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Non può decidere Saviano!!

Giovedì, 27 Gennaio 2011

Non abbiamo idea se alle primarie del Pd a Napoli si siano davvero verificati brogli e irregolarità. Certo non sarebbe un colpo di scena. La storia recente del partito a quelle latitudini autorizza cattivi pensieri. Ma è incredibile, e anche un po’ scandaloso, che sia di fatto toccato a Roberto Saviano – con un intervento pubblico più o meno imbeccato – decidere se la consultazione è stata regolare o no. E per lo scrittore di Gomorra non lo è stata: «Mi pare – ha detto – che le consultazioni si siano svolte nel caos più completo». Le dichiarazioni di Saviano sono arrivate in contemporanea alla decisione di Pier Luigi Bersani di rinviare l’Assemblea nazionale convocata a Napoli per il fine settimana: «Adesso – dice il segretario – bisogna fare chiarezza». Nessun dubbio sull’urgenza della chiarezza, ma non sarebbe stato opportuno aspettare un pronunciamento della commissione di garanzia, o di quegli organismi che per statuto sono chiamati a esprimersi in casi del genere? Non sarebbe stato giusto annullare tutto al termine di una indagine più accurata e più scientifica dei «mi pare» di Saviano? Quantomeno, seguendo una procedura regolare, il Pd ne sarebbe uscito un po’ meglio. Il danno di immagine sarebbe rimasto, certo, ma almeno la principale forza dell’opposizione avrebbe dimostrato di possedere anticorpi naturali per fronteggiare deviazioni e malcostume. Così invece, a caos si aggiunge caos. Il vincitore delle primarie, Andrea Cozzolino, è già sul piede di guerra e si dichiara defraudato. Umberto Ranieri, che in teoria – a brogli acclarati – dovrebbe diventare il candidato, ha già fatto sapere di volersi comunque tirare fuori dalla mischia. E convincere un Raffaele Cantone a fare il salvatore della patria sarà forse più semplice che riconquistare la guida del Comune dopo questo spettacolo. Il pasticcio napoletano racconta, una volta di più, di un partito capace di toccare vette altissime di autolesionismo. E dà un altro pesante colpo alla credibilità delle primarie, comunque vada a finire. Se i brogli sono avvenuti così come raccontano alcuni testimoni, e cioè con file di immigrati prezzolati ai seggi e truppe di centrodestra ai seggi, una domanda sulla propria capacità di gestire questo genere di consultazioni il Pd dovrebbe comunque porsela, senza cavarsela solo invocando una specificità napoletana. Se invece questi casi non ci sono stati, o sono stati ingigantiti (a onor del vero, non c’è tornata di primarie in cui qualcuno non abbia denunciato voti di destra), è persino peggio: abbonderanno i candidati sconfitti pronti ad appellarsi al Saviano di turno per chiedere l’annullamento del voto. Le primarie diventeranno ancora più velenose e ingestibili. Gli ultras dello strumento primarie hanno già l’obiezione pronta: non si può dar la colpa allo strumento se gli uomini lo utilizzano male. Lo si diceva anche del socialismo in Urss. Sappiamo come è andata a finire. s,cappellini riformista

E Maroni leggera’… il suo elenco

Sabato, 20 Novembre 2010

Poveri noi, il ministro con la coppola (ricordate la foto di Panorama? vedi blog) finità in tv a leggere l’elenco dei successi del ministero/lega contro la mafia. per otttenere questo risultato si sono mossi politici e  alti burocrati della televisione, sono state minacciate cause e ricorsi alle autorità di vigilanza (regalando share a un progranna, quello di saviano e fazio, salvo qualche picco, alquanto mortaccino). leggere l’elenco serve, secondo maroni, a risarcire la dignità e l’immagine della legge pregiudicata dallo sproloquio di saviano. secondo maroni, le parole di saviano sono più forti dell’arresto dei 28 su 30 dei latitanti più pericolosi d’italia (incredibile la copertura mediatica dell’evento. Maroni, questa volta, dovrebbe ringraziare Saviano). mah! dopo fini e bersani, più di fini e bersani, maroni non si rende conto che, andando a leggere un elenco (un elencoooo!!!)  sta sopravvalutanto la televisione e umilando la politica. ma, d’altra, cosa ci si poteva attendere da un ministro che si è fatto fotografare con la coppola?!? temis

Fini e Bersani, i valori hanno la stessa matrice culturale

Venerdì, 19 Novembre 2010

Fini e Bersani, con i loro «elenchi di valori» di destra e sinistra rappresentano «solo delle elite», in realtà «hanno la stessa matrice» e incarnano il soggettivismo e lo statalismo. È il giudizio impietoso del professor Luca Diotallevi, vicepresidente delle Settimane Sociali, sociologo di fiducia della Cei.  Che cosa ne pensa degli «elenchi» di Bersani e Fini che sono stati letti nel corso del programma di Fabio Fazio?  «Hanno offerto immagini molto simili: un po’ di soggettivismo, molto statalismo; l’opposizione tra i due è solo formale, perché nei fatti militano nello stesso schieramento e dal punto di vista culturale hanno la stessa matrice giacobina e idealista». Entrambi, nei loro elenchi di valori, hanno omesso qualsiasi riferimento temporale…  «Sì, erano elenchi validi per ogni tempo e spazio. L’unica differenza tra i due è che Fini un concreto riferimento spaziale l’ha fatto, quello all’Italia. E se davvero fossero loro due i protagonisti di un’ipotetica finale, vincerebbe inevitabilmente Fini, che pur nella sua astrattezza, è stato meno astratto di Bersani». Qual è stata la sua reazione di fronte ai due interventi?  «Il confronto tra Fini e Bersani ci dice innanzitutto che il valore non è la forma della verità e tantomeno della verità cristiana, ma qualcosa di astratto e di lontano dalla vita. Non a caso da quella scena mancava l’80 per cento del Paese e il 95 per cento della storia del Paese…». Prego? A che cosa si riferisce esattamente?  «Mancavano il sangue e la carne degli uomini che hanno fatto la storia italiana a partire dal dopoguerra, e che erano ispirati dalla tradizione cattolica e da forme di realismo e di passione per la vita provenienti tanto dal mondo laico che dalla tradizione socialista. Se guardiamo alla trasmissione di Fazio, vediamo un polo composto da due radicalismi, due quasi indistinguibili forme di soggettivismo e statalismo, sia nella versione di Fini che in quella di Bersani. Mancava del tutto il polo opposto, caratterizzato dalla passione per la vita e dal coraggio di riformare, quello della grande tradizione del pensiero cattolico» Non le sembra esagerato parlare di «radicalismi»?  «Confermo il giudizio, Fini e Bersani sono radicali nel soggettivismo e nello statalismo. Sono soltanto piccole schegge di elite, che oppongono resistenza al formarsi di una società libera e aperta, “poliarchica”, come ama definirla Benedetto XVI». Che cosa ci dobbiamo dunque aspettare dalla crisi?  «Ci troviamo in una condizione simile alla transione verso la prima Repubblica (1943-1948), e alla fuoriuscita dalla prima Repubblica (1993). In entrambi i casi si rischiò ma poi si evitò di consegnare il Paese alle forze dello statalismo e del socialismo. Decisiva fu l’iniziativa imprevista del cattolicesimo politico e dei suoi alleati riformisti: nel primo caso la Dc di De Gasperi evitò il confronto tra nostalgici del regime e la sinistra telecomandata da Mosca. Nel secondo caso l’iniziativa referendaria di Segni, le giuste rivendicazioni della Lega Nord, la leadership di Berlusconi sul centrodestra, e quella di Prodi sul centrosinistra e poi il tentativo appena abbozzato di Partito Democratico, hanno mostrato la possibilità di un bipolarismo guidato dalle due ali mediane».  E oggi qual è la situazione?  «Oggi siamo ad un nuovo passaggio critico ed ad un riproporsi dello stesso rischio. Difficile fare previsioni, ma sarà importante l’iniziativa politica dei cattolici, che i vescovi invitano a impegnarsi. Sarà importante non solo per loro stessi, ma per difendere una democrazia di tanti e non di pochi». Sta pensando alla costituzione di un terzo polo? «Assolutamente no. L’iniziativa politica dei cattolici deve essere capace di un regime bipolare, coltivando le alleanze e difendendo il ruolo dell’elettore». Che dice del ruolo dell’Udc di Pierferdinando Casini, che sembra guardare con attenzione a quanto sta facendo Fini in vista di future alleanze?  «Resta difficile comprendere come l’eredità di De Gasperi e Sturzo possa essere composta con personaggi che esaltano il soggettivismo e lo statalismo». Lunedì scorso nella trasmissione di Fazio si è parlato molto in difesa dell’eutanasia…  «La perfetta affinità tra quel profilo di destra e quel profilo di sinistra è dimostrata proprio dall’apologia dell’eutanasia, che nulla ha a che vedere col divieto dell’accanimento terapeutico sempre insegnato dalla Chiesa. Il segno del soggettivismo, che non a caso ha accomunato negli ultimi anni Fini e Bersani, sta nella pretesa del soggetto di disporre pienamente della vita propria e altrui, quasi a rifarsi così dello spazio abnorme concesso allo “Stato”, dell’aver sostituito il rispetto del diritto con l’idolatria della legalità». a. tornielli ilgiornale.it

Lo sberleffo di Travaglio

Mercoledì, 17 Novembre 2010

Pubblichiamo la versione integrale delle liste dei valori di sinistra e di destra, peraltro intercambiabili, lette l’altra sera da Bersani e Fini a Vieni via con me e tagliate all’ultimo momento per motivi di tempo. PIER LUIGI BERSANI. La sinistra è l’idea che, se guardi il mondo con gli occhi dei più deboli, puoi fare davvero un mondo migliore per tutti (non vediamo l’ora di imbarcare Luca Cordero di Montezemolo e il banchiere Alessandro Profumo). Abbiamo la più bella Costituzione del mondo (infatti, con la Bicamerale del compagno Massimo, facemmo di tutto per riscriverne più di metà con Berlusconi). Ci sono beni che non si possono affidare al mercato: salute, istruzione e sicurezza (l’acqua invece no: quella si può tranquillamente privatizzare, e magari anche l’aria). Chiamare flessibilità una vita precaria è un insulto (non per nulla la legge Treu l’abbiamo fatta noi). Chi non paga le tasse mette le mani nella tasche di chi è più povero di lui (non a caso abbiamo approvato la riforma del diritto penale tributario, detta anche “carezze agli evasori”, che depenalizza l’evasione tramite la dichiarazione infedele fino a 100 mila euro e tramite la frode fiscale fino a 75 mila euro l’anno). Se 100 euro di un operaio, di un pensionato, di un artigiano pagano di più dei 100 euro di uno speculatore vuol dire che il mondo è capovolto (mica per niente abbiamo sponsorizzato speculatori come Chicco Gnutti e Giovanni Consorte). Indebolire la scuola pubblica vuol dire rubare il futuro ai più deboli (il primo ministro dell’Istruzione che ha regalato soldi pubblici alle scuole private è il nostro Luigi Berlinguer). Dobbiamo lasciare il pianeta meglio di come l’abbiamo trovato (tant’è che vogliamo riempire l’Italia di inceneritori e centrali a carbone). Se devo morire attaccato per mesi a mille tubi, non può deciderlo il Parlamento (del resto la legge sul testamento biologico mica l’abbiamo approvata). Per governare, che è un fatto pubblico, bisogna essere persone perbene, che è un fatto privato (ricordate il nostro ministro della Giustizia? Mastella). Chi si ritiene di sinistra e progressista deve tenere vivo il sogno di un mondo in pace e deve combattere contro la tortura (infatti abbiamo fatto guerra alla Serbia chiamandola missione di pace, poi abbiamo lasciato dov’erano le truppe di occupazione dell’Iraq e abbiamo pure messo il segreto di Stato per coprire le spie del Sismi imputate per aver sequestrato lo sceicco Abu Omar e averlo deportato in Egitto per farlo torturare per sette mesi). GIANFRANCO FINI. Essere di destra vuol dire innanzitutto amare l’Italia (è per amore che le abbiamo regalato per 16 anni uno come Berlusconi). Apprezziamo imprese e famiglie che danno lavoro agl’immigrati onesti, i cui figli domani saranno italiani (vedi legge Bossi-Fini). Destra vuol dire senso dello Stato, etica pubblica, cultura dei doveri (non faccio per vantarmi, ma le leggi sul falso in bilancio, Cirami, Cirielli, Schifani, Alfano ecc. le abbiamo votate tutte). Lo Stato deve spendere bene il denaro pubblico, senza alimentare clientele (salvo quando c’è da salvare il Secolo d’Italia). Lo Stato deve garantire che la legge è davvero uguale per tutti (esclusi, si capisce, i ministri e i parlamentari, che abbiamo sempre salvato dalla galera e dalle intercettazioni). Chi sbaglia paga e chi fa il proprio dovere viene premiato (non a caso abbiamo approvato tre scudi fiscali e una quindicina di condoni tributari, edilizi e ambientali).Senza una democrazia trasparente ed equilibrata nei suoi poteri non c’è libertà, ma anarchia (pure la Gasparri che consacra il monopolio Mediaset e la Frattini che santifica il conflitto d’interessi sono farina del nostro sacco). L’uguaglianza dei cittadini va garantita nel punto di partenza (soprattutto alle suocere per gli appalti Rai e ai cognati per le case a Montecarlo) Dalla vera uguaglianza delle opportunità, la destra vuole costruire una società in cui merito e capacità siano i soli criteri per selezionare una classe dirigente (avete presenti i ministri Ronchi e Urso? No? Ecco, appunto). travaglio fatto quotidiano).

Le colpevoli omissioni di Saviano (by Facci)

Mercoledì, 17 Novembre 2010

Caro Roberto Saviano,
il tuo racconto sulla macchina del fango che non risparmiò Giovanni Falcone, lunedì sera, era infarcito di omissioni: nel senso, proprio, di nomi che non hai fatto o hai preferito non fare. Per farli hai avuto a disposizione una clamorosa mezz’ora televisiva, quindi è stata una scelta deliberata. E a me spiace, sia perché sono uno dei pochi che ti difende – da queste parti -  sia perché in questo modo si accredita chi dice che il tuo punto debole sia un certo paraculismo: non una tendenza vera e propria all’intruppamento nella sinistra politically correct – quella no -  ma quantomeno una propensione a non fartela nemica. Dalle parti di certi sancta sanctorum, diciamo così, il passo ogni tanto ti si fa felpato. Tu hai parlato subito dell’Addaura, cioè un primo e sottovalutato attentato a Falcone: era il 20 luglio 1989 e il magistrato si trovava nella sua casa al mare, presa in affitto, in compagnia dei colleghi svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehman, impegnati in un’inchiesta sul narcotraffico che tu hai definito «riciclaggio». Hai detto che «tutti, a destra e sinistra» fecero capire che Falcone quella bomba poteva essersela messa da solo. Ma non è preciso. Gerardo Chiaromonte, comunista, defunto presidente dell’Antimafia, persona perbene e tu sai perché, scrisse che «i seguaci di Leoluca Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità».  In prima fila c’era quella sinistra lì, oltre a il Giornale di Montanelli (dove ai tempi scriveva l’incolpevole Marco Travaglio) e altri personaggi menzionati da una sentenza della Cassazione: tra questi i giudici Domenico Sica, il defunto magistrato Francesco Misiani e il colonnello dei carabinieri Mario Mori, futuro capo del Sisde: chi più e chi meno, misero tutti in dubbio un attentato che in troppi cercarono di derubricare a semplice avvertimento. Già, perché un processo per i fatti dell’Addaura, appunto, c’è già stato, anche se nessuno lo nomina mai: il 19 ottobre 2004 la Cassazione ha confermato condanne a 26 anni per Totò Riina, Salvatore Biondino e Antonino Madonia; 9 anni e 4 mesi per Francesco Onorato e 2 anni e mezzo per Giovanni Battista Ferrante. La Suprema Corte, in 89 pagine, ha pure detto che i servizi segreti non c’entrano niente perché la responsabilità fu di Cosa Nostra, e, come era accaduto in primo e secondo grado, la sentenza ha ricostruito l’attentato nei particolari: lo chiamano «l’infame linciaggio», però adesso quella sentenza andrebbe dimenticata dopo l’annuncio di una nuova e fumosissima inchiesta della Procura di Caltanissetta, subito cavalcata da Repubblica e da Annozero. «Perché», è giunta a chiedersi Repubblica, «le indagini sull’attentato al giudice sono partite con vent’anni di ritardo?». In realtà partirono puntualissime. Ma dicevamo della macchina del fango: tu, poi, hai parlato del «corvo» che scriveva lettere anonime per danneggiare Falcone, una dinamica che con la macchina del fango in effetti ebbe molto a che fare. Ma la stessa macchina, e tu non l’hai detto, colpì anche più gravemente il magistrato Alberto Di Pisa che fu accusato ingiustamente di essere il corvo: e proprio Giuseppe D’Avanzo, un altro che parla sempre di fango e dintorni, scrisse che «Di Pisa è soltanto un uomo frollato dalla lunga attesa di un pubblico riconoscimento, di popolarità e potere, un piccolo uomo sbriciolato dall’invidia e dalla gelosia, precipitato nel gorgo di un risentito rancore». Perché non ricordarlo? Alberto Di Pisa è stato assolto da ogni accusa: ma la macchina del fango, per lui, non si è fermata mai. Marco Travaglio, ancora nel marzo 2009, definiva Di Pisa nemico acerrimo di Falcone» e tutto perché aveva soffiato il posto di procuratore capo a Marsala – su decisione del Csm – battendo Alfredo Morvillo, amico di Giancarlo Caselli e dello stesso Travaglio. La macchina del fango, già: hai ricordato quando Falcone accettò l’invito del Guardasigilli Claudio Martelli a dirigere gli Affari penali, quando cioè la gragnuola delle accuse si fece ancora più infame. Il pool di Falcone e Borsellino era stato praticamente cancellato e le istruttorie antimafia erano tornate all’età della pietra. Hai fatto vedere un filmato di una serata di Samarcanda (in abbinata col Maurizio Costanzo Show) ma non hai citato o mostrato la puntata di Samarcanda del 24 maggio 1990, quella in cui Leoluca Orlando disse che Falcone aveva una serie di documenti sui delitti eccellenti ma li teneva chiusi nei cassetti, anzi, in otto scatole chiuse in un armadio. L’accusa verrà ripetuta a ritornello anche da molti uomini del movimento di Orlando, tra i quali l’avvocato Alfredo Galasso. personaggio che tu hai fatto vedere nel filmato, come no, senza neppure spiegare chi era: lo hai soltanto definito «perbene». Ma allora lo erano tutti, perbene. La sinistra in sostanza accusava Falcone di connivenze pericolose solo perché aveva fiutato alcune calunnie del pentito Pellegriti ai danni di Salvo Lima e Giulio Andreotti: l’11 settembre Falcone 1991 dovette addirittura discolparsi davanti al Csm dopo un esposto di Orlando, sodale di Galasso: ma erano persone perbene, giusto? Hai detto che qualcuno definì Falcone «guitto televisivo»: era un giornalista di Repubblica, e allora perché non nominarlo? Ecco la frase precisa, Roberto: «Non si capisce come mai Falcone non abbandoni la magistratura… s’avverte l’eruzione d’una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste dei guitti televisivi». Sempre nel filmato con l’avvocato Galasso, poi, Falcone si spingeva a dirsi favorevole alla responsabilità civile dei giudici, eresia per cui oggi qualche deficiente gli attribuirebbe direttamente qualche vicinanza alla P2. E qui capisco che tu abbia preferito trasvolare. E così hai fatto con tutti gli articoli dell’Unità contro Falcone, titoli come «Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché», scritto dal membro pidiessino del Csm Alessandro Pizzorusso; parlo della stessa Unità che poco tempo prima aveva titolato «Falcone preferì insabbiare tutto». Hai citato le parole dolorose di Ilda Boccassini, e hai fatto bene, ma ne hai menzionato solo una parte. C’erano anche queste: «Avete fatto morire Giovanni Falcone, lo avete fatto morire con la vostra indifferenza… a Palermo non poteva più lavorare, per questo ha scelto la strada del ministero… Lui non voleva essere lasciato solo ed essere… Due mesi fa ero a Palermo in un’assemblea dell’Associazione nazionale magistrati. Non dimenticherò quel giorno. Le parole più gentili erano queste: Falcone si è venduto al potere politico… L’ultima ingiustizia l’ha subita proprio da voi di Milano… Mi telefonò quel giorno, e mi disse “che tristezza, non si fidano del direttore degli Affari Penali”». Certo, Roberto, non potevi citare tutto e tutti, lo so. La tv è maledetta, il tempo è sempre poco: e pensa che tu ne hai avuto come nessuno.  Il problema è che altri nomi, altri personaggi, altre testate, altri presunti e più recenti macchinatori del fango, tu li hai invece pronunciati o fatti intuire con furba chiarezza. Un filo troppa, secondo me. F. Facci 10.11., 2010 ilpost/filippo facci

Il politico-spalla (by Polito)

Mercoledì, 17 Novembre 2010

Con le performance di Bersani e Fini da Fazio, la politica ha definitivamente accettato di sparire per farsi vedere. Da tempo – dalla discesa in campo di Berlusconi – i rapporti di forza tra politica e televisione erano mutati a vantaggio della tv. La televisione era già da tempo diventata più importante della politica. Ma se ne serviva ancora per fare audience. La sminuzzava e la polverizzava nei tg, e poi la ruminava rumorosamente nei talk show, riducendola a duello e a operetta. Da lunedì, invece, il processo di digestione è definitivamente compiuto: è la tv che dice ai politici che cosa fare.
I due leader invitati allo show non erano infatti più i protagonisti dell’evento, ma le spalle; non recitavano più a soggetto, ma interpretavano un ruolo assegnato dagli autori della trasmissione. Presentandoli, Fazio non ha detto «e ora ecco a voi Bersani e Fini»; ha detto «e ora ecco a voi l’elenco dei valori della sinistra, legge Bersani; e l’elenco dei valori della destra, legge Fini». Legge. Come fa un attore con un testo. Come un interprete a teatro. Non sto dando un giudizio di valore, la mia è una valutazione tecnica di assoluta neutralità: Bersani e Fini recitavano in uno show altrui, cosa che per un leader è il colmo. Vedrete che la prossima volta li convinceranno a usare il gobbo, invece di inforcare gli occhiali, e magari gli scriveranno dei testi migliori e – come dire? – più televisivi. La riprova della funzione ancillare accettata dalla politica, sta nel fatto che la grande polemica accesa dalla puntata di «Vieni via con me», con un ministro che si rivolge al Capo dello Stato, non nasce dai testi letti dai due leader-spalla, ma dal monologo del capo-comico, e cioè Saviano. È lui che fa politica e parla di politica, degli elenchi dei politici non frega niente a nessuno. Il rovesciamento dello schema da talk show è totale. Al punto da spiazzare pure Maroni, che chiede un diritto di replica e un contraddittorio con Saviano, come se fosse lui il politico, per sentirsi rispondere che no, lui è l’autore, e lo show lo fanno gli autori, mica i politici. Magari a Maroni proporranno come risarcimento di leggere un elenco di valori leghisti, se proprio insiste. L’innovazione è notevole. È un po’ come quando nel film “Quinto potere” il conduttore smette di condurre e comincia a predicare. L’audience va alle stelle. Come è successo ieri. Fossi in Berlusconi, me ne preoccuperei. Lui da stasera scende in campo, anzi in studio televisivo. Comincia la sua sesta campagna elettorale, e dio solo sa quanto la conosce bene la tv. Ma lo schema inaugurato sulla Rete Tre può rendere terribilmente obsoleta perfino la sua padronanza del mezzo. Oggi nove milioni di spettatori un politico che parla in tv se li sogna, pure se si mette una calza in testa. Rischia di essere la più clamorosa delle nemesi per l’impresario televisivo che si fece politico: la politica ha perso, la tv ha vinto. Se si ribella al suo creatore, può facogitare anche lui. a. polito riformista

Fini e Bersani, modesti…

Martedì, 16 Novembre 2010

che brutta fine ha fatto la politica. ieri nello studio di fazio, fini e bersani hanno dato il peggio di sè (in ogni caso meglio bersani di fini). impacciati, forse un pò emozionati, hanno letto la loro filastrocca come uno showmen qualsiasi. dimentichi dell’essere il primo presidente della camera e il secondo il segretario del principale partito di opposizione, si sono prestati allo spettacolo televisivo. i grandi filosofi del XX secolo avevano denunciato il rischio di asservimento della politica alla tecnica. oggi si assiste all’asservimento nei confronti della Tv, ma non per ragioni filosofiche, solo per la modestia dei protagonisti (cari fini e bersani, cui prodest il vs spettacolino? se non a fazio che sulle polemiche ci ha costruito la serie?). temis

Effetto Saviano

Giovedì, 11 Novembre 2010

La politica guarda a chi ha guardato Vieni via con me? A chi ha fermato il telecomando sul programma di Roberto Saviano e il monologo (gratuito) di Roberto Benigni: 7,6 milioni di spettatori per il 25,5% di share, un lusso che a Raitre mancava da tredici anni, 9 milioni per il comico toscano e 18 milioni di contatti. Lunedì il pubblico di Fabio Fazio e soprattutto di Saviano è stato generico e vario, istruito e laureato, giovane e anche anziano, di classe media e anche benestante. Forse di sinistra oppure di centro o destra. E oltre le categorie ottocentesche, dice Renato Mannheimer, sondaggista e fondatore di Ispo: “Di certo, un pubblico attento e partecipe con un valore politico e culturale che può ingolosire i partiti, proprio perché terzo rispetto a schieramenti attuali”. Perché la macchina del fango e la mafia, raccontata dallo scrittore di Gomorra, superano le divisioni tra destra e sinistra: “Saviano ha toccato temi che sono di tutti e di nessuno, ma che interessano a chi s’impegna a capire il presente e il passato per costruirsi un futuro”, aggiunge Mannheimer. Che colore ha Saviano per la politica? “Un jolly per la sinistra per avvicinarsi al centro sino ai finiani”. Alessandro Campi, direttore scientifico di “Farefuturo”, per Gianfranco Fini e dintorni è il politologo più ascoltato: “Il messaggio di Saviano è politico, senza giri di parole, e arriva a chiunque perché trasversale. Ha visibilità e autorevolezza per un pubblico giovanile. Attenti, però: non bisogna cucirgli addosso una bandiera. Può influenzare una destra moderna, seppur sia più aderente alla sinistra con cui dialoga spesso. Comunque, la forza di Saviano è che può fare politica senza avere una collocazione”. Il debutto di Vieni via con me? ha guadagnato un patrimonio di audience (e di voti?) e interessato un pubblico diverso rispetto ai 4,8 milioni (19,8% di share) del Grande Fratello. È curioso che la stessa casa di produzione, la multinazionale Endemol controllata al 33% da Mediaset, sia riuscita a intercettare due gruppi di telespettatori opposti per il lunedì sera di Canale 5 e Raitre (elaborazione dati Auditel, studio Frasi). Il reality più vecchio della tv attrae i giovanissimi: l’ha guardato il 30% dei bambini dai 4 ai 7 anni, il 25 per cento dei 14enni. Piace poco dai 45 anni in su. Il Grande Fratello fa pesca grossa nelle regioni del Sud: share regionale del 31% in Calabria e Sicilia e 26 in Puglia. E bottino magro tra i diplomati (16,57), i laureati (9,5) e le famiglie di classe economica media alta (17) o altissima (12). Il pubblico di Vieni via con me raccoglie i giovani studenti (28,7), lavoratori laureati (46) famiglie benestanti (40), tanti insegnanti o dipendenti pubblici. E poi c’è chi ha visto e (ri)visto la puntata sul sito Rai: oltre 700mila pagine consultate e 100mila visite su Youtube per l’intervento di Benigni. Le cifre e i particolari tracciano il profilo, o meglio l’identikit di uno spettatore-elettore eterogeneo: “Un po’ di sinistra e un po’ di destra – spiega Mannheimer – con idee ben radicate che, a differenza dei più distratti, cambiano opinioni prima di un’elezione e non decidono il giorno stesso”. Aspettando di conoscere chi accorrerà alla fonte di Saviano, ieri la Rai ha festeggiato – e le capita raramente – un boom di ascolti. Festeggia Paolo Ruffini, direttore di Raitre, anche se l’esplosione di Vieni via con me coincide con la chiusura di Articolotre di Maria Luisa Busi: “Sono felice per quello che è successo ieri. Come tanti, tantissimi italiani, mi sono ritrovato a ridere, a pensare, a commuovermi. E a riflettere anche sulla televisione, sul senso del servizio pubblico. È stato visto da un pubblico giovanissimo, giovane, adulto e anziano. E non è facile tenere insieme età così diverse per un tempo televisivo così lungo”. Soddisfatto Paolo Garimberti, presidente di viale Mazzini: “Il programma è stato un esercizio di libertà da parte di autori e telespettatori”. Ieri a viale Mazzini hanno evitato commenti ufficiali, mentre sul tavolo di Mauro Masi, il direttore generale così citato nella trasmissione di Saviano, prolunga le riflessioni per uno speciale su Dante di Benigni da trasmettere tra Natale e Capodanno su Raiuno. Soltanto Antonio Verro, consigliere del Pdl, s’è fatto sentire: “I numeri non si discutono, anche se il programma mi sembra un po’ lungo e un po’ lento. Invece Saviano mi è sembrato molto banale e un po’ qualunquista”. E Maurizio Belpietro (Libero) raddoppia intervistato da Enrico Mentana al Tg di La7: “Non esiste una macchina del fango. L’atto di accusa di Saviano era un po’ confuso perché ha messo insieme cose che non c’entrano”. Da Vieni via con me nessuno soffia sulle polemiche. Parla Fazio che ringrazia, e basta. E per la prossima puntata sperano di ospitare Adriano Celentano e stupire ancora Raiuno che, scommettendo su una caduta di share, cerca un piatto forte. c. tecce Da Il Fatto Quotidiano del 10/11/2010

Rivoluzionari snob (e senza popolo)

Martedì, 9 Novembre 2010

È rivoluzione di casta, non di popolo. I fatti concreti smentiscono il luogo comune che il berlusconismo sia in balia del vento che nasce dalla pancia del Paese quando le classi sociali più deboli si sentono minacciate e si adoperano quindi per cambiare il proprio futuro. Si tratta piuttosto di un refolo che si è formato, non da ieri, nei salotti mondani, intellettuali, televisivi, e che viene amplificato da un sistema di comunicazione politicamente schierato. L’analisi dei flussi elettorali non lascia dubbi. Elezione dopo elezione i ceti medi e bassi si sono spostati costantemente verso il centrodestra. Nel 2008 (Berlusconi contro Veltroni), è avvenuto il sorpasso del Pdl sul Pd nelle preferenze dei lavoratori dipendenti, sia pubblici che privati (la sinistra mantiene un vantaggio, sempre minore, solo tra gli insegnanti). L’elettorato operaio è sempre più con Berlusconi e Bossi (58 per cento). Lavoratori autonomi e liberi professionisti restano saldamente a maggioranza centrodestra. Se a questo aggiungiamo che i giovani neo elettori ingrossano più le file del Pdl che quelle del Pd, risulta misterioso tanto allarme sulla imminente caduta della seconda Repubblica per volere popolare. E cresce il sospetto che tanta tensione sia provocata ad arte da una manovra di palazzo, e quindi di potere, che poco ha a che fare con la situazione reale. Del resto, tutti i sondaggi lo confermano: le ondate di fango che periodicamente vengono rovesciate sul premier non spostano le intenzioni di voto degli italiani. Chi vuole fare una rivoluzione si affida a leader a sé simili. Quando Umberto Bossi iniziò la sua cavalcata destinata a cambiare la faccia della politica italiana non aveva una lira in tasca ed era inseguito dai creditori. Più o meno nelle stesse condizioni erano i leghisti della prima ora. Per questo risultarono credibili quando promisero alla loro gente, quella padana, il riscatto dal giogo economico di Roma ladrona. Poi venne la rivoluzione di Berlusconi, e la borghesia liberale si affidò volentieri all’uomo più ricco d’Italia. Del suo patrimonio il Cavaliere non ha mai fatto mistero, anzi lo ha sempre esibito con vanto, biglietto da visita e garanzia delle sue capacità. Che la presunta rivolta antiberlusconiana non sia invece cosa seria lo si è capito anche ieri sera guardando «Vieni via con me», ennesimo contenitore Rai di pattume vario ma, ovviamente, d’autore. Come possono interpretare i bisogni della gente uno scrittore miliardario (Saviano), due conduttori televisivi strapagati (Fazio e Littizzetto, due milioni all’anno di reddito a testa), un direttore d’orchestra con la puzza sotto il naso (Abbado), il solito Benigni più furbo che bravo (4 milioni di reddito per sparare battute) e l’immancabile Vendola, comunista da 16mila euro mese? Cosa c’entra gente così con i cassaintegrati, gli alluvionati, i terremotati? I cittadini cercano leader politici credibili e soluzioni concrete. La sinistra (e Fini) si consegnano, e pure a pagamento, a un gruppetto di miliardari snob, maestri d’arte quanto faziosi. Anche Papa Sisto chiamò alla sua corte Michelangelo ma gli affidò gli affreschi della Cappella, non certo i destini del cristianesimo. Con uno scrittore, comici e ballerini si farà anche ridere ma non si soddisfa nessuna esigenza reale. La sinistra ci aveva già provato con Biagi, Benigni, Luttazzi e Guzzanti, buttati nella mischia elettorale su tutte le reti Rai nelle politiche del 2001. Vinse Berlusconi: prometteva di non alzare le tasse e costruire nuove strade. a. sallusti giornale

La metamorfosi di Saviano, da Gomorra allo show-business

Lunedì, 25 Ottobre 2010

Settimana di passione quella della Rai e non è finita. Da Santoro, sospeso ma presente in video, alla Gabanelli, in causa con Silvio Berlusconi. Da Minzolini accusato dall’Agcom – troppo spazio dato al Governo nel tg – a Fabio Fazio, reo di voler condurre una trasmissione (“Vieni via con me”) che allarma. Non c’è pace all’ombra del Cavallo di viale Mazzini. Intanto il direttore generale Mauro Masi discute con i vicedirettori un piano industriale lacrime e sangue che tra dismissioni immobiliari, riduzione di personale e richieste al Tesoro – il canone pagato con la bolletta elettrica – dovrebbe portare nelle esangui casse della Rai qualche centinaia di milioni di euro per evitare lo sfascio. E se ancora non bastasse: ecco il referendum contro il direttore generale promosso dall’Usigrai. Se ne vada – dice la Cgil – per il bene dell’azienda. Tanta carne al fuoco. Ma la cosa che ci ha più sorpreso sono state le dichiarazioni di Roberto Saviano nella piazza di Michele Santoro, alla presenza di Loris Mazzetti, capo struttura di Raitre, che con il suo assenso ne ha avallato la portata. Il tema era di quelli complessi: la remunerazione degli ospiti che intervengono alle trasmissioni televisive. Problema per la verità antico. Fu sollevato, forse per la prima volta, una trentina d’anni fa in Commissione di vigilanza nei confronti di Adriano Celentano e delle sue famose esternazioni che fecero infuriare la politica di allora. La Commissione parlamentare chiese di vedere il contratto per avere contezza delle eventuali clausole d’ingaggio. Nessuna. Tre striminzite paginette ed una cifra da capogiro. A quanto sembra le cose non sono cambiate. Questa volta è Loris Mazzetti che ci dice che non è possibile conoscere in anticipo il costo del programma “Vieni via con me”. Sarà fatto solo a consuntivo. Non ci sembra una buona idea. Partendo da questi presupposti, Roberto Saviano ha esposto candidamente la sua teoria. Non esiste un problema di costi e quindi di limiti al cachet dello star system. Le cifre che pure sono circolate – un costo del programma di circa 700/800 milioni di euro a puntata – sono solo un ingranaggio della “macchina del fango”. Il programma fa paura e per questo si accampano pretesti senza senso. È proprio così? Nel 2008 la Rai ha chiuso il bilancio con una perdita di 37 milioni di euro. Le previsioni per il 2010 dicono che potrebbe aumentare fino a 130. Due anni dopo la progressione (un cumulato di 600 milioni) sarebbe tale da azzerare il capitale sociale determinando il fallimento dell’azienda. La ricetta di Saviano è semplice. Lo star system aumenta gli introiti pubblicitari. È, quindi, giusto che una parte di queste maggiori risorse si traducano in compensi adeguati – ma meglio sarebbe dire milionari – per gli ospiti illustri delle trasmissioni. Due sono i limiti di questo ragionamento. Non tiene conto dei costi fissi che gravano sui singoli programmi, che si portano via circa il 70/80 per cento del relativo fatturato. Questo riduce notevolmente il margine dei maggiori introiti pubblicitari e pone un limite oggettivo al costo del nuovo programma. Se si va oltre esso contribuisce non alla riduzione, ma all’aumento del deficit complessivo dell’azienda. Seconda considerazione. Nei bilanci Rai (dati 2008) la pubblicità contribuisce ai ricavi complessivi solo il per il 38 per cento. Una percentuale ben più alta (il 55,7 per cento) proviene dal canone pagato da ciascuno di noi. Ne consegue che per quanto possa aumentare la pubblicità per trasmissioni pure prestigiose i vincoli finanziari non possono essere aggirati. Il ragionamento di Saviano sarebbe più giusto se riferito alla televisione commerciale, che vive prevalentemente di pubblicità. Ma qui siamo nell’ambito del servizio pubblico, dove il “mercato”, nonostante l’invocazione di Pierluigi Battista sul Corriere di ieri, ha lo spazio che abbiamo indicato. Sono considerazioni – sempre per riprendere Battista – di destra o di sinistra? Non sapremo dire. A noi sembrano solo di buon senso. g. polillo riformista