteranesimo, erano infatti ben piantate nell’alto Lario, a Domaso, dove da sempre la famiglia coltiva la vigna e produce il mitico Domasino, un vinello a bassa gradazione. La nonna materna era teutonica e lo fu anche la sua trisavola paterna, che contava le galline in tedesco: ein, zwei, drei. La sua patria era a Settentrione, il suo zenit puntato costantemente a Nord.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, Miglio si dedicò a una delle sue più ciclopiche imprese, la realizzazione della Treccani padana, l’enciclopedia Larius in sei volumi, opera interamente dedicata al territorio e alla cultura del lago di Como, indivisibile patrimonio di memoria e di identità. La sua forza di volontà fu granitica e il parto prodigioso. Uno dei supplementi riguardava le varietà di pesci lacustri e il loro modo di cucinarli. Le ricette erano riprese da un testo cinquecentesco di un grande ittiologo italiano, Ippolito Salviano. Un autentico distillato di scienza allo stato puro, che culminava con la regina delle preparazioni culinarie: la carpionatura.Prima di morire, il 10 agosto 2001, a 83 anni, il Professore volle lasciare un’ultima lezione di stile, recandosi personalmente nel Vercellese, accompagnato dal figlio Leo, a scegliere il marmo per la sua tomba. Alla morte di Carl Schmitt, da lui definito «il grande vegliardo della politologia europea», Miglio, il 17 aprile 1985, aveva scritto, sul Sole 24 Ore, un articolo che fu poi intitolato “Sulla bara di Carl Schmitt”. Celebrandone la scienza, aveva sentenziato: «Come tutti i predecessori, egli ha visto legata la sua grandezza alla contemporaneità con una fase drammatica dell’evoluzione delle istituzioni e del sistema politico». Lo stesso si potrebbe dire per Gianfranco Miglio. f. festorazzi riformista

Il lifting del Cavaliere

Domenica, 3 Luglio 2011

A poco più di un mese dalla micidiale batosta delle amministrative – seguita dallo smacco clamoroso sui referendum – il Pdl annuncia di aver completato il suo lifting. Da una parte un nuovo segretario nominato direttamente dal Capo; dall’altra una manovra economica blanda e dilatoria, tale da non spaventare nessuno; e terzo, aver sminato i mal di pancia della Lega senza neppure doversi affaticare troppo.Davvero questi ritocchi dovrebbero «aprire una nuova era»? Nessuno dei problemi del centrodestra – messi in luce anche dalla stampa amica del premier- appare risolto; anzi se la questione centrale era il declino personale e politico del Cavaliere, si può dire che si sono aggravati.
Tirate le somme, in questa partita, infatti è ancora Berlusconi ad aver fatto man bassa: con l’investitura per acclamazione del “suo” segretario ha messo a nudo per l’ennesima volta la realtà del Pdl, quello di un partito -azienda dove il padrone fa ciò che vuole senza che nessuno osi un tentativo di discussione.«Silvio non tramonta e resta in sella» titola Il Giornale di famiglia, casomai qualcuno avesse dubbi.E quando Alfano inneggia al Pdl cento per cento, con l’annessione totale e silenziosa dell’ex componente di An, sottolinea che il disegno strategico del Capo – un partito senza alcuna voce critica – si è infine realizzato.Così come è ben riuscito il colpo di offuscare la stella nascente di Tremonti, costringendolo a varare una manovra intrisa di promesse a futura memoria: i tagli ai costi della politica? Rinviati alla prossima (chissà) legislatura.La riforma fiscale? Si vedrà, intanto facciamo passare l’estate. Il rientro dal debito? Se ne parlerà nel 2013, con un altro governo.Roba che – confrontata con le roboanti anticipazioni di qualche giorno fa sulle intenzioni del ministro dell’economia – sembra una tazza di camomilla. Fortuna per il Pdl che c’è sempre un Vendola a parlare di «macelleria sociale», in modo da rassicurare gli ultrà di destra che qualcosa di antisociale è stato fatto.Messo all’angolo Tremonti, il Cav. ha anche annichilito la Lega. Dopo il penultimatum di Pontida, Bossi ha raccolto molti schiaffi e qualche piccola blandizia: l’ira del Senatur non è andata – e non poteva andare – al di là della meschina ritorsione sul decreto antirifiuti a Napoli. Con tanti saluti anche alle supposte aspirazioni di Maroni a candidarsi per un futuro lontano e confuso.Insomma come certe restaurate soubrette televisive il Cavaliere dopo il lifting politico appare ancora in forma smagliante, con buona pace di tutti coloro che, con troppa fretta l’avevano già archiviato. Forse durerà solo l’estate, ma intanto la movida continua. m. delbosco ilriformista

Dialoghi su mignotte e infoiati

Giovedì, 23 Giugno 2011

In questa fetentissima Cloaca Massima portata alla luce da carte e cartuccelle della cosiddetta P4 è difficile dire se sia il costume a prevalere sulla politica o viceversa. Ma c’è anche una irresistibile dose di umorismo involontario; certo, la Prestigiacomo che lamenta «Silvio purtroppo non è intelligente» sfiora l’irresistibile; siamo sul pruriginoso con Bisignani medesimo che parla della ministra Brambilla: «Stronza, brutta, un mostro, la più mignotta di tutte» mentre con Masi voliamo sulle vette del sublime. «A Santoro gli stamo a spaccà il culo – ulula l’infoiato ex direttore generale della Rai – sono arrapato come una bestia…». Ora, se le disfunzioni erettili dell’attuale amministratore delegato della Consap sono affari suoi, è un problema di tutti invece giudicare in quali mani è stata affidata – con un atto di forza fortissimamente voluto da Palazzo Chigi – la più grande industria culturale del paese. Come diceva Ettore Petrolini a un tizio che lo fischiava dal loggione: «non ce l’ho con te ma con chi ti sta accanto e non ti butta di sotto». Ecco, da questa ragnatela di trame e raccomandazioni, inciuci e affarucci, appalti e spintarelle emerge un quadro di totale disprezzo per la “cosa pubblica” per le leggi, le regole, la trasparenza. Tutto viene ricondotto nella sfera delle “amicizie” e delle clientele, meglio se opportunamente oliate. Per fortuna gli anticorpi del paese sono ancora robusti; ma per imporre la glastnost a un traballante regime sovietico ci volle comunque un personaggio del calibro di Gorbaciov; da queste parti invece siamo ancora a Rasputin. m. del bosco il riformista

P3-P4, non banalizziamo la P2 (by Macaluso)

Sabato, 18 Giugno 2011

Giornalisti e magistrati definiscono P3 e P4 gruppi di quattro-cinque persone che hanno cariche parlamentari o istituzionali e insieme trafficano per fare e ottenere favori a prebende usando poteri pubblici.Ricordiamo la cosiddetta P3 con Verdini Dell’Utri, Lombardi ecc. che trafficavano con magistrati compiacenti e affaristi di ogni risma. Ora con la P4, Luigi Bisignani, un vecchio trafficone, aveva accesso nelle stanze del potere (e con lui il magistrato deputato Pdl Papa) nei palazzi di giustizia e degli affari. I magistrati ritengono che i signori della “P3” e “P4” abbiano commesso reati e fanno il loro dovere a inquisirli.I giornali ci informano che Bisignani avrebbe detto ai procuratori napoletani che «spiava i Pm». Ma come mai i Pm sono spiabili? Pare che un maresciallo dei carabinieri informava Bisignani o Papa. Anche a Palermo un altro maresciallo risultò essere una talpa della mafia e aveva ottenuto la piena fiducia del Pm Ingroia. Ma gli uffici dei Pm sono così penetrabili?
Comunque l’inchiesta giudiziaria ci dirà come stanno le cose: quel che si vede oggi è il rapporto inquinato tra potere politico affaristi e istituzioni. Purtroppo non è una novità.
Ma, questi racconti che leggiamo sui giornali perché vengono accostati a quelli ben diversi e gravissimi che abbiamo letto nelle inchieste sulla P2? In quella Loggia, ricordiamolo agli smemorati, si ritrovavano i comandanti di tutte le armi: esercito, marina, aeronautica, carabinieri. E con loro, tutti i responsabili dei servizi segreti; magistrati di alto rango; gran parte dei direttori generali dei ministeri, compreso il Capo di Gabinetto del presidente del Consiglio e il segretario generale della Camera dei Deputati.Un numero impressionante di generali, ambasciatori. Insieme a loro imprenditori, giornalisti (il direttore e gli amministratori del Corriere), ecc. Non mancavano alcuni uomini politici. Gelli era un coordinatore di questi signori, non la testa. C’erano anche piccoli uomini che attraverso la P2 si arrampicavano: era il contorno. La domanda che in gran parte è rimasta inevasa era ed è questa: perché tutti i più grossi dignitari dello Stato si ritrovarono in una loggia, fuori dallo Stato, a tramare per “riformare” o meglio “rifondare” lo Stato? Su questo si è molto discusso ed è bene ricordarlo.Siccome con qualche sentenza, e tanto accanimento mediatico, si è teso a banalizzare un fenomeno con grande rilevanza politica, come la P2, che segnò un momento drammatico della vita nazionale, l’accostamento ad essa di fatti con protagonisti, come quelli che vediamo nella cosiddetta P3 e ora nella P4, significa contribuire alla banalizzazione di cui parlavo. Non voglio ridimensionare fatti gravi che hanno anche una rilevanza politica. Ma, lo ripeto anche in questa occasione, a ciascuno il suo. e. macaluso riformista

Liberi servi e la mossa

Mercoledì, 8 Giugno 2011

«Muoversi, cambiare tutto». È la parola d’ordine su cui insiste Il Foglio, promotore della libera adunata dei servi del Cav. in programma stamani in un cinema romano. E di rincalzo gli altri supporters invocano dal premier un colpo di reni, una trovata geniale, una mossa azzeccata manco fosse Ninì Tirabusciò. Peccato, però, che a gettare acqua gelata sugli entusiasmi e sulle speranze degli aficionados sia giunto, proprio alla vigilia, l’ennesimo vertice di Arcore più inconcludente che mai. Unico punto di incontro, tirare avanti il più possibile, vivacchiando alla giornata. La riforma fiscale? Boh, chissà, forse quando “ci saranno le condizioni”. Ministeri al nord? Macchè, al massimo un paio di uffici di rappresentanza, tanto pagano i contribuenti. Prospettive di governo? Se ne riparlerà in un prossimo vertice, magari per studiare se anticipare le elezioni al 2012 prima che gli effetti della manovra finanziaria incombente provochino disastri sull’elettorato. Insomma, il nulla impastato col niente. E ben si capisce il nervosismo di Bossi, alle prese con una base leghista sempre più delusa e riottosa, alla vigilia dell’appuntamento di Pontida in cui rischia di presentarsi a mani vuote. E si capisce pure, in qualche modo la frustrazione di un Berlusconi che – potendo – la scossa la darebbe davvero. Ma nonostante tutto il suo talento di showman il premier non sa da dove cominciare, a meno di non rinnegare se stesso e il suo governo. Il problema, cari servi liberi e forti del Cav., è che per i miracoli bisogna rivolgersi direttamente allo Spirito Santo. Il quale non si è ancora stabilito a Macherio. m. del bosco il riformista

Il prepuzio va al referendum

Martedì, 31 Maggio 2011

ut o uncut? Con il taglietto o senza? Sarà questo, più o meno, il quesito che verrà sottoposto il prossimo 8 novembre agli abitanti di San Francisco. Il tema è delicato, così come la parte anatomica di cui stiamo parlando: il pene. Meglio tenerlo integro, come natura crea, oppure meglio lasciare la libertà di rimuovere il prepuzio, cioè parte di quella pelle che lo avvolge completamente così come si vede nel David scolpito da Michelangelo?Negli Stati Uniti l’utilità o meno della circoncisione maschile è dibattuta da anni e per la prima volta il tema sarà sottoposto a un referendum. Nei giorni scorsi sono state infatti raccolte le 7.743 firme sufficienti per indire la consultazione che potrebbe vietare nella città californiana la pratica della circoncisione maschile per i minori di 18 anni. Se il divieto sarà approvato, chi praticherà la circoncisione su un minore potrà essere condannato a un anno di reclusione, al pagamento di un ammenda di 1000 dollari oppure a entrambe le pene.Negli ultimi anni a livello internazionale c’è stato un generale consenso sulla necessità di vietare le mutilazioni genitali femminili. Si è meno dibattuto, invece, sulla circoncisione maschile. Si tratta di una pratica antica, già esistente nell’ Egitto dei faraoni, di forte significato religioso per gli ebrei, ampiamente diffusa anche nel mondo musulmano. Anche Gesù fu circonciso e nella storia dell’arte sono innumerevoli le raffigurazioni del rito compiuto sul bimbo nato nella grotta di Betlemme. Il Santo Prepuzio fu addirittura considerato una preziosa reliquia e molti luoghi, nel corso dei secoli, si sono vantati di conservarne i resti.Si calcola che negli Stati Uniti siano circoncisi quasi l’ 80 per cento dei maschi. La partica si diffuse ampiamente a partire dal Novecento, sia come conseguenza degli arrivi di immigrati ebrei sia come una moda importata dall’Inghilterra vittoriana.C’era la convinzione che la circoncisione avesse effetti benefici sulla salute dei bambini, inoltre era considerata come un deterrente della masturbazione. La grande maggioranza dei maschi americani nati negli anni Sessanta sono stati circoncisi, ma negli ultimi decenni la pratica ha conosciuto un forte declino.In California la campagna contro la circoncisione è condotta da Lloyd Schofield, un attivista, anzi un “intactivist”(intattivista) gay di 58 anni. Schofield è convinto che la circoncisione sia una mutilazione dannosa, dolorosa e costosa. A suo parere, praticarla su un bambino è un abuso che va punito, così come vengono punite le mutilazioni genitali femminili. Ne fa una questione di eguaglianza fra i sessi.Nella sua battaglia Schofield, ha un’ alleata. E’ Marilyn Milos, una infermiera settantenne che da oltre trent’anni conduce campagne contro la circoncisione. Ormai è considerata la madre del “movimento per l’integrità genitale”, una vera pasionaria che condanna la circoncisione come una violazione dei diritti umani. La sua militanza cominciò il giorno in cui, da infermiera, le toccò assistere a una circoncisione senza anestesia. Le urla e l’agitazione del bambino la coinvinsero che si trattata di una pratica disumana, che lei non esita a definire “una tortura”. Curiosamente la Milos è madre di tre figli, tutti circoncisi, mentre invece il marito, come dice lei, “è intatto”. “Quando il medico mi convinse dell’utilità della circoncisione per la salute dei miei figli”, ha spiegato in una intervista, “non so proprio perché non pensai che mio marito, non circonciso, stava benissimo”. Come era prevedibile, la campagna contro la circoncisione ha scatenato polemiche infuocate che coinvolgono medici, giuristi, preti e rabbini. Laurence Baskin, primario di urologia all’ospedale pediatrico di San Francisco, considera la campagna “insensata” e in contrasto con il Primo Emendamento, che garantisce le libertà fondamentali, fra cui quella religiosa. Diversi scienziati, inoltre, sostengono che il taglio del prepuzio diminuisce il rischio di infezione dal virus Hiv e, forse, anche di cancro del pene. Ma gli “intattivisti” replicano che un ipotetico rischio per la salute non può giustificare una mutilazione.Più complicato, per i fautori del referendum, tener testa alle obiezioni di tipo religioso. Secondo la Bibbia la circoncisione è un segno dell’alleanza fra Dio e il suo popolo, che va compiuta all’ottavo giorno dalla nascita. Per la comunità ebraica vietare la circoncisione rappresenta una palese violazione della libertà religiosa. La pensano allo stesso modo protestanti e cattolici. L’arcivescovo di San Francisco, George Niederauer, parla di “iniziativa improvvida” e di “ingiustificata violazione dei santuari della fede e della famiglia”. Diverse organizzazioni religiose hanno creato un “Comitato per le scelte genitoriali e la libertà religiosa” che da qui a novembre promette battaglia. Tuttavia Schofield assicura che diversi ebrei sono proprio tra i firmatari della richiesta di referendum. Sarebbero i sostenitori del brit shalom, l’alleanza di pace, una pratica alternativa alla circoncisione.
Intanto, com’era prevedibile, i comici televisivi sono scatenati. Lewis Black, animatore del “Daly Show” ha già coniato uno slogan: “A San Francisco ci lasciate il cuore, ma il prepuzio ve lo portate via con voi”. r. zichittella riformista

La Camera costa 1,5 miliardi l’anno

Mercoledì, 4 Maggio 2011

Cara democrazia. Lo scorso 2 maggio è stato pubblicato il bilancio e il conto consuntivo della Camera dei deputati. Quanto è costato nel 2010 mantenere Palazzo Montecitorio, le spese di amministrazione, gli stipendi dei deputati e i parlamentari in pensione? Più di un miliardo e mezzo di euro, per la precisione 1 miliardo e 525 milioni. Una cifra enorme che corrisponde a un esborso di 30 euro e 34 centesimi per ogni elettore.Ma la “casta” non aveva promesso di tagliare le sue spese? I tre deputati questori – Francesco Colucci, Antonio Mazzocchi e Gabriele Albonetti – scrivono nella relazione che accompagna il conto consuntivo 2010 che «la categoria I (deputati), su una previsione di 167 milioni di euro, registra impegni e pagamenti per 164,2 milioni di euro con conseguente formazione di economie per 2,8 milioni di euro, quasi integralmente riconducibili al capitolo 1 (indennità parlamentare)». In pratica i deputati questori dicono che le spese per i parlamentari sono calate di quasi 3 milioni. Positivo lo sforzo per tagliare le spese. Purtroppo è una solo una goccia in un oceano: in media i nostri parlamentari – tra indennità e rimborsi spese – continuano a guadagnare all’anno circa 260mila euro a testa. E gli italiani sono chiamati anche a mantenere i parlamentari in pensione. Tra assegni vitalizi diretti, assegni vitalizi di reversibilità, rimborsi spese e rimborsi di viaggio ai «deputati cessati dal mandato» ogni anno arrivano 134 milioni di euro.Le spese per stipendi, pensioni e rimborsi dei deputati è solo un piccolo onere in confronto agli altri capitoli di spesa. Ci sono le spese per la locazione di immobili (34,4 milioni di euro). Quelle per manutenzioni ordinarie – fabbricati, ascensori, impianti antincendio, condizionamento, arredi, mezzi elettronici, software, eccetera – che costano 12,6 milioni all’anno. I servizi di pulizia, di smaltimento rifiuti e di lavanderia costano annualmente più di sette milioni. Mentre le spese telefoniche (cellulari e telefoni fissi) superano il milione di euro. Poi c’è il capitolo di spesa per l’acquisto di beni e materiali di consumo (circa 3 milioni di euro): categoria che tra le varie voci include anche gli alimenti (630mila euro), il vestiario (600mila), prodotti igienici (50mila) e i prodotti farmaceutici (80mila). Invece, le spese di trasporto – noleggio auto, treni, aerei, pedaggi autostradali – ammontano a 10,5 milioni di euro. Non mancano le spese per le opere d’arte: 60mila euro. Il patrimonio artistico della Camera è enorme. Palazzo Montecitorio ospita 1.084 dipinti (578 di proprietà della Camera, 506 di terzi), 85 busti, 106 sculture, 98 arazzi, 96 reperti archeologici e 2.989 disegni, stampe, incisioni, litografie, acqueforti e acquarelli.
Tutte spese necessarie per la nostra democrazia e che sono destinate a crescere nel prossimo triennio. Nel 2011 si prevede di spendere 167 milioni di euro per l’indennità e i rimborsi dei deputati, cifra che nel 2013 crescerà di altri 5 milioni. Nel periodo 2011-2013 si spenderanno anche 6 milioni di euro per «opere di sicurezza antincendio». Ma anche sei milioni e mezzo per il rifacimento degli impianti di condizionamento e 605mila euro per il rinnovamento ascensori. All’«area applicativa della pubblicità dei lavori parlamentari, delle pubblicazioni, della comunicazione con il pubblico, dei siti web, delle applicazioni speciali» arriveranno sette milioni e mezzo, stessa somma che sarà spesa per l’«area postazioni informatiche», mentre per l’«area impianti di voto» saranno stanziati 1,8 milioni di euro. Povera “casta”. g.pica riformista

Perchè l’opposizione è così disperata (by Armeni)

Mercoledì, 20 Aprile 2011

Se un marziano appassionato di politica (magari esistono anche tra di loro) arrivasse in Italia e volesse capire i rapporti di forza fra gli schieramenti, gli umori e le prospettive, credo rimarrebbe molto colpito dallo scetticismo, dalla disillusione, in alcuni casi dalla disperazione presente nella opposizione.Sguardi tristi, autocompatimento, dolorosa indignazione, pessimismo sul futuro. Il marziano scoprirebbe subito, dopo qualche ora di permanenza fra Roma e Milano, che la causa della preoccupazione e della sfiducia di cui è preda l’opposizione, e la sinistra in particolare, è la figura di Silvio Berlusconi.Informandosi – perché è molto curioso delle iniziative del presidente del Consiglio e dei suoi ministri – potrebbe convenire anche lui sul fatto che la situazione in Italia non è facile. Il Cavaliere appare aggressivo, baldanzoso, sorridente, pieno di iniziative, ricco di promesse. Deve essere proprio dura – penserebbe il nostro marziano che in onore di Flaiano chiamiamo Kunt – opporsi a tanta forza, ottimismo, convinzione di vincere se si hanno poche forze, se i consensi sono caduti, se l’opinione pubblica guarda favorevolmente verso il capo del governo.Allora Kunt si informa e fa le seguenti scoperte. Scopre che la maggioranza dell’elettorato è schierata con l’opposizione. Certo il parlamento non esprime questi rapporti di forza, ma gli spiegano (e lui che pure è intelligente fa una certa fatica a comprendere) che dipende dalla legge elettorale e dal fatto che alcuni deputati sono passati dall’altra parte. Berlusconi li ha comprati, gli dice qualcuno senza mezzi termini e con lo sguardo disperato. Ma Kunt è un realista e pensa che, se proprio si deve scegliere, meglio avere la maggioranza dell’elettorato che la maggioranza del parlamento. In fondo si può sempre pensare di cambiare la legge elettorale. Il nostro marziano ha l’ardire di esprimere questo pensiero in un bar di piazza Navona a due uomini che bevono un aperitivo e che hanno una mazzetta di giornali. «Certo – gli rispondono con l’aria compunta di chi la sa lunga – ma lei non tiene conto che viviamo nel mondo dell’informazione e che il nostro premier oltre a possedere tre reti televisive ha il controllo sulla Rai e sui giornali». Kunt non ci aveva pensato e da quel momento guarda avidamente la Tv e controlla i giornali. Non c’è dubbio, Mediaset è in mano al premier. Il Tg 5 e il Tg1 sono chiaramente orientati. Dopo il Tg1 c’è un giornalista molto appassionato che difende comunque il premier. Mai poi guarda i Talk Show: Santoro, Fazio, Gabanelli, Floris, Annunziata non gli sembrano così controllati dal premier, gli altri telegiornali gli appaiono abbastanza orientati all’opposizione. Scopre che c’è un’altra rete televisiva, La 7, i cui conduttori appaiono tutti di sinistra.E i giornali? A parte Libero e Il Giornale che sono dichiaratamente berlusconiani, gli altri, anche quelli moderati, non nascondono la loro antipatia per il governo.Kunt legge attentamente i quotidiani e proprio da loro viene a sapere che gli imprenditori italiani – proprio loro – vorrebbero mandare a casa il premier perché pensano che non sia stato capace di intervenire a favore delle imprese nella crisi. E sono gli stessi quotidiani, anche quelli filoberlusconiani, che lo informano delle critiche che anche importanti uomini della Chiesa esprimono sui comportamenti del premier. Al nostro marziano qualcuno ha spiegato che la Chiesa in Italia conta molto, anche in politica.Neanche a Kunt il presidente del Consiglio piace. Ha compreso, per quel po’ che ha visto in altri paesi del pianeta, che è arrogante, non conosce alcun limite né istituzionale, né comportamentale. Che odia tutti coloro che non sono d’accordo con lui, e che li taccia subito di comunismo. In questo periodo – nota il nostro marziano – ce l’ha in particolar modo con i giudici di Milano e con Gianfranco Fini. Ma constata che contro di lui sono davvero in molti. Incuriosito dai continui attacchi che il premier fa alla scuola, all’università, alla editoria, al cinema, insomma alla cultura, perché sono di sinistra, fa anche lui delle indagini. In qualche mese ha costruito una buona rete di informatori. È vero la cultura in Italia è prevalentemente di sinistra. Lui chiede sempre quando si parla di un regista o di un scrittore come è schierato. Ha l’impressione che di amici di Berlusconi ce ne siano ben pochi. Per non parlare delle case editrici. Persino quella della figlia del premier, la Mondadori, pubblica uno strabiliante numero di autori dell’opposizione. Il nostro Kunt è molto sconcertato. Non è che non veda – sia chiaro – che nel bel paese che sta imparando a conoscere i guai sono tanti. Anche lui ha imparato a leggere le statistiche sullo sviluppo, l’occupazione, il lavoro. Anche lui rimane esterrefatto quando la mattina il barista servendogli cappuccino tiepido e cornetto caldo (il nostro marziano per capire meglio si è trasferito a Roma) gli racconta di una certa Ruby e di una certa Nicole e di certe notti che il presidente del consiglio trascorre ad Arcore. Ma il vero mistero per lui è la disperazione, la triste indignazione, il senso di impotenza dei tanti a cui questo capo del governo non piace. Lui è abbastanza ingenuo, è vero, ma prima di arrivare in Italia è stato in altri paesi del pianeta, ha visto molti problemi e molti guai simili a quelli italiani. Ha visto schieramenti politici che si scontravano, partiti di governo che perdevano e opposizioni che vincevano e viceversa. Ma non ha mai visto un’opposizione con tante possibilità e con tanta disperazione. Lui non la capisce. Qualcuno può spiegargliela? r.armeni riformista

Ingroia in aula è peggio che ai comizi

Mercoledì, 6 Aprile 2011

ingroiaIl procuratore aggiunto Antonio Ingroia è un magistrato mediaticamente molto noto e politicamente molto controverso. L’ultima volta che gli è capitato di raccogliere consensi entusiastici e critiche inferocite è stata quando è intervenuto con un appassionato discorso ad una grande manifestazione romana contro il governo e in particolare la riforma della giustizia annunciata da Berlusconi. È innegabile che qualche ragione i suoi accaniti detrattori l’avessero pure. Un comizio non si addice a un magistrato, l’immagine di imparzialità ne soffre. È pur vero che immaginarsi i magistrati come persone che vivono in una bolla di vetro è un’utopia.È ancor più vero che i suoi sostenitori possono con qualche efficacia rintuzzare le critiche sostenendo che uno che lealmente espone le sue idee in una pubblica riunione è sempre meglio di un magistrato che intrattiene cordiali rapporti telefonici con intrallazzatori dai quali per di più si fa familiarmente chiamare Fofò.E poi la questione della liceità del comizio di Ingroia al fondo delle cose tocca la questione della libertà di espressione che è sempre sgradevole limitare. In ogni caso è decisivo andare a vedere come Ingroia esercita la sua attività di magistrato inquirente, al di là delle sue opinioni sia pure espresse sotto forma di comizio.
Prima però è assolutamente necessaria una premessa. Ingroia è procuratore aggiunto a Palermo, non a Bolzano o in una tranquilla provincia del centro Italia. E sicuramente non è un inquisitore poco attivo nei confronti della mafia. In parole povere rischia la pelle per garantire la legalità. Tutto ciò merita rispetto e gratitudine. Ma non impedisce di criticarne, se del caso, l’operato.Prendiamo una recente intervista televisiva rilasciata dal procuratore aggiunto ad Antonello Piroso. Il discorso cade sulla cosiddetta trattativa fra stato e mafia su cui la Procura di Palermo sta indagando. Il pubblico ministero evoca il ruolo del generale Mori nella mancata perquisizione del covo di Riina subito dopo la sua cattura. Il giornalista obietta che per quella vicenda il generale è stato processato e assolto. La replica di Ingroia, davvero singolare, è che «sì, certo che è stato assolto ma bisogna avere l’attenzione di leggere la motivazione: “il fatto non costituisce reato”. Dunque la sentenza non dice che Mori non ha fatto il favoreggiamento a vantaggio di Riina, dice anzi che l’ha fatto ma non costituisce reato». Che il favoreggiamento verso il capo della mafia possa tecnicamente non essere un reato è una possibilità che appare lunare anche a chi non è un docente di diritto penale. E infatti la sentenza sostiene un’altra cosa e cioè che l’aver aspettato a perquisire la casa di Riina non ha intenzionalmente danneggiato le indagini né favorito i mafiosi.Non resta che chiedersi cosa abbia spinto il magistrato a sostenere una tesi così disinvolta, sia pure in uno studio televisivo e non in un’aula di giustizia, dove sicuramente avrebbe scelto parole diverse. E una spiegazione possibile sta nell’ennesimo procedimento aperto a Palermo contro il generale Mori, stavolta per “concorso esterno”. Per aprire l’istruttoria la procura ha elencato gli indizi a carico dell’indagato, fra essi… la mancata perquisizione del covo di Riina. Evidentemente non basta essere assolti con formula piena. . Del resto, su questa faccenda della perquisizione tardiva sono fiorite sulla stampa leggende a tutto vantaggio dell’ipotesi accusatoria.La più suggestiva è stato possibile leggerla su diversi giornali e libri in cui si è raccontato che i mafiosi avevano avuto il tempo di portare via tutto a cominciare da una cassaforte, dove Riina nascondeva i suoi segreti, che fu divelta addirittura dal muro e così furono portati via anche i mobili e i quadri la cui sagoma era distinguibile sulle pareti, oltre al buco lasciato dalla cassaforte, nel momento in cui finalmente arrivarono i carabinieri. Alcuni hanno anche scritto che per cancellare ogni traccia erano stati usati potenti aspiratori e le pareti erano state addirittura riverniciate, il che non va d’accordo con la storia delle sagome dei quadri mancanti. Ma poteva sempre essere che la squadra di imbianchini mafiosi si fosse limitata solo ad alcune stanze. Tutto può essere. Solo che se si legge il verbale della perquisizione si scopre che i mobili c’erano e c’erano perfino degli oggetti personali, altro che aspirapolveri giganti. Naturalmente c’era anche la cassaforte, visto che i mafiosi sono dei criminali ma non dei cretini e si erano limitati a svuotarla del contenuto appena saputa la notizia dell’arresto di Riina, divulgata quasi subito e comunque prima che i carabinieri di Mori potessero individuare il villino da dove era uscito il capomafia.Questa storia, pur mettendo in conto la sempre possibile fantasia sbrigliata di qualche giornalista, fa comunque pensare che un uso disinvolto della comunicazione sia stato tollerato se non addirittura promosso dagli inquirenti. Ma è il momento di osservare il procuratore aggiunto nelle aule di giustizia.Due processi, trascurati dalla grande stampa, possono essere utili a capire. In essi il procuratore aggiunto Ingroia ha il ruolo chiave nella gestione della pubblica accusa in dibattimento anche se si avvale, come è ormai uso, della collaborazione di alcuni sostituti. Il primo processo è quello per il rapimento e l’uccisione di Mauro De Mauro, giornalista del quotidiano palermitano L’ora. Il fatto risale al settembre del 1970, più di 40 anni fa. Il dibattimento è iniziato nell’aprile 2006 ed è durato 5 anni. Ora siamo alla fase finale, si tirano le somme. Giusto un mese fa il procuratore aggiunto ha iniziato la requisitoria, che poi ha continuato a svolgere un sostituto. Quella di Ingroia è stata una premessa metodologica, per certi versi sorprendente. Va notato che si tratta di un processo assolutamente singolare. Il tempo trascorso fa sì che molti testimoni della vicenda non siano più al mondo. Due personaggi diversamente significativi di quell’epoca come Graziano Verzotto e Mimì La Cavera hanno fatto in tempo a rendere la loro testimonianza ma non ad ascoltare l’inizio della requisitoria.
I cinque anni di dibattimento sono serviti a scandagliare non solo la vicenda umana e professionale di De Mauro ma hanno fornito uno spaccato di grande interesse sulla storia siciliana dal dopoguerra fino agli anni 80. Di grande interesse per gli storici. Dal punto di vista strettamente processuale l’oggetto della decisione della corte è molto ristretto. Sul banco degli imputati c’è una sola persona, il solito Totò Riina. È imputato come mandante, ma più per il ruolo già allora da lui rivestito che per un suo specifico interesse. L’assunto accusatorio, suffragato da alcuni pentiti è che il delitto sia stato ideato ed eseguito da Cosa Nostra. L’ipotesi è ragionevole, naturalmente. Solo che nessuno degli esecutori materiali del sequestro e dell’omicidio siede sul banco degli imputati. Sono tutti morti, la gran parte di morte violenta, dopo 40 anni e due guerre di mafia.Ciò paradossalmente risolve un problema per l’accusa. Infatti i pentiti hanno fornito tutti nomi diversi sugli esecutori materiali e perfino sul luogo dell’omicidio e della sepoltura del povero De Mauro, il cui corpo non è mai stato trovato. Le contraddizioni sull’esecuzione del crimine sono praticamente indistricabili. Resta la responsabilità comunque ascrivibile a Cosa Nostra, organizzazione centralizzata e verticistica.All’epoca il vertice mafioso era composto da un triumvirato, come raccontò a Falcone Tommaso Buscetta, che peraltro sull’omicidio De Mauro parlò in termini molto vaghi. Sul triumvirato invece c’è assoluta certezza: era composto da Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Luciano Liggio. Solo che il primo è stato ucciso nel 1980, gli altri due sono morti in tempi relativamente più recenti in carcere, Badalamenti negli USA, Liggio in Sardegna. E che c’entra Riina? Faceva il triumviro supplente, dicono alcuni pentiti. La tesi si presta a controversie. Riina, raccontò Buscetta, sostituì sicuramente Liggio nel vertice mafioso quando quest’ultimo fu arrestato. Solo che il sequestro De Mauro è nel 1970 e Liggio venne arrestato nel 1974 a Milano.Alcuni pentiti sostengono però che Liggio da latitante, e per di più al nord, non poteva più ricoprire quel ruolo di vertice e appunto per questo Riina lo sostituì. Per la verità Buscetta ammise un incontro con Liggio a Catania nell’estate 1970. Dunque a poche settimane dal sequestro De Mauro, Liggio era in Sicilia ed esercitava a pieno il suo ruolo di gran capo, tanto è vero che prese a male parole Buscetta che era andato a proporgli a nome di Bontate nientemeno che la partecipazione della mafia al golpe Borghese, un tema che, come vedremo fra un attimo, ha la sua importanza proprio nel caso De Mauro. Prima però non si può non osservare che la retrodatazione al 1970 della supplenza di Riina è comunque provvidenziale per la tenuta stessa del processo che in caso contrario, andati all’altro mondo tutti i possibili imputati, non sarebbe potuto nemmeno iniziare.
In parole povere tutta l’impalcatura di un laboriosissimo dibattimento durato cinque anni si regge su questa non solidissima base. Niente esecutori materiali, niente basisti, complici o favoreggiatori, solo un mandante. Sia pure. Ma almeno un movente deve esserci.Ecco, il movente. È stato da subito il problema principale del caso De Mauro. Che sia stata la mafia è subito apparso altamente probabile, praticamente certo. Ma perché? Ed eventualmente, per favorire chi? Leonardo Sciascia, all’epoca dei fatti, formulò una ipotesi con la sua consueta lucidità: «De Mauro deve aver detto la cosa giusta alla persona sbagliata o la cosa sbagliata alla persona giusta». È una trama altamente verosimile. Ma una corte d’assise non può accontentarsene. De Mauro aveva scoperto qualcosa di importante. Nei suoi ultimi giorni se ne vantò, ma nessuno seppe da lui di che si trattasse. Tranne uno, la “persona giusta” appunto o, se si vuole, quella “sbagliata”. È la stessa cosa, e la stessa persona. Ma non si sa chi fosse, né in cosa consistesse la scoperta di De Mauro. Quaranta anni di indagini e cinque di dibattimento non sono riusciti a fare luce. Resta il dubbio fra due possibili ipotesi: la morte di Enrico Mattei o il golpe Borghese, programmato per il dicembre 1970. De Mauro aveva passato la sua ultima estate a lavorare per il regista Francesco Rosi e il suo film su Mattei. Ricostruì le ultime 48 ore del presidente dell’Eni, prima che ripartisse da Catania per morire nel cielo sopra Milano.Scoprì qualcosa? La sua famiglia se ne è sempre mostrata convinta, ma in famiglia non ne parlò o se lo fece non fu capito. E la mafia che c’entra? È probabile che se vi fu un sabotaggio fu fatto mentre l’aereo era parcheggiato all’aeroporto di Catania. Quasi impossibile che la mafia non ne sapesse nulla. Necessariamente però i mafiosi avrebbero dovuto agire, o lasciare agire, per conto di qualcuno. Che poteva importargli di uccidere il presidente dell’ Eni? E poi c’è un ostacolo praticamente invalicabile. Dal punto di vista giudiziario non c’è alcuna sentenza che parli del disastro aereo come di un delitto dovuto a un attentato. Si cimentò sul tema un collega monzese di Ingroia qualche anno fa. La sua lunga inchiesta finì nel nulla, alla fine, dopo accurate perizie effettuate a mezzo secolo dall’evento, il magistrato concluse che l’ipotesi dell’attentato era possibile ma non sicuramente dimostrabile.Dunque per il movente Eni è necessario dimostrare che Mattei è stato ucciso e fornire un movente e un mandante anche per questo omicidio. Diciamo che non è semplice. L’ipotesi di un collegamento fra il rapimento e il golpe Borghese è apparentemente più possibile. È giudiziariamente acclarato dal confronto fra Liggio e Buscetta che la mafia fu interpellata e tentata dall’aderire. È altrettanto pacifico che da giovane De Mauro militò nella X Mas. Per questo nell’immediato dopoguerra dovette rifugiarsi sotto falso nome a Palermo, dove abbandonò l’ambiente fascista e addirittura approdò a un giornale del Pci come L’ora. Mantenne però una qualche ammirazione per il comandante Borghese. È ben possibile che avesse saputo del golpe in preparazione da qualche antico commilitone e che avesse saputo anche dell’idea di coinvolgere la mafia.Il rischio che svelasse in anticipo la trama golpista (era questa la grande scoperta?) e ancor più che svelasse la tentazione di aderirvi da parte dei mafiosi palermitani ne avrebbe potuto fare una vittima assolutamente necessaria per i fascisti e ancor più per i mafiosi che ben volentieri avrebbero cavato di impaccio i seguaci del principe nero per evitare che venisse a galla il veto di Liggio alle velleità golpiste di alcuni di loro. Il ragionamento fila ed è questo in fondo il movente che sembra più convincere il procuratore aggiunto.Ma dal dibattimento non è emerso molto dai testimoni. I dubbi restano, certezze non ce ne sono. E così siamo al momento in cui un mese fa Ingroia propone la sua premessa sul metodo prima che un suo sostituto inizi a svolgere la requisitoria. Non ha esecutori materiali né intermediari, ha solo un mandante la cui posizione si regge con gli spilli e non ha un movente sicuro, ovvero ne ha troppi che è come non averne. A questo punto Ingroia elabora la teoria dei “moventi convergenti” o “movente composito”. Tenta all’inizio del suo ragionamento di convincere la corte che in fondo il codice non ritiene essenziale l’individuazione del movente purché ci siano prove inoppugnabili sul comportamento dell’imputato.Ma non è questo il suo caso e dunque ammette subito dopo che avendo portato ai giudici solo un mandante, un movente ci vuole. «Benissimo – è il passaggio successivo – io il movente ve lo porto. Anzi ve ne porto tanti, perché non sono riuscito a scegliere quello giusto. Ma chi l’ha detto che deve esserci un solo movente? Intanto ce ne sono almeno due che sono i più plausibili». Dice proprio così, «plausibili». «La morte di Mattei e il golpe Borghese. Si delinea uno scenario ampio che coinvolge altre organizzazioni criminali, destra eversiva e golpista, massoneria deviata, ambienti politici, eccetera. Volete un riscontro? Lo dice anche Massimo Ciancimino in un suo recente verbale dove parla di “amici romani” responsabili dell’uccisione di De Mauro insieme ai “compaesani” ovvero i corleonesi. Che si chiede di più? È possibile che De Mauro abbia saputo del golpe, anche se nel processo non abbiamo acquisito questa certezza. Anzi per dirla tutta, processualmente parlando non siamo nemmeno certi che De Mauro avesse davvero trovato una notizia così clamorosa come andava dicendo. Ma non fa nulla, possono sempre averlo ucciso convinti che sapesse qualcosa che in realtà non sapeva. Il golpe è l’ipotesi più probabile. Il guaio è che i familiari insistono sulla pista Mattei. E va bene, anche questo è un movente plausibile. Un movente “concorrente”. E per dirla tutta non si può scartare l’ipotesi di una complicità ambientale anche al giornale L’ora, coraggioso ma non privo di ambiguità. Come si può escludere che De Mauro sia stato tradito dal suo stesso ambiente?».E con questa clamorosa inversione dell’onere della prova Ingroia fa i conti anche con la cosiddetta “pista interna”. Quel che conta nel metodo Ingroia è uno schema fisso che il procuratore aggiunto espone ai giudici del processo De Mauro facendolo precedere da una un po’ goffa giustificazione: «Questo schema non è una scorciatoia, una facile via d’uscita. Anzi è la spiegazione del ruolo predominante di Cosa Nostra che non è una semplice organizzazione criminale ma molto di più. È un vero e proprio sistema di poteri criminali che interagisce con gli altri poteri in funzione sempre sovraordinata».I moventi convergenti sono la manifestazione di una serie di problemi che vanno a formare un unico nodo. Quando l’accumulo dei problemi supera una certa soglia interviene Cosa Nostra e decide di tagliare il nodo. Lo schema è suggestivo e non è nuovo. In fondo l’avevano applicato per primi Rulli e Petraglia, gli sceneggiatori della fiction “la Piovra” e per una ’fiction’ di denuncia civile va benissimo. Per un processo un po’ meno, perchè consente di saltare faticose ricerche di prova limitandosi alla plausibilità dell’intreccio. In parole povere, il metodo Ingroia consente una volta incriminati uno o più mafiosi per un delitto con risvolti politico-sociali di evitare di scegliere un movente preciso. Basta recuperare tutte le ipotesi politiche e giornalistiche formulate in merito e perfino le indagini finite nel nulla. L’essenziale è che rispondano al molto soggettivo criterio di plausibilità o, altrimenti detto, che il ’plot’ funzioni. Si procede per accumulo con la teoria dei moventi convergenti e si costruiscono così per via giudiziaria i tasselli della “vera storia d’Italia”. L’unico inconveniente è che se si esagera si corre il rischio che il processo si concluda con una assoluzione. È capitato.Se il processo De Mauro è alle ultime battute, quello per l’omicidio di Mauro Rostagno è da poco iniziato. Punti di contatto fra due storie così diverse ce ne sono. Il tempo trascorso, intanto. Il delitto Rostagno avvenne nel settembre 1988, ventidue anni fa e diciotto anni dopo il delitto De Mauro. Giornalisti anomali entrambi pur se diversissimi, con trascorsi giovanili agli antipodi, uno repubblichino l’altro dirigente di Lotta Continua. Non hanno fatto in tempo a incrociarsi. Rostagno arrivò a Palermo tre anni dopo la scomparsa di De Mauro. Che Rostagno fosse stato ucciso dalla mafia trapanese, che denunciava instancabilmente dagli schermi della tv locale dove lavorava, apparve chiaro subito a tutte le persone di buon senso.Carabinieri e magistrati però percorsero una pista alternativa e arrestarono la compagna del giornalista ucciso e alcuni ospiti della comunità di recupero per tossicodipendenti dove Rostagno lavorava per disintossicarli. L’iniziativa giudiziaria parve alle esterrefatte persone di buon senso una riedizione fuori tempo massimo di un copione logoro. «Ma quale delitto di mafia,una storia di corna fu». Il remake cercò comunque di stare al passo coi tempi. Il capo della comunità di recupero era grande amico di Craxi, girava per Trapani in Bentley e naturalmente la sua amministrazione lasciava molto a desiderare. La pista politica si saldava a quella interna agli intrecci della comunità. Finì con un buco nell’acqua e la scarcerazione degli indagati.Ci fu allora chi propose un collegamento con l’indagine sul delitto Calabresi partita proprio quell’estate con l’arresto di Sofri e un avviso di garanzia allo stesso Rostagno. Non potevano mancare poi i servizi deviati e proprio vicino Trapani c’era una base della mitica “Gladio” gestita dal Sismi. Con un misterioso aeroporto, forse vettore di un traffico d’armi o forse di rifiuti tossici diretti in Somalia. Rostagno aveva scoperto qualcosa? Insomma, un profluvio di moventi più o meno plausibili. Tutti con un punto in comune. La mafia finisce sullo sfondo. Ingroia ha rimesso le cose a posto. Disponendo una semplice perizia balistica sulle pallottole che hanno ucciso Rostagno, cosa che nessuno in dieci anni aveva pensato di fare, ha portato sul banco degli imputati un killer della mafia trapanese e il suo capofamiglia come mandante.I compagni e gli amici di Mauro Rostagno hanno giustamente plaudito, le persone di buon senso si sono sentite rassicurate. Nelle prime udienze del processo, per la verità, i testi chiamati dalla Procura hanno parlato più delle piste alternative che di quella mafiosa, ma occorre aspettare per capire come intende muoversi l’accusa. Un segnale però è arrivato. Sui “Quaderni dell’Ora” Rizza e Lo Bianco in un articolo che apre un numero monografico dedicato al processo Rostagno – significativamente intitolato “Pista Continua” – avvertono il lettore che «la pista mafiosa non è probabilmente la soluzione finale del caso Rostagno» e che quella pista mafiosa era piaciuta «così subito, così tanto, a così tante persone che non si può non provare perplessità davanti a un consenso così aprioristicamente generalizzato su un esito così “scontato”». Nel corpo dell’articolo è poi riportato fra virgolette l’opinione dei pm Ingroia e Paci che spiegano che «quello che si celebra in aula è solo il processo a un segmento della vicenda Rostagno, quello relativo all’esecuzione del delitto».
Un dettaglio marginale, par di capire. «Un segmento – continuano i pm – per nulla incompatibile con le ipotesi sui mandanti occulti formulate e in passato archiviate per insufficienza di prove, né con le altre ipotesi via via emerse nel corso degli ultimi anni». Non si butta niente. La teoria dei moventi convergenti e il metodo Ingroia promettono ben altro, per sfuggire alla scontatezza di un banale delitto di mafia. E il “quaderno” ha una sua autorevolezza, nel comitato dei garanti non c’è solo Marco Travaglio. C’è anche il procuratore aggiunto Ingroia.Io, se fossi stato un amico di Rostagno, o fossi un ex di Lotta Continua, sospenderei gli applausi e comincerei a insospettirmi. m. bordin riformista

Le “intercettazioni” private di Di Pietro

Sabato, 26 Marzo 2011

Come ogni ex amico che si rispetti, Mario Di Domenico, avvocato abruzzese, socio fondatore dell’Italia dei valori, ha un mucchio di domande da rivolgere alla persona che è stata a lungo oggetto delle sue speranze politiche. Domande di cui dimostra di conoscere già la risposta e che hanno, dunque, più il sapore della sfida. Antonio Di Pietro, per il suo passato (e per il suo presente: nella cornice formale di una seduta della Camera dei deputati ha chiamato «coniglio» il presidente del Consiglio) non è certo uno che tema le sfide. Accetterà quindi di buon grado il questionario che l’ex italovalorista gli ha proposto durante la conferenza stampa di presentazione del suo libro (“Il colpo allo Stato”) tenuta al Circolo della Stampa di Milano. Tra le quindici domande ben sette riguardano la natura associativa dell’Italia dei valori: è il punto sul quale si è rotto il sodalizio tra i due, ed è difficilmente sintetizzabile. Nel libro occupa ben centoventotto pagine (dalla 217 alla 345) con una coda di altre sedici (dalla 393 alla 409) e il lettore – tra statuti, modifiche di statuti, assemblee, scioglimenti, bilanci, acquisizioni di immobili, arredamento degli stessi, assegni, associazione, partito – sinceramente si perde. Ci sono, a onor del vero, fatti circostanziati che lasciano interdetti. Ad esempio il supposto dono della bilocazione (prerogativa di qualche santo, neanche di tutti, e il pur onesto avvocato non sembra appartenere alla categoria) che vedeva il Di Domenico il 31 marzo 2003 presente contemporaneamente a Busto Arsizio ad approvare il bilancio dell’Idv e a Roma davanti al Cancelliere della XI sezione del Tribunale «per la verifica del fascicolo e costituzione in altro processo». Di Domenico chiede oggi a Di Pietro almeno la conferma del fatto di non essere stato convocato quel giorno a Busto Arsizio, anche se – come concluse il tribunale della cittadina lombarda – «pur volendo ammettere che il denunciante non si trovasse a Busto Arsizio, è comunque sufficiente, ai fini della validità della delibera, che il bilancio corrisponda a verità». Bilancio che valse, secondo Di Domenico, otto milioni di finanziamento pubblico all’Idv.Altre domande dell’avvocato aquilano all’ex amico riguardano la famosa cena di Di Pietro con Bruno Contrada: la richiesta, ad esempio, di mostrare la targa ricevuta in quell’occasione da un non meglio identificato «agente del servizio segreto americano» il cui volto appare oscurato da una macchia nera nelle foto che hanno immortalato quell’evento del 15 dicembre 1992. Altre il suo presunto viaggio a Hong della primavera 1933 con visita alla sede della banca Hsbc.Manca, e l’assenza stupisce, la domanda su un episodio che – nel paese delle intercettazioni diffuse ma “legali” – lascia sconcertati (se risponde al vero) per l’incrocio di rapporti fra un cittadino che fa il politico e gli apparati dello Stato preposti alla repressione e alla condanna dei crimini.Il fatto è narrato dalla pagina 297 alla pagina 302 del libro di De Domenico. Ne riportiamo i passaggi principali.«Nel mese di febbraio 2001, il giudice Tonino mi chiamò: “Egidio De Luca vuole finanziare l’Idv”. (De Luca, ex vicedirettore del carcere romano di Rebibbia e vittima di un non mai chiarito attentato delle Brigate rosse, che lo ferirono alle gambe il 6 gennaio 1989, e inusualmente non rivendicato, è all’epoca titolare della Trio Italia). Il «giudice Tonino» decise di andare all’appuntamento, appoggiò «il suo permesso di parlamentare europeo in bella vista sul cruscotto della mia auto: “Vai che con questo possiamo passare ovunque”» (Questa del permesso è un’altra delle lagnanze di De Domenico, il pass europeo non era tale, o non era valido per il centro di Roma, e un giorno gli arrivò il pacchetto di multe.) «In viale Aventino 105, sede della Trio, io rimasi in macchina», Di Pietro salì da De Luca, «ma quando dopo un po’ scese lo trovai visibilmente scosso. “Ha tentato d’incastrarmi. Voleva offrimi del danaro. Ha aperto un armadio e sopra un ripiano c’erano diverse banconote. Prendile sono tue, per l’Idv. Ma io non ci sono cascato. Andiamo via». Dietro la mazzetta c’era una piccola telecamera nascosta. Tempo dopo fra i due ci fu un nuovo incontro nella sede del Parlamento europeo di Roma e Di Pietro cercò di farne ascoltare i contenuti a Di Domenico attraverso il cellulare, ma si sentiva male. «Alla fine mi disse “bisogna incastrarlo diversamente”». L’occasione si prestò quando De Luca e Di Domenico si incontrarono nella sede romana dell’Udeur, appuntamento al quale l’avvocato, su consiglio del «giudice Tonino» andò «debitamente microfonato» e registrò i desideri di vendetta di De Luca nei confronti dei mandanti della fallita imboscata della telecamera, che lo avevano scaricato.Niente male come immagine della politica, ma il bello deve ancora venire. «Qualche sera dopo, il giudice Tonino mi chiamò: “Domani verranno a casa tua alcuni agenti della Questura. Vai con loro e fai ascoltare la registrazione”. Il gioco non mi piaceva più. (…) mi premunii di salvare almeno la forma: “Non fare venire a casa mia né poliziotti né carabinieri. Primo perché mia moglie non capirebbe che cosa sto combinando, e lei non sa nulla di tutto questo. Secondo perché non voglio che condomini del palazzo mi vedano scendere le scale affianco dei gendarmi in uniforme”. “Non ti preoccupare – mi disse – verranno vestiti in borghese”. Così fu». I due arrivarono una domenica mattina e lo portarono alla Questura centrale di Roma in via San Vitale 15. Qui «il Capo della squadra mobile, il dr. Lamberto Giannini» gli chiese, con tono che lo indispettì, di consegnargli la registrazione. «In realtà ero lì proprio per quello, ma mi infastidì quel tentativo di far apparire tutto come una cosa normale, senza un ordine, senza un invito a comparire, senza niente… e non come una “contiguità” o illegittimo “inciucio” (…) «Se non ce la consegna spontaneamente mi farò autorizzare dal magistrato». Il tempo della telefonata («finta» per Di Domenico) bastò all’avvocato per sbirciare il numero scritto sul fascicolo. Poi la consegna della cassetta, il suo riversamento, e il riaccompagnamento a casa. Il commento di De Domenico all’episodio è che «nella mia esperienza di avvocato, non mi era mai capitato un fatto del genere. (…) Il giudice Tonino all’epoca dei fatti era un normale cittadino» ma «per l’apparato della macchina giudiziaria, un cittadino più uguale degli altri». Provate voi a mandare due agenti in borghese a casa di un vostro amico affinché lo prelevino, lo portino in Questura e gli sequestrino una registrazione non autorizzata.Quando poi De Domenico nel 2009 chiese copia di quel fascicolo, gli fu risposto negativamente perché la domanda, benché accettata, era stata depositata in ritardo all’ufficio competente, «esattamente alle ore 13,02». L’ufficio chiudeva alla 13.Restano, a questo punto alcune domande, nostre. Doverose, se quanto raccontato nel libro risponde a verità.È questa la prassi del funzionamento della macchina della giustizia in Italia? È normale che un uomo politico “manovri” così funzionari delle forze dell’ordine? Lasciando da parte la questione della separazione delle carriere tra pm e giudici, si chiede troppo se si auspica una separazione più netta tra il proprio passato di inquisitore e il proprio presente di leader politico? O il conflitto di interessi del vicino è sempre più verde? (3. fine) u. casotto il riformista