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La crociera sul Britannia prima del governo tecnico

Mercoledì, 9 Novembre 2011

Il 2 giugno del 1992 il direttore del Tesoro, Mario Draghi, sale sulla passerella del Royal Yacht “Britannia”, il panfilo della Regina Elisabetta ormeggiato nel porto di Civitavecchia. Draghi ha con sé l’invito ricevuto dai British Invisibles, che non sono i protagonisti di un romanzo complottista bensì i rappresentanti di un influente gruppo di pressione della City londinese, “invisibles” nel senso che si occupano di transazioni che non riguardano merci ma servizi finanziari.I Warburg, i Barings, i Barclays, ma anche i rappresentanti di Goldman Sachs, finanzieri e banchieri del capitalismo che funziona, o funzionava, sono venuti a spiegare a un gruppo di imprenditori e boiardi di Stato italiani come fare le privatizzazioni.Per il nostro Paese ci sono il già citato Draghi, il presidente di Bankitalia Ciampi, Beniamino Andreatta, Mario Baldassarri, i vertici di Iri, Eni, Ina, Comit, delle grandi partecipate che di lì a poco sarebbero state “svendute”, così si dice, senza grande acume proprio da coloro che nell’ultimo scorcio della Prima Repubblica le avevano trasformate nei “gioielli di famiglia”. Allora come oggi l’Europa tuonava contro l’Italia incapace di far fronte al debito pubblico, gli imponeva regole draconiane per entrare nell’euro, gli speculatori s’interessavano al nostro Paese, ed una classe politica in fase calante stava per essere travolta dal sol della magistratura.Per gli invitati saliti sul Britannia fu un bagno di realismo: il capitalismo transnazionale, la tecno-finanza, i corsari della “deregulation” gettavano nel grande gioco la nostra piccola economia chiusa in se stessa, che durante la Guerra Fredda era prosperata all’ombra di Mamma Stato in modo neanche troppo miserabile viste le imprese di Mattei. Dopo aver assistito alle esercitazioni militari di una fregata inglese, con tanto di lancio di paracadutisti, Mario Draghi tenne una breve relazione sottocoperta spiegando agli astanti onori ed oneri delle privatizzazioni, con un certo malcelato scetticismo – lui che di quella elite sovrastatuale è sempre stato l’alfiere – sulle reali capacità dell’Italia di svecchiare il suo sistema industriale.Probabilmente Draghi aveva già intuito che la cura sarebbe stata peggiore del male, che privatizzare senza un chiaro quadro di cosa significasse la parola liberalizzazione nella patria del consociativismo avrebbe provocato conseguenze drammatiche sui nostri conti pubblici, con le riserve della Banca d’Italia prosciugate e il prelievo forzoso nei conti correnti degli italiani ordinato di lì a qualche mese dal governo Amato. Quello sul Britannia fu un incontro relativamente breve, una gita fino all’Argentario con chef d’altobordo, gamberetti e costolette d’agnello, come racconta uno dei giornalisti del Corriere invitato al seminario. Gli “Invisibles” strinsero relazioni e offrirono delle testimonianze sulla rivoluzione liberista operata da Reagan e dalla Thatcher nel mondo anglosassone, trasferita successivamente nel nostro Paese con il “miracolo economico” alla Telecom. Lo stato in cui oggi versano Poste Ferrovie e Autostrade fa capire che razza padrina abbia prosperato in Italia sulle ceneri del vecchio capitalismo familiare e ministeriale. Così, quando sentite parlare di governi tecnici o delle larghe intese non fidatevi, non si tratta di Ragion di Stato. C’è puzza di bruciato. La democrazia italiana sotto tutela. r.santoro l’occidentale

Rai, giornalisti liberi? allora siate responsabili e pagate!

Martedì, 19 Luglio 2011

delle due, l’una: se come santoro si pretende di essere assolutamente liberi e di non sottoporre preventivamente la propria scaletta alla direzione generale, allora bisogna anche essere pronti a rispondere personalmente e, se condannati, a pagare in proprio; se invece si sottopone il programma ad autorizzazione, e questa arriva, allora è giusto che, in caso di azioni legali, il giornalista sia coperto dall’azienda. tutto questo in un paese normale. temis

Santoro in ego-trip

Venerdì, 1 Luglio 2011

tumblr_lnnblruams1qzfez5o1_500ma come può un giornalista pensare che una televisione gli metta a disposizione uno spazio, garantendogli la copertura legale, per dire e fare quello che vuole? ma come può un giornalista anche solo immaginarlo dopo aver dimostrato di utilizzare questo spazio per polemiche e repliche personali? ma come può un giornalista anche solo ipotizzarlo quando con orgogligo ha detto di sentirsi un tribuno? temis

Santoro, perchè la prima pagina?

Martedì, 7 Giugno 2011

c’è una semi crisi di governo, c’è la guerra in libia, c’è la crisi nucleare, lo scandalo delle scommesse nel calcio,  e cosa fanno i giornali: sparano in prima pagina l’uscita di Santoro della RAI!! qual è la notizia? non dovrà chiedere l’elemosina perchè porta a casa 2.5 milioni nè finisce in mezzo a una strada perchè trasloca a La 7 dove potrà continuare  a fare il tribuno. ma allora dove è la notizia? è stato epurato? no, questa volta nemmeno lui si lamenta (e ci mancava altro!). allora, signori media, qual è la ragione per cui avete dedicato le prime pagine a Santoro? forse è arrivato il momento che la smettiate di parlarvi addosso e vi occupiate, con berlusconi, di più del Paese. temis

Le nuove destre in Europa

Lunedì, 2 Maggio 2011

Lo scorso 5 febbraio la stazione ferroviaria di Luton è in preda al caos. Circa 3.000 sostenitori della English Defense League (EDL) si sono dati appuntamento nella città del Berdfordshire inglese per una street parade anti-islamica. Si affrontano nelle strade con centinaia di manifestanti delle organizzazioni musulmane e del movimento Unite Against Fascism, antagonisti di sinistra e no-global. Luton, governata dai laburisti e fino al 2005 sede della Vauxall Motors (una controllata di GM), ha una popolazione di 185.000 abitanti, a fronte di una comunità islamica di 27.000 persone. E’ il posto perfetto per far capire agli inglesi che il modello multiculturale è franato, che le enclave musulmane rappresentano un pericolo crescente, perché sottraggono ai nativi lavoro, assistenza sanitaria, welfare. Su questi presupposti la EDL ha costruito la sua fortuna, crescendo in pochi anni da centinaia a migliaia di aderenti.Due anni fa, alcuni gruppi islamici avevano contestato una parata militare del Royal Anglian Regiment di ritorno dall’Iraq al grido di “ecco i macellai di Bassora”. E’ stata la molla che ha fatto nascere il gruppo Unites Peoples of Luton, antesignano dell’EDL. Alla manifestazione del 5 in giro circolano molte croci di San Giorgio, si vede gente incappucciata che sventola cartelli dai toni violentemente anti-islamici, belle ragazze bionde e sorridenti, tanti disoccupati, insomma il “popolo” inglese, la working class o ciò che ne resta. Tutta gente convinta di essere stata abbandonata dalla politica, frustrata dai benpensanti della middle class che li considera dei razzisti, impaurita dalla predicazione degli imam che svuota i quartieri bianchi trasformandoli in ghetti separati dal resto della città.I militanti dell’EDL non si sentono dei fascisti, come vengono dipinti dalla stampa. Uno dei leader ha partecipato al rogo del ritratto di Hitler, un altro spiega che l’organizzazione è aperta a gay ed ebrei, ai bianchi come agli afro, perché il problema non è la “razza” ma il fatto che la minoranza musulmana in Gran Bretagna si sente e si comporta già da maggioranza. Il nazionalismo dell’EDL ha dunque dei tratti originali che hanno permesso in poco tempo all’organizzazione di conquistarsi un certo consenso nell’opinione pubblica, a differenza dell’estrema destra e dei gruppi neonazisti, da sempre schiacciati ai margini della democrazia britannica.Gli “intellettuali” dell’EDL si muovono e comunicano su Internet grazie a Facebook e ai social network, organizzano cortei e manifestazioni nelle principali città inglesi, si affidano ai “soldati” del movimento, gli hooligan, abituati allo scontro, anche quello fisico, con gli avversari e la polizia. L’EDL viene considerato un gruppo di proscrizione del più noto British National Party (BNP), il partito dell’ultradestra di Nick Griffin, che sembrava aver ripreso quota dopo anni di purgatorio politico, conquistando due seggi al parlamento europeo. Ma il BNP è stato velocemente ridimensionato dopo l’exploit alle europee, arretrando ulteriormente anche per colpa dei debiti e dei problemi finanziari. L’EDL invece è in netta crescita. In generale, si può dire che l’estrema destra britannica non ha né i numeri né la forza per rappresentare un’alternativa ai partiti tradizionali, eppure le questioni poste in campo dagli “arrabbiati” hanno smosso le acque e costretto i “grandi”  a dare delle risposte.Il primo ministro conservatore David Cameron ha posto nuovi vincoli alle politiche migratorie, dicendo chiaramente che il numero degli immigrati nel Regno Unito è diventato “troppo alto” e che i nuovi arrivati molto spesso “portano disagi”. Una retorica utile a sottrarre voti alla destra nazionalista, cercando il consenso delle classi popolari. Gli scontri di Luton sono quindi un campanello d’allarme per la stabilità della democrazia inglese ma non si può dire che in Gran Bretagna ci sia un revival neofascista. Se mai, il successo di gruppi come l’EDL dimostra che l’islamofobia è la vera questione dirimente nel Paese, come ha denunciato la baronessa Warsi, musulmana e ministro senza portafoglio del governo Cameron.Nel maggio scorso, il centro islamico di Bury Park Road, la più importante istituzione musulmana di Luton, è stato dato alle fiamme. Nel corso dell’anno sono stati sventati altri piani per colpire le moschee arrestando bombaroli e “lupi solitari” pronti ad agire. Contemporaneamente, sotto la spinta della paura di nuovi attacchi terroristici e dell’estremismo islamico, la società inglese è diventata una delle più “controllate” al mondo, prefigurando scenari orwelliani in cui, in cambio di maggiore sicurezza, le autorità sacrificano il diritto inalienabile alla privacy della cittadinanza. La discussione sul “pericolo musulmano” infiamma gli animi e smuove le coscienze, ma la minaccia alle libertà personali e dell’individuo posta da uno stato spione non suscita lo stesso ardore polemico.Dall’altra parte dell’Europa c’è l’Ungheria e qui la musica cambia. Nelle ultime settimane il parlamento, dominato dal partito di maggioranza Fidesz, ha modificato unilateralmente la Costituzione. Se pure indirettamente, si è deciso di vietare l’aborto. I matrimoni gay sono solo fantascienza. In compenso nella nuova carta costituzionale c’è un riferimento diretto alla “Santa Corona d’Ungheria”, il simbolo nazionale dello stato medievale magiaro, usato durante i regimi di Miklos Horthy e Ferenc Szalas alleati della Germania nazista. La carta fa appello al principio di autodeterminazione delle minoranze magiare che vivono nei Paesi confinanti, in Romania, Slovacchia, Croazia, nella Vojvodina serba e in Ucraina. Una forma di revancismo che il primo ministro ungherese, Victor Orban, sa coniugare abilmente con un europeismo spinto, quando accusa Bruxelles di aver rallentato il processo di allargamento della Ue.Così, mentre si fa garante per l’ingresso di Romania e Bulgaria nell’area Schengen, Orban elegge il cristianesimo a religione di stato, l’unica, mentre la Ue va nella direzione opposta. Non è detto che in materia religiosa il relativismo di Bruxelles sia la strada giusta da seguire, ma Sarkozy e la Merkel hanno pesantemente criticato la nuova carta ungherese, accusando Orban di voler limitare la libertà di stampa, mentre i giornali conservatori tedeschi definivano il documento “un corpo alieno nella famiglia delle costituzioni europee”. In Ungheria la nostalgia post-imperiale per il vecchio e cattolicissimo impero asburgico si mescola a rigurgiti particolaristici e tensioni ideologiche che sembrano riprodurre pericolosamente i germi del passato nazista.A fianco del conservatore Fidesz c’è il terzo partito ungherese, il Jobbik. Bollato come “fascista” dalla stampa occidentale, il Jobbik si difende proclamandosi conservatore, pro-cristiano e difensore dei valori e degli interessi della nazione ungherese. Quando il primo ministro Orban ha proposto un curioso disegno di legge per permettere alle madri di famiglia di votare al posto dei loro figli minorenni, i deputati del Jobbik si sono opposti spiegando che questo avrebbe favorito elettoralmente la minoranza Rom, che ha tassi di procreazione più alti.Se la prima generazione di leader politici del Jobbik era fatta di “combattenti per la libertà” come Gergely Pongratz (i Corvin Koz di Pongratz distrussero una dozzina di carri armati sovietici nella rivolta del ’56 ), le nuove leve sembrano più inclini alle sirene dell’antisemitismo. L’avvocatessa Cristina Morvai, che è il sesto politico più popolare in Ungheria e candidata presidente del Jobbik, durante l’operazione “Piombo Fuso” condotta nel 2009 da Israele contro Gaza, ebbe a dire che “Il solo modo per parlare con gente come voi (gli israeliani, ndr) è comportarsi come fa Hamas. Io spero che riceviate ‘i baci’ di Hamas per ognuna delle vittime che avete provocato”. Gabor Vona, il leader trentenne del Jobbik, ha promesso di indossare l’uniforme della “Guardia Magiara”, una milizia paramilitare di stampo neofascista creata nel 2007, se fosse stato eletto al parlamento ungherese. Gli è stato impedito e lui l’ha descritto come un atto di disobbedienza civile.Le spinte reazionarie della nuova costituzione ungherese, il revancismo e l’idea di una “Grande Ungheria”, la nostalgia asburgica, divengono ancora più preoccupanti se pensiamo che nella vicina Austria i due partiti dell’estrema destra, il Partito della libertà (FPO) e l’Alleanza per il futuro dell’Austria (BZO), assieme, fanno il 30 per cento dell’elettorato. Jorg Haider, il controverso uomo politico morto in un incidente d’auto nel 2008, aveva rapidamente trasformato l’FPO nel secondo partito austriaco, ma poi, preoccupato di dover cedere la leadership al giovane Heinz Christian “HC” Strache, nel 2005 aveva fondato il BZO, dandogli un connotato più “liberale” e meno estremista.Strache invece punta sul nazionalismo duro e puro, descrivendo le donne coperte dal velo come “femmine ninja”. Nel frattempo, i gruppetti neonazi dissacrano le tombe nei cimiteri musulmani. A Braunau, città che diede i natali ad Adolf Hitler, di recente è stata scoperta pubblicamente una svastica per festeggiare il compleanno del fuhrer. Strache, che in passato ha frequentato circoli estremisti, ha ricevuto anche la “benedizione” dal grande burattinaio del neonazismo europeo, quell’Herbert Schweiger, già guardia del corpo di Hitler nelle Waffen SS Panzer Division Leibstandarte, che oggi dalla sua casetta inerpicata sulle Alpi annuncia che è arrivato il momento per l’apparizione di un nuovo fuhrer in Europa. “I giudei di Wall Street sono i veri responsabili della crisi economica attuale – spiega – Oggi viviamo una situazione simile a quella del 1929 quando il 90% delle ricchezze era nelle mani degli ebrei. Hitler aveva la soluzione giusta”. Quando Strache ha vinto le elezioni, l’inglese Nick Griffin si è detto “impressionato” dal risultato, “avete mostrato di saper combinare i principi del nazionalismo con un grande successo elettorale”.Bisogna dire però che il fascismo non è mai stato un fenomeno univoco ma, come ha scritto Roger Scruton, “un amalgama di concezioni disparate”. Per cui non è corretto affermare che in Europa assistiamo a un rigurgito monolitico dei vecchi totalitarismi. Oltre a dover ripensare parole come “xenofobia” e “razzismo” in uno scenario molto diverso da quello degli anni Trenta – legato alla realtà emersa dopo l’11 Settembre, agli enormi fenomeni di mobilità messi in moto dalla globalizzazione, alla delusione per il processo di integrazione europeo e all’insorgere di sentimenti anti-politici nei popoli del vecchio continente – bisogna ammettere che i moderni partiti populisti, anti-islamici e nazionalisti, non sono uguali fra loro.Ciò che abbiamo detto per l’Austria e l’Ungheria non vale per il Freedom Party olandese di Geert Wilders, anti-islamico fino al midollo ma amico dello stato di Israele; il compianto politico conservatore Pym Fortuyn e la scrittrice di origine somala Ayaan Hirsi Ali hanno aspramente criticato l’irredentismo del Vlaams Belang belga; e così via (alle manifestazioni dell’EDL si sventolano le bandiere dello stato ebraico). Ad unire tutte queste forze, se mai, è l’abilità di pescare il consenso delle masse popolari impoverite dalla crisi economica e spaventate dalla immigrazione. Tra questi uomini circola un sentimento anti-egalitario, anti-illuministico, ostile alla democrazia, in cui il culto del leader si mescola all’amore per i simboli patriottici, all’appello verso l’azione ed una vita energica. Ma proprio l’eccesso di leaderismo appare come uno degli elementi di maggiore debolezza di queste formazioni. E’ utile chiedersi se lo straordinario risultato elettorale ottenuto di recente dal partito dei “Veri Finnici” in Finlandia, una formazione di estrazione agraria e cristiana passato da 6 a 36 seggi in parlamento, sopravviverà alla verve del suo leader, Timo Soini. Una domanda che potrebbe valere anche per Geert Wilders o per altri leader europei su cui si sono accesi i riflettori e la curiosità di un elettorato stufo di subire ma impaurito dal cambiamento.Dal 2008, un po’ come negli anni Trenta, l’Europa è stata investita da una profonda crisi economica che stavolta ha finito per mettere in discussione l’esistenza stessa dell’Unione. Come allora, i sistemi democratici occidentali sono attraversati da pulsioni anti-politiche che si rivolgono sia contro l’euro-casta al potere a Bruxelles, sentita (giustamente) come un’entità lontana e opprimente, sia contro i partiti tradizionali delle varie nazioni europee, liberal-conservatori e social-democratici. La sottovalutazione di una serie di temi (percepiti come prioritari dalle classi popolari, dall’immigrazione alla sicurezza) da parte dell’establishment politico, delle elites accademiche, intellettuali e mediatiche, ha favorito l’ascesa di “uomini nuovi”  capaci di parlare al popolo nella sua lingua, orientandolo ideologicamente e manovrandolo attraverso una sapiente quanto semplificata retorica.Il multiculturalismo è tramontato nell’indifferenza delle classi dirigenti europee, incapaci di riformarlo e di ottenere una vera integrazione tra fedi e culture diverse, un fallimento sancito senza versare una lacrima dal cancelliere tedesco Angela Merkel, dal premier conservatore inglese David Cameron, dal presidente francese Nicolas Sarkozy. La globalizzazione capitalista, con i suoi fenomeni speculativi, di cui a pagare i danni sono sempre stati i più poveri e i non garantiti, non è stata mitigata, favorendo l’avanzata delle “estreme” che oggi si ergono a paladine del vecchio welfare “rubato” ai nativi dagli immigrati. Gli elementi distorsivi del libero mercato che hanno portato al crack del 2008 non sono stati sanati e l’Occidente resta esposto a nuove temibili crisi di rigetto del capitalismo, con la differenza che stavolta potrebbe non esserci la BCE a garantire il salvataggio delle economie in fallimento. La guerriglia scoppiata ad Atene quando Bruxelles ha imposto una cura da cavallo alla Grecia per evitare il default è una conseguenza diretta dei tagli e del rigore che viene richiesto ai popoli europei, mentre a livello centrale si chiudono gli occhi sul problema delle grandi speculazioni finanziare capaci di gettare sul lastrico intere economie.L’islamofobia, infine, non stata un’invenzione degli xenofobi ma un problema generato dal rifiuto dei valori occidentali da parte dei nuovi arrivati, che ha impedito l’integrazione e favorito la nascita di enclave separate dal tessuto urbano, come avviene nelle grandi città del Nord Europa. Sarebbe stupido, in nome di un malinteso ideale laico (laicista), prendersela con milioni di persone di fede musulmana che vivono pregano e lavorano in pace, cercando di entrare nel nostro sistema e di accettarne le regole. Ma dopo gli attentati islamisti di Londra e Madrid non tutte le forze politiche, in particolare a sinistra, hanno saputo riconoscere il pericolo, né hanno posto al vertice dell’agenda la questione della sicurezza, intesa come difesa della democrazia liberale dai suoi nemici. Chi l’ha fatto, invece, spesso ha confuso i sintomi con i rimedi, esagerando nei modi e nei toni la risposta, e mettendo a repentaglio la privacy e le libertà individuali in cambio di una pericolosa “società del controllo”.Come negli anni Trenta, la crisi economica, l’identificazione di una minoranza sociale come unica portatrice di tutti i mali, l’ascesa di leader populisti più amici di se stessi che del proprio popolo, sembra spianare la strada a nuove “dittature democratiche” che sfruttano i meccanismi liberali per imporsi politicamente (elezioni, parlamentarismo, presidenzialismo, eccetera). Una risorgenza su vasta scala del terrorismo islamico in Europa, così come una seconda grave crisi economica, potrebbero generare una escalation di violenza, razzismo e ribellismo sociale in grado di riesumare icone e organizzazioni politiche sconfitte dalla storia ma sempre pronte a tornare sulla scena “in guisa di farsa”. Il tracollo dell’Unione europea non farebbe altro che accelerare questo decorso.In realtà quelli che stiamo evocando sono scenari verosimili ma eccessivamente pessimistici. Le odierne democrazie europee non sono paragonabili alla Repubblica di Weimar. Il moderno liberalismo, pur con tutte le sue debolezze e contraddizioni, possiede una serie di anticorpi in grado di rigettare vecchi mali cronici della storia del nostro continente. Negli anni Venti l’Europa usciva da un conflitto che aveva fatto dieci milioni di morti. La miseria, il revancismo, la violenza organizzata dalle milizie paramilitari che si fecero sponsor dei nuovi tiranni, rendono la “Guardia Magiara” ungherese di oggi, piuttosto che le “Camicie Verdi” della Lega Nord, dei gruppi tutto sommato folcloristici ed apparentemente innocui. C’è anche un altro fattore che non va sottovalutato. Per decenni l’estrema destra europea ha scontato l’opposizione di un “fronte repubblicano” (composto dai partiti tradizionali, liberali e socialisti) che faceva da argine ogni volta in cui le estreme minacciavano la democrazia attraverso il voto. Paradigmatico il caso francese, quando Chirac fu eletto con una percentuale bulgara per sconfiggere il “Napoleone” del Fronte Nazionale, Jean Marie Le Pen. Così l’estrema destra francese è rimasta per molto tempo relegata nell’angolo dell’agone politico. Aveva i numeri ma non la legittimazione democratica per farsi valere.Da quando alla guida partito è arrivata Marine, la figlia del patriarca, anche la “pericolosità” del Fronte si è progressivamente attutita. Nonostante abbia affermato che gli islamici oranti nelle piazze della Repubblica rappresentino una forma di occupazione simile a quella del nazismo, Marine Le Pen è riuscita a imporsi con una strategia più soft, in cui, attorno al core-bussiness del contrasto all’immigrazione, si sviluppano altre battaglie chiave come quella per il welfare ai francesi e un ritorno al protezionismo economico. Se da una parte questa impostazione ha costretto il presidente Sarkozy a rincorrere il Fronte sul tema dell’immigrazione (le recenti polemiche sul Trattato di Schengen con l’Italia), dall’altra ha rimesso in discussione l’utilità del “fronte repubblicano” considerando che, in un contesto in cui le differenze tra l’UMP e il Fronte tendono a scolorire, e nel più completo immobilismo delle sinistre, il “neofascismo” appare come uno spauracchio, un modo per rileggere la storia con gli occhiali di una volta ma senza confrontarsi con il composito mondo delle nuove destre di oggi.Un altro caso di scuola, da questo punto di vista, è proprio l’Italia. La Lega Nord delle origini era un movimento percorso da spinte secessioniste e sovversive, capace di raccogliere consenso e personale politico sia dall’estrema destra che dalla sinistra, cioè da tutti i delusi e i convertiti della politica italiana degli anni settanta. Ancora oggi, la Lega conserva alcuni tratti di quell’estremismo politico, ben visibili nella mole di Mario Borghezio, l’europarlamentare inventore dei “Volontari Verdi”. Borghezio, che ha dichiarato di aver militato nel movimento “Giovane Europa” fondato da Jean Thiriart (riconducibile all’ideologia della “terza posizione” e al nazionalismo rivoluzionario degli “strasseriani”), è stato rieletto alle Europee del 2009 con circa 50.000 preferenze. Ma riflettendoci su, questo leghista hard è stato confinato a Bruxelles per una sorta di contrappasso, mentre in Italia la Lega Nord diventava una forza sempre più “responsabile” e “di governo”, assumendo anch’essa, come il Fronte Nazionale francese, dei tratti meno esasperati, parole d’ordine e classi dirigenti più presentabili (si pensi a Luca Zaia, l’attuale governatore della Regione Veneto). Di questo processo di sdoganamento della Lega va dato atto al premier Silvio Berlusconi, che ha permesso di seguire un percorso del genere anche alla destra e all’estrema destra italiana (da Fini a Storace), riammesse nel gioco democratico e contente di parteciparvi dopo gli anni bui del dissenso e dell’ostracismo della Prima Repubblica.Se il trend dovesse essere quello che abbiamo descritto, se cioè i partiti liberali e conservatori in Europa riuscissero ad assorbire le spinte delle estreme, delle formazioni ultranazionaliste e cristianiste, senza restarne vittima ma anzi sfruttando alcune di queste parole d’ordine in maniera più “morbida” e compatibile con la democrazia, le cose continueranno ad andare come sono sempre andate: una Unione fatta di stati che procedono in ordine sparso ma si compattano davanti all’urto della crisi economica; una generale mancanza di scopi ideali ed un relativismo che impediscono di fare i conti con i valori e le origini della nostra civiltà; l’assimilazione, a metà fra l’impaurito e il coatto, delle comunità immigrate venute a vivere nel vecchio continente. Non è un bel vedere, bisogna ammetterlo.Sic stantibus, la distanza e l’indifferenza della gente verso il ceto politico e i partiti tradizionali rimarranno immutate, con l’effetto di spingere il centrodestra a dire qualcosa “più di destra” e il centrosinistra qualcosa “più di sinistra”,  un fenomeno di cui possiamo scorgere i segni nell’azione di governo dei più grandi Paesi europei. Le vecchie appartenenze ideologiche non sono andate in soffitta e la storia, a differenza di ciò che si pensava fino a pochi anni fa, non è finita. Certo, la tenuta e lo sviluppo della civiltà democratica e liberale in Occidente continua ad essere a rischio, com’è sempre stato, ma non così tanto da crollare come avvenne nella prima metà del XX secolo. r. santoro loccidentale

 

Perchè Santoro non fa gionalismo

Martedì, 25 Gennaio 2011

i magistrati hanno accertato quanto balle racconta la Macrì. Perchè lo stesso non è stato fatto dai giornalisti di AnnoZero? si sono limitati a fare da ufficio stampa alla escort, hanno diffuso l’intervista senza verificare nessuna delle notizie ivi contenute. questa è una errata concezione del giornalismo. fare giornalismo non è dare notizie (mandare in onda le dichiarazioni della macrì in quanto dirompenti ed esclusive), ma dare notizie verificate (non ci si può limitare a raccogliere quanto dichiarato dall’intervistato). quello di annozero è un difetto comune a molto giornalismo italico, ma la troupe di santoro ha raggiunto livelli di eccellenza. dinanzi a una così palese violazione delle regole della professione, che cosa fa l’ordine dei giornalisti? temis

Talk-show senza leader, a che servono?

Martedì, 21 Dicembre 2010

L’ultima inutile frontiera del giornalismo televisivo: programmi con esponenti di secondo e terzo piano della politica che privi di qualsiasi autonomia decisionale non possono fare altro che litigare. con l’eccezione di alcune serate, quando finiscono le trasmissioni di vespa, floris, santoro non rimane altro che un cumulo di parole e qualche lite. non una notizia, non una informazione. eppure nessuno si pone la domanda cruciale: a cosa servono queste trasmissioni di cui sono ingolfati i palinsesti? fanno comodo all’editore e al giornalista: nessun reportage, che bisogna saper fare e costa. fanno comodo ai politici: che devono solo litigare per avere visibilià. ma allo spettatore? solo il gusto di assistere ai siparietti degli ospiti di turno che recitano a soggetto come un qualsiasi grande fratello. una melassa utile a stordire il telespettatore votante. un’altra pagina scadente del gionalismo italiano, dalla quale si salvano solo report e striscia la notizia (incredibile a dirsi). temis

Il tramonto dell’Occidente? che bluff…

Mercoledì, 20 Ottobre 2010

Smetterla di pensare solo all’Islam vuol dire sottrarsi a una delle grandi narrazioni della paura di questo inizio secolo, come la fine del capitalismo, la catastrofe ambientale, l’esaurimento dei combustibili fossili, un nuovo paganesimo capace di travolgere la Cristianità. Neanche Spengler avrebbe mai toccato le vette di autolesionismo raggiunte dai nuovi cantori del “tramonto dell’Occidente”: ogni volta sembra che la nostra civiltà debba sparire e invece continua a progredire. Cent’anni fa le grandi potenze controllavano tre quarti delle terre emerse, ma quello era il colonialismo, l’espressione faustiana della potenza occidentale, sangue, guerre, rapina delle risorse mondiali e milioni di vite umane sacrificate. Poi ci sono stati due conflitti mondiali, fascismo, comunismo, un pantheon poco edificante capace di far breccia ad altre latitudini. Ma che l’America è rimasta quel che era, il mondo atlantico non ha ceduto alla tentazione totalitaria, le democrazie europee dopo la dittatura sono resuscitate assicurando libertà e benessere ai popoli diretti sulla strada della globalizzazione. In futuro dovremo riconoscere con meno esitazione i nostri limiti: credenze e pregiudizi duri a morire come la fiducia quasi religiosa nel consumo, la dipendenza dalle materie prime e dal petrolio, una società sempre più mediatizzata e virtuale ai confini del Luna Park. Prima di togliersi la vita, lo scrittore americano David Foster Wallace ha raccontato i mali oscuri del nostro tempo. Andrebbe riletto per scansare facili entusiasmi. Eppure le democrazie occidentali conservano dei valori indissolubili e spendibili nei futuri assetti internazionali. Un’economia basata sul libero mercato, rappresentanti eletti dal popolo in liberi parlamenti, una società civile capace di mettere dei paletti al potere, un sistema giudiziario indipendente. La domanda è se nei prossimi decenni riusciremo a sostenere la pressione congiunta delle “nuove grandi potenze”, Cina, India, Russia, Brasile, oppure il mondo acquisterà equilibri diversi da quelli che conosciamo, incrinando l’egemonia occidentale più di quanto non lo sia già. L’Europa può resistere a questi concorrenti completando il processo di unificazione politico, economico, militare, culturale, iniziato dopo la Seconda Guerra mondiale, ma l’Occidente corre davvero il rischio di finire al traino dei giganti asiatici? Se guardiamo come vengono descritte le “nuove potenze” risuona l’eco di esagerazioni storiche da cui stiamo appena uscendo convalescenti. I bestseller di (fanta?)economia raccontano una Cina senza rivali ma quanto c’è di libero mercato e quanto di iniezione statale nell’economia della Repubblica popolare? Pechino soffre di sovrapproduzione, la domanda interna e i consumi non reggono al decollo, i mercati occidentali rappresentano uno sbocco obbligato per il Celeste Impero. Le politiche di controllo delle nascite vorrebbero ridimensionare la crescita demografica ma offrono soluzioni aberranti come “l’aborto selettivo” sulla base del sesso del nascituro. La mancanza di libertà sta diventando insopportabile, come ha dimostrato il premio Nobel per la Pace a Lin Xiaobo. La scomposizione e la ricomposizione etnica e culturale di un Paese così grande da essere ancora diviso da barriere linguistiche faranno il resto. Le nuove potenze potrebbero sgretolarsi dall’interno. L’India è molto più vicina all’Occidente di quanto non lo sia la Cina – dal punto di vista democratico, imprenditoriale – e sarà l’alleato chiave degli Stati Uniti in Asia. Solo che anche Delhi deve e dovrà vedersela con tassi di povertà e condizioni di vita disperate della popolazione, problemi di lungo periodo che covano sotto il vulcano con un impatto potenzialmente esplosivo sulla stabilità del Paese. Quella indiana è una civiltà culturalmente e spiritualmente diversa dalla nostra ma si sta occidentalizzando sotto tanti punti di vista, com’è accaduto al Giappone o alle (ex) “Tigri asiatiche” che non appartenevano alla storia occidentale ma ne hanno preso il modello politico ed economico sviluppandolo in modo originale sulla base delle proprie radici e tradizioni storiche. Lo stesso fenomeno interessa il Brasile e altri stati del Sudamerica e rende l’America Latina il miglior candidato a diventate la “terza gamba” dell’Occidente dopo l’Europa e il Nord-Atlantico (e Israele, l’Australia, la Nuova Zelanda, il Sudafrica…). Nel mondo islamico l’esperimento si chiama Iraq, la democrazia uscita dalla guerra di liberazione contro il regime di Saddam Hussein. La Turchia di Erdogan a sua volta sta facendo i conti con la divisione fra stato e chiesa, un passaggio che se fosse assolto potrebbe riavvicinare Ankara a Bruxelles. E infine come si fa a credere che la Russia di oggi sia paragonabile alla vecchia Unione Sovietica? Allora il mondo era diviso in sfere di influenze, dopo la caduta del comunismo invece c’è stato spazio per un’unica superpotenza – gli Stati Uniti. Quello fu uno scontro di dimensioni epiche e globali che per decenni ha tenuto l’Europa con il fiato sospeso per un blitz dell’Armata Rossa, oggi la battaglia si gioca nel “cortile di casa” russo come ha dimostrato la guerra in Georgia nel 2008. Bene che vada i successori di Putin potranno ergersi a custodi dell’Ortodossia e preservare l’intangibilità delle frontiere ma difficilmente Mosca otterrà di più. Il Cremlino ha rimesso prepotentemente piede nell’economia ma è un vantaggio che si regge sulle megaconcentrazioni come Gazprom e rischia di generare delle crisi con effetti distruttivi sulla società russa. Se aggiungiamo il cesarismo, le pulsioni illiberali e a sfondo etnico, una divisione quasi feudale della società, il quadro clinico di Mosca assume contorni funebri. L’America ha retto al colpo dell’11 Settembre affrontando due guerre e lo sfascio economico. Gran parte della responsabilità di quel che un domani sarà la civiltà occidentale dipende dalle scelte che vengono prese a Washington. E’ il caso della Polonia. La caduta del comunismo nei Paesi dell’Europa Orientale ha rappresentato un momento decisivo di quella Rivoluzione liberale partita in Spagna e Portogallo alla metà degli anni Settanta, “esportata” in America Latina e sancita dalla triade Reagan-Thatcher-Giovanni Paolo II. Qui nasce la democrazia polacca, un Paese giovane, fiducioso della globalizzazione, che cresce più di molti altri partner europei. Varsavia, per inciso, è anche un esempio di cosa significa “radici cristiane” del mondo occidentale. Peccato che il Presidente Obama abbia tradito le aspettative dei polacchi scendendo a patti con Mosca sul disarmo e lo scudo spaziale. r. santoro l’occidentale

La sinistra di Blair è ancora la “Londra da bere”

Venerdì, 3 Settembre 2010

Potreste criticare Tony Blair per la vita agiata da conferenziere che conduce da quando ha lasciato la politica inglese, oppure per l’attendismo con cui gestisce la complessa crisi mediorientale. Ma ascoltare l’ex premier quando ricorda il New Labour e i lunghi anni trascorsi al potere in Gran Bretagna fa capire perché la sinistra inglese è stata competitiva e vincente per così tanti anni prima dell’arrivo di Cameron. Leggere “Un viaggio”, il nuovo libro di Blair, è un buon viatico per le tristi e appannate classi dirigenti democrats del Vecchio Continente, sempre in affanno dietro a una destra che non cede il passo pur vivendo la fine di un lungo ciclo rivoluzionario. I veri rivoluzionari della nostra epoca sono i riformisti di carisma, e Blair, con il suo sorriso sornione, ha saputo declinare con serietà entrambe le qualità. Il suo successore sconfitto, Gordon Brown, è apparso invece troppo ingessato, “un disastro” dal punto di vista catodico. Ma non di solo look si parla. Blair riuscì a vincere e a governare con una ricetta che è andata misteriosamente perduta nella storia della moderna sinistra europea, nonostante fosse un progetto tattico e strategico vincente. Rubare le parole d’ordine del movimento conservatore per riscriverle in uno spartito progressista. Obama, che ha preso un’altra strada, sta incontrando problemi molto più gravi. Probabilmente ai “social conservative” si drizzerebbero i capelli davanti al Blair-pensiero su race & gender o sulla sessualità, ma prendete il discorso sulla sicurezza: “Ritengo che la cosa più orribile per la gente che vive in aree dove ci sono alti tassi di criminalità, vandalismo e comportamenti anti-sociali, sia sperimentare la natura distruttiva di questo tipo di cultura”, ha detto parlando del suo nuovo libro. “Law and order”, lo slogan che gli elettori amano sentirsi ripetere da 30 anni a questa parte e che probabilmente non è solo retorico populismo ma un bisogno concreto. Blair capì che la rivoluzione conservatrice nasceva dal fatto che l’individuo era tornato al centro della scena sul palcoscenico che gli era stato rubato dall’invadenza dello Stato. Scelse la giusta miscela di Stato e libertà individuali ed è per questo che ancora oggi può difendere orgogliosamente i risultati ottenuti nella riforma del welfare, dell’assistenza sanitaria e dei servizi pubblici, questioni che insieme alle tasse e alla sicurezza determinano l’esito di una elezione. Lo Stato può aiutarmi ma alla fine sarò sempre io a decidere cosa fare, una visione che avrebbe potuto spazzare via il paternalismo tipico della sinistra europea anche se non è accaduto. La domanda che dovremmo sempre farci è “quanto procedono velocemente le riforme?”. Una generazione di giovani europei è rimasta affascinata dalla “Londra da bere” degli anni Novanta, la metropoli dove la disoccupazione si combatteva con mille part-time e con il sussidio quando restavi a secco per un po’. La chiarezza d’intenti di Blair è anche nella decisione di invadere l’Iraq al fianco degli Stati Uniti di George W. Bush. “L’11 Settembre ha modificato del tutto la mia visione delle cose e il calcolo dei rischi”, ricorda. Era la determinazione del cold-war liberal pronto a battersi contro il totalitarismo, senza guardare troppo ai sondaggi che andavano e vanno nelle direzione opposta. “La ragione di questo mio convincimento è che l’11 Settembre fu un evento scioccante in cui in un solo giorno avrebbero potuto morire anche 300.000 persone”, nessuna autocritica, solo qualche dubbio sulle armi di distruzione di massa. In questi otto anni di guerra Blair è rimasto l’unico a difendere George W. Bush e le ragioni progressive della brutta avventura in Iraq. I guru della sinistra la definirebbero una posizione stupida ma proprio chi si sente una spanna al di sopra della gente comune al momento del voto finisce una tacca sotto i suoi avversari. A Blair non è accaduto.  (r.santoro l’occidentale)

Se AnnoZero diventa finiano

Giovedì, 2 Settembre 2010

Stavolta l’ennesimo faccia a faccia della telenovela Santoro-Masi è soltanto la punta di un iceberg. Che si materializza ieri mattina, quando Dagospia manda in rete il flash sull’ultimo summit tra «Michele» e il dg di viale Mazzini. Il sito di Roberto D’Agostino dà conto di un’ora di colloquio senza «alcuna volontà di rottura» ma in cui «ciascuno è rimasto sulle proprie posizioni». Masi a difendere il ragionamento messo a verbale domenica a Cortina, e cioè che «Santoro andrà in onda il 23 settembre ma non so con che programma». Santoro a difendere la «mia idea di sempre», quindi la riconferma del format di Annozero, che ha dalla sua «sia gli ascolti che le sentenze dei tribunali». Ma stavolta tutto questo è la punta di un iceberg. Dietro cui si nasconde la paura berlusconiana che il giovedì sera di Raidue diventi un megafono non più della sinistra. Ma di Gianfranco Fini. Domanda: qual è la differenza tra lo «spazio Santoro» che anche Masi è disposto a confermare e la riproposizione del “solito” Annozero su cui insiste «Michele»? E ancora, che cosa c’entrano le riunioni di produzione del programma inizialmente sospese, che sembrano essersi sbloccate ieri pomeriggio a poche ore dal summit tra i due contendenti? «Questioni di format», è la generica risposta che arriva dai corridoi di viale Mazzini. E soprattutto questioni di imparzialità, come aveva fatto capire il dg della Rai nell’intervista cortinese in cui, non a caso, aveva evocato l’esempio di Serena Dandini («Ero molto perplesso, ma lei stessa mi ha convinto che farà un programma con caratteristiche un po’ diverse, sempre quattro sere a settimana»). Visto che Santoro comunque deve andare in onda, Masi (e il Pdl) vorrebbero che il suo sia il più possibile «un programma informativo». E non c’entrano tanto i reportage degli inviati di Michele. Né, probabilmente, la presenza di un certo numero di ospiti in studio. La parte del format di Annozero che preoccupa di più il Pdl, così almeno la pensa una parte della squadra santoriana, sarebbe la presenza di Marco Travaglio. Soprattutto perché l’editorialista del Fatto quotidiano, nell’ottica di molti spin-doctor di scuola berlusconiana, «porterebbe fieno alle campagne di Gianfranco Fini sulla legalità». Soprattutto nel momento in cui, tra processo breve in discussione e trappolone Mills in agguato, il presidente del Consiglio potrebbe finire in seria difficoltà. Anche davanti al suo stesso elettorato. La prova? Basta vedere come, su questo tema, la stampa vicina al Cavaliere s’è mossa negli ultimi mesi. «Travaglio molla Di Pietro e torna da Fini», titolava il Giornale il 12 aprile. «Fini e Travaglio alleati contro il Giornale», ancora dal quotidiano di Feltri, il 19 dicembre scorso. «Santoro-Travaglio: soccorso rosso per Fini». Sempre dalla stessa fonte. Sempre in prima pagina. Più recentemente, le posizioni assunte dal giornalista torinese a proposito dell’appartamento monegasco in uso al cognato di Fini non hanno fatto altro che accrescere i (fondati o infondati che siano) sospetti del giro berlusconiano sul soccorso rosso al presidente della Camera. «Sono leggerezze», ha scritto Travaglio sul Fatto del 12 agosto a proposito dei dossier contro Fini. «Faccende che non costituiscono reato né investono denari o cariche pubbliche». Una tesi che il giornalista ha ribadito su L’espresso del 26 agosto. L’attacco al format di Annozero, insomma, nasconde l’ultima grande paura berlusconiana. «Stavolta la faccenda è seria», sintetizza un fedelissimo del premier. «Fino alla stagione passata, la tesi secondo cui Santoro e Travaglio ci facevano guadagnare voti rispetto al centrosinistra, o quantomeno non ce ne facevano perdere, poteva ancora andare bene». Ma adesso, «con la presenza di un nemico “a destra”, la situazione è completamente diversa». Il deputato-spin doctor Giorgio Stracquadanio fa un passo in avanti. E scandisce: «Annozero è uno di quei programmi in cui la spaccatura interna alla maggioranza verrà sempre attribuita alle colpe di Berlusconi». E questo potrebbe anche provocare uno spostamento nell’opinione pubblica di centrodestra a favore di Fini ma anche, aggiunge il direttore del Predellino, «a vantaggio della Lega». È l’ultima rogna catodica del padrone delle televisioni. La più preoccupante. «Senza considerare», conclude Stracquadanio, «che i sostenitori esterni di Fini si annidano ovunque. Ha visto Lerner contro Feltri (durante In onda di Luca Telese e Luisella Costamagna, su La7, ndr)? Anche L’Infedele, che ricomincerà a breve, tra il presidente del Consiglio e il presidente della Camera tiferà sempre per il secondo…». (t.labbate riformista)