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Lo scippo del libero arbitrio

Lunedì, 12 Marzo 2012
Gran parte della storia dell’umanità si è ispirata a una visione dualistica che distingue tra la sfera naturale e la sfera mentale e spirituale. È una visione che ha permeato la struttura del sistema della conoscenza, già nel mondo pagano. Il pensiero di Aristotele è articolato nella considerazione della fisica, della metafisica, della logica, dell’etica e dell’estetica, e non mira a ridurre l’una all’altra. Anche la distinzione medioevale tra “trivio” e “quadrivio”, pur non riconducibile direttamente a quel dualismo, riflette la distinzione tra saperi “scientifici” e saperi “letterari”, senza ordinarli gerarchicamente. Una siffatta gerarchia venne invece introdotta da Galileo quando additò l’Iliade e l’Orlando Furioso come opere di fantasia in cui la verità di quel che vi è scritto è la cosa meno importante. L’attribuzione di un valore di verità alle sole scienze naturali, e la negazione di un valore di conoscenza razionale all’esplorazione letteraria dell’animo umano, riflettono l’entusiasmo suscitato dagli straordinari successi delle scienze fisico-matematiche. Ma, nonostante tutto, siamo ben lontani dalla negazione del dualismo. Per i grandi fondatori della scienza moderna – come Galileo, Descartes, Newton, Leibniz, Keplero – non è in discussione che esista una sfera naturale, esplorata con successo dal metodo matematico-sperimentale, e una sfera spirituale che è dominio della filosofia, della religione, della letteratura e dell’arte. Il monismo materialista ha lontani antecedenti, ma il suo pieno ingresso sulla scena avviene con le teorie settecentesche dell’uomo-macchina di Lamettrie e con la medicina materialista di Cabanis. Si trattò di una parentesi perché il pensiero dominante dell’Ottocento fu prevalentemente dualista. Anche un matematico come Cauchy sosteneva che non bisognava «ostentare le scienze matematiche al di là del loro dominio» e non ci si doveva illudere «che si possa affrontare la storia con delle formule, e sanzionare la morale con dei teoremi». Sono frasi in cui traspare una tensione. La sortita del materialismo settecentesco, se pur in momentanea ritirata, aveva aperto una ferita insanabile. Era di fatto solo una tregua. Agli inizi del Novecento si ripresentò un riduzionismo materialista più agguerrito che mai che trasformò la distinzione tra le due sfere del pensiero in una condizione di conflitto permanente. Circa mezzo secolo fa, il termine “le due culture” fu coniato da C. P. Snow nell’omonimo saggio in cui denunciava l’incomprensione crescente tra scienziati e umanisti: «trent’anni fa le due culture non si rivolgevano la parola, ma almeno si sorridevano freddamente. Ora la cortesia è venuta meno, e si fanno le boccacce». Allo scienziato che condanna come una perdita di tempo la lettura di un romanzo, si oppone la sprezzante vanteria dell’umanista di non saper fare neppure una moltiplicazione. Tuttavia il conflitto non si pone in termini astrattamente equivalenti. Non esiste un tentativo riduzionista delle scienze umane. Esiste invece un riduzionismo naturalistico sempre più pervasivo. L’unico progetto in campo è quello che mira a superare il dualismo tra le due culture riducendo l’una all’altra, riassorbendo la sfera umana entro la sfera naturale, riducendo l’uomo a fisica e biologia. Tutto il complesso delle scienze umane consolidato nei secoli deve essere riscritto nel linguaggio delle scienze naturali, ed eventualmente matematico. In attesa che il progetto si realizzi quel complesso è messo in mora, come privo di valore e interesse.
La problematica conoscitiva si salda strettamente con una tematica metafisica: difatti, il progetto riduzionistico non è scientifico, bensì metafisico. L’obbiettivo non è più quello di studiare la natura, bensì di dimostrare che tutto si riduce a processi materiali. Gli sviluppi contemporanei della scienza ne forniscono la conferma più evidente. In un periodo in cui la fisica conosce una stasi, il ruolo di “big science” è assunto dalla biologia, o meglio dalla genetica e dalle neuroscienze; che si ripartiscono in due filoni: uno di direttamente tecnologico e l’altro volto a “dimostrare” l’assunto metafisico di cui si diceva. La dimensione teorica della biologia – già di per sé esile, perché non esiste una biologia teorica analoga alla fisica teorica – è sparita e si è trasformata in una metafisica materialistica che gioca il ruolo di supporto teorico della pratica manipolativa. Come ha osservato Gilbert Hottois, caratteristica della tecnoscienza è l’abbandono dell’approccio “logoteorico” della scienza classica, a favore dell’operatività. Eppure mai come ora la tecnoscienza ambisce a dare risposte metafisiche, proprio mentre predica la fine della filosofia. In realtà, vuole sostituirsi ad essa e fornire risposte alle classiche domande della filosofia gabellandole come risultati scientifici. Lo scopo è di dissolvere la questione antropologica naturalizzando la sfera umana, riducendo l’uomo a un complesso biofisico contingente e modificabile nel genoma e nel cervello. La natura simbolica dell’uomo sparisce e viene ridotta ad altro, a processi materiali: la mente è cervello e null’altro; l’essere è genoma e null’altro; la sfera simbolica è un prodotto tecnobiofisico; la vita e la morte sono l’accensione e lo spegnimento di una macchina; l’uomo-macchina è interamente manipolabile. Con la questione antropologica è dissolta la questione morale, ridotta a una questione di conformazioni neuronali. La religione viene dissolta nella neuroteologia. Si potrebbe obiettare che tutto ciò sarebbe legittimo se fosse scientificamente dimostrabile; se la scienza contemporanea avesse realizzato il miracolo di trasformare i classici problemi della metafisica in problemi scientifici risolubili in termini positivi. Proprio su questo occorre misurarsi senza reticenze. I “risultati” che sosterrebbero queste “scoperte” offrono un panorama di edifici pieni di crepe e la cui stabilità è a dir poco precaria. Non sono in discussione i singoli risultati sperimentali bensì le deduzioni arbitrarie che ne vengono tratte. Quale risultato sperimentale avvalla la tesi secondo cui «tutto è genetico»? Come osservò il biologo Henri Atlan, proprio il successo (pur fortunoso) della clonazione ha demolito conclusivamente quella tesi. Eppure essa viene riproposta come un truismo, tanto che è divenuta un luogo comune. Consideriamo tre esempi relativi all’ossessione dominante nell’ambito delle ricerche neuronali e genetiche: dimostrare che il libero arbitrio non esiste. Esiste un ampio filone di ricerche in tal senso che può essere rappresentato dal libro Mind Time di Benjamin Libet. Si tratta di esperimenti volti a dimostrare che l’esperienza soggettiva della libertà è un’illusione e che le nostre azioni sono prodotte da processi cerebrali inconsci che agiscono prima che noi si sia consapevoli delle nostre intenzioni. Tali esperimenti consistono nel misurare l’attività elettrica cerebrale che si manifesterebbe in concomitanza con l’assunzione di una decisione e nel confrontare l’istante d’inizio di tale attività cerebrale con il momento in cui la decisione viene presa, segnalato dal soggetto mediante la pressione su un bottone, o con un atto analogo. Si sarebbe mostrato che l’attività cerebrale ha inizio prima della pressione del bottone: lo scarto varia tra qualche millisecondo e un decimo di secondo. I ricercatori più scrupolosi, rendendosi conto che un simile esile scarto potrebbe rientrare negli errori di misura, hanno seguito un’altra via: fare una ricerca e uno studio delle aree del cervello che «predeterminano le intenzioni consapevoli», misurarne l’attività con tecniche di risonanza magnetica individuando l’inizio della «fase preparatoria della decisione». In tal caso, lo scarto salirebbe ad alcuni secondi. Non è difficile vedere i vizi di questa procedura. In primo luogo, dare per scontato che esistano aree che «predeterminano» le intenzioni consapevoli indica che la tesi dell’inesistenza del libero arbitrio viene data per dimostrata prima di averlo fatto, anzi viene usata per dimostrarla. Inoltre, è chiaro che è improprio chiedere a una persona di annunciare l’istante in cui egli assume una decisione per confrontarlo con un istante di natura totalmente diversa: quello in cui ha inizio una vaga «attività preparatoria» nel corso della quale viene elaborata la decisione: è evidente che il momento in cui rifletto se uscire o no di casa viene prima del momento in cui decido di uscire. Ma c’è un vizio ancor più grave. Da un lato si misurano grandezze fisiche, osservabili misurabili con apparecchi di laboratorio: intensità di correnti, flussi sanguigni. Dall’altro lato si ha a che fare con qualcosa di diverso, ovvero con un rapporto con cui il soggetto dichiara l’esistenza di uno stato mentale: “premo il bottone o indico una lettera, e così informo di aver compiuto la scelta”. È qualcosa di analogo ai rapporti verbali (un “racconto”) in cui il soggetto descrive quel che prova soggettivamente. È del tutto arbitrario considerarlo come la determinazione esatta dell’istante temporale della presa di decisione, analoga alla misurazione diretta con un apparecchio. Qui vengono identificate cose diversissime: un rapporto dichiarativo e uno stato mentale. Per controllare la coincidenza della “dichiarazione” con lo stato mentale occorrerebbe penetrare direttamente in questo. Ma il rapporto dichiarativo può essere verificato soltanto con altri rapporti dichiarativi, in un’impossibile regressione all’infinito verso il “foro interiore” della persona senza che sia possibile mettere in atto qualcosa di simile alla misurazione diretta di una corrente elettrica. Pertanto mettere a confronto quelle due “misurazioni” del tempo è un grave errore metodologico indotto dalla pressione dell’assunto metafisico. Una situazione analoga si presenta nella teoria dei neuroni specchio, che M. Jacoboni nel suo Neuroni specchio definisce come gli elementi neurali determinanti per il comportamento sociale. Anche qui l’identificazione di aree che si attivano nei rapporti sociali e nelle situazioni di “empatia” non autorizza a considerarle come un fattore causale, come il fattore materiale che «colma il divario tra il sé e l’altro». Soprattutto se si ammette che «sembra esservi nel cervello, oltre al sistema dei neuroni specchio, un altro sistema neurale, il sistema della condizione di default, implicato sia con il sé sia con l’altro, nel quale il sé e l’altro sono interdipendenti». Mentre i neuroni specchio hanno a che fare con gli aspetti fisici del sé e dell’altro, il sistema della condizione di default dovrebbe «concernere aspetti più astratti della relazioni tra il sé e l’altro: i loro rispettivi ruoli nella società o comunità cui appartengono». In attesa di capire di cosa si tratti, l’indimostrata riduzione dell’empatia a neurobiologia deve far fronte al problema del perché talora l’empatia non si manifesti e vi siano piuttosto manifestazioni di insofferenza persino atroci. S’invoca allora l’ipotesi che gli stessi meccanismi che provocano l’empatia diano luogo alla violenza imitativa. La legislazione dovrebbe tenerne conto e modellarsi sui codici sociali descritti dalla neurobiologia. Si lamenta al riguardo che il riconoscimento del ruolo di guida della scienza nell’etica pubblica sia ostacolato dai pregiudizi, in particolare dalla credenza nel libero arbitrio, così svelando che il vero obbiettivo è quello di distruggere questo “pregiudizio” e non di attenersi a risultati positivamente dimostrati. Sorge inoltre il problema di come dovrebbe avvenire la riorganizzazione sociale basata sull’accettazione ufficiale del determinismo biologico.
Un indizio lo fornisce il nostro terzo esempio. Esso è dato da una serie di ricerche sui ratti effettuate dal neuroscienziato statunitense Jean Decety. Egli ha constatato che un ratto cui viene offerto un pezzo di cioccolato davanti a un suo simile imprigionato preferisce spesso liberarlo e dividere con lui il cioccolato anziché comportarsi in modo egoistico. Massimo Piattelli Palmarini riferisce che, secondo Decety, i circuiti cerebrali coinvolti in questi processi sono gli stessi che nell’uomo e così gli ormoni legati all’attivazione di questi circuiti. Il neurofilosofo Peter Singer si è posto allora il problema del manifestarsi di casi reali opposti, e cioè di persone totalmente indifferenti al dolore altrui. Sarebbe un buon motivo per concludere che il libero arbitrio esiste… E invece no. Dando ancora una volta per scontato quel che andrebbe dimostrato, e cioè che l’empatia sia un processo cerebrale, determinato da una struttura neuronale (con meccanismi non univoci o meccanismi sconosciuti, visto che essa può esservi o no), Singer si chiede se non sia possibile fabbricare una pillola dell’empatia che la susciti in chi ne è sprovvisto. Siamo di fronte alla patente alleanza tra metafisica materialista e tecnoscienza manipolatoria. Piattelli Palmarini si ribella di fronte a questa deriva e denuncia la presenza di una «crescente neuromania» e «genetomania», aggiungendo che non è bene assumere «un atteggiamento scientista e potenzialmente manipolatore»: «il libero arbitrio è un peso ma dobbiamo sopportarlo». Non credo che il libero arbitrio sia un peso da sopportare. Penso, al contrario, che sia ciò che rappresenta il fattore distintivo (e nobile) dell’uomo. Ma la pressione del riduzionismo scientista è tale che termini come “libero arbitrio”, “libertà”, “persona” e “dignità della persona” sono visti come relitti di un passato oscurantista. Eppure la fragilità di queste costruzioni pseudoscientifiche non giustifica alcuna soggezione nei loro confronti e tantomeno l’accettare che tutta la conoscenza venga assoggettata al prefisso “neuro-”. È vergognoso dirsi spiritualisti? In verità, per un religioso, che crede in un Dio creatore diverso da un Giove tonante, e che crede che l’uomo porti in sé una scintilla dello spirito divino, non dirsi tale è negare sé stesso. E non esistono scoperte scientifiche che dimostrino la metafisica materialista. Occorre avere il coraggio di dirlo. Anche per il bene della scienza.
(L’Osservatore Romano, 4 marzo 2012) via gisrael.blogspot.com

Dallo scienziato al savant, la cultura “illuminata”

Giovedì, 1 Dicembre 2011

C’è stato un tempo in cui le dame dell’aristocrazia leggevano Newton e discutevano di Lavoisier; c’è stato un momento, nella storia della cultura europea, in cui le piazze cittadine si riempivano di folla per assistere alla partenza di un pallone aerostatico, come e più di quanta se ne fosse mai vista per le normali manifestazioni della vita associata, compreso il Carnevale.Era l’epoca in cui lo scienziato cominciava a primeggiare nell’immaginario collettivo e, pur essendo, il più delle volte, un dilettante che viveva dei proventi di un altro lavoro, era già circonfuso di gloria e, nei salotti o nelle accademie, raccoglieva intorno a sé un pubblico più vasto e più appassionato di quanto non accadesse ai letterati o ai filosofi.Ed era l’epoca i cui, per la prima volta nella storia, i governi spendevano grosse somme di denaro per finanziare delle spedizioni a scopo puramente scientifico: delle navi appositamente attrezzate salpavano dall’Europa per scoprire nuove terre o per osservare, nelle condizioni ideali, un’eclisse di Sole o il transito di Venere.Le cose erano giunte a un punto tale che il pubblico si appassionava per questi viaggi senza finalità di conquista o di commercio, per la sorte di questi esploratori disinteressati; le ultime parole di Luigi XVI, prima di salire sulla ghigliottina, furono se si avessero notizie di La Pérouse, il navigatore di cui si era persa ogni traccia, in mezzo all’Oceano Pacifico.La capitale mondiale della scienza era Parigi e quell’epoca corrispondeva all’Illuminismo; il prestigio di cui godevano la matematica, la fisica, la chimica e, in minor misura, l’astronomia e le scienze naturali, era diffuso e sostenuto da una quantità di pubblicazioni, atti, memorie, bollettini di società scientifiche; per non parlare delle pubbliche dimostrazioni, degli esperimenti, delle conferenze, dei dibattiti, delle dispute e delle dotte controversie.Alle spalle dello scienziato e del suo sapere, del resto, si era schierata a sostegno la più grande impresa editoriale della modernità, l’«Encyclopédie», questa formidabile macchina da guerra che, attraverso le biblioteche pubbliche e private, aveva preso d’assolto il sapere tradizionale, a base umanistica, e lo aveva espugnato in nome di una visione pragmatica della conoscenza, che sia “di pubblica utilità” e che possa guidare gli uomini, come allora si diceva, verso la “felicità”: quasi che le forme di sapere non scientifico si fossero rivelate improvvisamente disutili, se non proprio, addirittura, contrarie alla marcia trionfale del “progresso”.Il linguaggio ha registrato esattamente la trasformazione della cultura europea da letteraria a scientifica: nel Settecento, a Parigi e in Francia, e, da lì, nel resto del mondo – il francese era la lingua della cultura, parlata da tutte le classi dirigenti europee – lo scienziato diventa il “savant”, il sapiente per antonomasia; mentre il poeta, per contrapposizione, si definisce come il “rêveur”, il sognatore: per la prima volta, quella del poeta non è più considerata come una forma di conoscenza, ma come un’attività puramente immaginifica, contrapposta al “vero” conoscere.
Il “savant” non è solo uno scienziato di professione, ma anche un apostolo del progresso e un cittadino esemplarmente impegnato in quella che, oggi, verrebbe chiamata una “battaglia di civiltà”; come scrive Luigi Zanzi(in «Dolomieu: un avventuriero nella storia della natura», Jaca Book, Milano, 2003, pp. 70): «… (la) nuova, moderna figura del “savant” […] (è) emersa distintivamente e progressivamente nel “secolo del lumi”, in Francia e più precisamente a Parigi, quale un professionista della scienza”, come tale impegnato al servizio istituzionale della società civile, anche attraverso l’inserimento nell’apparato burocratico».Del sognatore si può ridere, per quanto nobile sia il suo sognare, come lo è nel caso di Don Chisciotte; dello scienziato non solo non si ride – sarebbe un delitto di lesa maestà -, ma non si è disposti a vedere altro che la nobiltà delle intenzioni e l’altissimo senso civile: Pilâtre de Rozier, il fisico e chimico che perisce, nel 1785, in uno dei primi tentativi di volo, mentre con il suo aerostato sorvola la Manica, assurge nell’immaginario collettivo alla dimensione di martire della nuova scienza e, perciò, automaticamente, del progresso.
Pare che la scienza antica non sia mai esistita o non abbia fatto altro che intralciare e ritardare lo sviluppo della vera conoscenza: l’esempio scottante del processo intentato dalla Chiesa cattolica a Galilei, in nome della scienza aristotelica, brucia ancora troppo nell’immaginario delle persone colte; ci si dimentica con disinvoltura degli errori scientifici di Galilei, per esempio quando sosteneva, in polemica con l’astronomo gesuita Orazio Grassi, che le comete non sono dei corpi celesti, ma effetti ottici prodotti dai vapori dell’atmosfera.Insomma la scienza, secondo la nuova concezione del XVIII secolo, è la scienza degli illuministi; quella che, prima di loro, andava sotto questo nome, non merita neppure di essere considerata tale, tanto più che era impastata di magia, alchimia, astrologia: tutte ciarlatanerie da Medioevo, indegne di un sapere moderno e razionale.Una seconda rivoluzione scientifica, dopo quella del Seicento, viene silenziosamente portata avanti nel corso del Settecento; e, anche se non può vantare clamorosi rovesciamenti di paradigma, come lo era stato il passaggio dal modello cosmologico tolemaico a quello copernicano, i suoi tenaci e intraprendenti alfieri, i Lavoisier, gli Spallanzani, gradualmente ma inesorabilmente procedono per la loro strada, quella quantitativa e sperimentale, escludendo, l’uno dopo l‘altro, gli ultimi residui di quel sapere tradizionale che, fino a Paracelso e a tutto il Rinascimento, aveva pur sempre fatto parte del bagaglio imprescindibile dell’uomo di scienza.Scriveva Vincenzo Ferrone nel suo ormai celebre saggio «L’uomo di scienza» nella antologia «L’uomo dell’illuminismo» a cura di Michel Vovelle (Laterza, Roma-Bari, 1992, pp. 218-27):«Il tardo Settecento segnò certamente il “trionfo della scienza” e la sua definitiva legittimazione agli occhi della nascente opinione pubblica, ma anche la sua prima grave crisi istituzionale ed epistemologica destinata a scuotere dalle fondamenta il prestigio del “savant” alla francese è ancor oggi difficile comprendere nei suoi profondi risvolti psicologici e di mentalità collettiva lo stupore, la meraviglia, l’eccitazione di quelle grandi masse di persone che si ritrovavano nelle piazze di tutta l’Europa per assistere ai primi voli dei palloni aerostatici. Il susseguirsi di invenzioni preziose come il parafulmine o il rincorrersi sulle gazzette delle roventi polemiche intorno alle guarigioni miracolose ottenute dai fautori del magnetismo animale o intorno all’esistenza del flogisto alimentavano pi la frenetica curiosità dei salotti e delle corti per i meravigliosi esperimenti di elettricismo di cui era maestro il grande Franklin. Al tramonto del secolo, l’uomo di scienza era davvero “à la mode”. Tutti amavano sentirsi dei “petit-maîtres physiciens” e contribuire, seppure da dilettanti, alla diffusione di quel sentimento di onnipotenza che caratterizzava i commenti generali e la pubblicistica sulle scienze e sulle tecniche […].
Tra i bagliori della dilagante moda scientista, con i suoi stessi eccessi che […] vedevano per protagonisti in prima fila intellettuali, borghesi, dame dell’aristocrazia, regine e sovrani di tutto il continente sorpresi sempre più speso a sognare ad occhi aperti dinanzi ai meravigliosi fenomeni delle macchine elettriche o a soffrire per la terribile tragedia di Pilâtre de Rozier, sfortunato Icaro morto nel giugno 1785, dilaniato dal fuoco del suo pallone nell’attraversamento della Manca, si andava delineando un mutamento profondo dei tradizionali grandi quadri di riferimento culturale dell’Occidente. La cultura scientifica entrava a far parte di diritto nella formazione intellettuale delle moderne élites urbane Nelle accademie provinciali francesi tra il 1700 e il 1789, secondo i dati forniti da D. Rioche,(ma il fenomeno è analogo nel resto d’Europa), il 50% degli oltre 2.000 concorsi banditi vennero riservati a temi di tecnologia e di scienza. Montpellier, Brest, Bordeaux, Orléans, Metz, Valence, Tolosa, nate come società sensibili maggiormente alle lettere, si avviano a divenire, nella seconda metà del Settecento, “sociétés savantes”, in quanto l’80% nei loro lavori sono dedicati alle scienze. Certo siamo il più delle volte di fronte a dilettanti, a forme di divulgazione talvolta superficiali. Eppure l’impatto sulla società civile di quella ide0logia ottimistica del progresso umano da conseguire con l’esperienza, l’osservazione, il metodo scientifico, si rivelò di grande efficacia sul lungo periodo, vincendo resistenze e pregiudizi. La sua forza di suggestione si espresse in tutte le direzioni. Nell’Italia del Nord, ad esempio, accademie provinciali e società agrarie avviarono una strategia di acculturazione scientifica verso il basso attraverso gli almanacchi popolari che parlavano di Newton, dei fratelli Montgolfier, della scoperta del nuovo pianeta Urano accanto alle più tradizionali previsioni astrologiche. Era una strategia destinata a mutare nel profondo dell’immaginario collettivo dell’epoca, a legittimare definitivamente il sapere scientifico, come formidabile strumento di trasformazione e di secolarizzazione presso tutti i ceti sociali.A fronte del “trionfo delle scienze”, nei salotti, nelle gazzette, nei piccoli cenacoli provinciali, quasi ad alimentare e a giustificare il fiorire rigoglioso di quella singolare moda, prendeva rapida,ente corpo la cosiddetta seconda rivoluzione scientifica. I suoi portentosi frutti maturavano silenziosamente nei laboratori delle società di Stato divenendo noti per il tramite di un linguaggio sempre più specialistico su seriosi “Mémoires” e atti accademici.  Lavoisier portava a compimento i suoi esperimenti facendo nascere la moderna chimica su basi quantitative, abbandonando per sempre l’antico simbolismo di origine alchemica; Lagrange, con il calcolo delle variazioni, gettava le basi della definitiva matematizzazione della meccanica; Laplace elaborava teoremi e formule più raffinate per il calcolo delle probabilità e applicava la newtoniana legge del numero a tutti i moti stellari. Il pionieristico e spettacolare elettricismo di inizio secolo, che tanto stupiva e affascinava le dame dei salotti d’Europa, si avviava finalmente a divenire analisi fisico-matematica dei fenomeni elettrodinamici e magnetici nelle complesse opere di Cavendish, Coulomb e Aepinus E ancora: acquisivano statuto e rigore scientifico la meteorologia, l’idraulica (con la teoria cinetica dei fluidi, su base atomistica formulata da Daniel Bernoulli e Michail Lomonosov), la biologia, con i puntigliosi protocolli sperimentali elaborati da Spallanzani…»
Del resto, il più grande filosofo e scienziato dell’Illuminismo, Emmanuel Kant, non aveva forse impegnato l’intero suo sforzo speculativo per dimostrare che la sola vera conoscenza è quella che può sottoporsi al tribunale della ragione, intesa come ragione scientifico-matematica, e che, pertanto, la metafisica non è una scienza; mentre nulla si può affermare a proposito della “cosa in sé”, del Noumeno?Il ghigno beffardo di Voltaire e di altri illuministi, quando vengono a parlare di miracoli o di eventi soprannaturali, è, inevitabilmente, l’altra faccia della medaglia di questa iperbolica esaltazione della scienza quantitativa e descrittiva, anti-aristotelica e perciò non finalista, anzi, meccanicista e tendenzialmente materialista, nonché rigorosamente riduzionista.Non ci sono misteri, nella natura; ci sono soltanto problemi da risolvere, e risolverli è solo una questione di tempo. Potrà volercene anche molto, ma, prima o poi, essi verranno sciolti dai lumi della ragione: questa è la ferma fede del “savant” illuminista.Quanto al filosofo, questi si retrocede da sé stesso a semplice “pihilosphe”, vale a dire a volonteroso ministro dell’onnipotenza scientista: egli si dedica, con zelo ed entusiasmo, a demolire l’intero edificio della metafisica, eseguendo la sentenza di morte che Kant ha pronunciato contro di essa; dopo di che, quel che gli resta da fare è tessere le lodi del nuovo sapere, pratico e soprattutto “utile”, e lanciare gli ultimi strali velenosi contro la teologia e contro la religione.«Non avrai altro Dio fuori della scienza e non avrai altra scienza che non sia quella codificata dagli illuministi»: questa è la tavola della legge che il XVIII secolo ha tramandato alle generazioni successive e che si impone ancor oggi, a dispetto di tutti i limiti, di tutte le incongruenze, di tutti gli errori che siffatto modello scientifico ha mostrato, e di tutti i pericoli verso i quali minaccia di trascinarci. Quando ci accorgeremo che il nuovo Dio non è affatto migliore del vecchio? f. lamendola arianna.it

ONU diffonde l’AIDS in Africa…

Venerdì, 14 Ottobre 2011

Uno studio condotto in Africa e pubblicato sulla rivista scientifica britannica The Lancet mostra che l’uso di contraccettivi ormonali – soprattutto quelli iniettabili – può raddoppiare il rischio di contrarre il virus Hiv. Questa la notizia rilanciata alcuni giorni fa dalle agenzie, ma che poco spazio ha ottenuto su giornali e tv. E sembrerebbe strano, visto che periodicamente esplodono polemiche sul divieto della Chiesa all’uso del preservativo, per le presunte conseguenze che avrebbe sulla diffusione dell’Aids. Con la differenza che se quelle sul preservativo sono accuse ideologiche e smentite dai fatti, diverso è il caso della ricerca appena pubblicata: si tratta di uno studio su 3.790 coppie eterosessuali, in cui un solo partner è infetto da Hiv; le coppie scelte provengono da sette paesi africani ad alta densità di infezioni Hiv: Botswana, Kenya, Ruanda, Sudafrica, Tanzania, Uganda e Zimbabwe. Le donne che usano contraccettivi ormonali – pillole e iniettabili – registrano il doppio delle probabilità di rimanere infette, ma quasi il totale delle infezioni è dovuto ai contraccettivi iniettabili. Dato confermato dal fatto che tra le donne che erano sieropositive all’inizio dello studio, quelle che usavano contraccettivi iniettabili hanno trasmesso il virus al loro partner maschile in numero doppio rispetto alle altre.Sembra dunque strano che la notizia non abbia guadagnato le prime pagine dei giornali, come avrebbe meritato se la salute degli africani – e non solo – fosse davvero al cuore dell’interesse di giornalisti, politici ed esperti vari. Anche perché parliamo di numeri ben rilevanti: nel mondo ci sono 140 milioni di donne che usano contraccettivi ormonali, e dei 16 milioni di donne che nell’Africa subsahariana hanno contratto il virus Hiv una larga parte fa uso degli stessi contraccettivi. La scoperta, se confermata, significa dunque che ci sono svariati milioni di persone nei paesi poveri che hanno contratto l’Aids a causa della diffusione di questi contraccettivi.Ed è qui che viene la parte più interessante – ma sarebbe meglio dire tragica – della questione. Perché la diffusione di questi contraccettivi non nasce dalla “libera” decisione delle donne per quanto male informate, ma dall’imposizione delle organizzazioni internazionali che a partire dagli anni ’60 e ’70 hanno promosso e finanziato durissime campagne di controllo delle nascite nei paesi in via di sviluppo. Parliamo in particolare del Fondo Onu per la Popolazione (UNFPA), l’Agenzia governativa americana per gli aiuti allo sviluppo (USAID), e organizzazioni non governative come l’International Planned Parenthood Federation (IPPF) e il Population Council.E infatti il nome commerciale del contraccettivo iniettabile ora sotto accusa è Depo Provera, un nome che è sinonimo di uno scandalo internazionale che continua purtroppo a perpetuarsi nel silenzio generale.Il Depo Provera è una iniezione intramuscolare di progesterone che inibisce l’ovulazione per tre mesi. Basta quindi una iniezione ogni tre mesi per prevenire le gravidanze, con una affidabilità del 98%. Da subito è stata adottata dal potente movimento per il controllo della popolazione, che dagli anni ’50 finanziava ricerche su contraccettivi iniettabili o impiantabili. La difficoltà maggiore nel realizzare un efficace controllo delle nascite nei Paesi del Terzo Mondo è infatti apparsa fin da subito la volontà e la capacità delle donne e delle coppie di mantenere nel tempo l’impegno all’uso dei contraccettivi. Profilattici e pillole sono infatti affidati completamente ai singoli, che quindi possono decidere di non usarli o semplicemente possono dimenticarselo. L’iniezione e l’impianto sottocutaneo permettono di aggirare questo ostacolo, semplificando la procedura  e affidando al medico il controllo della fertilità. Un secondo importante vantaggio del Depo Provera – ovviamente dal punto di vista delle agenzie internazionali – stava nella maggiore accettabilità da parte delle popolazioni del Terzo mondo. In molte regioni povere, infatti, esiste quella che è stata definita una “mistica dell’iniezione”, vale a dire l’iniezione è associata con la medicina moderna, efficace e sicura.Fin dall’origine dunque, nella sua concezione, il contraccettivo iniettabile è associato a coercizione e violenza. Non stupisce quindi che il Depo Provera sia stato testato e commercializzato (dalla casa farmaceutica americana Upjohn, oggi Pfizer) pur sapendo che aveva gravi effetti collaterali. Non solo, una ricerca presentata nel marzo 2010 dal professor Thomas W. Volscho della City University di New York, dimostra che la sostanza è stata testata per anni su migliaia di donne di colore, usate come cavie sia negli Stati Uniti sia in Africa, inconsapevoli di cosa stessero assumendo. Non solo nei test, anche nell’uso emerge il carattere “razzista” del Depo Provera: ancora la ricerca del professor Volscho, svolta sull’uso negli Stati Uniti, dimostra come sia in modo sproporzionato diffuso tra le donne afro-americane e indo-americane. Ancora: proprio a causa dei gravi effetti collaterali – emorragie vaginali, aumento di peso, potenziale rischi di cancro al collo dell’utero – per oltre 30 anni (i test sono iniziati nel 1967) la Upjohn si è vista rifiutare l’approvazione dalla Federal and Drug Administration (FDA), l’agenzia federale americana per i farmaci, arrivata nel 1992 anche per le forti pressioni politiche. La legge prevede che un farmaco che non riceve l’approvazione della FDA non possa – da compagnie americane – essere distribuito all’estero, ma la Upjohn aggirò il divieto producendo il Depo Provera in Belgio e Canada, dove invece il farmaco era stato registrato e approvato come contraccettivo. E prima ancora che fosse approvato negli Stati Uniti, il Depo Provera era già stato distribuito nei Paesi poveri, soprattutto in Africa, in diverse milioni di dosi. Dal 1994 al 2000 poi, gli anni dell’amministrazione Clinton, USAID ha distribuito nel Terzo Mondo qualcosa come 42 milioni di dosi, per un costo complessivo di oltre 40 milioni di dollari. E negli stessi anni, l’UNFPA ha fatto ancora peggio distribuendo – sempre nei Paesi poveri – 20 milioni di dosi l’anno.I problemi provocati dal Depo Provera sono tali che ci sono diverse organizzazioni femministe che hanno lanciato campagne per fermarne la diffusione. Ma invano, troppo forti i poteri che la vogliono. Basti pensare che la ricerca ora pubblicata dal Lancet è già stata preceduta da diversi studi che lanciavano un analogo allarme. Già nel 1996, ad esempio, uno studio condotto dall’Aaron Diamond AIDS Research Center di New York sulle scimmie aveva messo in evidenza come il progesterone aumentasse il tasso di infezioni da Hiv, dovuto all’effetto riducente che ha sui tessuti vaginali rendendoli quindi più soggetti ad abrasioni e infezioni durante i rapporti sessuali. Nel 2004 un altro importante studio del National Institute of Child Health and Human Development, finanziato da USAID, rivela che le donne che usano il Depo Provera aumentano di 3 volte il rischio di malattie sessualmente trasmissibili, come gonorrea e clamidia. Ovvia la connessione con l’infezione da Hiv, ma ciò non basta a cambiare la politica di USAID, malgrado la ferma protesta di diverse organizzazioni femministe. Non solo, nel luglio 2005 interviene sull’argomento anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità che, in un comunicato congiunto con un consorzio di agenzie dell’Onu che comprende UNFPA, UNDP (Programma per lo Sviluppo) e Banca Mondiale, giudica non rilevanti le conclusioni della ricerca del 2004 e quindi non ritiene necessaria alcuna restrizione nell’uso del Depo Provera.Questi precedenti e il sostanziale silenzio che ha accolto la nuova ricerca pubblicata dal Lancet lasciano prevedere che nulla si muoverà anche ora per porre fine a questo scandalo. E il Depo Provera continuerà a provocare la diffusione dell’Aids e la morte di milioni di poveri in Africa, per mano degli stessi che poi hanno il coraggio di puntare il dito contro il Papa e la Chiesa sulla questione dei profilattici. r.cascioli labussolaquotidiana

L’aborto aumenta le tendenze suicide

Martedì, 13 Settembre 2011

Forse non basterà nemmeno questo ennesimo studio a far aprire gli occhi a chi rivendica la bontà dell’aborto come atto di autodeterminazione della donna. Ma tant’è, la realtà va raccontata senza troppi accomodamenti, con buona pace di chi ancora si ostina a brandire il vessillo della liberazione femminile dalla schiavitù della procreazione.La notizia arriva dall’Inghilterra, quindi non da un Paese propriamente cattolico: l’autorevole rivista scientifica “British Journal of Psychiatry” nel suo ultimo numero uscito l’1 settembre ha pubblicato uno studio su “Aborto e salute mentale”, condotto dalla dottoressa Priscilla Coleman della Bowling Green State University dell’Ohio (Usa). Le conclusioni a cui è giunta la ricercatrice sono impressionanti: nelle donne che si sono sottoposte all’aborto la probabilità che si manifestino tendenze al suicidio aumenta del 155 per cento.Lo studio guidato dalla dottoressa Coleman – e di cui ha dato conto pure il giornale inglese “The Telegraph” – ha coinvolto una cosa come 877.000 donne, di cui 163.831 avevano abortito. Ebbene, l’analisi di questo “campione femminile” ha dimostrato ancora una volta (se ancora ce ne fosse il bisogno) la drammatica esistenza della cosiddetta “sindrome post aborto”, rivelando che le donne che si sottopongono all’interruzione di gravidanza volontaria hanno quasi il doppio di probabilità di soffrire di problemi psicologici se non addirittura psichiatrici rispetto a quelle che non hanno abortito.Non finisce qui: come detto, nella quota di donne che hanno deciso di porre fine alla loro “dolce attesa” aumenta vertiginosamente del 155 per cento il rischio di tendenze suicide (attenzione, non il suicidio, ma la possibilità che le donne ci pensino o la considerino un’ipotesi percorribile per porre fine alle loro sofferenze dettate dalla drammatica esperienza).Gli studiosi guidati dalla Coleman hanno poi constatato un aumento del 34 per cento del rischio di problemi legati all’ansia, del 37 per cento della concreta possibilità cadere in depressione e rispettivamente del 110 e del 220 per cento di affidarsi all’uso di alcol e droghe (in particolare, marijuana) per alleviare (apparentemente) la propria condizione di disagio. La stessa dottoressa Coleman, che insegna Sviluppo umano e della famiglia all’Università dell’Ohio, dichiara di aver scoperto “rischi associati all’aborto che devono essere condivisi con l’opinione pubblica e portati a conoscenza delle donne prima che si sottopongano a tale procedura”. g. bucchi labussolaquotidiana

Perchè la scienza moderna è degenerata

Venerdì, 8 Aprile 2011

tumblr_ljaoi0xyFW1qdcrbdo1_1280La filosofia contemporanea – non questo o quello specifico indirizzo di pensiero, ma la filosofia contemporanea nel suo insieme – si caratterizza in primo luogo per la svolta relativistica che ne segna l’impostazione generale e ne condiziona possibilità, prospettive e risultati, nonché per una complessiva perdita di certezza che la differenzia nettamente dalla filosofia delle età precedenti. Pertanto essa si può identificare, di contro – ad esempio – all’idea platonica di una ricerca della verità oggettiva e stabile, come una scienza mancata (un pensiero debole?) o, meglio, come ciò che oggi rimane di un sapere perduto. La filosofia antica, come spiega Aristotele nell’Etica Nicomachea, non mirava al conseguimento di una semplice saggezza (phrónesis), relativa alle cose mutevoli e contingenti, ma a una suprema sapienza (sophía), contemplazione delle cose eterne e, quindi, capace di rendere quasi divini coloro che la raggiungevano. Platone, dal canto suo, opera una distinzione netta fra scienza (epistéme) e opinione (dòxa): la prima che, essendo conoscenza delle idee universali, è vera e logicamente immutabile (epistéme deriva dal verbo epistamai, che significa “stare fermo”); la seconda che riguarda le realtà soggettive, mutevoli e contingenti. L’opinione può corrispondere a un dato reale ed esatto, tuttavia rimane ontologicamente diversa dalla scienza, perché quest’ultima non concerne soltanto le “cose vere”, ma la sfera di ciò che è vero in quanto immutabile, ossia la sfera dell’Essere in sé. Per Platone l’unica vera scienza è la filosofia e, più precisamente, quella parte della filosofia che corrisponde alla dialettica.Questo quadro concettuale è stato sottoposto a critiche già nell’antichità, tuttavia la maggior parte dei pensatori lo ha sostanzialmente accettato fino a tutto il Medioevo e allo stesso Rinascimento. È solo con la cosiddetta Rivoluzione scientifica del XVII secolo che la cultura occidentale si allontana decisamente sia dall’idea aristotelica della filosofia come ricerca della sophía, della sapienza suprema come contemplazione delle coste eterne, sia dall’idea platonica della scienza come epistéme, conoscenza certa e immutabile delle idee universali che “stanno ferme e salde” al di là della contingenza che caratterizza il mondo fenomenico.

Questo avviene perché Galilei, Cartesio, Newton, esaltati dalle scoperte fatte nel campo del mondo fisico mediante il ragionamento induttivo e la “sensata esperienza”, elaborano un nuovo concetto di scienza, che non è più la filosofia e neppure quella parte della filosofia che si occupava dei fenomeni fisici, la filosofia naturale di Aristotele. Partendo dal principio di intersoggettività, secondo il quale le affermazioni della scienza non sono credenze individuali, bensì devono essere condivise da chiunque sia dotato di ragione e sia intellettualmente onesto, viene elaborato un nuovo modello di “sapere scientifico” che risponde a due criteri fondamentali: soddisfare le caratteristiche del ragionamento logico-matematico e consentire una verifica sperimentale dei fenomeni.Scrive Silvano Fuso nel suo articolo Scienza, pluralismo culturale, metafisica (sulla rivista Iter. Scuola, cultura, società, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2002, n. 16-17, p. 94):«Il primo criterio di intersoggettività a emergere è stato il ragionamento logico-matematico: il concetto greco di ‘dimostrazione’. Se si assumono per veri certi presupposti e si attua un procedimento deduttivo corretto, non si può non essere d’accordo con le conclusioni raggiunte. È questa l’essenza del cosiddetto metodo assiomatico, mirabilmente codificato in ambito logico da Aristotele e rigorosamente applicato in campo matematico da Euclide nei suoi celebri Elementi. Il secondo criterio di intersoggettività storicamente fondato riguarda l’osservazione sperimentale dei fenomeni. Com’è noto, esso venne introdotto in modo sistematico nel Seicento da Galileo Galilei. Di fronte a un’evidenza concretamente rilevabile, non si può non essere d’accordo con i fatti osservati. Malgrado si tratti di una constatazione così palese da apparire banale, è sufficiente ripercorrere la biografia di Galileo per rendersi conto delle difficoltà che questo secondo criterio di intersoggettività ha dovuto affrontare prima di riuscire a imporsi. C’è da notare che l’accordo intersoggettivo non garantisce in modo assoluto la verità di un’affermazione (può benissimo accadere che tutti quanti ci si stia sbagliando), ma è un buon indizio del fatto che l’affermazione in questione ha un’elevata probabilità di essere vera».E subito dopo aggiunge, con ingenua assiomaticità:«Questa mancanza di assolutezza non soddisfa molti oppositori della scienza, che vedono in essa soltanto un sapere relativo e provvisorio. Tuttavia, l’umanità non sa fare di meglio: l’oggettività, ammesso che tale concetto abbia senso, rimane inaccessibile».Da parte nostra, lasciamo all’Autore la responsabilità di quest’ultimo apprezzamento, che ci sembra a dir poco temerario. Prendiamo atto, in ogni caso, del fatto che, per la scienza moderna (galileiana, quantitativa, meccanicista e riduzionista),”l’oggettività, ammesso che tale concetto abbia senso, rimane inaccessibile”; e che, per quanto “può benissimo accadere che tutti quanti ci si stia sbagliando”, il fatto che diversi scienziati affermino la stessa cosa la rende, molto probabilmente, vera, a dispetto del fatto che “l’accordo intersoggettivo non garantisce in modo assoluto la verità di un’affermazione”.Come si vede, non si parla più di un sapere stabile e definitivo; le verità della scienza divengono oggetto di periodici, radicali aggiornamenti: i famosi “paradigmi” di cui parlava l’epistemologo Thomas Kuhn, che oggi sono veri e domani vengono totalmente abbandonati (come il modello geocentrico dell’universo rispetto a quello eliocentrico). Inoltre, non si parla più di verità assolute e immutabili; o, se se ne parla, esse vengono relegate in un ambito extra-scientifico; la scienza, infatti, nella nuova prospettiva indicata da Galilei, non si occupa che del mondo fisico e dei fenomeni relativi alla materia. Su di essi, però, essa si reputa capace di raggiungere un grado di certezza che, intensive si non extensive (qualitativamente se non quantitativamente) è esattamente lo stesso di Dio.Questo è ritenuto possibile perché l’universo, secondo Galilei e i suoi continuatori, è un grande libro scritto in caratteri matematici; e la matematica non lascia spazio a margini di errore, ma solo a verità certe e inconfutabili. La somma degli angoli interni di un qualsiasi triangolo, ad esempio, è uguale a un angolo piatto; e ciò è vero per gli uomini come “deve” esserlo per Dio (meno male che, a quel tempo, nessuno ancora sospettava l’esistenza di geometrie non euclidee, ove la somma degli angoli interni di un triangolo può essere maggiore o minore di un angolo piatto).Galileo Galilei, nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, stampato a Firenze nel 1632, faceva dire da Salviati a Simplicio che “l’intendere si può pigliare in due modi, cioè intensive, o vero extensive: e che extensive, cioè quanto alla moltitudine degli intelligibili, che sono infiniti, l’intender umano è come nullo, quando bene egli intendesse mille proposizioni, perché mille rispetto all’infinito è come un zero; ma pigliando l’intendere intensive, in quanto cotal termine importa intensivamente, cioè perfettamente, alcune proposizioni, dico che l’intelletto umano ne intende alcune così perfettamente, e ne ha così assoluta certezza, quanto se n’abbia l’istessa natura; e tali sono le scienze matematiche pure, cioè la geometria e l’aritmetica, delle quali l’intelletto divino ne sa bene infinite proposizioni di più, perché le sa tutte, ma di quelle poche intese dall’intelletto umano credo che la cognizione aguagli la divina nella certezza obiettiva, poiché arriva a comprenderne la necessità, sopra la qual non par che possa esser sicurezza maggiore”.Ed al povero Simplicio – che ovviamene rappresenta (fin dal nome che Galilei gli ha appioppato) la magra parte dell’oscurantista pedante e limitato – il quale gli obietta, invero timidamente, che «questo mi pare un parlar molto resoluto ed ardito», Salviati (ossia, in realtà, lo stesso Galilei) ribatte con perfetta sicurezza:“Queste son proposizioni comuni e lontane da ogni ombra di temerità o d’ardire e che punto non detraggono di maestà alla divina sapienza, sì come niente diminuisce la Sua onnipotenza il dire che Iddio non può fare che il fatto non sia fatto. Ma dubito, signor Simplicio, che voi pigliate ombra per esser state ricevute da voi le mie parole con qualche equivocazione. Però, per meglio dichiararmi, dico che quanto alla verità che ci danno cognizione le dimostrazioni matematiche, ella è l’istessa che conosce la sapienza divina; ma vi concederò bene che il modo col quale Iddio conosce le infinite proposizioni, delle quali noi conosciamo alcune poche, è sommamente più eccellente del nostro, il quale procede con discorsi e con passaggi di conclusione in conclusione, dove il Suo è un semplice intuito (…)”.Galilei, astutamente, si serve di una famosa dimostrazione filosofica di San Tommaso d’Aquino che, nella Summa theologiae, aveva sostenuto non potere Iddio far sì che le cose accadute non siano accadute, nonostante la sua onnipotenza (perché ciò implicherebbe, secondo l’aquinate, contraddizione logica), per accostarla al suo ragionamento sulla perfezione delle leggi matematiche e ribadire che, in fatto di geometria, l’essere umano è in grado di sapere alcune cose esattamente con lo stesso grado di chiarezza con cui le conosce Dio.Ad ogni modo, il nuovo concetto di scienza che si viene delineando nel corso degli ultimi quattro secoli finisce per accogliere l’idea di un relativismo storico delle verità scientifiche, ossia l’idea che nessuna verità scientifica deve ritenersi assolutamente e definitivamente vera, ma che ciascuna verità scientifica è solo provvisoriamente vera, sino a quando non giungerà qualcuno in grado di confutarla. Anzi, non solo le singole verità, ma gli stessi panorami generali della scienza (termodinamico, elettromagnetico, cosmologico e via dicendo) possono essere soggetti a un’opera di periodica, radicale confutazione, sulla base di nuove scoperte e di nuove teorie più soddisfacenti, cioè capaci di spiegare la realtà in modo più semplice e lasciando il minor numero di elementi d’incertezza o di mancata spiegazione.Questa impostazione del concetto di scienza riceve un autorevole avallo dalla stessa filosofia per opera di Kant che, in polemica con i “sogni” di una personalità di studioso (e di scienziato!) come quella di Emanuel Swedenborg, che aveva il torto di coltivare un’altra idea della scienza, respinse definitivamente la metafisica nell’ambito incerto del noumeno, ossia della ‘cosa in sé’ che, come tale, non può essere osservata e sperimentata (cfr. il nostro articolo su Kant e l’autocastrazione del pensiero moderno). Pertanto, nella cultura dell’Occidente si afferma definitivamente l’idea che vera scienza è solo quella che studia il fenomeno, essendo ilnoumeno (le idee universali di Platone e le cose eterne di Aristotele) definitivamente tramontato sul suo orizzonte speculativo.Eppure, non tutti gli scienziati si sono rassegnati a un simile ridimensionamento degli orizzonti di verità e di certezza della scienza, qualunque sia il sapere che con tale parola intendiamo designare (fisico, filosofico, teologico). Fra essi troviamo un fisico e matematico del calibro di Luigi Fantappié che, in pieno XX secolo, rivendicava un altro modello di verità scientifica, che non solo non escluda, ma che contempli l’esigenza di una integrazione con il principio metafisico dal quale la realtà materiale trae origine e sostegno ontologico. Come egli stesso affermava (vedi il nostro articolo Luigi Fantappié e l’altra idea della scienza), la scienza materialistica e antifinalistica affermatasi col positivismo è solo una forma degenerata della vera scienza, che è sempre ricerca pura e spassionata del vero.Anzitutto è necessario distinguere subito la vera scienza, e cioè la disinteressata ricerca del vero, che ha continuato a svilupparsi ignota in generale al gran pubblico, da quella scienza di maniera del secolo passato [cioè l'Ottocento, nota bene], imbalsamata in tanti libri e libercoli di cosiddetta volgarizzazione, ridotta spesso a un’accozzaglia di luoghi comuni, e gonfiata poi con estrapolazioni ingiustificate fino a divenire, col positivismo, un sistema filosofico che si pretendeva di applicare in ogni campo, compreso quello umano e sociale, anche lontanissimo da quello in cui i risultati primitivamente ottenuti erano veramente giustificati e sicuri.“Così si deve proprio a questo errato indirizzo, se, una volta riscontrato valido il principio di causalità meccanica nel campo dei fenomeni fisici, non si esitava poi a proclamarne la validità universale ed esclusiva anche nel campo della vita e soprattutto dell’uomo, escludendo di conseguenza dall’universo ogni tendenza finalistica, che si riteneva un errore o una superstizione pericolosa da combattersi con tutte le forze. E invano tanti pensatori si affannavano a richiamare gli uomini alla realtà delle loro stesse persone che sempre agiscono mosse da fini futuri, e non come automi mossi dalla pura causalità meccanica.“Si può dire anzi che è appunto in questa cieca e ostinata pretesa di voler privare l’uomo e, in generale, l’universo, dei suoi fini, che culmina in sostanza l’errore della falsa scienza dell’ottocento, pretesa da cui forse sono effettivamente scaturiti gran parte dei mali che oggi ci affliggono ma che in ogni caso debbono rimproverarsi non alla scienza vera e propria, ma alle sue arbitrarie e arretrate superfetazioni nel campo sociale e morale.“Ma v’ha di più! È infatti solo con questo pregiudizio antifinalistico, radicato in tutta la scienza positivista dell’ottocento, che si può spiegare un fatto altrimenti inesplicabile, senza il quale la scienza si sarebbe accorta già da più di mezzo secolo, e nello stesso campo fisico, della perfetta compatibilità logica del principio di causalità meccanica con quello di finalità”.Parole che dovrebbero esserere lette, rilette e meditate a fondo da tutti quegli araldi di un concetto di scienza ormai datato, che ha fatto irrimediabilmente il suo tempo e che si arrocca su una inutile cittadella da difendere contro ogni “eresia”: forse perché non sono poi tanto sicuri come vorrebbero far credere, nonostante l’arroganza con la quale si presentano come i soli depositari della “verità” scientifica. f. lamendola centrostudilaruna

De Mattei, quando uno scienziato non ha timore di professare la sua fede

Giovedì, 7 Aprile 2011

Storico del cristianesimo, il vicepresidente del Cnr, primo ente scientifico italiano per quantità e qualità della ricerca, è tornato a regalare perle di clericalismo reazionario dalla modulazione di frequenza di Radio Maria, “una voce cristiana dentro la tua casa”.Il professor Roberto De Mattei, 63 anni, docente all´Università europea di Roma (istituto dei Legionari di Cristo), presidente della Fondazione Lepanto, già consigliere di Fini ai tempi della svolta di Fiuggi oggi acquartierato in seno al Pdl, ha fatto sapere via etere che il collasso della Roma imperiale e l´arrivo dei barbari dipesero «dall´effeminatezza di pochi a Cartagine, paradiso degli omosessuali, che contagiò i tanti: l´abominevole presenza di pochi invertiti infettò un bel po´ di gente».De Mattei citava Salviano di Marsiglia, scrittore cristiano del V secolo: «Gli uomini effeminati e gli omosessuali non avranno parte al Regno di Dio». Quindi, ha aggiunto il suo paragone storico: «Oggi viviamo in un´epoca in cui i peggiori vizi vengono iscritti nelle leggi come diritti umani. Ogni male deve avere il suo castigo, nel tempo o nell´eternità».L´impero romano imploso per colpa degli omosessuali è l´ultima uscita del professore ultracattolico scelto per il Consiglio nazionale delle ricerche dal ministro dell´Istruzione Letizia Moratti, confermato dalla Gelmini. Il docente, in un congresso nazionale tenuto nella sede del Cnr, aveva già criticato l´Unione europea per aver allargato la distinzione maschio-femmina a cinque generi di sesso. In quel caso richiamò a sé la sua funzione istituzionale chiedendo «alla scienza e alla medicina di riprendere il proprio ruolo e dare risposte a problemi di natura biologica e psicologica». Disse: «Si vuole approvare la pillola abortiva, una barbarie, il testamento biologico e l´istituzione di quella cosa campata in aria che è il reato di omofobia».Il vicepresidente De Mattei si è scagliato nel tempo contro «l´utopia della pacifica integrazione di decine di migliaia di musulmani: oggi in Libano, Bosnia e Kosovo i cristiani sono inferiorità politica, psicologica, culturale». Il femminismo, poi, «ha preparato l´omosessualismo che apre la strada all´androginia, all´ermafroditismo: l´Europa è un inesorabile ermafrodito».I vertici del Cnr sono imbarazzati da queste uscite sistemiche, ma il suo presidente, il fisico Luciano Maiani, ribadisce che le affermazioni di De Mattei sono espresse a titolo personale. È un momento delicato in piazzale Aldo Moro: a settimane si realizzerà la riforma governativa del Cnr, quindi partirà la gara per le nomine.Non ha prudenze il capogruppo alla Camera dell´Italia dei Valori, Massimo Donadi: «Roberto De Mattei si deve dimettere da vicepresidente del Cnr. Le sue posizioni oscurantiste, integraliste, omofobe e fondamentaliste sono offensive nei confronti dell´istituto che presiede». Se ne discuterà in Parlamento. E la “petizione dimissioni” ha raggiunto, online, settemila firme.Corrado Zunino per “la Repubblica

La religione starebbe per estinguersi? (by Introvigne)

Domenica, 3 Aprile 2011

La settimana scorsa l’americana Northwestern University – non conosciutissima in materia di religioni, ma che deve avere un formidabile ufficio stampa – è arrivata sui principali quotidiani italiani con due studi piuttosto curiosi. Il primo, criticabile per il campione relativamente esiguo sulla cui base si pretendono di trarre conclusioni generali, ci spiega che la religione fa male perché fa ingrassare. Se vai in chiesa o preghi stai seduto e sottrai tempo alla fitness. Tesi curiosa nel paese, gli Stati Uniti, dove migliaia di “runner cristiani” pregano mentre continuano a correre. Il secondo studio ci spiega che la religione è in via di estinzione. A metà del secolo in Occidente le persone religiose saranno solo il 30%, nel 2100 non sarà rimasto quasi nessuno. Le proiezioni sono realizzate tramite dati di nove Paesi: Australia, Austria, Canada, Repubblica Ceca, Finlandia, Irlanda (nell’articolo: il comunicato stampa parla di «Islanda»), Olanda, Nuova Zelanda e Svizzera. Ci si assicura che anche gli Stati Uniti, nonostante le apparenze in contrario, si stanno lentamente conformando a questo modello.Vorrei concentrarmi su questo studio, anche perché ho l’impressione che nessuno di quelli che lo hanno commentato in Italia lo abbia letto nella sua versione integrale. Ci si è limitati, come avviene spesso, a commentare un comunicato stampa ripreso dalle agenzie. Se invece si legge l’articolo, si scopre anzitutto che gli autori sono un matematico, Richard J. Wiener, e due ingegneri, Daniel M. Abrams e Haley A. Yaple. Nessuno di loro si è mai occupato di sociologia delle religioni.L’articolo mostra un notevole virtuosismo nell’uso di equazioni che sono in effetti diffuse nelle scienze sociali. Ma mostra anche una desolante lontananza dai dibattiti in materia di religione e – oserei dire – di fenomeni sociali in generale. L’unica ipotesi sociologica che i tre autori citano è quella dell’identificazione sociale, secondo cui i costi sono minori e i benefici maggiori se ci si affilia a un gruppo popolare e in crescita rispetto a un gruppo non popolare e in declino. Per questo, una volta conseguita, la popolarità diventa essa stessa uno strumento di proselitismo. Nel comunicato stampa si è citato l’esempio di Facebook: se tutti i miei amici sono iscritti a Facebook, sarò incline a iscrivermi anch’io. Se il gruppo di coloro che disprezzano Facebook è ultraminoritario tra le mie conoscenze, non troverò socialmente attraente continuare a farne parte.Questo è vero, ma nello stesso tempo è vecchio. La sociologia ha da tempo dimostrato che le mode passano e che crescono le affiliazioni sociali a gruppi che garantiscono reali benefici. Per esempio, il gruppo delle persone che usano Internet cresce costantemente mentre decresce il numero di coloro che non lo usano: questo avviene perché Internet garantisce reali vantaggi, non solo perché usando Internet si diventa popolari tra gli amici. Lo stesso vale per il gruppo di chi viaggia in aereo, o di chi usa un telefono cellulare. Modelli socio-matematici che giudichino della crescita di certi gruppi con puri parametri statistici senza considerare il contenuto dell’offerta del gruppo sono vittima di una forma ormai nota di fallacia psicologica.Inoltre, quando parliamo di Internet, degli aerei, dei telefoni cellulari e anche di Facebook parliamo di prodotti tecnologici, di strumenti. Le cose si complicano ancora quando parliamo di idee e di affiliazioni culturali o politiche. Qui è del tutto evidente che la teoria dell’identificazione sociale funziona fino a un certo punto. Applicandola nel modo meccanico di Wiener, Abrams e Yaple dovremmo concludere che se in un paese della Lombardia la Lega Nord è al 60%, e cresce ogni anno, in quel paese è socialmente molto più attraente essere leghista che antileghista. Dunque fra vent’anni tutti gli abitanti di quel paese – tranne forse alcuni rari asociali disinteressati all’identificazione con i valori e le idee dei loro vicini – saranno leghisti.In pratica però le cose non vanno così, perché l’approvazione della maggioranza è solo uno dei fattori che entrano in gioco nelle scelte di tipo etico e politico, dove s’impegna il cuore stesso della libertà umana. E questo è tanto più vero nelle scelte religiose. All’epoca delle persecuzioni romane essere cristiani era una scelta piuttosto minoritaria e impopolare. Applicando la teoria rigida dell’identificazione sociale, i cristiani sarebbero dovuti sparire rapidamente. Come sappiamo, è successo precisamente il contrario.Wiener e i suoi colleghi non ci dicono in realtà nulla di nuovo. Che la religione sia in via di estinzione ce lo raccontano scienziati laicisti da oltre un secolo. Fu Alfred Russell Wallace (1823-1913), il biologo darwinista gallese, a scrivere agli inizi del secolo XX che «il futuro evolutivo della religione è l’estinzione». Chi ragiona così e cerca un conforto statistico deve, anzitutto, selezionare alcuni Paesi dove il numero delle persone che si dichiarano non religiose in effetti cresce. Se mette dentro la Francia e la Repubblica Ceca otterrà più facilmente un pronostico infausto per la religione. Osservo peraltro che lo studio fa una certa confusione fra persone «non religiose» e persone «non affiliate a una Chiesa». Una rapida lettura di un manuale di sociologia delle religioni avrebbe convinto il matematico e i due ingegneri che non si tratta della stessa cosa. Altro è misurare il believing, cioè le credenze religiose, altro il belonging, cioè l’appartenenza a una Chiesa o la frequenza a un rito domenicale. In un libro scritto a quattro mani dal più illustre sociologo delle religioni viventi, Rodney Stark, e dal sottoscritto – Dio è tornato (Piemme, Casale Monferrato 2003) – abbiamo spiegato come anche nel presunto «Paese più ateo del mondo», l’Islanda, un’ampia maggioranza della popolazione non va in chiesa ma condivide un solido plesso di credenze religiose.Stiamo dunque parlando non di una crisi «della religione» ma «dell’affiliazione a una Chiesa» o della frequenza alle funzioni religiose. Questa crisi c’è – particolarmente nei Paesi dello studio, e in una certa e controversa misura anche in Italia – ma le previsioni sul futuro condotte secondo equazioni lineari sono certamente sbagliate. Le equazioni lineari usate nello studio misurano la crescita delle persone «non affiliate a una Chiesa» – che dunque non sono semplicemente «non religiose» – in un arco di tempo più o meno ampio secondo i dati disponibili, fino a un massimo di cento anni. Si suppone poi che questo tasso di crescita si mantenga costante nei prossimi cento anni e si arriva alle previsioni sull’estinzione «della religione» (in realtà, della frequenza ai riti religiosi).Ma è la supposizione che è sbagliata. Applicando le stesse equazioni lineari Stark ed io ci siamo divertiti a mostrare come – se il tasso di crescita dei mormoni nel mondo, Cina e India escluse, si mantenesse inalterato – alla fine del secolo XX oltre metà della popolazione mondiale – sempre a eccezione di quella cinese e indiana – sarebbe mormone. Se un matematico nel 1990 avesse calcolato il tasso di crescita fra il 1950 e il 1990 dei Testimoni di Geova in Italia, e avesse supposto che si sarebbe mantenuto costante fra il 1990 e il 2010, avrebbe facilmente concluso che nel 2010 i Testimoni di Geova in Italia sarebbero stati almeno il 30% della popolazione. Sono invece rimasti sotto l’uno per cento. Tornando all’esempio politico precedente, se nel Nord Italia la Lega continuasse a crescere alle elezioni con lo stesso tasso di crescita degli ultimi dieci anni, nel 2030 sarebbe inutile fare le elezioni perché la Lega avrebbe il cento per cento dei voti.Tutto questo ci dice che le equazioni lineari in religione non servono, e neanche in politica. Né è sufficiente introdurre alcuni correttivi cui pure gli autori fanno cenno. I processi politici e religiosi sono tipici processi sociali che si autolimitano. Tassi di crescita troppo alti generano fenomeni di reazione, e possono anche rapidamente convertirsi in tassi di decrescita. Se le persone che si dichiarano non affiliate a una Chiesa sono passate dal 25% al 50% in cinquant’anni in Francia, questo non significa che passeranno dal 50% al 100% nei prossimi cinquant’anni. Molto semplicemente, il mondo reale non è il mondo della matematica. I sociologi delle religioni lo hanno scoperto da tempo, tanto che oggi moltiplicano i titoli non sull’estinzione ma sul «ritorno» o la «rivincita» della religione, sul «reincanto del mondo» e sulla «de-secolarizzazione».Questo significa che tutto va bene per la religione? No, certamente. Ci sono casi limite come la Francia, la Repubblica Ceca e l’Olanda – peraltro molto diversi tra loro – che chiamano in causa anche scelte pastorali sbagliate delle Chiese. Più che degli atei militanti – come è emerso anche nelle parole del Papa al Cortile dei gentili di Parigi – occorre preoccuparsi dei troppi indifferenti, che mantengono qualche credenza religiosa ma con la Chiesa non hanno più alcun contatto. Ma si tratta di cosa affatto diversa dalla presunta estinzione della religione, che è solo un’illusione ottica e il frutto di una cattiva scienza. m. introvigne la bussola quotidiana

Il pensiero mitico non è inferiore a quello scientifico

Giovedì, 31 Marzo 2011

Ma che cos’è, esattamente, la ragione? È lecito identificarla senz’altro con il pensiero scientifico? E che cos’è il mito? In quale rapporto reciproco stanno il pensiero mitico e il pensiero scientifico? Sono queste, oggi, domande imprescindibili, bombardati come siamo da massicci messaggi pseudo-culturali che tendono a presentare la ragione scientifica come la ragione, e ogni altra forma di ragione e ogni altra forma di conoscenza della realtà come saperi di serie b, se non addirittura come pseudo-saperi, irrazionali e, perciò stesso, antiscientifici. In realtà, la ragione scientifica è solo una delle forme in cui si esprime la ragione umana; non solo non è l’unica, ma non può neanche pretendere di essere la pietra di paragone di ogni altro approccio nei confronti della realtà. Di più: ciò che noi occidentali moderni definiamo come scienza, è solo una particolare versione della scienza, diversa da quella che l’Occidente ha perseguito per oltre duemila anni e diversissima da quella in cui hanno creduto antiche civiltà come l’indiana, la cinese, e molte altre (cfr. i nostri precedenti articoli La scienza moderna è una degenerazione del vero concetto di scienza e Luigi Fantappié e l’altra idea della scienza). La scienza moderna, da Galilei in poi, è anti-finalistica, materialistica, riduzionistica e meccanicistica: l’immagine dell’universo che ci presenta è quella, parziale e deformante, che in esso non vede altro se non l’opera del caso; un grande, impersonale meccanismo senza senso e senza scopo, che getta gli enti nel mondo e poi li annulla, per ricominciare di nuovo.Esistono altri modi di usare la ragione ed esistono altre forme di organizzazione dell’esperienza, da quella estetica a quella religiosa, da quella filosofica a quella mitica; e ciascuna di esse ha la sua dignità, la sua coerenza, la sua intrinseca bellezza ed armonia; nessuna di esse è qualche cosa d’irrazionale, ma adopera la ragione non in senso esclusivamente logico-matematico, bensì in una accezione più ampia e comprensiva.In clima positivistico si è affermata la teoria secondo la quale la ragione scientifica (nel senso galileiano, cioè logico-matematico) sarebbe intrinsecamente più “veridica” delle altre forme del Logos, in quanto basata sulla legge di causa-effetto. Ma, dopo la scoperta delle peculiarità della fisica sub-atomica – a cominciare dal principio di indeterminazione di Heisenberg -, gli scienziati stessi hanno dovuto constatare che tale legge non può essere posta, in senso assoluto, a fondamento della spiegazione della realtà; neppure della sola realtà materiale. Tuttavia, mentre alcuni scienziati moderni cominciavano a divenire più cauti circa la portata e la radicale validità della ragione scientifica, altri hanno compiuto una vera fuga in avanti, sostenendo di essere a un passo dal comprendere “la mente di Dio” e dall’individuare la legge unificata che tiene insieme le forze dell’Universo (cfr. il nostro articolo Ma è sempre la stessa arroganza la molla dello scientismo). In questo senso, poco importa se la speculazione degli scienziati erettisi a filosofi vada in una direzione tendenzialmente ateistica, come nel caso di Stephen Hawking, oppure tendenzialmente teistica, come in quello di Paul Davies; ciò che conta è la hybris, ossia la dismisura di una scienza che pretende di travalicare dall’ordine di riflessione che le è proprio – quello della materia – per giungere al perché ultimo della realtà, al cuore del problema ontologico.A ciò si aggiunga il fatto che tutta una pletora di divulgatori scientifici più o meno informati, più o meno intellettualmente onesti, si sono impegnati in una sistematica crociata di tipo scientista, banalizzando e ridicolizzando ogni forma di approccio non scientifico alla realtà e avvalorando il quadro, distorto e presuntuoso, di una scienza come sapere assoluto e definitivo, al di fuori del quale non c’è verità e neanche un minimo di serietà. I giovani, specialmente, vengono letteralmente sommersi da una quantità di pubblicazioni e di programmi televisivi il cui sottinteso è sempre il medesimo: solo il Logos logico-matematico è il vero Logos; solo la scienza è in grado di spiegare adeguatamente la realtà intorno a noi; solo la scienza è capace di portare la società verso il progresso e verso il benessere, materiale e spirituale. Consapevolmente o meno, questi divulgatori si sono posti al servizio di una nuova religione materialistica, che pretende di liquidare i vecchi dei in nome di una ragione infallibile e divinizzata.Il pensiero mitico, che storicamente precede quello scientifico, non è affatto una forma “primitiva” e “immatura” del Logos; è, piuttosto, una forma di pensiero radicalmente diversa, basata su diversi presupposti e su una diversa percezione della realtà. I suoi elementi di base sono differenti da quelli della scienza, non però inferiori; e, fra tutti, il più importante è il concetto di tempo: ciclico ed eternamente presente quello del mito; lineare e scandito in passato, presente e futuro, quello della scienza. Ad esempio, in una cerimonia sacra l’evento mitico che ne costituisce il nucleo non è semplicemente ricordato, bensì viene attualizzato, cioè reso presente in una dimensione assoluta. Si pensi ai miti di fondazione della polis antica, oppure ai culti misterici collegati alla dimensione dionisiaca della religiosità antica; ma si pensi anche (senza entrare nel merito del valore di verità, in senso storico, degli uni o dell’altro) al mistero cristiano per eccellenza, l’eucarestia.La scienza, invece, pretende di collocare ciascun evento in un tempo storico ben preciso; e, così facendo, colpisce al cuore l’essenza stessa della concezione mitica del mondo, perché l’evento storicizzato non è più suscettibile di rivivere nel presente; esso è consegnato alla storia, al passato, per sempre. I legami che lo collegano al nostro mondo vengono recisi e, con essi, vengono recisi i legami spirituali che lo rendono vitale e vivificatore. Al tempo stesso, però, la visione meccanicistica della scienza moderna distrugge i legami di coesione e armonia che tengono insieme il mondo, nei suoi elementi spirituali non meno che in quelli materiali. Che senso ha parlare di Axis mundi, Asse del mondo, in un contesto puramente materialistico e riduzionistico; e che senso ha sostenere che ciascuno di noi coopera, o meno, al suo mantenimento, se si nega che i nostri pensieri e le nostre azioni abbiano un’influenza potente e diretta sull’insieme della realtà, oltre che sulla sfera immediata del nostro ambito specifico?È opinione abbastanza diffusa, sia tra i dispregiatori che tra i sostenitori della validità del pensiero mitico, che la distruzione di esso abbia avuto inizio, in sostanza, con l’avvento della Rivoluzione scientifica moderna e cioè con Francesco Bacone, Galilei, Cartesio e, più tardi, Newton. In realtà, questo non è affatto vero; essa ha avuto inizio già nell’antica Grecia, ad opera di una schiera di logografi, mitografi e studiosi di genealogie – quali Ecateo, Ferecide, Ellanico e numerosi altri – i quali, sforzandosi di contestualizzare cronologicamente, ossia di storicizzare, i fatti del mito, ne hanno decretato l’inevitabile dissoluzione.Ne è convinto, fra l’altro, Kurt Hübner, epistemologo tedesco nato a Praga nel 1921 e libero docente presso l’Università di Kiel, uno di quegli studiosi di filosofia della scienza che, a partire dagli anni Sessanta del Novecento, hanno criticato la concezione neopositivistica ed affermato la pari dignità, rispetto alla scienza, delle forme di pensiero extra scientifiche, a cominciare, appunto, dal mito. Meno famoso di Carnap, Popper, Lakatos, Sneed-Stegmüller, Kuhn e Feyerabend, egli è stato tuttavia un validissimo precursore; e i suoi testi si raccomandano per la chiarezza espositiva, non meno che per l’ammirevole lucidità concettuale.Il vasto pubblico italiano lo conosce soprattutto per la traduzione del suo libro La verità del mito (Milano, Feltrinelli, 1990). Noi desideriamo invece riportare – a conclusione delle riflessioni sin qui svolte – il passaggio conclusivo di un’altra sua opera notevole, anche se meno conosciuta: Critica della ragione scientifica (titolo originale: Kritik der wissenschaftlichen Vernunft, Friburgo-Monaco, 1978; traduzione italiana di Marco Buzzoni ed Evandro Agazzi, Milano, Franco Angeli Editore, 1982, pp. 319-321). “In quale modo, ci dovremo ora chiedere, noi possiamo compiere una scelta tra gli elementi a priori del mito e quelli della scienza? Come possiamo deciderci tra le rappresentazioni mitiche della causalità, della qualità, della sostanza, del tempo ecc. da una parte, e le corrispondenti rappresentazioni scientifiche dall’altra?“È proprio il tipo di rappresentazione scientifico, in quanto cioè la scienza stessa ne diviene oggetto, che induce a comprendere che qui si tratta in entrambi i casi di qualcosa che soltanto rende possibile l’esperienza e che, quindi, non può essere assolutamente giudicato tramite l’esperienza. In nessun luogo noi afferriamo qualcosa come la realtà in sé quale tertium comparationis, poiché essa è sempre già considerata miticamente o scientificamente, appunto perché esiste tanto l’esperienza scientifica quanto quella mitica. La stessa cosa vale però per la ragione. Entrambe, esperienza e ragione – e con ciò i criteri per la verità e la realtà – sono già condeterminate, tra l’altro, da particolari rappresentazioni causali e temporali. Nulla sarebbe quindi più falso che attribuire al mito, come spesso accade, l’irrazionalità, cui la scienza si contrappone come qualcosa di razionale. Anche il mito ha la sua razionalità, che opera nel quadro del suo proprio concetto di esperienza e di ragione, quale è dato intuitivamente e categorialmente nel modo che abbiamo mostrato. (Che in esso questa razionalità non si assolutizzata, come nella tecnica, è un’altra questione.) Esso ha dunque anche, in modo corrispondente, il suo particolare tipo di armonizzazione dei sistemi che gli sono immanenti, come ordinamento di tutti i fenomeni nel contesto complessivo, ed ha anche la ‘logica’ del suo ‘alfabeto’ e delle sue figure fondamentali. La luminosa chiarezza dell’antichità greca, se questo paragone è consentito, rende questo in parte addirittura afferrabile sensibilmente, da tutto ciò però segue che l’esperienza mitica e quella scientifica, la ragione mitica e quella scientifica, sono in certo senso incommensurabili. In certo senso significa: possiamo sì confrontarli, come appunto è qui accaduto, possiamo comprenderli in quanto alternative; ma non possediamo alcun criterio, che si estenda ad entrambi, sulla cui base potremmo valutarli. Ogni valutazione partirebbe sempre già dal punto di vista mitico o scientifico.“Non siamo dunque qui assolutamente in grado di prendere una decisione? Ma è stata tuttavia presa una decisione già da millenni, si risponderà a questa domanda. Certo, soltanto che non la si dovrebbe fare troppo facile con le ragioni di questo gigantesco mutamento, e non si dovrebbe vedere ogni cosa dal nostro punto di vista. Con i concetti generalizzati di esperienza, ragione, verità e realtà, come si è dimostrato, non si compie qui molta strada. Perciò dobbiamo rappresentarci anche il passaggio dal mito alla scienza come una mutazione (…), e quindi come storia di sistemi. Facendo ciò non dobbiamo certamente perdere di vista il fatto che in tal modo possiamo afferrare questo evento soltanto entro certi limiti. Come infatti l’uomo mitico non poteva concepire il suo mondo di dei al pari di una moderna teoria, in quanto a priori dell’esperienza del mondo, così non gli era possibile pensare consapevolmente entro quei binari che il tipo di pensiero della storia dei pensieri attribuisce agli attori storici. Noi perciò, in una certa misura inevitabilmente, vediamo il mito con una sorta di considerazione dall’esterno; ma considerate dal suo punto di vista, altrettanto inevitabilmente, le cose si raffigurano diversamente. Qui si apre un vuoto, del quale in ogni caso sappiamo che esso non può mai essere colmato senza interruzioni. Ciò che è incommensurabile non può essere mediato in modo completo.“È dunque proprio la prospettiva scientifica che, da un lato, non può contestare completamente al mito la legittimità e che, da un altro lato, considera il suo tramonto storico come razionalmente concepibile nel suo significato, cioè in quanto condizionato nel senso della storia dei sistemi. Noi non possiamo certamente, e neppure vogliamo tornare semplicemente al mito, poiché è impossibile reintrodurci in un mondo che non conosceva la nostra esperienza organizzata in modo completamente diverso attraverso la scienza, e che quindi non aveva neppure le nostre particolari esperienze. Eppure la domanda circa la verità nella scienza, che oggi è esplosa così violentemente, proprio perché include quella circa la verità nel mito, potrebbe condurre a considerare di nuovo più seriamente ciò che è mitico e, con esso, il numinoso e l’arte. Poiché, come è stato osservato (…), il numinoso e l’arte hanno appunto in esso la loro radice comune. Non vi è comunque alcuna ragione teoricamente cogente di supporre che tutto il mondo in un lontano futuro debba relegare il tipo di considerazione mitica in quanto tale, cioè sciolto dalle particolari condizioni storiche del mito greco, nel regno delle fiabe, a meno che, per così dire, non si voglia perdere il lume della ragione.“Nondimeno nessuno può oggi prevedere se e in qual modo ciò che è mitico, in un ulteriore ampio cambiamento di orizzonte, possa realmente di nuovo essere universalmente vissuto e sperimentato. Possiamo però certamente affermare questo: è importante identificare una mera possibilità di questo tipo, e venire a sapere di essa, in quel momento in cui è meno riconoscibile che in passato la grandezza, ma più di quanto sia accaduto sinora gli aspetti problematici del mondo unilateralmente tecnico-scientifico in cui viviamo.” f. lamendola centro studi la runa

In difesa di De Mattei, vice presidente del CNR

Domenica, 27 Marzo 2011

cessi-specialiIl terremoto in Giappone è “una voce della bontà di Dio”, “esigenza della sua giustizia”. Lo ha sostenuto Roberto De Mattei in una intervista a Radio Maria scatenando un mezzo finimondo e la richiesta di dimissioni. Le sue sarebbero asserzioni incompatibili con la carica che riveste: vicepresidente del Consiglio nazionale delle ricerche. Sinceramente non capiamo queste reazioni. De Mattei parlava a Radio Maria e parlava non del “come” ma del “perchè” di un evento drammatico. A tutta evidenza, quindi, non parlava nelle vesti istituzionali (era a Radio Maria) e da scienziato (la scienza spiega il “come”, non il “perchè/fini” degli eventi). Perchè allora tutto questo clamore? il ns sospetto è che il clamore sia dovuto allo scandalo di un vice presidente del CNR che crede e professa pubblicamente la sua fede cristiana. Per alcuni è intollarabile che uno scienziato sia cattolico, vieppiù se ha cariche istituzionali. Se De Mattei avesse detto che il terremoto, così come altre catastofi, era dovuto all’avidità dell’uomo che non rispetta più la natura ci sarebbero state analoghe contestazioni? secondo noi, no. eppure anche la “visione olistica” della terra è, allo stato, una “ipotesi”, ossia una “credenza”; nessuno può provare la “stretta causalità” di un evento catastrofico; l’”avidità” dell’uomo è giudizio morale. temis (foto: a proposito di pre-giudizi)

Ikea, per la scienza impossibile non comprare

Mercoledì, 26 Gennaio 2011

SALOTTI che invogliano a riposare in poltrona, cucine che sfociano in bagni che a loro volta sbucano verso un altro salotto: non è un film di David Lynch ma il labirintico mondo Ikea, progettato e realizzato non solo per permetterci di arredare 45mq con 4500 euro ma anche per farci comprare, comprare, comprare. E per convincere un innocuo visitatore a trasformarsi in un compratore compulsivo non c’è cosa migliore che imprigionarlo nelle manette soft della perdizione mentale. Quello che molti sospettavano ha oggi una dimostrazione scientifica. L’hanno elaborata i ricercatori dello University College di Londra, che studiando la logica alla base della planimetria dei centri commerciali hanno notato qualcosa di strano: percorsi arzigogolati, fatti apposta per impedire a chi entra di tornare indietro. Una volta entrati nel paradiso dei mobili svedesi a buon mercato, insomma, bisogna andare fino in fondo, e se anche si entra per comprare un vaso da orchidea è probabile che si esca con un tavolino infilato a forza nel portabagagli. L’”effetto labirinto”, così lo hanno battezzato gli studiosi guidati da Alan Penn, ha proprio lo scopo di mantenere i clienti tra corridoi ed espositori il più a lungo possibile, facendoli perdere tra mobili minimalisti componibili e invogliando il cervello a comprare. ”L’organizzazione del negozio è così confusa che il cliente non sa se sarà in grado di tornare indietro. Così mette l’oggetto nel carrello e tira avanti”, spiega lo studioso, direttore del Virtual Reality Centre for the Built Environment dell’università britannica. Un ritratto che però l’azienda svedese mostra di non gradire: ”I nostri negozi sono progettati per dare ai clienti diverse idee su come arredare la propria casa, dalla cucina alla stanza da letto – ribatte Carole Reddish, vice direttore delegato di Ikea per Gran Bretagna e Irlanda – Mentre molti clienti vengono in negozio per ispirarsi, altri arrivano con una precisa lista degli acquisti realizzata dopo aver consultato i nostri cataloghi cartacei e online”. Con una rete di 258 negozi in 37 Paesi e un fatturato che nel 2009 ha raggiunto i 21,5 miliardi di euro, Ikea è una delle multinazionali più fortunate al mondo. Dal ristorante interno a base di specialità della cucina svedese al catalogo pubblicato in 52 diverse edizioni, di cui ogni anno vengo stampate 198 milioni di copie, l’azienda ha sempre dimostrato una certa sagacia nell’utilizzo delle strategie di marketing. “Alla base di certe modalità di presentazione dei prodotti – spiega Stefano Canali, storico e filosofo della scienza e ricercatore per la Sissa (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati) nel campo delle basi biologiche dei comportamenti compulsivi – c’è lo sfruttamento di due meccanismi cerebrali: il primo è quello di ricompensa e gratificazione, che si attiva grazie alla dopamina, un neurotrasmettitore che entra in funzione in presenza di novità. A contatto con novità continue, come la presentazione di prodotti che teoricamente possono esserci utili per vivere meglio, il cervello attiva sequenze comportamentali finalizzate al consumo. Il secondo meccanismo è quello della cosiddetta “ego-depletion” (in italiano “ego-sottrazione” o “ego-privazione”) che è la progressiva perdita delle capacità cerebrali di resistenza al consumo, controllate dalla corteccia prefrontale”. Di fronte a una tentazione continua, conclude l’esperto, è insomma fisiologico che la volontà prima o poi ceda, spingendoci a comprare cose che non ci servono e riducendoci, come cantavano i Clash, “Lost in the supermarket”. S. ficocelli repubblica