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Una praticante in Vaticano, ecco la miracolata del Papa

Martedì, 23 Luglio 2013

d3a3be448d02075eef98065dcbd01848Il Papa sarà sicuramente contento. Perché tutto si può dire di Francesca Immacolata Chaouqui, tranne che non sia una praticante a 360 gradi. La nuova consulente del Pontefice, 32 anni, inserita pochi giorni fa nella Commissione d’inchiesta sulle finanze vaticane, ha un curriculum dove spiccano tante esperienze in studi legali. C’è il periodo passato in Pavia e Ansaldo dal 2005 al 2010. C’è una piccola parentesi trascorsa aiutando l’avvio dello studio legale Crisci e Associati, gestito da quel Stefano Crisci che è figlio di Giorgio, ex presidente del Consiglio di stato e delle Ferrovie. Infine l’esperienza presso lo studio legale internazionale Orrick, Herrington & Sutcliffe. Approdi per certi aspetti “logici”, visto che la Chaouqui si è laureata in giurisprudenza alla Sapienza di Roma. Nonostante il trascorso quasi decennale negli ambienti legali, però, la nuova consulente del Papa non risulta aver mai ottenuto il titolo di avvocato.

Praticante in tutto

Dall’archivio on line del Consiglio nazionale forense, infatti, si apprende che  la Chaouqui è iscritta dal 12 marzo del 2009 nel registro dei praticanti abilitati. La Notizia ha avuto modo di verificare che questa informazione è tutt’ora corretta: per il momento la consulente papale non è ancora diventata avvocato. Insomma, si tratta di una praticante a tutto tondo, nel campo della religione e in quello professionale. Ma l’assenza di titolo non è stato certo un ostacolo alla sua nomina nella prestigiosa Commissione che avrà l’arduo compito di mettere ordine nelle finanze vaticane. Nel chirografo firmato la settimana scorsa da Papa Bergoglio, infatti, si legge che l’organo dovrà raccogliere informazioni “offrendo il supporto tecnico della consulenza specialistica ed elaborando soluzioni strategiche di miglioramento, atte a evitare dispendi di risorse economiche, a favorire la trasparenza nei processi di acquisizione di beni e servizi, a perfezionare l’amministrazione del patrimonio mobiliare e immobiliare, a operare con sempre maggiore prudenza in ambito finanziario, ad assicurare una corretta applicazione dei principi contabili e a garantire assistenza sanitaria e previdenza sociale a tutti gli aventi diritto”.

La domanda

Inutile dire che la domanda che circola con maggiore insistenza in questi giorni è principalmente una: ma quali competenze la Chaouqui può mettere a disposizione della Commissione e degli altri sette membri? Anche perché dalle informazioni disponibili viene fuori che la consulente vaticana si è più che altro occupata di “external relations, communication, public affairs”. Settori che sicuramente possono far comodo anche in questa nuova esperienza, ma non sembrerebbero così cruciali quando si parla di acquisizione di beni e servizi, di patrimonio mobiliare e immobiliare o di applicazione dei principi contabili. Chi conosce bene la Chaouqui, però, giura che le competenze ci sono tutte. Ricorda che ha lavorato in Orrick con Patrizio Messina, superesperto di finanza strutturata. Che davanti ai modelli organizzativi d’impresa sa perfettamente dire la sua. s. sansonetti lanotizia.it

Tedesco, perchè arrestarlo dopo un anno? (by Sansonetti)

Sabato, 9 Aprile 2011

Il Pd – con il caso Tedesco – sta dando l’ennesima prova della sua inconsistenza. E più precisamente di avere scelto per se il triste incarico di fare la scorta da un lato ai liberisti e dall’altro ai forcaioli. Se ci pensate un attimo vi accorgete che il liberismo e il forcaiolismo sono i due grandi eredi della destra novecentesca. Il liberismo – ripulito dalle grandi pulsioni libertarie e ridotto a pura e semplice ricetta economica – è l’erede, degenere, del liberalismo.
l forcaiolismo è il figlio naturale del vecchio totalitarismo. Il liberismo di sicuro è peggiore del liberalismo, e il forcaiolismo, invece, è meno feroce del fascismo. Queste modifiche genetiche hanno permesso a liberalismo e forcaiolismo di avvicinarsi, di convivere, mentre nel secolo scorso liberalismo e totalitarismo non potevano stare insieme.Qual è allora il problema? Che queste due nuove correnti ideali, che avrebbero piena dignità se collocate nel loro alveo naturale, e cioè all’interno della destra reazionaria, hanno invece trovato a sinistra la propria nuova collocazione. E prosperano, e si rinsaldano grazie a dosi massicce di populismo. Ottenendo dei vantaggi molto forti per se, ma distruggendo la sinistra e rischiando di comprometterne definitivamente il dna di spiantarne le radici.
Appunto, il caso Tedesco. In cosa consiste? I giudici di Bari hanno chiesto l’arresto del senatore Alberto Tedesco, ex assessore alla sanità pugliese, accusato di vari reati (i reati classici degli amministratori: concussione, abusi d’ufficio eccetera…). I reati non sono gravissimi, il senatore Tedesco è solo indiziato, l’inchiesta nei suoi confronti è iniziata più di una anno fa, e per più di un anno se ne è parlato sui giornali, alla radio, in tv, e se non c’era urgenza di arresto più di un anno fa, (e se nel frattempo il senatore non è scappato, non ha inquinato le prove, non ha proseguito il reato) non si capisce bene perché l’arresto ora dovrebbe essere diventato urgente.Diciamo la verità vera: la richiesta di arresto del senatore Tedesco è una vera e propria sfida dei giudici al Parlamento. È una richiesta insensata e come tutte le richieste di arresto insensate contiene un fortissimo fumus persecutionis (che, tradotto, vuol dire sospetto di persecuzione). In che consiste questo sospetto? Semplicemente nel fatto del tutto evidente – e quindi più che di fumus dovremmo parlare di arrostus… – che la carcerazione non è necessaria e dunque la richiesta non risponde a un bisogno di funzionamento della macchina delle indagini ma a una necessità di spettacolarizzazione dell’inchiesta.
È chiaro che l’idea di persecuzione giudiziaria moderna è diversa da quella antica. Una volta la persecuzione avveniva su una vittima scelta. Per esempio si perseguitava Galilei perché diceva quelle cose, o Pellico perché era un pericoloso antiaustriaco, eccetera. Oggi la persecuzione avviene spesso su vittime casuali e spesso assolutamente minori. Tedesco è certamente una vittima casuale (e io non sono affatto sicuro che sia innocente) ma comunque è una vittima. E il Parlamento avrebbe il dovere di difenderlo, cioè di impedire la persecuzione dei giudici e di respingere la loro sfida un po’ tracotante. Per la semplice ragione che l’arresto irragionevole di un parlamentare, dovuto solo alla decisione di un Gip, senza nessuna verifica e senza neanche aspettare le decisioni del tribunale del riesame, sarebbe evidentemente un fatto antidemocratico che metterebbe in dubbio la dignità e la sovranità del Parlamento.
In passato, ci dicono le cronache, il Parlamento accettò solo quattro volte di concedere l’arresto di suoi membri. Successe col deputato comunista Moranino (che era accusato di omicidio e poi fu graziato da Saragat e tornò in Parlamento), col deputato fascista Saccucci (accusato di avere sparato con la pistola a un comizio elettorale, durante degli incidenti che portarono alla morte di un ragazzo di sinistra), con un altro deputato fascista, Abbatangelo (accusato di traffico d’armi) e poi con Toni Negri, filosofo, accusato di essere un capo del terrorismo italiano e poi pienamente assolto e tuttavia tenuto in galera per molti anni. I primi tre casi sono diversi. Il caso di Negri fu clamoroso, perché Negri era al centro di una furiosa contesa giudiziaria (la magistratura spedì in prigione tutto “Potere Operaio” sostenendo che siccome era un gruppo molto di sinistra e predicava la rivoluzione, era oggettivamente responsabile del terrorismo, anche se non c’era lo straccio di uno straccio di prova). Negri era finito in Parlamento proprio per via dell’immunità parlamentare: e cioè era stato messo in lista dai radicali, mentre era in carcere, ed era stato messo in lista in polemica coi giudici e con l’obiettivo dichiareato della scarcerazione. Subito dopo l’elezione (determinata dalla consapevole volontà popolare) i giudici chiesero al Parlamento di riconsegnarli Negri. Il Parlamento votò sì (ma in quell’occasione i comunisti, che pure all’epoca non erano davvero molto garantisti, si opposero) e Negri scappò in Francia (poi dopo 30 anni di esilio tornò in Italia e si fece altri tre o quattro anni di prigione).In ogni caso, come vedete, il Parlamento non ha mai esaminato l’ipotesi di arresto per concussione. Sarebbe la prima volta. E sarebbe un modo per dichiarare che il Parlamento non è un potere autonomo ma dipende dalla Magistratura. Nella storia repubblicana questo non è mai successo. Successe per la verità all’inizio del secolo scorso, quando i giudici arrestarono l’intero gruppo parlamentare comunista e una parte del gruppo socialista. Accusati nell’occasione di sovversivismo. Ma erano altri tempi. Era il 1926- p.sansonetti riformista

Perchè non rimpiango Cossiga (by Sansonetti)

Martedì, 24 Agosto 2010

Non mi viene in mente niente per rimpiangere Cossiga. Se non argomenti umanitari, naturalmente. Voglio dire, capisco benissimo il dolore dei suoi parenti, dei figli, delle persone amiche e che gli volevano bene, e mi dispiace molto per loro. E poi, vi dirò la verità, alla fine ho provato anch’io dei sentimenti di simpatia per questa vecchia volpe democristiana.
Però, francamente, dal punto di vista politico non riesco a trovare niente di positivo nella sua biografia. Niente. Cossiga è stato, mi pare, uno degli esponenti peggiori della Democrazia Cristiana. Di tutti i tempi. Nella sua storia cinquantennale – mi riferisco solo al dopoguerra – la Democrazia Cristiana è stata un miscuglio di tante cose: senso dello Stato, capacità di raccogliere consenso, clientelismo, motore di sviluppo, realismo, pensiero politico, corruzione, intrigo. Ciascun dirigente della Dc di un qualche peso rappresentava due o tre di questi elementi. Per esempio Moro:grande statista, uomo dal pensiero politico forte, realista, e tuttavia sicuramente non proprio censore della corruzione.  Fanfani: più o meno come Moro, fu lui a iniziare il centrosinistra, diede molto all’Italia, fu artefice di grandi riforme (la scuola, la nazionalizzazione dell’energia) dopodiché è la sua corrente quella che negli anni sessanta fu più coinvolta nei rapporti con la mafia in Sicilia. Figure leggermente minori, come Gaspari, o come Bisgalia, o come Gava, sono anche loro a due facce: fecero del bene alle loro regioni (all’Abruzzo, al Veneto, alla Campania), portando ricchezza, investimenti, e però furono anche – diciamo così – degli intrallazzoni. Poi ci sono i personaggi opposti: Dossetti, La Pira, che si limitarono al pensiero politico e alla ricerca del progresso, e non si sporcarono mai le mani. Cossiga fu lineare come la Pira e Dossetti, però alla rovescia. Il suo profilo politico coincide esclusivamente con il profilo dell’intrigo. Non sono un dietrologo né un complottista. Però qualcuno dovrà spiegarmi perché un personaggio tutto sommato di seconda fila della Democrazia Cristiana, come Francesco Cossiga, possa avere avuto la più brillantge carriera politica di tutta la storia della prima Repubblica. È stato ministro dell’Interno e ha subito il più clamoroso fiasco della storia repubblicana, è stato primo ministro , macchiandosi di un reato abbastanza grave e cioè favoreggiamento nei confronti dei terroristi di “Prima Linea”(caso Donat Cattin), è stato Presidente del Senato (incolore) e alla fine è stato premiato – premiato di che? – con l’elezione all’unanimità a presidente della Repubblica (come era successo forse soltanto a Pertini). Ebbene, una carriera così non ha precedenti. Due sole persone, (oltre a Cossiga) hanno ricoperto sia la carica di primo ministro che quella di Presidente del Consiglio: Antonio Segni e Giovanni Leone. Segni però non ha mai presieduto una Camera e Leone non è mai stato ministro dell’Interno. Leone per di più fu punito per il suo eccessivo potere, essendo stato lui l’unico presidente della Repubblica cacciato dal Quirinale – a quanto si sa – senza alcuna ragione. E allora, perché a Cossiga è riuscito quello che non è riuscito a De Gasperi, a Moro, ad Andreotti, a Fanfani, a Craxi (tutte figure di statura politica assai superiore, e certamente piuttosto abili nei rapporti col potere)? Nessuno me lo può spiegare. Nessuno può dirmi perché l’uomo che ha responsabilità gravissime nel non aver impedito il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro possa essere chiamato l’anno dopo quel disastro politico a diventare primo ministro, e appena 7 anni dopo a rappresentare l’unità nazionale dal seggio del Quirinale. Io sono convinto che molti dei misteri della Prima repubblica siano riassumibili in questo mistero Cossiga. Dopodiché mi sforzo di cercare qualche merito nella sua biografia, qualche cosa di notevole. Sforzo inutile. L’unica cosa che mi viene in mente è che è stato uno dei due grandi ministri di polizia del dopoguerra. Lui e Scelba. Concepirono il ministero dell’interno come un luogo dal quale si doveva organizzare e dirigere la repressione.  Nessun altro ministro degli interni fu così aggressivo come Cossiga e Scelba. Hanno sulla coscienza molti morti.  Credo che nel grado di violenza che si sprigionò dal 1977 ci fosse una responsabilità molto alta di Cossiga. Difficile dimenticare l’esecuzione in strada di Giorgiana Masi, 19 anni, divorzista, da parte della polizia di Cossiga. Difficile dimenticare i Carrarmati che occuparono Bologna. C’è un legame tra il Cossiga con la Kappa e i suoi successi di potere? Non so. Non escludo. Non escludo ad esempio che l’anello di congiunzione possa essere Gladio, cioè l’organizzazione segreta militare – golpista – della quale Cossiga fu responsabile negli anni sessanta, e che è abbastanza difficile immaginare che non abbia avuto qualche ruolo nella strategia della tensione. Non lo sapremo mai. L’epoca di Cossiga si è chiusa definitivamente con la sua morte. Forse è meglio così. (p. sansonetti ilriformista)

La sinistra squadrista che mi cerca (by Sansonetti)

Lunedì, 21 Giugno 2010

L’altra sera, a Roma, nella sede di un centro sociale nel quartiere San Lorenzo, si è tenuta una commemorazione del poeta Edoardo Sanguineti, morto all’improvviso, un mese fa, per un malore. Conoscete, credo, Sanguineti. Era un esponente di punta del gruppo ’63, era un intellettuale – come dire? – rivoluzionario, che aveva fatto del rifiuto della forma e della normalità il suo imperativo categorico. Gli piaceva disarticolare le idee, disarticolare il linguaggio, i luoghi comuni, l’ovvio, il semplice. Sanguineti era un poeta, un intellettuale ricco e intricato, e sicuramente era un marxista, anche se il suo marxismo aveva una caratteristica specialissima e molto molto rara: non era affatto dogmatico. Sanguineti negli ultimi sei mesi della sua vita aveva accettato di avere una collaborazione regolare col settimanale che io dirigo, che si chiama “Gli Altri”. Scriveva una rubrica tutte le settimane, sempre originale, arguta, sorprendente. Il senso della collaborazione era chiarissimo: portare una voce “comunista” dentro un giornale di sinistra che – dichiaratamente – si misura con l’impresa dell’uscita dal comunismo. Avevamo proposto a Sanguineti di chiamare proprio così la sua rubrica: “Il comunista”. Invece lui aveva preferito dargli un altro nome, più generale, forse più impegnativo: “il materialista”.
Gli organizzatori della commemorazione di Sanguineti mi hanno invitato a partecipare alla cerimonia e a leggere un brano del poeta, a mia scelta. Avevo accettato, e ne ero fiero. Avevo deciso di leggere l’ultimo suo articolo scritto per il nostro giornale ai primi di maggio. Ieri pomeriggio, poco prima della cerimonia, mi ha telefonato uno dei dirigenti del centro sociale che ospitava la commemorazione. E con toni e argomenti assai gentili e ragionarveli mi ha pregato di rinunciare alla partecipazione. Perché? Dovete sapere che un mesetto fa – insieme ad altri giornalisti e collaboratori del mio settimanale ma anche di altri giornali e a qualche docente universitario – avevo firmato un breve appello nel quale chiedevo che alla destra radicale fosse riconosciuto il diritto a manifestare. Diceva l’appello: «Siamo molto lontani dalle idee del Blocco Studentesco, ma crediamo che a nessuno possa essere proibito di manifestare pacificamente né di partecipare a una consultazione elettorale». Avevamo firmato quel documento perché un gruppo cospicuo di docenti e di studenti aveva firmato un altro appello – opposto – nel quale si chiedeva alla polizia di vietare la manifestazione. Noi pensiamo che vietare le manifestazioni politiche sia un atto autoritario e reazionario, per questo ci opponiamo sempre.
Una parte di quelli che volevano impedire il corteo di Blocco Studentesco ci ha giurato vendetta. Due o tre volte è venuta a disturbare nostre iniziative, nelle ultime settimane: poco male. L’altro giorno questi ragazzi hanno fatto sapere a quelli del centro sociale che se io avessi parlato all’incontro su Sanguineti, loro avrebbero fatto irruzione nella sala e avrebbero fatto saltare la cerimonia. Per questo mi si chiedeva di rinunciare. Io da qualche anno coltivo una idea nonviolenta della vita e della politica. E poi proprio non mi andava di rovinare una celebrazione di Sanguineti. Per carità. Ho accettato di ritirarmi. Però qualche riflessione vale la pena di farla. Dentro la sinistra ci sono gruppi che hanno ormai un solo valore, intorno al quale si organizzano e sviluppano il proprio pensiero: l’intolleranza. A me verrebbe da dire che sono gruppi con nette venature totalitarie e fasciste, ma l’uso della parola fascista, fuori da un contesto, non ha molto senso oggigiorno, e dunque è meglio non usarla. So che nei prossimi mesi a me sarà molto difficile apparire in pubbliche manifestazioni (come succede anche a Paola Concia, deputata del Pd che questi gruppetti hanno aggredito recentemente al grido di “lesbica isterica”, o come succede a Imma Battaglia e ad altri). Non è la prima volta che pago questo scotto alle cose che penso e dico e faccio. Mi successe tre anni fa, quando Liberazione pubblicò dei bellissimi reportage da Cuba di Angela Nocioni. Naturalmente critici con Fidel Castro. Per sei mesi la mia presenza fu cancellata da tutte la manifestazioni politiche di sinistra. Chiedo ai tanti compagni di strada che ho avuto in questi anni, ai professori che firmano appelli “antifascisti”, ai giornalisti di giornali militanti amici: voi che idea vi siete fatta? Voi credete normale o preoccupante che esistano pezzi di sinistra così vicini, per modi di pensare e di agire, allo squadrismo? Voi non temete che questo virus si estenda? Temo che nessuno mi risponderà. (p. sansonetti il rifromista)