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Scalfari, de profundis (by Pannunzio)

Sabato, 3 Novembre 2012

‘’La sola storia possibile è quella che si ricostruisce da dentro, attraverso la memoria di sé”. La sera andavamo in via Veneto: tra Mario Pannunzio, Franco Libonati, Sandro De Feo, Ercole Patti, Moravia e Paolo Pavolini, il convitato di pietra era Marcel Proust. Poi c’era lui, Eugenio Scalfari, che di questo libro datato 1986 è proprio Swann, io narrante di un’età dell’oro che comincia alla fine degli anni Quaranta. Qualcuno ha notato che curiosamente il memoir scalfariano – il lavoro più famoso, assieme a Razza padrona – manca nella poderosa opera omnia, uscita a settembre per i prestigiosi Meridiani Mondadori. Frugando tra le pagine leggere leggere – a sfogliarle c’è sempre il timore di romperle – ci s’imbatte in una nota dell’editore che spiega come, nel Meridiano, si è proceduto per sottrazione: risultano, nel testo definitivo, “dolorose esclusioni”. Tra cui La sera andavamo in via Veneto, di cui però il lettore troverà “ampli stralci nel Racconto autobiografico” che precede la selezione dei testi. Ampi, ma non esaustivi.

Per esempio al rapporto con Mario Pannunzio, intellettuale liberale e fondatore del Mondo, Scalfari dedica nel Meridiano poche righe, peraltro in condominio: “Pannunzio e Arrigo Benedetti furono i miei maestri. A entrambi debbo moltissimo. Con entrambi e in modi diversi ebbi una rottura forte, come avviene tra padri e figli. A tanti anni di distanza ne porto ancora nel cuore l’insegnamento e la memoria”.

Di quella rottura si trova invece traccia in un epistolario tra Pannunzio e Leo Valiani che in questi giorni l’editore Aragno dà alle stampe: 17 anni di lettere che s’intitolano “Democrazia laica”. Dentro: la politica, motore per nulla immobile di tutto, gli amici (e i nemici) che attorno al giornale gravitavano, discutevano, (si) dibattevano, fondavano il Partito radicale, organizzavano furiose sessioni di lavoro (i famosi Convegni dell’Eliseo). In due missive, entrambe dei primi anni Sessanta, Pannunzio racconta la sua frattura con Scalfari a Valiani (azionista, padre costituente, collaboratore del Mondo e de L’Espresso). I giudizi sono definitivi, le conclusioni sofferte: “Instabile, femmineo, esuberante. Non ha veri legami o affinità ideali e morali con nessuno. Tutto è strumentale, utilitario; tutto deve servire alla sua splendida carriera. Ma ha sempre avuto la sensazione di perdere tempo stando con noi”.

E poi: “Un pasticcione e libertino, politico, economico, che nel campo della sinistra democratica ha portato i sistemi scarfoglieschi e angiolilliani”. Pannunzio ce l’aveva, e parecchio, con Renato Angiolillo. Il suo Taccuino in risposta alla provocazione del Tempo contro la “malapianta azionista” e i visi pallidi acidi, moralisti, calvinisti, è ancora oggi celebre. È l’invettiva contro i “visi rosei”, qualunquisti, indifferenti, pronti a commuoversi se la nazionale di calcio perde, pieni di una comprensione che si scioglie di fronte “a un piatto di spaghetti alle vongole”. Voilà, il battesimo degli “italiani alle vongole”: espressione carissima al fondatore di Repubblica, che in ‘La sera andavamo in via Veneto’ dedica invece molte pagine al discepolato contrastato e all’ultimo strappo con il padre-maestro. Gli anni Sessanta albeggiano e gli screzi tra il Mondo e il partito radicale, che tante firme del giornale avevano contribuito a far nascere, cominciano a diventare scontri: sulla politica estera e su quella interna, soprattutto in merito ai rapporti con quel Psi che Scalfari avrebbe poi sposato, diventando deputato nel 1968.

Poi scoppia il caso Piccardi (Leopoldo, soprannominato dagli amici del Mondo “Papiniano” per le sembianze solenni). Renzo De Felice scrive che Piccardi aveva preso parte a un convegno sulla razza, organizzato nel ‘38 in Germania: boom. Nell’autunno del ’61, la rivelazione diventa casus belli e scatena una tempesta all’interno del Partito radicale (di cui Scalfari è vicesegretario): i rapporti tra Eugenio e Mario vanno in frantumi. “La rottura del ’62 non coinvolse soltanto il nostro piccolo partito (…). Mise fine all’amicizia tra Pannunzio e me, o meglio al rapporto padre-figlio che tra noi era cominciato in un pomeriggio del settembre ’49, ed era cresciuto rapidamente fino a diventare – almeno per me – uno degli elementi essenziali della mia vita intellettuale e politica. Nel cupio dissolvi che lo prese (…) ritenne fermamente che, una volta distrutta quella che in gran parte era stata l’opera sua, nessuno avrebbe potuto proseguirla (…). Dopo la rottura – così credo che pensasse – non ci sarebbe potuto esser altro che una recherche del passato, la memoria volontaria e involontaria celebrate da Proust, via della Colonna Antonina e il caffè Rosati come il cortile di palazzo Guermantes in Faubourg Saint- Honoré”.E fu la fine del Mondo, nella versione di Scalfari: “Mario troncò consapevolmente tutte queste cose e tutti questi rapporti il giorno in cui s’accorse che ciascuno di essi si stava affrancando dal complesso del padre nei suoi confronti. Forse capì che i figli non sarebbero stati in grado di liberarsi di lui”.

La metafora del padre mutuata dalla psicanalisi – una teoria che per un secolo ha fatto incalcolabili danni spacciandosi per scienza – è una via d’uscita come tante, forse la più semplice. “La memoria di sé, assunta come fatto centrale dell’esistenza e della sensibilità, crea un problema d’importanza enorme che Proust solleva quasi senza accorgersene (…). L’immagine che io ho di me stesso, l’immagine che ho degli altri che mi circondano, l’immagine che suppongo che gli altri abbiano di me, l’immagine di sé che gli altri pensano che io abbia di loro. Basta che vi sia, in uno qualunque di questi specchi, un piccolo mutamento dovuto a un fatto, una parola, un ricordo, che subito quel mutamento si dipana su tutta la galleria degli specchi” Così è lo stesso Scalfari, scomodando la Recherche (sempre in ‘’La sera andavamo in via Veneto”), a illuminare la prospettiva della “madeleine bifronte”: si può essere discepoli di Pannunzio e insieme “reprobi” votati solo alla propria, “splendida”, carriera. E in qualche modo risponde anche a Roberto D’Agostino che qualche settimana fa – riportando sul suo sito un editoriale domenicale (“Io sono liberale di sinistra per formazione culturale. Ho votato per molti anni per il partito di Ugo La Malfa. Poi ho votato il Pci di Berlinguer, il Pds, i Ds e il Pd”) – si domandava come mai Scalfari avesse dimenticato il Psi che l’aveva mandato, seppur da indipendente, in Parlamento. Colpa di Proust. Silvia Truzzi per Il Fatto

Dai venerati maestri ai guru ultranarcisisti

Domenica, 15 Maggio 2011

«Può esistere un Salone del Libro senza Umberto Eco?» chiede il direttore della manifestazione, Ernesto Ferrero, alla platea più scelta del Lingotto. «Noooooooooo», intona la platea della nuovissima sala Oval, aspiranti scrittori, studenti e professoresse democratiche. Il tema della lectio magistralis del professore è «Libertà e coercizione dello scrittore», ma il direttore della kermesse scommette che si parlerà più delle coercizioni che della libertà. Intanto si prenota già per il 2012, se non succederà nulla di particolare. «Nel 2012 ci sarà la fine del mondo» butta lì Eco. Però, come diceva il poeta Jerzy Lec, «non aspettatevi troppo dalla fine del mondo». Sicuri che è meglio tenersi Eco con le sue coercizioni?Terminato il fuori programma dell’incipit, il guru prende a leggere il suo intervento – scritto per l’occasione? riciclato da una precedente lectio? – sprofondando nel più erudito narcisismo. Risolini, sbadigli, zero applausi. Il pubblico ascolta, educato e distante. Più o meno stessa situazione con Erri De Luca, Piergiorgio Odifreddi, Franco Cordero. Dall’uscita anti premier di quest’ultimo, che su Repubblica ha anticipato il suo intervento accostando il governo Berlusconi al periodo hitleriano, si è dissociato persino lo stesso Ferrero: «Caro Cordero, il salone è luogo del dialogo, non dell’invettiva», ha detto. Una presa di distanza della direzione dall’intervento di un ospite di cui, da queste parti, non ricordano precedenti. (Segue una barocca dissertazione di Cordero che parte da Leopardi, Manzoni e Gioberti).La 24ª edizione del Salone torinese che si conclude domani ha già battuto il record di guru del pensiero, la maggior parte dei quali trasposti in vetrina direttamente dalle colonne di Repubblica, la testata più rappresentata alla kermesse, oggi consacrata nel dialogo tra Gustavo Zagrebelsky ed Ezio Mauro. Per questo è il posto giusto per chiedersi che cosa c’è dopo i venerati maestri? Che cosa diventano i maestri dopo essere stati venerati abbastanza? Diventano guru egoriferiti. Cristallizzati nel loro narcisismo, nel culto della personalità: la loro. Il pubblico e le platee di giovani? Inermi, silenti, paralizzati dall’intellettualismo che promana dal palco. Niente comunicazione. Coinvolgimento rasoterra. Vibrazioni non ne passano. Al massimo una tecnica di scrittura, di analisi, di critica. Oppure un certo piacere nel sentirsi parlare, oracoleggiando, come nel caso di Scalfari. «Ho scritto sei romanzi» sbuffa Eco, «ma tutti ricordano Il nome della rosa, maledizione. Non voglio farmi dire bravo» sottolinea prima di declamare il suo lipogramma, un testo scritto per gioco tutto con la «a», intitolato La mamma. E qui l’applauso è d’obbligo. Niente più. Anche le domande le anticipa lui stesso. E marzullescamente si risponde.Nella stessa sala Erri De Luca ha da poco terminato la sua relazione «Sulla traccia di un alfabeto antico», un’ora di «passeggiata nella sacra scrittura» quando, interrogato dal pubblico, è costretto a dire che questi studi non li fa da storico e linguista. Né soprattutto da credente. «Perché io escludo la divinità dalla mia vita – dice proprio così – ma non la escludo dalla vita degli altri». Com’è buono lei direbbe il ragionier Fracchia nei panni del pubblico in sala, messo in confusione dalla prosopopea del guru che esclude l’interferenza divina forse perché divino è egli stesso. Che cosa poi possa conciliare simil impegno sui sacri testi con un dogma tanto negazionista resta domanda irrisolta. Sarà presunzione o protervia? Si resta in zona anche dalle parti di Piergiorgio Odifreddi, il guru del far di conto. Il quale, presentando il suo Caro Papa ti scrivo, ha confessato papale papale che da bambino sognava esattamente di diventare Papa. Nel 1959 in tv c’erano due personaggi, Mike Bongiorno e un altro signore vestito di pizzo e gioielli che avanzava su un trono regale. Lui voleva essere il secondo e poco dopo entrò in seminario, poi ne uscì perché si accorse che la strada era lunga e prima di percorrerla avrebbe dovuto sopportare anni di ordini e comandi altrui. Però un po’ il pallino gli è rimasto e quando, di recente, ha letto Introduzione al cristianesimo scritto da Ratzinger nel 1968, ha pensato bene di rivolgersi direttamente a lui perché, ha detto senza ridere, lo considera «un suo degno avversario».Ambisce invece a entrare nell’empireo dei grandi filosofi, da Platone a La Rochefoucauld, il fondatore di Repubblica ossequiato da una platea in cui, oltre a moglie e figlie, spiccavano Piero Fassino e Alberto Asor Rosa, bramosi di ascoltarlo sull’ultimo lavoro Scuote l’anima mia Eros. «Voi siete la mia famiglia, anzi un campione della mia famiglia» ha concesso Scalfari dopo un po’ che discettava di Giove, Mercurio e Saturno. «Sotto sotto vi aspettate che parli dell’attualità \ ma siete stati audaci perché il mio libro parla d’altro». Però, dài e dài, «nella caverna degli istinti il protagonista è Eros che si esprime attraverso l’amore di sé, l’amore dell’altro e l’amore degli altri. Quando l’amore di sé varca i limiti fisiologici diventa patologico» ha preparato il terreno, flautate, Scalfari. «E gli esiti sono la megalomania, l’egolatria, il narcisismo» ha garantito dal suo pulpito. «Non a caso Silvio ha fondato il partito dell’amore. Vuol essere amato e cooptare chi lo ama. Se io stesso gli telefonassi dicendogli che m’interessa ciò che fa ci proverebbe anche con me. Come ha fatto con Scilipoti» ha concluso il guru più venerato di tutti davanti alla sua famiglia, finalmente appagata perché Eros era precipitato nel presente. Che sorpresa. m. caverzan ilgiornale

Per Berlusconi, l’operazione Craxi (by Sechi)

Lunedì, 24 Gennaio 2011

Qualche anno fa Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, pronunciò una frase che a qualcuno sembrò iperbolica: «Stanno preparando la nostra piazzale Loreto». Quella del Fidel era una voce dal sen fuggita, un timore che veniva dal profondo, un dettato del sesto senso di un uomo colto, forgiato dalla praticaccia della vita.  Molto tempo dopo, siamo al redde rationem, alla battaglia finale tra Silvio Berlusconi e la magistratura e la «piazzale Loreto psichedelica» di cui parlava Confalonieri si sta materializzando in un processo mediatico-giudiziario che prevede un solo finale: l’impiccagione del Cavaliere. Ci sono dei segnali che vanno colti per comprendere il clima che si sta creando e il tragitto che prenderà questa storia. Uno l’ho ricordato ieri: un gruppo di sostenitori del «popolo viola» che si riunisce di fronte al carcere di Rebibbia, a Roma, per festeggiare con i cannoli siciliani l’ingresso in carcere dell’ex governatore della Sicilia Totò Cuffaro. Un altro episodio significativo è la gazzarra con lancio di monetine scatenata a Lissone da alcuni manifestanti che protestavano contro l’intitolazione di una piazza a Bettino Craxi. Sono due schegge incandescenti del magma anti-berlusconiano, un intruglio di qualunquismo e giustizialismo senza cultura. Le monetine. Craxi. Proprio nei giorni in cui si commemora la morte dell’ex segretario del Psi, dobbiamo tornare a quel 30 aprile 1993. Bettino esce dall’Hotel Raphael, vicino a Piazza Navona. I manifestanti lo sommergono di fischi e lanci di lirette sonanti. È la metafora della fine della Prima Repubblica che, paradossalmente, apre le porte all’era Berlusconi. «L’operazione Craxi» è in corso, i pezzi sulla scacchiera sono in rapido movimento. A Repubblica, unico soggetto davvero intelligente e con una reale forza nel mondo della sinistra, l’hanno capito e cercano – giustamente, dal loro punto di vista – di liquidare il grigio e inetto Pierluigi Bersani per tornare, via benedizione di Eugenio Scalfari, a una leadership spendibile, quella di Walter Veltroni. Riusciranno nell’impresa di far fare a Silvio la fine che fu di Bettino? Certo è il fatto che la sfilata di maschere che oggi chiede al Cavaliere di andarsene con ignominia è la stessa che chiedeva al «Cinghialone» di dimettersi, di andare dai magistrati e finire i suoi giorni ai ceppi. Il flash back è una carrellata impressionante, molto istruttiva, su ciò che accadde ieri e quel che sarà il nostro domani. Gianfranco Fini  Il presidente della Camera ha deliziato la sua destra immaginaria con questa frase: «Il buon nome dell’Italia da qualche tempo a questa parte viene sottoposto a dure critiche per comportamenti di chi l’Italia la rappresenta». Sbaglia Fabrizio Cicchitto a commentare così la sortita del capo di Fli: «Credevamo che fosse una dichiarazione di Di Pietro, invece è una dichiarazione di Ganfranco Fini». In realtà non vi è nessuna stranezza, Fini il 22 gennaio del 2011 è tornato a vestire i panni di quel che era il 30 aprile del 1993: un forcaiolo. Mentre Craxi usciva dal Raphael, Fini allora erede di Almirante e segretario del Movimento Sociale Italiano, in quelle ore teneva una conferenza stampa per dire che non si poteva tenere più in vita quel Parlamento. Stava esattamente dove si ritrova oggi: con Di Pietro. Il retroterra culturale – parola grossa – di Fini è questo, non a caso oggi si ritrova in squadra un Granata qualunque e non prova alcun imbarazzo. Come ricorda Edoardo Crisafulli nello splendido volume “Le ceneri di Craxi” (Rubettino Editore) «c’è una perfetta congenialità tra giustizialismo e post-fascismo». Antonio Di Pietro  Tonino è il motore di tutto. Di ieri, oggi e anche di domani. Non è al volante, ma la cinghia di trasmissione, l’iniezione e i pistoni sono roba made in Montenero di Bisaccia. Fu la sua azione quando era sostituto procuratore a Milano ad avviare la stagione di Mani Pulite. Fu lui a dare più credibilità politica a un pool di Mani Pulite (non scioperò mentre gli altri magistrati stavano a casa) con la trazione integrale a sinistra. Fu lui a liquidare Craxi. Fu lui a dimettersi dalla magistratura per continuare la guerra giudiziaria con altri mezzi, cioè quelli della politica. Di Pietro è un personaggio complesso, non lo si può dipingere in modo manicheo, è piuttosto lo snodo di molti eventi, un uomo per niente banale, può litigare con la sintassi ma è capace di mettere insieme pezzi di un puzzle molto complesso. Ha demolito il sistema e su quelle ceneri ha costruito non un semplice soggetto politico, ma un mondo parallelo che sta tritando quel che resta dei partiti. Walter Veltroni  Ai tempi di Mani Pulite era il direttore dell’Unità. Muoveva già i fili e studiava da affabulatore e leader del centrosinistra. Il suo giornale martellava Bettino e lavorava per spandere in lungo e in largo il verbo delle procure della Repubblica. Su Veltroni ha ragione Scalfari: «Possiede un “in più” che nessuno degli altri ha: è capace di evocare un sogno». In questo Walter è il più berlusconiano di tutti, ma anche (ops!) l’unico capace di affermare che «si poteva stare nel Pci senza essere comunisti. Era possibile, è stato così». Uno che può stare in un partito che crede nel socialismo reale, vota per quello ma pensa ad altro. Dirigeva il giornale che voleva la fine di Bettino ma poi affermò: «Craxi interpretò meglio di ogni altro uomo politico come la società italiana stava cambiando». Commovente. Farà il narratore pubblico di Utopia ma sarà costretto a lanciare un altro nome per Palazzo Chigi. Eugenio Scalfari  Un fuoriclasse. Ieri su Repubblica ha dato il la al prossimo concertone della sinistra. Ha affondato Bersani e baciato in fronte Veltroni. Solitamene queste operazioni con il suo placet finiscono male, ma non ci sono dubbi che Eugenio resti il padre nobile delle manovre più affascinanti. È sopravvissuto a tutto, ha visto morire Bettino, naufragare Andreotti, finire nel dimenticatoio De Mita, evaporare uno ad uno tutti i suoi miti (fascisti, radicali, liberali, repubblicani, socialisti, democristiani, democratici). Lui resta, sempre. La caduta di Berlusconi sarà il compimento dell’opera omnia. Massimo D’Alema Era capogruppo del Pds ai tempi delle monetine contro Craxi. Partecipò alla demolizione del leader del Psi poi, magnanimo, qualche anno dopo disse che visto che era in fin di vita, che lui «non aveva nulla in contrario a un ricovero in Italia». Come tante delle cose dalemiane, le sue parole furono un rintocco a morto. Vuole il presidente del Consiglio al Copasir per parlare del lettone di Putin. Anche nel caso di Berlusconi, dirà qualcosa di riformista quando non servirà più a nessuno. Nemmeno a lui. Giorgio Napolitano  Era presidente della Camera ai tempi di Mani Pulite. Sotto il suo sguardo fu demolito l’articolo 68 della Costituzione, quello che i padri della Carta fondamentale avevano previsto per evitare il dispotismo della magistratura nei confronti della politica. Terza carica dello Stato allora, oggi è la prima. Dalla presidenza della Repubblica fa quello che faceva ieri: osserva quel che accade. Ce la farà Berlusconi a superare tutto questo? Quel che oggi è chiaro è lo scenario: il 14 dicembre scorso Fini scatenò la fanteria per far cadere il Cavaliere. Ha dovuto battere in ritirata. Fallito l’assalto dei fanti, è partito quello della cavalleria corazzata. Bisogna solo vedere se la potenza di fuoco contro il premier è tutta qui o nella Santa Barbara c’è davvero un’arma mediatica capace di portare al successo «l’operazione Craxi». m. sechi il tempo

Nord e Sud, la tagliola di Bossi (by Scalfari)

Martedì, 28 Settembre 2010

Mi capita assai di rado di colloquiare con qualche collega editorialista di altri giornali in questa mia rubrica di “vetro soffiato”. Se non ricordo male mi è accaduto con Galli della Loggia, Giuliano Ferrara e Luca Ricolfi ed è ancora con lui che colgo questa volta l’occasione di dialogare. Per alcune sue recenti dichiarazioni nella trasmissione “Otto e mezzo” e per l’articolo da lui pubblicato sulla “Stampa” del 19 settembre sul federalismo. Nella trasmissione della Gruber Ricolfi ha delineato una sua concezione del giornalismo piuttosto singolare. Più che del giornalismo, una sua concezione delle notizie. Secondo lui le sole e vere notizie degne d’esser pubblicate con la dovuta evidenza sarebbero: i provvedimenti importanti della pubblica amministrazione, i risultati conseguiti dalle imprese e i fatti che le riguardano, gli analoghi eventi che avvengono nell’area internazionale e i sinistri naturali di qualche rilievo. La cronaca non interessa, le dichiarazioni dei politici meno ancora, la vita politica nel suo complesso va mandata in soffitta e così pure le prese di posizione degli imprenditori, dei sindacati e di chiunque voglia esprimere le sue idee sul cosiddetto bene comune. I giornali insomma, se ho ben capito, dovrebbero essere la bella (o la brutta) copia della “Gazzetta Ufficiale”: leggi e ordinanze con in più i bilanci delle imprese, i contratti dei sindacati e l’analisi dei risultati. Via tutto ciò che si può dichiarare “immateriale”, cioè il punto di vista di chi ha una responsabilità operativa o anche soltanto culturale. Insomma, i numeri primi sì, il racconto no, troppo arbitrario, troppo suggestivo, poco neutrale. A Luca Ricolfi non piace.  Naturalmente Luca (lo chiamo per nome perché lo conosco da quando era bambino e per questo gli voglio bene) non ignora che il giornalismo è stato fin dalla sua nascita il racconto della realtà, la sua narrazione, ancorata ai fatti e alle idee ma inevitabilmente guardata dal punto di vista dal quale quel giornale e quel giornalista guardano. Con l’obbligo di mantenere la propria indipendenza e soprattutto di dichiarare quale sia il punto di vista dal quale stanno guardando.  E Luca sa anche che le società contemporanee in tutti i paesi del mondo sono civiltà mediatiche. Sicché ragionare come se non lo fossero è un’ideologia utopistica: il cantiere nel quale operiamo fornisce quel tipo di mattoni e non altri.  L’articolo del 19 scorso affronta invece il tema del federalismo. Lo affronta, anche in questo caso, in un modo alquanto anomalo. Scrive Ricolfi che la sorte del federalismo è nelle mani del Sud. Infatti il Nord vota tradizionalmente a destra ed è federalista, il Centro vota tradizionalmente a sinistra ed è statalista, il Sud di volta in volta cambia il suo voto, oscilla e quindi decide a chi dare la vittoria, se al Centro rosso o al Nord bianco, anzi verde per via della Lega. Importante, secondo Luca, sarebbe che nel Sud prevalessero quegli elettori che vogliono accettare la sfida del federalismo (e ce ne sono) migliorando le proprie capacità produttive, tagliando gli sprechi, diventando economicamente e civicamente virtuosi. Se questo avverrà sarà un gran bene per il Sud e per l’Italia; se non avvenisse il Nord ne trarrà le conseguenze perché non può più permettersi di mantenere i vizi e la pigrizia del Sud.
Questa visione parte da una concezione molto schematica: un Nord di destra e federalista, un Centro di sinistra e statalista, un Sud oscillante. Può forse essere una fotografia dell’oggi ma non un processo storico. Il Nord (Luca è torinese e lo sa bene) fu il motore del centralismo italiano; spesso ha votato più a sinistra che a destra, mentre il Sud purtroppo è stato il luogo delle clientele oltreché delle mafie.  Le virtù del Nord sono indiscutibili, ma i vizi che ha – come tutti – lo sono altrettanto. Il Nord ha con una mano mantenuto il Sud mentre con l’altra mano si è ripreso i suoi denari più gli interessi. La nostra storia nazionale è stata interamente dominata da questo contrasto. Senza dire che tutte le svolte autoritarie sono sempre nate al Nord, sostenute o addirittura volute dalla borghesia settentrionale, industriale e agraria. Aggiungo che lo Stato di Roma ladrona ha investito al Nord il grosso delle risorse che passavano nelle sue mani. La questione settentrionale nasce infatti quando lo Stato è a corto di risorse, non prima. Infine: la Lega non è solo federalismo. La Lega è anche xenofobia, localismo senza sfondo nazionale, disprezzo e subordinazione di tutto ciò che le appare diverso, abolizione dello stato di diritto che tutela le minoranze e le opposizioni. Il federalismo secondo me si deciderà sul criterio di costruzione dei costi-standard dei servizi pubblici e sui criteri perequativi. Se questi due elementi non rispetteranno l’etica di un bene comune accettabile da tutto il Paese, saranno guai perché se è vero che il Nord non può più mantenere il Sud è ancora più vero che l’Italia non può mantenere il leghismo. e. scalfari espresso

Per la prima siamo d’accordo con Scalfari (su Fini)

Lunedì, 27 Settembre 2010

Da un lato Gianfranco Fini e la famiglia Tulliani, dall´altro il comunicato di un ministro della Giustizia dell´isola caraibica di Santa Lucia, i giornali della famiglia di Silvio Berlusconi e lo stuolo di «aiutanti» che si sono prodigati per incastrare il presidente della Camera. La posta dello scontro è la distruzione politica dell´uno o dell´altro con le conseguenze che possono derivarne per tutto il paese. Esamineremo tra poco queste conseguenze, ma prima dobbiamo mettere a fuoco il video con il quale Fini si è ieri sottoposto al giudizio dell´opinione pubblica nazionale e internazionale. A tale proposito e a titolo di premessa anticipo una riflessione: la risposta di Fini è comunque tardiva, poteva e doveva arrivare molto prima, subito dopo le notizie pubblicate dal “Giornale” di Feltri. Il presidente della Camera disse allora con una pubblica dichiarazione (e l´ha ribadito nel video di ieri) che nulla aveva mai saputo fino a quel momento della vicenda concernente l´abitazione di Montecarlo a suo tempo venduta ad equo prezzo (secondo le valutazioni di allora) da Alleanza nazionale che ne era proprietaria. Aggiunse che il coinvolgimento di suo cognato in quella vicenda gli aveva causato un forte disagio. Alle parole avrebbero dovuto seguire i fatti e cioè la netta separazione tra lui e la famiglia Tulliani. Comprendiamo benissimo che un comportamento del genere implicava non solo interessi ma soprattutto sentimenti, ma la responsabilità istituzionale avrebbe dovuto far premio su ogni altra considerazione anche a costo di mettere in gioco un assetto privato molto delicato. Si parla spesso (e non sempre a proposito) dell´autonomia della politica. Ma questo concetto non può essere invocato soltanto per rivendicare i diritti, bensì anche i doveri che l´autonomia della politica impone a chi ne è protagonista. Fini non separò le sue responsabilità da quelle della famiglia. È stato un grave errore che ha purtroppo aperto la strada ad un imbarbarimento senza precedenti del quale Fini è stato al tempo stesso inconsapevole artefice e vittima, di fronte alla spregiudicatezza estrema del suo avversario sulla quale nessuno che lo conosca poteva aver dubbi. Chi ne ha sofferto il danno maggiore sono state le istituzioni della Repubblica e il danno non ha ancora terminato di generare i suoi effetti. Ciò detto esaminiamo la risposta del presidente della Camera. La risposta, cioè la verità di Fini, ribadisce i seguenti punti: Fini nulla sapeva. Apprese solo un mese fa che suo cognato era affittuario dell´appartamento di Montecarlo. Mostrò disagio, ebbe una violenta lite in famiglia, invitò il cognato a disdire il suo contratto di locazione e ancor oggi ha ripetuto l´invito con molto vigore. Suo cognato continua a smentire privatamente e pubblicamente di essere non solo il locatario ma anche il proprietario dell´appartamento in questione. Fini ne prende atto ma dubita che il cognato dica la verità. Se sarà accertato dalla magistratura o da altra fonte ufficiale che suo cognato ha mentito e gli ha mentito, darà le dimissioni da presidente della Camera non perché abbia una responsabilità in quanto è accaduto ma per rispetto dell´etica pubblica che gli sta particolarmente a cuore. Contro di lui è partita una vergognosa campagna di killeraggio nel momento in cui ha manifestato un legittimo dissenso politico rispetto alla linea del partito di cui è stato cofondatore. Questa campagna è stata condotta da giornali di proprietà della famiglia Berlusconi e da televisioni asservite ai suoi ordini e ai suoi interessi. Tali metodi sono stati adottati non solo contro di lui ma contro chiunque dissenta dalla voce del padrone. Questa è una gravissima ferita inferta alla democrazia. Riconosce d´aver commesso qualche ingenuità. Ma nessun reato è stato compiuto da nessuna delle persone implicate in questa vicenda nella quale non sono in gioco soldi pubblici e interessi della pubblica amministrazione. Infine per quanto lo riguarda non ha alcuna responsabilità in una vicenda privata che riguarda un appartamento di 50 metri quadrati. Fin qui il video-messaggio del presidente della Camera il quale ha accompagnato queste sue dichiarazioni sui fatti ad una durissima requisitoria contro lo stile di governo e l´atmosfera di killeraggio che è diventata purtroppo una nota dominante e può colpire chiunque dissenta dal potere berlusconiano. Oltre a prendere atto delle affermazioni di Fini, molte delle quali sono a nostro avviso pienamente condivisibili, bisogna anche leggerne in controluce alcuni passaggi. Soprattutto quello che riguarda la sua «ingenuità» e la lite in famiglia quando alcuni fatti compiuti sono arrivati a sua conoscenza. Abbiamo già scritto all´inizio che l´ingenuità – evidentemente connessa ai sentimenti più che ad un attento esame dei fatti – comporta un prezzo da pagare. Fini si è impegnato a pagarlo con le dimissioni se il fatto della proprietà del cognato (che non è un reato) sarà accertato. Questa posizione è fragile. Ci si aspettava che Fini esibisse la prova che la proprietà non è di Tulliani ma questa prova non è stata data. Lo stesso Fini dice di dubitare della parola di Tulliani. Sarà quindi difficile che resista a lungo in una posizione di evidente difficoltà. Resta un problema che ci porta ad esplorare che cosa è veramente accaduto a Palazzo Grazioli e dintorni. È accaduto ciò che sappiamo da tempo e che siamo in grado di prevedere in anticipo: la macchina da guerra berlusconiana entra in funzione per colpire il dissenso e per proteggere gli amici e gli amici degli amici. Se Fini si fosse sottoposto, la macchina da guerra contro di lui non avrebbe colpito. Ma per difendere Cosentino da ben altre colpe la macchina da guerra berlusconiana si è mossa, togliendo dalle mani dei giudici un elemento decisivo per le sorti del giudizio, cioè le intercettazioni dalle quali emergerebbe la prova dei legami tra l´imputato e le cosche camorristiche. Quell´elemento non soltanto non sarà reso noto alla pubblica opinione ma non potrà essere utilizzato in processo, per i giudici sarà come se non sia esistito. A questo risultato la macchina da guerra è arrivata con l´intimidazione, le promesse, le lusinghe, la compravendita delle persone e del loro voto. Si parla molto di trasformismo, ma non è soltanto di questo che si tratta. Il trasformismo è un vizio antico delle democrazie, in Italia particolarmente diffuso. Il voto di scambio, ottenuto attraverso la concessione di benefici o la minaccia di ritorsioni, è invece un reato previsto dal codice penale e come tale andrebbe perseguito. Per concludere su quanto è accaduto a Palazzo Grazioli e dintorni: il caso Fini ha dimostrato per l´ennesima volta la natura del potere berlusconiano che si regge sullo slogan «o con me o contro di me», sul belante ritornello del «meno male che Silvio c´è» e sul dossieraggio ricattatorio come pratica di governo. Le conclusioni di questa avvilente vicenda mi sembrano le seguenti: le elezioni si allontanano di qualche mese ma non di più. La legge elettorale resterà quella che è, strumento formidabile di pressione e corruzione. Le ipotesi di un terzo polo si fanno evanescenti perché anche Casini è nel mirino della macchina da guerra berlusconiana che alterna nei suoi confronti lusinghe e minacce. Berlusconi imporrà al Parlamento la legge sul processo breve e ritirerà fuori quella sulle intercettazioni. Intanto l´economia è ansimante, la coesione sociale è a pezzi e nessuno se ne dà carico. Un bilancio che dire sconfortante è dir poco. e. scalfari repubblica

Fini, D’Alema e la nuova destra (by Scalfari)

Lunedì, 13 Settembre 2010

Massimo D’Alema ha sempre sostenuto che la sinistra e perfino il centrosinistra sono sempre stati in minoranza in Italia. Il nostro è un Paese il cui cuore batte a destra, perciò bisogna praticare l’acrobazia per portare la sinistra al governo.  Ha torto o ha ragione? La questione, non nascondiamocelo, è piuttosto complicata ed è diventata più attuale che mai dopo il discorso di Gianfranco Fini, il 5 settembre a Mirabello. Quel discorso è stato molto importante sia dal punto di vista dei contenuti sia per il linguaggio. L’ho ascoltato in diretta televisiva e mi ha ricordato l’arringa di Cicerone, quella che comincia con la famosa frase dell’”usque tandem”. “Quousque tandem, Catilina, abutere patientia nostra?”, fino a quando abuserai della nostra pazienza? Perciò sono rimasto perplesso leggendo su un giornale che uno dei finiani più combattivi, mi pare fosse Granata, voleva regalare ai militanti convenuti a Mirabello il discorso tenuto da Catilina ai suoi seguaci la vigilia della battaglia di Fiesole, dove lo stesso leader ribelle trovò la morte e i suoi compagni furono massacrati dalle legioni romane. Non il discorso di Catilina doveva regalare, ma l’”usque tandem” di Cicerone. Ciò detto torniamo al tema.  Fini si propone di dar vita ad una destra nuova di zecca: un partito liberale di massa. Repubblicano. Nazionale. Costituzionale. Ma poi, continuando a specificare sempre meglio l’oggetto del suo sogno politico, ha aggiunto altri aggettivi. Esattamente questi: riformista, sociale, federalista ma fortemente unitario, liberista ma con interventi robusti dello Stato in politica industriale, europeista e favorevole all’Unione economica e politica dell’Europa. Infine: cattolico ma coraggiosamente laico.  Si può definire di destra un partito con queste caratteristiche? La questione è ardua. Per quanto mi riguarda ne dubito. Il primo dubbio mi sorge dalla definizione del nuovo movimento-partito: liberale di massa. L’Italia sarà pure, come dice D’Alema, strutturalmente di destra, ma liberale certamente no. Il grosso degli italiani non è mai stato liberale se per liberale si intende chi capisce la necessità di darsi delle regole che tutelino l’interesse generale e la necessità di rispettarle. La necessità che il fisco sia equo ma che le tasse siano pagate. La necessità che la legge sia veramente eguale per tutti. La necessità che vinca il merito e non la furbizia, che le raccomandazioni siano un demerito, che le clientele vengano sciolte e le corporazioni contenute, che i deboli siano messi in condizione di competere con i forti con pari opportunità. C’è perfino un ministero di questo nome ma si è sempre occupato di questioni marginali mentre dovrebbe essere il ministero più importante di tutti. Perciò un partito liberale di massa non è mai esistito. Non solo in Italia ma in tutta Europa, in Gran Bretagna, in Germania, in Francia, in Spagna, in Scandinavia. Minoranze liberali sì, maggioranze mai, almeno da quando esiste il suffragio universale.  Faccio queste riflessioni non già per criticare la sortita di Fini e neppure le opinioni in proposito di D’Alema, ma per inquadrarle in una cornice realistica. Una destra costituzionale, nazionale, democratica come quella tratteggiata da Fini sarebbe (sarà, io spero) un importante passo avanti per il nostro Paese e la fine dell’anomalia berlusconiana che ci blocca da quindici anni, ma non potrà certo aspirare alla conquista della maggioranza degli italiani. Analogo discorso – e su questo D’Alema ha ragione – si può fare per la sinistra e per il centrosinistra. Il bipolarismo visto coerentemente come bipartitismo, è dunque impossibile? Credo di sì, credo che sia impossibile. Non è impossibile invece assumere il riformismo come elemento politico e culturale discriminante all’interno di un quadro che abbia la costituzione e le regole come valori condivisi. Esiste un riformismo con connotati di sinistra e un riformismo con connotati moderati. Il riformismo non è un partito ma un elemento dominante, un fatto culturale. Prendete i partiti americani. I democratici sono strutturalmente riformisti ma ospitano anche una minoranza di conservatori; i repubblicani sono conservatori ma ospitano una minoranza di riformisti. Il mondo globale è complesso e la geometria euclidea ha fatto il suo tempo.  Non si scoraggi D’Alema: il riformismo di sinistra può competere ed anche vincere la sfida. Ed anche la nuova destra costituzionale di Fini o il centrismo di Casini o una loro alleanza possono competere e vincere. L’importante è scrivere insieme le regole del gioco avendo di mira il bene comune. Al primo punto del bene comune c’è oggi l’eliminazione dell’anomalia berlusconiana. Dell’impunità fatta legge. Della suburra fatta governo. Tutto il resto viene dopo. 8e. scalfari espresso)

Il vuoto politico che “Repubblica” cerca di colmare

Lunedì, 31 Maggio 2010

C’è un aggettivo che ricorre negli ultimi due anni di cose scritte (sul suo giornale) e di cose dette (in tv) da Ezio Mauro: “Contendibile”. Contendibile dovrebbe essere il Pd, rammentava a Veltroni dimissionario, il 18 febbraio 2009; contendibile è il paese, spiegava al Pd dopo le regionali, rimproverando ai leader democratici di non averlo saputo contendere a un Berlusconi indebolito, a suo avviso, soprattutto dalle campagne di Repubblica.

Eppure il paradosso è che proprio il Pd troppo conteso
all’interno e non contendibile all’esterno, non scalabile dalla società civile tanto cara all’azionismo di massa by Repubblica, crea lo spazio per le ambizioni dirigiste che Ezio Mauro peraltro condivide con il suo editore Carlo De Benedetti e con il suo predecessore Eugenio Scalfari, sia pure in forme molto diverse. E’ nella debolezza delle leadership del centrosinistra il vuoto che attrae, che nutre gli scenari dei papi stranieri e che spiega la conversione multimediale del direttore di Repubblica descritto da tutti coloro che lo hanno frequentato agli esordi e ne hanno accompagnato il cursus honorum, come schivo, mai mondano, mai tentato dall’idea di un’incarnazione extracartacea fino a quando improvvisamente apparve e firmò autografi nei gazebo di Repubblica alla manifestazione per la libertà di informazione a Roma in ottobre. O si materializzò – ci sono testimonianze – in un salotto romano: quello di Sandra Verusio, cosa mai accaduta prima.

“Siamo infinitamente meno di un partito e però forse qualcosa di più”, ha detto Ezio Mauro ospite di Fabio Fazio il 10 gennaio scorso. Negava l’esistenza di  Repubblica partito e contemporaneamente ne celebrava proprio la capacità di rappresentanza a partire dalla “community che si è creata negli ultimi mesi” intorno alle grandi raccolte di firme: dal caso Noemi, alle leggi bavaglio, in seguito saranno gli osservatori dell’Onu alle elezioni regionali implorati da Saviano. Più che la smentita in quella dichiarazione c’è il credo nella superiorità politica del giornale rispetto al partito fin quasi a una sorta di misticismo che fa paragonare le dieci domande a Berlusconi su Noemi al Watergate (così nell’ospitata a “Che tempo che fa”). Non sorprende che in un lungo memorandum del ’97 Rondolino e Velardi, allora spin doctor di D’Alema, consigliassero al loro leader di intervenire “direttamente o indirettamente sugli editori”, per cambiare i direttori del Corriere (De Bortoli) e di Repubblica (Ezio Mauro) perché servono non “direttori dell’Ulivo, ma che riconoscano il primato della politica”.

Dove politica era quella dei partiti, del partito. Un grande vecchio del Pci come Gerardo Chiaromonte diceva che Repubblica è l’unico partito italiano retto dal centralismo democratico. Erano i primi anni Novanta, e la gestione Mauro ha rafforzato questa tendenza. O, come dice qualcuno, “militarizzato”. La stretta di mano al caporedattore, come il direttore d’orchestra al primo violino, tutte le mattine in riunione simboleggia l’omaggio al corpo del giornale. Come pure il fatto che la mano in questione sia quella del caporedattore e non del vicedirettore (la cosa storicamente ha provocato gelosie) o l’aver nominato vicedirettore l’art director colui che, tra le altre cose, disegna le pagine, Angelo Rinaldi, amico di sempre. Stessa struttura monarchica dell’orchestra affine anche nell’abbigliamento – e la riunione on line da questo punto di vista è istruttiva.  Nulla di più lontano dunque dalla leadership collettiva in voga del Pd bersaniano soprattutto dove le differenze non si limitano certo all’abbigliamento.

“Bersani ha una leadership forte,
ma sono sicuro che avrà la generosità anche di cercare fuori il leader, se necessario. Del resto, è successo con Prodi”, ha detto Mauro a Lucia Annunziata, meno di un mese fa aprendo le ostilità con l’attuale segreteria. Il leader deve avere “un’identità”, essere “laico, di sinistra, capace di fare opposizione”: non Montezemolo offerto ai sondaggi dall’Espresso e risultato vincitore tra sospetti e veleni, non Mario Draghi risorsa per l’emergenza da scongiurare. Nemmeno Bersani sembra di capire dalla forza delle bordate, compresa la citazione di Norberto Bobbio sul fatto che la sinistra deve prima chiarire la sua natura e poi pensare al futuro.

Bersani ha risposto dal palco dell’assemblea nazionale difendendo D’Alema dagli attacchi di De Benedetti definiti “critiche pelose” ed evitando di rispondere ai precedenti rimproveri di Ezio Mauro: segnali di un’insofferenza storica. Di dispiaceri peraltro provati da molti dei leader perfino dagli “eletti” poi caduti: Veltroni favorito da Repubblica soffrì quando Ezio Mauro scrisse che “le sue dimissioni da segretario erano obbligatorie”.
Il direttore di Europa Stefano Menichini ha messo in guardia Repubblica dal pericolo Santoro: anche lì la mistica del giornalismo può contendere lo spazio lasciato libero dalle debolezze del Pd, e “Raiperunanotte”, secondo Menichini, è stata la prova muscolare del conduttore televisivo e un punto di non ritorno.

Essere il successore di Scalfari, il coabitante fiduciario di un editore appassionato di politica come CDB, spesso spiazzante, pronto a invadere i luoghi solitamente deputati dei direttori – dicono che Mauro non fosse informato del libro intervista con Paolo Guzzanti – insomma: essere Ezio Mauro, da 14 anni alla testa di Repubblica appare faticoso, talvolta. Ma sulla sua capacità di resistenza fisica, sull’ingualcibilità psicomorfa, mai la testa reclinata, mai una mano nei capelli, le testimonianze non mancano. Dice Pietro Calabrese: “E’ riuscito a fare il direttore di Repubblica per tutti questi anni e credo, anche se non ci vediamo da qualche mese che non voglia andare oltre le prossime elezioni per non ripetersi, non lo vedo in politica, ma non lo vedo ritirarsi ”. di Alessandra Sardoni il foglio

Tutti in ginocchio da Scalfari

Lunedì, 10 Maggio 2010

«Scrittore italiano occasionalmente prestato alla politica», come fece scrivere in una vecchia biografia autorizzata, costretto però tutta la vita a percorrere una carriera di giornalista che lo ha portato da caporedattore di Roma Fascista a ideologo della progressista Repubblica, Eugenio Scalfari è da tempo ormai un filosofo europeo occasionalmente prestato alla televisione, dove appare con oculata parsimonia.

Ad esempio in programmi molto à la page come Che tempo che fa, dove riesce ad affermare, come l’ultima volta, cose del tipo: «La gente di sinistra ha una sensibilità particolare sulle questioni di tipo morale». E dove, per caso, può pubblicizzare i propri libri.

L’ultimo dei quali Eugenio Scalfari – l’uomo che non credeva in Dio pur sentendosi a volte tale – ha deciso di intitolare Per l’alto mare aperto. Un testo che nell’epilogo l’autore stesso, con molta umiltà, definisce una «rivisitazione della modernità, da Montaigne e Cervantes fino a Leopardi e a Nietzsche, Descartes, Kant e Hegel, e ancora Tolstoj, Proust, Kafka e Joyce». Se non rischiasse di passare per un refuso, nella quarta di copertina potevano aggiungere: ’sti cazzi.

Il libro – pubblicato da una casa editrice di Berlusconi, che essendo di Berlusconi ovviamente non è più l’Einaudi di una volta, nel senso che una volta Giulio Einaudi non pagava mentre oggi Berlusconi sì – è uscito due giorni fa. Ieri sono arrivate le prime recensioni-capolavoro. Le quali, tra l’altro, possono vantare il curioso primato di applicare all’opera del Nostro tutti i gradi di salivazione previsti dalla lingua italiana tra gli aggettivi «vasto» e «eccellente».

Mettendo a confronto l’accoglienza che la stampa ha riservato ai due nuovi libri di Veltroni e Scalfari, se la qualità delle recensioni fosse proporzionale al ruolo politico del recensito, il primo sarebbe un consigliere di zona, il secondo premier.

Comunque, il giornale fondato dal Fondatore, Repubblica, ha festeggiato ieri il libro-evento con il paginone centrale, due articolesse, un disegno celebrativo, il richiamo in Prima pagina. Per Alberto Asor Rosa, che firma il pezzo principale, la nuova opera di Eugenio Scalfari rappresenta il culmine di un percorso iniziato con il romanzo allegorico Incontro con io, del 1994, e continuato con l’autobiografia filosofica L’uomo che non credeva in Dio, del 2008: «Il catalogo degli autori che Scalfari chiama questa volta a raccolta per sostenere la propria idea di modernità – scrive Alberto Asor Rosa, forse l’ultimo vero intellettuale di sinistra, come dimostra il fatto che recentemente ha firmato anche sul Secolo d’Italia – si è fatto sempre più vasto e comprensivo». Ed ecco quindi i “compagni” dell’itinerario filosofico di Eugenio Scalfari, l’Imam della Sinistra Laica: da Montaigne a Pascal, da Diderot a Tocqueville, da Cartesio a Kant, da Spinoza a Marx, da Leopardi a Baudelaire, da Dostoevskij a Tolstoj, da Rilke a Kafka, da Freud a Nietzsche… «le “cime” della modernità sono scalate dal nostro Autore con straordinaria agilità e incredibile capacità comunicativa, che però non diviene mai volgarizzazione pura e semplice», puntualizza estatico il professor Asor Rosa. Non senza però negare all’Autore un paragone con Dante, per l’uso della forma del «viaggio», e uno con Omero, per l’uso del «mito di Ulisse». Infine Asor Rosa non può che dirsi meravigliato per il ruolo che l’Autore – «intellettuale della più specchiata tradizione liberaldemocratica» – attribuisce a Karl Marx nel percorso della modernità: «Arrovesciando totalmente il Marx sostenitore della dittatura del proletariato nel Marx critico e analista della società capitalistica, Scalfari finisce brillantemente per collocarlo fra i teorizzatori dello Stato centralizzato ed autonomo e al tempo stesso (ma non contraddittoriamente) della società civile intesa come luogo in cui l’individuo esercita in modo privilegiato la propria libertà». Uno straordinario elogio da parte del professor Asor Rosa al Filosofo del Capitale e al tempo stesso (ma non contraddittoriamente) al Fondatore anticapitalista. 

Antonio Gnoli, nel secondo dei due articoli di Repubblica, al confronto appare timidamente entusiasta: per lui Scalfari rappresenta una «posizione terza» del pensiero Occidentale tra la linea di difesa del mondo moderno di figure come Habermas e Blumenberg e quella dei critici della post-modernità come Lyotard e Baudrillard. Titolo del pezzo: «Quel mondo perduto tra Nietzsche e Proust». Se non rischiasse di passare per un refuso, nell’occhiello avrebbero potuto aggiungere: ’sta minchia.

«Ascesa e crisi della modernità», «Il nuovo viaggio di Eugenio Scalfari: dagli illuministi a Nietzsche» sono invece titolo e catenaccio che hanno celebrato ieri il nuovo Libro del Nostro sulla copertina di Cultura del Corriere della sera. Firma la recensione, superando ogni imbarazzo, il sommo sacerdote della critica italiana: il professore Cesare Segre. Il quale a quest’«opera sapientemente elaborata» riserva un’attenzione filologica, smontando e analizzando il libro di Scalfari nelle singole parti – «climax», «anticlimax», «gran finale» – e rintracciando tutte le citazioni letterarie, musicali, poetiche e pittoriche sparse nell’opera, da Rilke a Proust, da Leopardi a Kojève, da Fumaroli a Montale. Il professor Segre usa tutta la semiologia di cui dispone e tutta la pagina che gli è messa a disposizione per definire un libro che «non è un saggio di storia delle idee in senso stretto», un testo che è un «viaggio letterario e filosofico» ma anche «un’opera d’assieme» a «intensità variabile».

In casi simili, una banale quarta di copertina avrebbe parlato di «Un saggio che ha la lievità di un romanzo e insieme un romanzo che ha la complessità del saggio». L’ottimo Cesare Segre, invece, risolve tutto con uno straordinario: «Questo libro poteva scivolare verso la trattatistica. Scalfari, che sa abbandonarsi alla vocazione di scrittore, l’ha evitato ricorrendo a un ventaglio d’invenzioni schiettamente narrative». Chapeau. Che in francese significa «M’inginocchio».

In fondo spiace che a baciare la pantofola del Fondatore siano professoroni del pensiero e della critica al livello di Asor Rosa, di Segre, di Gnoli. Fanno un torto a se stessi e mettono in imbarazzo (sempre che sappia accorgersene) lo stesso Autore. Al quale dovrebbero bastare e avanzare apologie di bassa lega come quella di recente pubblicata da Angelo Cannatà col titolo Eugenio Scalfari e il suo tempo – nemmeno fosse Heidegger – dove l’ideologo di Largo Fochetti viene celebrato come uno scrittore-filosofo «per il quale ogni definizione si rivela parziale e riduttiva, ogni classificazione disciplinare fuorviante». Eugenio Scalfari? «Un intellettuale lucido, severo nella denuncia, autorevole, ieratico, ateo senza pentimenti ma pronto al dialogo, alla ragionevole discussione su ciò che unisce. Un intellettuale impegnato, con una forte consapevolezza della centralità della Costituzione e dello Stato di diritto. Testardo nella difesa di un liberismo di sinistra. Audace nelle sintesi teoriche, nella ricerca di strade nuove in letteratura e in filosofia». Un uomo che ha avuto «una grandissima influenza nel nostro Paese».

Soprattutto su quella parte che, senza averne i titoli, si è sempre creduta migliore dell’altra. Si chiama complesso di superiorità.

l. mascheroni giornale.it

http://temis.blog.tiscali.it/2010/01/07/la_pubblicit___occulta_dei_vip_che_promuovono_i_libri__by_leozappa__2028370-shtml/

Il razzismo sociale di Scalfari

Sabato, 14 Novembre 2009

Il patriarca con la barba bianca non ha ancora comprato una Trabant, ma le vecchie videocassette di «Tribuna politica» probabilmente sì, con la «esse lisca» di Jader Jacobelli e gli occhiali da mister Magoo di certi politici incravattati nelle sere fredde della tv a due canali. Memorabili quegli anni. A quel tempo Eugenio Scalfari scriveva a quattro mani con Biagi Come andremo a cominciare, un carteggio già allora scettico, malinconico, con tutta la buona grazia del pessimismo aristocratico sulle stagioni che passano. È un vezzo che il fondatore di Repubblica porta con sé da una vita. Questa volta lo spleen ha a che fare con il Muro di Berlino. Scalfari ne parla come sempre di domenica. Sono passati vent’anni da quelle notti di novembre e su una cosa, il fondatore, ha ragione: sembra un secolo. È caduto tutto il Novecento, lasciando orfani i suoi sacerdoti e patriarchi. Quelli come Scalfari.

(continua…)

La casta dei cattivi maestri (by Pansa)

Lunedì, 5 Ottobre 2009

Era colpa soltanto del capitalismo nostrano che aveva trovato in Mussolini e nelle sue squadre armate il mezzo per imporre il regime dei padroni? Oppure il terreno era stato preparato dalle follie violente delle sinistre di allora, il Partito socialista e il nuovo Partito comunista? O la colpa era di entrambe le parti in conflitto?

Nella mia ingenuità di cittadino pacifico, non pensavo di essere costretto a farmi le stesse domande a proposito dell’Italia di oggi. Confesso di osservare il nostro caos politico con un timore sempre più forte. Ogni giorno che passa, la mia paura raddoppia. E mi obbliga a chiedermi in quale baratro cadremo.
Ormai viviamo dentro una continua guerra civile di parole.

Il bipolarismo si sta trasformando in un mostro. I due blocchi non si limitano a combattersi, com’è normale che accada. Ormai si odiano. E si odieranno con rabbia crescente. Senza preoccuparsi del veleno che spargono. Senza domandarsi quali effetti perversi avrà nel corpo di un Paese sempre più intossicato.
Su questo sfascio campeggiano i cattivi maestri. Nella lunga stagione del terrorismo, venivano chiamati così gli intellettuali e i politici che alimentavano la violenza. Spiegando che la Prima Repubblica era un regime perverso, da combattere con le armi. Questi santoni, rossi e neri, mandarono a morire o in galera decine e decine di giovani discepoli. E contribuirono a spedire all’altro mondo centinaia di italiani per bene.

Al posto dei cattivi maestri di allora, oggi ne sono emersi altri. Insieme formano una vera casta, dotata di un potere persino più grande. Siamo una società mediatica dove qualunque messaggio ha un’amplificazione terribile. Non penso soltanto a Internet, un pianeta dove accade di tutto. Penso alla televisione, alla radio, alla carta stampata. Un pacchia per i tanti dottor Stranamore. Qualunque bestialità dicano arriva subito a milioni di allievi, che le diffondono. Mettendo in circolo slogan che possono avere conseguenze tragiche.

I cattivi maestri stanno su entrambi i fronti. Sul centrodestra, il più illustre è Silvio Berlusconi. A parole il Cavaliere combatte il disordine, ma nei fatti lo alimenta. Oggi vivremmo in clima meno intossicato se il premier fosse stato tanto saggio da controllare meglio la propria vita privata. Senza circondarsi di veline e di prostitute. Tutti possono chiamare a raccolta squadre di ragazze per le proprie serate allegre. Ma non tutti fanno il premier. Chi guida un Paese deve onorare i milioni di elettori che lo hanno votato. E non comportarsi come un satrapo malato di sesso.

Ma pure sul centrosinistra i cattivi maestri guidano le danze. È una pessima lezione politica gridare che l’Italia non è più una democrazia. Che il Cavaliere è un sosia abominevole di Mussolini e di Hitler. Che la stampa non è libera perché imbavagliata da Silvio il Dittatore. Che quanti dissentono dal verbo dei maestri sono sicari prezzolati. Che il Parlamento è in mano ai mafiosi, ormai in grado di fare le leggi.

Quest’ultima assurda lezione ha trovato la sua icona: un capo partito, Antonio Di Pietro, si è fatto fotografare davanti a Montecitorio con la coppola in testa e le smorfie da boss di Cosa Nostra. Una vergogna, ma per Di Pietro. Tanto ignorante da non sapere che la coppola non la portavano i mafiosi. Bensì i contadini siciliani e i sindacalisti che combattevano la mafia.

Un altro cattivo maestro si è rivelato un grande del nostro mestiere: Eugenio Scalfari. Mi costa dirlo, perché ho lavorato al suo fianco per quattordici anni, nella direzione di Repubblica. Ma che cosa sta facendo di tanto grave "Barbapapà", per conquistarsi un posto di prima fila tra quanti montano in cattedra per combinare disastri? La risposta è negli articoli che scrive su giornali un tempo suoi, Repubblica e l’Espresso. Dove racconta che la democrazia italiana sta tirando le cuoia. E che occorre una nuova Resistenza.

Ma in questi giorni, Scalfari ha dimostrato quanto possa essere ignorante anche un primario cattivo maestro. Nel senso che non sa nulla di ciò che scrive. "Barbapapà" si è fatto intervistare dal settimanale di casa, l’Espresso. E ha dato il calcio del mulo a un editore concorrente, sia pure più piccolo del suo padrone, l’ingegner De Benedetti.

È la famiglia Angelucci, imprenditori privati e proprietari del Riformista e di Libero. Scalfari li ha dipinti come servi di Berlusconi, per aver «accettato di nominare come direttore di Libero Maurizio Belpietro, emissario del Cavaliere, una specie di commissario politico», naturalmente agli ordini del Caimano.
Quando dirigeva Repubblica, Scalfari ci raccomandava: «Non siate schiavi dei vostri pregiudizi. Prima di scrivere un articolo, cercate di capire come è andata per davvero». Oggi è lui il primo a tradire la propria lezione.

Non sa un bene amato cavolo di come è emersa la direzione di Belpietro. Eppure insulta un collega. E offende un editore soltanto perché non appartiene al giro dell’Ingegnere. Ma danneggia anche se stesso. Quando i cattivi maestri sbroccano, mostrano tutte le piaghe della vecchiezza intellettuale. A volte la casta può diventare un ospizio, sia pure di lusso.

g.pansa ilriformista

(continua…)