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I guai di Marino

Giovedì, 10 Ottobre 2013

Il sindaco ciclista cammina già in salita. Sono passati quattro mesi dall’elezione di Ignazio Marino, ma la «luna di miele» del chirurgo dem – che il 10 giugno sconfisse al ballottaggio Gianni Alemanno e riconquistò per il centrosinistra il Campidoglio – è finita. O meglio, non è mai cominciata. Problemi con la sua maggioranza, isolamento rispetto ai vertici del Pd, «gaffe» a ripetizione, immobilismo nell’azione politica, pasticci amministrativi, come quello sulla nomina del nuovo capo della Polizia Municipale. Vicenda «opaca», che espone sindaco e Comune ad una clamorosa figuraccia, tra selezioni poco chiare, titoli mancanti e dietrofront.

Marino, appena insediato, ha «silurato» il precedente comandante Carlo Buttarelli, lanciando poi un avviso pubblico per individuare il successore. Dopo oltre due mesi, la scelta di Oreste Liporace, colonnello dei carabinieri: presentazione ufficiale, foto di rito, stretta di mano. A distanza di poche ore, la marcia indietro: Liporace non ha i requisiti – cinque anni da dirigente – richiesti dal Comune. Nomina «congelata» e, di fatto, decaduta. Problema risolto? Nemmeno per sogno. Perché Marino vuole comunque nominare un comandante «esterno» al corpo, scatenando la rivolta dei vigili, pronti allo sciopero. Il sindaco tira dritto: «Vogliono la guerra? La avranno».

Ma non ci sono solo i vigili. Marino, in 120 giorni, un braccio di ferro dopo l’altro, è riuscito nell’impresa di mettersi tutti (o quasi) contro: il centrosinistra, i sindacati, commercianti, imprenditori. Prima la pedonalizzazione dei Fori Imperiali, l’unico progetto finora portato avanti dalla giunta capitolina, che ha scatenato le proteste di abitanti e negozianti delle zone limitrofe. Poi la nuova discarica a Falcognana, vicino al Divino Amore. E infine sui cantieri della metro C, ingaggiando una querelle con colossi del settore: Astaldi, Ansaldo di Finmeccanica, le coop ma, soprattutto, col «nemico» Francesco Gaetano Caltagirone, editore del Messaggero, proprietario della Vianini.

Estate complicata, e autunno «caldo». A settembre, con la ripresa dell’attività amministrativa, sono iniziati i problemi con la maggioranza. Il Pd, in questa fase, è decisamente «di traverso». Marino viene accusato di «non ascoltare nessuno», di essersi chiuso «nel suo cerchio magico», con uno staff che – in gran parte – non è di Roma e che conosce poco la città. La giunta non produce delibere, e il consiglio comunale – di conseguenza – è fermo.

Alcuni assessori (come Daniela Morgante, responsabile del Bilancio) sono già nel «mirino» dei partiti: possibile, già a gennaio, un rimpasto a tempi di record. Coi leader del partito, da diverse settimane, è calato «il gelo». Anche con chi – come Goffredo Bettini e Nicola Zingaretti – è stato il principale sponsor per la candidatura di Marino alle primarie del centrosinistra. Adesso, la definizione che circola con maggiore insistenza è «inaffidabile» e c’è chi ipotizza la necessità di una «musata» per il sindaco: «Prima la da, e prima corregge la rotta», il commento di un autorevole esponente pd.

Bettini, dopo averlo «guidato» e consigliato in campagna elettorale, lo ha mollato. Marino non lo cerca da mesi, e lo «stratega» si è messo alla finestra, dedicandosi al suo Campo democratico. Anche con Zingaretti, sotto traccia, ci sono state delle incomprensioni. Il governatore del Lazio, infatti, ha mal digerito la titubanza di Marino su Falcognana, un certo presenzialismo sulla Sanità (settore di competenza regionale) e la continua richiesti di fondi.

Ma la «goccia» è stato l’invito fatto da Marino a Matteo Renzi, per una «passeggiata» sui Fori Imperiali in bicicletta: la visita poi c’è stata, la pedalata no, a causa della ressa che si era creata. Tanto che lo stesso sindaco di Firenze è andato via infastidito e piuttosto perplesso. ?Come se non bastasse, ecco le grane col Bilancio, la vera montagna da scalare per il sindaco ciclista.

Per far quadrare i conti, entro il 30 novembre, mancano 867 milioni. Marino, per scongiurare il commissariamento e il default, ha chiesto aiuto al governo. E, alla fine, il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni ha dato la disponibilità ad una norma «salva Roma», per inserire parte di quei debiti nella gestione commissariale pre-2008. Ma nel 2014 i problemi si ripresentano, con un altro miliardo da recuperare. E, in questo senso, il no di ieri del Senato all’emendamento per il pre-pensionamento dei dipendenti comunali è solo l’ennesima tegola per un sindaco già col fiato corto.

Ernesto Menicucci per il “Corriere della Sera

2. LO SCIVOLONE DI MARINO SUL NUOVO CAPO DEI VIGILI
Francesco Merlo per “La Repubblica”

Aveva scelto come nuovo capo dei vigili di Roma un ufficiale dei carabinieri che ha tre lauree ed è dunque ideale per un ufficio studi ma, come ha stabilito l’Avvocatura costringendolo poi a dimettersi, non ha sufficienti titoli di comando. E con questo suo ultimo pasticcio Ignazio Marino ha esaurito il credito che gli era dovuto perché è di sinistra e perché ha sconfitto Alemanno.

In un solo colpo infatti il sindaco ha ridicolizzato l’arma dei carabinieri, il corpo dei vigili urbani, il diritto amministrativo, la sapienza giuridica del capo di gabinetto, e per finire anche la parola curriculum sulla quale pedala più che sulla sua stucchevole bicicletta.
Venerdì scorso Marino ha dunque presentato alla stampa il colonnello dei carabinieri Oreste Liporace, scelto «tra 99 curricula» per «la straordinaria preparazione scolastica».

E si capisce che a un amante dell’America come il sindaco ex chirurgo, che ha operato a Pittsburgh e a Filadelfia, un capo dei vigili urbani con tre lauree, un master, un diploma di consgliere giuridico e un’abilitazione come commercialista, deve essere sembrato una specie di Clint Eastwood colto, uno sceriffo di pensiero e un professore di azione.

Convinti dunque di avere trovato l’incrocio tra Norberto Bobbio e il generale Dalla Chiesa, il sindaco e i suoi uffici (tutti plurilaureati?) non si sono accorti che Liporace è colonnello dal gennaio scorso e dunque è dirigente solo da nove mesi e non dai cinque anni richiesti dal regolamento e specificati dallo stesso Marino nel suo avviso pubblico, nella sua richiesta di curricula, che sono l’ossessione sua e dei grillini.

Ebbene, nonostante tutto, il nostro primo pensiero è stato: non impicchiamo il sindaco ai dettagli e agli eccessi della burocrazia. Tanto più che un ufficiale dei carabinieri poteva davvero essere una buona scelta per mettere ordine nel corpo dei 6.300 pizzardoni romani che non sono solo la faccia bonaria di Roma, l’autorità comprensiva che non fa mai paura, ma sono anche considerati, e magari a torto, come i campioni della piccola corruzione e del ricatto al mondo del commercio e dell’edilizia, sicuramente inefficienti nella gestione del traffico, spesso sbracati…

E si capisce che c’è molto pregiudizio, ma certo è duro immaginare il pizzardone come il piccolo eroe urbano che calma le risse, come la divisa sempre amica, anche se tutto è possibile dopo averli visti arrancare in bicicletta dietro la bici del sindaco, fisicamente costretti nel ruolo ancillare di ciclo-moschettieri per la foto sui giornali. E vale la pena ricordare che la Panda rossa del sindaco, che abita in centro, è stata fotografata nel parcheggio del Senato, dove non doveva più stare.

Comunque è davvero bizzarro pensare a un carabiniere nella pelle di un vigile romano. E basta notare che nel cinema italiano, nonostante le barzellette, il carabiniere è stato reso famoso dall’eleganza di Vittorio De Sica mentre il vigile romano deve tutto alla goffaggine di Alberto Sordi.

E infatti nel film Pane amore e gelosia quando il sindaco di Sorrento annunzia alla cittadinanza che «il maresciallo dei carabinieri in congedo Carotenuto cavaliere Antonio è il nuovo comandante delle guardie municipali», Vittorio De Sica si tormenta per avere abbandonato la sua bella divisa carica di storia e avere indossato quella ben più modesta del vigile. E si vergogna al punto da farsi alla fine disegnare una uniforme tutta per lui. E quando la sua perpetua in armi Tina Pica, “carabiniera” per affinità elettiva, gli dà del «vigile! », si mette a caccia di eufemismi e la corregge: «Metropolitano, prego». Certo, Vittorio De Sica non passava, come legittimamente accadrebbe a Liporace, da un stipendio lordo annuo di circa 70mila euro a uno di 190mila.

Per la verità ci aspettavamo che il sindaco chiedesse scusa e ritirasse la candidatura di Liporace invece di sfidare i vigili urbani e legittimare le loro proteste sindacali, sino alla lettera giustamente indignata che gli hanno indirizzato ben 25 dirigenti. E certo l’Arma dei carabinieri non c’entra nulla, ma è sicuro che hanno fatto un richiamino ufficioso al colonnello che rimane un carabiniere, anche se aveva chiesto e non ancora ottenuto l’aspettativa dal ministero della difesa. E non si tratta qui di disciplina ma di opportunità e di eleganza militari. Si possono dare infatti le dimissioni anche da cariche non ancora ricoperte, basta dire «ringrazio, ma non mi presto».

E invece per troppo tempo Liporace si è intestardito: «Non mi ritiro, ognuno si prenda le sue responsabilità ». E mettendo a frutto i suoi blasonati diplomi si è applicato

nel distinguere tra avviso e bando, ha spiegato che nessuno è parte offesa perché non c’è un secondo classificato visto che non c’è graduatoria, e che non si sarebbe dimesso visto che non lo avevano ancora nominato, anche se per la verità aveva già ordinato la tinteggiatura dell’ufficio dove aveva fatto scaricare gli scatoloni del trasloco con le carte, le foto di famiglia e le sue cose più care. Solo ieri, alle nove e venti di sera, si è arreso all’evidenza: «Tolgo la mia disponibilità a ricoprire l’incarico».

Di sicuro hanno ragione i carabinieri che, a differenza di Marino, sanno leggere i curricula e pensano che l’abbondanza di dottrina, che è una rara magnificenza se la si sa impiegare, in genere corrisponda ad una mancanza operativa. Liporace ha comandato una compagnia impegnativa a Castellamare di Stabia e poi ha maturato i suoi meriti a Castelgandolfo e negli uffici del ministero della Difesa e del comando generale dell’arma. Marino, che davvero non lo conosceva prima, lo aveva scelto tra 99 candidati tra i quali comandanti ed ex comandanti dei vigili urbani di Firenze, Torino, Forlì, il vicequestore Raffaele Clemente, l’ex pubblico ministero Carlo Lasperanza…

È dunque tempo di mettere in fila tutti i pasticci di demagogia di Marino, comprese le 75 assunzioni nello staff e nell’ufficio stampa e proprio mentre Rosario Crocetta in Sicilia licenziava i suoi 86 giornalisti. Marino giri pure in bicicletta se gli piace, ma sia meno goffo nella battaglia contro la minaccia del fallimento economico, cominci a fare qualcosa contro la sporcizia e il degrado del centro storico sempre più pittoresco terzo mondo, contro i finti centurioni e la mafia della cartellonistica abusiva che di nuovo ha invaso Roma come dimostrano ogni giorno le immagini messe in rete da www.romafaschifo.it.

E si ricordi della manutenzione ordinaria e della povera gente che sempre più dorme per strada dentro i cartoni. L’inverno sta arrivando anche per lui: dopo aver svelato il sindaco macchietta sullo spalaneve potrebbe innevare di ridicolo anche il sindaco che pedala sui curricula.

 

 

La destra è morta non per estremismo ma per mediocrità (by Veneziani)

Mercoledì, 12 Giugno 2013

La destra in Italia non è sparita perché ha fatto troppo la destra; non è caduta su progetti, imprese, idee connotate con i propri colori. È morta d’anemia, si è spenta perché si è resa neutra e incolore, perché si è uniformata per confondersi; perché non ha inciso, non ha lasciato segni distintivi del suo passaggio. Non è morta d’identità ma di nientità, non è morta di estremismo ma di mediocrità. Non è morta di saluti romani ma d’imitazioni maldestre.

La sua scomparsa non lascia tracce di sé. Nessuna delle critiche di gestione mosse alla destra si può attribuire alla sua storia, alla sua indole e ai suoi valori; anche gli aspetti peggiori, come quelli che hanno preso il nome e il faccione simbolico di Fiorito, non nascono dalla sua storia. Erano modi di adeguarsi all’andazzo, tentativi di mostrare che erano uomini di mondo, sapevano stare al potere e in società, sanno come si usa, non sono mica fessi.

A volte si sono adeguati alla caricatura del berlusconismo, uniformandosi al suo lato peggiore. A volte hanno cercato di compiacere la sinistra, i poteri che contano, i media ostili. Senza peraltro riuscirci. Hanno avuto paura di spingersi troppo, di osare. Temevano di perdere il posto, ma l’hanno perso lo stesso, perdipiù senza gloria e senza la gratitudine dei loro elettori di sempre.

Prendete il caso di Alemanno a Roma. Non è caduto sul fascio ma sulla neve. Non gli hanno rimproverato i vigili col manganello, semmai le cartelle di Equitalia e le solite accuse di sempre: il traffico, la sporcizia, le buche. Non gli hanno rinfacciato di voler rilanciare la romanità e i littoriali della cultura ma gli abusi nelle società controllate e alcune nomine aumm aumm.

Promettendo con le casse vuote ben 25 milioni di euro per fare il museo della Shoah a Villa Torlonia – quando esistono già a Roma il museo di via Tasso e delle Fosse Ardeatine, che riguardano direttamente la città – ha irritato la sua gente senza guadagnarsi il consenso altrui; anzi hanno esultato per la cacciata del «fascista» dal Campidoglio; proprio mentre i fascisti, sconsiderati, esultavano per la cacciata del traditore…

Certo, hanno attribuito ad Alemanno i mali storici di Roma, gli acciacchi di ogni metropoli e i malesseri del presente, che non ha creato certo lui o la destra. Lo hanno massacrato mediaticamente. Non sarebbe bello ora fare processi, dimenticando le difficoltà gigantesche di un momento nazionale drammatico e di un Comune lasciato dalla sinistra pieno di debiti.

A onor del vero, se si fosse votato a Milano o a Napoli, anche i sindaci di sinistra sarebbero stati bocciati perché il clima è anti-potere. E poi, con quell’elettorato votante così ristretto, la democrazia è falsata: la motivazione che spinge a votare contro era più forte di quella d’andare a votare a favore.

Ma il problema della destra sparita resta, la delusione del suo elettorato è sacrosanta. Dicendo che la destra non ha pagato per la sua identità, non intendevo sostenere l’inverso, cioè che se fosse stata coerente e cazzuta avrebbe vinto alla grande. Forse avrebbe perso con maggior dignità, avrebbe un punto da cui ripartire, avrebbe almeno la fiducia dei suoi cari. Ma con le identità non si governano gli Stati; si fanno partiti di nicchia o al più larghi movimenti d’opposizione come è il caso di Marine Le Pen, ma non si va al governo.

Però a questo punto mi chiedo: ma ha senso andarci se poi si va via in modo disonorevole senza lasciar traccia di sé né un buon ricordo tra la tua gente?

Non sto parlando di Alemanno, questo è un bilancio di vent’anni di destra al governo. Non mi va tornare ancora sulla loro inadeguatezza, ma si sa che quello è il problema numero uno.

Dovrebbe rinnovarsi, la destra, riaccorparsi, ripartire da quel che ha di risorse, giovanili, collaterali e patrimoniali. Azzerare, selezionare, riunire, rilanciare. (A proposito, avete visto il prototipo della donna tra 100mila anni diffuso ieri dai media? Occhi grandi e sporgenti, fronte spaziosa, corporatura minuta – impressionate, è identico a Giorgia Meloni. Si è portata avanti nella specie, sarà lei la donna del futuro?).

Qualcuno però obietterà: ma serve ancora una destra o qualcosa che ne continui il ruolo, con altro nome? E serve una destra a parte, con un suo distinto movimento? Io penso di sì, penso che serva un movimento con un corpo aerodinamico e un’anima tradizionale; penso che serva a chi la pensa così, ma anche ai suoi alleati, soprattutto se in futuro non ci sarà un leader che avrà la forza di sintetizzare, senza polverizzare, le varie componenti del centrodestra.

Intanto chi viene da destra abbia il coraggio di fare un bilancio impietoso di questi anni. È stata al potere ma cosa ha lasciato per la destra, per le città, per l’Italia? Un pugno di mosche più qualche zanzara. Riparta da zero, con volti nuovi, teste capaci e cuori intrepidi. Se ci sono. m. veneziani ilgiornale.it

La vittoria di Marino e il grande equivoco delle primarie

Mercoledì, 10 Aprile 2013

Non si vorrebbe mancare di rispetto al mitico «popolo delle primarie», sempre entusiasta e numeroso (anche se domenica a Roma meno del solito); ma si ha l’impressione che questo «popolo» non abbia compreso bene a cosa servono, le primarie.
In America, dove le hanno inventate, l’obiettivo non è scegliere il personaggio più simpatico, identitario, vicino alla sensibilità dei militanti, portatore della linea più dura, pura, radicale. L’obiettivo è scegliere il candidato che ha più chances di battere gli avversari. L’uomo in cui possono riconoscersi non tanto i «compagni», quanto la maggioranza dei concittadini o dei connazionali. Allo stesso modo si sono comportati i socialisti francesi, che in entrambe le occasioni in cui sono stati consultati per le presidenziali hanno scelto un esponente del centro del partito: prima la Royal, che prese un dignitoso 46,5%; poi Hollande, che sconfisse Sarkozy.

 

In Italia, all’inizio le primarie sono state il modo di confermare una decisione già presa dai partiti (Prodi, Veltroni). Poi la scelta è diventata «vera». Da allora, vince quasi sempre il candidato più a sinistra. Pisapia a Milano. Doria a Genova. Zedda a Cagliari. Lo stesso Bersani, due volte: contro Franceschini, e soprattutto contro Renzi. E’ vero che i sindaci hanno tutti vinto, a volte rispettando la tradizione come a Genova, a volte ribaltandola come a Milano. Ma è noto che alle amministrative la sinistra ha gioco più facile rispetto alle politiche. Dopo il deludente risultato del 24 febbraio, è stato scritto che Renzi non si sarebbe certo fermato sotto il 30%. Ma questo era chiaro già al tempo delle primarie: non c’era un sondaggio che non indicasse in lui il candidato più competitivo. Ha prevalso il richiamo dell’identità (e anche dell’apparato).

Le primarie di Roma indicano che la lezione non è stata appresa. Non c’erano candidati di primo piano, è vero. C’era però un recordman delle preferenze come David Sassoli. E c’era soprattutto Paolo Gentiloni, l’unico ad avere un’esperienza nell’amministrazione della capitale e nel governo del Paese; ma nonostante l’appoggio di Renzi e di Veltroni ha avuto un risultato imbarazzante. I militanti romani hanno plebiscitato come d’abitudine il candidato più a sinistra, Ignazio Marino (dietro cui pure si intravede l’apparato, nella forma della macchina organizzativa di Goffredo Bettini). Marino è un personaggio per certi aspetti interessante: chirurgo prestato alla politica, all’avanguardia sui diritti civili. Magari potrà pure vincere (anche a Roma, come in quasi tutte le grandi città italiane, il centrosinistra ha una base di partenza più ampia del centrodestra). Restano alcune perplessità oggettive. Nato a Genova da madre svizzera e padre siciliano, un percorso professionale tra Cambridge, Pittsburgh, Filadelfia e Palermo, Marino non c’entra molto con la capitale. Potrà anche strappare qualche voto grillino; ma avrà parecchie difficoltà a intercettare moderati e cattolici.

Presto potrebbero essere convocate nuove primarie nazionali, in vista del voto anticipato. Siccome la sinistra viaggia con un’elezione di ritardo – nel 2006 fu schierato Prodi anziché Veltroni, mandato a perdere due anni dopo; nel 2013 è stato schierato Bersani anziché Renzi -, stavolta dovrebbe toccare al sindaco di Firenze. L’Italia non schierata lo aspetta, a torto o a ragione. Ma già spunta Fabrizio Barca, i cui meriti come ministro sfuggono ai più, ma che può vantare un impeccabile pedigree rosso (a cominciare dal padre, intellettuale di punta del Pci, direttore dell’Unità e di Rinascita); che non è un torto ma, agli occhi dell’ostinata maggioranza degli italiani, neppure un merito. Se ne possono trarre molte considerazioni, tutte legittime. Tra le quali c’è anche questa: non esistono, come la sinistra tende a credere, un’Italia immatura, sempre pronta a bersi le promesse di Berlusconi, e un’Italia “riflessiva”; esistono due minoranze di militanti – numerose se misurate in piazza o ai gazebo, piccole in termini assoluti -, pronte a seguire l’istinto e la passione, ma incapaci di indicare una soluzione condivisa a una vastissima Italia di mezzo, che alla politica crede sempre meno.  corriere.it

Emauele Emmanuele, l’ottavo Re di Roma

Domenica, 12 Febbraio 2012

Professore, accademico, membro eletto, membro onorario, consulente, patrocinatore (del ritorno dei Savoia), commissario straordinario, organizzatore, ispiratore, intellettuale, studioso, sportivo e olimpionico (dalla Targa Florio al fioretto), cacciatore, cittadino onorario, gentiluomo, cavaliere di gran croce, gran tesoriere e hidalgo, insignito di premi alla poesia e alla simpatia. Ma soprattutto: banchiere, mecenate e filantropo. Tanto splendore concentrato in un uomo solo?Certo, se quell’uomo è Emmanuele Emanuele, presidente della Fondazione Roma, l’uomo più corteggiato della capitale da chi ha bisogno di soldi, più odiato dai banchieri di mestiere alle prese con la crisi, più insidiato da potenti in temporanea carenza di una poltrona.Lui se ne infischia, si pavoneggia sciorinando nei minimi dettagli un cursus honorum da record, in cui non è menzionato però un episodio essenziale: aver incrociato le lame con un altro potente, Cesare Geronzi, quando quest’ultimo era il faraone della Banca di Roma, poi Capitalia. Tipi entrambi ingombranti, ma fu il nostro che finì in esilio, alla Fondazione.Oggi che le sorti sembrano rovesciate, Emanuele parla di lui chiamandolo il “ragionier” Geronzi. Non è detto però che tra i due la partita sia finita, visto che la scadenza della guida della Fondazione sta per arrivare, con la chiusura del bilancio 2011. E dopo vent’anni di regno indiscusso, le chiavi di quella caverna di Ali Baba potrebbero passare a qualcun altro. Magari a Cesarone.Emanuele, c’è da starne certi, venderà cara la pelle, visto che la Fondazione se l’è cucita addosso come un vestito. Sarebbe stato disposto a separarsene solo se Monti l’avesse chiamato al governo, aspirazione che ha cullato con convinzione: un governo di tecnici senza di lui?, assurdo! Il carattere pugnace non gli manca: per dimostrare di non aver bisogno di lobby, tanto sa fare da solo, taglia i ponti e la quota associativa con il superclub delle potentissime fondazioni bancarie: “Loro sono costretti a vendere palazzi o a fare aumenti di capitale a debito”, si vanta, “io no”.Si ribella persino al ministro del Tesoro per quella che, a suo dire, è una indebita vigilanza sulla Fondazione Roma, e ricorre in tribunale (respinto, ma darà battaglia). Dialoga con il Campidoglio come con una congrega di straccioni con pochi soldi e troppi lacci, che lui non ha, visto che siede su 2 miliardi di euro di patrimonio e ne è praticamente il padrone assoluto.Emanuele, 74 anni suonati, è insomma quello che intimamente tutti i banchieri vorrebbero essere: arbitri delle ricchezze che amministrano, per riceverne soltanto lustro, e togliersi parecchi sfizi. Quali sono i suoi? Se per le opere di bene si dichiara vocato – d’altra parte di queste le fondazioni dovrebbero occuparsi – la sua passione è l’arte (tanto da tenere in salotto un modellino di museo che vagheggia di costruire nel centro di Roma), e su questo terreno non si pone limiti come un signore rinascimentale: pittura, scultura, numismatica nei suoi palazzi al Corso, una sua orchestra sinfonica, un teatro (sostiene il Quirino), ma anche il cinema (è sponsor del festival di Taormina), un festival di poesia.Le nove Muse quasi al completo, ognuna con un bell’assegno del grande elemosinere. Ultimo incarico conquistato: un posto nel consiglio della Biennale con la firma del ministro Lorenzo Ornaghi. Da dove ha fatto subito capire che vuol fare il Giamburrasca, votando contro la nomina di Massimiliano Gioni decisa dal presidente Paolo Baratta.D’altra parte è sull’attività artistica che si concentra ultimamente la fetta più sostanziosa delle spese della Fondazione: 21 milioni nel 2010 su 35, lievitati ulteriormente nel 2011. E il suo vero oggetto del desiderio, quello per cui farebbe carte false, è il Palaexpo, il polo più prestigioso delle mostre della capitale, che assomma il Palazzo delle esposizioni, dopo un costoso restauro a spese del Comune, e le Scuderie del Quirinale. Un milione di visitatori nel 2010, per lui numeri mai visti.Oggi il Palaexpo è un’azienda speciale dove Emanuele è entrato come presidente portando con sé un bell’assegno di 4 milioni l’anno (e ottenendo un suo uomo alla revisione dei conti) a integrare i 10 versati dal Campidoglio. Ma un progettino per incoronarlo re dell’arte a Roma, mollandogli tutta l’azienda, il sindaco Alemanno lo aveva fatto già a inizio estate 2011: prevedeva una concessione fino al 2015 affidata con una gara tra cinque concorrenti a cui veniva richiesto un requisito base: essere Fondazioni, singolare identikit.Morì lì, per l’opposizione del Quirinale, proprietario delle Scuderie. Ma Alemanno non ha rinunciato al disegno. E ha promesso a più riprese a Emanuele di portarlo a compimento. L’occasione potrebbe essere imminente, e cioè l’istituzione della Fondazione per il Macro, il museo di arte contemporanea del Comune: con un colpo di mano in corso di approvazione, sarebbe un gioco da ragazzi inserire il regalo per Emanuele.D’altra parte, come resistere a un uomo così volitivo? Anche in Fondazione, non c’è nessuno in grado di fargli argine. E se qualcuno si azzardasse, lo statuto disegna una governance che azzera la benché minima opposizione. I soci? Eletti. E da chi? Dall’assemblea dei soci medesimi, per vent’anni, e la loro identità è custodita meglio del terzo segreto di Fatima (i loro nomi sono scritti a mano in un libro che nessuno può consultare).Sono loro che nominano il consiglio di indirizzo, l’organo esecutivo, dove al posto degli enti locali come in tutte le fondazioni, la società civile è rappresentata (per sei posti su venti) dall’Avis, dal policlinico Gemelli e dall’Idi (ospedali entrambi del Vaticano), dalle università La Sapienza e Tor Vergata, e dalla Soprintendenza del polo museale di Roma. Tutti in un modo o nell’altro beneficiati dai soldi della Fondazione. Il consiglio d’amministrazione? Nominato dal comitato d’indirizzo.Insomma, una struttura totalmente autoreferenziale. Dove infatti non appare strano che Emanuele nel 2010 fosse titolare di tre stipendi: oltre ai 267 mila della sua carica principale, altri 169 gli venivano da quella di presidente della fondazione “controllata” Roma Mediterraneo e altri 269 come sovrintendente culturale della controllata Musarte. Come ha raccontato “Il Fatto”, poiché quest’ultimo incarico valeva fino al 2017, quando nel 2010 Emanuele se l’è fatto revocare dal consiglio – da lui stesso presieduto – ha potuto pretendere una buonuscita di 1.800.000 euro lordi.A cui ha fatto seguito un’altra prebenda da 271 mila euro lordi, per “attività eccedenti la carica di presidente svolte nel 2009″. Sconcerto? Zero. Sarà perché nel cerchio magico della governance dell’ente la distribuzione dei compensi segue ragioni altrettanto singolari: 85 mila euro al vicepresidente Serafino Gatti, circa 40 mila ad altri tre consiglieri, 60 mila al direttore generale Franco Parasassi. Tutti oltre la normale retribuzione, per “prestazioni eccedenti”.Ma le stranezze non finiscono qui. Le Fondazioni nascono allo scopo di far fruttare il capitale e di distribuire, senza mirare al profitto, erogazioni liberali e fare “grant making”, cioè sostegno a iniziative di altri. A Roma, invece, si preferisce operare in proprio. E per farlo con più libertà Emanuele utilizza il meccanismo delle “fondazioni della Fondazione”. Lui non è riuscito a sottrarsi alla “vigilanza” del Tesoro? Allora trasferisce l’attività dal centro a organismi satellite, una serie di Fondazioni “figlie”, queste non vigilate, a cui destinare le erogazioni.Va da sé che ognuna di questa strutture ha una sua sede, i suoi vertici, i suoi dipendenti, con relativi costi aggiuntivi, e totale mano libera. Un esempio? Musarte, che gestisce le esposizioni di Palazzo Cipolla e di Palazzo Sciarra, entrambi su via del Corso, è partita nel 2009 con una dotazione di 7,9 milioni di euro, ne ha bruciati subito 4,5, ne ha avuti ripianati 4 e ne ha bruciati il secondo anno 6,3. Posto che i visitatori nel 2010 sono stati 200 mila, è come se ciascuno di loro fosse costato una trentina di euro alle casse di Emanuele.Questo pozzo di San Patrizio fatto con soldi di origine pubblica, è affidato a una società privata, Arthemisia, specializzata in allestimenti di mostre, che opera con un contratto di gestione. Come pure a uno studio privato di sua fiducia, lo studio Gemma, Emanuele ha affidato in outsourcing la gestione dei conti, dell’amministrazione e del personale.Forse come premio della consulenza di Gemma per l’acquisto di Palazzo Cipolla da Unicredit (84 milioni), che ha permesso alla Fondazione di non pagare 16 milioni di tasse. Bravi davvero, tanto che sono stati liquidati con una parcella di 1,6 milioni di euro. L’effetto, è la blindatura della Fondazione da sguardi indiscreti e con soggetti nei gangli chiave che a lui riportano.Ma non si dica che Emanuele pensi solo al suo potere personale. In Italia è lui il portabandiera dell’idea di Cameron sulla Big Society: associazioni civili che subentrano a Stato e mercato per gestire i servizi pubblici. Su questo ha promosso un convegno. Da parte sua, vorrebbe metterla in pratica sotto casa, in pieno centro di Roma, dove ha tentato di istallare una fontana e far fuori una trattoria un po’ rumorosa. Ma su questo tipo di society Alemanno ha detto no.ARTHEMISIA SI SCOPRE
Prezzemolo Arthemisia. La società di allestimento mostre è diventata l’inseparabile partner della Fondazione, prima come fornitore di servizi, poi come gestore di Musarte. Ha lavorato in passato per il palazzo Reale di Milano e la si ritrova come regista del padiglione italiano dell’ultima Biennale arte curata da Vittorio Sgarbi.Poi, come allestitore anche dell’edizione romana della stessa Biennale, a palazzo Venezia, dove tra gli artisti esposti compare anche la figlia di Emanuele, Teresa, fotografa e dipendente di Zetèma, l’azienda comunale capitolina, per cui si occupa del polo Macro a Testaccio. A chi fa capo Arthemisia? Fino a poco tempo fa la società era controllata al 60 per cento da una srl, “S’Invera”, a sua volta controllata da due fiduciarie. A fine 2011, lo schermo è stato tolto: la società è al 100 per cento di un ex consigliere della stessa Arthemisia, Matteo Mantovani.UNICREDIT TAGLIATO A METÀLo stato maggiore di Unicredit gli aveva reso visita per tempo. Come azionista importante della banca (anche se non rilevante: è sotto il 2 per cento e dichiarava lo 0,95 a fine 2010), la Fondazione Roma era chiamata per l’ennesima volta a un aumento di capitale dell’istituto in cui era confluita Capitalia.Quel pacchetto, che ancora nel 2010 rappresentava un quarto del suo patrimonio, cominciava a dare parecchie delusioni, non solo per gli esborsi richiesti per la ricapitalizzazione, ma anche per il crollo in Borsa: il titolo ha perso quasi il 90 per cento del suo valore iniziale. Che fare?Emanuele ci ha pensato su e poi ha deciso per la soluzione salomonica: ha venduto una parte dei diritti e con il ricavato ha sottoscritto una parte dell’aumento di capitale. Il risultato finale nel bilancio della Fondazione si saprà solo alla pubblicazione dei conti, ormai imminente. Di certo, il resto del patrimonio investito, circa 1,5 miliardi, gli dà maggiori soddisfazioni. Attraverso il gestore Fondàco (Compagnia di San Paolo), con una banca depositaria francese e sotto l’ombrello di un fondo lussemburghese, gli investimenti finanziari della Fondazione Roma germogliano di rendimenti che persino nel 2011 dovrebbero essere positivi.L’altro filone degli investimenti decisi da Emanuele è quello su Sator, la finanziaria fondata da Matteo Arpe (e dove ha trovato lavoro il figlio di Emanuele, Eugenio): la Fondazione ha investito nel suo Fondo di private equity (attraverso il quale è indirettamente azionista di Banca Profilo e del sito di informazione economica Lettera 43) e nel suo fondo azionario, che nel 2011 ha chiuso in parità, quando il benchmark registra perdite del 16-18 per cento.Paola Pilati per l’Espresso

Ale-danno, per Alemanno è sempre colpa degli altri

Lunedì, 6 Febbraio 2012

Sedicente scalatore provetto, Alemanno dovette arrendersi nella scalata allo Shishapangma, il quattordicesimo monte tibetano più alto della terra e il più basso tra gli “Ottomila”, per un raffreddore o, come dicono i tanti zelatori miracolati dal sindaco dal cuore nero, per una broncopolmonite. Stavolta non ai ghiacciai si è arreso, ma alle falde dei pochi metri del Gianicolo e dell’Aventino, sotto 30 centimetri di neve. Ma senza rinunciare a una puerile e improvvida polemica con il capo della Protezione Civile che, come non capita di frequente, stavolta sembra avere tutte le carte in regola negli avvisi lanciati per l’emergenza in arrivo con i venti gelidi del nord.Trentacinque millimetri? Se nevica, come tutti sanno, e non solo i campioni di arrampicate, fanno 35 centimetri di neve. Ma lo scalatore tibetano non lo sa, cade nell’equivoco, pensa di uscirne con la guerra dei millimetri e ci alluviona di interviste televisive. “Millimetri, come il suo cervello”, ne conclude un blogger più che incazzato nella tundra gelida. Il senso di Alemanno per la neve diciamo che più che alla “K2″ è un po’ alla “barisienne”, dalla città portuale pugliese dove nacque, o alla “pariola”, il quartiere capitolino dove il papà generale dell’esercito lo condusse giovanetto a esercitarsi, tra piazza Euclide e piazza Pitagora, nelle arti del picchiatore nero, nutrito tra le mura del Liceo scientifico Righi.Incedere affrettato, sguardo basso, tratto alquanto isterico, debolezza evidente e autorità alquanto scadente rispetto agli squaletti neri affamati che lo attorniano in nome dei vecchi tempi delle mazze e delle molotov, il sindaco di Roma capitale delle calamità è diventato lui stesso “la calamità” agli occhi di migliaia di romani che nella notte di venerdì lo ha maledetto sul raccordo in una scena che neanche Federico Fellini era riuscito a rendere così cupa e ansiogena.Nel felliniano “Roma” il raccordo allagato era l’inferno metropolitano, nella “Fascistopoli” capitolina il raccordo imbiancato è diventato la tomba della Roma della “destra sociale”, sotto cui si radunarono, conquistato il potere municipale, le antiche pattuglie romane di Terza posizione, Forze nuove, Naziskin, Avanguardia nazionale e ultrà fascisti e profittatori di ogni specie.Stavolta sono arrivati davvero quasi tutti al potere con Gianni lo scalatore. Da Mokbel, l’uomo della grande truffa a Finmeccanica, fino a Vattani, il figlio console dell’ambasciatore Umberto animatore di Casa Pound e a Fabrizio Mottironi, ex Nuclei armati rivoluzionari, messo a capo di Buonitalia Spa. E intorno decine e decine di vecchi camerati che spuntano dappertutto in ruoli istituzionali, comunali e economici, come per placare un appetito di potere che viene da lontano e che dopo interi lustri seguiti alla sdoganamento berlusconiano, non è ancora placato.E che l’ex piccolo camerata del Liceo Righi non riuscirà mai a placare. L’ufficio di collocamento di Roma capitale di “Fascistopoli” non dimentica nessuno degli antichi camerati, in un’orgia di inadeguatezza e incapacità, talvolta popolata di incredibili figuri muniti di doppiopetto e cravatta.Talvolta antropologicamente simili agli eredi della Banda della Magliana, che negli ultimi mesi con le sparatorie hanno messo a ferro e fuoco la capitale in un continuo romanzo criminale.Questa è la Roma “legge e ordine” che Alemanno aveva promesso. Per i posti apicali, come si dice, il grande consulente del sindaco è il solito Luigi Bisignani, che ha appena patteggiato per gli imbrogli della P4. È dell’ex piduista, poi passato allo stato maggiore di Gianni Letta, che il sindaco si fida per le nomine più importanti, come quella di Cremonesi alla Camera di Commercio e di Basile all’Atac. Come ormai tutti sanno, Bisignani è un cultore della prevalenza del cretino nei ruoli di potere, perché così quelli che colloca li controlla meglio, come ha rivelato in una ormai famosa intercettazione telefonica.Con il sindaco di Roma va giù morbido, come nel burro: ogni parente suo o di qualcuno dei suoi che Alemanno colloca, l’inesauribile Bisi gli impone il suo cretino di turno. Ora la neve. Ma con l’acqua, come sul raccordo anulare di Fellini, il sindaco aveva già avuto a che fare un sacco di volte. Purtroppo sembra che, nella sua arroganza, anche l’esperienza riesca a insegnargli poco. Nel dicembre 2008 ci fu la piena del TevereAnche allora il sindaco se la prese con la Protezione civile. Ma nessuno in municipio aveva pensato a controllare la pulizia dalle foglie delle caditoie, i tombini romani per la cui manutenzione erano lautamente pagate le imprese napoletane di Alfredo Romeo. Fino al 20 ottobre scorso, quando Roma andò di nuovo sott’acqua e, come al solito, lui, sorpreso e stupito come fosse un passante, frignò contro qualche altro presunto colpevole.Ora ci racconta che il piano-neve – guarda un po’ – è stato ostacolato dalla neve. E va in tivù trenta volte in poche ore a chiedere una commissione d’inchiesta. È uno scherzo? O chiede che qualcuno lo metta finalmente sotto inchiesta per liberare da lui stesso Roma Capitale? Non vi illudete, per lui la colpa è sempre di qualcun altro. E con i suoi spin doctor ha deciso di spezzare le reni al ghiaccio. Mediaticamente. Ma sapete chi sono gli ultimi suoi spin doctor, dopo l’assunzione di circa 25 addetti al suo ufficio stampa? Tenetevi forte: il più ascoltato è Luigi Crespi, quel tipo che si definisce sondaggista, che visse per un po’ alle spalle di Berlusconi e che poi finì in bancarotta.Poi c’è Iole Cisnetto, la consorte di quel Cisnetto che organizza, finanziato soprattutto dalle imprese più care a Bisignani, “Cortinaincontra”, una specie di passerella di amministratori delegati in cerca di una ripresa televisiva e di una marchetta giornalistica, in cambio di un modesto contributo pagato dai loro azionisti. Alemanno la frequenta insieme alla sorella Gabriella, direttrice dell’Agenzia del Territorio. Andate a spalare la neve, ha detto il sindaco ai romani quando ha visto che le cose si mettevano male.Ma a Roma non si può fare. Uno che a Trastevere lo ascoltava in televisione ha commentato: “Aho, questo è più paraculo de Schettino, se vò godè la scena di Roma che lui ha affondato dallo scojo! Ci vada e ci resti, così non si bagna”.  a. statera repubblica.it

Alemanno, dimettiti!!!!

Sabato, 4 Febbraio 2012

Temis

Ale-danno inaugura i lavori in corso di piazza Cavour

Giovedì, 26 Gennaio 2012

ennesimo bluff della giumnta capitolina. alemanno ha inagurato il parcheggio a piazza cavour. solo che sarà pronto fra due mesi…ale-danno, come lo chiama dagospia, ne ha fatta un’altra delle sue. temis

Alemanno rin-tronato

Venerdì, 28 Ottobre 2011

Apre un negozio Trony a Roma e i 25.000 clienti accorsi fanno andare in tilt il traffico. leggiamo che il sindaco di Roma Gianni Alemanno adesso vuole chiedere i danni per i disagi subiti dalla città. Alla costante ricerca di un capro espiatorio per liberarsi dalle responsabilità per la sua incapacità di amministrare, Alemanno adesso se la prende anche con i pochi esercizi commerciali che vendono e producono ricchezza. Per i danni della scorsa settimana, quanto un temporale ha causato anche un morto, la colpa era della Protezione civile (peccato, che i tombini sono intasati, le foglie non vengono raccolte e le strade sono dissestate); ora, tocca Trony, responsabile di aver aperto un negozio che vende (peccato che a roma la metro è piccola, gli autobus sono sempre in ritardo). Ma, forse, non dovremnmo prendercela con Alemanno, ma con il suo spin-doctor….temis

Se è un parrucchiere, alla gogna senza pietà

Sabato, 14 Maggio 2011

eeaccusato da una aspirante massaggiatrice, che stava “saggiando” personalmente, di aver preteso un rapporto orale, un parrucchiere per vip di roma (ma quanti sono?) è stato arrestato. il suo nome e cognome lo potete leggere su repubblica e corriere della sera. così come la location del suo salone. in un colpo solo è stata annientata una carriera e il lavoro di tutte le persone che lavoravano per il parrucchiere (immaginiano che le massaggiatrici che già lavoravano in quel salone dovranno omettere, nella ricerca di un nuovo lavoro, quel datore di lavoro così vip del quale sino ad oggi erano fiere, per passare per delle “massaggiatrici”). per quale motivo la stampa non si è limitata riportare la notizia con le sole iniziali? un arresto non equivalgono ad una condanna (che per di più deve passare in giudicato). e dire che quando il portavoce del governo fu fotografato vicino a un trans, l’autorità per la privacy vietò la pubblicazione della foto. due pesi e due misure. temis

Bufale apocalittiche (by de Turris)

Mercoledì, 11 Maggio 2011

Questo potrebbe essere l’ultimo articolo che scrivo e pubblico. Non perché abbia deciso che è finalmente giunta l’ora di smettere questa insana attività, ma perché, da quel che si legge, annuncia e denuncia in Rete un violento terremoto devasterà la Capitale il prossimo 11 maggio… L’allarme è generale, le paure s’incrociano, c’è chi consiglia di andar via quella notte o almeno di dormire in macchina. La diceria si è diffusa a macchia d’olio, si è gonfiata, arricchita di particolari. E come ogni leggenda metropolitana che si rispetti, tecnicizzata o meno, non si sa quando e come sia nata. Beh, un padre ce l’ha o ce l’avrebbe: è il sismologo e astronomo dilettante Raffaele Bendandi da Faenza (1873-1979), il quale, si afferma perentoriamente, l’avrebbe predetto questo maledetto sisma. Lo si afferma ma non si porta alcuna prova, anzi la cosiddetta previsione è stata seccamente smentita da «La Bendandiana», l’associazione che ne custodisce e studia le carte, che per bocca della sua presidente ha affermato con chiarezza che una tale previsione non è stata mai fatta e che non risulta in nessun documento custodito presso di essa. Insomma, una bufala apocalittica e mediatica. Eppure…Eppure il potere della Rete è ormai troppo forte: un cosa falsa detta a voce mille e mille volte alla fine diventa vera e non ci sono ragioni, figuriamoci se rimbalza su Internet: è impossibile smentirla. Il meccanismo delle dicerie è noto e studiato da tempo, e quelle che gli antropologi culturali hanno definito ormai come «leggende metropolitane» hanno trovato un terreno fertilissimo e incontrollabile proprio grazie ad un ritrovato della tecnoscienza che, in questo caso specifico, si mescola alla tendenza millenaristica presente ormai da ben prima del 2000.Non c’è in fondo grande differenza tra l’umanità, che la supponenza illuministica presume incolta e superstiziosa, dell’anno Mille e quella dell’anno Duemila. Allora c’erano predicatori che giravano per borghi e castelli, seguiti da turbe autoflagellantesi, annunciando la fine del mondo allo scoccare del 31 dicembre 999; oggi ci sono turbe virtuali che seguono profeti di sventura mediatici più o meno interessati che ci allarmano e spaventano per una serie di eventi che provocheranno ancora una volta la fine del mondo, parziale (come il terremoto romano) o globale (come nel fatidico 21 dicembre 2012). La civiltà ipertecnologizzata del XXI secolo non si rivela poi troppo diversa da quella del X secolo. La superstizione della catastrofe in agguato è peraltro una costante dell’umanità: su questo piano non si sono fatti passi avanti, anzi grazie ai ritrovati della tecnoscienza si è potenziata una sindrome ancestrale.Non c’è molto da meravigliarsi: il tema della «fine del mondo» è sempre esistito come ha dimostrato uno storico delle religioni del livello di Ernesto De Martino in uno sterminato studio pubblicato postumo (La fine del mondo, Einaudi, 1977, cui si affianca oggi uno specifico approfondimento filosofico dovuto ad Andrea Tagliapietra, il quale nel suo dotto ma affascinante Icone della fine (Il Mulino), partendo da Kant, nota come di fronte all’idea di una fine definitiva di tutto e di tutti il pensiero di blocchi e si annulli, impotente a pensare oltre. La conseguenza è che, seguendo il ragionamento kantiano, l’esplorazione del vuoto abissale decretato dalla fine viene allora delegato non più alla ragione ma all’ «organo della immaginazione» che elabora così una serie di «immagini apocalittiche», dato che oggi, afferma Tagliapietra, assistiamo «alla ripresa dell’immaginazione della fine e del suo inventario figurale e simbolico». La conseguenza è che «le icone della fine elaborate all’interno del grande codice della tradizione occidentale rioccupano i vuoti del nostro presente, in quegli spazi dell’immaginario che coincidono con i miti della cultura di massa, del cinema e delle narrazioni popolari». E quindi anche della Rete.Che esista da un bel po’ questo crogiolarsi generale in fantasie angosciose lo conferma un arguto e intelligente saggio di Andrea Kerbaker (Bufale apocalittiche, Ponte alle Grazie) dove si analizzano le apocalissi mancate all’inizio del XXI secolo: dal baco del millennio alla mucca pazza, per concludere che la nostra è ormai la «società degli allarmi» e che siamo condizionati, senza poterlo impedire, dalla «Internazionale della paura» che opera indisturbata grazie ad un mix composto da una informazione istantanea, dal cinismo dei media, dal parere di esperti, dai cosiddetti opinion makers mossi da due unici interessi: quelli di immagine e quelli economici. La nostra, afferma Kerbaker, è una società sostanzialmente ipocondriaca: «La certezza del male, dapprima basata su flebili indizi, cresce, prima piano, poi più rapidamente, acquista spazio mentale sempre maggiore, fino a sgonfiarsi più o meno da sola, in attesa della malattia successiva».L’ultimissimo caso del terremoto romano lo conferma: è ciò che Kerbaker definisce come quel «senso di entropia, storicamente connaturato alla natura stessa dell’uomo: un costante memento mori che nelle varie epoche ha portato all’immaginazione di svariate catastrofi finali».Ce ne faremo una ragione e sopravviveremo anche a questo. g. de turris Tratto da Il Giornale del 5 maggio 2011.